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Full text of "Bollettino della Società geologica italiana"

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BOLLETTINO 


DELLA 


SOCIETÀ  GEOLOGICA 


italiana 


A"o  1 .  XXXI  —  1012 


RÓMA 

TIPOGRAFIA  DELLA  PACE  E.  CUGGIAN1 


o  / 


Gli  Autori  sono  responsabili  delle  opinioni  manifestate  nei  loro  lavori. 


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SOCIETÀ  GEOLOGICA  ITALIANA 

fondata  in  Bologna  il  29  settembre  1881 


Consiglio  direttivo  per  l’anno  1912 


Presidente  . 

Bernardino  Lotti  (Roma).  1912. 

Vice-Presidente  .  .  . 

Carlo  Fabrizio  Parona  (Torino).  1912. 

Segretario . 

Antonio  Verri  (Roma).  1911-913. 

Tesoriere-Economo  . 

Giovanni  Aichino  (Roma).  1912-914. 

Archivista . 

Camillo  Crema  (Roma).  1910-91 2. 

Mario  Baratta  (Voghera).  .  1 

Claudio  Segrè  (Roma)  .  ...  1 

Luigi  Colomba  (Torino)  .  .  .(  1 9 1 0  9 1 2 • 

,  Enrico  Clerici  (Roma).  ...  1 

Consiglieri . 

I  Giov.  Di-Stefano  (Palermo)  .  j 
■■  Carlo  De  Stefani  (Firenze)  .  >  I9II-9,3- 
Luigi  Brugnatelli  (Pavia) .  .  \ 

■ 

! 

Commissione  per  le 
pubblicazioni  .  . 

Ettore  Mattirolo  (Torino)  .  ] 

GiulioDe  Alessandri  (Milano)  f 

;  I 9  * *~9  *  4* 

MlCHELANGELOAMBROSIONl(Me-  i 

1  rate)  ....  . 

'  Il  Presidente 

(  Il  Segretario  /  (prò  tempore). 

Il  Tesoriere  ! 

Commissione  del  bi¬ 
lancio  . 

i  Lodovico  Mazzetti  (Roma)  .  .  .  1 

,  Romolo  Meli  (Roma)  . >  1912. 

f  Gioacchino  De  Angelis  (Roma)  ' 

Vice-segretarii  .  .  . 

(  Serafino  Cerulli-Irelli  (Roma)  ) 

(  Camillo  Pilotti  (Roma)  .  .  .  .  )  ^ 

Sede  della  Società: 

Roma,  Via  S.  Susanna,  13  (presso  il  R.  Ufficio  geologico). 


IV 


ELENCO  DEI  PRESIDENTI  —  ELENCO  DEI  SOCI 


Elenco  (lei  Presidenti 

succedutisi  annualmente  dalla  fondazione  della  Società  in  poi. 


1881-82.  Giuseppe  Meneghini 

1883.  Giovanni  Capellini 

1884.  Antonio  Stoppani 

1885.  Achille  De  Zigno 

1886.  Giovanni  Capellini 

1887.  IGINO  Cocchi 

1888.  Giuseppe  Scarabelli 

1889.  Giovanni  Capellini 

1890.  TorquatoTaramelli 

1891.  Gaet.  G.  Gemmellaro 

1892.  Giovanni  Omboni 

1893.  Arturo  Issel 

1894.  Giovanni  Capellini 

1895.  Igino  Cocchi 

1896.  Carlo  De  Stefani 


1897.  Dante  Pantanelli 

1898.  Francesco  Bassani 

1899.  Mario  Canavari 

1900.  Niccolò  Pellati 

1901.  Carlo  Fabrizio  Parona 

1902.  Giovanni  Capellini 

1903.  Antonio  Verri 
1904  Romolo  Meli 

1905.  Torquato  Taramelo 

1906.  Lucio  Mazzuoli 

1907.  Federico  Sacco 

1908.  Alessandro  Portis 

1909.  Giovanni  Di-Stefano 

1910.  Luigi  Baldacci 

1 9 1 1 .  Mario  Cermenati. 


Elenco  (lei  Soci  per  Panno  1912 

S.  A.  R.  Luigi  di  Savoia  Duca  degli  Abruzzi 

Acclamato  socio  onorario  per  deliberazione  unanime  nell’adu¬ 
nanza  generale  del  16  settembre  1900  in  Acqui. 

Soci  perpetui. 

1.  Quintino  Sella  (morto  a  Biella  il  14  marzo  1884). 

Fu  uno  dei  tre  fondatori  della  Società;  venne,  per  il  primo,  annoverato  tra 
i  soci  perpetui  per  deliberazione  unanime  nell’adunapza  generale  tenutasi  dalla 
Società  il  14  settembre  1885  in  Arezzo. 

2.  Francesco  Molon  (morto  a  Vicenza  il  i°  marzo  1885). 

Fu  consigliere  della  Società,  alla  quale  legava  con  suo  testamento  la  somma  di 
Lire  25,000;  venne  iscritto  fra  i  soci  perpetui  per  deliberazione  unanime  nel¬ 
l'adunanza  generale  del  14  settembre  1885  in  Arezzo. 

3.  Giuseppe  Meneghini  (morto  a  Pisa  il  29  gennaio  1889). 

Per  i  suoi  insigni  meriti  scientifici  venne  acclamato  socio  perpetuo  nell’adu¬ 
nanza  generale  di  Savona  il  15  settembre  1887. 

4.  Felice  Giordano  (morto  a  Vallombrosa  il  16  luglio  1892). 

Fu  uno  dei  tre  fondatori  della  Società;  venne  iscritto  tra  i  soci  perpetui 
per  deliberazione  unanime  nell’adunanza  generale  di  Taormina  il  2  ottobre  1891. 


5.  Giovanni  Capellini,  senatore  del  Regno,  professore  nella  R. 
Università  di  Bologna. 

E  uno  dei  tre  fondatori  della  Società:  venne  iscritto  tra  i  soci  perpetui 
per  deliberazione  unanime  nell'adunanza  generale  di  Taormina  il  2  ottobre  1891. 


ELENCO  DEI  SOCI 


V 


Soci  residenti  in  Italia. 

(Il  millesimo  che  precede  indica  il  primo  anno  d'associazione; 
l'asterisco  indica  i  soci  a  vita). 

1894.  Aichino  ing.  cav.  Giovanni.  R.  Ufficio  geologico.  Roma. 
1898.  Air  aghi  prof.  Carlo.  Robecco  sul  Naviglio  (Milano). 

1912.  Allievi  sac.  dott.  Cristoforo.  Seveso  (Milano). 

1 904.  Aloisi  dott.  Piero.  Museo  mineralogico  R.  Università. 

Pisa. 

1891.  Ambrosioni  sac.  prof.  Michelangelo.  Merate  (Como). 
1912.  Andreani  rag.  Carlo.  Corenno  Plinio  (Como). 

1907.  Anelli  dott.  Mario.  Via  Farini,  94.  Parma. 

1886.  Antonelli  prof,  don  Giuseppe.  Via  del  Biscione,  95. 
Roma. 

1909.  Aprile  cav.  Salvatore.  Catania. 

1896.  io  Arcangeli  prof.  cav.  Giovanni.  R.  Orto  botanico.  Pisa. 

1908.  Artini  prof.  Ettore.  Museo  civico  di  Storia  naturale. 

Milano. 

1912.  Audisio  di  Somma  cav.  Federico.  Direttore  Società  La¬ 
rio  di  elettricità.  Via  Giulio,  12.  Torino. 

1912.  A^i  dott.  Girolamo.  Istituto  internazionale  di  Agrieoi 
tura.  Villa  Umberto  I.  Roma. 

188 1.  Baldacci  comm.  Luigi.  Ispettore  superiore  del  R.  Corpo 
delle  Miniere.  Via  S.  Susanna,  9.  Roma. 

1905.  Baraffael  ing.  Angelo.R. Ufficio  minerario. Caltanissetta 
1890.  Baratta  dott.  Mario.  Via  Cavour,  21.  Voghera  (Pavia) 
1884.*  Bargagli  cav.  Piero.  Via  de’  Bardi,  palazzo  Temp  . 

Firenze. 

1881.  Bassani  prof.  cav.  Francesco.  R.  Università  Napoli 

1906.  Bentivoglio  conte  prof.  Tito.  R.  Liceo.  Lucca 
1883.  20  Berti  dott.  Giovanni.  Via  Castiglione,  30.  Bologna. 

1897.  Bettoni  dott.  Andrea.  Piazza  Museo,  6.  Brescia 
1900.  Bianchi  prof.  ing.  Aristide.  Chieri  (Torino). 

1898.  Biblioteca  civica.  Bergamo. 

1910.  Biblioteca  comunale.  Verona. 

1907.  Bibolini  ing.  Aldo.R. Scuola  mineraria.  Agordo(Belluno) 

1892.  Bonar elli  prof,  conte  Guido.  Gubbio  (Perugia). 

1907.  Bonomini  don  Celestino.  Concesio  (Brescia). 

1904.  Bordi  prof.  Alfredo.  Via  dello  Statuto,  44.  Roma 
1897.  Bortolotti-Baldanp  prof.  Emma.  Via  Po,  io.  Roma. 

1 897.  30  Brambilla  prof,  don  Giovanni,  Arciprete.  Cingia  de 
Botti  (Cremona). 


VI 


ELENCO  DEI  SOCI 


I912. 

1885. 


1905. 
1  884. 


1891. 

1 9  I  I. 
1889. 
1898. 
I912. 
1883.  40 


I9°5* 

1908. 

1881. 

1899. 

1909- 

1883. 

1896. 

1890. 


1895. 
1900.  50 

1908. 
1903. 

1909. 

1 882. 
1906. 
1886. 
1881  * 

191 1. 
1899. 

1912.  60 
1895. 
1902. 

i88i. 


Broglio  dott.  Annibaie.  Via  S.  Calocero,  25.  Milano. 
Brugnatelli  prof.  Luigi.  Museo  mineralogico,  R.  Uni¬ 
versità.  Pavia. 

Brunati  dott.  Roberto.  Erba  per  Albese  (Como). 
Bruno  prof.  cav.  Carlo.  R.  Istituto  tecnico.  Mondovì 
(Cuneo). 

Bucca  prof.  cav.  Lorenzo.  R.  Università.  Catania. 
Bussandri  capitano  Giacomo.  Distretto  mil.  Venezia. 
Cacciamali  prof.  Giovanni  Battista.  R.  Liceo.  Brescia. 
Caffi,  dott.  sac.  Enrico.  Piazza  Cavour,  io.  Bergamo. 
Caldera  sac.  Francesco.  Salò  (Brescia). 

Canavari  prof.  Mario.  Museo  geologico,  R.  Università. 
Pisa. 

Caneva  prof.  dott.  Giorgio.  Piazza  Eremitani.  Padova. 
Cantore  cav.  Antonio.  Colonnello  8°  Alpini.  Udine. 
Capacci  ing.  cav.  Celso.  Via  Vaifonda,  5.  Firenze. 
Capeder  prof.  Giuseppe.  Corso  V.  E.  III.  Voghera  (Pavia). 
Carape^a  ing.  Emerico.  Museo  geologico,  R.  Univer¬ 
sità.  Palermo. 

Cardinali  prof.  Federico.  R.  Istituto  tecnico.  Macerata. 
Carniccio  prof.  comm.  Antonio.  R.  Università.  Roma. 
Cermenati  prof.  comm.  Mario.  Deputato  al  Parlamento. 

Via  Cavour,  238.  Roma. 

Cerulli-Irelli  dott.  Serafino.  Teramo. 

Cbecchia-Rispoli  dott.  Giuseppe.  Museo  geologico,  R.  Uni¬ 
versità.  Palermo. 

Chelussi  dott.  Italo.  Via  S.  Marco,  50.  Siena. 

Ciampi  ing.  Adolfo.  Via  di  Camporeggi,  4.  Firenze. 
Ciofalo  dott.  Michele.  Termini  Imerese  (Palermo). 
Ciofalo  prof.  Saverio.  Termini  Imerese  (Palermo). 
Ciaf  dott.  Gino.  Via  Guerrazzi,  20.  Firenze. 

Clerici  ing.  cav.  Enrico.  Via  del  Boccaccio,  25.  Roma. 
Cocchi  prof.  comm.  Igino.  Via  de’ Pinti,  51.  Firenze. 
Codara  ing.  Giuseppe.  Via  Rossini,  8.  Milano. 
Colomba  dott.  Luigi.  R.  Museo  mineralogico.  Palazzo 
Carignano.  Torino. 

Compensa  ing.  Domenic angelo.  Gildone  (Campobasso). 
Conedera  ing.  cav.  Raimondo.  Massa  Maritt.  (Grosseto). 
Corio  prof.  Francesco.  Istituto  Tecnico,  Spezia  (Ge¬ 
nova). 

Cortese  ing.  cav.  Emilio.  Corso  Firenze,  25.  Genova. 


ELENCO  DEI  SOCI 


VII 


1906.  Craven  ing.  H.  Robert.  Miniera  Libiola.  Sestri  Levante 

(Genova). 

1910.  Craveri  dott.  Michele.  Via  F.  Cavallotti,  io.  Domo¬ 
dossola  (Novara). 

1895.  Crema  ing.  dott.  Camillo.  R.  Ufficio  Geologico.  Roma. 

1912.  Grida  Ugo.  Direttore  di  miniere.  Massa  Marittima 

(Grosseto). 

1895.  D’Acliiardi  prof.  Giovanni.  Museo  mineralogico,  R.  Uni¬ 
versità.  Pisa. 

1900.*  Dainelli  dott.  Giotto.  \ ia  La  Marmora,  12.  Firenze. 
1902.  70  Dal  Lago  dott.  cav.  Domenico.  Valdagno  (Vicenza). 

1899.  Dal  Piaj  dott.  prof.  Giorgio.  Museo  geologico,  R.  Uni¬ 

versità.  Padova. 

1893.  De  Alessandri  dott.  Giulio.  Museo  civico  di  Storia  na¬ 
turale.  Milano. 

1883.  De  Amicis  prof.  Giovanni  Augusto.  Via  Vidua,  8  bis. 
Casale  Monferrato  (Alessandria). 

1891.  De  Angelis  d’Ossat  prof.  cav.  Gioacchino.  Via  Voltur¬ 

no,  34.  Roma  —  Inst.  sup.  agrario,  Perugia. 

1907.  De  Castro  ing.  cav.  Calogero.  Via  Maggio,  13.  Firenze. 

1881.  De  Ferrari  ing.  cav.  Paolo  Emilio.  Capo  del  distretto 

minerario.  Via  delle  Scuole,  10.  Torino. 

1883.  De  Gregorio  Brunaccini  dott.  march.  Antonio.  Molo, 
128.  Palermo. 

1900.  Del  Campana  dott.  Domenico.  R.  Museo  geologico.  Piazza 

S.  Marco,  2.  Firenze. 

1910.  Della  Beffa  dott.  Giuseppe.  Museo  geologico,  R.  Poli¬ 
tecnico.  Torino. 

1886.  80  Dell' Erba  ing.  prof.  Luigi.  R.  Scuola  Applicazione  In¬ 
gegneri.  Napoli. 

1892.  De  Lorenzo  prof.  Giuseppe.  Istituto  di  Geogr.  fisica.  Napoli. 
1890.  *  Dell’Oro  comm.  Luigi  (di  Giosuè).  Via  Silvio  Pellico,  12. 

Milano. 

1881.  Del  Prato  prof.  Alberto.  R.  Università.  Parma. 

1899. *  Dei-Zanna  dott.  Pietro.  Poggibonsi  (Siena). 

1900. *  De  Marchi  dott.  Marco.  Borgonuovo,  23.  Milano. 
,911.  De  Ponti  dott.  Gaspa re,  Direttore  Stab.  Chini,  min.  di 

Calolzio.  Via  Vincenzo  Monti.  Milano. 

1892.  De  Pretto  dott.  Olinto.  Schio  (Vicenza). 

1910.  D’ Erasmo  dott.  Geremia.  R.  Università  (Istit.  Geol.). 

Napoli. 


Vili 


ELENCO  DEI  SOCI 


1889.  Dervieux  sac.  Ermanno.  Via  XX  Settembre,  83.  Torino. 
1881.  90  De  Stefani  prof.  cav.  Carlo.  R.  Museo  geologico,  Piazza 

S.  Marco,  2.  Firenze. 

1890.  De  Stefano  prof.  Giuseppe.  R.  Scuola  Tecnica.  Imola 

(Bologna). 

1 9 1 1 .  De  Toni  dott.  Antonio.  R.  Università,  Istituto  geolo¬ 

gico.  Padova. 

1905.  Di  Franco  dott.  Salvatore.  R.  Università.  Catania. 
1885.  Di-Stefano  prof.  cav.  Giovanni.  Museo  geologico, 
R.  Università.  Palermo. 

1896.  Dompè  ing.  comm.  Luigi.  Corso  Sempione,  52.  Milano. 

1903.  Eliotipia  Calzolari  e  F errarlo.  Viale  Monforte,  14. 

Milano. 

1905.  Fabiani  dott.  Ramiro.  Museo  geologico,  R.  Università. 
Padova. 

1905.  Falconi  Adolfo.  Via  Riva  Reno,  61.  Bologna. 

1912.  Fano  prof.  Augusto.  Via  Giulia,  102.  Roma. 

1902.  1 00  Fantappiè  prof  Liberto.  Via  Mazzini,  4.  Viterbo  (Roma). 
1894*  Ferraris  ing.  comm  Erminio.  Direttore  della  miniera 
di  Monteponi.  Iglesias  (Cagliari). 

1904.  Fermici  ing.  Ferruccio.  Poggibonsi  (Siena). 

1894.  Fino  prof.  Vincevo.  Via  Arsenale,  33.  Torino. 

1897.  Flores  prof.  Edoardo.  R.  Scuola  normale  femminile 

L.  Bassi.  Bologna. 

1 9 1 1 .  Folco  ing.  prof.  Carlo.  Piazza  Campo,  20.  Palermo. 

1881.  Fornasini  dott.  cav.  Carlo.  Via  Lame,  24.  Bologna. 
1892.  Franchi  ing.  cav.  Secondo.  R.  Ufficio  geologico.  Roma. 

1905.  Frenguelli  dott.  Gioacchino.  Piazza  S.  Giovanni  in  La- 

terano,  6.  Roma. 

1909.  Frenguelli  Tommaso.  Piazza  S.  Giovanni  in  Laterano,  6. 
Roma. 

1 9 1 1 .  ito  Friedlaender  dott.  Immanuel.  Vomere,  villa  Hertha, 
via  Luigia  Sanfelice.  Napoli. 

1890.  Fucini  dott.  Alberto.  R.  Museo  geologico.  Pisa. 

1898.  Galdieri  dott.  Agostino.  Museo  Geologico.  R.  Università. 

Napoli. 

1891.  Galli  prof.  cav.  don  Ignaro.  Via  Conte  Rosso,  24.  Roma. 
1907.  Gemmellaro  dott.  Mariano.  Museo  Geologico,  R.  Uni¬ 
versità.  Palermo. 

191 1.  Gianfranceschi  ing.  cav.  Vittorio,  Direttore  Acqued.  Pu¬ 
gliese.  Meffi  (Potenza). 


ELENCO  DEI  SOCI 


IX 


1891.  Gianotti  prof.  Giovanni.  R.  Scuola  normale.  Vercelli 

(Novara). 

1903.  Gortani  dott.  Michele.  R.  Politecnico,  Museo  di  Geo¬ 
logia.  Torino. 

1887  Go\fi  ing.  Giustiniano.  Via  Galliera,  14.  Bologna. 

1892.  Greco  prof.  Benedetto.  R.  Liceo.  Cuneo. 

1912.  120  Grossi  ing.  Mario.  Via  Emilia,  47.  Roma. 

1 9 1  1 .  Istituto  geografico  De  Agostini.  Novara. 

1881.  Issel  prof.  comm.  Arturo.  Via  Brignole-De  Ferrari,  16. 
Genova. 

1883.  Lais  prof.  sac.  Giuseppe.  Vicolo  del  Malpasso,  1 1.  Roma. 

1884.  Lattes  ing.  comm.  Oreste.  Via  Nazionale,  96.  Roma. 

1908.  Lave^oni  prof.  Salvatore.  R.  Scuola  normale  femmi¬ 

nile.  Bobbio  (Pavia). 

1909.  Lincio  ing.  dott.  Gabriel.  R.  Museo  mineralogico,  Pa¬ 

lazzo  Carignano.  Torino. 

1910.  Lomeo  Cirino.  Direttore  della  miniera  Fioristella.  Val- 

guarnera  Caropepe  (Caltanisetta). 

1905.  Lorenfi  prof.  Arrigo.  R.  Liceo.  Rovigo. 

1881.  Lotti  ing.  dott.  Bernardino.  R.  Ufficio  geolog.  Roma. 
1905.  130  Lovisato  prof.  Domenico.  R.  Università.  Cagliari. 

1896.  Lupi  don  Alessandro.  Via  dell’Anima,  30.  Roma. 

1905.  Maddalena  ing.  dott.  Leon  fio.  Schio  (Vicenza). 

1899.  Manasse  dott.  Ernesto.  R.  Università.  Siena. 

1910.  Mantella  ing.  prof.  Eugenio.  R.  Se.  appi.  ing.  Palermo. 
1899.  Maravelli  dott.  Giuseppe.  Cagli  (Pesaro). 

1905  Marcantonio  dott.  Ireneo.  Lanciano  per  Mozzagrogna 
(Chieti). 

1910.  Marchese  cav.  Camillo.  Via  XX  Settembre,  98  B.  Roma. 

1910.  Marconi  Plinio.  Via  Rigaste  S.  Zeno,  25.  Verona. 

1895.  Marengo  ing.  Paolo.  Sturla  (Genova). 

1886.  140  Mariani  prof.  Ernesto.  Museo  civico  di  Sroria  natu¬ 
rale.  Milano. 

1812.  Mariani  prof.  Giuditta.  R.  Scuola  normale  Giannina 
Milli.  Roma. 

1899.  Mariani  dott.  Mario.  Camerino  (Macerata). 

1894.  Marinelli  prof.  Olinto.  R.  Istituto  Studi  superiori.  Firenze. 

1900.  Martelli  dott.  Alessandro.  R.  Museo  geologico,  Piazza 

S.  Marco,  2.  Firenze. 

1910.  Martelli  ing.  cav.  Giulio,  introbio  (Como). 

1881.  *  Mattirolo  ing.  cav.  Ettore.  Via  Carlo  Alberto,  43.  Torino. 


X 


ELENCO  DEI  SOCI 


908.  Muletti  ing.  cav.  Lodovico.  R.  Ispettorato  delle  Mi¬ 
niere.  Via  S.  Susanna,  9.  Roma. 

881.  Ma\\uoli  comm.  Lucio.  Ispettore  superiore,  Capo  del 
R.  Corpo  delle  Miniere.  Via  S.  Susanna,  9.  Roma. 
881.  Meli  prof.  cav.  Romolo.  Via  del  Teatro  Valle,  51.  Roma. 
883.  150  Mercalli  prof.  sac.  Giuseppe.  Osservatorio  vesuviano. 
Resina  (Napoli). 

899.  Merciai  dott.  Giuseppe.  Via  della  Faggiola,  3.  Pisa. 

890.  Meschinelli  dott.  Luigi.  Vicenza. 

897.  Millosevich  prof.  Federico.  R.  Istituto  di  Studi  supe¬ 
riori.  Firenze. 

903.  Monaci  Pietro.  Santafiora  (Grosseto). 

907.  Monetti  ing.  Luigi.  R.  Ufficio  minerario.  Carrara. 

900.  Monti  dott.  Achille.  Via  Pusterla,  3.  Pavia. 

895.  Mor andini  ing.  Bernardino.  Massa  Marittima  (Grosseto). 

895.  Moretti  ing.  Guido.  Brembate  di  Sotto  (Bergamo). 

887.  Moschetti  ing.  Claudio.  Ufficio  d’Arte.  Saluzzo  (Cuneo). 

910.  ióo  Museo  e  laboratorio  di  geologia  del  R.  Istituto  superiore 

agrario.  Perugia. 

904.  Napoli  dott.  p.  Ferdinando.  Chiesa  del  Gesù.  Perugia. 

908.  Negri  dott.  Giovanni.  R.  Istituto  botanico.  Torino. 
897.  Nelli  dott.  Bindo.  Via  Pellegrino,  18.  Firenze. 

883.  Neviani  prof.  Antonio.  Via  Flavia,  42.  Roma. 

881.*  Niccoli  ing.  comm.  Enrico.  Via  Buonarroti,  36.  Milano. 

908.  Nievo  dott.  capitano  Ippolito.  Via  Nievo,  4.  Mantova. 

888.  Novarese  ing.  cav.  Vittorio.  R.  Ufficio  geologico.  Roma. 

909.  Oddo  prof.  Giuseppe.  R.  Università.  Pavia. 

911.  Oddone  prof.  cav.  Emilio.  Via  Caravita,  7.  Roma. 

91 1.  170  Oliveri  ing.  Angelo.  Via  Cattaneo,  22.  Becco  (Como). 

901.  Pagani  prof.  Umberto.  Cesena  (Forlì). 

910.  Pangella  dott.  Giorgina.  Via  Valeggio,  21.  Torino. 
881.  Pantanelli  prof.  cav.  Dante.  R.  Università.  Modena. 
90Ó.  Parma  cap.  cav.  Augusto.  Sestri  Uevante  (Genova). 
881.  Parona  prof.  cav.  Carlo  Fabrizio.  R.  Museo  geologico. 

Palazzo  Carignano.  Torino. 

1892.  Patroni  prof.  Carlo.  R.  Istituto  Tecnico.  Arezzo. 
881.*  Paulucci  marchesa  Marianna.  Via  de’  Pinti,  68.  Firenze. 
899.  Pelloux  capitano  Alberto.  Villa  Caterina.  Bordighera 

(Porto  Maurizio) 

1893.  Peola  prof.  Paolo.  R.  Liceo.  Ivrea  (Torino). 

1903.  180  Perrone  cav.  Eugenio ,  Via  Cola  di  Rienzo,  133.  Roma. 


ELENCO  DEI  SOCI 


XI 


1902.  Piana  cav.  Giuseppe.  Badìa  Polesine  (Rovigo). 

1901.  Picasso  ing.  prof.  Vittorio  Emanuele.  Via  Arcivesco¬ 
vado,  1.  Torino. 

1910.  Pilotti  ing.  Camillo.  R.  Ufficio  geologico.  Roma. 

1 9 1 1 .  Pintacuda  ing.  Michele.  Via  Girgenti,  1.  Palermo. 

1891.  Platania-Platania  prof.  Gaetano.  Via  Vitt.  Eman.,  34. 

Catania. 

1908.  Plueschke  ing.  Riccardo.  Scafa  (Chieti). 

1909.  Ponte  dott.  Gaetano.  Museo  mineralogico,.  R.  Univer¬ 

sità.  Catania. 

1895.  Porro  ing.  Cesare.  Carate  Lario  (Como). 

1 898.  Portis  prof.  comm.  Alessandro.  Museo  geologico,  R.  Uni¬ 

versità.  Roma. 

1912.  190  Prestini  Giuseppe.  Via  Boccaccio,  32.  Milano. 

1901.  Prever  prof.  Pietro.  R.  Museo  geologico.  Palazzo  Cari- 
gnano.  Tonno. 

1908.  Principi  dottor  Paolo.  R.  Università,  Museo  geologico. 
Genova. 

1910.  Pullè  ing.  conte  Giulio.  Portoferraio  (Livorno). 

1910.  Pullè  ing.  Guido.  R.  Ufficio  geologico.  Roma. 

1906.  Raffaelli  don  Gian  Carlo.  Bargone  (Genova). 

1883.  Ragtimi  dott.  cav.  Romolo.  Maggiore  medico.  Via  Ora- 

zio,  24.  Roma. 

1903.  Raimondi  ing.  Luigi.  Miniere  solfuree  Trezza.  Cesena 

(Forlì). 

1908.  Ravagli  dott.a  Maria.  Via  Vaifonda,  63.  Firenze. 

191  1.  Redaelli  ing.  cav.  Ernesto ,  industriale  siderurgico.  Via 
Monforte,  34.  Milano. 

1 899.  200  Reichenbacli  ing.  Arno.  Scafa  di  S.  Valentino  (Chieti). 

1900.  Repossi  dott.  Emilio.  Museo  civico  di  Storia  naturale. 

Milano. 

1907.  Riboni  ing.  Pietro.  R.  Ufficio  minerario.  Via  A.  De- 

pretis,  62.  Napoli. 

1894.  Ridoni  ing.  Ercole.  Via  Bonsignore  5.  Torino. 

1883.  Riva  Palaci  generale  Giovanni ,  Via  Bonsignore,  5. 
Torino. 

1898.  Roccati  prof.  Alessandro.  R.  Politecnico,  Castello  del 
Valentino.  Torino. 

1908.  /tocca  fi  dott.  sa  c.  Matteo. Parrocchia  della  Crocetta. Torino. 
1890.  Roncalli  dott.  conte  Alessandro.  Piazza  Lorenzo  Ma¬ 
scheroni,  3.  Bergamo. 


XII 


ELENCO  DEI  SOCI 


1903.  Rosati  dott.  Aristide.  R.  Università,  Museo  mineralogico. 

Roma. 

1895  *  Rosselli  ing.  cav.  Emanuele.  Via  del  Fosso,  1.  Livorno. 

1909.  210  Rossi  Napoleone.  Campoligure  (Genova). 

1892.  Rovereto  march,  prof.  Gaetano.  Museo  geologico,  Vil¬ 
letta  Di  Negro,  Genova.  (Provvisoriamente  Colle 
Alsina,  1919.  Buenos  Aires). 

1892.  Rusconi  sac.  Giuseppe.  Valmadrera  (Como). 

1908.  Sabatini  ing.  cav.  Venturino.  R.  Ufficio  geologico.  Roma. 

1910.  Sabelli  ing.  Annibaie.  R.  Ufficio  minerario.  Caltanisetta. 
1885.  Sacco  prof.  cav.  Federico.  R.  Politecnico,  Castello  del 

Valentino.  Torino. 

1904.  Sangiorgi  prof.  Domenico.  Via  Cavour,  70.  Imola  (Bo¬ 

logna). 

1890.  Scacchi  ing.  prof.  Eugenio.  Via  Monte  Oli  veto,  44.  Napoli. 

1909.  Scalia  dott.  Salvatore.  Museo  geologico,  R.  Università. 

Catania. 

1910.  Schopen  ing.  Corrado.  Piazza  Castelnuovo,  15.  Palermo. 

1881.  220  Segrè  ing.  cav.  Claudio.  Corso  V.  Emanuele,  229.  Roma. 

1882.  *  Silvani  dott.  Enrico.  Via  Garibaldi,  4.  Bologna. 

1904.  Silvestri  prof.  Alfredo.  R.  Liceo.  Spoleto  (Perugia). 
1912.  Società  boracifera  di  Larderello. Via  Cavour,  9.  Firenze. 
1912.  Spinetti  ing.  cav.  Pompeo.  Ministero  di  Agricoltura.  Roma. 

1907.  Stefanini  dott.  Giuseppe.  R.  Museo  geologico.  Piazza 

S.  Marco,  2.  Firenze. 

1908.  Stegagno  dott.  Giuseppe.  Via  Vignatagliata,  20.  Ferrara. 

1891.  Stella  ing.  prof.  Augusto.  R.  Politecnico,  Castello  del 

Valentino.  Torino. 

1909.  Stella-Starabba  Francesco.  Via  Vitt.  Eman.  Catania. 
1882.  Striiver  prof.  comm.  Giovanili.  R.  Università.  Roma. 

1910.  230  Tancredi  cav.  Alfonso  Mario ,  Maggiore  nelle  R.  Truppe 

coloniali.  Cava  dei  Tirreni  (Salerno). 

1910.  Tansini  ing.  Mario.  Via  S.  Luca,  5.  Genova. 

1912.  T anfani  Fausto.  Ascoli  Piceno. 

1881.  Taramelli  prof.  comm.  Torquato.  R.  Università.  Pavia. 

1907.  Taricco  ing.  Michele.  R.  Ufficio  minerario.  Iglesias 

(Cagliari). 

1891.  Taschero  dott.  Federico.  Mondovì  (Cuneo). 

1910.  Taq^er  cav.  Emilio.  Agordo  (Belluno). 

191 1.  Ferrile  dott.  sac.  Filippo.  Via  della  Vergine,  2.  Genova 

1908.  Testa  ing.  Leone.  R.  Ufficio  minerario.  Vicenza. 


ELENCO  DEI  SOCI 


XIII 


1 88 1 .  Tittoni  avv.  comm.  Tommaso.  Senatore  del  Regno. 

Via  Rasella,  155.  Roma. 

1889.  240  Toldo  prof.  Giovanni.  Casa  Scarabelli.  Imola  (Bologna). 

1881.  Tommasi  prof.  Annibaie.  R.  Università.  Pavia. 

1898.  Tonini  dott.  Lorenzo.  Seravezza  (Lucca). 

1905.  Tomolo  dott.  Antonio.  Gabinetto  di  Geografia  fisica, 

R.  Università.  Padova. 

1883.  Toso  ing.  comm.  Pietro  Via  de’ Serragli,  13.  Firenze. 

[890.  Trabucco  prof.  Giacomo.  R.  Istituto  tecnico  Galileo 

Galilei.  Firenze. 

1901.  Trentanove  dott.  Giorgio  Morando.  Luco  di  Mugello 

Borgo  S.  Lorenzo  (Firenze). 

1882.  Tuccimei  prof.  comm.  Giuseppe.  Via Tor  Sanguigna,  13. 

Roma. 

1882.*  Turche  ing.  John.  Ufficio  dell’Acquedotto.  Bologna. 

1906.  Ufficio  sperimentale  delle  Ferrovie  dello  Stato.  Roma. 
1912.  250  Vercelloni  rag.  Carlo.  Lecco  (Como). 

1882.  Verri  generale  comm.  Antonio.  Via  Aureliana,  53.  Roma. 
1893.  Vinassa  de  Regny  prof.  Paolo  Eugenio.  R.  Università. 
Parma. 

1903.  Viola  ing.  prof.  cav.  Carlo.  R.  Università.  Parma. 
1882.  Virgilio  prof.  Francesco.  R.  Museo  geologico.  Palazzo 
Carignano.  Torino 

1902.  Zamara  nob.  colonnello  Giuseppe.  Corso  C.  Alberto,  23. 

Brescia. 

1912.  Zerilli  dott.  Vito.  Via  Gallo,  51.  Trapani. 

1910.  Zucchi  ing.  Gerolamo.  Portoferraio  (Livorno). 

1912.  Zuffardi  dott.  Pietro.  Palazzo  Carignano,  Museo  geo¬ 
logico.  Torino. 

Soci  residenti  all’estero. 

1908.  Bibliothèque  de  l' Università  (Médecine-Sciences).  Tou- 
louse.  (Francia). 

191 1 .  260  Boussac  Jean.  Avenue  de  Maine,  224.  Paris. 

1897.  Caetani  ing.  Gelasio.  Crocker  Building.  S.  Francisco 
(California). 

1887.  Charlon  ing.  E.  Rue  Pierre  Duprèt,  23.  Marsiglia. 
1910.  Commissdo  do  Servico  Geologico  de  Portugal.  Lisbona. 
1901.*  De  Dorlodot  chan.  prof.  Henri  Rue  de  Bériot,  44. 
Louvain  (Belgio). 

1893.  Deecke  prof.  Wilhelm.  Freiburg,  Baden  (Germania). 


XIV 


ELENCO  DEI  CAMBI 


1881  .*  Delaire  ing.  Alexis.  Boulevard  des  Batignolles,  29.  Paris. 

1895.  De  Pian  ing.  cav.  Luigi.  Via  Kifissia,  51.  Atene. 

1912.  Geologisch-palaeontologisches  Institut  und  Museum  der 
Universitàt.  Bonn  (Germania). 

1 9 1 1 .  Gignoux  Maurice,  prof,  à  la  Faculté  des  Sciences.  Gre¬ 
noble  (Isère). 

1899.  270  Hassert  doct.  Kurt.  Vorgebirg-Str.,  31".  Kòln  am  Rhein 
(Germania). 

i88t.*  Hughes  prof.  cav.  Thomas  Mac  Kenny.  University. 
Cambridge  (Inghilterra). 

1890.*  Johnston-Lavis  dr.  Henry.  Beaulieu  (Alpes  Maritimes, 
Francia). 

1884.*  Levat  ing.  David.  Boulevard  Malesherbes,  174.  Paris. 

1882.*  Levi  bar.  Adolfo  Scander.  Nizza  (Alpi  Marittime). 

1906.  Lugeon  prof.  Maurice.  Université.  Lausanne  (Svizzera). 

1903.  Margerie  (de)  prof.  Emmanuel.  Rue  Fleurus,  44  Pa¬ 
ris  (VIe). 

1906.  Migliorini  Carlo.  The  School  of  Metalliferous  Mining. 
Camborne  (Cornwall,  Inghilterra). 

1902.  Oppenheim  doct.  Paul.  Sternstrasse,  19.  Gross-Lichter- 
felde-West  (Berlin). 

1881.*  Pélagaud  doct.  Elisée.  Chàteau  de  la  Pinède,  Antibe 
(Alpes  Maritimes,  Francia). 

1895  280  Salomon  doct.  Wilhelm.  Universitàt.  Heidelberg  (Baden). 

1908.  Schmidt  prof.  Cari.  Universitàt.  Basel  (Svizzera). 

1908.  Tornquist  doct.  Alexander  Geolog.  Institut  d.  Univer- 
sitat,  Konigsberg  (Germania). 


Elenco  dei  cambi  (') 

Italia. 

Catania.  —  R.  Accademia  Gioenia  di  sciente  naturali. 

a) .  Atti  fanno  LX1X,  1892-93]. 

b) .  Bollettino  delle  sedute  [fase.  XXX,  1892]. 

Iesi  (Ancona).  —  *  Sezione  di  Iesi  del  Club  alpino  italiano, 
a).  L’ Appennino  centrale  fanno  I,  1904]. 

(')  Di  ogni  pubblicazione  è  indicato  da  qual  volume  od  anno  comincia  la  serie 
posseduta  dalla  Società. 

L 'asterisco  (*)  indica  che  il  cambio  è  limitato  ai  Resoconti  delle  adunanze  della 
Società. 


ELENCO  DEI  CAMBI 


XV 


Iglesias  (Cagliari).  —  *  Associazione  mineraria  sarda. 

a).  Resoconti  delle  riunioni  [voi.  Ili,  1898]. 

Roma.  —  R.  Accademia  dei  Lincei  (via  Lungara). 

a) .  Rendiconti  della  classe  di  se.  fis.  mat.  e  nat.  [serie  3% 

voi.  VII,  1882]. 

b ) .  Rendiconti  delle  sedute  solenni  [1892]. 

Roma.  —  R.  Ufficio  geologico.  (Via  S.  Susanna,  13). 

a) .  Bollettino  del  R.  Comitato  geologico  d’Italia  [voi.  1, 1870]. 

b ) .  Mem.  descritt.  della  carta  geol.  d’Italia  [voi.  I,  1 886 1 . 

c) .  Mem.  per  servire  alla  descr.  della  carta  geol.  d’Italia 

[voi.  I,  1871]. 

d) .  Carte  geologiche  diverse. 

id.  —  Ministero  di  Agricoltura ,  Industria  e  Commercio 

a) .  Rivista  .del  Servizio  minerario  [1896]. 

b) .  Carta  idrografica  d’Italia.  -  Memorie. 

id.  —  Società  geografica  italiana  (via  Plebiscito,  102). 

a) .  Bollettino  [serie  2a,  voi.  VII,  1882J. 

b) .  Memorie  [voi.  V,  1895J. 

id.  ■ —  Società  degli  Ingegneri  e  degli  Architetti  italiani 

(via  Muratte,  70). 

a) .  Bollettino  [anni  I-XV,  1893-1907]  serie  chiusa. 

b) .  Annali  [anno  I,  1886]. 

id.  —  Istituto  internazionale  d’Agricultura. 

Venezia.  —  R.  Magistrato  alle  Acque. 

a) .  Bollettino  [anno  I,  1908]. 

b) .  Pubblicazioni  varie. 

Austria-Ungheria. 

Budapest.  —  K.  Ungarische  Geologiche  Reiclisanstatt  (Stefa¬ 
nia  -  ut.  14). 

a) .  Mittheilungen  aus  dem  Jahrbuche  [Bd.  I,  1872]. 

b ) .  Jahresbericht  [1883]. 

c) ,  Fòldtani  Kózlòny  [Kòt.  XV,  1885]. 

d) .  Pubblicazioni  diverse. 

—  Ungarische  Geologiche  Gesellschaft.  (Stefània-ùt.  14  sz.). 
Mitteilungen  [b.  I,  1910]. 

Budapest.  —  Société  Hongroise  de  Géographie.  (Sàndor-Utcza 
8.  sz.). 

a) .  Bulletin  (Foldrajzi  Kozlemények)  [Tom.  XXXI,  1903]. 

b) .  Abrégé  du  Bulletin.  [id.]. 


XVI 


ELENCO  DEI  CAMBI 


Krakau.  —  Académie  des  Sciences  (Akad.  d.  Wissenschaften) . 

a).  Bulletin  International  (Anzeiger)  [1889]. 

Iglò.  —  Ma  gya  rorsq  àgi  Kàrpà  tegyesiilet.  ( Ungarischer 

Karpathen-  Verein). 
a).  Jahrbuch  fvol.  XVII,  1 890 1. 

Trieste.  —  *  Società  alpina  delle  Giulie. 

a).  Alpi  Giulie  [anno  VII,  1902]. 

Wien.  —  K.  k.  Geologische  Reichsanstalt.  (Rasumofski- 
gasse  23). 

a) .  Verhandlungen  [Jahrg.  1880J. 

b) .  Jahrbuch  [Bd.  XXX,  1880J. 

id.  —  K.  k.  Naturhistorisches  Hofmuseum. 
a).  Annalen  [Bd.  I,  1886]. 

id  —  Palàontologische s  institut  der  k.  k.  Universitdt  (I., 
Franzensring). 

a).  Beitriige  zur  Palaontologie  und  Geologie  Osterreich- 
Ungarns  und  des  Orients  [Bd.  XI,  1 897 1. 
id.  —  Geologische  Gesellschaft.  (I.  Franzensring.  Geol. 
Institut  d.  Universitat). 
a).  Mitteilungen  [I,  1908]. 

Belgio. 

Bruxelles.  - —  Société  Royale  mal  acolo gique  de  Belgique. 
a).  Annales  [voi.  XVI,  1881J. 

id.  —  Société  Belge  de  Géologie,  de  Paléontologie  et 
d’ Hydrologìe.  (Palais  du  Cinquantenaire). 

a) .  Bulletin  [voi.  I,  1887]. 

b) .  Nouveaux  Mémoires  [fase.  i°,  1903]. 

Liège.  —  Société  géologique  de  Belgique. 

a) .  Annales  [voi.  IX,  1881 1. 

b) .  Mémoires  [voi.  1°,  1900]. 

Francia. 

Bordeaux.  —  Société  Linnéenne  de  Bordeaux.  (Rue  des  Trois- 
Conils  ;  Athénée). 
a).  Actes  [voi.  XXXVI,  1882J. 

Havre.  —  Société  géologique  de  Normandie.  (Hotel  de  ville). 
a).  Bulletin  [t.  XX,  iqooj. 

Lille.  —  Société  géologique  du  Nord.  (Rue  Brùle-Maison,  156). 
a).  Annales  [voi.  XXXII,  1903]. 


ELENCO  DEI  CAMBI 


XVII 


Paris.  —  Société  de  Spéléologie.  (Rue  de  Lille,  34). 

a).  Bulletin  (Spelunca)  [t.  I,  1895]. 
id.  —  Société  géologique  de  France.  (Rue  Serpente,  28). 
a).  Bulletin  |ser.  3&,  voi.  X,  1881]. 

Germania. 

Berlin.  —  Deutsche  geologiche  Gesellschqft. 
a).  Zeitschrift  [Bd.  35,  1883J. 
id.  —  K.  preuss.  geolog.  Landesanstalt. 

(Invalidenstrasse,  44). 
a).  Jahrbuch  (Bd.  I,  1880I. 

Bonn.  —  N leder rheinische  Gesellschaft. 

a) .  Sitzungsberichte  (1895!. 

b ) .  Verhandlungen(d.naturhistorischenVereins)  [LUI,  i8q6|. 
Freiburg  im  Breisgau  (Baden).  —  Naturf orscliende  Gesellschaft. 

a).  Berichte  |Bd.  IV,  i888(. 

Gran  Bretagna. 

Dublin.  —  Royal  Dublin  Society. 

a) .  Scientifìc  proceedings  (N.  S.,  voi.  IV,  1885). 

b) .  Scient.  transactions  (ser.  II,  voi.  Ili,  1885). 

c) .  Economie  proceedings  [voi.  1°,  1899]. 

Edinburgh.  —  Edinburgh  Geological  Society. 

a).  Transactions  (voi.  VII,  1894]. 

Glasgow.  —  Geological  Survey. 
a).  Memoirs  [1905]. 
id.  —  Geological  Societj\ 
a).  Transactions  [1908]. 

London.  —  Geological  Society. 

a) .  Quarterly  Journal  [voi.  XXXVIII,  n°  149,  i882|. 

b) .  Geological  literature  |n°  1,  1 894I. 

Portogallo. 

Lisbona.  —  Comissao  do  Servico  geologico  de  Portugal.  (Rua 
do  Arco  a  Jesus,  113,2°). 

a) .  Communicaqóes  ft.  I,  1883]. 

b) .  Mémoires. 


XVIII 


ELENCO  DEI  CAMBI 


Rumenia. 

Bukarest.  —  Institutului  geologie  al  Romdniei  (Soseana  Kiselef,  2). 

a).  Anuarul  |t.  I,  1907].' 

id.  —  Miiseulu  de  Geologia  si  de  Paleontologia, 

a).  Anuarulù  fanno  1894I. 

Jassy.  —  Università  de  Jassy. 

a).  Annales  scientitìques  [t.  I,  1900]. 

Russia. 

Helsingfors.  —  Commission  géologique  de  Finlande. 
a).  Bulletin  [n°  6,  1897] 

Novo-Alexandria  —  Annuaire  géologique  et  minèralogique  de 
la  Russie  [voi.  I,  1896]. 

Pietroburgo.  —  Coinité  géologique.  (Institut  des  mines). 

a) .  Bulletin  [t.  I,  1 882 J . 

b ) .  Mémoires  [voi.  I,  1883J. 

c) .  Bibliothèque  géologique  de  la  Russie  [t.  VI,  1885J. 

d) .  Travaux  de  la  section  géologique  du  Cabinet  de  sa 

Majesté  fvol.  I,  1895]. 

id.  —  Russische  K.  Mineralogisehe  Gesellschaft. 

a) .  Verhandlungen  [Bd.  32,  1896]. 

b) .  Materialien  zur  Geologie  Russland  [Bd.  18,  1897]. 
id.  —  Société  Impériale  des  Natur alistes. 

a) .  Comptes-rendus  des  séances  fvol.  XXVI,  1 885 J. 

b) .  Travaux  de  la  section  de  Géologie  et  de  Minéralogie 

fvol.  XIX,  1888I. 

Svezia. 

Stockholm.  —  Geologiska  foreningen  i  Stockholrn. 
a).  Forhandlingar  [Bd.  XII,  1890J. 
id.  —  K.  Svenska  Vetenskaps  Akademien. 

a) .  Arkiv  fdr  Kemi,  Mineralogi  och  Geologi  [Bd.  2,  1905] 

b) .  Arkiv  for  Zoologi  [Bd.  3,  1 906J. 

c ) .  Arkiv  for  Botanik  [Bd.  5,  1905I. 

Upsala.  —  Geological  lnstitution  of  thè  University  of  Upsala 
(Bibliothèque  de  l’Université  R.). 
a).  Bulletin  [voi.  I.  1892]. 

Svizzera. 

Zurich.  —  Naturforsehende  Gesellschaft. 

a).  Vierteljahrsschrift  [anno  LV,  1910]. 


ELENCO  DEI  CAMBI 


XIX 


Africa. 

Cape  Town.  —  Geological  Commission  Departement  of  Agri - 
culture. 

a).  Annual  report  [i°,  1896). 

Johannesburg.  —  Geological  Society  of  South  Africa. 

a )  Transactions  [voi.  VI,  1904]. 

b) .  Proceedings  [anno  1 905 1. 

America. 

Baltimore  (U.  S.  A  ).  —  Maryland  Geological  Survey. 
a).  Reports  [voi.  I,  1897]. 

Berkeley,  California  (U.  S.  A.).  —  Exchange  Department  Uni¬ 
versity  of  California  Library, 
a).  Bulletin  of  thè  department  of  Geology  [voi.  5,  1906], 
Buenos-Aires  (R.  Argentina).  —  Instituto  geografico  Argentino, 
a).'  Boletin  [t.  X,  1889]. 

id.  —  Ministerio  de  Agricultura.  División  de  Minas, 

Geologia  è  Hidrologia. 
a).  Anales  [tomo  IV,  1910]. 

Chicago  (U.  S.  A.).  —  Field  Museum  of  Naturai  History. 
a)  Reports  [voi  III |. 

Cleveland  (U.  S.  A.).  —  Geological  Society  of  America, 
a).  Bulletin  [voi.  I,  1890] 

Columbus  (U.  S.  A.).  —  Geological  Survey  of  Ohio. 

a).  Bulletin  [4a  serie,  n°  1,  1903]. 

Lima  (Perù).  —  Cuerpo  de  Ingenieros  de  Minas  del  Perù, 
a).  Boletin  [num.  1,  1902]. 

Mexico  (Mexico).  —  Instituto  geologico  de  Méxicò.  (6.a  del  Ci- 
prés,  176). 

a).  Boletin  [num.  12.  1889I. 
id.  —  Sociedad  geologica.  (6.a  del  Ciprés,  176). 
a).  Boletin  [Tomo  I,  1905]. 

Montevideo  (Uruguay).  —  Museo  de  Historia  naturai, 
a).  Anales  [t.  I,  1894J. 

Ottawa  (Canada).  —  Department  of  Mines  Mines  branch. 
a).  Reports. 

Parà  (Brazil).  —  Museu  Paraense  de  Historia  Naturai  e  Etimo 
graphia.  (Caixa  postai  n°  399). 
a).  Boletin  [voi.  I,  1896]. 


XX 


ELENCO  DEI  CAMBI 


Rolla  (U.  S.  A  ).  —  Bureau  of  Geology  and  Mines.  State  of 
Missouri. 

Sao  Paulo  (Brazil).  —  Museo  Paulista.  (Caixa  do  Correlo,  500). 

a).  Revista  publicada  par  H.  v.  Ihering.  [voi.  I,  1895J. 
Urbana  (U.  S.  A.).  —  University  of  Illinois. 

a)  Illinois  State  geological  Survey.  Bulletin  fn.°  9,  1908I. 
Washington  (U.  S.  A.)  —  United  States  Geological  Survey. 

a) .  Bulletin  fn°  34,  1883]. 

b) .  Annual  reports  fsixth  ann.  184]. 
c’)  Monographs  [voi.  I,  1882]. 

d) .  Minerai  resources  anno  1886. 

e) .  Water-Supply  and  Irrigation  papér  n.°  65,  1902. 

f) .  Professional  paper  n.°  1,  1902. 

Wisconsin  (U.  S.  A.).  —  University  of  Wisconsin. 

a).  Bulletin  -  Science  series  -  voi.  I,  1894. 

Asia. 

Calcutta  (Britisch  Indien).  —  Geological  Survey  of  India. 

a) .  Memoirs  [voi.  IV,  1865]. 

b) .  Palaeontologia  indica  [ser.  ia,  voi  l|. 

c ) .  Records  [voi.  I|. 

d) .  Pubblicazioni  diverse. 

Tokio  (Japàn).  —  Geological  Society. 

a).  The  Journal  [voi.  Vili,  1901J. 
id  —  College  of  Science  Imperiai  University, 
a)  The  Journal  [voi.  XVI,  1901 1. 

Australia. 

Melbourne  (Victoria).  —  Australasian  Institute  of  Mining  En- 
gineers. 

a) .  Transactions  |vol.  IV,  1 897 1. 

b) .  Proceedings  [anno  1898]. 

id.  —  Royal  Society  of  Victoria. 

a) .  Transactions  [voi.  I.  1 888 1. 

b) .  Proceedings  [voi  1,  n.  s.,  1889). 

Sydney  (New  South  Wales).  —  Geological  Survey  of  New  South 
Wales. 

a) .  Records  [voi.  IV,  1 89 4 1. 

b) .  Memoirs  [1894] 

c) .  Annual  report  [1894I. 

d) .  Minerai  Resources  [n°  1.,  1 898 1. 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


tenuta  in  Roma  il  31  marzo  1912 


Presidenza  Lotti. 

L’adunanza  è  tenuta  alle  ore  9  nella  Sala  della  Biblioteca 
del  R.  Ufficio  geologico,  gentilmente  concessa,  per  trattare  il 
seguente  ordine  del  giorno: 

1.  Approvazione  dei  verbali  delle  adunanze  tenute  a  Lecco 
e  Milano  nel  1911. 

2.  Comunicazioni  della  Presidenza. 

3.  Ammissione  di  nuovi  soci. 

4.  Presentazione  del  bilancio  consuntivo  1911. 

5.  Discussione  del  bilancio  preventivo  per  l’anno  1912. 

6.  Elezione  dei  commissari  pel  bilancio. 

7.  Proposta  di  nomina  di  una  Commissione  incaricata  della 
revisione  e  coordinamento  del  Regolamento  per  le  pubblica¬ 
zioni. 

8.  Designazione  della  sede  per  l’adunanza  generale  estiva. 

9.  Presentazione  delle  pubblicazioni  mandate  in  omaggio 
alla  Società. 

10.  Comunicazioni  scientifiche  e  presentazioni  di  lavori  per 
l’inserzione  nel  Bollettino. 

11.  Affari  eventuali. 

Sono  presenti:  il  presidente  Lotti;  i  consiglieri  Clerici, 
Mattirolo,  Segrè  ;  il  tesoriere  Aichino  ;  l’archivista  Crema  ;  i 
soci  Baldacci,  Cermenati,  Galli,  Lattes,  Meli,  Neviani,  No¬ 
varese,  Portis,  Pullè,  Sabatini  ;  il  segretario  Verri  ;  i  sotto- 
segretari  Cerulli-Irelli,  Pi  lotti. 

Scusano  l’assenza:  il  vice-presidente  Parona;  i  consiglieri 
Colomba,  Di  Stefano;  i  soci  Bassani,  Issel,  Platani  a. 


ii 


XXII 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


Presidente.  Mi  sento  altamente  onorato  di  essere  stato 
eletto  alla  presidenza  per  quest’anno  del  nostro  illustre  sodalizio. 

Sapendo  di  non  meritare  tanto  onore  per  quel  troppo  poco 
che  ho  fatto  a  vantaggio  della  nostra  scienza,  credo  che  si  sia 
voluto  piuttosto  rendere  con  questo  atto  un  tributo  ad  un  vec¬ 
chio  socio  promotore,  o  forse  anche  ai  40  anni  che  in  questi 
giorni  appunto  si  compiono  dacché  incominciai  la  mia  carriera, 
entrando  come  geologo-operatore  nell’Ufficio  geologico. 

Ad  ogni  modo  mando  a  tutti  coloro  che  mi  onorarono  del 
loro  voto  i  miei  ringraziamenti. 

Ringrazio  poi  gl’intervenuti,  saluto  cordialmente  il  mio  pre¬ 
decessore  on.  Cermenati,  ed  apro  la  seduta  per  trattare  gli  ar¬ 
gomenti  indicati  nell’ordine  del  giorno  enunciato  nella  circolare 
del  12  marzo. 

1.  —  Approvazione  dei  verbali  delle  adunanze 
tenute  a  Lecco  e  Milano  nel  1911. 

Cermenati  presenta  una  busta  con  carte  del  resoconto  del 
Congresso  di  Lecco,  dicendo  che  sarebbe  pronto  a  leggerle,  ma 
per  tale  lettura  occorrerebbe  più  tempo  di  quanto  ne  sia  con¬ 
cesso  in  questa  seduta;  propone  quindi  che  per  tale  motivo, 
ed  anche  per  l’assenza  della  maggioranza  dei  soci  interessati, 
i  verbali  siano  sottoposti  alla  approvazione  nell’adunanza  estiva, 
alla  cui  epoca  sarà  stato  pubblicato  il  fascicolo  del  Bollettino 
che  li  contiene. 

Ricorda  che  non  sempre  neH’adunanza  invernale  si  sono  po¬ 
tuti  approvare  i  verbali  di  quella  estiva,  e  cita  per  esempio  il 
caso  che  quando  fu  tenuta  l’adunanza  del  13  marzo  1910  an¬ 
cora  non  era  stato  pubblicato  il  fascicolo  contenente  il  reso¬ 
conto  dell’adunauza  a  Palermo  e  Catania  tenuta  nel  settembre 
del  1909.  Soggiunge  che  il  ritardo  di  pubblicazione  dei  reso¬ 
conti  dipende  da  ritardi  involontari,  tra  cui  nota  la  circostanza 
che  ancora  non  gli  sono  state  rimandate  le  bozze  del  discorso 
del  Ministro  N itti. 

Sabatini  osserva  che  nella  riunione  di  Lecco  fu  approvato 
un  ordine  del  giorno  per  un  invito  ai  nostri  soci,  affinchè  de- 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


XXIII 


cidano  con  referendum  se  la  Società  geologica  debba  appoggiare 
l’Istituto  vesuviano  internazionale.  Fino  a  tutt’oggi  il  referen¬ 
dum  non  fu  fatto,  mentre  resta  altro  voto  di  plauso  e  di  ap¬ 
poggio  morale,  approvato  anche  a  Lecco  ed  all’ultimo  momento, 
un  poco  in  contradizione  col  primo,  e  del  quale  gl’interessati 
potrebbero  giovarsi,  senza  il  correttivo  che  potrebbe  venire  dal 
referendum.  Propone  perciò  che  il  medesimo  si  faccia  al  più 
presto. 

Cekmenati  risponde  sperare  che  dentro  l’aprile  i  verbali  pos¬ 
sano  essere  pronti,  e  quindi  nel  prossimo  fascicolo  sarà  inclusa 
anche  la  proposta  del  referendum. 

Sabatini  si  dichiara  soddisfatto. 

L’Assemblea  rimanda  l’approvazione  dei  verbali  dell’adu¬ 
nanza  di  Lecco  alla  riunione  estiva. 

2.  —  Comunicazioni  della  Presidenza. 

Presidente.  Annunzio  con  sentito  dolore  la  perdita  dei  soci 
Bonetti,  Forma,  Spezia,  Statuti,  la  commemorazione  dei  quali 
sarà  fatta  nell’adunanza  estiva.  Il  professore  sacerdote  Filippo 
Bonetti  era  socio  fino  dal  1885,  e  della  sua  commemorazione 
si  incarica  il  socio  Clerici  ;  pel  dottore  Forma,  tecnico  del 
R.  Museo  geologico  di  Torino,  il  socio  Dervieux  ha  già  man¬ 
data  la  necrologia.  Il  prof.  Spezia,  il  quale  per  voto  dell’as¬ 
semblea  era  stato  eletto  vice-Presidente  della  Società,  sarà  do¬ 
verosamente  commemorato  dal  socio  Colomba.  Chi  non  ha  co¬ 
nosciuto  l’ing.  Statuti,  decano  della  nostra  Società,  nostro  Te¬ 
soriere  per  tant’anni,  e  nell’adunanza  di  Lecco  nominato  Con¬ 
sigliere,  sempre  presente  a  tutti  i  nostri  congressi?  Ai  suoi  fu¬ 
nerali  la  Società  fu  rappresentata  da  me,  allora  vice-Presidente, 
e  dall’Archivista  Crema;  il  socio  Neviani,  amico  intimo  del  de¬ 
funto,  ne  commemorerà  affettuosamente  la  memoria. 

Presidente  partecipa  che  l’ing.  Zezi  ha  rassegnate  le  di¬ 
missioni  da  socio.  Nota  che  l’ing.  Zezi  è  uno  dei  pochi  super- 


XXIV 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


stiti  tra  i  fondatori  della  Società,  a  vantaggio  della  quale  ha 
sempre  prestato  la  opera  sua. 

L’Assemblea  invita  il  Presidente  a  fare  presso  il  socio  Zezi 
le  maggiori  insistenze  perchè  ritiri  le  dimissioni,  e  gli  esprima 
il  vivo  rammarico  che  proverebbero  i  colleglli  qualora  egli  per¬ 
sistesse  nel  mantenerle. 

Presidente  partecipa  che  la  Società  botanica  italiana,  avente 
sede  a  Firenze,  invitò  la  Società  geologica  ad  unirsi  nel  movi¬ 
mento  per  la  protezione  dei  monumenti  naturali,  riservandosi 
di  prendere  accordi  per  un  Congresso  dei  rappresentanti  le  As¬ 
sociazioni  che  abbiano  aderito.  La  Presidenza  rispose  associan¬ 
dosi,  e  dichiarando  che  restava  in  attesa  di  conoscere  il  tempo 
ed  il  luogo  del  Congresso  per  delegare  il  proprio  rappresen¬ 
tante. 

Presidente  partecipa  che,  conforme  alla  deliberazione  del¬ 
l’adunanza  estiva,  il  Consiglio  ha  stipulato  il  nuovo  contratto 
per  la  stampa.  Il  prezzo  del  foglio  da  L.  47  è  salito  a  L.  55.  Le 
tariffe  dei  compensi  sono  regolate  in  modo  da  semplificare  la  con¬ 
tabilità.  Le  diverse  condizioni  che  interessano  direttamente  i  soci 
saranno  pubblicate  insieme  al  Regolamento  per  le  pubblicazioni, 
per  la  cui  revisione  è  proposta  la  nomina  di  una  Commissione 
nel  n.  7  dell’ordine  del  giorno. 

Presidente  partecipa  che  il  Consiglio,  nella  riunione  del  17  de- 
cembre,  riconfermò  ad  unanimità  e  con  plauso  l’ing.  Aichino  nel¬ 
l’ufficio  di  Tesoriere. 

L’Assemblea  applaude. 

Presidente  partecipa  che  il  Consiglio,  nell’adunanza  predetta, 
deliberò  di  accogliere  la  domanda  avanzata  dal  Comitato  pro¬ 
vinciale  romano  per  contributo  di  sussidio  alle  famiglie  dei 
morti  e  feriti  in  Tripolitania,  ed  autorizzò  la  Presidenza  a 
contribuire  con  L.  100  prelevate  dal  cap.  8  del  bilancio  pre¬ 
ventivo,  non  ritenendo  che  fosse  il  caso  di  aprire  sottoscrizioni 
tra  i  soci. 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


XXV 


Presidente  partecipa  che  il  Consiglio,  nella  stessa  adunanza, 
deliberò  di  accogliere  in  massima  una  domanda  di  Justus  Per- 
thes ,  chiedente  la  inclusione  nel  Bollettino  di  un  prospetto  di 
pubblicazioni  geografiche.  Rimise  alla  Presidenza  di  studiarne 
le  modalità  e  vedere  se  niun  inconveniente  si  opponga  a  che 
sia  introdotto  tale  prospetto.  A  suo  tempo  la  Presidenza  riferirà 
in  riguardo. 

Presidente  partecipa  che  il  Presidente  del  1911  presentò 
al  Consiglio,  nella  riunione  suindicata,  proposta  di  pubblicare 
150  copie  di  un  volume  speciale,  contenente  gli  atti  del  XXX0 
Congresso  e  le  comunicazioni  scientifiche  in  esso  presentate  : 
volume  da  dedicare  alla  memoria  di  A.  Stoppani. 

Interpellato  dai  Consiglieri  il  Segretario  sulla  situazione 
delle  spese,  egli  dichiarava  essere  impossibile  che  la  stampa 
del  Bollettino,  per  se  sola,  potesse  essere  contenuta  nel  limite 
del  cap.  1°  del  bilancio  preventivo.  Avendo  il  Presidente  assi¬ 
curato  che  per  la  stampa  del  volume  si  sarebbero  avuti  sussidi 
speciali  dai  Ministri  di  Agricoltura  e  deH’Istruzioue,  il  Consiglio 
approvò  la  proposta  pubblicazione,  riducendo  però  la  tiratura 
del  volume  a  copie  100. 

Presidente  partecipa  che  compiuta  la  stampa  del  fase.  3° 
del  Bollettino,  e  così  calcolato  con  abbastanza  giustezza  il  di¬ 
savanzo  preannunciato  nella  stampa,  fu  convocato  l’il  febbraio 
il  Consiglio  per  deliberare  sul  modo  come  provvedere  ai  paga¬ 
menti  per  ultimare  il  volume  XXX,  e  per  la  pubblicazione  del 
volume  in  memoria  dello  Stoppani. 

Un  provvedimento  era  indispensabile  ed  urgente,  perchè 
non  trattatasi  di  sole  memorie  da  potersi  rimettere  ad  altro 
esercizio,  ma  della  stampa  di  un  fascicolo  che  doveva  conte¬ 
nere  gli  Atti  dell’adunanza  estiva,  e  l’indice  generale  del 
volume. 

Non  era  possibile  di  stabilire  un  calcolo  di  quanto  sarebbe 
asceso  il  disavanzo,  perchè  mancavano  i  resoconti  del  Congresso 
estivo,  costituenti  la  parte  principale  del  fase.  4°  ;  però  —  in  base 
a  dichiarazione  dell’ex-Presidente  Cermeuati  che  la  stampa  dei 
resoconti  avrebbe  importato  non  molti  fogli  e  solo  poche  illu- 


XXVI 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


strazioni;  che  per  colmare  il  disavanzo  si  poteva  contare  sui 
sussidi  che  sarebbero  dati  dai  Ministeri  dell’ Agricoltura  e  della 
Istruzione  —  il  Consiglio  deliberò  che  le  spese  di  stampa,  pel 
fase.  4°  e  pel  volume  speciale,  fossero  sostenute  coi  fondi  del 
bilancio  per  la  stampa  del  Bollettino  1912;  che  però  nelle  en¬ 
trate  fosse  inscritto  un  sussidio  straordinario  di  L.  1500,  che 
l’ex-Presidente  promise  d’interessarsi  affinchè  fosse  accordato 
dal  Ministero  di  Agricoltura,  e  che  sembrò  sufficiente  qualora  la 
stampa  dei  Resoconti  fosse  contenuta  nei  limiti  come  era  stato 
avvertito. 

Partecipa  che  il  sussidio  è  stato  accordato. 

Cermenati  presenta  la  lettera,  colla  quale  il  Ministro  gli 
comunica  che,  aderendo  di  buon  grado  al  desiderio  da  esso  ma¬ 
nifestatogli,  ha  disposto  che  sia  concesso  alla  Società  Geologica 
Italiana  un  sussidio  di  1500  lire. 

Soggiunge:  al  principio  del  1911  vi  feci  avere  500  lire,  con 
queste  sono  2000. 

Presidente  partecipa  che  il  Consiglio,  nell’adunanza  del  30 
marzo,  ha  confermato  nell’ufficio  di  vice-Segretario  il  socio  Ce  - 
rulli-Irelli,  ed  ha  eletto  a  vice-Segretario  il  socio  Pilotti. 

3.  —  Ammissione  di  nuovi  soci. 

Segretario  legge  le  proposte  per  ammissione  di  nuovi  soci: 

1.  Geologisch-palaeontologisches  Institut  der  Universitaet 
Bonn,  proposto  dai  soci  Lotti  e  Salomon. 

2.  Terziani  Fausto,  ad  Ascoli  Piceno,  proposto  dai  soci  Lotti 
e  Verri. 

3.  Francick  dott.  Luigi,  a  Settimo  di  Valpolicella,  proposto 
dai  soci  Marconi  e  Z amara. 

4.  Audisio  di  Somma  cav.  Federico,  a  Torino,  proposto  dai 
soci  Roccati  e  Sacco. 

5.  Crida  Ugo,  direttore  delle  miniere  della  Società  «  Abun- 
dantia  »  a  Massa  Marittima,  proposto  dai  soci  Lotti  e  No¬ 
varese. 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


XXVI I 


6.  Società  boracifera  di  Larderello,  a  Firenze,  proposta 
dai  soci  Lotti  e  Verri. 

7.  Azzi  dott.  Girolamo,  a  Roma,  proposto  dai  soci  Aichino 
e  Novarese. 

L’Assemblea  approva. 

4-5.  —  Bilanci  sociali. 

Presidente  annunzia  di  aver  ricevuto  questa  interpellanza1: 

25  marzo  1912. 

On.  Presidente  della  S.  G.  I., 

Il  sottoscritto  chiede  d'interpellare  l’Assemblea  se  l’ammissione  di 
alcune  memorie  nel  Bollettino  1911,  la  mancanza  dei  verbali  dell’adu¬ 
nanza  estiva  dell’anno  stesso  rispondano  al  dovere  di  osservare  le  dispo¬ 
sizioni  che  regolano  la  Società  Geologica  Italiana. 

Chiede  di  svolgere  questa  interpellanza  prima  della  discussione  dei 
bilanci,  e,  poiché  interessa  la  presidenza  del  prof.  Cermenati,  prega  la 
S.  V.  di  volergliela  comunicare. 

Il  socio  A.  Verri. 

Verri  legge  l’interpellanza,  della  quale  si  riportano  i  passi 
che  interessano  sostanzialmente  l’andamento  della  Società. 

«  Poiché  la  pubblicazione  del  resoconto  dell’adunanza  estiva 
1911  è  prorogata,  manca  la  base  per  vedere  se  e  quanto  siano 
osservate,  in  riguardo  alla  redazione  dei  verbali,  le  prescrizioni 
poste  nella  prima  parte  dell’art.  4  del  Regolamento  per  le  pub¬ 
blicazioni. 

1  II  nesso  logico  tra  i  soggetti  rendeva  impossibile  presentare  intel¬ 
ligibilmente  la  discussione  sulla  stampa  del  4°  fase.,  voi.  XXX,  assotti¬ 
gliando  troppo  lo  svolgimento  di  questa  interpellanza.  L’interpellanza  è 
ridotta  a  sunto,  conforme  ad  avvisi  manifestati  nell’Assemblea,  ma  è  un 
sunto  di  ragioni  non  di  sole  conclusioni:  per  la  fedeltà  rigorosa  il  sunto 
è  composto  di  passi  stralciati  dal  testo,  che  fu  depositato  in  Archivio.  Il 
sunto  delle  conclusioni  approvato  dall’Assemblea  è  trascritto  al  suo  posto. 

Scrisse  Polibio  nessuna  via  essere  più  facile  agli  uomini  ad  insegna¬ 
mento  della  vita,  guanto  la  conoscenza  delle  cose  fatte  nel  passato  :  la  cono¬ 
scenza  non  può  essere  giusta,  se  i  verbali  non  dicono  matematicamente 
i  fatti  come  sono  successi. 


XXVIII 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


»  La  seconda  parte  dell’articolo  dice:  I  titoli  delle  memorie 
non  verranno  inseriti  nei  verbali,  se  al  momento  della  stampa 
di  questi  non  sarà  pervenuto  alla  Segreteria  il  relativo  mano¬ 
scritto.  La  processione  dei  manoscritti  relativi  a  titoli  annun¬ 
ciati  al  XXX0  Congresso  dura  dal  settembre  al  marzo;  però 
non  c’è  dubbio  circa  l’essere  in  regola  colla  lettera  della  legge, 
perchè  il  momento  della  stampa  dei  verbali  ancora  è  di  là  da 
venire. 

»  Il  Consiglio,  nella  seduta  del  li  8  aprile,  considerato  l’in¬ 
caglio  che  reca  alla  compilazione  del  bilancio  consuntivo  l’accet- 
tamento  di  manoscritti  consegnati  molto  dopo  l’adunanza  estiva, 
deliberò  che  le  memorie  presentate  un  mese  dopo  fossero  inse¬ 
rite  nel  Bollettino  1912;  attenendosi  in  ciò  alla  facoltà  posta 
nell’articolo  5  del  Regolamento.  Il  Bollettino  1911  dovrà  con¬ 
tenere  memorie  mandate  anche  5  e  6  mesi  dopo  il  Congresso: 
ma  questo  non  ha  recato  ritardo  alla  presentazione  del  consun¬ 
tivo  1911;  siamo  riusciti  a  chiudere  i  conti  senza  bisogno  di 
aspettare  la  chiusura  del  volume. 

»  Il  Consiglio,  nella  seduta  del  17  decembre,  modificando 
la  deliberazione  delli  8  aprile,  prorogò  a  tutto  il  decembre  la 
accettazione  dei  manoscritti  pel  Bollettino  1911.  Questa  delibera¬ 
zione  avrebbe  escluso  dal  Bollettino  varie  memorie,  dei  cui  titoli 
era  stato  sollecitato  l’annunzio  al  Congresso,  con  libertà  agli 
autori  di  mandare  a  comodo  il  manoscritto;  il  Presidente  perciò 
non  la  credè  meritevole  di  considerazione,  ed  il  Bollettino  dovrà 
contenere  anche  memorie  i  cui  manoscritti  sono  stati  trasmessi 
sino  ai  primi  di  marzo,  ed  altre  se  ne  venissero  ancora. 


»  L’ammissione  dei  frutti  maturati  per  forza,  aggiuntevi  le 
memorie  venute  negl’intervalli,  le  quali,  in  osservanza  all’arti¬ 
colo  3  del  Regolamento,  bisogna  includere  a  meno  di  falsificarne 
le  date  di  arrivo,  vuol  dire  aggravio  di  quasi  800  lire  nella 
spesa  di  stampa  del  Bollettino  1911. 

»  Domando  se  ai  Presidenti  sono  concesse  facoltà  tali  ;  nel 
caso  affermativo  chiedo,  a  titolo  di  pura  curiosità,  perchè  e  per 
chi  stanno  nel  Regolamento  certi  articoli,  e  qual  valore  si  debba 
dare  alle  deliberazioni  del  Consiglio;  chiedo,  se  una  Società 
possa  lasciar  prendere  in  burla  le  leggi  da  essa  costituite,  senza 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


XXIX 


cadere  nel  ridicolo.  E  poiché  casi  simili  potrebbero  non  si  sa 
mai  ripetersi,  chiedo  che  si  affermi  come  debba  contenersi  il 
Segretario . 


»  Non  ci  sono  nel  Regolamento  disposizioni  tassative  circa 
il  tempo  nel  quale  deve  essere  fatta  la  pubblicazione  dei  ver¬ 
bali  delle  Assemblee;  dallo  scopo  di  questi  atti,  nella  vita  scienti¬ 
fica  ed  amministrativa,  il  buon  senso  più  elementare  deduce 
che  la  pubblicazione  ne  debba  precedere  l’Assemblea  susseguente. 
Passato  più  che  mezz’anno  dall’adunanza  estiva  a  questa,  sap¬ 
piamo  solo  qualche  cosa  di  quell’adunanza  per  aver  inteso  dire; 
gli  studiosi  hanno  potuto  conoscere  i  temi  dei  premi  Molon, 
perchè  mi  venne  pensato  di  segnarli  nella  copertina  del  3"  fa¬ 
scicolo,  supponendo  che  siano  stati  approvati  quelli  proposti  dalla 
Commissione.  La  responsabilità  della  mancanza  dei  verbali  cade 
particolarmente  sul  Segretario,  e  quindi  bisogna  dica  come  stanno 
le  cose. 

»  Resomi  impossibile  d’intervenire  alla  adunanza  estiva,  il 
4  settembre  mandai  al  Presidente  le  carte  della  parte  ammi¬ 
nistrativa,  preparate  in  maniera  che  bastasse  segnare  foglio  per 
foglio  i  risultati.  Poiché  per  la  parte  scientifica  bastava  farsi 
consegnare  le  comunicazioni,  come  stabilisce  l’articolo  4  del 
Regolamento;  poiché  per  la  parte  sportiva  i  Comitati,  diretti 
dal  Segretario  generale  del  Comitato  per  il  Congresso,  avreb¬ 
bero  curato  di  dare  le  relazioni,  pensai  che  si  sarebbe  poi  po¬ 
tuto  riassumere  speditamente  il  resoconto  complessivo.  Nella 
lettera  mi  estesi  in  avvertenze  e  raccomandazioni  sul  modo  di 
curare  la  parte  scientifica,  tanto  che  temendo  di  avere  ecceduto 
soggiunsi  :  vogliano  scusare  se  insisto  su  questi  punti,  che  con¬ 
sidero  di  molta  importanza  ad  evitare  imbarazzi  nella  compo¬ 
sizione  del  Bollettino. 

»  Ritornato  a  Roma  il  6  novembre,  m’occupai  subito  di  or¬ 
dinare  e  consegnare  alla  Tipografia  i  manoscritti  delle  memorie  ; 
il  giorno  13,  scrivendo  al  Presidente,  per  rappresentargli  la  ne¬ 
cessità  di  sollecitare  la  pubblicazione  del  Bollettino  atteso  la 
scadenza  del  contratto  per  la  stampa,  soggiungeva:  procurerò 
di  abbozzare  i  verbali  delle  riunioni  del  Congresso,  che  poi  le 
trasmetterò  per  colmarne  le  lacune. 


XXX 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


»  Postomi  ad  ordinare  le  carte  ricevute  pel  resoconto,  dovei 
persuadermi  che  solo  con  quei  pochi  appunti  insignificanti  per¬ 
deva  tempo  inutilmente,  e,  stante  la  necessità  di  sollecitare  la 
stampa,  il  17  novembre  mandai  quelle  carte  al  Presidente  scri¬ 
vendogli  :  è  impossibile  da  parte  mia  abbozzare  anche  un  sem¬ 
plice  schema  di  resoconto  sugli  appunti  che  ho  ricevuto.  Perciò 
glieli  rimetto,  perchè  sarà  più  facile  con  questi  redigerlo  ai 
Segretari  che  furono  presenti. 

»  Il  14  febbraio  fu  consegnato  alla  Segreteria  un  fascio  di 
carte  comprendenti  circolari,  elenchi  e  simili  ;  tra  il  14  febbraio 
ed  il  1°  marzo  furono  consegnati  manoscritti  con  resoconti  della 
la,  lla,  IIIa  e  metà  della  IVa  giornata  del  Congresso.  Prima 
di  questi  erano  stati  consegnati  separatamente  i  discorsi  del 
Taramelli,  del  Capellini,  del  Presidente,  del  Ministro  d’Agri- 
coltura.  Più  niente  in  tutto  marzo. 

»  Curato  che  la  composizione  della  stampa  di  queste  frazioni 
del  resoconto  procedesse  sollecita,  ed  altrettanto  sollecita  fosse 
la  trasmissione  delle  bozze  per  la  correzione,  dal  15  marzo  ci 
troviamo  con  una  ventina  di  fogli  di  stampa  impegnata  nelle 
bozze  in  colonna,  la  quale  dal  2  marzo  tento  senza  profitto  di¬ 
sincagliare.  La  Tipografia  è  costretta  a  sospendere  la  composi¬ 
zione,  eccedendo  la  stampa  impegnata  il  quantitativo  dei  ca¬ 
ratteri  che  ha  l’obbligo  di  tenere  a  disposizione  della  Società; 
il  ristagno  porta  anche  la  conseguenza  che  la  Tipografia  è  in 
diritto  di  applicare  multe.  L’ex  Presidente  deve  ricordarsi  di 
avere  avuto  due  avvisi  in  riguardo,  uno  il  2  marzo  l’altro  il  15. 
Intanto  che  ci  sta  addosso  la  pesantezza  oppressante  di  quel 
resoconto,  non  può  avviarsi,  per  deficienza  di  caratteri,  la  com¬ 
posizione  del  Bollettino  1912,  e  questo  serva  di  avviso  ai  pre¬ 
sentatori  di  memorie,  affinchè  non  si  lamentino  del  ritardo  nella 
pubblicazione. 


»  La  situazione  finanziaria  logicamente  è  l’esponente  di  certe 
situazioni  morali.  Nella  vita  della  Società  questo  è  il  terzo  di¬ 
savanzo  tra  le  entrate  e  le  spese  per  la  stampa  del  Bollettino. 
Il  primo  disavanzo  fu  di  L.  1357,  nel  1885;  il  secondo  fu  di 
L.  2914,  tra  il  1891  ed  il  1892.  Si  capisce  facilmente  il  primo 
avvenuto  nell’infanzia  della  Società;  si  spiega  il  secondo  leg- 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


XXXI 


gendo  che  nel  1892  il  Tesoriere  dichiarava  che  da  due  anni 
non  poteva  presentare  i  bilanci  perchè  non  riceveva  i  conti. 

»  La  tabella  Passivo  del  bilancio  consuntivo,  confrontata 
col  preventivo  1911,  mostra  come  è  avvenuto  il  disavanzo  tra 
le  spese  preventivate  e  quelle  fatte.  Una  vendita  eccezionale 
di  volumi  arretrati  del  Bollettino,  il  rigore  negli  addebiti  agli 
Autori  —  rigore  in  contrasto  col  mio  sentimento  —  hanno  evi¬ 
tato  che  il  consuntivo  si  presentasse  con  eccedenza  passiva,  an¬ 
corché  fermato  alla  spesa  di  stampa  del  fascicolo  3°.  Tengo  a 
fissare  il  dato  che  il  disavanzo  nella  stampa  non  venne  all’im¬ 
pensata:  il  Presidente  ne  era  stato  preavvisato  in  lettera  del  15 
novembre. 

»  Le  tabelle  del  bilancio  preventivo  del  1912  espongono 
come  il  Consiglio  nella  seduta  del  li  11  febbraio  deliberò  l’as¬ 
sestamento,  onde  assicurare  la  produzione  scientifica  del  1912. 
Nell’entrata  decise  inscrivere  un  sussidio  straordinario  di  L.  1500, 
in  base  alla  dichiarazione  dell’ex  Presidente  che  il  resoconto 
avrebbe  importato  non  molti  fogli  di  stampa  e  poche  illustra¬ 
zioni;  ed  atteso  la  di  lui  promessa  d’interessarsi  per  la  conces¬ 
sione  di  tale  sussidio. 

•  « 

» . Og'g*  hi  situazione  finanziaria  è  questa:  la  stampa 

del  fascicolo  4°  del  Bollettino  1911  e  del  volume  speciale  in 
memoria  dello  Stoppani,  in  base  alle  composizioni  fatte  importa 
L.  2600:  non  si  può  precisare  quanto  costerà  la  stampa  di  quella 
parte  del  resoconto,  della  quale  ancora  manca  il  manoscritto; 
supposto  che  bastino  altri  10  fogli,  la  stampa  salirà  a  circa 
3300  lire.  Credo  che  questa  cifra  rappresenti  un  minimo  piut¬ 
tosto  che  un  massimo;  così  per  la  stampa  del  Bollettino  1912 
rimarrebbero  circa  un  migliaio  di  lire,  sufficienti  appena  per  un 
volume  di  250  pagine:  ben  inteso  purché  il  Ministero  di  Agri¬ 
coltura  conceda  anche  quest’anno  il  sussidio  ordinario  di  500  lire, 
portato  nelle  entrate  del  bilancio  preventivo:  diversamente  bi¬ 
sognerebbe  contentarci  di  pubblicare  l’elenco  dei  soci. 

»  Da  quel  che  ho  detto  indietro  non  può  avviarsi  la  com¬ 
posizione  del  Bollettino  1912  per  mancanza  di  caratteri;  da 
quel  che  dico  adesso  non  gli  si  potrà  dare  decente  estensione 
per  mancanza  di  denaro.  Vero  è  che  in  compenso  il  volume  XXX0 


XXXII 


RESOCONTO  DELL'ADUNANZA 


avrà  resoconto  d’un  500  pagine;  mentre  nei  precedenti  il  reso¬ 
conto  arriva  al  massimo  a  178  pagine,  nei  più  restò  sotto  le 
100  e  dimenticarono  l’autoincensatura. 

»  Si  dirà  che  possiamo  fare  assegnamento  su  altro  sussidio 
straordinario  del  Ministero  di  Agricoltura,  su  un  sussidio  spe¬ 
rabile  del  Ministero  della  Istruzione.  Mosso  da  alti  ideali  pro¬ 
pugnai  8  anni  fa,  nella  mia  Presidenza,  che  nelle  spese  del 
Bollettino  della  S.  G.  I.  contribuiscano  i  Ministeri,  i  quali  trag¬ 
gono  profitto  dagli  studi  di  volontari  che  si  assoggettano  a  fa¬ 
tiche  e  spese  per  illustrare  la  nostra  terra;  che  vi  contribui¬ 
scano  sopratutto  per  rincoraggiamento  morale  a  studi,  dei  quali 
per  esperienza  personale  apprezzo  altamente  l’importanza.  Ma 
il  pitoccare  elemosine  su  elemosine  sul  denaro  pubblico,  per 
colmare  disavanzi  cosi  generati,  è  cosa  che  mi  ripugna  profon¬ 
damente,  perchè  la  trovo  sconvenevole  alla  nobiltà  della  scienza, 
e  porta  diritto  al  servilismo.  Tale  è  il  mio  sentimento  :  non  ho 
pretesa  alcuna  che  altri  lo  divida;  anzi,  colla  serenità  con 
che  lo  affermo,  ne  ascolterò  se  viene  la  disapprovazione:  mi  basta 
che  la  Società  sappia  come  penso,  per  la  non  lontana  necro¬ 
logia. 

»  Risponderò  categoricamente  alle  domande  di  dati  che  fos¬ 
sero  fatte,  ma  non  replicherò  alle  ragioni  che  siano  opposte  : 
non  per  spregio  verso  gli  oppositori,  ma  affinchè  la  materia  sia 
discussa  con  elevatezza  ed  ordine.  Di  ogni  rapporto  avuto  col¬ 
l’ex  Presidente  esistono  documenti  scritti,  chiuuque  può  accer¬ 
tare  se  sia  vero  quel  che  ho  detto  e  quel  che  egli  vorrà  dire. 
Prego  chi  crederà  parlare  in  riguardo  di  consegnare  scritte 
—  conforme  al  disposto  dell’art.  4  del  Regolamento  per  le  pub¬ 
blicazioni  —  le  osservazioni  che  desideri  siano  riportate  testual¬ 
mente  ;  prego  il  vice-Segretario  di  prendere  appunti  colla  mag¬ 
gior  cura,  acciocché  gli  assenti  possano  giudicare  con  conoscenza 
esatta  delle  cose.  Atteso  la  delicatezza  della  posizione,  consegno 
all’Archivista  la  copia  che  ho  letta  della  esposizione,  acciò 
chiunque  a  suo  tempo  possa  riscontrarla  colla  stampa  ». 

Cermenati.  Per  una  frase  aspra,  condizionata  al  se  certa 
richiesta  di  fogli  stampati  del  4°  fascicolo  avesse  avuto  scopo 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


XXX11I 


di  controllo  volgare,  ha  interrotto  protestando  veementemente; 
non  ha  manifestato  il  motivo  di  quella  richiesta. 

Finita  la  lettura  dell’interpellanza,  dichiara  che  non  rispon¬ 
derà  alle  parole  offensive,  ma  pel  rispetto  che  professa  verso  l’As¬ 
semblea  darà  spiegazioni. 

Circa  la  deliberazione  del  Consiglio  17  decembre  1911,  dice 
che  ad  arte  le  si  è  dato  un  carattere  tassativo. 

Circa  la  pubblicazione  degli  Atti  non  ci  sono  nel  Regola- 
mento  disposizioni  tassative.  Non  sempre  al  tempo  dell’adunanza 
primaverile  si  sono  avuti  pubblicati  i  verbali  di  quella  estiva, 
e  tanto  accadde  nell’adunanza  primaverile  del  1910  :  si  trova 
dunque  in  buona  compagnia  coll’amico  Di  Stefano.  Mancatogli 
il  Segretario  della  Società,  per  i  resoconti  ha  dovuto  ricorrere 
all’aiuto  di  buoni  amici,  e  si  capisce  che  ci  debba  essere  per¬ 
dita  di  tempo  nel  trasmettere  ai  compilatori  le  bozze  per  le 
correzioni.  La  mancanza  dei  resoconti  dipende  dunque  da  ri¬ 
tardi  involontari;  far  colpa  a  lui  del  ritardo  nella  presenta¬ 
zione  degli  Atti,  quando  il  ritardo  non  dipende  da  lui,  non  pare 
giusto. 

Ha  parlato  coi  tipografo  per  provvedere  al  licenziamento 
sollecito  delle  bozze;  del  resto  non  è  il  caso  di  far  tanto  ru¬ 
more  sul  ritardo  che  ne  viene  alla  stampa  del  volume  succes¬ 
sivo,  perchè  l’inconveniente  della  pubblicazione  tardiva  del  1°  fa¬ 
scicolo  del  Bollettino  si  è  verificato  altre  volte.  Per  la  sua  na¬ 
tura  la  pubblicazione  del  Bollettino  della  Società  geologica  non 
può  farsi  con  regolarità. 

Circa  l’ammissione  delle  memorie,  il  Presidente  è  l’arbitro 
delle  pubblicazioni:  l’articolo  3  del  Regolamento  generale,  tra 
le  attribuzioni  del  Presidente,  stabilisce  che  «  Appone  il  visto 
alle  provedi  stampa  prima  di  licenziarle  per  la  pubblicazione  ». 
Poiché  nell’art.  13  del  Regolamento  per  le  pubblicazioni  è  detto 
che  «  Il  visto  per  la  stampa  sarà  fatto  dal  Presidente,  o  dal 
Segretario  purché  questi  ne  sia  appositamente  delegato  »,  esso 
incaricò  il  Segretario  di  porre  il  visto  per  la  stampa  alle  me¬ 
morie  che  sarebbero  presentate,  e  persino  gli  firmò  in  bianco 
i  mandati  di  pagamento.  Non  fu  corretto  che  il  Segretario 
usasse  di  quella  facoltà  per  inserire  nel  Bollettino,  senza  pre- 


XXXIV 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


sentarla  al  visto  del  Presidente,  una  conferenza  tenuta  alla  So¬ 
cietà  degl’ingegneri  l. 

Circa  l’eccedenza  nelle  spese  di  stampa  dice  che  il  bilancio 
preventivo  non  deve  limitare  il  consuntivo.  La  Società  non  ha 
lo  scopo  di  fare  economie:  se  in  alcuni  anni  risultano  risparmi 
da  impinguare  un  fondo  di  riserva,  questo  deve  poter  soppe¬ 
rire  alle  maggiori  spese  negli  anni  in  cui  la  produzione  è  mag¬ 
giore.  Se  nel  1911  la  produzione  scientifica  della  Società  ha 
superato  molto  quella  degli  altri  anni,  non  gli  pare  che  questo 
costituisca  una  colpa  pel  Presidente.  Si  meraviglia  che  si  parli 
di  disavanzo  quando  dagli  specchi  presentati  rilevasi  che 
nel  consuntivo  del  1911  c’è  stato  un  sopravanzo  di  più  che 
400  lire  nelle  entrate.  Non  crede  che  la  spesa  pel  fascicolo  4° 
sia  tanta  quanto  è  stato  affermato  :  quando  anche  lo  fosse,  egli 
s’impegna  di  trovare  i  mezzi  per  coprirla.  La  Società  per  opera 
sua  ebbe  al  principio  dell’anno  un  sussidio  di  500  lire,  ora  ne 
ha  avuto  un  altro  di  1500;  cercherà  di  avere  un  sussidio  anche 
dal  Ministero  dell’Istruzione,  ma  per  dimandarlo  bisogna  aspet¬ 
tare  che  sia  ultimata  la  pubblicazione  del  volume  dedicato  allo 
Stoppani.  Anche  su  questo  punto  si  trova  in  buona  compagnia, 
perchè  non  è  la  prima  volta  che  si  è  verificato  disavanzo  ; 
però  questa  volta  c’è  il  Presidente  che  pensa  a  trovare  i  denari 
per  colmarlo.  Fa  notare  che  pel  Congresso  di  settembre,  pur 
costato  molto  denaro,  non  è  stato  toccato  niente  il  bilancio  sociale. 

Chiede  che  la  Società  giudichi  liberamente  sul  suo  ope¬ 
rato  di  Presidente,  emettendo  un  voto  chiaro  ed  esplicito;  al 
quale  farà  omaggio  colla  deferenza  che  gli  è  consueta. 

Presidente  dice  che,  sentite  le  ragioni  esposte  dal  Verri, 
e  le  risposte  date  dal  Cermenati,  egli  ritiene  che  la  questione 
dovrebbe  considerarsi  chiusa,  e  non  ci  sarebbe  motivo  di  venire 
ad  un  voto. 

Latte s.  L’ex  Presidente  Cermenati  merita  un  voto  di  plauso 
per  quanto  ha  fatto  a  favore  della  Società.  Per  l’interpellanza 
propone  l’ordine  del  giorno  puro  e  semplice. 


1  Origine  e  trasformazioni  delia  campagna  di  Roma.  Boll.,  voi.  XXX. 


RESOCONTO  DELL'ADUNANZA 


XXXV 


Verri  risponde  che  se  con  questo  ordine  s’intende  di  sep¬ 
pellire  la  discussione  nell’Assemblea,  egli  la  solleverà  nella  So¬ 
cietà  inviando  ai  soci  l’interpellanza. 

Sabatini  osserva  che  bisogna  tener  conto  della  entità  del 
Congresso  di  Lecco,  e  bisogna  ricordare  quello  che  ha  costato 
al  Presidente  Cermenati;  quindi  se  anche  il  Presidente  ha  sor¬ 
passato  i  limiti  del  bilancio,  si  può  pur  essergli  larghi  su  questo, 
come  su  qualche  inconveniente  verificatosi.  Naturalmente  l’as¬ 
senza  del  Segretario  della  Società  ha  reso  più  difficile  il  com¬ 
pito  del  Presidente;  il  vice-Segretario  Bussandri  si  prendeva 
tutte  le  cure,  ma  si  vedeva  bene  che  da  solo  non  potesse  arri¬ 
vare.  Esprime  perciò  il  voto  che  nel  verbale  non  resti  traccia 
dell’incidente  e  ne  fa  proposta  formale. 

Baldacci  fa  invito  amichevole  al  Verri  di  ritirare  la  sua 
interpellanza;  esso  pure  dovè  ritardare  la  pubblicazione  del 
1°  fascicolo  del  Bollettino  1910,  a  causa  del  ritardo  nella 
stampa  dell’ultimo  fascicolo  1909  accennato  dal  Cermenati  L 

Clerici  si  associa  ad  ogni  proposta  pacifica,  ma  se  questa 
non  si  accetta,  egli  propone  che  nel  verbale  si  mettano  solo 
in  sunto  le  ragioni  delle  due  parti. 

Varii  soci,  aderendo  all’avviso  del  Clerici,  lo  invitano  a  di¬ 
stendere  il  sunto  con  relativo  ordine  del  giorno. 

Cermenati  chiede  di  avocare  a  sè  la  direzione  della  stampa 
del  fascicolo  4°,  trattando  direttamente  colla  Tipografia.  Andato 
alla  Tipografia  ha  veduto  che,  prendendo  esso  la  direzione  della 
stampa,  la  pubblicazione  si  farebbe  con  sollecitudine. 

Verri  osserva  che  il  Cermenati  dovrebbe  appoggiare  la  sua 
domanda  col  dimostrare  che  il  servizio  della  stampa  procede 
male.  Il  registro  che  presenta,  invitando  ad  esaminarlo,  mostra 

1  Ultimo  fascicolo  1909  pubblicato  il  30  aprile  1910;  primo  fasci¬ 
colo  1910  pubblicato  il  20  giugno. 


XXXVI 


RESOCONTO  DELL'ADUNANZA 


in  qual  modo  sono  direttele  pubblicazioni;  nel  registro  si  legge 
appunto  che  dal  2  marzo  furono  trasmesse  al  Cermenati  le  prime 
bozze  delle  circolari,  manifesti,  elenchi  ed  altro,  e  che  ancora 
si  aspetta  il  ritorno  di  quelle  bozze  per  procedere  alla  impagi¬ 
natura  loro. 

Non  intende  rinunciare  al  diritto  di  libertà  piena  di  critica 
degli  atti  sociali,  ma  sa  accompagnarla  coll’adempimento  dei 
doveri  dell’Ufficio  non  certo  ambito,  ma  accettato  per  condi¬ 
scendenza  ai  desideri  dei  colleghi.  L’autorizzazione  chiesta  im¬ 
porta  deroga  alle  condizioni  del  contratto  per  la  stampa;  se 
fosse  accordata  suonerebbe  naturalmente  sfiducia  sull’operato 
del  Segretario,  al  quale  non  resterebbe  da  fare  altro  che  dimet¬ 
tersi  da  socio  L 

Cermenati  giustifica  la  domanda  col  disposto  dell’alt.  3  del 
Regolamento  generale,  perciocché  stabilisce  che  il  Presidente 
«  Appone  il  visto  alle  prove  di  stampa  prima  di  licenziarle  per 
la  pubblicazione»;  colla  responsabilità  che  ha  il  Presidente, 
come  è  dichiarato  nella  copertina.  Soggiunge  che  la  fa  pure  al 
fine  di  liberare  il  Segretario  dalla  cura  di  attendere  a  stampe 
che  contengono  il  resoconto  del  Congresso  di  Lecco. 

Portis  propone  che  sia  lasciato  al  Cermenati  il  pensare  a 
quanto  si  riferisce  alla  gestione  dell’esercizio  1911,  incarican¬ 
dolo  di  ultimare  il  Bollettino.  Intanto  il  Segretario  curerà  la 
stampa  del  1°  fascicolo  1912. 

àichino  osserva  che,  se  la  responsabilità  delle  materie  con¬ 
tenute  nel  Bollettino  può  nel  riguardo  legale  spettare  al  Pre¬ 
sidente  del  1911,  la  responsabilità  amministrativa  appartiene 
alla  Presidenza  del  1912,  sul  cui  bilancio  si  stampa  il  fasci¬ 
colo  4°,  perchè  i  fondi  dell’esercizio  1911  sono  esauriti.  Tolta 
al  Segretario  la  direzione  della  stampa,  viene  anche  la  domanda 
di  chi  si  occcuperà  della  revisione  del  conteggia  tipografico. 


1  Contratto  per  la  stampa,  art.  2  :  «  Il  Segretario  rappresenta  la  So¬ 
cietà  nei  suoi  rapporti  colla  Tipografia,  e  questa  deve  riferirsi  sempre 
a  Ini  per  ordini  e  qualsiasi  altro  riguardo  ». 


RESOCONTO  DELL'ADUNANZA 


XXXVII 


Clerici  avverte  di  essere  pronto  a  leggere  il  sunto  che  era 
stato  invitato  a  comporre. 

Verri  chiede  che,  prima  di  tale  lettura,  sia  definita  la  que¬ 
stione  sulla  direzione  della  stampa  del  fascicolo  4°. 

Crema  osserva  che  la  proposta  Cermenati,  di  avocare  a  se 
la  direzione  della  stampa  di  questo  fascicolo,  non  si  può  accet¬ 
tare  perchè  porterebbe  a  confusioni,  essendo  la  direzione  della 
stampa  cosa  molto  complessa,  e  non  consistendo  solamente  nella 
revisione  delle  bozze,  la  quale  del  resto  è  sempre  fatta  dagli 
autori.  C’è  la  cura  degli  estratti  da  inviare  agli  autori,  e  sopra¬ 
tutto  bisogna  tener  presente  la  gestione  amministrativa,  la  quale 
non  può  essere  disimpegnata  che  dal  Segretario. 

Meli  si  associa  alle  osservazioni  del  Crema. 

Verri.  Le  confusioni  sarebbero  inevitabili  essendo  in  due 
autorizzati  dalla  Società  a  dare  disposizioni  in  Tipografia,  e  ne 
ho  abbastanza  di  dibattermi  nella  tormenta  del  confusionismo. 
Non  curo  niente  di  passare  per  uomo  di  genio,  tengo  ad  essere 
uomo  d’ordine:  il  disordine  non  è  mio  elemento. 

L’Assemblea  stabilisce  che  la  direzione  della  stampa  del 
fascicolo  4°  prosegua  col  metodo  normale  L 

Clerici  legge  questo  sunto:  «Il  Segretario  illustra  tutta  la 
sua  gestione,  e  rende  conto  dello  stato  attuale  delle  pubblica¬ 
zioni,  adducendo  le  ragioni  del  ritardo  della  stampa  del  fasci¬ 
colo  4°  del  volume  1911,  il  quale  sarà  certamente  molto  volu¬ 
minoso,  facendo  notare  che  la  spesa  sorpasserà  il  preventivo 
oggi  stesso  presentato  all’Assemblea,  e  declina  ogni  responsa¬ 
bilità  sia  per  il  ritardo,  che  per  la  redazione  e  quanto  altro 
riguarda  detto  fascicolo. 

1  II  Cermenati  ha  presa  ciononostante  la  direzione  della  stampa  dei 
resoconti;  le  ultime  bozze  ne  sono  state  licenziate  l’8  luglio. 


in 


XXXVIII 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


»  Il  socio  011.  Cermenati  Presidente  nel  1911  risponde  alle 
osservazioni  fatte  dal  Segretario,  giustificando  il  ritardo,  che 
dice  non  eccessivo,  della  stampa  degli  Atti  del  Congresso  di 
Lecco,  dando  ampie  spiegazioni  sulla  spesa  per  detto  fascicolo, 
alla  quale  troverà  modo  di  sopperire  ove  ecceda  la  misura  pre¬ 
ventivata,  dichiarando  in  fine  che  assume  in  proposito  ogni  re¬ 
sponsabilità. 

»  L’Assemblea,  udite  le  dichiarazioni  del  Segretario  e  del¬ 
l’ex  Presidente,  plaudendo  all’opera  loro  indefessa  a  favore  della 
Società,  passa  all’ordine  del  giorno  ». 

L’Assemblea  approva. 

Tesoriere  Aichino,  presentando  i  bilanci,  osserva  che  essi 
non  richiedono  lunghi  commenti,  specialmente  dopo  le  note  con 
cui  furono  accompagnati  nella  circolare  del  15  marzo. 

Il  consuntivo  delle  spese  si  riferisce  ai  fascicoli  l°-3°  del 
Bollettino:  ed  occorre  solo  osservare  che  a  rialzare  sensibil¬ 
mente  il  capitolo  delle  «  spese  diverse  ed  eventuali  »  concorsero 
le  lapidi  Gemmellaro  (L.  265,40)  e  il  contributo  di  soccorso 
alle  famiglie  dei  morti  e  feriti  in  Tripolitania  (L.  100). 

Alle  entrate  figura  un  sussidio  straordinario  di  L.  2000  ac¬ 
cordato  dal  Ministero  degli  Interni  per  la  riunione  di  Lecco.  Il 
Tesoriere  osserva  che  egli  non  fece  che  riscuoterlo  e  conse¬ 
gnarlo  al  Presidente  on.  Cermenati,  il  quale  ne  dispose  sotto 
la  propria  personale  responsabilità  :  avverte  perciò  i  Commissari 
del  bilancio  che  egli  non  presenterà  che  la  ricevuta  del  presi¬ 
dente  stesso. 

Nel  preventivo  del  1912  figura  un  sussidio  straordinario  di 
L.  1500,  già  riscosso:  esso  fu  ottenuto  dall’on.  Cermenati  per 
far  fronte  alle  maggiori  spese  che  occorreranno  per  la  stampa 
del  fase.  4°  del  Bollettino  relativo  alla  riunione  di  Lecco.  L’am¬ 
montare  ne  venne  perciò  portato  integralmente  al  capitolo  1°: 
Stampa  del  Bollettino. 

In  ultimo,  il  Tesoriere  comunica  che  il  Consiglio  lo  ha  in¬ 
caricato  di  fare  nuove  sollecitazioni  a  parecchi  soci  morosi  da 
oltre  tre  anni  :  saranno  radiati  coloro  che  non  si  metteranno-in 
regola. 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


XXXIX 


Bilancio  consuntivo  deiranno  1911. 


Attivo. 

Passivo. 

1.  Tasse  sociali  .  . 

L. 

3205  — 

1.  Stampa  del  Boi- 

2.  Interessi  del  legato 

lettino  .... 

L.  3177,50 

Molon  .... 

» 

318,75 

2.  Contributo  spese 

3.  Interessi  diversi  . 

» 

960,75 

tavole  e  altre  il- 

4.  Vendita  di  Bollet- 

lustrazioni  .  . 

»  942,80 

tini . 

» 

522,50 

3.  Spese  postali  .  . . 

*  526,24 

5.  Sussidio  del  Mini- 

4.  Spese  di  cancel- 

stero  di  Agric. 

leria,  circolari, 

Ind.  e  Comm.  . 

» 

1000  — 

marche  da  bollo. 

»  301,75 

6.  Vendita  distintivi 

5.  Tassa  di  mano- 

sociali  .... 

» 

51  — 

morta  .... 

»  48,04 

7.  Rimborso  del  depo- 

6.  Rimborso  spese 

sito  per  la  Ca- 

viaggi  al  Segre- 

sella  postale .  . 

» 

10  — 

tario  .... 

» - 

8.  Sussidio  del  Mini- 

7.  Per  aiuti  al  Segre- 

stero  deglTnterni 

tario  .... 

»  14,40 

per  il  Congresso 

8.  Spese  diverse  ed 

di  Lecco  .  .  . 

» 

2000  — 

eventuali  .  .  . 

»  *608,39 

9.  Al  Presidente,  per 

il  Congresso .  . 

»  2000  — 

Totale  .  .  . 

L. 

8068  — 

Totale  .  .  . 

L.  7619,12 

Partite  di  giro: 

Partite  di  giro: 

Rimborsi  da  soci  . 

» 

855,50 

Spese  per  conto  di 

Cassa  al  1°  gennaio 

soci . 

»  855,50 

1911 . 

» 

4093,03 

Cassa  al  31  dicem- 

bre  1911  .  . 

»  4541,91 

Totale  .  .  . 

L. 

13016,53 

Totale  .  .  . 

L.  13016,53 

Amministrazione 

del  legato  Molon. 

Attivo. 

1 

Passivo. 

Interessi  rendita  con- 

Tassa  di  manomorta 

L.  32  — 

solidata  .  .  . 

L. 

637,50 

Cassa  al  31  dicembre 

Cassa  al  1°  gennaio 

1911  .... 

»  2818,27 

1911  .... 

» 

2212,77 

Totale  .  .  . 

L. 

2850,27 

-  | 

Totale  .  .  . 

L.  2850,27 

Roma,  12  marzo  1912. 


Il  Tesoriere 

Ing.  Giovanni  Aichino. 


*  Le  spese  eventuali  comprendono  L.  265,40  per  le  lapidi  Gemmel- 
laro,  L.  100  per  contributo  di  soccorso  alle  famiglie  dei  morti  e  feriti 
in  Tripolitania. 


XL 


RESOCONTO  DELL'ADUNANZA 


Bilancio  preventivo  della  Società.  Anno  1912. 


Entrate. 

1.  Tasse  sociali  .  .  .  L.  3.000  — 

2.  Interessi  del  legato 

Molon . »  297,50 

3.  Interessi  diversi .  .  »  920  — 

4.  Vendita  di  Bollet¬ 

tini  .  »  100  — 

5.  Sussidio  straordina¬ 

rio  del  Ministero  di 

A.  I.  C.  »  1500  — 

6.  Sussidio  ordinario 

del  Ministero  me¬ 
desimo  . »  500  — 

7.  Vendita  di  distintivi 

sociali . »  30  — 


Totale  delle  entrate  L.  6347,50 


Spese. 


1.  Stampa  del  Bollet¬ 

tino  . 

2.  Contribuzione  per  ta¬ 

vole  ed  altre  illu¬ 
strazioni  .  .  .  . 

3.  Distribuzione  del 

Bollettino  ed  altre 
spese  postali  .  . 

4.  Spese  di  cancelleria, 

circolari,  marche 
da  bollo,  ecc.  .  . 

5.  Tassa  di  manomorta 

6.  Rimborso  di  spese  di 

viaggi  al  Segreta¬ 
rio  e  Tesoriere 

7.  Per  aiuti  al  Segre¬ 

tario  . 

8.  Spese  diverse  ed  e- 

ventuali  .  .  .  . 


L.  4300  — 

»  1100  — 


»  300  — 

»  200  — 

»  48,04 

»  50  — 

»  50  — 


»  299,46 


Totale  delle  spese  L.  6347,50 


Nelle  spese  il  sussidio  straordinario  di  L.  1500  concesso  dal  Mini¬ 
stero  è  iscritto  nel  cap.  1°. 

Lattes  esprime  il  desiderio  che  nella  stampa  del  bilancio 
preventivo,  che  si  distribuisce  ai  soci,  si  mettano  di  fronte  le 
cifre  del  preventivo  dell’esercizio  precedente. 

L’Assemblea  approva  il  bilancio  preventivo. 

6.  —  Elezione  dei  Commissari  pel  bilancio. 

Presidente  invita  l’Assemblea  a  votare  la  costituzione  della 
Commissione  di  revisione  pel  bilancio  consuntivo  1911. 

Si  procede  alla  votazione  per  schede  segrete,  ed  in  base  allo 
scrutinio  sono  proclamati  eletti  ad  unanimità  di  voti  i  soci 
De  Angelis,  Mazzetti,  Meli. 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


XLI 


7.  —  Proposta  di  una  Commissione 
incaricata  della  revisione  e  coordinamento  del  Regolamento 

per  le  pubblicazioni. 

Presidente.  Essendo  pressoché  esaurita  la  provvista  di  copie 
dello  Statuto  e  dei  .Regolamenti  della  Società,  edite  l’anno  1907, 
è  necessario  provvedere  alla  ristampa. 

Poiché  nel  tempo  decorso  le  Assemblee  hanno  deliberato 
articoli  aggiuntivi  e  modificazioni  di  articoli  ai  detti  Regola¬ 
menti,  ed  il  nuovo  contratto  per  la  stampa  importa  diritti  e 
doveri  che  è  necessario  porre  in  armonia  col  Regolamento  per 
le  pubblicazioni,  la  Presidenza  ha  creduto  proporre  che  sia  no¬ 
minata  una  Commissione  incaricata  della  revisione  e  del  coor¬ 
dinamento  del  Regolamento  per  le  pubblicazioni;  la  quale  pre¬ 
senti  le  modificazioni  che  crede  convenienti  prima  di  procedere 
alla  ristampa. 

Su  proposta  dei  consiglieri  Clerici,  Crema,  Neviani,  Sa¬ 
batini,  V Assemblea  delibera  che  la  nomina  della  Commissione 
sia  affidata  al  Presidente. 

Aggiunge  che  le  attribuzioni  di  questa  Commissione  debbano 
essere  estese  a  proporre  anche  modificazioni,  che  eventualmente 
stimasse  opportune,  negli  articoli  del  Regolamento  generale,  onde 
porli  in  armonia  cogli  articoli  del  Regolamento  per  le  pubbli¬ 
cazioni,  secondo  la  dizione  che  per  questi  i  Commissari  crede¬ 
ranno  proporre. 

8.  —  Designazione  della  sede  per  l’Adunanza  estiva. 

Presidente.  Il  socio  prof.  Issel  mi  scrive  : 


Genova,  28  marzo  1912. 

Ho  ricevuto  l’invito  alla  riunione  invernale  della  Società  geologica 
italiana,  che  sarà  tenuta  il  31  corrente  per  trattare,  fra  le  altre  pratiche, 
di  quella  relativa  alla  sede  della  prossima  adunanza  generale  estiva.  Dolente 
di  non  poter  intervenire  al  convegno,  adempio  per  iscritto  all’incarico  af¬ 
fidatomi  dalla  Presidenza  del  Comitato  esecutivo  locale  del  VI0  Congresso 


XLII 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


della  Società  italiana  per  il  progresso  delle  Scienze  (Comitato  cui  sopra- 
intende  il  comm.  N.  Ronco),  manifestandole  il  desiderio  che  per  l’accennata 
adunanza  sia  scelta  Genova  od  altra  città  prossima  a  questa,  in  modo  da 
rendere  possibili  sedute  o  gite  intersociali  dei  due  sodalizi,  verso  la  metà 
dell’ottobre  p.  v. 

Pur  non  dissimulandomi  le  difficoltà  che  si  oppongono  al  soddisfaci¬ 
mento  di  un  tal  desiderio,  e  non  ignorando  che  la  mia  comunicazione 
le  giunge  un  po’  troppo  tardi,  confido  che  la  S.  V.  vorrà  tenerla  nel  debito 
conto.  Intanto  mi  pregio  di  professarmi  con  particolare  devozione 

di  lei  devotissimo 
Arturo  Issel. 

Comunicando  all’Assemblea  questa  proposta,  mi  permetto 
presentarne  altra  alla  sua  scelta,  e  sarebbe  di  eleggere  Spoleto 
per  sede  della  riunione  estiva. 

Oltre  alle  bellezze  archeologiche  offerte  da  questa  vetusta 
città  dell’Umbria,  che  ci  verranno  mostrate  ed  illustrate  dal 
mio  egregio  amico  prof.  Sordini,  ispettore  degli  Scavi  e  Monu¬ 
menti,  dell’Umbria,  credo  che  poche  altre  località  ci  offrirebbero 
un  campo  così  vasto  di  interessanti  e  facili  osservazioni. 

Il  nostro  Segretario  generale  Verri,  cui  sono  dovuti  molti 
eruditi  lavori  sulla  regione  umbra,  ed  io  che  ormai  sono  vicino 
ad  averne  compiuto  il  rilevamento  geologico,  faremo  del  nostro 
meglio  per  mostrare  ai  convenuti  alcune  delle  tante  bellezze 
geologiche  del  paese. 

Vedremo  la  classica  sorgente  del  Clitumno  e  ne  studie¬ 
remo  il  regime  sotterraneo.  Osserveremo  un  chiaro  esempio  di 
carreggiamento ,  il  quale  ci  mostrerà  che,  pur  senza  giungere 
alle  esagerazioni  della  scuola  tettonica  moderna,  tali  fenomeni 
esistono  realmente.  I  paleontologi  potranno  poi  trovar  pascolo 
pei  loro  studi  nella  visita  di  una  località  fossilifera  del  Lias 
inferiore  presso  Trevi,  illustrata  dal  chiaro  nostro  consocio  pro¬ 
fessor  Parona.  Gli  ammiratori  dei  paesaggi  alpestri  e  gli  stu¬ 
diosi  della  tettonica  saranno  condotti  a  Norcia,  lungo  le  strette 
gole  profondamente  scavate  nella  montagna,  ove  potranno  os¬ 
servare  in  sezione  naturale  stupende  pieghe,  rovesciamenti  di 
terreni  e  faglie.  Gli  ingegneri  minerari  avranno  occasione  di  vi¬ 
sitare,  se  vogliono,  i  ricchi  depositi  lignitiferi  di  Morgnano  e 
S.  Angelo,  che  trovatisi  alla  base  del  Pliocene  lacustre  della 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


XLI1I 


Valle  Umbra;  vedremo  Assisi  ed  il  Subasio  e  finalmente,  se 
avremo  tempo,  faremo  una  escursione  dilettevole  ed  importante 
ai  bagni  di  Nocera  Umbra,  dove  osserveremo  la  formazione 
marnoso-arenacea  fossilifera  di  età  eocenica  secondo  alcuni,  mio¬ 
cenica  secondo  altri,  racchiusa  in  una  stretta  piega  ribaltata 
dai  terreni  cretacei,  e  forse  anche  potremo  vedere  a  poca  di¬ 
stanza  la  sovrapposizione  a  questa  formazione  delle  argille  sca¬ 
gliose  eoceniche. 

La  città  di  Spoleto  ci  accoglierà  festosamente. 

Sabatini,  pur  proponendo  di  lasciarne  la  decisione  alla  Pre¬ 
sidenza,  esprime  il  desiderio  che  si  sospenda  pel  momento  la 
deliberazione,  nella  speranza  che  il  Congresso  possa  anche  farsi 
nelle  nuove  terre  italiane. 

Presidente  pur  augurandosi  che  venga  presto  il  momento 
favorevole  da  permettere  alla  Società  geologica  italiana  di  riu¬ 
nirsi  nelle  terre  della  Libia,  non  crede  possibile  che  il  desiderio 
del  Sabatini  potrebbe  essere  soddisfatto  a  così  poca  distanza  di 
tempo.  Perciò  invita  l’Assemblea  a  pronunciarsi  sulla  scelta  tra 
Genova  e  Spoleto  per  l’adunanza  estiva  dell’anno  in  corso. 

L’Assemblea  accoglie  con  applauso  la  scelta  di  Spoleto,  ed 
incarica  il  Presidente  di  pregare  il  socio  Issel  che  presenti  alla 
Presidenza  del  Comitato  ordinatore  del  VI0  Congresso  della  So¬ 
cietà  per  il  progresso  delle  Scienze  l’espressione  di  gratitudine 
della  Società  geologica  italiana,  pel  gentile  desiderio  espresso 
di  rendere  possibili,  con  una  riunione  a  Genova,  sedute  o  gite 
intersociali  dei  due  sodalizi. 

9.  —  Pubblicazioni  mandate  in  omaggio  alla  Società. 

Segretario  presenta  un  elenco  di  pubblicazioni  ricevute  in 
omaggio  dopo  l’adunanza  estiva  della  Società  : 

Agamennone  G.,  Sulla  velocità  di  propagazione  del  terremoto  laziale  del 
IO  aprile  1911.  Res.  R.  Acc.  Line.,  1912. 

Andert  E.,  Festsclirift  der  Humboldt. 

Artini  E.,  Saggi  di  fondo  di  mare  raccolti  dal  lì.  piroscafo  Washington 
nella  Campagna  idrografica  del  1882.  Nota  IIa  postuma  del  profes¬ 
sore  Fr.  Salmoiraghi. 


XLIV 


RESOCONTO  DEI,L’ADUNANZA 


Baldacci  L.,  La  Carta  geologica  d’Italia.  Boll.  R.  Coni.  Geol.,  voi.  XLII. 
Capellini  G.,  La  Carta  geologica  d’Italia  e  la  Società  Geologica  Italiana . 
Boll.  S.  G.  I.,  voi.  XXX. 

Carez  L.,  [. Resumé  de  la  geologie  des  Pirénées  frangaises.  Boll.  S.  G.  de 
France,  t.  X. 

-  Sur  quelques  points  de  la  geologie  du  nord  de  VAragon  et  de  la  Na- 
varre.  Bull.  id. 

Ciampi  A.,  Tlie  iron  ore  deposita  of  Central  Italy.  Journal  of  thè  Iron  and 
Steel  Inst.,  1911. 

—  I  giacimenti  ferriferi  dell’Italia  Centrale.  Metall.  it.,  a.  III. 

Colomba  L.,  Sopra  alcune  esperienze  riguardanti  la  struttura  della  leucite. 

Riv.  Min.  Crist.  it.,  voi.  XI. 

Craveri  M.,  Comparazione  tra  la  flora  fossile  e  la  flora  vivente  della  Val  Vi- 
gezzo  nell’  Ossola,  in  relazione  col  mutato  ambiente.  Riv.  Malpighia. 
Catania,  1912. 

De  Angelis  d’Ossat  G.,  Per  la  futura  coscienza  forestale.  Perugia,  1912. 
Del  Prato  A.,  Mammiferi  fossili  di  Belvedere  di  Bergone.  Riv.  It.  di  Pa- 
leont.,  1912. 

Department  of  Mines  Adelaide  (South  Australia).  The  occurrence  of 
Uranium (radio-active)  ores,  and  other  rare  metals  and  minerai s  in  South 
A  astrali  a. 

De  Toni  A .,Di  alcuni  recenti  lavori  geologici  sui  Colli  Euganei.  Atti  R.  Aec. 
se.  lett.  arti  in  Padova,  voi.  XXVII. 

—  Studi  geologici  e  morfologici  sul  Lido  di  Venezia  —  Parte  Ia.  Studi 

di  morfologia  litoranea.  Pubi.  n.  18  delTUff.  Idr.  del  R.  Mag.  delle 
Acque. 

Galli  I.,  Come  si  svolse  il  primo  concetto  del  termoscopio  ad  aria.  Memorie 
Pont.  Ac.  Rom.  n.  Lincei,  voi.  XVII. 

- —  Come  il  termoscopio  ad  aria  fu  trasformato  in  termoscopio  a  liquido. 

Idem. 

—  Di  alcuni  fulmini  globulari  osservati  nell’anno  1911.  Atti  Pont.  Ac. 

Rom.  n.  Line.,  1911. 

—  I  principali  caratteri  dei  fulmini  globulari.  Meni.  Pont.  Ac.  Rom.  n. 

Line.,  voi.  XXVIII. 

—  Gli  effetti  meccanici  dei  fulmini  globulari.  Id.,  voi.  XXIX. 

Golia  G.,  La  geologia  ed  i  fossili  delle  isole  Maltesi.  Guida  generale  di 
Malta  e  Gozo  per  Tanno  1912. 

Kurt  Beck  ,  Inaugurai  dissertation.  Berlin,  1911. 

Lohest  M.,  Notice  sur  Gustave  Deivalque.  An.  Soc.  Geol.  de  Belg., 
Bull.  XXXVIII. 

Lovisato  D.,  A  n  filiali  di  Monte  Plebi.  Rend.  R.  Ac.  Line.,  1912. 
Millosevich  F.,  Studi  sulle  roccie  vulcaniche  di  Sardegna.  1I.°  Le  rocce 
di  Uri,  Olmedo ,  Ittiri ,  Pati  figari  e  delle  regioni  adiacenti.  Rend.  IL 
Ac.  Line.,  1911. 

—  Forme  nuove  del  berillo  albano.  Id. 


RESOCONTO  DELL'ADUNANZA 


XLV 


Ministero  delle  Finanze.  Relazione  della  Direzione  generale  del  Dema¬ 
nio  per  l’esercizio  finanziario  1909-1910. 

Misuri  A.,  Sopra  un  nuovo  Triocliinide  dell’arenaria  miocenica  del  Bellu¬ 
nese.  Perugia,  1911. 

Moderni  P.,  Note  preliminari  sul  pozzo  artesiano  perforato  a  Foggia  per 
cura  del  Min.  di  A.  I.  C.  Roma,  1910. 

Pilotti  C.,  Notizie  geologiche  sulle  tavolette  di  Oschiri  e  Nulvi.  Relaz.  ann. 

della  Dir.  dell’Uff.  geol.,  Boll.  R.  C.  G.,  voi.  XLII. 

Platania  G.,  L’ Istituto  Etneo  di  vulcanologia  della  R.  Università  di  Ca¬ 
tania.  At.  Va  riun.  Soc.  It.  per  il  progr.  delle  se. 

—  Modelli  di  vegetali  nelle  lave  dell’Etna.  Id. 

—  Distribuzione  geografica  della  Clausilia  vulcanica  Benoit  e  facies  della 

fauna  malacologica  etnea.  Id. 

—  Marmitte  dei  Gigan  ti  di  erosione  marina.  At.  X°  Congr.  geogr.  iute  i  n. 

—  Le  recenti  fasi  eruttive  dell’Etna.  1911. 

—  Le  ricerche  di  geografia  fisica  e  la  decadenza  delle  antiche  città  siciliane. 

Ardi.  stor.  per  la  Sic.  or.  a.  Vili. 

—  L’ esportazione  della  lava  dell’Etna.  Boll.  Coni.  agr.  di  Arcireale, 

a.  XVI. 

—  La  recente  eruzione  dell’Etna.  At.  VII0  Congr.  geogr.  it. 

Rassmuss  II.,  Zur  Geologie  der  Alta  Brianza.  Contrai blatt  f.  Min.  etc. 

Jahrg.  1910,  n.  23  l. 

—  Beitrage  zur  Stratigraphie  und  Tektonik  der  sudòstlichen  Alia  Brianza. 

Geolog.  Palaent.  Abhand.  Herausg.  von  E.  Koken  n.  f.,  B.  X,  H.  5. 
Società  Sismologica  Italiana.  Onoranze  alla  memoria  di  Michele  Ste¬ 
fano  de  Rossi.  Boll.,  voi.  X. 

—  Necrologia  del  prof.  Filippo  Bonetti.  Boll.,  voi.  XI. 

Tschiryvinscky  P.,  Quantitative  mineralogische  und  chemische  Zusammen- 

setzung  der  Granite  uncl  Greisen.  Mosca,  1911. 

Ufficio  Geologico.  I  giacimenti  petroliferi  dell’ Emilia.  Mera,  descr. 
della  Carta  geol.  d’It.,  voi.  XIV. 

—  Carte  géologigue  international  de  l’ Europe  (1  : 1500000 ). 


10.  —  Comunicazioni  scientifiche  e  presentazione  di  lavori 
per  l’inserzione  nel  Bollettino. 

Segretario  partecipa  che  sono  state  inviate  pel  Bollettino 
le  memorie  : 

Chelussi  L,  Nuove  ricerche  in  rocce  terziarie  di  sedimento. 
Craveri  M.,  Ancora  sui  Palaeodictyon. 

1  A  pag.  cxx  Boll.,  voi.  XXX  l’A.  di  questa  pubblicazione  è  se¬ 
gnato  Ras  Muss  von  H.  Si  prega  il  lettore  di  correggere. 


XLVI 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


De  Stefano  G.,  Ittiofauna  fossile  dell’ Emilia. 

Principi  P.,  Affioramenti  sabbiosi  pliocenici  nei  dintorni  di 
Perugia. 

Rovereto  G.,  Studi  di  geomorfologia  argentina.  III.  La  valle 
del  Rio  Negro. 

Segretario  comunica  il  seguente  passo  di  una  lettera  del 
socio  Platania. 

Mi  permetto  di  richiamare  l’attenzione  della  Società  sopra  l’I¬ 
stituto  Etneo  di  Vulcanologia,  che  sorgerà  ben  presto  in  questa 
Città  (Catania);  aggiungo  anzi  che  entro  il  corrente  anno,  in 
sieme  con  un  gruppo  di  amici,  spero  di  costruire  nella  Valle  del 
Bove  un  rifugio  per  gli  studiosi.  —  In  questi  momenti  in  cui 
si  è  osato  affermare  che  la  Vulcanologia  ha  poco  progredito  per 
essersi  inopportunamente  localizzata,  quasi  accentrata  attorno  ai 
vulcani  italiani  ( Geografical  Journal,  February  1912,  pag.  131, 
ed  anche  Nature,  16  nov.  1911),  credo  di  compire  un  dovere 
verso  la  Scienza  e  verso  la  Patria,  adoperandomi  in  favore  del 
nostro  massimo  vulcano. 

L’Assemblea  plaude  agli  elevati  sentimenti  del  socio  Pla¬ 
tania,  ed  alla  sua  iniziativa  tendente  ad  agevolare  agli  studiosi 
le  osservazioni  dei  fenomeni  che  presenta  il  grandioso  vulcano 
siculo. 

Clerici  partecipa  che  sta  eseguendo  importanti  osservazioni 
sui  sedimenti  marini  di  Lunghezza  presso  Roma. 

Presenta  ai  soci  campioni  di  Pelagosite  raccolti  nei  litorali. 

Meli  parla  delle  correnti  fangose,  prodottesi  più  volte  nel 
Vesuvio,  dopo  l’eruzione  dell’aprile  1906,  dalla  miscela  di  acque 
pluviali  con  le  ceneri  vesuviane,  e  ne  trae  deduzioni  sulla  for¬ 
mazione  dei  tufi  e  peperini  dei  dintorni  di  Roma. 

Sabatini.  Ricordo  quello  che  successe  durante  l’eruzione  ve¬ 
suviana  del  1906.  Le  ceneri  che  cadevano  sulle  vie  di  Napoli 
venivano  ammucchiate  lungo  i  marciapiedi  per  ristabilire  il  tran- 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


XLV1I 


sito,  e  quindi  si  arrogavano  allo  scopo  di  ridurle  in  poltiglia 
che  più  facilmente  potesse  riversarsi  nelle  fogne.  La  conseguenza 
di  tale  bagnatura  era  una  rapida  presa  con  forte  indurimento, 
che  necessitò  poi  l’azione  della  zappa,  con  la  quale  quelle  masse 
si  ridussero  in  frammenti.  Intorno  al  cono  vesuviano  avvenne 
lo  stesso.  Ivi  le  ceneri  erano  miste  con  pietre  di  ogni  dimen¬ 
sione,  e  ne  nacque  un  tufo  con  frammenti  lavici,  e  con  lapilli 
diversi.  La  superficie  di  questo  tufo,  tra  le  sporgenze  de’  suoi 
inclusi,  era  così  levigata  da  rendere  assai  pericoloso  il  cammi¬ 
narvi  su. 

Tale  indurimento  non  può  attribuirsi  che  ai  sali  che  accom¬ 
pagnano  le  eruzioni  di  ceneri  vulcaniche,  e  che  costituiscono 
l’agente  principale  ed  immediato  della  loro  consolidazione.  Bene 
osserva  quindi  il  collega  Meli  che  dai  fenomeni  attuali  si  deve 
desumere  anche  pei  tufi  litoidi  la  ragione  della  loro  coesione. 
Non  divido  però  il  modo  di  vedere  di  lui  che  si  possa  da  quello 
arrivare  alla  conclusione,  che  si  tratti  nei  tufi  litoidi  romani  di 
correnti  fangose. 

Questi  tufi  sono  assai  nettamente  stratificati,  talvolta  in 
banchi  di  un  metro  e  più,  talvolta  assai  sottilmente:  ciò  che 
esclude  qualunque  idea  di  corrente  alluvionale,  il  cui  carattere 
principale  è  la  eroticità.  E  richiamo  ancora  una  volta  gli  studi 
magistrali  di  Lacroix,  che  ha  definito  molto  bene  tali  carat¬ 
teri.  Anzi,  il  non  vedere  accenno  di  stratificazione  nei  tufi  non 
significa  che  essi  non  siano  stati  stratificati  in  origine,  la  stra¬ 
tificazione  potendo  col  tempo  sparire,  e  poi  ricomparire  col  pro¬ 
cedere  delle  diverse  fasi  del  loro  assettamento  e  dell’alterazione 
delle  loro  masse. 

La  questione  fu  trattata  da  me  a  proposito  delle  necro¬ 
liti  dell’Amiata  e  del  Cimino,  nè  è  nuova,  avendosene  accenni 
fin  da’  lavori  meno  recenti  dello  Scacchi.  Il  tufo  litoide  al 
pari  delle  necroliti  (almeno  per  quelle  dette  tipiche)  è  do¬ 
vuto  a  piogge  di  ceneri.  Con  ciò  non  escludo  resistenza  di 
correnti  fangose  associate,  e  magari  di  depositi  di  nuvole 
ardenti.  Queste  sono  possibili,  quelle  sono  frequenti,  come  si 
sa  dalle  osservazioni  sul  Vesuvio.  Ma  occorre  dimostrarlo  caso 


per  caso. 


xlviii 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


Presidente  ringrazia  i  soci  Meli  e  Sabatini  dell’importante 
soggetto  discusso,  e  li  invita  a  porre  in  iscritto  le  cose  dette  af¬ 
fine  di  inserirle  nel  verbale 

Piloto  fa  la  seguente  comunicazione  sui  Conglomerati  sci¬ 
stosi  (anageniti)  dei  dintorni  di  Domusnovas  (Cagliari). 

Sotto  il  nome  di  anageniti,  sono  stati  segnalati  nell’lgle- 
siente  dei  conglomerati  scistosi  rossastri  o  verdastri  costituiti 
da  frammenti  spesso  appiattiti  di  quarzo,  calcare,  scisti,  quarziti 
ed  altre  rocce:  la  composizione  di  tali  roccie  però  non  è  la 
stessa  nelle  varie  località  ove  si  presentano,  e  non  vi  sono  sem¬ 
pre  tutti  gli  elementi  ora  particolarmente  ricordati.  Attendo  di 
poter  disporre  di  un  numero  conveniente  di  campioni  e  sezioni 
sottili  di  questi  conglomerati  per  poterne  fare  uno  studio  pe- 
trografìco  un  po’  particolareggiato.  Avrò  così  anche  occasione 

1  Andando  in  giro  attorno  a  Roma,  per  conoscere  i  dettagli  che  ven¬ 
gono  fuori  col  movimento  edilizio,  il  24  giugno  capitai  ad  una  cava  di  ma¬ 
teriali  da  fabbrica  vicina  all’incontro  della  via  Latina  col  vicolo  della  Caf- 
farella.  Poiché  quel  che  vidi  ha  stretta  attinenza  col  soggetto  qui  di¬ 
scusso,  ne  do  in  nota  uno  schizzo  dimostrativo,  richiamando  quel  che  dissi 
in  riguardo  nella  memoria  Origine  e  trasformazioni  della  Campagna  di 
Roma  (Boll.,  voi.  XXX,  pag.  274,  299).  Ometto  altri  particolari  geologici 
rilevati,  i  quali  non  interessano  il  problema,  e  lascio  gli  apprezzamenti  ai 
competenti. 


Sopra  a  tufi  terrosi  posa  un  grande  banco  di  pozzolana  grigio-chiara  con 
amigdala  di  tufo  lionato  da  costruzione.  Il  tufo  nella  parte  superiore  ha 
struttura  grossolanamente  scagliosa,  la  massa  è  rotta  da  fenditure  poliedro  ; 
la  pozzolana  avvicinandosi  al  tufo  aumenta  di  coesione,  ha  qualche  fen¬ 
ditura  per  contrazione,  e  ci  si  vedono  ingiallire  frammentini  sparsi. 


A.  Verri. 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


XLIX 


di  poter  giudicare  con  maggiore  fondamento  quale  nome  sia 
conveniente  per  essi  :  ricorderò  a  questo  proposito  che  mentre, 
come  è  noto,  il  nome  di  anageniti  fu  dato  dall’Hauy  con  una 
definizione  abbastanza  lata,  che  però  include  una  limitazione 
della  grossezza  degli  elementi,  altri  autori  più  recenti  lo  attri¬ 
buiscono  invece  a  quei  conglomerati  che,  fra  altri  caratteri 
speciali,  abbiano  il  cemento  scistoso  micaceo  l. 

Le  roccie  sarde  di  cui  parlo  sono  state  da  alcuni  ritenute  come 
un  orizzonte  caratteristico  al  passaggio  fra  il  Cambriano  ed  il  Si¬ 
luriano:  anzi  il  dott.  Fraas  in  una  lettera  all’ing.  C.  F.  Leverà  2 
emise  l’ipotesi  che  esse  fossero  da  riguardarsi  come  una  breccia  di 
frizione  formatasi  lungo  una  grande  linea  di  scorrimento  del 
Cambriano  sul  Siluriano.  Senza  volere  entrare  a  fondo  nell’ar¬ 
gomento,  perchè  poche  sono  le  escursioni  da  me  fatte  sinora 
nell’Iglesiente,  mi  sembra  che  si  possa  escludere  quest’ultima 
ipotesi  perchè,  tra  altro,  a  parte  la  forma  spesso  ciottolosa  degli 
elementi  del  conglomerato,  ho  potuto  constatare  che  in  qualche 
punto  il  passaggio  fra  anageniti  e  scisti  siluriani  è  graduale  ed 
ha  luogo  per  alternanze  successive.  Nè,  a  vero  dire,  sembrami 
sufficientemente  provato  che  trattisi  di  un  orizzonte  caratteri¬ 
stico:  e  non  so  se  possa  ripetersi  in  livelli  cronologicamente 
diversi:  questo  è  ciò  che  solo  un  rilevamento  particolareggiato 
potrà  indicare. 

Trattandosi  di  una  formazione  che  però  in  ogni  caso  me¬ 
rita  di  essere  studiata,  io  credo  opportuno  segnalare  un  altro 
punto,  non  citato  sinora,  in  cui  essa  compare:  la  R.  Fondali, 
presso  Domusnovas,  a  sud  di  Genna  Cuboni  e  di  Punta  Perdu 
Corba. 

Pi  lotti  fa  ancora  questa  comunicazione  sui  Calcari  e  cal¬ 
cari  scistosi  a  Coscinocyathus  in  li.  Corongiu  de  Mari  e  M.  01- 
lastu  ( Iglesiente ). 


1  Cfr.  Loewison  Leasing,  Lexique  pétrografìque,  Paris,  1901. 

Cfr.  D’Orbigny,  Description  des  roclies,  Paris,  1868,  pag.  192. 

2  C.  F.  Leverà,,  Contributo  allo  studio  delle  anageniti.  Rend.  Ass. 
Min.  Sarda,  anno  IX,  n.  9,  pag.  6. 


L 


RESOCONTO  DELl/ADUNANZA 


In  alcuni  campioni  di  calcari  e  calcari  scistosi  provenienti 
dai  pressi  di  C.  Olla  (mulattiera  Iglesias-Domusnovas,  ad  est 
del  R.  Corongiu),  e  dal  Monte  Ollastu,  presso  Yillamassargia, 
riscontrai  traccie  organiche:  il  prof.  Parona  avendone,  dietro  mia 
preghiera,  gentilmente  esaminato  le  sezioni  sottili,  concluse  trat¬ 
tarsi  con  tutta  probabilità  del  genere  Coscinocyathus.  I  calcari 
suddetti  potrebbero  quindi,  almeno  provvisoriamente,  sincroniz¬ 
zarsi  coll’orizzonte  di  calcari  ad  Archaeocyathus  e  Coscinocya¬ 
thus  della  serie  descritta  dal  Bornemann  pel  Cambriano  di  Ca¬ 
nalgrande,  calcari  ritenuti  dal  Pompeckj  e  recentemente  dal 
Taricco,  nella  sua  nota  sul  Cambriano  sardo,  superiori  agli  scisti 
di  Cabitza  (ascritti  al  Cambriano  medio,  parte  inferiore). 

In  ogni  modo,  qualunque  possa  essere  l’età  delle  roccie  in 
questione,  mi  parve  non  inutile  far  nota  la  presenza  dei  fossili 
suddetti,  trattandosi  di  località  fossilifere  non  per  anco  segna¬ 
late.  Osservo  poi  che  tali  roccie,  specialmente  quelle  di  C.  Olla, 
(su  quelle  di  M.  Ollastu  è  conveniente  per  ora  una  riserva  mag¬ 
giore)  sembrano,  per  l’aspetto  litologico,  da  comprendersi  fra  i 
così  detti  calcescisti  dell’Iglesiente  :  dimodoché  mi  sembra  che 
sarebbero  opportune  ricerche  intese  ad  accertarsi  se  i  calcescisti 
stessi  presentino  traccie  di  fossili.  Del  resto,  la  presenza  di  fos¬ 
sili  nei  calcescisti  sardi  è  stata  indicata  dal  Bornemann,  seb¬ 
bene  senza  dare  indicazioni  di  località  e  determinazioni. 

Presidente  ringrazia  il  socio  Pilotti  delle  interessanti  comu¬ 
nicazioni. 

11.  —  Affari  eventuali. 

Clerici  propone  che  sia  inviato  un  telegramma  di  saluto 
della  Società  al  collega  ing.  Franchi,  inviato  in  Tripolitania 
per  studi  sul  regime  sotterraneo  delle  acque. 

Cermenati  si  associa,  notando  che  l’opera  dell’ing.  Franchi 
fu  elogiata  dal  Ministro  in  Parlamento. 

L’Assemblea  plaude  alla  iniziativa  del  socio  Clerici. 


RESOCONTO  DELL’ADUNANZA 


LI 


Presidente  ringrazia  il  socio  Clerici  del  gentile  pensiero, 
lieto  di  partecipare  all’ing.  Franchi  la  dimostrazione  di  affetto 
deH’Assemblea  al  collega  incaricato  di  studi  tanto  importanti 
per  le  terre,  che  l’Italia  redime  dalle  barbarie. 

Esaurito  l’ordine  del  giorno,  il  Presidente  ringrazia  gl’in¬ 
tervenuti,  ed  espresso  il  desiderio  che  convengano  all’adu¬ 
nanza  di  Spoleto,  a  portare  il  sapiente  loro  contributo  nei  pro¬ 
blemi  geologici  che  presenta  la  regione  umbra,  scioglie  la 
seduta. 


Il  Segretario 
A.  Verri. 


SOCIETÀ  GEOLOGICA 
ITALIANA 


—  Roma,  28  luglio  1912. 

Via  S.  Susanna,  13. 

Egregio  Collega, 

Nell’adunanza  del  31  marzo  l'Assemblea,  accogliendo  la  pro¬ 
posta  della  Presidenza,  acclamò  Spoleto  a  sede  dell’adunanza 
«stiva  di  questo  anno:  la  quale  adunanza  sarà  tenuta  nei  giorni 
dal  7  al  14  settembre  secondo  il  programma  che  si  unisce. 

Cordine  del  giorno  per  le  materie  da  trattare  è  il  seguente: 

1.  Approvazione  dei  verbali  delle  adunanze  settembre  1911. 

»  »  dell’adunanza  31  marzo  1912. 

2.  Comunicazioni  della  Presidenza. 

3.  Approvazione  del  bilancio  consuntivo  1911. 

4.  Ammissione  di  nuovi  Soci. 

5.  Presentazione  delle  pubblicazioni  venute  in  omaggio. 

6.  Comunicazioni  scientifiche  e  presentazione  di  lavori  pel  Bollettino. 

7.  Elezioni  alle  cariche  sociali. 

8.  Affari  eventuali. 

In  riguardo  alla  elezione  delle  cariche  sociali  dovranno  essere 
eletti  6  nuovi  consiglieri,  atteso  la  scadenza  dalla  carica  dei  Soci 
Baratta,  Segrè,  Colomba,  Clerici  ;  la  morte  del  consigliere  Sta¬ 
tuti;  l’elezione  a  Presidente  del  consigliere  Lotti.  Si  trascrive 
per  norma  l’art.  6  dello  Statuto  :  «  Gli  Ufficiali  uscenti  di  ca¬ 
rica  non  possono  essere  rieletti  nelle  medesime  funzioni  prima 
che  sia  decorso  un  anno  ». 

Si  allega  la  scheda  per  le  elezioni. 

I  Soci  che  desiderino  intervenire  alla  gita  di  Norcia  sono 
invitati  a  mandarne  avviso  con  lettera  raccomandata  all’in¬ 
dirizzo  : 

Alla  Società  Geologica  Italiana 

Via  S.  Susanna,  13  —  Roma. 

L’avviso  deve  arrivare  alla  Società  non  più  tardi  del  15 
agosto,  onde  aver  tempo  di  provvedere  al  servizio  degli  auto¬ 
mobili. 


LIV 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


I  Soci  die  intendono  fare  interpellanze  alla  Presidenza,  sono 
invitati  ad  inviarne  il  testo  con  lettera  raccomandata,  che  ar¬ 
rivi  alla  sede  della  Società  non  più  tardi  del  1°  settembre. 

Considerato  che,  sia  per  la  rigidezza  degl’itinerari  stabiliti 
nei  biglietti  di  riduzione  ferroviaria  per  Congressi,  sia  per  altri 
motivi,  pochi  o  nessuno  dei  Soci  chiedono  quei  biglietti,  prefe¬ 
rendo  alcuna  delle  varie  altre  riduzioni  di  tariffa,  la  Presidenza 
non  ha  creduto  fare  apposita  domanda  alla  Direzione  Generale 
delle  Ferrovie. 

Nella  fiducia  che  la  S.  V.  intervenga  all’adunanza,  si  por¬ 
gono  cordiali  saluti. 


Il  Presidente 
B.  Lotti. 

Il  Segretario 

A.  Verri. 


PROGRAMMA 

DEL  CONGRESSO  DELLA  SOCIETÀ  GEOLOGICA  ITALIANA 

IN  SPOLETO  NEL  SETTEMBRE  1912 


Sabato  7. 

Riunione  del  Consiglio  direttivo  alle  ore  17  nella  sala  XVII 
Settembre  annessa  al  Teatro  Massimo. 

Domenica  8. 

Inaugurazione  a  ore  10  nella  sala  medesima. 

Alle  14  visita  della  città  e  dei  monumenti  sotto  la  guida 
del  prof.  G.  Sordini,  R.  Ispettore  dei  monumenti  e  degli  scavi 
dell’Umbria. 

Lunedi  9. 

Escursione  a  piedi  nei  dintorni  per  osservare  il  carreggia 
mento  del  calcare  del  Lias  inferiore  sulla  scaglia  rossa  seno 
ninna.  —  Partenza  alle  7.  —  Colazione  in  campagna.  —  Ri¬ 
torno  a  Spoleto  alle  16. 

Si  prende  la  via  del  Ponte  alle  Torri.  A  poco  più  d'nn  chilometro 
da  questo  si  osserva  la  sovrapposizione  a  contatto  netto  del  banco  ba¬ 
sico  del  M.  Eneo  alla  scaglia  cretacea  ed  il  prodotto  dello  schiaccia¬ 
mento  e  della  triturazione  di  essa  al  contatto.  Proseguendo  la  strada 
per  Castelmonte  si  attraversa  un  piccolo  affioramento  degli  scisti  a  fucoicli 
in  finestra  sotto  la  scaglia  sulla  sinistra  del  fosso  Vallocchia.  Giunti  sulle 
alture  di  Castelmonte  si  osservano  due  piccoli  lembi  isolati  di  calcare 
basico  posati  sulla  scaglia.  Si  fa  la  via  di  ritorno  per  l’abitato  di  \  al- 
locchia  e  sotto  il  paese  di  Borgiano  dove  vedesi  il  banco  basico  ricuo- 
prire  direttamente  gli  scisti  del  Lias  superiore.  Raggiunta  la  strada  di 
Norcia  sulla  destra  del  Cortaccione  si  percorre  un  tratto  di  calcare  del 
Lias  medio  sovrapposto  a  quello  del  Lias  inferiore.  Si  giunge  cosi  al 
Ponte  del  Cortaccione  dove  si  osserva  nuovamente  la  sovrapposizione 
del  Lias  inferiore  al  Senoniano.  Qui,  al  contatto,  la  scaglia  oltreché  fran¬ 
tumata  è  anche  laminata  parallelamente  al  piano  del  contatto  stesso. 
Nel  fondo  dello  stretto  e  profondo  solco  del  Cortaccione,  scavato  nel  cal- 


LVI 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


care  liasico,  vedesi  la  scaglia  rossa  senoniana.  Proseguendo  per  la  strada 
provinciale  verso  Spoleto  s’incontra  il  calcare  neocomiano,  gli  scisti  giu¬ 
rassici  e  quelli  del  Lias  superiore. 

Martedì  IO. 

Gita  a  Norcia  in  automobile.  —  Partenza  alle  7.  —  Cola¬ 
zione  a  Norcia.  —  Visita  della  città.  —  Partenza  per  Spoleto 
a  ore  16. 

Dopo  attraversata  l'area  di  carreggiamento  si  percorrono  successi¬ 
vamente  delle  zone  di  Lias  superiore,  di  Giurassico  e  di  Neocomiano  fra 
Borgiano  e  Forca  di  Cerro.  A  Forca  di  Cerro  dominano  gli  scisti  a  fucoidi. 
Fra  Grotte  e  Piedipaterno  si  attraversa  una  zona  di  Eocene  (formazione 
arenaceo-marnosa),  poi  un  po’  di  scaglia  argillosa  e  quindi  la  scaglia  rossa, 
il  tutto  in  serie  rovesciata.  La  scaglia  rossa  domina  quasi  esclusivamente 
tra  Piedipaterno  e  Triponzo  e  sono  da  ammirarsi  le  stupende  pieghe  e 
contorsioni  di  questo  terreno  e  certi  strati  interposti  di  calcare  bianco 
cristallino  qualche  volta  nummulitifero.  A  Triponzo  un’ampia  coperta  di 
travertino,  prodotto  da  acque  termali  di  cui  rimane  traccia  nelle  copiose 
sorgenti  sulfuree  del  luogo.  Lasciata  la  valle  della  Nera,  da  Triponzo  a 
Biselli  si  percorre  quella  del  Corno,  lungo  una  profonda  gola  alpestre 
dove  vedesi  il  calcare  liasico  troncato  prima  da  una  faglia  che  lo  mette 
in  contatto  diretto  cogli  scisti  giurassici,  e  rovesciato  poi  verso  est  sul 
Lias  medio  e  sugli  altri  terreni  secondari  superiori,  che  si  succedono 
quindi  in  serie  invertita  fino  a  Biselli.  Immediatamente  dopo  la  strada  passa 
per  le  fantastiche  strette  di  Biselli.  Da  Serravalle  a  Villa  la  strada  taglia 
un  esteso  affioramento  di  strati  giurassici  ad  ,  aptici,  dopodiché  si  entra 
nell’ampia  conca  di  Norcia  riempita  da  terreno  pliocenico  lacustre. 

Mercoledì  11. 

Alle  9  adunanza  per  lo  svolgimento  deH’ordine  del  giorno. 
—  A  ore  15  partenza  per  la  stazióne  di  Trevi  in  ferrovia.  — 
Visita  delle  cave  di  calcare  liasico  di  Colle  presso  Bovara,  indi 
al  tempio  e  alle  sorgenti  del  Clitunno.  —  Ritorno  a  Spoleto 
dalla  stazione  di  Campello  a  ore  19,31. 

Il  calcare  del  Colle  presso  Bovara  (Trevi)  è  nella  maggior  parte 
quello  del  Lias  inferiore  già  osservato  a  Spoleto.  1  fossili  ivi  raccolti  e 
che  furono  studiati  e  determinati  dal  prof.  Parona,  provengono  dagli 
strati  più  bassi  raggiunti  coi  lavori  d’escavazione  per  estrarre  il  mate¬ 
riale  da  fabbrica.  La  fauna  ha  incontestabili  rapporti  con  quella  del  Lias 
inferiore  del  M.  Pisano  e  di  varie  località  deU’Appennino  centrale,  ma 
un’impronta  speciale,  come  dice  il  Parona  ( Sulla  fauna  e  sulla  età  dei 


CIRCOLARE  E  PROGRAMMA 


LVII 


calcari  a  Megalodontidi  di  Trevi.  Atti  R.  Acc.  Se.,  Torino,  1905)  viene 
data  a  questa  fauna  dalla  presenza  di  grossi  megalodontidi,  riferibili  al 
gen.  Pachy crisma.  Poiché  sezioni  analoghe  di  grosse  bivalvi  cordiformi 
furon  rinvenute  dal  Lotti  in  vari  altri  punti  dell’Umbria  e  in  Toscana 
(Calvi,  M.  Malbe,  M.  Cotona)  alla  base  del  Lias  inferiore  immediatamente 
sopra  a  strati  retici  fossiliferi,  questi  megalodontidi  potrebbero  esser 
Conchodon  e  gli  strati  che  li  racchiudono  potrebbero  rappresentare  il 
piano  Hettangiano.  Proseguendo  la  escursione  s’incontra  il  tempietto 
detto  del  Clitunno  e  poco  appresso  la  classica  sorgente  omonima,  di  cui 
sarà  riconosciuto  facilmente  il  regime  sotterraneo  come  sorgente  di  sfio¬ 
ramento  del  livello  idrostatico. 

Giovedì  12. 

Escursione  presso  Schifanoia  per  osservare  la  sovrapposizione 
delle  argille  scaqliose  alla  formazione  arenaceo-marnosa.  —  Par¬ 
tenza  alle  9,25  in  ferrovia  per  Gualdo  Tadino.  —  Colazione 
in  ferrovia.  —  Per  la  rotabile  in  vettura  a  Schifanoia.  —  Ri¬ 
torno  alla  stazione  di  Gualdo  per  il  treno  delle  18,21.  —  In 
ferrovia  ad  Assisi  ove  si  giunge  a  ore  19,29. 

Nei  pressi  della  stazione  dì  Gualdo  Tadino  comparisce  il  Pliocene 
lacustre  costituito  da  ciottoli  che  presso  C.  Padiglione  lasciano  vedere  le 
sottostanti  argille  utilizzate  per  laterizi.  Di  qui  a  Schifanoia  si  attraversa 
la  formazione  arenaceo-marnosa  in  cui  si  osservano  frequenti  banchi  di 
calcare  a  Lepidocyclina,  Amphistegina,  Myogipsina,  ecc.  Al  bivio  di 
Schifanoia  vedesi  il  famoso  masso  conglomeratiforme,  costituito  da  fram¬ 
menti  di  rocce  delle  argille  scagliose  e  della  formazione  arenaceo-mar¬ 
nosa.  Il  conglomerato  è  pieno  di  Pecten  di  specie  mioceniche  e  plioce¬ 
niche.  Altri  lembi  di  questo  conglomerato,  cui  associansi  anche  dei  cal¬ 
cari  a  Pecten ,  si  osservano  lungo  il  contatto  delle  argille  scagliose  colla 
detta  formazione  marnosa,  specialmente  ad  ovest  salendo  verso  la  Ro¬ 
mita.  Un  poco  ad  est  della  Romita,  a  C.  Marcio,  presso  S.  Anna  e  presso 
il  torrente  Rasina,  scendendo  verso  la  Cerasa,  si  osserva  la  sovrapposi¬ 
zione  delle  argille  scagliose  ad  una  formazione  arenaceo-marnosa  e  la 
disposizione  in  sinclinale  dei  due  terreni. 

Venerdì  13. 

Alle  7  partenza  per  la  valle  delle  Carceri  (M.  Subasio)  a 
piedi.  —  Colazione  in  campagna.  —  Ritorno  ad  Assisi  per 
le  1G.  —  Visita  della  città. 

Partendo  dalla  città,  e  prendendo  la  via  del  Convento  delle  Carceri,  si 
osserva  primieramente  la  parte  superiore  della  scaglia,  ossia  la  scaglia  argil- 


LVIII 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


Iosa,  che  comparisce  a  sud-est  della  città  per  una  flessione  dovuta  all’ina- 
bissamento  della  parte  occidentale  della  cupola  del  Subasio.  Proseguendo 
s'incontra  il  contatto  fra  la  scaglia  rossa  e  il  calcare  neocomiano  con  inter¬ 
posizione  di  pochi  strati  di  scisti  a  fucoidi,  e  ciò  per  effetto  d’una  frat¬ 
tura  con  rigetto  dovuta  alla  detta  flessione.  Più  innanzi,  oltrepassata  la 
cava  di  pietre  (Neocomiano)  delle  Carcerelle,  si  osserva  sul  taglio  della 
strada  la  linea  di  rottura  di  altra  faglia  che  spostò  le  varie  formazioni 
di  circa  200  m.  Qui  e  tutt’intorno  al  Convento  è  molto  sviluppato  il  Lias 
superiore  e  copiosamente  fossilifero.  Alle  Tre  Fontane  ci  troviamo  di 
nuovo  in  presenza  della  faglia  osservata  sull’altra  parete  della  valle. 
Scendendo  a  Fonte  Panzo  si  attraversa  il  Lias  medio  e  il  Lias  inferiore, 
staccatisi  dagli  strati  corrispondenti  del  Convento  e  spostati  in  basso 
dalla  faglia  predetta,  come  è  indicato  chiaramente  dalla  carta  geologica. 
Sulla  via  di  ritorno  ad  Assisi,  presso  S.  Potente,  vedesi  affiorare  disotto 
al  detrito  di  falda  una  formazione  arenaceo-marnosa,  che  un  tempo  dovette 
cuoprire  la  porzione  sprofondata  della  cupola. 

Sabato  14. 

Partenza  da  Assisi  alle  9,33  in  ferrovia  per  Spoleto  ove  si 
giunge  alle  11,24.  —  Alle  15  adunanza  di  chiusura. 


Spese  prevedibili,  non  computati  i  viaggi  per  e  da  Spoleto, 
Lire  65. 


Alberghi  in  Spoleto. 

Città  alta.  —  Albergo  Lucini.  Camere  2  lire  (prezzo  ridotto). 

Riduzione  sui  prezzi  per  i  pasti. 
Albergo-ristorante  Cambioli.  Camere  in  case 
private  lire  2. 

Borgo.  —  Albergo  Ferrovia.  Camere  lire  1,50;  con  due 
letti  lire  2. 

Albergo  Posta.  Idem. 


Alberghi  in  Assisi. 

Albergo  Leone.  Camere  lire  2. 

»  Minerva. 

»  Subasio. 

»  Giotto. 


SOMMAKIO  DEL  CONGRESSO 


Il  Congresso  si  è  svolto  secondo  il  programma  descritto, 
colle  sole  varianti:  che  il  giorno  11  la  gita  alle  Fonti  del  Cli- 
tnnno  è  stata  fatta  nelle  ore  antimeridiane,  e  l’adunanza  per 
lo  svolgimento  del  l’ordine  del  giorno  è  stata  tenuta  nelle  ore 
pomeridiane;  che  l’adunanza  di  chiusura  del  giorno  14  è  stata 
tenuta  nelle  ore  antimeridiane,  avendo  parte  dei  Soci  preferito 
ritornare  a  Spoleto  nella  sera  del  13,  e  parte  ritornare  da 
Assisi  alle  loro  residenze,  ovvero  intraprendere  altre  escursioni 
nella  regione. 

* 

*  * 

Soci  intervenuti  al  Congresso. 

Mazzuoli  ing.  Lucio,  Ispettore  superiore,  Capo  del  R.  Corpo 
delle  Miniere,  in  rappresentanza  di  S.  E.  il  Ministro  di  Agri¬ 
coltura. 

• 

Consiglio  direttivo  della  S.  G.  I.: 


Presidente 

ing. 

Lotti . 

Vice-Presidente  prof. 

Parona. 

Segretario 

ing. 

Verri. 

Archivista 

ing. 

Crema. 

Consigliere 

ing. 

Mattirolo. 

Vice-Segretario 

dott. 

Ce  rulli-  Ir  eli  i. 

Id. 

ing. 

Pilota. 

Soci:  ing.  Bcilclacci,  prof.  Cacciamoli ,  ing.  Compensa,  in¬ 
gegnere  Caneva,  ing.  Capacci,  dott.  Bel  Zanna,  dott.  Di  Franco, 
ing.  Fiorentin,  dott.  Fucini ,  dott.  Galdieri,  dott.  Gortani,  dot¬ 
tore  Laureti ,  ing.  Mantella,  dott.  Marconi ,  prof.  Meli,  prof.  Pan- 


LX 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


fanelli,  ing.  Plueschke,  clott.  Principi,  ing.  Quaglino,  dott.  Scalia,. 
ing.  Spinetti,  dott.  Stefanini,  sig.  Tanziani,  prof.  Par  am  dii, 
prof.  Tommasi,  ing.  Toso,  prof.  Vinassa  de  B-egmj,  colon¬ 
nello  Zamara. 

Soci  i  quali  hanno  scusato  l’assenza. 

Ing.  Aichino,  prof.  Bcissani,  prof.  Bucca,  prof.  Cermenati , 
ing.  Clerici,  prof.  Colomba,  ing.  Cortese,  prof.  Craveri,  profes¬ 
sore  D' Achiardi,  prof.  Dal  Piaz,  prof.  De  Agostini,  prof.  De 
Angelis  cVOssat,  dott.  Del  Campana,  dott.  Dervieux,  prof.  De  Ste¬ 
fani,  prof.  Di  Stefano,  ing.  Franchi,  prof.  Issel,  ing.  Lattes, 
prof.  Lovisato,  ing.  Maddalena,  dott.  Martelli  A.,  ing.  Maz¬ 
zetti,  prof.  Neviani,  prof.  Platania ,  prof.  Prever,  ing.  Pulì  è  G., 
prof.  Sacco,  ing.  Segrc,  prof.  Trabucco,  prof.  Tuccimei. 

* 

*  * 

Discussioni  e  deliberazioni  principali  nelle  adunanze. 

Discussione  sulle  formazioni  del  Terziario  medio  nell’Italia, 
in  relazione  ai  terreni  dell’Umbria. 

Comunicazione  dell’ing.  Toso  sulla  genesi  dei  giacimenti 
metalliferi  aventi  forma  di  ammassi  irregolari. 

Voto  della  S.  G.  I.  da  presentare  al  Congresso  indetto  a 
Genova  nell’ottobre  per  trattare  la  materia  della  conservazione 
dei  monumenti  naturali. 


* 

*  * 

Escursioni. 

Le  gite  proposte  nel  programma  sono  descritte  particolar¬ 
mente  in  apposite  relazioni.  Oltre  alle  località  indicate  per  quelle 
escursioni,  vari  Soci  hanno  visitato  le  cave  della  lignite,  che 
trovasi  nel  Pliocene  lacustre  di  Morgnano  e  S.  Angelo. 

Altra  breve  escursione  fu  fatta  dopo  la  chiusura  del  Con¬ 
gresso,  per  cortese  invito  dell’ing.  Antonini,  a  visitare  una  for¬ 
mazione  di  Lias  superiore  ne’  suoi  terreni  situati  a  sud  dei  Cap¬ 
puccini. 


ADUNANZA  INAUGURALE 

(<9  settembre ) 


Per  cortese  concessione  del  Municipio,  l’adunanza  inaugurale 
fu  tenuta  nella  sala  XVII  settembre,  annessa  al  Teatro  Mas¬ 
simo,  la  quale  fu  aperta  al  pubblico  per  la  prima  volta  in  questa 
circostanza. 

In  quella  sala,  presenti  molte  gentili  Signore  e  le  Notabi¬ 
lità  cittadine,  il  professore  Giuseppe  Sordini,  R.  Ispettore  dei 
monumenti  e  degli  scavi  dell’Umbria,  le  cui  vicende  storiche 
illustra  con  dotti  studi,  portò  ai  Congressisti  il  saluto  della  città, 
ringraziando  di  avere  prescelta  Spoleto  a  sede  dell’adunanza 
estiva.  Nell’eletto  discorso  ricorda  i  naturalisti,  i  cui  nomi  ono¬ 
rano  la  Provincia  Umbra,  dal  principe  Federico  Cesi  fondatore 
dell’Accademia  dei  Lincei,  al  Bellucci;  chiude  con  inno  alla 
Terra  ed  agli  studiosi  che  ne  investigano  i  misteri  {applausi). 

L’ingegnere  Lucio  Mazzuoli,  Ispettore  capo  del  R.  Corpo 
delle  Miniere,  porge  il  saluto  ai  Congressisti  a  nome  di  S.  E. 
il  Ministro  di  Agricoltura,  Industria  e  Commercio,  facendo  ri¬ 
levare  l’importanza  che  hanno  gli  studi  geologici,  importanza 
altamente  apprezzata  da  S.  E.  Nitti.  Ricorda  come,  per  quel  che 
riguarda  le  applicazioni  pratiche,  in  questi  ultimi  tempi  tale 
importanza  sia  stata  riconosciuta  dalle  Amministrazioni  dello 
Stato,  le  quali  hanno  tratto  e  traggono  dai  rilevamenti  geolo¬ 
gici  indicazioni  preziose,  per  i  progetti  e  la  esecuzione  di  la¬ 
vori  d’entità  ragguardevole. 

Si  rallegra  coi  Soci  di  avere  scelto  a  Presidente  l’inge¬ 
gnere  Lotti,  del  quale  ricorda  la  lunga  carriera  scientifica,  no¬ 
tando  quanto  questi  siasi  occupato  della  geologia  dell’Umbria, 
dove  vide  fatti  tettonici  di  non  facile  interpretazione.  Questi 
formeranno  oggetto  delle  escursioni  sociali,  e,  se  si  riuscirà  a 


LXII 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


darne  una  spiegazione  soddisfacente,  il  congresso  di  Spoleto, 
conservandosi,  come  è  da  desiderare,  modesto  nel  suo  svolgi¬ 
mento,  lascerà  di  se  una  notevole  traccia  nella  geologia  del 
nostro  paese  (applausi). 

Il  Presidente  legge  questo  discorso: 

Signore  e  Signori , 

Son  certo  d’interpretare  il  sentimento  di  tutti  i  colleglli  della 
Società  Geologica,  qui  convenuti,  inaugurando  i  nostri  lavori  con 
un  saluto  ed  un  ringraziamento  a  questa  colta  ed  operosa  cit¬ 
tadinanza  che  tanto  cordialmente  e  cortesemente  ci  accoglie  fra 
le  sue  mura  vetuste,  e  all’illmo  sig.  Sindaco,  che  con  squisito 
senso  di  gentilezza,  volle  che  alla  nostra  Società  spettasse  l’onore 
di  inaugurare  l’apertura  della  splendida  sala,  che  col  suo  nome 
ricorda  la  fine  del  dominio  teocratico  su  questa  città. 

Un  ringraziamento  lo  dobbiamo  pure  qui  pubblicamente  a 
S.  E.  il  Ministro  d’ Agricoltura,  Industria  e  Commercio,  il  quale, 
per  mezzo  dell’illustre  Capo  del  R.  Corpo  delle  Miniere,  com- 
mendator  Mazzuoli,  volle  essere  rappresentato  a  questa  nostra 
festa  inaugurale. 

10  credo  che  due  principali  e  cospicue  ragioni  abbiano  de¬ 
terminato  la  scelta  di  Spoleto  a  sede  della  nostra  riunione. 

La  prima  dobbiamo  riconoscerla  nella  non  comune  bellezza 
del  paese,  nelle  attrattive  di  quest’Umbria  verde  cantata  da 
un  poeta  immortale,  e  nelle  vestigia  di  antica  grandezza  di 
questa  storica  ed  illustre  città;  la  seconda  è  legata  al  nostro 
campo  di  ricerche  scientifiche  ed  ha  per  scopo  la  constatazione 
d’un  fenomeno  tettonico  di  singolare  importanza,  che  si  verifica 
qui  presso  la  città,  e  l’osservazione  di  fatti  stratigrafici  in  un 
tratto  della  valle  del  torrente  Rasina  presso  Schifanoia,  pei  quali 
si  spera  di  giunger  presto  alla  risoluzione  di  un  problema  di 
cronologia  geologica,  che  interessa  non  solo  una  gran  parte  del¬ 
l’Umbria,  ma  altresi  le  Marche,  l’Appennino  centrale  e  meridio¬ 
nale  e  la  Sicilia  stessa. 

11  criterio  di  chiamare  a  consulto  la  nostra  Società  su  que¬ 
stioni  determinate  e  concrete,  approfittando  dei  suoi  annuali 


ADUNANZE 


LXIII 


convegni,  pur  essendosi  delineato  spontaneamente  in  precedenti 
congressi  e  specialmente  in  quelli  presieduti  dal  Verri,  dal  Maz¬ 
zuoli  e  dal  Di  Stefano,  ebbe  per  la  prima  volta  sanzione  de¬ 
finita  ad  opera  d’un  mio  chiarissimo  collega,  l’ing.  Baldacci, 
che  mi  precedette  or  sono  due  anni  nella  carica  onorifica  di 
Presidente  della  Società  Geologica;  e  fu  idea  altamente  lodata. 

Io  ne  ho  seguito  l’esempio  e  lo  addito  oggi  ai  miei  succes¬ 
sori,  affinchè  queste  nostre  annuali  assemblee  non  solo  siano  pro¬ 
ficue  ai  singoli  intervenuti,  ma  lascino  eziandio  una  traccia  in¬ 
delebile  nel  cammino  della  scienza. 

Io  sono  incompetente  a  darvi  anche  solo  un  cenno  intorno 
alle  storiche  bellezze  di  questa  vetusta  città.  11  mio  egregio 
amico  prof.  Sordini,  illustre  cittadino  di  Spoleto,  autore  di  pre¬ 
gevolissime  memorie  archeologiche,  preposto  dal  Governo  agli 
scavi  ed  alla  conservazione  dei  monumenti  dell’ Umbria,  ci  sarà 
guida  preziosa. 

A  me,  cui  toccò  in  sorte  di  eseguire  il  rilevamento  geolo¬ 
gico  in  grande  scala  dell’Umbria,  incombe  il  dovere  di  spie¬ 
garvi  in  brevi  parole  lo  scopo  principale  delle  nostre  gite; 
quali  sono  i  fenomeni  tettonici  e  stratigrafici  che  osserveremo 
e  quali  le  deduzioni  scientifiche,  che  essi  ci  permettono  di 
trarre  per  la  geologia  in  genere  e  per  quella  dell’Umbria  in 
specie. 

Due  di  queste  escursioni  ci  interesseranno  in  un  modo  spe¬ 
ciale,  perchè  l’oggetto  di  esse  implica  due  fatti  importanti  e 
molto  discussi  :  uno  di  geologia  generale,  l’altro  di  cronologia 
stratigrafica  locale. 

Qui  presso  la  città,  nel  M.  Luco,  coperto  da  uno  splendido 
e  fitto  bosco  secolare,  vero  Incus  a  non  lucendo,  noi  osserveremo 
una  potente  massa  calcarea  del  Lias  inferiore,  la  quale  riposa 
direttamente  e  con  lieve  pendenza  sopra  un  calcare  marnoso 
rosso  di  età  senoniana,  che  noi  ben  conosciamo  col  nome  di 
scaglia  rossa. 

E  questo  calcare  basico  non  si  è  soltanto  coricato  sulla  sca¬ 
glia  tranquillamente,  per  un  comune  fenomeno  di  piegamento, 
ma  vi  ha  scorso  sopra,  e  di  questo  scorrimento  ha  lasciato  tracce 
manifeste  in  una  formazione  detritica  di  schiacciamento  e  di  fri¬ 
zione  che  noi  osserveremo. 


Lxiy 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


Per  coloro  che  non  hanno  dimestichezza  con  la  nostra  scienza 
m’incombe  l’obbligo  di  una  spiegazione  più  elementare  del  fe¬ 
nomeno. 

Ognuno  di  voi  avrà  osservato,  transitando  per  valli  profonde, 
con  pareti  nude  ed  a  picco,  come  ad  esempio  in  molti  tratti 
della  pittoresca  strada  di  Norcia,  che  le  rocce  stratificate,  co¬ 
stituenti  le  montagne  laterali,  sono  piegate  e  ripiegate  bizzar¬ 
ramente,  simili  talvolta  ad  onde  marine  accavai lantesi  l’una. 
sull’altra.  Queste  rocce  stratificate,  che  evidentemente  in  origine 
si  depositarono  in  letti  orizzontali,  furono  posteriormente  pie¬ 
gate  e  contorte  in  forza  di  pressioni  laterali  sopportate  dalla 
crosta  terrestre.  Ciò  che  si  verifica  in  piccola  e  limitata  scala 
nelle  pareti  di  un  solco  naturale  scavato  nella  montagna,  si  è 
verificato  in  grande  scala  per  vaste  zone  della  crosta  terrestre 
e  per  potenti  complessi  di  strati,  che  noi  chiamiamo  formazioni. 

Così  è  avvenuto  che  pile  di  strati  costituenti  una  o  più  for¬ 
mazioni,  dopo  essersi  piegate  in  una  stretta  curva  convessa, 
verticale,  subirono  poi  un  ribaltamento  addossandosi  ad  altri 
terreni. 

Continuando  ad  agire  la  pressione  laterale,  queste  curve  co¬ 
ricate  si  ruppero  presso  la  cerniera  e  la  parte  superiore  della 
curva,  dopo  avere  strisciato  sulla  parte  inferiore,  potè  trascor¬ 
rere  e  posarsi  su  terreni  originariamente  ad  essa  superiori  e  più 
giovani. 

È  appunto  per  un  fenomeno  di  questa  natura  che  noi  tro¬ 
viamo  qui,  presso  Spoleto,  e  precisamente  nell’area  compren¬ 
dente  il  M.  Luco  e  luoghi  circostanti,  che  il  calcare  bianco  del 
Lias  inferiore  è  andato  a  sovrapporsi  a  quello  rosso  del  Cre¬ 
taceo  superiore,  molto  più  giovane,  scorrendo  su  di  esso  per  un 
tratto  visibile  di  almeno  5  km.;  ed  è  appunto  in  grazia  di 
questo  strano  fenomeno  tettonico  che  la  città  di  Spoleto  ha 
potuto  essere  fornita  di  ottima  ed  abbondante  acqua  potabile. 

Se  la  tettonica  dei  dintorni  di  Spoleto  fosse  stata  regolare, 
non  si  sarebbero  avute  le  condizioni  favorevoli  per  la  forma¬ 
zione  di  copiose  sorgenti,  come  oggi  le  abbiamo  pel  fatto  che 
un  potente  banco  di  calcare,  eminentemente  permeabile  alle 
acque  meteoriche,  trovasi  sovrapposto  ad  un  terreno  poco  per¬ 
meabile  come  la  scaglia  rossa,  il  quale  sostiene  e  versa  allo 


ADUNANZE 


DXV 


esterno  le  acque  filtrate  attraverso  il  calcare  liasico  scvrincom- 
beute. 

Il  fenomeno  tettonico  di  cui  ho  fatto  cenno,  e  che  ripetesi 
naturalmente  altrove  e  specialmente  nella  catena  delle  Alpi, 
prese  il  nome  di  carreggiamento.  Esso  però  ha  dato  luogo  a 
concezioni  altrettanto  ardite  quanto  artificiose  ed  ormai  vi  è 
un  certo  numero  di  geologi,  valenti  tettonisti,  i  quali  hanno 
talmente  esagerata  la  frequenza  e  la  portata  di  tali  carreggia¬ 
menti,  da  vedere  dovunque  masse  immense  di  terreni  carreg¬ 
giate  da  distanze  enormi  di  centinaia  e  centinaia  di  chilometri, 
delle  quali  masse  si  cercherebbero  oggi  invano  le  radici. 

I  dintorni  di  Spoleto  mostrano  la  reale  esistenza  di  simili 
fenomeni  di  carreggiamento,  se  contenuti  in  limiti  modesti,  ma 
non  autorizzano  affatto  ad  esagerazioni  ed  a  generalizzazioni 
non  necessarie. 

Ed  ora  passiamo  al  secondo  oggetto  delle  nostre  indagini, 
che  formerà  lo  scopo  della  escurzione  nei  dintorni  di  Schifammo 
presso  Gualdo  Tadino. 

In  una  gran  parte  dell’Umbria,  delle  Marche,  dell’Emilia  e 
dell’Àppennino  centrale  e  meridionale,  comparisce  una  potente 
ed  estesa  formazione  di  arenarie  e  marne  di  tipo  Flyscli ,  con 
strati  intercalati  di  calcare  nei  quali  si  racchiudono,  insieme  ad 
altre,  certe  specie  di  foraminifere  spettanti  ai  generi  Myogipsina 
e  Lepidocyclina  che,  secondo  alcuni  distinti  foraminiferologi,  fra 
i  quali  mi  piace  di  segnalarvi  un  dotto  professore  degli  Istituti 
scientifici  di  questa  città,  il  prof.  Silvestri,  non  potrebbero  tro¬ 
varsi  in  strati  più  antichi  dell’Oligocene;  secondo  altri,  fra  i 
quali  il  dott.  Prever  della  Università  di  Torino,  non  dovrebbero 
comparire  in  strati  più  antichi  del  Miocene  medio. 

Ebbene,  qui  nell’Umbria  questi  calcari  a  Lepidocycline  e 
Myogipsine,  unitamente  a  tutto  il  complesso  di  strati  arenaceo- 
marnosi  che  li  racchiudono,  paiono  sottostanti  e  più  antichi  di 
una  formazione  complessa  e  caratteristica  detta  delle  argille 
scagliose,  costituita  da  calcari  alberesi,  calcari  verdastri  e  scisti 
argillosi  multicolori  con  rocce  ofiolitiche  ;  la  quale  formazione 
per  consenso  quasi  unanime  viene  attribuita  all’Eocene. 

Un  dotto  illustratore  della  geologia  dell’Umbria  qui  pre¬ 
sente,  il  gen.  Verri,  che  fu  già  Presidente  e  che  oggi,  per  il 


LXVI 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


grande  suo  attaccamento  verso  la  nostra  Società,  si  sobbarca 
gentilmente  alle  funzioni  di  Segretario,  scrisse  una  volta  che 
o  questa  formazione  arenaceo-marnosa  dell’Umbria  era  eocenica 
o  le  argille  scagliose  e  le  rocce  ofiolitiche  associate  dovevano 
ritenersi  mioceniche. 

A  questo  dilemma  non  è  cosa  facile  sottrarsi  qualora  vengano 
indiscutibilmente  riconosciuti  gli  accennati  rapporti  stratigrafici 
fra  le  due  formazioni.  Di  qui  l’importanza  della  nostra  escur¬ 
sione  presso  Schifanoia. 

Domando  venia  ai  miei  ascoltatori,  e  specialmente  a  coloro 
che  non  sono  direttamente  interessati  nelle  nostre  discipline,  per 
aver  dovuto  intrattenerli  su  temi  apparentemente  aridi  o  troppo 
specializzati,  ma  la  nostra  Società  non  si  è  riunita  nell’Umbria, 
come  dissi,  soltanto  per  godere  le  bellezze  di  questa  incante¬ 
vole  regione,  sibbene  e  sopratutto  perchè  qui  si  dibattevano 
questioni  geologiche  importanti,  ed  a  me  correva  l’obbligo  di 
dare  un  cenno  agl’intervenuti  a  questo  congresso  sulla  essenza 
di  tali  questioni. 

Alcuni  dei  singoli  capitoli  della  scienza  geologica  possono 
invero  apparire  aridi,  e  stancare  la  mente  del  pubblico  che  ne 
ascolta  la  lettura,  ma  senza  questi  capitoli  la  Geologia  non  sa¬ 
rebbe;  e  la  Geologia,  questa  scienza  che  ci  insegna  a  conoscere 
la  casa  che  noi  abitiamo,  dove  nascemmo  e  dove  morremo, 
oltre  ad  offrire  all’uomo  un  largo  contributo  di  utilità  materiali, 
innalza  lo  spirito  di  lui  fino  all'intuizione  dell’infinito,  mostran¬ 
dogli  la  realtà  degli  incommensurabili  periodi  di  tempo,  durante 
il  quale  si  compierono  quei  fenomeni  che  formano  oggetto  delle 
sue  indagini. 

Come,  osservando  per  pochi  minuti  l’indice  delle  ore  sulla 
mostra  di  un  orologio,  non  si  avverte  il  più  piccolo  movimento 
di  esso  indice,  che  si  direbbe  fermo  ed  immobile,  mentre  in  12 
ore  esso  compie  tutto  il  giro  del  disco,  così  la  scorza  terrestre, 
quando  anche  scrutata  per  secoli  non  ci  rivelerebbe  cambia¬ 
menti  sensibili  nella  sua  struttura  interna  e  nella  sua  esterna 
conformazione;  si  direbbe  che  così  fu  in  principio  e  così  resterà 
in  avvenire.  Eppur  si  muove  questa  crosta;  eppure  essa  ha  cam¬ 
biato  più  volte  e  cambierà  ancora  la  sua  faccia.  I  monti  sor- 


ADUNANZE 


LXV1I 


sero  dove  fu  il  mare,  e  questo  ritornerà  dove  ora  essi  giganteg¬ 
giano.  Ce  lo  dicono  i  fossili,  quelle  conchiglie  marine  che  pe- 
trificate  si  rinvengono  nelle  rocce  costituenti  le  più  alte  montagne: 
«  Vidi  factas  ex  aequore  terras  et  procul  a  pelago  concime  jacuer e 
marinae  ».  Ce  lo  confermano  gli  strati  delle  stesse  rocce  che,  deposi¬ 
tati  in  origine  orizzontalmente,  li  vediamo  oggi  curvati  in  pieghe 
enormi,  strette,  coricate,  rotte  ;  e  tuttociò  avvenne  lentamente, 
tanto  lentamente  che  nessun  cambiamento  sarebbe  stato  percet¬ 
tibile  ai  nostri  sensi,  anche  se  ne  fosse  stata  possibile  l’osser¬ 
vazione  ad  intervalli  di  centinaia  di  secoli. 

Eppure  queste  dislocazioni  degli  strati  costituenti  la  scorza 
terrestre  son  realtà;  esse  avvennero  ed  avvengono;  che  avven¬ 
nero  lo  vediamo,  che  avvengono  ce  ne  fanno  avvertiti  ogni 
tanto  gli  scuotimenti  del  suolo,  i  terremoti,  i  quali  general¬ 
mente  sono  i  segnalatori  delle  rotture  e  dei  nuovi  assettamenti 
negli  strati  terrestri. 

Se  adunque  non  bastano  millenni  per  produrre  nella  cro¬ 
sta  terrestre  un  cambiamento  percettibile  ai  nostri  sensi  e  ai 
nostri  strumenti,  immaginate  la  immensità  del  tempo  occorso 
perchè  gli  Appennini,  le  Alpi  ed  altre  grandi  catene  si  elevas¬ 
sero  dal  mare  a  quelle  enormi  altezze  cui  oggi  le  vediamo.  E 
pensare  che  queste  grandi  catene  son  le  ultime  sorte,  che  esse 
furon  composte  coi  detriti  di  altre  grandi  catene  che  le  prece¬ 
dettero,  e  che  coll’andar  dei  secoli  furono  erose  e  quasi  spianate, 
e  delle  quali  solo  le  indagini  geologiche  ci  rivelano  la  passata 
esistenza,  ci  mostrano  le  reliquie  e  ci  intessono  la  storia. 

E  adunque  addirittura  l’eternità  che  ci  fa  intravedere  la  no¬ 
stra  scienza;  l’eternità  materializzata  e  scolpita  nei  fenomeni 
che  essa  scienza  studia  ed  osserva,  e  dei  quali  uno  grandioso, 
il  carreggiamento  di  M.  Luco,  reclama  appunto  oggi  qui  a  Spo¬ 
leto  tutta  la  nostra  attenzione. 

Ed  ora  permettete,  o  Signori,  che  io  termini  questo  mio  po¬ 
vero  discorso  con  un  rimpianto  ed  un  augurio.  Un  rimpianto 
pei  morti  ed  un  augurio  di  possibile  salvamento  per  quei  di¬ 
sgraziati  che,  nello  spaventoso  disastro  della  miniera  della  Cla- 
rence,  forse  anche  in  questo  momento  stanno  attendendo  una 
lenta  morte  per  fame  ed  asfissia,  a  900  e  a  1000  metri  sotto 
terra.  Molto  si  avvale  la  nostra  scienza  dell’oscuro  lavoro  di 


LXVIII 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


questi  esploratori  delle  profonde  viscere  della  crosta  terrestre, 
ed  è  quindi  giusto  e  doveroso  per  noi  di  rendere  un  mesto 
tributo  di  compianto  a  queste  povere  vittime  delle  miniere,  che 
seppellite  in  tetre  bolge  spariscono  ignorate  dalla  scena  della 
vita,  per  procurare  alla  umanità  e  alle  industrie  il  prezioso  e 
vitale  elemento  (applausi). 

11  professore  Taramelli  dice  essere  intervenuto  al  Congresso 
anzitutto  per  le  considerazioni,  le  quali,  come  ha  esposto  il  Pre¬ 
sidente,  danno  a  questa  adunanza  tanto  interesse  scientifico,  e 
più  per  due  suoi  particolari  motivi.  Cioè  per  ringraziare  ancora 
una  volta  la  Società  delle  onoranze  che  si  compiacque  offrirgli 
nella  occasione  del  Congresso  dell’anno  precedente;  per  rive¬ 
dere  l’Umbria  già  visitata  altre  volte,  facendovi  escursioni  col- 
l’allora  capitano  Verri  e  col  Bellucci  suo  compagno  in  una  gita 
al  Vettore:  in  ognuna  delle  quali  gite  restò  ammirato  dell’im¬ 
portanza  scientifica  che  vi  presentano  le  formazioni  geologiche, 
delle  bellezze  del  paesaggio,  della  cortesia  degli  abitanti  (ap¬ 
plausi). 


Dopo  l’adunanza  i  Congressisti  furono  invitati  ad  un  rice¬ 
vimento,  offerto  dai  Rappresentanti  della  città,  nelle  grandiose 
sale  della  Pinacoteca  annessa  al  Palazzo  Municipale  :  nella  quale 
ammirarono  lavori  della  scuola  dei  maestri  marmorari  umbri, 
pitture  della  scuola  dello  Spagna,  ed  altre  pregevoli  opere  d’arte. 

Nel  pomeriggio  di  questo  giorno  i  Congressisti  furono  con¬ 
dotti  dal  prof.  Sordini  a  visitare  i  monumenti  che  abbellano  la 
Terra,  la  quale  conta  tra  le  sue  glorie  l’avere  respinto  l’assalto 
di  Annibaie,  l’essere  stata  capo  di  uno  dei  più  potenti  Ducati 
Longobardi.  Per  le  attenenze  che  hanno  gli  studi  geologici  col¬ 
l’Archeologia,  ricordiamo  particolarmente  tra  i  monumenti  gli 
avanzi  della  cinta  ciclopica. 


ADUNANZA  GENERALE 

{11  settemòre) 


Presidenza  Lotti. 

La  seduta  è  aperta  alle  ore  15  nella  sala  XVII  settembre. 
Sono  presenti  i  Soci:  Cacciamali,  Campensa,  Cerulli-Irelli, 
Crema,  Dee  Zanna,  Di  Franco,  Fiorentin,  Galdieri,  Gortani, 
Laureti,  Lotti,  Marconi,  Mattirolo,  Meri,  Pantanelli,  Parona, 
Pi  lotti,  Principi,  Quaglino,  Scalea,  Stefanini,  Taramelli,  Tom- 
masi,  Toso,  Verri,  Vinassa  de  Regny,  Zamara. 

Presidente  apre  la  sedata  partecipando  che,  dopo  la  inau¬ 
gurazione  del  Congresso  fatta  il  giorno  8,  ha  creduto  doveroso 
mandare  il  seguente  telegramma  : 

A  S.  E.  il  Ministro  di  A.  I.  C. 

Società  Geologica  Italiana,  iniziando  suoi  lavori,  ringrazia  V.  E.  di 
essersi  voluto  far  rappresentare  nostra  riunione  generale,  tanto  più  che 
rappresentante  è  nostro  amatissimo  collega. 

Assemblea  applaude. 

Presidente  invita  i  Soci  convenuti  a  trattare  le  materie 
enunciate  nell’ordine  del  giorno  della  Circolare  28  luglio,  inviata 
per  la  convocazione- dell’adunanza. 


1.  —  Approvazione  dei  verbali 
delle  adunanze  del  settembre  1911  e  del  31  marzo  1912. 

Clerici  scrive  chiedendo  che,  circa  i  campioni  di  Pelago¬ 
site  presentati  nella  adunanza  31  marzo  1912,  sia  detto  «  da 
lui  raccolti  al  promontorio  Argentario  »  (pag.  xlvi). 


v 


LXX 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


Stefanini  osserva  che  nel  verbale  dell’adunanza  31  marzo 
c’è  la  singolare  anomalìa  di  vedere  che,  mentre  l’Assemblea 
aveva  deciso  che  non  fosse  inserita  per  disteso  una  parte  di 
quella  discussione,  questa  parte  è  stata  riportata,  ed  insieme  è 
stato  riportato  il  sunto  con  che  fu  deliberato  sostituirla.  Chiede 
spiegazioni. 

Presidente  dichiara  che  la  cosa  fece  meraviglia  anche  a 
lui,  ed  in  Consiglio  ne  chiese  spiegazioni  al  Segretario,  rite¬ 
nendo  che  ci  fosse  stato  un  malinteso. 

Segretario.  Alla  risposta  sulla  domanda  del  Socio  Stefanini 
devo  premettere  una  dichiarazione. 

Ho  sentito  esservi  chi,  per  inesperienza  di  leggi  e  di  rego¬ 
lamenti,  crede  appartenere  al  Presidente  la  responsabilità  di 
quella  trasgressione  al  voto  dell’Assemblea,  pel  motivo  che  è 
segnato  nel  Bollettino  quale  gerente  responsabile.  Sino  al  1896 
il  Bollettino  non  ha  firma  di  Presidente  responsabile:  appare 
poi  questa  perchè  una  qualche  circolare  della  Direzione  delle 
Poste  avrà  avvertito,  che  non  sono  ammesse  alle  riduzioni  di 
tassa  delle  stampe  periodiche  quelle,  che  non  stiano  in  regola  colle 
disposizioni  vigenti  per  tali  stampe.  Di  circolari  simili  se  ne 
è  avuta  una  anche  nel  febbraio  1911.  La  legge  sulla  stampa 
stabilisce  che,  per  considerare  le  pubblicazioni  come  periodiche,, 
debbano  tra  altro  avere  un  gerente  responsabile,  passibile  di 
azione  penale  allorché  la  libertà  di  stampa  degenera  in  licenza 
con  reati  previsti  dal  Codice:  questa  è  la  responsabilità  che  in¬ 
combe  per  legge  sul  Presidente  della  S.  G.  I.  segnato  quale 
gerente  responsabile  del  Bollettino. 

Nel  Regolamento  generale  della  Società  sta  scritto,  che  il 
Segretario  è  responsabile  dei  verbali  del  Consiglio  direttivo  e 
delle  Assemblee  dei  Soci.  Quanto  la  disposizione  sia  savia  ba¬ 
sta  riflettere  che  i  verbali  non  sono  approvati  prima  di  essere 
discussi,  e  la  dignità  dell’ufficio  presidenziale  sarebbe  meno¬ 
mata  se  dovesse  essere  soggetta  alle  contestazioni,  che  i  Soci 
sono  liberi  di  muovere  sul  come  sono  riportate  nei  verbali  le 
cose  fatte  e  dette  nelle  Assemblee  e  nei  Consigli. 


ADUNANZE 


LXXI 


Sarebbe  stata  indelicatezza  implicare  il  Presidente  nella  com¬ 
pilazione  del  verbale  31  marzo;  dichiaro  anzi  che  nessuno  ne  ha 
avuta  conoscenza  prima  della  sua  pubblicazione:  la  responsabi¬ 
lità  della  redazione  ne  spetta  tutta  intera  e  nel  più  largo  senso 
al  Segretario;  se  merita  biasimo,  a  lui  soltanto  appartiene. 
Ciò  premesso,  vengo  a  tracciare  la  strada,  che  ha  condotto  a 
deviare  dalla  meta  che  aveva  segnata  l’Assemblea  del  31  marzo. 

Due  furono  allora  le  deliberazioni:  la  prima  stabiliva  che 
la  direzione  della  stampa  del  fascicolo  4°,  voi.  XXX,  proseguisse 
col  metodo  normale  ;  la  seconda  approvava  che  la  discussione 
deH’interpellanza  Verri  fosse  sostituita  dal  sunto  redatto  dal  Cle¬ 
rici.  In  qual  conto  sia  stata  tenuta  la  prima  deliberazione  è 
detto  nella  nota  a  pag.  xxxvn  ;  lasciamo  il  modo. 

Deciso  di  non  turbare  l’andamento  delle  pubblicazioni,  ed 
altrettanto  deciso  di  non  lasciare  travolgere  l’Ufficio  nel  caos, 
ordinai  alla  Tipografia  di  accettare  direttamente  dall’autore  ma¬ 
noscritti  e  bozze  corrette,  di  eseguire  gli  ordini  che  esso  avrebbe 
dato  circa  la  stampa  del  fase.  4°,  voi.  XXX,  ma  che  trasmettesse 
le  bozze  da  correggere  pel  tramite  della  Segreteria,  come  è  pre¬ 
scritto;  oltre  a  ciò  volli  che  la  Tipografia  mettesse  le  date  di  con¬ 
segna  dei  manoscritti  e  di  licenziamento  alla  stampa  delle  bozze, 
non  intendendo  che  poi  fosse  scaricata  sulla  Segreteria  la  re¬ 
sponsabilità  dei  ritardi  :  sui  quali  due  punti  tenni  duro,  nè  mi 
mossero  proteste. 

L’incagliamento  della  stampa,  lamentato  nella  interpellanza 
del  31  marzo,  durò  sino  al  2  maggio;  altro  grosso  incaglio 
durato  un  mese  si  ebbe  tra  il  maggio  ed  il  luglio.  Lasciamo 
pure  la  confusione  degli  estratti  ordinati  per  alcuni  a  centinaia 
di  copie,  trascurati  per  altri  ;  di  modo  che,  se  non  fosse  stata 
una  vigilanza  stancante,  tanti  Soci  i  quali  avevano  fatte  comu¬ 
nicazioni  ne  sarebbero  rimasti  privi:  lasciamo  le  tribolazioni 
postali  causate  dai  ritardi  nella  spedizione  dei  Bollettini  ;  la¬ 
sciamo  ancora  gl’imbarazzi  amministrativi  per  lacune  nei  ver¬ 
bali,  compensate  da  introduzione  di  cose  successe  più  mesi 
dopo,  o  non  mai.  Quel  che  trovai  grave  è  il  rifiuto  di  conse¬ 
gnare  alla  Segreteria  le  bozze  corrette  in  colonna,  nel  licenziare 
quelle  in  pagina;  consegna  ordinata  dal  Kegolamento,  e  chiesta 
ripetutamente  con  forma  di  preghiera,  dicendola  necessaria  alla 


LXXII 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


revisione  del  conteggio  tipografico:  il  quale  ho  dovuto  liqui¬ 
dare  in  parte  senza  controllo,  fidando  nella  sperimentata  onestà 
della  Tipografìa. 

Contuttociò  al  13  luglio  il  verbale  dell’adunanza  31  marzo 
era  stampato  senza  cenno  della  parte  di  che  si  tratta,  ommesso 
anche  il  sunto  Clerici,  che  domando  se  poteva  più  convenire 
alle  cose;  m’ero  contentato  di  declinare  le  responsabilità  col¬ 
l’innocua  nota  posta  nell’indice  generale  del  voi.  XXX.  Ci  vol¬ 
lero  per  farmi  mutare  pensiero  nuove  esigenze,  le  quali  allon¬ 
tanavano  ancor  più  la  già  tardissima  dispensa  del  Bollettino. 
Questo  passò  il  limite  della  pazienza,  ridotta  al  più  non  posso 
del  Purgatorio  dantesco  dal  verbale  riferito  all’adunanza  16 
settembre  1911.  licenziato  alla  stampa  il  17  giugno  1912:  il 
15  luglio  portai  alla  Tipografia  il  manoscritto  da  interpolare, 
interpolazione  che  può  riscontrarsi  nelle  bozze. 

Stefanini  dichiara  di  non  avere  inteso  esprimere  un  voto 
di  biasimo,  ma  solo  la  sua  sorpresa  nel  vedere  che  i  desideri 
dell’Assemblea  non  sono  stati  rispettati. 

m 

V i nassa  propone  di  passare  all’ordine  del  giorno,  senza  che 
nel  verbale  resti  traccia  dell’incidente. 

Parona  propone  che,  udite  le  dichiarazioni  del  Presidente  e 
del  Segretario,  si  passi  all’ordine  del  giorno. 

Presidente  domanda  se  ci  sono  altre  osservazioni.  Nessuno 
avendo  chiesto  la  parola,  i  verbali  sono  approvati. 


2.  —  Comunicazioni  della  Presidenza. 

Presidente.  Nell’adunanza  31  marzo  fu  annunciata  la  do¬ 
lorosa  perdita  dei  Soci  Bonetti,  Forma,'  Spezia,  Statuti.  Nel 
resoconto  del  Congresso  saranno  inserite  le  commemorazioni,  che 
descrivono  l’opera  scientifica  di  questi  valenti  naturalisti.  11  com¬ 
memorare  gli  uomini  virtuosi  colla  narrazione  dei  loro  atti  dà 
esempi,  che  accendono  gli  animi  ad  imitarli,  ed  egli  a  nome 


ADUNANZE 


LXXIII 


della  Società  ringrazia  i  colleglli  Clerici,  Colomba,  Dervieux, 
Neviani;  i  quali,  colla  loro  opera,  ci  pongono  in  grado  di  por¬ 
gere  questo  tributo  di  amicizia  e  di  venerazione. 

Assemblea  si  associa  alle  parole  del  Presidente. 

Presidente  partecipa  che  il  Consiglio  ha  riconfermato  il 
socio  Crema  nell’Ufficio  di  Archivista  pel  triennio  1913,  14,  15 
[applausi). 

Presidente  partecipa  che  V Ispettorato  compartimentale  del 
Po  (Ufficio  idrografico ),  instituito  recentemente  con  sede  in 
Parma,  ha  chiesto  il  cambio  delle  pubblicazioni,  in  analogia 
coll’  Ufficio  idrografico  del  Magistrato  delle  acque  in  Venezia; 
che  il  Consiglio  ha  emesso  in  riguardo  parere  favorevole. 

Partecipa  che  la  Direzione  dell’ Istituto  mineralogico  e  geo¬ 
logico  dell ’  Università  di  Kolozsvdr  in  Ungheria  ha  fatto  eguale 
domanda;  che  il  Consiglio  crede  opportuno,  prima  di  accettare 
tale  cambio,  che  il  Presidente  ne  faccia  esaminare  la  conve¬ 
nienza  da  qualche  Socio  competente. 

Soggiunge  avere  anzi  il  Consiglio  deliberato,  che  la  presenta¬ 
zione  delle  proposte  di  cambi  debbano  essere  accompagnate  da 
rapporto  di  qualche  Socio  competente,  invitato  dal  Presidente 
ad  esaminare  se  convenga  o  no  accettare  il  cambio. 

Assemblea  approva. 

Presidente  partecipa  che,  in  relazione  alla  comunicazione 
già  data  nell’adunanza  del  31  marzo,  circa  l’adesione  chiesta 
dalla  Società  Botanica  Italiana  per  un’intesa  allo  scopo  della 
protezione  dei  monumenti  naturali,  ora  quella  Società  annunzia 
che  la  riunione  dei  delegati  avverrà  in  Genova  nell’ottobre,  e 
chiede  che  sia  nominato  il  Rappresentante  della  S.  G.  1.  In¬ 
vita  perciò  l’Assemblea  a  nominare  questo  Rappresentante,  ac¬ 
cennando  che  il  Consiglio  ha  espresso  l’avviso  che  la  delega¬ 
zione  di  rappresentare  la  S.  G.  sia  affidata  al  Socio  prof.  Issel. 
Augura  che  l'azione  del  Congresso  valga  a  salvare  i  monumenti 


LXXIV 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


naturali  dalla  manomissione  per  cieco  sfruttamento,  come  è  da 
deplorare  sia  avvenuto  nei  soffioni  boraciferi  della  Toscana. 

Assemblea  acclama  il  Socio  prof.  Issel  a  rappresentare  la 
S.  G.  nella  riunione  indicata. 

Principi  partecipa  che  il  prof.  Issel  lo  ha  incaricato  di  uffi¬ 
ciare  la  Presidenza,  perchè  la  Società  venga  rappresentata  nella 
Sezione  di  Geologia  del  Congresso  delle  Scienze  che  si  terrà  a 
Genova. 

Presidente  soggiunge  che  nella  lettera  della  Società  Bota¬ 
nica  era  indicato,  che  la  riunione  dei  delegati  sarà  tenuta  in 
occasione  del  Congresso  della  Società  Italiana  per  il  progresso 
delle  Scienze,  ed  anche  esso  crede  opportuno  che  la  S.  G.  de¬ 
leghi  altresì  rappresentanti  presso  questa  Società. 

Crema  osserva  che  il  prof.  Issel  è  Presidente  della  Sezione, 
e  così  sarebbe  bene  che  fosse  delegato  a  rappresentare  la  Società 
anche  il  prof.  Parona. 

Assemblea  acclama  i  professori  Issel  e  Parona  a  rappre¬ 
sentare  la  S.  G.  per  la  Sezione  Geografia  fisica  e  Geologia,  nel 
Congresso  della  Società  Italiana  per  il  progresso  delle  Scienze. 

Presidente  partecipa  che  il  Socio  Del  Zanna  desidera  fare 
le  proposte:  che  nel  fascicolo  1°  del  Bollettino  vengano  indicate 
altresì  le  località  dove  furono  tenute  le  riunioni  estive  per  or¬ 
dine  di  data;  che  le  sedi  dei  Congressi  estivi  vengano  di  re¬ 
gola  stabilite  nell’adunanza  estiva,  atteso  il  maggior  numero 
degli  intervenuti,  e  per  i  più  completi  elementi  di  scelta  che  si 
hanno  a  disposizione. 

Soggiunge  che  interpellato  in  riguardo  il  Consiglio,  questo 
ha  espresso  parere  favorevole  in  merito  alla  prima  proposta; 
circa  la  seconda  ha  osservato  che  osterebbe  ad  accettarla  lo 
spirito  dello  Statuto,  nel  cui  art.  7  è  detto  :  «  La  Società —  stabi¬ 
lisce  anno  per  anno  il  luogo  dove  deve  tenersi  l’adunanza  estiva  »  ; 
la  lettera  dell’art.  13  del  Regolamento  generale,  nella  quale  è 


ADUNANZE 


EX  XV 


attribuito  al  Presidente  il  convocare  e  presiedere  le  adunanze. 
Sopratutto  si  toglierebbe  al  Presidente,  il  quale  deve  fare  pra¬ 
tiche,  studi  e  preparativi  per  la  buona  riuscita  dell’adunanza 
estiva,  l’iniziativa  di  proporre  per  la  sua  convocazione  il  luogo 
che  meglio  crede  adatto. 

Prega  perciò  il  Socio  Del  Zanna  a  ritirare  questa  seconda 
proposta. 

Del  Za  nna  apprezza  le  considerazioni  del  Consiglio,  e  de¬ 
ferente  ritira  la  proposta.  Però  deve  osservare  che,  colla  ele¬ 
zione  della  sede  dell’adunanza  estiva  fatta  nell’adunanza  inver¬ 
nale,  i  Soci  finiscono  per  essere  informati  del  luogo  eletto  appena 
pochi  giorni  avanti  la  riunione:  il  che  riesce  piuttosto  distur¬ 
bante,  specialmente  per  quei  molti  che  sono  addetti  all’insegna¬ 
mento.  Chiederebbe  quindi  che  ne  fosse  sollecitata  la  parteci¬ 
pazione,  sia  non  ritardando  tanto  la  dispensa  del  fascicolo  del 
Bollettino  che  contiene  il  Verbale  dell’adunanza  invernale,  sia 
mediante  apposita  circolare. 

Presidente  spera  che  tanto  ritardo  della  pubblicazione  del 
Bollettino  non  abbia  a  ripetersi.  Ad  ogni  modo,  inserendo  nel 
verbale  l’osservazione  del  Socio  Del  Zanna,  questo  sarà  norma 
alle  Presidenze  future  per  regolarsi  in  maniera,  che  i  Soci  ab 
biano  possibilmente  presto  avviso  della  sede  eletta  per  l’adu¬ 
nanza  estiva. 

Crema  osserva  che  non  solo  la  scelta  della  sede  dell’adu¬ 
nanza  estiva,  ma  anche  le  altre  eventuali  importanti  delibera¬ 
zioni  dovrebbero  essere  subito  comunicate  ai  Soci. 

Presidente  partecipa  che  nella  cortese  risposta  del  Sindaco 
di  Spoleto,  esprimente  il  gradimento  dell’essere  stata  questa 
città  eletta  a  sede  del  Congresso,  invitavansi  i  Congressisti  ad 
un  pranzo  offerto  dal  Municipio  pel  giorno  14,  giorno  della 
chiusura  del  Congresso.  Nella  visita  fatta  al  Sindaco  esso  aveva 
creduto  pregarlo  di  rinunciare  a  tale  offerta,  essendo  da  pre¬ 
vedere  che  buona  parte  dei  Congressisti  non  sarebbe  ritornata 
da  Assisi  a  Spoleto.  Il  Sindaco  gentilmente  propose  di  rimet- 


LXXVI 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


tere  il  pranzo  ad  altro  giorno,  ma  egli  insistè  nel  ringraziare, 
non  parendogli  opportuno  prendere  impegni  per  festeggiamenti, 
il  programma  importando  continue  e  lunghe  escursioni  ;  al  ri¬ 
torno  dalle  quali  si  sarebbe  stanchi,  e  desiderosi  di  riposo  per 
prepararsi  alla  gita  del  giorno  successivo. 

3.  —  Bilanci. 

Segretario  legge  la  relazione  della  Commissione  nominata 
dall’Assemblea  del  31  marzo,  per  l’esame  del  bilancio  consun¬ 
tivo  1911. 

Egregi  Colleglli, 

I  sottoscritti  Commissari  del  bilancio,  esaminati  i  bilanci  consuntivi 
per  l’anno  1911  della  S.  G.  I.,  e  deH'amministrazione  del  legato  Molon, 
sono  lieti  di  dichiarare  d’averne  constatata  la  perfetta  regolarità  contabile. 

I  capitoli  3°,  4°,  8°  —  relativi  alla  parte  amministrativa  —  supe¬ 
rano  sensibilmente  le  somme  preventivate;  però  le  eccedenze  trovano 
giustificazione  nei  deliberati  della  Società  e  nella  maggiore  attività  sociale. 

Segnalano  l’economia  dell’intero  capitolo  6°  e  quella  parziale  del 
capitolo  7°,  dovuta  alla  lodevole  opera  del  Segretario. 

Nelle  entrate  deve  annoverarsi  un  sussidio  straordinario  di  lire  2000, 
sollecitato  dalla  Presidenza  al  Ministero  degl’interni  per  sopperire  alle 
spese  dell’adunanza  estiva  della  Società.  Tale  somma  figura  compieta- 
mente  spesa,  come  risulta  da  ricevuta,  e  poiché  essa  non  è  ancora  cor¬ 
redata  dai  documenti  giustificativi,  si  esprime  il  desiderio  che  ciò  venga 
fatto  appena  sarà  possibile  al  Segretario  di  quell’adunanza. 

L’avanzo  del  bilancio  ammonta  a  lire  363,13,  il  quale  aggiunto  al 
residuo  attivo  precedente  dà  luogo  ad  un  avanzo  totale,  31  decembre  1911, 
di  lire  4456,16. 

Mentre  propongono  all’Assemblea  l’approvazione  dei  bilanci,  espri¬ 
mono  un  voto  di  plauso  al  Tesoriere-Economo  ed  al  Segretario,  per  le 
cure  solerti  ed  intelligenti  spiegate  a  vantaggio  della  Società. 

Roma,  5  settembre  1912. 

Gioacchino  De  Angelus  d'Ossat. 

Lodovico  Mazzetti. 

Romolo  Meli. 

Segretario,  in  riguardo  al  desiderio  espresso  dalla  Commis¬ 
sione,  che  anche  la  spesa  delle  lire  2000,  date  in  sussidio  straor¬ 
dinario  dal  Ministero  dell’Interno,  sia  corredata  da  documenti, 


ADUNANZE 


LXXVII 


fa  considerare  che  allo  stato  delle  cose  questo  sarebbe  assolu¬ 
tamente  impossibile;  che,  data  la  qualità  delle  spese  cui  la 
somma  era  destinata,  sarebbe  stato  estremamente  difficile  il 
corredare  man  mano  i  pagamenti  colle  rispettive  ricevute  ;  che 
infine  quella  somma  era  stata  concessa  piuttosto  al  Presidente 
che  non  alla  Società,  e  se  figura  in  bilancio  ciò  dipende  sol¬ 
tanto  dal  fatto,  che  bisognò  che  il  Tesoriere  della  Società  riscuo¬ 
tesse  il  mandato.  Esprime  pertanto  il  parere  che  sia  da  appro¬ 
vare  il  bilancio  senza  tale  riserva. 

Meli  si  associa  alle  considerazioni  del  Segretario. 

Presidente  pone  ai  voti  l’approvazione  del  consuntivo  1911. 

Assemblea  approva  ad  unanimità  senza  riserve  il  consun¬ 
tivo,  e  delibera  che  sia  inviato  al  Tesoriere  ing.  Aichino  il  se¬ 
guente  telegramma: 

Società  Geologica  Italiana,  grata  attento  disimpegno  importante  uf¬ 
ficio,  ringrazia  plaudendo  suo  Tesoriere-Economo. 

Segretario  presenta  la  situazione  dei  pagamenti  eseguiti 
sino  al  16  agosto  1912.  Da  questa  risulta  che,  mentre  il  bi¬ 
lancio  preventivo  importava  lire  6347,50,  le  spese  già  ascen¬ 
dono  a  lire  6764,05,  e  non  tutte  sono  pagate:  quindi  si  ha  già 
un  disavanzo  che  si  può  calcolare  tra  le  400  e  le  500  lire; 
percui,  oltre  al  sospendere  ogni  altra  spesa,  si  dovrebbe  cari¬ 
care  già  un  debito  sull’esercizio  venturo  1913. 

Si  sa  che,  per  deliberazione  presa  dal  Consiglio  nell’adu¬ 
nanza  11  febbraio,  ratificata  dall’ Assemblea  nell’adunanza  31 
marzo,  fu  accollata  al  bilancio  1912  la  spesa  di  completare 
colla  stampa  del  fase.  4°  il  volume  XXX  del  Bollettino  1911, 
e  la  spesa  pel  volume  speciale  dedicato  alla  memoria  dello 
Stoppani:  per  fare  fronte  a  queste  spese  fu  inscritto  nell’en¬ 
trata  un  sussidio  straordinario  di  lire  1500  accordato  dal  Mini¬ 
stero  di  Agricoltura.  Sicché  il  bilancio  deve  considerarsi  com¬ 
posto  da  due  parti  distinte  :  una  comprendente  il  complemento 
delle  spese  relative  alla  gestione  1911,  l’altra  riguardante  la 


LXXVIII 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


gestione  1912.  Così  poste  le  cose,  abbiamo  la  situazione  se¬ 
guente  : 

Gestione  1911. 

Entrate  lire  1500.  —  Spese:  pel  volume  in  memoria  dello 
Stopparli  lire  803,25;  pel  fase.  4°  del  Bollettino  lire  3416;  to¬ 
tale  lire  4219,25.  —  Disavanzo  lire  2719,25. 


Gestione  1912. 

Entrate  lire  4847,50.  —  Spese  lire  2544,80.  —  Avanzo 
lire  2302,70. 

Posto  questo  stato  di  cose,  unica  soluzione  che  si  presenta 
è  di  proseguire  la  gestione  1912  col  suo  assegno  preventivo 
particolare,  il  quale  come  vedesi  si  trova  in  condizioni  nor¬ 
mali;  e  passare  al  fondo  di  cassa  il  disavanzo  relativo  al  bi¬ 
lancio  1911. 

Con  questa  operazione  il  fondo  di  cassa  ridurrebbesi  a  circa 
lire  1800;  se  venissero  sussidi  straordinari  sarebbero  versati 
alla  cassa,  per  compensare  in  quantità  più  o  meno  grande  la 
somma  prelevata  per  colmare  il  disavanzo. 

Varii  Soci  fanno  domanda  di  schiarimenti  in  riguardo,  ed 
esprimono  adesione  alla  proposta. 

Presidente  pone  ai  voti  la  proposta  finanziaria  descritta. 

Assemblea  approva  ad  unanimità. 


4.  —  Ammissione  di  nuovi  Soci. 

Presidente,  sentito  il  parere  del  Consiglio,  chiede  all’As¬ 
semblea  l’ammissione  nella  Società  dei  signori: 

Guerini  dott.  Bernardo  di  Brescia,  proposto  dai  soci  Zaniara 
e  Cacciamali; 


ADUNANZE 


LXXIX 


Fiorentin  ing.  Luigi  dell’U.  G.,  proposto  dai  soci  Lotti  e 
Pilotti  ; 

Quaglino  ing.  Firmino  del  E.  C.  delle  Miniere,  proposto  dai 
soci  Lotti  e  Pullè; 

Laureti  dott.  sac.  Arcangelo  di  Acquasparta,  proposto  dai 
soci  Verri  e  Principi. 

L’Assemblea  accetta  i  nuovi  Soci,  e  poiché  i  signori  Fio¬ 
rentin,  Quaglino  e  Laureti  soddisfano  seduta  stante  agli  obblighi 
stabiliti  dal  Eegolamento  per  la  inscrizione,  sono  invitati  dal 
Presidente  a  prendere  parte  ai  lavori  del  Congresso. 

Presidente  partecipa  che,  di  fronte  alla  domanda  di  ammis¬ 
sione  dei  nuovi  Soci,  c’è  la  domanda  di  dimissione  da  Socio  del- 
l’ing.  Y.  Sabatini;  che  il  Consiglio  ha  espresso  parere  che, 
prima  di  accettarle,  sia  invitato  a  ritirare  la  dimissione. 

Assemblea  concorda  nel  parere  del  Consiglio. 


5.  —  Pubblicazioni  venute  in  dono  ed  in  omaggio. 

Presidente  partecipa  che  S.  A.  K.  il  Duca  degli  Abruzzi  ha 
mandato  in  dono  alla  Società  il  volume: 

La  spedizione  di  S.  A.  Pi.  il  Principe  Luigi  Amedeo  di  Sa¬ 
voia,  Duca  degli  Abruzzi,  nel  KaraJcoram. —  Eelazione  del  dott.  Fi¬ 
lippo  De  Filippi. 

All’editore  Zanichelli,  il  quale  trasmise  questa  pregevolis¬ 
sima  Eelazione,  fu  accusata  ricevuta  con  riserva  di  inviare  a 
S.  A.  E.  donatore  i  ringraziamenti  della  Società.  In  accordo 
col  Consiglio  è  stato  ora  inviato  il  seguente  telegramma  : 

Aiutante  di  bandiera  di  S.  A.  iR.il  Duca  degli  Abruzzi  — -  Spezia. 

Società  Geologica  Italiana,  inaugurando  lavori  XXXI  Congresso,  rende 
omaggio  al  suo  Socio  onorario  S.  A.  E.  Duca  degli  Abruzzi,  e  ringrazia 
vivamente  pel  dono  dello  splendido  volume  esplorazione  Karakoram. 

Il  Presidente  Lotti. 

Assemblea  applaude. 


LXXX 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


Presidente  partecipa  che,  pure  in  accordo  col  Consiglio,  è 
stato  inviato  al  Socio  prof.  De  Agostini,  pel  dono  graditissimo 
del  foglio  della  Carta  di’  Italia  del  T.  C.  I.,  offerto  ai  Con¬ 
gressisti,  il  telegramma: 


Prof.  De  Agostini  —  Novara. 


Colleghi  S.  G.  I.,  spiacenti  di  non  averla  con  loro,  le  inviano  vivi  rin¬ 
graziamenti  utile  e  cortese  dono. 


Il  Presidente  Lotti. 


Assemblea  applaude,  e  prega  il  Presidente  .di  porgere  altresi 
ringraziamenti  al  R.  Ufficio  Geologico,  pel  dono  fatto  ai  Con¬ 
gressisti  della  carta  geologica  del  Subasio,  a  complemento  della 
guida  per  l’escursione  da  fare  nei  dintorni  di  Assisi. 

Segretario  presenta  l’elenco  delle  pubblicazioni  ricevute  in 
omaggio  dopo  l’adunanza  della  Società. 

Agamennone  G.,  La  stazione  sismica  di  Carloforte  in  Sardegna.  Riv.  Asti-, 
e  Se.  affini,  1912. 

Bassani  F.  e  Misuri  A.,  Sopra  un  delfmorinco  del  calcare  miocenico  di 
Lecce  (Ziphiodelfis  Abeli.  Dal  Piaz).  Rend.  R.  Acc.  Line.,  1912. 
Comitato  per  la  spedizione  della  Danimarca  nella  Groenlandia, 
Die  glaciologischen  JBeobachtungen  der  Danni  arie.  Expedition  von  I.P. 
Koch  und  A.  Wegener,  1911. 

Craveri  M.,  La  raccolta  paleontologica  del  Museo  Mellerio-Ro  smini  di 
Domodossola.  Domodossola,  1912. 

Crema  C.,  Materiali  per  Vidrologia  sotterranea  italiana.  —  I.  Acque  sa¬ 
lienti  della  Liguria  orientale  e  della  Lunigiana.  Boll.  R.  C.  G.,  vo¬ 
lume  XLII. 

De  Agostini  (Istituto  geografico),  La  Geografia.  Comunicazioni  dell’Isti¬ 
tuto,  1912. 

De  Angelis  G.,  Di  un  Igrohsimetro.  Ann.  di  Bot.  del  prof.  R.  Pirotta, 
voi.  X. 

Departement  of  Mines  New  Sout  Wales,  Annual  Report.  Sidney,  1912. 
Konig  F.,  Fossilreconstruktionen.  Miinchen,  1911. 

Kurt  Beck,  Petrographisch-geologisclie  TJntersuchung  des  Salzgebirges  im 
V erra-Fulda-Gebet  der  deutschen  Kalisalzlagerstdtten.  Zeitsch.  fiir 
praktisclie  Geologie,  1912. 

Lupano  G.,  Cenni  geologici  sui  dintorni  di  Camino  Monferrato.  Atti  Soc. 
Se.  nat.,  voi.  LI,  Milano. 

Merzbacher  Gottfried,  Geologiche  Untersuchungen  im  Chalyktau, 
Temurlyktau,  Dsungarischen  Alatati  (Tian-Schan)  von  Kurt  Leuchs. 
Abhandl.  der  K.  Bayer.  Akad.  der  Wiss.,  Math.-physik.  Klas.  XXV.  B. 


ADUNANZE 


EXXXI 


Milloseyich  F.,  Zeunerite  ed  altri  minerali  dell’isola  di  Montecristo.  Rend. 
R.  Ac.  Line.,  1912. 

Moderni  P.,  L’Agro  Pontino  attraverso  i  secoli.  Conferenza  detta  nel  Cir¬ 
colo  cittadino  di  Terracina,  1912. 

Nova  Scotian  Institute  of  Science,  Proceeding  and  Transactions. 
Voi.  XIII,  part  I,  Halifax. 

Pilotti  C'.,  Fossili  nei  calcescisti  delVIglesiente.  Boll.  R.  C.  G.,  voi.  XLII. 
Seeber  H.,  Beitrdge  zar  Geologie  der  Faulhorngruppe  ( westlicher  Teil) 
und  der  Mànnlichengruppe.  Inaugurai  Dissertation,  Bern,  1911. 


Segretario  partecipa  che  Veditore  Ulrico  Hoepli  ha  inviato 
in  omaggio  alla  Società  l’Opera  Libya  Italica  scritta  dal  nostro 
Socio  prof.  Vi  nassa  de  Regn)r,  chiedendo  che  ne  fosse  fatto  un 
cenno  nel  Bollettino.  Non  avendo  il  Bollettino  apposita  rubrica 
per  annunzio  di  pubblicazioni,  fu  ringraziato  l’editore  del  dono, 
e  gli  fu  significato  che  l’Opera  sarebbe  stata  presentata  alla 
futura  Adunanza  generale,  colla  manifestazione  del  desiderio 
espresso. 

Soggiunge  che,  pur  astenendosi  dal  giudicare  il  merito  scien¬ 
tifico  dell’Opera,  perchè  le  sue  conoscenze  non  lo  permettono, 
la  ha  letta  con  godimento  intellettuale,  per  le  materie  interes¬ 
santi  in  essa  esposte  e  le  belle  tavole  che  copiosamente  la 
illustrano. 

Vinassa  dice  che  egli  incaricò  semplicemente  l'Hoepli  di 
mandare  un  esemplare  del  lavoro  in  omaggio  alla  Società,  e 
che  il  pensiero  della  recensione  deve  attribuirsi  alla  Casa  edi¬ 
trice,  la  quale  ne  aveva  acquistata  la  proprietà. 

Di  Franco  presenta  lo  studio  GVinclusi  nella  lava  etnea 
di  Rocca  S.  Paolo  presso  Paterno  (Rend.  R.  Acc.  Line.,  1912). 

Parona  presenta  la  Commemorazione  del  Socio  defunto  Spezia 

(R.  Acc.  d.  Se.  di  Torino,  1911-1912). 

Crema  presenta  la  Relazione  preliminare  sulla  campagna 
geologica  dell'anno  1911  (Abruzzo  Aquilano),  (Boll.  R.  C.  G.,  vo¬ 
lume  XLIII). 


LXXXII 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


Gortani  propone  che  il  Consiglio  studi  se  convenisse  alienare 
le  pubblicazioni  che  giungono  in  dono  alla  Società,  come  per  un 
esempio  fa  la  Società  Botanica,  allo  scopo  di  accrescere  le  en¬ 
trate  del  bilancio. 

Vinassa  ricorda  che  proposta  simile  fu  già  fatta  nel  Con¬ 
gresso  di  Ascoli  Piceno. 

Stefanini  non  crede  conveniente  tale  alienazione,  perchè  la 
biblioteca  sociale  è  utile  specialmente  ai  Soci  di  provincia,  che 
possono  avere  dalla  Società  pubblicazioni  di  cui  essi  difettano. 
Desidera  sapere  se  dalla  provincia  vengono  richieste  di  libri. 

Crema  risponde  che  vengono  richieste  non  solo  dalla  pro¬ 
vincia,  ma  anche  da  alcune  grandi  città,  p.  es.  Firenze. 

Stefanini  osserva  che  dunque  non  sarebbe  opportuno  ren¬ 
dere  gli  studi  più  difficili  a  chi  sta  fuori  dei  grandi  centri  scien¬ 
tifici. 

Gortani  risponde  che,  qualora  la  biblioteca  sociale  fosse  alie¬ 
nata,  gli  studiosi  di  provincia  potrebbero  rivolgersi  alle  biblio¬ 
teche  di  altri  instituti. 

Crema  ed  altri  esprimono  opinione  contraria  alla  proposta 
di  vendita;  tantopiù,  osserva  Crema,  che  poche  sono  le  pubbli¬ 
cazioni  che  si  potrebbero  vendere  senza  danneggiare  i  bisogni 
degli  studiosi,  e  se  la  vendita  si  limitasse  al  materiale  meno 
richiesto,  ben  poco  guadagno  se  ne  trarrebbe  :  nota  pure  che  se 
si  sapesse  che  la  Società  vende  le  pubblicazioni  le  quali  le  ven¬ 
gono  in  omaggio,  molti  non  manderebbero  più  nulla. 

Vinassa  fa  osservare  che  la  discussione  è  intempestiva, 
avendo  il  Gortani  solamente  proposto  che  il  Consiglio  studi  la 
materia. 

Pantanelli  osserva  che  la  quistione  è  assai  più  compli¬ 
cata  di  quanto  sembra.  E  se  un  giorno  la  Società  potrà  avere 
una  sede  propria,  perchè  dobbiamo  ora  privarci  della  biblioteca? 


ADUNANZE 


DXXXIII 


Verri  conviene  colla  considerazione  del  prof.  Pantanelli,  perchè 
raccolta  di  Opere  così  speciale  per  gli  studi  della  Società  sarebbe 
impossibile  rifare  quando  la  Società  giungesse  a  potersi  dare  una 
sistemazione  conveniente.  Concorda  coll’avviso  espresso  dall’Archi¬ 
vista  ing.  Crema,  che  la  vendita  di  raccolta  simile,  mentre  non 
darebbe  un  gran  beneficio  al  bilancio,  esigerebbe  una  pubblicità 
certo  non  lusinghiera  per  l’amor  proprio  dei  donatori,  tanto  più 
che  il  Bollettino,  non  avendo  rubrica  apposita  per  le  recensioni, 
Pannunzio  delle  opere  donate  è  fatto  solamente  con  semplice 
elenco;  molto  probabilmente  si  esaurirebbe  questa  sorgente  im¬ 
portante  di  entrata  intellettuale,  la  quale  è  dimostrazione  della 
stima  che  hanno  per  la  nostra  Società  anche  studiosi  che  non 
vi  sono  inscritti. 

Presidente  dice  che  nello  studio  su  tale  materia,  la  quale 
abbisogna  di  ponderato  esame,  saranno  tenute  presenti  le  ra¬ 
gioni  addotte  prò  e  contro  dagli  oratori. 


6.  —  Comunicazioni  scientifiche  e  presentazione  di  lavori 

pel  Bollettino. 

Segretario  partecipa  che  sono  in  stampa  gli  scritti: 

Martelli  A.  Metamorfismo  sul  contatto  fra  serpentine  an¬ 
tiche  e  scisti  a  Campo  Ligure. 

—  Su  di  un’ammonite  della  pietraforte  delle  Grotte  in 
Val  d’Ema. 

Cortese  E.  Osservazioni  geologiche  sul  deserto  Arabico. 

Neviani  A.  Commemorazione  del  Socio  Statuti. 

Dervieux  E.  Commemorazione  del  Socio  Forma. 

Partecipa  che  in  questi  giorni  sono  venuti  pel  Bollettino 
gli  scritti: 

Del  Campana  D.  Latraci  e  rettili  della  Grotta  di  Cuci- 
gliana  (Monti  Pisani). 

—  Nuovo  contributo  alla  conoscenza  del  Cane  quaternario 
nella  Valdichicina. 

Lovisato  D.  Altro  contributo  echinologico  con  nuove  specie  di 
Clypeaster  in  Sardegna. 


LXXX1Y 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


Sacco  F.  La  geotettonica  delV Apennino  meridionale. 

Trabucco  G.  Sulla  origine  ed  età  del  giacimento  gessi  fero 
di  Roccastrada. 

Colomba  L.  Commemorazione  del  Socio  Spezia. 

Crateri  M.  Cenni  di  geologia  applicata  sul  territorio  di 
Calliano  Monferrato. 

Soggiunge  che  aveva  sospesa  la  stampa  eli  alcune  per  le 
difficoltà  economiche  di  cui  si  è  parlato;  dopo  il  voto  delFAs- 
semblea  in  proposito  le  farà  stampare  tutte,  salvo  a  passarne 
alcune  al  1°  fascicolo  del  Bollettino  1913,  se  importassero  ec¬ 
cedenza  nel  bilancio  1912,  mandando  però  agli  A.  gli  estratti 
senza  aspettare  la  pubblicazione  di  quel  fascicolo. 

Meli  comunica  di  aver  trovato  un  blocco  di  marna  plioce 
nica  fossilifera  racchiuso  nel  peperino  laziale  del  parco  Ghigi 
presso  Ariccia  ;  la  marna  contiene  il  Recten  fi  ab  eli  i f or  mi s  ed 
il  P.  amussiocristatum,  specie  rare  nel  Pliocene  romano. 

Meli  partecipa  che,  da  informazioni  chieste  ai  Sindaci  di 
Paganica  e  di  Assergi,  ha  rilevato  essere  pura  invenzione  la 
caduta  di  una  meteorite  al  Gran  Sasso  annunziata  dai  giornali 
nello  scorso  agosto  :  ha  creduto  nella  circostanza  di  parlarne 
per  smentire  l’erronea  notizia. 

Del  Zanna  parla  della  necessità  che  anche  in  Italia  si  co¬ 
minci  a  far  qualche  cosa,  per  difendere  da  un  cieco  sfruttamento 
e  dalla  distruzione  le  bellezze  del  paesaggio  e  i  monumenti  na 
turali  :  ciò  che  deve  interessare  in  particolar  modo  i  geologi 
e  i  botanici. 

Ricorda  quanto  in  tal  campo  è  stato  fatto  dagli  Stati  Uniti, 
dal  Canada,  dall’Argentina,  che  hanno  parchi  immensi  istituiti 
appunto  per  la  difesa  della  flora,  delle  forme  del  terreno,  dei 
fenomeni  geofisici;  e  fa  notare  come  anche  in  Europa,  pur  man 
cando  grandi  spazi  disponibili  per  tali  parchi ,  le  nazioni  più 
civili  tutelino  efficacemente  le  caratteristiche  delle  varie  regioni: 
al  quale  effetto  non  mancano  opportune  disposizioni  legislative, 
ma  in  modo  precipuo  tale  protezione  è  frutto  di  una  propaganda 
attivissima  fatta  da  Società  scientifiche,  artistiche,  educative,  per 


ADUNANZE 


LXXXV 


cui  gli  enti,  i  privati,  il  popolo  stesso  hanno  un  senso  profondo 
<lel  rispetto  dovuto  a  ciò  che  determina  il  valore  scientifico  di 
una  data  zona,  o  ne  costituisce  il  pregio  estetico. 

L’Italia  si  trova  in  coda  del  movimento,  e  per  quanto  non 
sieno  mancate  voci  di  scienziati  e  di  eruditi  ad  ammonirci  del 
dovere  e  dell’utilità  di  conservare  il  patrimonio  di  bellezze  na¬ 
turali,  per  cui  la  patria  nostra  va  celebrata  tra  le  genti,  non 
si  è  fatto  sinora  molto  cammino.  Anche  i  lavori  di  propaganda 
della  Società  botanica,  del  Club  alpino,  della  Pro  Montibus  e 
del  Touring  Club  non  sono  riusciti  a  scuotere  Lindifferenza  dei 
più  ;  ad  ogni  modo  l’idea  si  fa  strada  e  acquista  sempre  nuovi 
fautori,  come  ne  fa  fede  il  disegno  di  legge  presentato  nel 
luglio  1911  dall’on.  Rosadi  «per  la  difesa  del  paesaggio»,  che 
ha  suscitato  feconde  discussioni  nel  campo  giuridico  sui  limiti 
del  diritto  di  proprietà,  in  rapporto  a  ciò  che  le  forze  naturali 
e  la  vicenda  dei  secoli  hanno  creato. 

Accenna  al  proposito  esistente  di  fondare  un  parco  nazio¬ 
nale  nella  valle  di  Livigno  attigua  alla  valle  Cluoza  (Enga 
dina)  dove  la  Svizzera  ha  già  costituita  una  riserva,  e  si  augura 
che  tale  iniziativa  possa  sortire  un  felice  esito;  rileva  però  che 
qui  si  tratterebbe  di  rendere  inaccessibile  agli  uomini  un  tratto 
di  territorio  affinchè  la  fiora  e  la  fauna  vi  prosperassero  indi  - 
sturbate,  mentre  altrove  si  possono  tutelare  le  bellezze  naturali 
anche  come  mezzo  educativo,  conservandole  al  godimento  del 
popolo  e  delle  future  generazioni:  in  tali  condizioni  sono  i 
massi  erratici,  le  grotte,  i  piccoli  laghi,  le  cascate,  alcune  for¬ 
mazioni  vulcaniche,  ecc  ,  oltre  certi  boschi  e  particolari  piante 
o  gruppi  di  vegetazione.  Pochi  articoli  di  legge  e  qualche  cu¬ 
stode  sarebbero  bastati  a  salvare  curiosità  naturali  ormai  per¬ 
dute  irremissibilmente;  e  quanto  ai  corsi  d’acqua,  pur  ammetten¬ 
done  l’utilizzazione  come  forza  motrice,  non  sarebbe  impossibile 
conciliare  le  esigenze  industriali  coi  diritti  dell’estetica. 

Venendo  a  proposte  concrete  rileva  l’eccezionale  importanza 
scientifica  e  la  bellezza  singolarissima  del  paesaggio  nei  Campi 
Flegrei  dove  in  area  relativamente  ristretta  si  hanno  una  ven¬ 
tina  di  vulcani  spenti  o  quiescenti,  solfatare,  stufe,  mofete,  sor¬ 
genti  minerali  calde  e  fredde,  esempi  di  bradisismi,  e  grotte 
•e  caverne,  oltre  una  magnifica  vegetazione.  Tale  zona  ha  inol- 


VI 


LXXXVI 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  T.  IN  SPOLETO 


tre  pregi  eccezionali  per  le  antiche  leggende  che  vi  si  ricolle¬ 
gano,  è  ricca  di  monumenti,  di  rovine,  di  opere  d’arte,  ed  è  la 
regione  dove  più  che  in  ogni  altra  rifulse  l’opulenta  civiltà 
romana,  che  su  quelle  magiche  rive  costruì  ville  innumerevoli, 
anfiteatri,  acquedotti.  I  Campi  Elisi  sembrarono  appunto  un  pa¬ 
radiso  in  terra  ai  nostri  magnanimi  antenati,  e  lì  ebbero  dimora 
prediletta  sfidando  le  forze  cieche  della  natura  simboleggiate 
nel  vicino  Averno.  Ebbene:  bisognerebbe  che  l’Italia  facesse 
dei  Campi  Flegrei  un  Parco  nazionale. 

Tale  proposta  può  sembrare  a  prima  vista  inattuabile,  dati 
i  diritti  privati  ivi  costituitisi  da  secoli  ;  ma  basterebbe  per  ora 
dichiarare  con  apposita  legge  intangibili  i  Campi  Flegrei  come 
zona  monumentale  e  di  grande  interesse  scientifico,  impedendo 
così  dannose  alterazioni  nella  forma  e  costituzione  del  suolo, 
nelle  rovine,  nella  fiora.  In  seguito  lo  Stato  dovrebbe  assumerne 
la  sorveglianza  sempre  più  diretta  e  rigorosa,  e  nel  contempo 
espletare  le  pratiche  per  rimanerne  poi  assoluto  padrone.  Oc¬ 
correranno  certamente  delle  somme  ingenti,  ma  si  noti  che 
l’istituire  un  tal  parco  non  implicherebbe  in  modo  assoluto  l’im¬ 
pedire  certe  forme  di  utilizzazione  non  dannose  all’integrità  dei 
Campi  Flegrei,  come  la  pésca,  la  cultura  di  varie  zone,  l’eser¬ 
cizio  di  stabilimenti  balneari,  l’industria  ostelliera,  ecc.  ;  del 
resto  la  risoluzione  di  questo  problema  ha  tale  importanza  che 
nessun  sacrifìcio  dovrebbe  parer  grave  alla  Nazione,  per  assi¬ 
curarsi  il  godimento  libero  e  perpetuo  di  tante  meraviglie. 

Sentendo  di  non  avere  autorità  sufficiente  per  fare  accogliere 
la  sua  proposta,  invoca  l’appoggio  della  Società  Geologica  e,  per 
suo  mezzo,  quello  delle  altre  Società  che  hanno  comune  lo  scopa 
della  tutela  delle  bellezze  naturali  come,  oltre  le  già  ricordate, 
V Associazione  nazionale  per  la  difesa  dei  paesaggi  e  monumenti 
pittoreschi  di’ Italici  di  Bologna  e  il  Circolo  dei  Naturalisti 
di  Napoli,  che  recentemente  proprio  ai  Campi  Flegrei  ha  dedi¬ 
cato  uno  studio  speciale. 

Lo  scempio  della  Pineta  di  Ravenna,  la  rovina  dei  laghetti 
del  Cenisio,  le  derivazioni  d’acqua  dalle  nostre  più  celebri  ca¬ 
scate,  la  minacciata  alterazione  della  conca  di  Subiaco,  non 
son  passate  senza  recriminazioni  di  giornali,  di  privati,  di  so¬ 
dalizi:  ciò  gli  fa  sperare  che  si  andrà  più  cauti  per  l’avvenire 


ADUNANZE 


LXXXVII 


nel  deturpare  la  faccia  di  questa  nostra  terra  madre,  e  che  le 
sue  parole  non  saranno  vox  clamantis  in  deserto. 

Presidente  ringrazia  il  Socio  Del  Zanna  e  lo  invita  a  par¬ 
tecipare  le  ragioni  svolte  nella  sua  comunicazione  al  profes¬ 
sore  Issel,  il  quale  l’Assemblea  ha  eletto  Rappresentante  della 
S.  G.  nel  Congresso  indetto  per  trattare  la  materia  della  con¬ 
servazione  dei  Monumenti  naturali. 

Gortani,  Del  Zanna  ed  altri  Soci  presentano  il  seguente 
ordine  del  giorno  da  comunicare  al  prof.  Issel  : 

La  Società  Geologica  Italiana,  riunita  in  Congresso  a  Spo¬ 
leto,  udita  la  relazione  del  doti.  Del  Zanna  sulla  opportunità 
di  conservare  per  legge  il  paesaggio  geologico,  con  speciale  ri¬ 
guardo  ai  campi  Flegrei  —  approva  il  concetto  informatore 
della  proposta  —  richiama  il  suo  voto  sulla  conservazione  dei 
monumenti  naturali  —  e  delibera  di  unire  nuovamente  la  sua 
voce  a  quella  delle  altre  Società  Italiane  già  interessate  alla 
conservazione  dei  monumenti  naturali. 

Presidente  assicura  i  proponenti  che,  nel  partecipare  al 
prof.  Issel  la  delegazione  conferitagli  dall’Assemblea,  comuni¬ 
cherà  l’ordine  del  giorno  presentato. 

Cacci  a  mali  riferisce  sui  risultati  di  osservazioni  tectoniche 
da  lui  fatte  sull’altopiano  di  Borno  in  Val  Camonica,  riservan¬ 
dosi  di  comunicare  quanto  prima  apposita  memoria  in  argo¬ 
mento. 

Seguì  una  frattura  —  indicata  dal  Wilckens  —  che  attra¬ 
versa  l’altopiano  da  E  ad  0,  e  che  mette  a  contatto  il  Virglo- 
riano  ed  il  Wangeniano  del  labbro  settentrionale  col  Raibliano 
del  labbro  meridionale,  e  notò  come  la  sua  linea  di  affioramento, 
anziché  continua  come  suppose  il  Wilckens,  sia  una  linea  la 
quale  a  tratti  è  spostata  sin  di  due  chilometri  più  a  sud  da 
fratture  secondarie  dirette  da  S  a  N.  Queste  dividono  l’altopiano 
in  zolle,  alcune  affondate  ed  altre  sopraelevate. 

Ritiene  che  originariamente  in  luogo  deve  essere  stata  una 
falda  di  ricoprimento  continua  ;  che  poi  ad  opera  delle  fratture 


LXXXVIII 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


da  S  a  N  siano  avvenuti  gli  spostamenti  verticali  delle  zolle; 
e  che  quindi,  mentre  la  falda  venne  asportata  dalle  zolle  sopra- 
elevate,  venne  rispettata  dall’erosione  nelle  zolle  affondate,  dal 
quale  fatto  consegue  lo  spostamento  a  S  in  queste  della  linea 
di  discordanza. 

Presidente  ringrazia  il  Socio  Cacciamali  della  comunicazione, 
la  quale  sarà  inserita  nel  verbale  in  attesa  della  memoria  pro¬ 
messa  pel  Bollettino. 

Cori  ani  annunzia  che  presenterà  pel  Bollettino  una  me¬ 
moria  :  Sulla  età  delle  alluvioni  cementate  antiche  nella  vaile  del 
Tagliamento. 

Toso  presenta  una  memoria  intitolata  Sul  modo  di  forma¬ 
zione  dei  principali  giacimenti  metalliferi,  aventi  forma  di  irre¬ 
golari  ammassi,  coltivati  in  Toscana  ed  in  altre  regioni  d'I¬ 
talia ;  la  quale  memoria  cosi  compendia  1  : 

Notato  che  dai  molti  studi  sui  filoni  metalliferi  è  mostrato 
il  modo  di  disporsi  dei  minerali  nei  giacimenti  di  natura  filo¬ 
niana,  compresi  tra  fratture  del  terreno  regolari  e  ben  definite, 
soggiunge  non  essere  così  per  i  numerosi  e  più  importanti  gia¬ 
cimenti  metalliferi,  i  quali  si  presentano  con  forma  di  lenti, 
colonne  ed  ammassi  irregolari,  che  si  arrestano  a  profondità 
limitate  e  passano  da  grandi  potenze  a  restringimenti  bruschi. 
Per  la  genesi  di  questi  giacimenti  tutti  gli  autori  si  trovarono 
di  fronte  ad  incertezze  e  dubbi,  tantoché  succede  che  uno  stesso 
giacimento  viene  diversamente  interpretato:  alcuni  trovando  ar¬ 
gomenti  per  riferirli  a  formazioni  sedimentarie,  altri  ad  origine 
filoniana,  altri  poi  per  considerarli  come  il  risultato  di  una  dif¬ 
ferenziazione  magmatica. 

Gli  studi  da  lui  fatti  sui  giacimenti  del  Masse tano  e  su 
quelli  del  Monte  Andata,  tutti  da  ascriversi  tra  gl’irregolari, 
gli  valsero  a  chiarire  il  problema  della  loro  genesi;  il  che  reca 
grande  vantaggio  per  desumere  norme  nelle  ricerche  minerarie 
e  nella  valutazione  del  giacimento. 

1  Questa  memoria  sarà  inserita  nel  Bollettino  del  R.  Comitato  Geo¬ 
logico. 


ADUNANZE 


LXXX1X 


Osservò  che  nel  Massetano  questi  giacimenti  si  trovano  presso 
tante  ellissoidi  di  corrugamento  delle  formazioni  sedimentarie, 
in  cui  furono  sollevati  e  messi  allo  scoperto  gli  scisti  permiani, 
cioè  la  formazione  più  antica  della  regione.  Durante  il  corru¬ 
gamento  degli  scisti  permiani,  i  banchi  di  calcare  secondario 
e  quelli  degli  scisti  eocenici  soprastanti  dovettero  necessaria¬ 
mente  subire  scorrimenti  gii  uni  sopra  gii  altri.  Non  si  può  pie¬ 
gare  un  libro  senza  che  tutti  i  fogli  subiscano  scorrimento  di 
uno  sull’altro. 

I  fatti  dimostrano  che  le  emanazioni  metallifere  s’incana¬ 
larono  da  prima  nelle  fratture  o  crepe  degli  scisti  permiani,  quasi 
verticalmente;  poi  trovarono  in  quei  piani  di  scorrimento  o  di 
faglia,  durante  il  loro  movimento  stesso,  la  via  più  facile  per 
venire  all’esterno  e  le  condizioni  più  propizie  per  qui  depositarsi. 

I  piani  di  scorrimento  si  effettuarono  più  facilmente  tra  due 
formazioni  di  natura  diversa,  p.  es.  calcari  e  scisti,  e  per  conse¬ 
guenza  s’incontrano  più  frequentemente  tra  i  loro  contatti  le 
concentrazioni  metallifere  che  presero  forme  le  più  irregolari, 
dipendenti  dalla  natura  delle  rocce  del  tetto  e  del  muro  e  dalla 
loro  inclinazione. 

Tutti  i  fenomeni  sinora  inesplicati  di  questi  giacimenti,  posti 
al  contatto  di  due  formazioni  sedimentarie  distinte  o  lungo  faglie, 
trovano  spiegazione  facile  se  si  considerano  i  giacimenti  deposi¬ 
tati  contemporaneamente  allo  scorrimento  prodottosi  per  cagione 
dei  corrugamenti. 

Questa  ipotesi  spiegherebbe  quanto  sinora  si  trovò  inespli¬ 
cabile,  cioè  il  fatto  di  giacimenti  metalliferi  posti  al  contatto 
superiore  ed  inferiore  di  banchi  di  calcare  intercalati  da  forma¬ 
zioni  scistose,  dove  il  minerale  si  presenta  nettamente  al  con¬ 
tatto  senza  infiltrarsi  tra  i  calcari  permeabili.  Le  soluzioni  me¬ 
tallifere  trovarono  una  via  per  uscire  all’esterno  ben  più  facile 
tra  i  piani  di  scorrimento,  anziché  tra  i  meati  dei  banchi  di 
calcare  anche  se  permeabile  all’acqua.  Sono  filoni  generatori 
quelli  generalmente  esili  e  verticali  che  si  trovano  tra  gli  scisti 
permiani,  filoni  di  faglia  possono  chiamarsi  quelli  prodotti  dalle 
emanazioni  medesime,  che,  dopo  attraversati  gli  scisti  permiani, 
andarono  a  frapporsi  tra  le  faglie  o  piani  di  scorrimento  sopra- 


xc 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


stanti,  dove  trovarono  le  condizioni  più  propizie  per  deposi¬ 
tare,  i  minerali  ed  accumularne  per  grandi  potenze. 

Basandosi  su  questa  ipotesi,  della  formazione  delle  concen¬ 
trazioni  metallifere  durante  il  corrugamento  di  quelle  ellissoidi 
permiane,  si  spiega  l’origine  dei  grandi  ammassi  piritosi  di  Agordo 
e  della  Spagna,  e  di  alcuni  altri  tra  i  più  noti  e  più  contro¬ 
versi  nei  rapporti  della  loro  genesi.  Vi  sono  poi  fatti  che  autoriz¬ 
zano  a  credere,  che  anche  i  giacimenti  piritosi  cupriferi  compresi 
tra  le  rocce  ofiolitiehe,  e  più  precisamente  tra  la  diabase  e  le 
serpentine,  non  sono  dovuti  a  differenziazioni  magmatiche  come 
sin  qui  si  suppose,  ma  piuttosto  ad  emanazioni  metalliche  che 
si  frapposero  tra  quelle  rocce,  al  modo  stesso  come  esse  anda¬ 
rono  a  riempire  i  vuoti  prodotti  dallo  scorrimento  avvenuto  tra 
i  banchi  di  calcare  ed  i  banchi  di  scisti. 

Le  deposizioni  del  minerale  lungo  il  piano  di  scorrimento 
o  di  una  faglia  poco  inclinata  hanno  l’apparenza  di  deposizione 
sedimentaria,  perchè  si  alternano  le  deposizioni,  di  minerale  con 
rocce  staccatesi  dal  tetto:  apparenza  che  valse  a  farne  argo¬ 
mento  per  chi  sosteneva  per  essi  l’origine  sedimentaria. 

Le  differenze  che  si  notano,  tra  i  giacimenti  piritoso-cupri- 
feri  e  piombo-zinciferi  del  Massetano  con  quelli  cinabriferi  del 
Monte  Amiata,  sono  da  attribuire  esclusivamente  alla  differenza 
di  temperatura  delle  soluzioni  metallifere.  Le  soluzioni  metal¬ 
lifere  ad  alta  temperatura  e  pressione,  epperciò  vaporose,  per¬ 
corsero  i  piani  di  frattura  o  di  scorrimento,  assorbendo  le  acque 
di  cui  i  terreni  erano  impregnati  ;  e  quindi  senza  produrre  in¬ 
filtrazioni  metallifere  nelle  rocce  permeabili  da  esse  attraver¬ 
sate.  Se  invece  le  soluzioni  cinabrifere  dotate  di  temperatura  bassa 
incontrarono  nel  loro  percorso  correnti  acquifere  sotterranee,  queste 
acque  dovettero  assorbire  minerale  cinabrifero,  che  trasportarono 
per  discensum  a  mineralizzare  debolmente  su  larghe  estensioni 
banchi  di  arenaria. 

Vi  sono  motivi  per  supporre  che  la  varietà  dei  giacimenti 
del  Massetano  sia  prodotta  da  soluzioni  aventi  tutte  la  mede¬ 
sima  natura;  ma  che  deposero  minerali  di  natura  diversa  a  seconda 
della  natura  delle  formazioni  sedimentarie  attraversate.  LTna 
soluzione  metallifera  dette  minerale  quasi  senza  ganga  quarzosa 
quando  al  tetto  trovò  calcare,  mentre  invece  sono  eminentemente 


ADUNANZE 


XC1 


•quarzosi  i  giacimenti  che  hanno  al  tetto  rocce  scistose,  dalle  cui 
decomposizioni  ebbe  origine  il  quarzo  frammisto  al  minerale. 

Presidente  Lotti  ringrazia  il  collega  ing.  Toso  per  la  in¬ 
teressante  esposizione  della  sua  geniale  teoria,  che  tanto  bene 
si  presta  ad  una  razionale  spiegazione  dei  fenomeni  metal¬ 
logenici  del  Massetano  ;  però,  mentre  trovasi  in  massima  con  lui 
d’accordo  nella  applicazione  della  sua  teoria  alla  genesi  dei 
giacimenti  metalliferi  toscani  in  rocce  sedimentarie,  non  può 
esserlo  per  l’applicazione  di  essa  a  quelli  essenzialmente  cupri¬ 
feri  in  rocce  eruttive  basiche  o  serpentinose.  In  queste  rocce  i 
minerali  piritosi  si  trovano  in  una  matrice  speciale,  non  spa- 
tica  nè  quarzosa  come  quella  dei  giacimenti  in  rocce  sedimen¬ 
tarie,  ed  oltreché  concentrati,  si  trovano  diffusi  in  minute  par¬ 
ticelle  nella  roccia  eruttiva  (generalmente  nell’eufotide)  fra  i 
cristalli  che  la  costituiscono.  Nessun  filone  metallifero  è  stato 
mai  osservato  nelle  rocce  sedimentarie  che  racchiudono  le  ofio- 
liti,  mentre  può  dirsi  che  non  esiste  massa  ofìolitica,  per  quanto 
minuscola,  che  non  racchiuda  tracce  di  minerali  cupriferi. 

Toso  ricorda  che  per  Montecatini  anche  De  Launay,  dopo 
avere  ammesso  la  segregazione,  sente  il  bisogno  di  ammettere 
pure  uno  scorrimento:  e  che  inoltre  lo  stesso  De  Launay  non 
sa  spiegarsi  la  presenza  del  minerale  nelle  rocce  sedimentarie 
eoceniche. 

Lotti  insiste  nel  contestare  la  esistenza  del  minerale  nelle 
rocce  sedimentarie  eoceniche. 

Toso  osserva  inoltre  che  la  forma  sferoidale  dei  minerali 
è  la  stessa  tanto  nei  giacimenti  di  contatto,  quanto  in  quelli 
ofiolitici  :  ciò  che  sembra  dimostrare  come  il  fenomeno  sia  ge¬ 
nerale.  Cita  poi  il  caso  di  Gavorrano,  ove  il  giacimento  piritoso 
per  essere  al  contatto  dei  graniti  viene  considerato  quale  esem¬ 
pio  indubbio  di  segregazione  magmatica,  mentre  le  recenti  sco¬ 
perte,  fra  cui  quella  del  minerale  fra  i  calcari,  dimostrano  che 
il  giacimento  stesso  è  invece  di  origine  pneumatolitica. 


XCII 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


Crema  presentando  la  sua  Relazione  preliminare  sulla  cam¬ 
pagna  geologica  dell’’ anno  1011  (Abruzzo  Aquilano )  1  non  crede 
fuori  luogo  di  richiamare  l’attenzione  dei  colleglli  sopra  alcuni 
punti  riguardanti  la  nota  formazione  calcareo-marnoso-arena- 
cea,  così  largamente  sviluppata  neH’Apennino  centrale. 

Nell’ Aquilano  questa  formazione  è  ricca  di  fossili  miocenici 
c  fra  i  suoi  membri  vi  è  sempre  passaggio  graduale.  Contraria¬ 
mente  a  quanto  è  stato  detto  da  qualche  geologo  non  solo  non 
fa  mai  passaggio  al  Cretaceo,  ma  neppure  all’Eocene,  sul  quale 
riposa  invece  in  trasgressione:  gli  strati  sono  subparalleli  ai 
banchi  nummulitici  sottostanti,  ma  al  contatto  si  possono  os 
servare  discordanze  ben  evidenti,  dovute  ad  erosione;  un  con¬ 
glomerato  di  ciottoli  dei  varii  calcari  eocenici,  interposto  fra 
le  due  serie,  conferma  che  veramente  fu  interpolato  un  periodo 
di  emersione.  L’Eocene  è  rappresentato  da  calcari  bianchi  num¬ 
mulitici  e  dalla  scaglia  nummulitica  rosea  e  verdiccia;  gli 
strati  poggiano  in  concordanza  sui  banchi  calcarei  del  Cretaceo 
ed  appartengono  all’Eocene  inferiore. 

Avendo  rivisitate  le  località  più  interessanti  della  zona 
studiata  coll’ing.  Lotti,  è  lieto  di  significare  che  questi  ebbe  a 
confermare  pienamente  le  sue  osservazioni  e  deduzioni  autoriz¬ 
zandolo  gentilmente  a  pubblicarlo. 

Infine  dal  rilevamento  in  corso  di  esecuzione  della  tavoletta 
di  Fiamignano  è  risultato  che,  nel  vallarne  fra  il  Salto  ed  il 
Turano,  l’Eocene  ed  il  Miocene  compaiono  coi  caratteri  e  nelle 
condizioni  di  giacitura  ora  visti. 

Presidente  Lotti  ringrazia  il  Socio  ing.  Crema  per  la  sna 
chiara  esposizione  dei  rapporti  statigrafici,  tra  la  formazione 
calcareo-arenacea  e  i  calcari  nummulitici  ed  ippuritici  dei  monti 
aquilani,  e  conferma  la  discordanza  e  la  discontinuità  che  egli 
stesso  ebbe  ad  osservare  fra  i  due  terreni.  Nota  però  che  nel- 
l’ Umbria  quei  rapporti  sono  affatto  diversi.  La  formazione  are- 
naceo-marnosa  è  qui  dovunque  in  concordanza  e  continuità 
litologica  colla  scaglia  cinerea  eocenica,  e  gli  strati  di  passag¬ 
gio  sono  rappresentati  dappertutto  da  certe  marne  dure,  strati- 


1  Estr.  dal  Boll.  d.  B.  Coir.  geol.  d’It.,  voi.  XLIII,  f.°  1°. 


ADUNANZE 


xeni 


ficate,  spesso  selcifere,  caratteristiche.  Ritiene  probabile  che 
questa  formazione  arenaceo-marnosa  deH’Umbria  sia  divisibile 
in  due  parti,  una  delle  quali  inferiore  e  l’altra  superiore  ad 
argille  scagliose  con  strati  nunnnulitici,  riproducendo  lo  stesso 
fenomeno  che  si  osserva  nell’Apennino  settentrionale,  dove  si 
ha  una  formazione  d’arenaria  inferiore,  sovrastante  al  numniu- 
litico  ed  una  superiore,  separate  ivi  pure  dalle  argille  scagliose. 
Se,  come  sostiene  il  Verri,  certi  banchi  calcarei  a  Pecten  e  Lu¬ 
cine,  che  compariscono  qua  e  là  nell’Umbria,  si  trovano  alla 
base  della  formazione  arenaceo-marnosa  superiore,  si  avrebbe 
un  altro  punto  di  somiglianza  notevole  fra  la  geologia  di  que¬ 
sta  regione  e  quella  deH’Apennino  settentrionale;  inquantochè, 
come  egli  Lotti  ebbe  a  notare  a  Barigazzo  e  al  M.  Cavallo  presso 
Porretta,  alla  base  dell’arenaria  superiore  si  osservano  lenti 
calcaree  con  bivalvi  che  si  direbbero  di  tipo  miocenico,  ma  che 
probabilmente  devono  attribuirsi  all’Oligocene. 

Pantanelli  aggiunge  che,  lungo  la  pendice  di  Barigazzo 
scendente  allo  Scoltenna,  nella  massa  degli  strati  da  lui  fino  dal 
1883  riferiti  all’Oligocene,  gli  unici  strati  fossiliferi  sono  rap¬ 
presentati  da  strati  a  Lucine ,  da  strati  a  Pecten  o  da  strate- 
relli  a  Lepidocicline ,  che  risalgono  fin  sotto  al  lago  Scaffaiolo 
presso  il  culmine  del  Corno  alle  Scale:  questi  strati  fossiliferi 
si  trovano  costantemente  alla  base  o  al  più  nella  parte  infe¬ 
riore  degli  strati,  che  sovrastano  direttamente  sulle  argille  sca¬ 
gliose  dell’Eocene  superiore. 

Taramelli  ricorda,  in  proposito  del  passaggio  dall’Eocene 
al  /Miocene,  le  importanti  osservazioni  del  Pareto  il  quale,  fino 
dal  1860,  ha  rilevato  in  tutto  rApennino  settentrionale  l’in¬ 
tervento  di  un  profondo  mutamento  orografico  tra  le  due  epoche, 
con  conseguente  discordanza  e  colle  formazioni  di  conglomerati 
alla  base  del  Miocene;  donde  il  carattere  di  quel  piano  che  egli 
chiamò  Bormidiano.  Siccome  poi  lo  stesso  fatto  si  osserva  generale 
anche  nell’Italia  peninsulare,  è  molto  probabile  che  si  verifichi 
anche  nell’Umbria,  forse  potremo  constatarlo  nella  gita  di  domani. 

Conviene  però  por  mente  alla  possibilità  che,  per  essere 
avvenuto  il  corrugamento  di  alcune  aree  a  notevole  profondità 


XOIV 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


sotto  al  mare,  può  mancare  l’intermezzo  di  una  formazione  de- 
tritica  grondacea  tra  Eocene  e  Miocene.  La  presenza  di  num- 
muliti  nei  più  antichi  strati  miocenici  od  oligocenici  si  veri¬ 
fica  assai  frequente,  anche  nelle  potenti  masse  dei  conglomerati 
bormidiani  dell’Apennino  ligure  e  pavese;  l’essenziale  è  il  de¬ 
terminare  le  specie  di  tali  fossili.  La  gita  di  domani  ha  cer¬ 
tamente  una  notevole  importanza,  ed  egli  spera  che  si  potrà 
compiere  facilmente. 

Stefanini  chiede  se  nell’Umbria  la  formazione  di  età  conte¬ 
stata,  di  cui  si  parla,  abbia  facies  litologica  e  paleontologica  ve¬ 
ramente  identica  a  quella  della  formazione  miocenica  studiata 
dall’ing.  Crema  negli  Abruzzi. 

Verri  dice  che  la  qualche  conoscenza  delle  due  regioni,  gli 
permette  di  dare  una  risposta  alla  domanda,  coll’avvertenza 
però  che  quel  che  espone  non  è  frutto  di  studi  profondi,  bensì 
risultato  di  impressioni  superficiali  di  viaggio.  Lasciate  da  parte 
le  zone  scistose  ed  arenacee  alle  cui  somiglianze  litologiche 
apparenti  non  dava  importanza,  ha  trovato  nell’Abruzzo  ( a  Iìoio 
presso  Aquila,  nelle  valli  del  Salto  e  del  Velino )  e  nell’Umbria  la 
facies  litologica  apparentemente  eguale  nelle  masse  dei  conglome¬ 
rati  grossolani,  e  nei  banchi  calcareo-arenacei.  Direbbe  perfetta¬ 
mente  eguale,  se  non  fosse  che  gli  elementi  dei  conglomerati 
sono  differenti  nei  due  paesi,  perchè  diverse  erano  le  formazioni 
eoceniche  la  cui  decomposizione  dava  il  materiale. 

Nell’ Umbria  si  hanno  i  conglomerati  grossolani  —  composti 
da  calcari  eocenici,  arenarie,  rocce  ofiolitiche  ;  contenenti  Lu¬ 
cine,  Pettini,  Ostriche  —  posati  sopra  residui  di  una  formazione 
di  scisti  e  calcari  policromi  includenti  lenti  ofiolitiche,  la 
quale  manca  nell’Abruzzo.  A  lui  sembra  che  si  sovrappon¬ 
gano  ai  conglomerati  grossolani  alternanze  di  scisti  marnosi, 
di  arenarie,  di  calcari  più  o  meno  arenacei. 

I  suoi  appunti  gli  segnano  altra  formazione  composta  da 
alternanze  consimili  sotto  l’orizzonte  della  formazione  ad  ofioliti. 
In  qualche  luogo  vede  le  due  formazioni  marnoso-arenacee  ve¬ 
nire  a  contatto  senza  l’intermezzo  della  formazione  ad  ofioliti 
( monti  a  nord  di  Perugia )  ;  in  altri  luoghi  trova  che  la  forma- 


ADUNANZE 


XCV 


zione  superiore  viene  a  contatto  con  quella  che  rappresenta  l’Eocene 
inferiore  ( fosso  di  Riparossa  presso  Cesi,  valle  del  Rivo  presso 
Pvediluco,  monti  al  nord  di  Perugia,  pendice  orientale  dei  Mar- 
tani ),  la  quale  ultima  combinazione  gli  capita  sugli  orli  delle 
sinclinali. 

Mentre  sono  concordi  i  pareri  che  i  conglomerati  grossolani 
siano  post-eocenici,  è  controverso  il  riferimento  dei  calcari  più 
o  meno  arenacei  inclusi  nelle  alternanze  calcareo-marnoso-are- 
nacee.  I  paleontologi,  dai  fossili  osservati  nei  campioni  loro 
mandati  a  studiare,  ne  deducono  una  deposizione  post-eocenica; 
gli  stratigrafì  rispondono  che  la  formazione  dalla  quale  sono 
stati  tratti  i  campioni  si  sottopone  all’orizzonte  con  ofioliti,  senza 
che  si  abbia  motivo  di  sospettare  rovesciamenti.  Sicché  si  por¬ 
rebbe  il  dilemma:  o  i  fossili  ritenuti  post-eocenici  hanno  vis¬ 
suto  anche  in  tempi  più  antichi,  o  la  formazione  ad  ofioliti 
dell’Umbria  è  post-eocenica. 

A  lui  viene  il  dubbio  che  la  divergenza  dipenda  da  ciò, 
che  i  campioni  studiati  provengano  da  punti  dove  la  strati- 
grafìa  si  presenta  con  complicazioni  strane,  per  cause  che  biso¬ 
gna  ricercare  ;  e  pensa  che,  per  risolvere  il  dibattito,  sia  ne¬ 
cessario  procedere  a  raccolte  di  saggi  su  sezioni  precisate  con 
tutta  sicurezza,  sopra  e  sotto  l’orizzonte  ad  ofioliti. 

Nel  giudicare  sul  complesso  di  formazioni  che  soprastà  a 
quelle  sicuramente  eoceniche,  bisogna  non  dimenticare  i  banchi 
con  ciottoli  granitici  e  porfìrici,  i  quali  segnalò  nel  Monte  di 
Deruta  e  nel  Monterai  e. 

Stefanini  soggiunge  che  il  graduale  passaggio  tra  una  for¬ 
mazione  ed  un’altra  può  essere  solo  apparente,  e  che  una  con¬ 
cordanza  perfetta  tra  due  formazioni  può  talvolta  far  credere 
ad  una  continuità  di  sedimentazione  in  realtà  insussistente. 

Ricorda  a  titolo  di  esempio  che  nel  Friuli  la  formazione 
molassica  del  Miocene  inferiore  riposa,  in  qualche  luogo,  in 
evidente  concordanza  sugli  strati  di  arenarie  e  marne  dell’Eo¬ 
cene  medio,  e  i  primi  banchi  di  quella  formazione  sono  non 
di  rado  costituiti  dall’argilla  dei  banchi  sottostanti  rimaneg¬ 
giata,  per  modo  che  ognuno  sarebbe  indotto  ad  ammettere  per 
quei  banchi  un’età  eocenica  superiore  od  oligocenica,  data  la 


XCVI 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


loro  sovrapposizione  in  concordanza  e  con  graduale  passaggio 
all’Eocene. 

Ma  nel  banco  di  transizione  di  cui  si  discorre,  si  osservano 
passaggi  laterali  ad  una  breccia  di  trasgressione,  formata  an- 
ch’essa  in  gran  parte  di  materiale  eocenico,  e  particolarmente 
di  blocchi  talora  molto  grossi  di  arenaria,  e  contenente  denti 
di  pesce,  pezzi  di  Ostriche,  Federi  ed  Echini  di  specie  indub¬ 
biamente  pertinenti  al  Terziario  medio. 

Di  più,  in  altre  parti  del  Friuli,  un  banco  avente  identici 
caratteri  paleontologici  e  litologici  si  trova  egualmente  alla  base 
del  Miocene  ;  ma  non  è  più  concordante,  sì  bene  in  evidentis¬ 
sima  discordanza  sulla  formazione  nummulitica. 

Senza  pretendere  di  avere  esposto  niente  di  fondamentalmente 
nuovo,  e  neppure  di  aver  molto  contribuito  alla  soluzione  di 
una  quistione  tanto  importante,  si  chiede  se  i  fatti  da  lui  con¬ 
statati  nelle  Prealpi  friulane  non  possano  in  qualche  modo 
aiutare  a  dissipare  le  difficoltà,  che  ancora  si  oppongono  alla 
soluzione  di  uno  dei  più  gravi  problemi  apenninici. 

* 

Presidente  Lotti  dice  che,  se  la  pioggia  non  disturberà, 
Tescursione  nei  dintorni  di  Gualdo  Tadino  potrà  dare  ai  Congres¬ 
sisti  l’idea  del  come  si  presentano  questi  problemi  neH’Umbria. 
Partecipa  che  il  Comitato  geologico  deliberò  che  una  Commis¬ 
sione  composta  dei  prof.  Parona  e  Pantanelli,  dell’ing.  Crema  e 
di  lui,  studi  di  risolvere  tali  problemi  interessanti  il  rilevamento 
della  carta  geologica  della  regione,  ed  al  lavoro  della  Com¬ 
missione  è  invitato  a  prendere  parte  pure  il  Verri;  le  ricogni¬ 
zioni  incomincieranno  subito  dopo  la  chiusura  del  Congresso. 
La  discussione  fatta  costituisce  una  preparazione  preziosa  allo 
studio  della  materia,  ed  egli  ringrazia  i  colleglli  del  contributo 
di  lumi  iu  essa  portato. 


7.  —  Elezione  alle  cariche  sociali. 

Presidente  invita  l’Assemblea  a  procedere  alla  elezione 
delle  cariche  sociali.  Sono  eletti  scrutatori  i  Soci  Principi  Paolo, 
Marconi  Silvio. 


ADUNANZE 


xcvn 


Presidente,  terminato  lo  scrutinio,  annunzia  il  risultato  della 
votazione. 


Votanti  53. 

Votazione  pel  Vice-Presidente  del  1913: 

Pantanelli  voti  34 

Cortese  »  8 

Voti  dispersi  7,  schede  bianche  4. 
Votazione  pei  Consiglieri  : 


Bassani 

voti 

42 

Issel 

» 

41 

Franchi 

» 

41 

Neviani 

» 

39 

Dal  Piaz 

» 

38 

Capacci 

» 

34 

Hanno  poi  maggiori  voti  Toso  (4),  Vinassa  (4). 

Sono  proclamati  eletti  a  Vice-Presidente  il  prof.  Pantanelli, 
a  Consiglieri  il  prof.  Bassani,  il  prof.  Issel,  l’ing.  Franchi,  il 
prof.  Ne  vi  ani  pel  triennio  1913,  914,  915;  il  prof.  Dal  Piaz 
pel  biennio  1913,  1914;  l’ing.  Capacci  per  l’anno  1913. 

Pantanelli  ringrazia  i  colleghi  della  dimostrazione  di  stima  e 
d’affetto  che  hanno  creduto  dargli  in  questa  votazione  {applausi). 


8.  —  Affari  eventuali. 

Segretario  partecipa,  per  conoscenza  dei  Soci,  che  nei  cambi 
pervenuti  dalla  Russia  era  inserita  una  cartolina  contenente 
questa  raccomandazione:  «Le  directeur  de  l’Institut  pétrogra- 
pliique  Lithogaea  a  l’honneur  de  prier  les  personnes,  qui  tra- 
vaillent  dans  le  domaine  de  Mineralogie  et  de  Pétrographie 
de  ne  pas  refuser  d’envoyer  leurs  ouvrages  scientifiques  à  la  bi- 
bliothèque  de  l’Institut.  —  Adresse:  Russie,  Moscou, Ordinka,  32  ». 


ADUNANZA  GENERALE 


(14  settembre ) 


Presidenza  Lotti. 


La  seduta  è  aperta  alle  ore  9  nella  sala  della  adunanza 
precedente. 

Sono  presenti  i  Soci  :  Cacciamali,  Campensa,  Caneya,  Crema, 
Fiorentin,  Lotti,  Marconi,  Pantanelli,  Parona,  Pilotti,  Plee- 
schke,  Quaglino,  Stefanini,  Verri,  Z  amar  a. 

Presidente.  Nell’adunanza  del  31  marzo  fu  approvata  la 
elezione  di  una  Commissione,  incaricata  della  revisione  e  co- 
ordinamento  del  Regolamento  per  le  pubblicazioni.  Tale  operazione 
era  necessaria  dovendosi  procedere  alla  ristampa  dello  Statuto 
e  dei  Regolamenti  perchè  esaurita  l’edizione  1907:  nella  quale 
ristampa  bisognava  includere  articoli  aggiuntivi  e  modificazioni 
di  articoli  deliberate  dalle  Assemblee. 

L’Assemblea  del  31  marzo  deliberò  che  la  nomina  della 
Commissione  fosse  affidata  al  Presidente,  ed  esso  elesse  i  Soci 
Aichino,  Clerici,  Crema,  Neviani,  Verri,  i  quali  avendo  occu¬ 
pato  od  occupando  uffici  aventi  speciale  relazione  colle  dispo¬ 
sizioni  del  Regolamento,  erano  meglio  in  condizione  di  portare 
conoscenze  utili  nella  discussione.  Adunatasi  questa  Commissione 
per  una  prima  intesa,  invitò  il  Presidente  stesso  a  volerne  as¬ 
sumere  la  direzione  del  lavoro. 

I  Commissari  hanno  intrapreso  il  lavoro  assegnato,  ma,  prima 
di  concretare  definitivamente  e  presentare  le  loro  proposte,  hanno 


ADUNANZE 


XCIX 


creduto  opportuno  attendere  i  risultati  dell’applicazione  delle 
nuove  tariffe  per  la  stampa,  cosa  che  non  ha  potuto  farsi  sinora 
atteso  il  ritardo  delle  pubblicazioni  avvenuto  in  quest’anno. 

Intanto  urge  provvedere  alla  nuova  edizione  dello  Statuto 
e  dei  Regolamenti,  per  soddisfare  le  richieste  che  ne  vengono 
fatte  dai  Soci,  e  da  persone  le  quali  desiderano  conoscerli  col¬ 
l’idea  di  chiedere  l’ammissione  nella  Società. 

In  situazione  tale  di  cose,  e  nella  considerazione  che  le  mo¬ 
dificazioni  suggerite  si  riducono  in  massima  a  meglio  chiarire 
e  precisare  diritti  e  doveri  già  stabiliti,  ad  introdurre  articoli 
già  deliberati  dalle  Assemblee  e  sparsi  ora  nei  verbali,  e  non 
importano  varianti  sostanziali,  si  chiede  che  sia  rimessa  al 
Consiglio  l’approvazione  del  nuovo  Regolamento  per  le  pubbli¬ 
cazioni. 

Messa  ai  voti  tale  proposta,  I’Assemblea  l’approva  ad  una¬ 
nimità. 

Presidente.  Ed  ora  resta  il  dovere  di  ringraziarvi  del  con¬ 
corso  a  questo  Congresso,  il  quale  per  le  cose  vedute,  per  i 
problemi  posti,  mi  lusingo  che  abbia  ad  essere  fecondo  di  ri¬ 
sultati  scientifici,  soprattutto  in  riguardo  alla  Geologia  dei  ter¬ 
reni  terziari  dell’Umbria.  Anche  attraente  si  presenta  al  vostro 
studio  la  ricerca  del  come  possa  essere  avvenuto  nel  monte  di 
Spoleto  il  ricoprimento  del  Senoniano  col  Lias  inferiore,  date 
le  condizioni  tettoniche  della  catena  Spoletina  e  delle  due  ca¬ 
tene  che  la  fiancheggiano. 

Resta  di  porgere  i  nostri  vivi  ringraziamenti  alla  gentile 
città  che  ci  ha  ospitati,  e  di  questi  la  Presidenza  si  farà  in¬ 
terprete  presso  la  Rappresentanza  Municipale  (applausi). 

Ringraziamenti  sentiti  dobbiamo  pure  al  valente  archeologo 
prof.  cav.  Giuseppe  Sordini,  R.  Ispettore  dei  monumenti  e  de¬ 
gli  scavi  dell’Umbria.  Egli  ha  aggiunta  una  nota  simpatica  ai 
nostri  studi,  illustrandoci  i  monumenti  che  ricordano  la  vita 
del  paese  sino  dai  tempi  che  possiamo  dire  preistorici;  facen¬ 
doci  ammirare  le  tante  opere  d’arte,  che  ne  decorano  i  templi 
ed  i  musei.  E  questo  non  solamente  nella  città  di  Spoleto, 


c 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  L  IN  SPOLETO 


ma  a  Norcia,  alle  Fonti  del  Clitunno,  ad  Assisi;  nelle  quali 
escursioni  c’è  stato  infaticabile  e  graditissimo  compagno  ( ap¬ 
plausi ). 

Stefanini,  anche  per  incarico  avuto  dai  Soci  che  non  hanno 
potuto  intervenire,  ringrazia  vivamente  il  Presidente  per  l’or¬ 
dinamento  dato  a  questo  Congresso,  del  quale  rileva  il  felice 
successo  {applausi). 


Il  Segretario 
A.  Verri. 


- 


GIORGIO  SPEZIA. 


GIORGIO  SPEZIA 

E  LA  SUA  OPERA  SCIENTIFICA 


Commemorazione  del  dott.  L.  Colomba 


Triste  risveglio  fu  per  la  scienza  italiana  quello  del  10  no¬ 
vembre  1912;  che  nelle  prime  ore  di  detto  giorno  si  era  improv¬ 
visamente  spento  in  Torino  Giorgio  Spezia. 

Unanime  fu  il  compianto,  unanime  il  dolore;  ma  per  noi  clic 
riconoscevamo  in  Lui  il  maestro,  non  fu  soltanto  un  dolore;  fu 
uno  schianto,  perchè  non  ci  sembrava  possibile  che  Egli  fosse 
scomparso  e  tanto  meno  che  la  sua  scomparsa  fosse  stata  così 
improvvisa. 

Molti  mesi  sono  passati  da  quel  giorno  ;  ma  pur  anche  ora 
mentre,  con  affetto  di  figlio  e  con  venerazione  di  allievo,  mi 
acci ngo "a  scrivere  questi  cenni  sulla  sua  vita  e  sulla  sua  opera, 
mi  sento  inumidire  il  ciglio  e  tremare  la  mano,  tanto  è  ancora 
vivo  nel  mio  cuore  il  ricordo  di  quella  grande  e  bella  figura 
di  uomo  e  di  scienziato,  che  pur  potendo  per  il  suo  sapere  c 
per  la  sua  attività  aspirare  ai  più  alti  onori,  con  rara  virtù  di 
modestia,  rifuggì  da  quanto  poteva  allontanarlo  dalla  sua  fami¬ 
glia  e  dal  suo  istituto,  due  santuari  fra  i  quali  volle  circoscrivere 
la  propria  esistenza. 

Nacque  Giorgio  Spezia  in  Piedimulera,  nell’Ossola,  l’8  giu¬ 
gno  1842;  dopo  di  aver  compiuto  gli  studi  secondari  in  Novara 
e  quelli  superiori  parte  all’ Università  di  Pavia  e  parte  alla 
Scuola  di  applicazione  di  Torino,  consegui  nel  1867  la  laurea 
in  ingegneria,  presentando  come  tesi  un  pregevolissimo  studio 
sulla  ventilazione  nelle  miniere. 

Nel  1860,  mentre  era  studente  dell’Ateneo  Pavese,  sentì 
aneli’ Egli  quel  grande  fremito  di  patriottismo  che,  in  quegli  anni 


01 V 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


così  epici,  aveva  invaso  lo  spirito  della  migliore  parte  della 
gioventù  italiana:  fu  garibaldino  e  partecipò  colle  truppe  del 
generale  Cosenz  alla  campagna  di  Sicilia  ed  alla  battaglia  del 
Volturno. 

Appena  laureato,  Egli  ottenne  di  poter  frequentare  il  Museo 
Mineralogico  della  Scuola  di  applicazione  di  Torino;  in  tal  modo, 
sotto  la  guida  di  maestri  illustri  come  B.  Gastaldi  e  G.  Strnever, 
in  un  ambiente  ancora  dominato  dall’alta  personalità  di  Quin¬ 
tino  Sella,  potè  dedicarsi  completamente  a  quegli  studi  geolo¬ 
gici  e  mineralogici  verso  i  quali  si  sentiva  irresistibilmente 
tratto;  vi  rimase  sino  al  termine  del  1870,  quando  credette 
utile  di  recarsi  per  qualche  tempo  in  Germania  allo  scopo  di 
completare  gli  studi  iniziati  in  Italia. 

Durante  gli  anni  passati  al  Museo  Mineralogico  del  Valen¬ 
tino,  ebbe  alcuni  incarichi  molto  importanti;  nel  1867  fu  da 
Gastaldi  incaricato  di  compiere  scandagli  nel  Lago  di  Mer- 
gozzo;  nel  1870  venne  dal  Ministro  dei  Lavori  pubblici  nomi¬ 
nato  membro  della  Commissione  incaricata  di  studiare  le  cause 
degli  avvallamenti  di  sponda  verificatisi  in  detto  anno  lungo 
le  rive  del  Lago  Maggiore. 

In  Germania  fu  dapprima  per  tre  semestri  iscritto  all’Uni¬ 
versità  di  Gbttingen,  dove  frequentò  i  corsi  di  Hiibner,  Wòhler, 
Waltershausen  e  von  Seebach;  passò  poscia  alla  Scuola  delle 
miniere  di  Berlino  e  quivi  frequentò  i  corsi  di  Justus  Roth, 
Lossen,  Beyrich,  Kerl,  unitamente  a  quelli  di  Rammelsberg, 
VVeiss  e  Kayser. 

Durante  questa  sua  permanenza  in  Germania,  che  si  prò 
trasse  fino  al  1873,  approfittando  del  tempo  che  gli  rimaneva 
libero  nei  periodi  di  vacanza  fra  i  vari  semestri  di  studi,  visitò 
numerosi  distretti  minerari,  acquistando  in  tal  modo  una  pro¬ 
fonda  ed  estesissima  coltura  in  quei  rami  della  geologia  e  della 
mineralogia  che  si  riferiscono  allo  studio  dei  giacimenti  mine¬ 
rari  e  metalliferi. 

Al  suo  ritorno  in  patria  fu  nominato  assistente  alla  cattedra 
di  mineralogia  e  geologia  tanto  della  Scuola  di  applicazione 
quanto  dell’Università;  nell’anno  seguente  però  rinunziò  al  primo 
di  questi  posti  perchè,  in  causa  delle  cattive  condizioni  di  sa¬ 
lute  di  A.  Sismonda,  che  teneva  allora  la  cattedra  di  minerà- 


COMMEMORAZIONI 


CV 


logia  e  geologia  all’Università,  venne  a  lui  dato  l’incarico  di 
detti  insegnamenti;  incarico  che  tenne  fino  al  1878,  anno  nel 
quale,  per  la  morte  di  Sismonda,  fu  in  seguito  a  concorso  no¬ 
minato  professore  ordinario  di  mineralogia  presso  l’Università  di 
Torino. 

Fra  gli  altri  incarichi  che  vennero  a  lui  affidati  durante 
questo  lungo  periodo  di  tempo,  va  segnalato  quello  riguardante 
il  trasferimento  dei  Musei  di  Storia  Naturale  dal  Palazzo  del 
l’Accademia  delle  Scienze  alla  loro  attuale  sede  nel  Palazzo 
Carignano. 

Dopo  la  sua  nomina  a  professore  ordinario  e  dopoché  ebbe 
modo  di  creare  nei  nuovi  locali  del  Museo  di  mineralogia  un 
istituto  fra  i  migliori  esistenti  in  Italia  e  che  sempre  cercò  di 
migliorare,  Egli  dedicò  tutta  la  sua  vita  a  quelle  ricerche  scien¬ 
tifiche  le  quali  gli  meritarono  quell ’alta  stima  e  quella  gran¬ 
dissima  considerazione  di  cui  godeva  nel  mondo  scientifico,  per 
quanto  fosse  per  natura  schivo  da  qualunque  atto  che  potesse 
avere  anche  solo  un’apparenza  di  teatralità.  Malgrado  questo 
suo  volontario  tenersi  appartato,  non  gli  mancarono  gli  onori, 
tanto  più  meritati  in  quanto  che  non  erano  da  Lui  ambiti  nè 
ricercati. 

Da  molti  anni  era  membro  dell’Accademia  delle  Scienze  di 
Torino  e  socio  nazionale  dell’Accademia  dei  Lincei;  apparteneva 
pure  ai  XL  della  Società  Italiana  delle  Scienze,  alla  Società 
Imperiale  di  Mineralogia  di  Mosca  ed  all’Accademia  di  Agri¬ 
coltura  di  Torino.  Per  quanto  alieno  dalla  vita  pubblica,  con¬ 
vinto  che  la  sua  opera  potesse  esser  utile  anche  in  detto  campo, 
fu  per  molti  anni  consigliere  provinciale  della  sua  prediletta 
Ossola  ;  nel  1875  fu  anche  presidente  del  Club  Alpino. 

Altre  cariche  mai  volle  accettare  non  per  inerzia  ma  per 
paura  che  esse  potessero  troppo  distoglierlo  dai  suoi  studi  ;  così 
sempre  resistette  alle  pressioni  dei  suoi  colleglli  che  volevano 
elevarlo  alle  più  alte  cariche  accademiche:  parimenti  resistette 
al  voto  quasi  unanime  col  quale  i  geologi  ed  i  mineralisti  lo 
avevano,  nel  settembre  del  1010,  chiamato  alla  presidenza  della 
nostra  Società. 

La  sua  attività  scientifica  fu  molto  grande  e  quello  che  più 
è  notevole  si  è  che  essa  si  svolse  specialmente  quando  già  aveva 


evi 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


ottenuto  il  posto  di  professore  ordinario,  cioè  quando  da  essa 
non  poteva  più  ricavare  alcun  vantaggio  diretto;  fatto  questo 
che  dinota  quanto  fosse  in  Lui  veramente  nobile  la  passione  per 
gli  studi  ai  quali  si  era  dedicato. 

Questa  sua  attività  del  resto  non  si  svolse  solamente  in  rap 
porto  ai  suoi  studi  :  essa  si  rifletteva  su  tutto  quanto  lo  cir¬ 
condava  e  su  quanti  avevano  modo  di  avvicinarlo;  ben  lo 
sappiamo  noi  che  fummo  suoi  allievi  quanto  Egli  fosse  prodigo 
non  solo  di  consigli  ma  anche  di  aiuti  e  quanto  si  interes¬ 
sasse  ai  nostri  lavori. 

Socio  del  Club  Alpino  fu  alpinista  valente  e  fino  agli  ultimi 
anni  usò  ritemprarsi  dalle  fatiche  dell’insegnamento,  passando 
le  vacanze  estive  nelle  natie  valli  dell’Ossola;  ma  anche  nel 
campo  dell’alpinismo  combattè  in  nome  di  lina  finalità  molto 
più  elevata  di  quella  a  base  di  puro  acrobatismo  che  pur 
troppo  è  attualmente  accolta  da  molti  alpinisti  ;  al  pari  dei 
primi  fondatori  del  Club  Alpino,  Egli  voleva  che  l’alpinismo  svi¬ 
lii  ppasse  nei  giovani  l’amore  per  i  monti  considerati  non  solo 
come  palestra  di  ginnastica,  ma  anche  come  campo  di  studi  ;  ed 
il  suo  scritto  sulle  sorgenti  del  Toce,  e  specialmente  la  bella 
difesa  da  Lui  fatta  in  favore  della  cascata  del  Toce,  indicano 
quali  fossero  le  idealità  per  le  quali  combatteva  anche  in  que¬ 
sto  campo. 

L’amore  per  la  mineralogia  fu  da  Lui  elevato  ad  un  vero 
culto;  non  solo  nel  discorso  inaugurale  per  l’anno  accademico 
1885  86  proclamò  la  sua  grandissima  utilità  per  gli  studi  geo¬ 
logici,  ma  pur  anche  la  difese  strenuamente  quando  si  tentò  di 
alterare  il  suo  vero  scopo,  come  avvenne  nel  1895  a  proposito 
della  lotta  impegnatasi  fra  i  mineralisti  ed  i  fisici  per  la  cat¬ 
tedra  di  Pavia  1  o  quando  se  ne.  volle  diminuire  l’importanza 
coll’improvvida  legge  del  1909  che  mise  gli  istituti  di  mine¬ 
ralogia  e  di  geologia  ingiustamente  in  una  condizione  di  assoluta 

1  Degno  di  nota  è  il  fitto  che  i  fisici  i  quali  nel  1895  combatterono 
una  così  aspra  lotta  por  ottenere  che  la  mineralogia,  assumendo  un  ca¬ 
rattere  puramente  tìsico-cristallografico,  divenisse  quasi  una  parte  della 
tìsica,  non  credettero  invece  di  ribellarsi  in  vermi  modo  contro  la  di¬ 
sposizione  ministeriale  con  cui  due  anni  fa  la  mineralogia  venne  esclusa 
dal  numero  delle  materie  obbligatone  per  la  laurea  in  tìsica. 


COMMEMORAZIONI 


CV11 


inferiorità  di  fronte  agli  altri  istituti  scientifici.  Bella  fu  anche 
per  dignità  e  per  vero  patriottismo  la  lotta  da  Lui  impegnata 
riguardo  all’Osservatorio  Vesuviano,  quando  si  temette  per  un 
momento  che  non  richieste  ingerenze  straniere  volessero  sopraf¬ 
fare  il  carattere  veramente  nazionale  di  detto  istituto,  per  il 
cui  incremento  ed  ampliamento  si  era  pure  adoperato. 

Scientificamente  fu  onesto  fino  allo  scrupolo  e  se  nella  cri¬ 
tica  dei  lavori  altrui  fu  talvolta  molto  severo,  fu  però  sempre 
sereno  ed  iyiparziale;  nessun  astio  conservò  mai  contro  coloro 
che  furono  suoi  avversari,  ponendo  sempre  il  bene  della  scienza 
al  disopra  di  qualsiasi  questione  personale.  Per  i  suoi  maestri 
ebbe  sempre  un  vero  sentimento  di  venerazione;  e  non  solo  per 
quelli  che,  come  Q.  Sella,  B.  Gastaldi,  G.  Struever,  A.  Sismonda 
avevano  sorvegliato  in  Italia  i  suoi  primi  passi  nel  campo 
scientifico,  ma  pur  anche  per  quelli  sotto  la  cui  guida  aveva 
studiato  in  Germania;  fra  questi  in  modo  speciale  predilesse 
J.  Both  alla  cui  memoria  anzi  volle  dedicare  il  suo  magistrale 
studio  sulla  origine  del  solfo  di  Sicilia. 

L’opera  scientifica  di  Giorgio  Spezia  se  in  principio  ebbe 
un  carattere  assai  vario  per  quanto  riguarda  gli  argomenti  da 
Lui  trattati,  acquistò  in  seguito  una  tendenza  che  sempre  andò 
accentuandosi  verso  una  unità  di  concetto  e  di  svolgimento  ve¬ 
ramente  notevole.  Infatti,  sebbene  fra  i  suoi  numerosi  lavori 
siano  anche  frequenti  quelli  che  presentano  un  carattere  pura¬ 
mente  mineralogico,  petrografico  e  talvolta  anche  geologico,  la 
sua  produzione  scientifica  fu  principalmente  rappresentata  da 
un  complesso  di  studi  riguardante  la  evoluzione  delle  sostanze 
minerali  e  la  minerogenesi,  seguendo  in  tal  modo  l’indirizzo  di  studi 
corrispondenti  a  quel  ramo  della  mineralogia  che  confina  con 
alcune  parti  della  geologia  e  che  appunto  era  stato  da  J.  Roth 
indicato  col  nome  di  geologia  chimica.  Questo  nome  venne,  a 
mio  parere,  giustamente  mantenuto  dallo  Spezia,  perchè  i  detti 
studi  si  occupano  di  fenomeni  i  quali  hanno  indubbiamente  un 
fondamento  geologico,  per  cui  possono,  senza  che  venga  alterato 
il  loro  significato,  essere  indicati  col  nome  generale  di  fenomeni 
geochimici. 


CVI1I 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


Fra  questi  lavori  di  geologia  chimica,  hanno  poi  massima 
importanza  per  le  conclusioni  a  cui  Egli  giunse,  e  che  in  parte  si 
connettono  anche  a  veri  problemi  di  chimica  fìsica,  quelli  spe¬ 
cialmente  diretti  a  stabilire  il  grado  d’influenza  delle  alte  pres¬ 
sioni  e  delle  elevate  temperature  sulle  variazioni  degli  equilibri! 
chimici  e  fìsici. 

Facendo  per  il  momento  astrazione  da  questo  importante 
gruppo  di  lavori,  risulta  chiaramente  come  anche  gli  altri  pre¬ 
sentino  generalmente  un  interesse  molto  grande,  anche  quando 
trattano  di  argomenti  modesti,  specialmente  perchè,  oltre  ad 
essere  condotti  con  metodo  rigorosamente  scientifico,  ebbero 
pure  spesso  il  sussidio  di  numerose  osservazioni  e  ricerche  speri¬ 
mentali. 

Degno  specialmente  di  nota  perchè  si  può  considerare  come 
il  primo  suo  lavoro  di  indole  scientifica,  per  quanto  tratti  di  ar¬ 
gomento  estraneo  alla  mineralogia,  è  quello  che,  sotto  forma  di 
lettera  diretta  al  Gastaldi  nel  1871,  riguardava  le  cause  degli 
avvallamenti  di  sponda  del  Lago  Maggiore,  del  cui  studio  era 
stato  incaricato  nel  1870.  Egli  compì  in  tale  occasione  una  serie 
di  osservazioni,  che  gli  permisero  di  giungere  ad  alcune  inte¬ 
ressanti  conclusioni  sulle  cause  di  tali  fenomeni  da  Lui  ritenuti 
come  dovuti  alle  grandi  magre  dei  laghi,  in  seguito  alle  quali 
si  producono  nello  stato  di  equilibrio  dei  terreni  costituenti  le 
rive,  modificazioni  molto  sensibili,  in  parte  anche  collegate  con 
speciali  condizioni  dei  terreni  stessi,  con  le  oscillazioni  di  livello 
dei  laghi  ed  anche  colla  presenza  di  sorgenti.  Negli  ultimi  mesi 
della  sua  vita  ritornò  su  questo  argomento  in  seguito  ad  alcuni 
nuovi  avvallamenti  manifestatisi  lungo  le  sponde  del  Lago  di 
Iseo;  anche  in  questo  caso  potè  constatare  come  si  fossero  ve¬ 
rificate  le  stesse  condizioni  da  Lui  fissate  nel  1871  come  neces¬ 
sarie  per  la  produzione  di  tali  fenomeni. 

Meritevoli  in  modo  speciale  di  ricordo  sono,  fra  gli  altri  la¬ 
vori,  quello  sul  berillo  del  Monte  Bianco  da  Lui  determinato  con 
sicurezza;  quello  sul  colore  dello  zircone,  argomento  sul  quale 
ritornò  nel  1899,  e  che  dimostrò  essere  dovuto  ad  un  determi¬ 
nato  stato  di  ossidazione  delle  piccole  quantità  di  ferro  conte¬ 
nute  in  detto  minerale,  avendo  Egli  ottenuto  sperimentalmente 
di  farlo  scomparire  c  ricomparire  solo  facendo  variare,  in  modo 


COMMEMORAZIONI 


CIX 


acconcio,  tale  stato  di  ossidazione;  quello  sulla  melanoflogite, 
ricco  di  osservazioni  molto  importanti  e  minute  sul  compor¬ 
tamento  ottico  e  chimico  di  questa  curiosa  specie  minerale; 
quello  sulla  flessibilità  dell’itacolumite  che  dalle  sue  ricerche 
risultò  dovuta,  non  aH’intercalazione  di  lamelle  di  mica  o  di 
clorite,  ma  bensì  alla  struttura  articolata  dei  granuli  di  quarzo; 
quello  sulla  fusibilità  dei  minerali  nel  quale  fece  vedere  quanto 
sia  convenzionale  il  concetto  di  classificare  fra  gli  infusibili 
tutti  i  minerali  cbe  appariscono  tali  al  cannello  ordinario,  po¬ 
tendosi  invece  ottenere  dati  diagnostici  molto  importanti  impie¬ 
gando  temperature  più  elevate;  quello  sul  deposito  di  silice 
gelatinosa  del  Sempione  nel  quale  sono  esposte  considerazioni 
molto  interessanti  sul  comportamento  chimico  e  fisico  della  silice 
idrata  a  seconda  che  sia  di  fresco  preparata  o  no;  quelli  sulla 
anidrite  del  Sempione  e  sulle  sue  inclusioni  di  anidrite  carbo¬ 
nica  liquida,  essendo  in  quest’ultimo  specialmente  degne  di  nota 
le  esperienze  con  le  quali  potè  in  modo  certo  stabilire  la  natura 
chimica  del  liquido  delle  inclusioni;  osservazioni  che  vennero 
posteriormente  riconfermate  dallo  studio  delle  analoghe  inclu¬ 
sioni  da  Lui  pure  scoperte  e  studiate  nella  calcite  di  Traver- 
sella;  quello  sull’azione  del  clorato  di  potassio  sulla  pirite  e 
sull’hauerite  che  servì  a  dimostrare  quanto  sia  diverso  il  com¬ 
portamento  di  queste  due  specie  minerali  di  fronte  all’azione 
degli  ossidanti;  quello  sulle  cause  della  colorazione  azzurra 
dell’halite  di  Stassfurt  in  cui  confutò  in  modo  veramente  mi¬ 
rabile  le  idee  di  Siedentopf  secondo  le  quali  essa  sarebbe  do¬ 
vuta  a  sodio  metallico  finissimamente  diviso  e  disseminato  nella 
massa  dell’halite. 

In  modo  particolare  sono  da  ricordare  le  sue  ricerche  sulla 
origine  del  solfo  di  Sicilia;  in  questo  lavoro,  pubblicato  nel 
1802,  Egli  sostenne  l’origine  endogena  di  detti  giacimenti  sol* 
fiferi  ed  il  suo  lavoro  ebbe  tanto  maggior  importanza  in  quanto 
che,  quando  esso  venne  pubblicato,  l’ipotesi  di  una  provenienza 
dei  detti  giacimenti  da  una  riduzione  dei  gessi  era  universalmente 
accolta.  Questo  lavoro  denso  di  dati  analitici  e  sperimentali 
e  di  osservazioni  compiute  in  posto  fu  considerato  nel  1893 
degno  del  premio  reale  dei  Lincei.  E  se  pure  attualmente  non 
tutti  sono  concordi  nell’ammcttere  che  le  conclusioni  a  cui  Egli 


exn 


CONGKESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


nell’accrescimento  si  abbia  un  massimo  parallelamente  a  detto 
asse  ed  un  minimo  normalmente  ad  esso  ;  spiegò  anzi  come  con¬ 
seguenza  di  questo  speciale  modo  di  comportarsi,  l’assenza  quasi 
assoluta  del  pinacoide  nei  cristalli  di  quarzo. 

Inoltre  constatò  come  la  solubilità  del  quarzo  nelle  diverse 
direzioni  aumenti  assai  coll’aumentare  della  temperatura  e  come 
si  possa  giungere  alla  conclusione  che  un  deposito  lento  favo¬ 
risca  la  comparsa  della  simmetria  esagonale  nelle  facce  termi¬ 
nali  dei  suoi  cristalli,  mentre  invece  un  deposito  rapido  sembra 
essere  favorevole  alla  comparsa  in  esse  della  simmetria  trigo¬ 
nale  caratterizzata  o  dalla  presenza  di  un  solo  romboedro  o  dalla 
grande  prevalenza  di  sviluppo  nelle  sue  faccie  in  confronto 
di  quelle  dell’altro  romboedro. 

Dal  punto  di  vista  della  geologia  chimica  non  vi  ha  dubbio 
che  le  esperienze  di  Gr.  Spezia  siano  assolutamente  risolutive. 
Esse  furono  condotte  con  una  grande  unità  di  concetto  e  di  me¬ 
todo  ed  ebbero  per  scopo  principalmente  di  stabilire  quale 
influenza  possa  avere  la  sola  pressione  statica,  in  confronto 
della  temperatura,  in  molti  fenomeni  fisici  e  chimici  aventi  una 
importanza  dal  lato  minerogenetico  e  geochimico,  come  ad  esem¬ 
pio  la  possibilità  di  ottenere  reazioni  chimiche  ponendo  a  con¬ 
tatto  determinate  sostanze,  la  solubilità  di  dati  corpi  nell’acqua, 
il  loro  cambiamento  di  stato  fisico,  ecc. 

E  da  notarsi  a  questo  proposito  come  Egli  indicasse  col 
nome  di  pressione  statica  quella  che  in  un  dato  punto  del 
globo  ò  dovuta  semplicemente  agli  strati  ed  ai  materiali  roc¬ 
ciosi  sovraincombenti  allo  stato  di  riposo  ( Belastungsdrucli • 
di  Milch),  mentre  invece  col  nome  di  pressione  dinamica  (Dis- 
locationsdruck  di  Milch)  indicava  quella  dovuta  agli  stessi  ma¬ 
teriali  considerati  in  movimento. 

Il  metodo  da  Lui  impiegato  comprese  sempre  due  serie  pa¬ 
rallele  di  esperienze  che  compieva  sottoponendo,  negli  appa¬ 
recchi  da  Lui  ideati  e  descritti  e  che  corrispondevano  perfet¬ 
tamente  allo  scopo  propostosi,  le  stesse  sostanze  o  le  stesse  mi¬ 
scele  su  cui  sperimentava,  a  temperature  oppure  a  pressioni 
molto  elevate,  essendo  nel  primo  caso  la  pressione  interna  de¬ 
gli  apparecchi  solo  quella  inerente  alle  temperature  impiegate,  c 


COMMEMORAZIONI 


CXIII 


nel  secondo  caso  essendo,  nella  maggior  parte  delle  esperienze, 
la  temperatura  quella  dell’ambiente. 

Questo  fatto  anzi  di  avere,  in  così  grande  numero  di  ricer¬ 
che  o  pressioni  elevate,  mantenuta  la  temperatura  nei  limiti  or¬ 
dinari,  fu  talvolta  considerato  come  una  causa  di  errore  che 
poteva  notevolmente  influire  sull’importanza  dei  risultati  da  Lui 
ottenuti,  poiché  si  trattava  di  una  temperatura^del  tutto  arbi¬ 
traria.  Ma  se  si  .considera  oggettivamente  e  senza  idee  precon 
cette  quale  fosse  realmente  lo  scopo  diretto  ed  immediato  delle 
sue  esperienze,  è  facile  di  convincersi  come  questo  appunto  man¬ 
chi  completamente  di  fondamento,  poiché  esse  erano  precisamente 
dirette  a  confutare  le  affermazioni  di  quegli  autori  i  quali  ave¬ 
vano  ammesso  che  molti  fenomeni  chimici  e  tìsici  erano'  esclu¬ 
sivamente  dovuti  alla  azione  di  pressioni  più  o  meno  elevate, 
per  cui,  quando  dette  pressioni  agivano,  essi  si  compivano  an¬ 
che  a  temperatura  ordinaria. 

Così  a  proposito  delle  condizioni  necessarie  per  la  forma¬ 
zione  dell’anidrite  dalle  soluzioni  di  solfato  di  calcio,  Hann  e 
Pokorny  prima  ed  Heidenheim  in  seguito,  ammisero  che  fosse 
sufficiente  una  pressione  di  10  atmosfere;  poiché  tale  concetto 
fu  applicato  alla  genesi  delle  anidriti  marine,  ne  veniva  la  con¬ 
clusione  che  esse  potevano  formarsi  ad  una  profondità  di  107 
metri  di  acqua.  Ora  è  evidente  che  in  questo  caso  dovevasi 
necessariamente  ammettere  che  la  temperatura  dell’ambiente,  in 
cui  si  formavano  dette  anidriti,  non  fosse  superiore  a  quella  or¬ 
dinaria  poiché,  come  è  noto,  nelle  profondità  marine  l’acqua 
ha  una  temperatura  assai  bassa. 

Parimenti  quando  Waltershausen,  interpretando  i  risultati 
ottenuti  da  Wohler  sulla  soluzione  e  sulla  sintesi  deH’apofìllite, 
nel  senso  che  detti  risultati  fossero  dovuti  alla  pressione  di 
10-12  atmosfere  'impiegata  da  Wohler,  cercò  in  tal  modo  di 
spiegare  tanto  i  fenomeni  di  soluzione  a  cui  possono  andar 
soggette  le  zeoliti  che  si  formano  sul  fondo  dei  mari,,  quanto 
la  formazione  biella  palagonite  nelle  stesse  profondità  marine, 
non  poteva  certamente,  per  le  cose  dette  prima,  supporre  che 
sui  detti  fenomeni  potessero  influire  temperature  elevate. 

Anche  Pfaff  nella  sua  esperienza  sulla  solubilità  del  quarzo 
nell’acqua  sottoposta  ad  una  pressione  di  4700  atmosfere,  aveva 


CX IV 


CONGRESSO  DELLA  S.  U.  I.  IN  SPOLETO 


operato  a  18°;  così  pure  Spring,  quando  giunse  alla  conclusione 
clic  le  formazioni  del  joduro  mercurico  e  del  protosolfuro  di 
rame,  per  rispettiva  mutua  reazione  fra  il  joduro  potassico  ed 
il  cloruro  di  mercurio  allo  stato  solido  e  fra  il  rame  ed  il  solfo, 
potessero  avvenire  sotto  una  pressione  di  2000  atmosfere,  aveva 
operato  a  temperatura  ordinaria. 

Date  queste  premesse  era  evidentemente  logico  che  lo  Spezia, 
dovendosi  porre  nelle  circostanze  e  nelle  condizioni  fissate  dai 
suoi  avversari,  compiesse  le  sue  esperienze  suirinfluenza  delle 
alte  pressioni,  a  temperatura  ordinaria.  Sempre  in  esse  giunse 
a  dimostrare  non  solo  come  in  certi  casi  la  sola  pressione  statica 
non  fosse  sufficiente  per  produne  gli  effetti  ammessi  dai  predetti 
autori,  ma  pur  anche  come  in  altri  casi  l’impiego  di  queste 
alte  pressioni  fosse  del  tutto  superfluo  ed  inutile. 

Egli  dimostrò  infatti  come  il  solfato  di  calcio  a  temperatura 
ordinaria  si  deponga  allo  stato  di  gesso  anche  quando  la  sua 
soluzione  venga  sottoposta  ad  una  pressione  di  500  atmosfere. 

Nel  caso  deH’apofillite  constatò  che,  mentre  lamine  di  detto 
minerale  lasciate  per  più  di  sei  mesi  sotto  una  pressione  di 
1750  atmosfere  e  ad  una  temperatura  di  25°,  non  presentavano 
tracce  di  corrosione,  invece  si  mostravano  sensibilmente  corrose 
quando  erano  mantenute  per  soli  13  giorni  ad  una  temperatura 
di  197°-211°  ed  all’inerente  pressione  di  14  atmosfere,  aven¬ 
dosi  in  seguito  al  raffreddamento  dell’apparecchio  un  sensibile 
deposito  dì  cristalli  del  detto  minerale. 

Potè  anzi  in  questo  caso  escludere  che  le  14  atmosfere  di 
pressione  esistenti  nell’apparecchio  avessero  influito  in  qualche 
modo  sul  doppio  fenomeno  di  corrosione  e  di  deposito,  poiché 
non  trovò  tracce  di  soluzione  in  un’altra  lamina  la  quale  era 
stata  lasciata  per  13  giorni  ad  una  temperatura  di  93°-107°  e 
sotto  una  pressione  di  1056  atmosfere. 

Analoghe  cose  ottenne  per  il  vetro  che,  secondo  alcuni  au¬ 
tori,  poteva  anche  essere  facilmente  corroso  dall’acqua  sotto  la 
sola  influenza  di  alte  pressioni. 

Parimenti  ripetendo  le  esperienze  di  Spring  sulle  formazioni 
del  joduro  mercurico  e  del  solfuro  di  rame,  fece  vedere  che  esse 
avvengono  anche  molto  facilmente  a  pressione  ordinaria  ;  anzi 
nel  caso  del  joduro  mercurico  dimostrò  assai  chiaramente  la 


COMMEMC  (RAZIONI 


CXV 


grande  influenza  della  temperatura,  poiché  constatò  che,  ponendo 
la  miscela  di  joduro  potassico  e  cloruro  mercurico  in  un  tubo 
mantenuto  in  un  miscuglio  frigorifìco,  essa  non  dava  luogo  a 
nessuna  reazione,  la  quale  invece  cominciava  subito  a  manifestarsi 
appena  la  miscela  stessa  veniva  tolta  dal  miscuglio  frigorifìco. 

Ad  analoghe  conclusioni  giunse  riguardo  all’esperienza  di 
Pfaff  da  Lui  dimostrata  facilmente  erronea  con  una  prima  espe¬ 
rienza  nella  quale  constatò  che,  mentre  lamine  di  quarzo  lasciate 
per  15  giorni  ad  una  temperatura  di  230°-240°  ed  alla  pres¬ 
sione  inerente  furono  assai  corrose  dall’acqua,  invece  gli  effetti 
furono  assolutamente  nulli  quando  le  stesse  lamine  vennero  la¬ 
sciate  per  5  mesi  sotto  una  pressione  di  1850  atmosfere  ed  a 
temperatura  ordinaria. 

Egli  non  si  limitò  per  quanto  riguarda  il  quarzo  a  questa 
sola  esperienza,  ma,  come  ho  già  detto,  ne  compì  una  serie  molto 
grande  e  che  estese  anche  alla  questione  della  trasformazione 
dell’opale  in  quarzo  e  viceversa  ed  alla  produzione  ed  all’accre¬ 
scimento  del  quarzo;  in  tutte  queste  esperienze,  colle  quali 
sempre  cercò  di  far  variare  le  condizioni  di  ambiente,  impic 
gando  al  posto  dell’acqua  pura  soluzioni  differenti,  sempre  con 
statò  che  gli  effetti  erano  assolutamente  nulli  quando  si  limi¬ 
tava  ad  Impiegare  pressioni  sempre  molto  alte  e  talvolta  eie 
vatissime. 

Egli  stesso  comprese  però  che  il  fatto  di  mantenere  sempre 
a  temperatura  ordinaria  le  sue  esperienze  ad  alta  pressione,  po¬ 
teva  infirmare  la  validità  dei  risultati,  perchè,  trattandosi  di 
fenomeni  che  avvengono  nelle  zone  interne  del  globo  terrestre, 
è  impossibile  in  essi  di  scindere  l’influenza  delle  alte  pressioni 
ivi  esistenti  da  quella  delle  alte  temperature  ivi  pure  domi¬ 
nanti.  In  conseguenza  di  ciò,  in  molte  esperienze  cercò  di  met¬ 
tersi  in  condizioni  tali  che  esse  potessero  compiersi  a  pressioni 
ed  a  temperature  differenti  ed  ottenne  in  tal  modo  una  serie 
di  risultati  degni  in  modo  speciale  di  nota,  perchè  direttamente 
connessi  con  la  questione  della  relativa  importanza  delle  varia¬ 
zioni  della  pressione  e  della  temperatura  in  molti  processi  chi¬ 
mici  e  fisici  ;  questione  che,  come  si  sa,  presenta  un  capitale 
interesse  nel  campo  della  chimica  fisica  per  ciò  che  si  riferisce 
allo  studio  degli  equilibri  chimici  e  fisici. 


CXVI 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


A  questo  ordine  di  ricerche,  alle  quali  appartengono  pure 
quelle  già  ricordate  sul  comportamento  dell’apofìllite  a  tempe¬ 
rature  ed  a  pressioni  differenti,  si  riferiscono  molte  fra  le  più 
interessanti  sue  esperienze  sulla  solubilità  e  sulla  sintesi  del 
quarzo. 

Importanti  sono  a  questo  riguardo  le  osservazioni  da  Lui 
compiute  nel  1898,  poiché,  mentre  prima  aveva,  a  proposito 
della  esperienza  di  Pfafif,  constatato  come  a  temperatura  di  25  -27° 
anche  sotto  pressioni  superiori  a  1700  atmosfere,  la  solubilità 
del  quarzo  nell’acqua  era  completamente  nulla,  invece  nelle  dette 
esperienze  posteriori  dimostrò  come  tale  solubilità  cresca  abba¬ 
stanza  rapidamente  quando  la  temperatura  aumenta  ed  anzi 
come  tale  aumento  di  solubilità  divenga  molto  sensibile  quando 
la  temperatura  raggiunga  un  determinato  limite.  Invece  l’in¬ 
fluenza  della  pressione  apparisce  del  tutto  trascurabile,  perchè 
facendo  variare  la  temperatura  di  poco,  anche  aumentando  enor¬ 
memente  la  pressione,  la  solubilità  si  manteneva  pressoché  inal¬ 
terata. 

A  maggiore  schiarimento  di  quanto  Egli  ottenne,  ho  creduto 
opportuno  di  riportare  nella  qui  sottoscritta  tabella  alcuni  fra  i 
principali  suoi  risultati  : 


Peso 

delle  lamine 

Durata 

dell’esperienza 
in  giorni 

Temperatura 

Pressione 

in  atmosfere 

Perdita 

Perdita 
per  100  parti 
ed  in  60  giorni 

Gr.  0,8540 

60 

153° 

1168 

Gr.  0,0005 

0,058  % 

»  0,8521 

60 

175° 

8,8 

»  0,0008 

0,094  * 

»  0,4346 

60 

182° 

1322 

»  0,0013 

0,099  » 

»  0,7079 

30 

207° 

18 

»  0,0051 

1,540  » 

»  0,4674 

30 

231° 

28 

»  0,0076 

3,258  * 

»  0,8266 

30 

268° 

52 

»  0,0268 

6,484  » 

»  0,7312 

11 

323° 

122 

»  0,0183 

6,821  » 

Nelle  sue  ricerche  sulla  sintesi  del  quarzo  Egli  dimostrò  in 
modo  molto  evidente  la  grande  importanza  della  temperatura 
mediante  un  apparecchio  da  Lui  ideato  e  nel  quale,  pur  man¬ 
tenendo  costante  la  pressione,  potevano  aversi  diverse  zone  ben 


COMMEMORAZIONI 


CXV1I 


differenziate  riguardo  alla  temperatura.  Questo  apparecchio  era 
costituito  da  un  cilindro  di  acciaio  a  chiusura  ermetica  e  che 
nella  parte  superiore  poteva  essere  riscaldato  fortemente  da  una 
corona  di  fiamme  a  gas,  mentre  la  sua  parte  inferiore  pescava 
in  un  refrigerante.  Egli  collocò  nel  cilindro  a  diverse  altezze 
numerosi  frammenti  di  cristalli  e  lamine  di  quarzo,  unitamente 
ad  acqua  contenente  piccole  quantità  di  silicato  sodico;  e 
constatò  come  nella  parte  superiore,  dove  la  temperatura  era 
stata  per  sei  mesi  mantenuta  ad  una  media  di  320°,  il  quarzo  si 
era  notevolmente  sciolto,  mentre  invece  nella  parte  mediana,  dove 
la  temperatura  media  era  di  soli  1(34°,  i  frammenti  di  cristalli 
e  lamine  di  quarzo  si  erano  rigenerati;  la  pressione,  uniforme 
in  tutto  l’apparecchio,  era  di  150  atmosfere. 

Egli  si  occupò  anche  di  altre  questioni  non  meno  importanti 
dal  lato  geochimico  e  chimico-fìsico. 

Una  di  queste  riguarda  la  legge  dei  volumi  molecolari:  se¬ 
condo  questa  legge,  che  può  considerarsi  come  un  caso  partico¬ 
lare  del  principio  dell’equilibrio  mobile  di  Yan’t  Hoff  e  Le  Cha- 
telier  x,  quando  due  sostanze  combinandosi  danno  luogo  ad  un 
composto  dotato  di  un  volume  molecolare  inferiore  alla  somma 
di  quelli  delle  due  sostanze  impiegate,  la  pressione  favorisce  la 
combinazione  e  viceversa.  Questa  legge  venne  in  questi  ultimi 

1  II  principio  dell’equilibrio  mobile  dovuto  a  Yan’t  Iloti'  può  enun¬ 
ciarsi  nel  seguente  modo:  Quando  una  reazione  avviene  con  assorbimento 
di  calore,  essa  vieti z  favorita  dal  riscaldamento  c  viceversa  quando  avviene 
con  svolgimento  di  calore  ne  è  contrastata-,  le  variazioni  di  temperatura  non 
hanno  nessuna  influenza  quando  la  reazione  non  presenta  effetti  termici. 

Quando  una  reazione  porta  ad  una  diminuzione  di  volume  essa  è  fa¬ 
vorita  da  un  'aumento  di  pressione  e  viceversa  ne  è  ostacolata  quando  porta 
ad  un  aumento  di  volume;  non  è  nè  ostacolata  nè  favorita  quando  il  vo¬ 
lume  non  si  modifica. 

Queste  leggi  si  possono  considerare  come  un  caso  particolare  del  teo¬ 
rema  o  legge  di  Le  Chatelier  che  si  può  enunciare  dicendo  che  quando  in 
un  sistema  in  equilibrio  chimico  o  fisico  si  altera  uno  dei  fattori,  il  sistema 
si  sposta  in  modo  da  opporsi  alla  variazione  avvenuta. 

Le  relazioni  che  passano  fra  le  due  leggi  risultano  evidenti  (piando 
si  dia  a  quella  di  Van’t  Hoff  la  seguente  espressione:  Quando  si  ha  un 
aumento  di  temperatura  od  un  aumento  di  pressione,  tendono  ad  avvenire 
quelle  reazioni  che  rispettivamente  sono  accompagnate  da  assorbimento  di 
calore  o  da  diminuzione  di  volume  e  viceversa. 


Vili 


cxvm 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


tempi,  per  opera  specialmente  di  Grubenmann,  Becke  e  Van  Hise, 
applicata  estesamente  alla  minerogenesi,  come  conseguenza  dei 
fenomeni  dovuti  al  dinamometamorfismo.  Lo  Spezia  dimostrò  in 
alcuni  suoi  studi  quanto  occorra  andar  cauti  in  quest’applica¬ 
zione  sia  perchè  il  volume  molecolare  dei  minerali  presenta 
spesso  variazioni  assai  grandi  in  causa  delle  differenze  di  com¬ 
posizione  chimica  che  spesso  si  notano  in  essi,  sia  perchè 
in  realtà  apparisce  molto  difficile  di  applicare  la  detta  legge  alla 
genesi  di  molti  minerali. 

A  proposito  del  primo  fatto  Egli  constatò  quanto  fosse  fal¬ 
lace  in  certi  casi  il  concetto  da  cui  partì  Becke;  invero  ad 
esempio  questo  autore  ammise  che  la  glaucofane  possa  formarsi 
per  combinazione  diretta  della  albite  e  della  nefelite,  ambedue 
silicati  di  sodio  e  di  alluminio,  per  il  solo  fatto  che  mentre 
l’albite  e  la  nefelite  hanno  rispettivamente  volumi  molecolari 
pari  a  100,3  ed  a  56,  la  glaucofane  invece,  da  lui  considerata 
come  un  puro  silicato  di  alluminio  e  di  sodio,  avrebbe  un  vo¬ 
lume  molecolare  pari  a  137  e  quindi  inferiore  alla  somma  dei 
volumi  molecolari  dell’albite  e  della  nefelite.  Ora,  come  fece  giu¬ 
stamente  osservare  lo  Spezia,  non  potendosi  trascurare  la  vera 
composizione  chimica  della  glaucofane  che  è  da  considerarsi 
sempre  come  un  silicato  molto  complesso  di  alluminio,  ferro 
(allo  stato  ferrico  e  ferroso),  calcio,  magnesio  e  sodio,  il  suo  vo¬ 
lume  molecolare  è  molto  maggiore  essendo  in  media  uguale  a 
234;  per  cui  applicando  a  questo  caso  la  legge  dei  volumi  mo¬ 
lecolari,  si  viene  alla  conclusione  che  dovrebbe  avverarsi  la  rea¬ 
zione  inversa  di  quella  ammessa  da  Becke. 

In  modo  analogo  dimostrò  erronea  la  supposizione  che  si 
possa  avere  la  wollastonite  per  reazione  diretta  fra  la  silice 
ed  il  carbonato  calcico,  per  il  fatto  che  il  volume  molecolare 
della  prima  di  queste  specie  è  minore  della  somma  dei  volumi 
molecolari  delle  altre  due.  Infatti  Egli  non  solo  constatò  che 
una  miscela  di  silice  gelatinosa  e  di  carbonato  calcico  lasciata 
per  un  anno,  in  presenza  all’acqua,  ad  una  pressione  di  6000 
atmosfere  ed  a  temperatura  ordinaria,  non  diede  luogo  a  forma¬ 
zione  di  wollastonite,  ma  pur  anche  potè  concludere  che  nelle 
profondità  del  globo  terrestre,  dove  raumento  di  temperatura 
accompagna  naturalmente  l’aumento  di  pressione,  questa  rea- 


COMMEMORAZIONI 


CXIX 


zione  non  lia  tendenza  ad  avvenire,  poiché  esaminando  ad  esempio 
le  rocce  provenienti  dalla  galleria  del  Frejus,  dove  sono  molto 
frequenti  e  a  differenti  profondità  i  diretti  contatti  fra  quar¬ 
ziti  e  calcari,  non  si  trova  in  essi  la  minima  traccia  di  wol- 
lastonite. 

Parimenti,  ammesso  che  la  legge  dei  volumi  molecolari  non 
richieda  delle  condizioni  speciali  per  avverarsi,  non  si  spieghe¬ 
rebbe  perchè  gli  strati  di  carbonato  calcico  molto  profondi  siano 
formati  da  calcite  e  non  da  aragonite  dotata  di  un  volume  mo¬ 
lecolare  inferiore,  ed  anche  in  questo  caso  Egli  constatò  come 
la  semplice  pressione  non  possa,  anche  se  portata  ad  un  limite 
molto  alto,  determinare  la  trasformazione  della  calcite  in  ara¬ 
gonite. 

A  conclusioni  non  dissimili  giunse  a  proposito  della  ipotesi 
di  Spring  sulla  possibilità  di  ottenere,  per  sola  influenza  di  alte 
pressioni,  la  produzione  di'  leghe  metalliche  in  seguito  ad  un 
fenomeno  di  diffusione  che,  secondo  il  detto  autore,  avverrebbe 
ponendo  in  intimo  contatto  sotto  l’influenza  di  dette  pressioni 
due  metalli.  Anche  in  questo  caso  Egli  non  solo  dimostrò  spe¬ 
rimentalmente  come  le  alte  pressioni  non  siano  capaci  di  pro¬ 
durre  i  fenomeni  di  diffusione  ammessi  da  Spring,  ma  pur  anche 
volle  come  nel  caso  precedente  ricorrere  all’esame  diretto  di 
quanto  avviene  in  natura,  sottoponendo  ad  un  esame  minuto 
alcuni  esemplari  misti  di  rame  e  di  argento,  provenienti  dalle 
miniere  di  Keveenaw  Point;  in  nessuno  di  essi,  per  quanto  il 
contatto  duri  da  secoli  ed  a  profondità  più  o  meno  grandi, 
constatò  traccia  alcuna  di  diffusione  dei  due  metalli  l’ uno 
nell’altro. 

Ancora  in  rapporto  col  dinamometamorfismo  sono  le  ricerche 
e  le  sue  osservazioni  sulla  ipotesi  di  Van  Hise  riguardanti  i 
fenomeni  di  disidratazione  e  di  disossidazione  che  avverrebbero 
nelle  zone  profonde  del  globo  terrestre  e  quelle  riferentisi  all’ipo¬ 
tesi  di  Heitn  sulla  possibilità  che  in  dette  zone  profonde  i  ma¬ 
teriali  terrestri  divengano  plastici  e  molli. 

Van  Hise  nel  suo  Treatise  of  Metarnorphism  ammise  che 
l’influenza  della  pressione  sui  materiali  terrestri  varii  col  va¬ 
riare  delle  profondità  e  distinse  due  zone  speciali,  di  cui  la 
prima  più  superficiale  da  lui  detta  zona  del  eatamorfismo 


cxx 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


agirebbe  fino  ad  una  pronfondità  di  10-12000  metri;  al  di  là 
di  questo  limite  si  avrebbe  la  seconda  zona  da  lui  indicata  col 
nome  di  zona  dell’anamorfismo.  Nella  prima  zona  gli  effetti 
sarebbero  essenzialmente  fisici  e  meccanici,  essendo  essi  rap¬ 
presentati  da  fenomeni  di  frantumazione,  di  soluzione  e  di  ce¬ 
mentazione;  nella  seconda  zona  invece  si  avrebbero  effetti  pre¬ 
valentemente  di  indole  chimica,  come  ad  esempio  la  produzione 
di  silicati  per  azione  della  silice  sui  carbonati,  la  disidrata¬ 
zione  dei  minerali  idrati,  anche  nel  caso  in  cui  l’acqua  sia  di 
combinazione,  c  la  disossidazione  dei  minerali  ricchi  di  ossigeno. 

Nello  stesso  modo  in  cui  aveva  dimostrato  la  difficoltà  di 
ammettere  la  formazione  di  silicati  per  azione  della  silice  sui 
carbonati,  sotto  rinfiuenza  di  alte  pressioni  esclusivamente,  lo 
Spezia  discusse  pure  la  possibilità  che  dette  pressioni  possano 
da  sole  determinare  la  disidratazione  dei  minerali  idrati  c  le 
disossidazioni. 

Per  quanto  riguarda  il  primo  di  questi  argomenti  Egli  operò 
sull’alabastro  gessoso,  sull’allume,  sulla  limonite;  questi  mine¬ 
rali,  avvolti  in  uno  strato  di  quarzo  pulverulento  che  aveva  per . 
iscopo  di  permettere  l’uscita  dell’acqua,  vennero  per  8  mesi  sotto¬ 
posti  ad  una  pressione  di  8000  atmosfere  ad  una  temperatura 
oscillante  fra  15°  e  24°:  non  ottenne  nessun  risultato.  Lo  stesso 
fatto  avvenne  con  frammenti  di  gbthite  mantenuti,  a  tempe¬ 
ratura  ordinaria,  in  condizioni  analoghe  ai  casi  precedenti,  per 
26  giorni  sotto  una  pressione  di  9500  atmosfere;  invece  un  altro 
frammento  dello  stesso  minerale  mantenuto  per  soli  7  giorni  in 
uno  dei  suoi  apparecchi  contenente  acqua  ad  una  temperatura 
di  320°-330°  si  disidratò  completamente,  malgrado  la  pre¬ 
senza  dell’acqua  e  quantunque  la  pressione  fosse  solamente  di 
135  atmosfere. 

Per  quanto  si  riferisce  ai  supposti  fenomeni  di  disossidazione, 
essi  vennero  da  Lui  studiati,  come  nei  casi  precedenti,  ad  al¬ 
tissime  pressioni,  mescolando  alcuni  ossidi  metallici  con  me¬ 
talli  molto  facili  ad  ossidarsi;  in  una  prima  esperienza  una 
miscela  di  ossido  di  rame  e  di  magnesio  metallico  venne  la¬ 
sciata  per  30  giorni  sotto  una  pressione  di  9500  atmosfere  e 
ad  una  temperatura  di  15°,  senza  che  il  magnesio  presentasse 
traccia  alcuna  di  ossidazione  a  spese  dell’ossido  di  rame.  A 


COMMEMORAZIONI 


CXXI 


conclusioni  analoghe  giunse  con  una  seconda  esperienza  nella 
quale  impiegò  una  miscela  di  ossido  di  rame  e  di  potassio  me¬ 
tallico. 

Ed  è  da  notarsi  a  questo  proposito  come  in  ambedue  i  casi 
la  pressione  avrebbe  dovuto  favorire  le  reazioni,  perchè  tanto 
l’una  quanto  l’altra  portavano  a  diminuzione  di  volume,  es¬ 
sendo  : 

voi.  mol.  [CuO  -+-  Mg]  voi.  mol.  [Cu  -+-  MgO] 
voi.  mol.  [CuO  -fKJ[>  voi.  mol.  [Cu  -+•  K20]. 

Riguardo  all’ipotesi  di  Heim  sulla  comparsa  della  plasticità  dei 
materiali  terrestri  trovantisi  a  grande  profondità,  in  conseguenza 
delle  alte  pressioni  a  cui  detti  materiali  sono  sottoposti,  Egli 
compì  pure  una  serie  di  esperienze  specialmente  sulla  cera  e 
dimostrò  pure  in  questo  caso  come  la  sola  pressione  statica,  per 
(pianto  elevatissima,  non  sia  capace  di  renderla  fluida;  estese 
anzi  queste  sue  ricerche  al  bismuto  il  quale  pure,  per  quanto 
dotato  di  densità  maggiore  allo  stato  liquido  che  non  allo  stato 
solido,  non  presentò  traccia  alcuna  di  fusione  a  temperatura 
ordinaria,  quantunque  venisse  sottoposto  ad  una  pressione  uni¬ 
forme  di  9500  atmosfere. 

Riassunti  così  complessivamente  i  risultati  delle  principali 
ricerche  dello  Spezia,  è  interessante  di  osservare  come  essi  si 
presentino  di  fronte  ai  principi  fondamentali  della  chimica  fisica 
riguardanti  il  modo  di  comportarsi  degli  equilibri  chimici  e 
fisici  ed  in  special  modo  di  fronte  al  principio,  dell’equilibrio 
mobile  di  Van’t  Hofif  e  Le  Chatelier. 

Ora  è  facile  di  dimostrare  come,  se  si  eccettuano  forse  alcune 
delle  sue  conclusioni  riguardanti  la  comparsa  della  plasticità  nelle 
sostanze  solide  in  determinate  condizioni  ed  il  comportamento 
del  bismuto,  manchi  qualsiasi  contrasto  fra  i  suoi  risultati  e  le 
leggi  della  chimica  fisica. 

Invero  quando  si  studiano  gli  stati  di  equilibrio  dei  sistemi 
chimici  e  fisici  in  funzione  della  temperatura  e  della  pres¬ 
sione,  non  è  detto  che  questi  due  fattori  debbano  avere  influenze 
ugnali  ;  anzi  in  generale  essi  debbono  agire  quantitativamente 
in  modo  molto  differente.  Ciò  è  ammesso  nel  campo  del  dina- 


CXXII 


CONGRESSO  BELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


mometamorfismo  dello  stesso  Van  Hise  il  quale,  per  quanto 
estremamente  favorevole  agli  effetti  delle  alte  pressioni,  tuttavia 
dice,  a  proposito  dei  fenomeni  di  disidratazione,  che  «  senza 
dubbio  anche  l'aumento  di  temperatura  colla  profondità  pro¬ 
muove  la  disidratazione,  ma  senza  esperimenti  definitivi  è  im¬ 
possibile  di  stabilire  quantitativamente  la  importanza  relativa 
della  pressione  e  della  temperatura  nella  disidratazione. 

Orasse  si  considerano  le  esperienze  di  Spezia  si  nota  fa¬ 
cilmente  come  esse  abbiano  in  realtà  sempre  avuto  per  scopo 
di  studiare  questo  fatto  fondamentale  della  differenza  di  inten¬ 
sità  negli  effetti  dovuti  alla  temperatura  od  alla  pressione  ;  e 
le  sue  conclusioni,  secondo  le  quali  gli  effetti  dovuti  ad  innal¬ 
zamenti  anche  non  molto  grandi  di  temperatura  superano  di 
gran  lunga  quelli  dovuti  a  grandissimi  innalzamenti  di  pres¬ 
sione,  non  sono  per  nulla  in  contrasto  con  l’andamento  gene¬ 
rale  di  questi  fenomeni,  perchè  sono  molti  i  casi  nei  quali  si  è 
constatato  che  le  curve  di  equilibrio  fra  fasi  solide  e  liquide 
si  scostano  di  poco  dalla  direzione  parallela  all’asse  delle  pres 
sioni,  il  che  porta  evidentemente  alla  conclusione  che  in  tutti 
i  detti  casi  l’influenza  degli  aumenti  di  temperatura  è  molto 
più  grande  di  quella  dovuta  agli  aumenti  di  pressione;  basta 
a  quest’uopo  citare  l’esperienza  di  di  Brauns  il  quale  dimostrò 
'come  una  soluzione  satura  di  solfato  sodico  a  0°,  quando  venga 
portata,  senza  variare  la  temperatura,  ad  una  pressione  di  500 
atmosfere,  è  capace  di  sciogliere  altro  sale  solo  nella  quantità  cor¬ 
rispondente  a  quella  necessaria  perchè  la  soluzione,  a  pressione 
ordinaria,  sia  satura  a  2°, 2. 

Si  potrà  forse  riconoscere  che  il  suo  concetto  di  una  tem¬ 
peratura  iniziale  al  disotto  della  quale  lo  stato  di  equilibrio 
di  un  dato  sistema  non  può  modificarsi  sotto  la  sola  influenza 
di  pressioni  per  quanto  elevate,  non  sia  sufficientemente  dimo¬ 
strato,  ma  non  per  questo  lo  si  può  a  priori  escludere  in 
modo  assoluto;  troppo  poco  noi  conosciamo,  almeno  per  ora, 
di  queste  curve  di  equilibrio  e  del  loro  andamento,  per  poter 
escludere  che  esse  non  possano  in  certi  casi  incontrare  l’asse 
delle  temperature  in  punti  differenti  dall’origine,  nel  qual  caso 
appunto  potrebbe  verificarsi  l’ipotesi  di  Spezia. 


COMMEMORAZIONI 


CXXIII 


Le  uniche  sue  conclusioni  che,  come  già  dissi,  possono  fino 
ad  un  certo  punto  apparire  in  contrasto  con  i  principi  della 
fìsica  chimica,  sono  quelle  riferentisi  alla  ipotesi  di  Heim  sulla 
possibilità  della  comparsa  di  una  plasticità  nei  materiali  delle 
zone  profonde  del  globo  terrestre  e  quelle  riguardanti  le  sue 
esperienze  sul  bismuto;  occorre  però  in  questi  casi  non  dimen¬ 
ticare  che  tali  studi  appartengono  in  gran  parte  ad  un  campo 
nel  quale  la  fìsica  chimica  non  ci  presenta  vere  leggi,  ma  piut¬ 
tosto  semplici  ipotesi. 

Infatti  poiché  in  grandissima  parte  i  materiali  che  costitui¬ 
scono  le  masse  terrestri  presentano  una  densità  maggiore  allo 
stato  solido  che  non  allo  stato  liquido,  per  il  principio  dello 
equilibrio  mobile,  un  aumento  di  pressione  dovrebbe  ostacolare 
il  loro  passaggio  allo  stato  fluido,  quando  questo  ostacolo  non 
sia  vinto  dall’influenza  favorevole  di  un’alta  temperatura.  Ne  ri¬ 
sulta  che  l’ipotesi  di  Heim  si  deve  considerare  come  una  di¬ 
retta  applicazione  alla  fisica  terrestre  di  alcuni  concetti  che 
dominano  attualmente  il  campo  della  fisica  chimica  per  quanto 
riguarda  le  relazioni  che  in  date  condizioni  passano  fra  lo  stato 
solido  e  lo  stato  liquido  e  che  sono  dovute  sia  a  Plank  e 
Pointed  sia  a  Tammann. 

Ora  di  questi  due  concetti  il  primo,  dovuto  appunto  ai  due 
primi  autori  sopracitati,  sulla  esistenza  di  un  punto  critico  fra 
i  due  stati  solido  e  liquido,  oltre  il  quale  le  due  fasi  verreb¬ 
bero  a  confondersi  per  la  scomparsa  di  differenze  nei  loro  stati 
di  aggregazione,  per  quanto  sia  stato  strenuamente  appoggiato 
da  Ostwald,  non  è  ammesso  da  molti  fìsici  e  chimici;  esso  invero 
è  contrario  al  teorema  di  Clapeyron,  fondamentale  per  la  ter 
modinamica,  e  poiché  la  termodinamica  non  é  un’opinione,  non 
può  ammettersi  tanto  facilmente  un  concetto  che  sia  in  opposi¬ 
zione  colle  sue  leggi. 

In  quanto  al  concetto  di  Tammann  sulla  esistenza  di  un 
campo  chiuso  per  lo  stato  cristallino,  sebbene  esso  presenti 
maggior  fondamento  del  precedente,  è  però  ben  lungi  dall’es¬ 
sere  dimostrato  in  modo  irrefutabile,  per  cui  anch’esso  é  attual¬ 
mente  allo  stato  di  semplice  ipotesi;  infatti  se  per  un  lato  le 
sue  osservazioni  e  ricerche  sulle  soluzioni  di  solfato  sodico,  sul 
quarzo  soprafuso  e  sul  sistema  acqua-ghiaccio  sono  indubbia- 


CXX1V 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  1.  IN  SPOLETO 


mente  importanti,  non  bisogna  dimenticare  che  in  altri  casi, 
come  ad  esempio  in  quelli  riguardanti  il  fosforo,  l’acido  carbo¬ 
nico,  il  benzofenone  ed  anche  il  dimetilcarbinolo,  egli  è  giunto 
a  stabilire  i  massimi  punti  di  fusione  solo  teoricamente  e  me¬ 
diante  interpolazioni  ed  estrapolazioni. 

Da  questo  complesso  di  fatti  risulta,  almeno  secondo  la  mia 
opinione,  come  in  questo  campo  esistano  ancora  molti  punti 
oscuri,  per  cui,  pur  ammettendo  che  le  curve  di  equilibrio  fra  lo 
stato  cristallino  ed  il  liquido  possano,  nei  casi  studiati  da  Tam- 
mann,  presentare  andamenti  tali  da  lasciar  supporre  che  reai 
mente  esse  si  trasformino  in  curve  di  regresso  che  porterebbero 
logicamente  ad  un  campo  chiuso,  non  credo  si  possa  genera¬ 
lizzare  in  modo  assoluto  tale  principio;  potrebbe  darsi  che  in 
altri  casi  queste  curve  abbiano  andamenti  differenti  e  che  ten¬ 
dano  ad  esempio  a  divenire  parallele  all’asse  delle  pressioni, 
nel  qual  caso  le  influenze  delle  variazioni  di  pressione  verreb¬ 
bero  ad  essere  molto  piccole  od  anche  nulle. 

In  tal  modo  potrebbe  forse  anche  spiegarsi  il  caso  del  bi¬ 
smuto  che,  per  quanto  sottoposto  a  pressioni  elevatissime,  non 
presenta  alcun  accenno  ad  un  cambiamento  di  stato  tìsico,  ri¬ 
sultato  questo  che  concorda  perfettamente  con  quanto  notò 
Spring  riguardo  alla  sua  densità,  la  quale  rimarrebbe  pressoché 
uguale  a  quella  che  esso  possiede  a  temperatura  ed  a  pres¬ 
sione  ordinarie,  anche  quando  sia  compresso  a  20.000  atmosfere. 

Nò  credo  che  si  possano  senz’altro  estendere  al  bismuto  le 
conclusioni  a  cui  giunse  Tannnann  per  l’acqua  e  per  il  ghiaccio; 
troppe  sono  le  differenze  che  passano  fra  questi  due  corpi  perchè 
si  possa,  senza  pericolo  di  una  generalizzazione  troppo  arbitraria 
ed  ingiustificata,  applicare  all’uno  quanto  venne  osservato  nel¬ 
l’altra.  Secondo  il  mio  parere  l’unico  metodo  per  dimostrare  la 
non  esattezza  delle  conclusioni  a  cui  giunse  lo  Spezia  sarebbe 
quello  di  compiere  sul  bismuto  una  serie  di  ricerche  parallele 
a  quelle  compiute  da  Tammann  sull’acqua  e  sul  ghiaccio;  solo 
quando  queste  esperienze  saranno  fatte  e  controllate  in  modo  si¬ 
curo,  si  potrà  stabilire  se  realmente  esista  tale  identità  di  com¬ 
portamento  nei  due  sistemi. 


FILIPPO  BONETTI 


i 


FILIPPO  BONETTI 


Il  17  ottobre  1911,  a  Montopoli  in  Sabina,  si  spense  il  no¬ 
stro  carissimo  collega  professore  Filippo  Bonetti.  Aveva  57  anni, 
essendo  nato  a  Roma  il  24  maggio  1854. 

La  sua  vita  attivissima  fu  tutta  consacrata  allo  studio,  al 
ministero  sacerdotale  e  all’insegnamento  cui  dedicò  ogni  cura. 
Ma  la  sua  grande,  rara  modestia  tenne  celate  le  doti  dell’animo 
suo  gentile,  le  sue  opere  di  pietà  ed  i  suoi  meriti,  che  ora,  dopo 
la  sua  dipartita,  è  slato  possibile  di  conoscere  per  intero  e  meglio 
apprezzare. 

Compì  gli  studi  in  Roma,  addestrandosi,  nell’Istituto  Fisico 
Universitario,  alle  più  delicate  indagini  di  tìsica  sperimentale. 
Esordì  nell’insegnamento  al  liceo  del  Seminario  Vaticano,  e 
dipoi  successe  al  Regnani  nella  cattedra  di  tisica  e  chimica 
del  Seminario  Romano,  e  da  pochi  anni  insegnava  anche  nel 
Collegio  Urbano  di  Propaganda  Fide.  Le  sue  lezioni  al  Semi¬ 
nario  Romano  ebbero  sempre  largo  corredo  di  sperimentazione 
per  le  quali  si  valeva  sia  del  copioso  materiale  del  gabinetto 
istituito  dal  Regnani,  sia  dei  più  moderni  apparecchi  di  cui 
potè  arricchirlo;  ma  più  spesso  gli  esperimenti  erano  frutto  di 
ingegnose  disposizioni  da  lui  immaginate  e  di  grande  efficacia 
didattica.  Si  teneva  sempre  al  corrente  coi  continui  progressi 
della  scienza  e,  provveduto  di  largo  spirito  d’assimilazione,  sa 
peva  volgarizzare  le  nuove  scoperte  e  farne  argomento  delle 
sue  lezioni.  Cedendo  a  vive  insistenze  si  era  indotto  a  far  lito 
grafare  il  sunto  delle  lezioni  liceali  di  fìsica  e  chimica,  e  forse 
in  tempo  non  lontano  avrebbe  anche  consentito  a  stamparle. 

Il  Bonetti  apparteneva  alla  Società  Geologica  Italiana  fin 
dal  1885;  intervenne  a  parecchie  riunioni  e  partecipò  anche 
ad  escursioni  sociali.  Fu  assiduo  alle  riunioni  della  Società  Ita- 


CXXVI1I  CONGRESSO  DELLA  S.  G.  1.  IN  SPOLETO 

liana  di  Fisica  e  più  ancora  a  quelle  dell’Accademia  Pontificia 
Romana  dei  Nuovi  Lincei  ove  era  membro  ordinario. 

Il  poco  tempo  che  rimaneva  libero  dopo  le  care  dell’inse¬ 
gnamento  era,  a  guisa  di  ricreazione,  dedicato  dal  Bonetti  allo 
studio  delle  diatomee,  iniziatovi,  insieme  al  nostro  collega 
prof.  Giuseppe  Antonelli,  dall’insigne  diatomologo  Francesco 
Castracane  degli  Antelminelli.  A  tale  determinazione  non  fu¬ 
rono  del  tutto  estranee  le  premure  che  io  stesso  facevo  al  Ca¬ 
stracane,  al  Lanzi  e  ad  altri  onde  avere  dati  per  utilizzare, 
nelle  discussioni  sulla  geologia  dei  dintorni  di  Roma,  anche  le 
diatomee  di  cui  andavo  trovando  importanti  giacimenti. 

E  qui  per  debito  di  riconoscenza  devo  ricordare  la  insupe¬ 
rabile  cortesia  del  Bonetti  nel  mettere  a  mia  disposizione  i 
suoi  libri  e  la  sua  non  comune  competenza  in  tal  genere  di 
studi,  nelle  talvolta  lunghe  conversazioni  che  dovevamo  tener 
di  notte,  poiché  le  nostre  occupazioni  non  ci  consentivano  altro 
tempo  migliore. 

Come  nelle  esperienze  di  fisica  egli  era  di  una  scrupolosa 
diligenza  nel  tener  nota  di  ogni  minimo  particolare,  così  lo 
vidi  altrettanto  paziente  nel  l’annotare  le  diatomee  dei  suoi  pre¬ 
parati,  nel  fare  disegni  a  matita  delle  forme  di  più  difficile 
identificazione  e  dei  più  delicati  dettagli  di  ornamentazione  ri¬ 
conosciuti  ai  più  forti  ingrandimenti. 

Molti  sono  i  materiali  diatomeiferi  che  ebbe  a  studiare  ;  po¬ 
chissimi  quelli  pe’  quali  ne  pubblicò  i  risultati.  Altri  studi  lasciò 
inediti  ritenendoli,  spesso  a  torto,  non  ancora  completi  o  non 
meritevoli  di  pubblicazione.  Incompleto  resta  l’ordinamento  della 
importantissima  e  ricca  collezione  diatomologica  del  Castracane, 
che  l’Accademia  dei  Nuovi  Lincei,  presso  la  quale  conservasi, 
aveva  a  lui  affidato,  incaricandolo  altresì  di  compilarne  il  catalogo. 

È  desiderabile  che  tanta  messe  di  lavoro  del  Bonetti  non 
vada  dispersa  e  che  qualche  suo  volenteroso  collega  si  accinga 
a  farne  oggetto  di  apposita  pubblicazione  dedicata  alla  memoria 
del  caro  estinto. 


E.  Clerici. 


PUBBLICAZIONI  DEL  PROF.  FILIPPO  BONETTI 


Ricerche  sperimentali  sulla  variazione  di  densità  dell’acqua  tra  0°  e  10°. 
Atti  IL  Accad.  Lincei,  serie  3a.  Transunti,  voi.  Vili,  1884,  pag.  323-26. 

Sulla  deformazione  prodotta  in  vasi  di  vetro  da  pressioni  interne  (in 
collaborazione  con  G.  Agamennone!.  —  Nota  I.  Atti  R.  Accacl.  Lincei, 
serie  4",  Rendiconti,  voi.  I,  1885, pag.  665-670.  —  Nota  IL  lei.,  pag.  699-701. 

Sopra  un  nuovo  modello  di  barometro  normale  (in  collab.  con  G.  Aga¬ 
mennone).  —  Nota  I.  Atti  R.  Accad.  Lincei,  serie  4a,  Rendiconti, voi.  IV, 
2°  semestre,  1888,  pag.  69  75.  —  Nota  IL  Id.,  pag.  127-132,  con  5  fi¬ 
gure.  —  Nota  III.  Id.,  pag.  257-264,  con  2  figure. 

Sopra  un  nuovo  tipo  d’igrometro  (in  collab.  con  G.  Agamennone). 
Atti  R.  Accad.  Lincei,  serie  5%  Rendiconti,  cl.  se.  fis.,  mat.  e  nat.,  voi.  I, 
2°  semestre,  1892,  pag.  216-222,  con  fig. 

Le  diatomee  fossili  di  Tor  di  Valle  nei  dintorni  di  Roma  (in  collab. 
con  G.  Antonelli).  Meni,  della  Pont.  Accad.  Romana  dei  Nuovi  Lincei, 
voi.  IX,  1893,  pag.  235. 

Ulteriori  esperienze  sopra  un  nuovo  tipo  d’igrometro  (in  collab.  con 
G.  Agamennone).  Atti  R.  Accad.  Lincei,  serie  51,  Rendiconti,  cl.  se.  fis., 
mat.  e  nat.,  voi.  Ili,  2°  semestre,  1894,  pag.  23-30,  con  fig. 

Calcolo  della  posizione  dell'ipocentro,  del  tempo  all’origine  e  della  ve¬ 
locità  di  propagazione  dei  terremoti  (in  collab.  con  G.  Agamennone).  Atti 
R.  Accad.  Lincei,  serie  5a,  Rendiconti,  cl.  se.  fis.,  mat.  e  nat.,  voi.  IV, 
1°  semestre,  1895,  pag.  38-45. 

Sulla  velocità  superficiale  di  propagazione  dei  terremoti  (in  collab.  con 
G.  Agamennone).  Atti  R.  Accad.  Lincei,  serie  5a,  Rendiconti,  cl.  se.  fis., 
mat.  e  nat.,  voi.  IV,  1°  semestre,  1895,  pag.  62-68,  con  2  fig. 

Mammiferi  fossili  dell’antico  lago  del  Mercure  (in  collab.  con  G.  De 
Angelis  d’Ossat.  È  del  Bonetti  il  capitolo  sulla  il  li  ero  fi  ora  fossile).  Atti 
dell’Accademia  Gioenia  di  Scienze  Naturali  in  Catania,  serie  4a,  voi.  X, 
(Mem.  XV)  1897,  con  1  tav. 


cxxx 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


Dei  diversi  metodi  per  determinare  la  posizione  dell’epicentro  nei  terre¬ 
moti  lontani  d’ignota  provenienza  (in  collab.  con  G.  Agamennone).  Bol¬ 
lettino  della  Società  Sismologica  Italiana,  voi.  IV,  1898,  pag.  242-253. 

Il  concetto  di  massa  nell’ insegnamento  elementare  della  meccanica. 
Il  Nuovo  Cimento,  organo  della  Società  Italiana  di  Fisica,  serie  V, 
tomo  XIV,  1907,  pag.  101-103. 

Preannuncio  di  un  lavoro  dei  professori  Bonetti  ed  Antonelli  (sn  ma¬ 
teriale  diatomeifero  di  Catanzaro).  Atti  Pont.  Accad.  Romana  dei  Nuovi 
Lincei,  anno  LXI,  1908,  pag.  180. 

Sopra  il  rinvenimento  di  un  materiale  diatomifero  presso  Piano.  Atti 
Pont.  Accad.  Romana  dei  Nuovi  Lincei,  anno  LXII,  1909,  pag.  55-57, 
con  1  tav. 


AUGUSTO  STATUTI 


II  primo  del  mese  di  ottobre  dello  scorso  anno  cessò  sere¬ 
namente  di  vivere  l’ingegnere  comm.  Augusto  Statuti,  nella  tarda 
età  di  82  anni 

La  scomparsa  dello  Statuti  è  stato  un  vero  lutto  per  la  So¬ 
cietà  geologica  italiana,  giacche  tutti  i  soci  sanno  quanto  Egli 
abbia  fatto  per  il  nostro  Sodalizio  al  quale  apparteneva  sino 
dalla  fondazione. 

Allorché  la  Società  si  onorava  di  avere  come  tesoriere  S.  E. 
l’on.  sen.  Tommaso  Tittoni,  questi  per  le  molteplici  sue  occu¬ 
pazioni  non  poteva  attendere  all’amministrazione  del  patrimonio 
sociale  con  quella  assiduità  che  lo  stesso  sen.  Tittoni  avrebbe 
desiderato;  ed  allora  si  pensò  di  diminuire  il  lavoro  al  teso 
riere,  e  si  nominò  un  vice-tesoriere  precisamente  nella  persona 
di  Augusto  Statuti.  Ciò  dal  1889;  e  non  so  dire  come  lo  Sta¬ 
tuti  corrispondesse  in  tutto  alla  unanime  aspettativa.  Egli  tenne 
il  posto  dapprima  come  vice-tesoriere,  poscia  come  economo 
sino  al  1895,  nel  qual  anno,  essendo  presidente  il  prof.  Calia- 
vari,  il  sen.  Tittoni,  per  le  sue  sempre  crescenti  occupazioni  e 
per  la  sua  ormai  continua  dimora  fuori  Roma,  si  dimise. 

A  chi  affidare  la  custodia  e  l’amministrazione  del  patrimonio 
sociale?  Il  Consiglio  direttivo  pensò  subito  allo  Statuti,  come 
dimostrazione  di  stima  e  di  gratitudine  per  l’opera  assidua  ed 
intelligentissima  già  per  tanti  anni  prestata  a  tavore  della  So¬ 
cietà  geologica;  e  pregò  lo  Statuti  di  accettare  la  carica  di 
tesoriere,  senza  che  venisse  nominato  un  economo,  per  rientrare 


1  Nacque  lo  Statuti  in  Roma  il  21  agosto  1829  da  Filippo  e  Matilde 
Salvi.  Si  sposò,  in  prime  nozze,  con  Luisa  Arata  di  Civitavecchia,  dalla 
quale  ebbe,  unica  figlia,  la  signora  Augusta  sposa  al  cav.  Mario  Bizzarri; 
ed  in  seconde  nozze  con  Barnaba  Romanelli,  a  lui  premorta. 


CXXXIV  CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 

così  nei  termini  del  nostro  statuto,  giacche  tale  carica  non  vi 
è  considerata. 

L’ing.  Statuti  fu  dapprima  titubante  nel  l’accettare,  perchè 
temeva  che  lo  aumento  delle  occupazioni  non  gli  permettesse 
di  assolvere  all’impegno;  avendo  Egli  sempre  seguito  il  prin¬ 
cipio  di  non  accettare  incarichi  se  non  era  più  che  sicuro  di 
potere  con  ogni  scrupolosità  adempiere  all’impegno  preso. 

Ma  le  preghiere  degli  amici  vinsero  ogni  riluttanza,  e  la 
Società  geologica  potè  avvantaggiarsi  dell’opera  immensamente 
profìcua  del  nostro  compianto  Statuti  ancora  per  altri  dieci  anni  ; 
sinché  nel  1905,  stanco  per  la  ormai  grave  età,  si  dimise,  dubi¬ 
tando  di  potere  più  oltre  attendere  con  la  consueta  assiduità 
allo  ufficio  prima  accettato.  Si  fecero  presso  di  Lui  alcuni  passi 
discreti,  ma  insistendo  Egli,  non  si  volle  avere  la  pretesa  di 
troppo  abusare  della  generosità  Sua  per  un  lavoro  fastidioso, 
di  responsabilità  ed  interamente  gratuito,  durato  già  per  un 
periodo  di  quasi  un  ventennio.  Le  dimissioni  quindi  vennero 
accettate,  e,  dopo  un  non  lungo  interinato,  sostenuto  dallo  scri¬ 
vente,  l’incarico  venne  affidato  al  suo  degno  successore  l’ing.  Gio¬ 
vanni  Aichino,  che  seppe  così  bene  continuare  le  tradizioni  la¬ 
sciate  dallo  Statuti. 

Ma  l’ing.  Statuti  non  dimenticò  per  questo  la  nostra  Società, 
chè  anzi  se  ne  occupò  ancora  ripetutamente  come  consigliere, 
alla  quale  carica  la  Società  lo  volle  nominato  subito  dopo  il  Suo 
ritiro  da  tesoriere,  ed  anche  nello  scorso  anno  a  Lecco  venne 
di  nuovo  proclamato  consigliere  per  il  triennio  1912-1914.  Gli 
vennero  anche  affidati  dai  Presidenti,  incarichi  vari  che  sempre 
assolse  con  la  usata  competenza,  sollecitudine  e  delicatezza;  e 
fra  gli  altri  mi  piace  ricordare  la  parte  notevole  che  prese,  nel 
1898  (presidenza  Bassani),  nella  Commissione  per  la  riforma 
dello  statuto  e  del  regolamento;  riforma  che  naufragò  beasi  a 
Lagonegro,  ma  che  negli  «  Atti  della  Commissione  »  permise 
la  riunione  di  una  quantità  di  proposte  che  vennero  già  in  parte 
utilizzate  a  beneficio  della  Società,  e  serviranno  ancora  a  chi  si 
dovesse  occupare  di  simili  questioni  amministrative. 

Noi,  poi,  tutti  ricordiamo  con  quanta  assiduità  lo  Statuti  in¬ 
terveniva  alle  nostre  riunioni  in  Roma  e  fuori;  come  ci  seguiva 
volonteroso  anche  nelle  gite  meno  agevoli:  talmente  che  tutti, 


COMMEMORAZIONI 


CXXXV 


che  lo  avvicinavamo  tanto  volentieri  per  godere  della  Sua  sim¬ 
patica  compagnia,  ammiravamo  in  Lui  la  fibra  robusta,  pari 
alla  lucidità  della  Sua  mente  l. 

Lo  Statuti  non  era  geologo  nello  stretto  senso  della  parola, 

\ 

ma  a  Lui  piaceva  tutto  ciò  che  era  scienza.  E  noto  come  per 
vari  anni  fu  segretario  della  Accademia  Pontificia  dei  Nuovi 
Lincei,  alla  quale  prodigò  gran  parte  della  Sua  attività;  note 
parimente  sono  le  Sue  varie  pubblicazioni  di  Malacologia  vi¬ 
vente2;  le  memorie  storiche  sull’acqua  di  Fiuggi  ';  ed  alcune 


1  Avemmo  lo  Statuti  compagno  di  escursioni,  oltre  a  tutte  quelle 
dei  dintorni  di  ltoma,  fatte  in  occasione  delle  adunanze  invernali,  in 
quelle  di  Verona  (1882),  Fabriano  (1883),  Arezzo  (1885),  Rimini  (1888),  Ber¬ 
gamo  (1890),  Vicenza  (1892),  Firenze  (1895),  Perugia  (1897),  Lagonegro 
(1898),  Pisa  (1899),  Ascoli  Piceno  (1899),  Acqui  (1900),  Brescia  (1901), 
Spezia  (1902),  Siena  (1903),  Catania  (1904),  Tolmezzo  (1905),  Sestri  Le¬ 
vante  (1906). 

1  Pubblicazioni  malacologiclie  : 

Sulla  Venus  nucleus  Donati.  Atti  Acc.  Pont.  N.  Lincei,  voi.  XXXIII. 

Contribuzione  alla  fauna  mediterranea  del  litorale  romano.  Lamel- 
laria  n.  sp.  Atti  id.,  id.,  voi.  XXXIV. 

Catalogo  sistematico  e  sinonimico  dei  molluschi  terrestri  e  fluviatili  vi¬ 
venti  nella  provincia  romana.  Bull.  Soc.  malac.  ital.,  voi.  Vili,  1882. 

Contribuzione  alla  fauna  malacologica  romana.  Atti  id.,  id.,  volu¬ 
me  XXXVI. 

Fauna  malacologica  della  provincia  romana.  Anodonta  Auxurensis 
sp.  n.  Atti  id.,  id.,  voi.  XXXVI,  1883. 

Sulla  malacologia  del  Lazio.  Atti  id.,  id.,  voi  XXXVII. 

Note  malacolog ielle  sulla  fauna  romana.  Atti  id.,  id.,  voi.  XXXIX, 
1886. 

Sugli  studi  malacologici  nel  Lazio.  Memorie,  id.,  id.,  voi.  I. 

3  Pubblicazioni  sull’acqua  di  Fiuggi  : 

Sulla  sorgente  dell’Acqua  antilitiaca  di  Anticoli  (Campagna)  deno¬ 
minata  di  Fiuggi.  Atti  Acc.  Pont.  N.  Lincei,  voi.  XXXI  (1878)  1879. 

Nuove  osservazioni  sulle  sorgenti  dell'Acqua  antilitiaca  di  Anticoli 
(Campagna)  denominata  di  Fiuggi.  Atti  id.,  id.,  voi.  XXXVI  (1883)  1884. 

Di  alcune  recenti  esperienze  sull’Acqua  antilitiaca  di  Anticoli  (Cam¬ 
pagna)  denominata  di  Fiuggi.  Atti  id.,  id.,  voi.  XXXVII,  1884. 

Alcune  riflessioni  sull'azione  litontritica  dell’Acqua  di  Fiuggi.  Atti  id. 
id.,  voi.  XXXIX,  1886. 

L’ozono  nell’Acqua  antilitiaca  di  Anticoli  in  Campagna  denominata 
di  Fiuggi.  Atti  id.,  id.,  voi.  XLIV,  1891. 


CX XXVI 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


altre  di  vario  genere  1  delle  quali  è  cenno  nelle  qui  unite  note 
bibliografiche.  Lavori  tutti  che  gli  valsero  un  buon  nome  fra  i 
malacologi,  come  fra  gli  studiosi  di  questioni  storiche  e  di  idro¬ 
logia  chimica.  E  fu  mala  ventura  la  sua  fine;  perche  da  Lui 
avremmo  avuto  una  ponderosa  opera  storica  sulla  origine  e  sui 
primi  anni  della  Accademia  dei  Lincei,  giacche  da  vario  tempo 
Egli,  con  la  pazienza  e  la  cura  sua  propria,  andava  riunendo 
una  somma  ingente  di  documenti  e  di  dati  per  quell’opera  che 
così  è  rimasta  interrotta.  Ma  la  sua  fatica  non  sarà  inutilizzata, 
giacche  tutte  le  sue  preziose  carte  ben  ordinate  in  237  fasci¬ 
coli  si  trovano  ora  depositate  negli  archivi  della  Pontificia  Acca¬ 
demia  dei  Nuovi  Lincei,  e  verrà  giorno  che  la  pubblicazione 
di  tanto  lavoro  sarà  fatta  come  doveroso  omaggio  alla  Sua  vene¬ 
rata  memoria,  ed  a  grande  utilità  degli  studiosi  2. 


Intorno  all’Acqua  di  Fiuggi  di  Anticoli  (Campagna).  Atti  id.,  iti., 
voi.  L. 

Sopra  un,  codice  vaticano  latino  contenente  una  illustrazione  inedita 
del  secolo  XVII  sul! Acqua  di  Anticoli  (Campagna)  denominata  di  Fiuggi. 
Memorie  id.,  id.,  voi.  XXVII. 

Sull’Acqua  antilitiaca  in  Anticoli  (Campagna)  denominata  di  Fiuggi. 
Ulteriori  notizie  e  documenti  storici.  Meni,  id.,  id.,  voi.  XIII,  1897. 

1  Pubblicazioni  varie  : 

Esame  di  un  calcare  ad  Ippuriti  che  esiste  nei  dintorni  di  Terracina. 
Atti  Acc.  Pont.  N.  Lincei,  voi.  XXX. 

1  ricci  (limare  nell’editto  di  Diocleziano  «  De 1  preti is  rerum  venalium  ». 
Atti  id.,  id.,  voi.  XL,  e  Meni.  voi.  III. 

Rivista  di  una  memoria  del  doti.  Terrigi  sul  calcare  (Macco)  di  Falò 
e  sua  fauna  microscopica.  Atti  id.,  id.,  voi.  XLIII. 

■  Non  poche  volte  lo  Statuti  nel  presentare  alla  Accademia  dei  Nuovi 
Lincei  delle  Memorie  a  stampa  inviate  in  omaggio  dagli  autori,  aggiun¬ 
geva  osservazioni  critiche  sul  lavoro,  ampliando  l’argomento,  svisceran¬ 
dolo  in  modo  da  dare  alla  presentazione  carattere  di  lavoro  originale. 

Negli  Atti  della  predetta  Accademia  poi  si  leggono  numerose  necro-  ' 
logie  di  soci  od  altri  scienziati  defunti,  fatte  con  rara  maestria  dal  nostro 
Statuti. 

2  Dei  primi  anni  di  vita  dello  Statuti,  dei  suoi  studi,  della  sua  mul¬ 
tiforme  attività,  è  larga  e  ben  efficace  parola  nei  Cenni  biografici  pub¬ 
blicati  nelle  Memorie  della  Acc.  Pont,  dei  N.  Lincei,  voi.  XXX,  1912, 
a  cura  dell’ing.  comm.  Giuseppe  Olivieri,  coetaneo  ed  amico  del  com¬ 
memorato. 


COMMEMORAZIONI 


CX XXVI I 


Noi  oggi  commemorando  degnamente  l’Uomo  perduto  per  seni 
pre,  compiamo  un  dovere  di  gratitudine.  Segnalilo  nel  nostro  Albo, 
a  lettere  d’oro,  il  nome  di  Augusto  Statuti,  del  consocio  predi¬ 
letto,  del  padre  impareggiabile,  dell’uomo  dotto,  del  cittadino 
integerrimo,  pio,  senza  infingimenti  cattolico  convinto,  ma  non 
intransigente,  rispettosissimo  del  pensiero  altrui;  dell’uomo  che 
ha  lasciato  sì  largo  tributo  di  affetti  e  degno  di  essere  in  ogni 
tempo  additato  ad  esempio. 


Antonio  Neviani. 


ERNESTO  FORMA 


Ernesto  Forma  ebbe  i  natali  in  Torino  il  21  settembre  1869, 
sortendo  da  natura  una  complessione  debole  e  delicata  in  modo 
che  il  suo  corpo  non  si  potè  sviluppare  perfettamente  e  la  sua 
esistenza  fu  sempre  stentata  e  sofferente,  mentre  l’anima  sua 
tutta  vita  e  volontà,  sentiva  le  più  alte  aspirazioni  all’onore  ed 
al  sapere. 

Terminate  con  onore  le  prime  scuole,  le  sventure  casalinghe 

10  forzarono  ad  interrompere  gli  studi  per  darsi  ad  una  qualche 
arte  o  mestiere.  Ma  non  per  indolenza  o  deficienza  di  talento, 
bensì  per  il  suo  fisico  incapace  alla  fatica  dell’operaio,  fu  for¬ 
zato  a  sospendere  ogni  occupazione,  anzi  consigliato  a  passar  buona 
parte  della  giornata  all’aria  pura  della  campagna. 

Alle  colline  che  rendono  così  bella,  con  la  cerchia  delle  Alpi, 
la  posizione  di  Torino,  diresse  i  suoi  passi  nelle  ore  di  ozio 
forzato  il  nostro  Ernesto  Forma  allora  in  sui  vent’anni  ;  e  fu 
buon  per  lui  e  per  noi.  Non  aveva  tatto  studi  superiori,  ma 
l’anima  sua  intelligente  ed  avida  di  sapere  s’interessava  di 
ogni  cosa,  e  non  c’è  da  far  le  meraviglie  se  nelle  sue  pere¬ 
grinazioni  attraverso  strade  incavate  tra  marne  ed  arenarie  la 
sua  attenzione  ed  il  suo  acuto  spirito  d’osservazione  si  rivolges¬ 
sero  ai  fossili. 

Le  sue  prime  scoperte  datano  dal  1891  ed  erano  di  qualche 
grande  foraminifero,  che  subito  volle  portare  al  nostro  museo 
geologico,  per  averne  qualche  schiarimento.  Al  museo  s’incontrò 
con  il  nostro  collega  il  prof.  Federico  Sacco,  allora  assistente, 

11  quale  conoscendo  me,  che  appunto  stavo  studiando  i  forami- 
niferi  piemontesi,  gli  diede  per  consiglio  di  farmeli  vedere.  Egli 
venne.  Da  quel  giorno  la  collina  torinese  divenne  sua  ;  non  vi 
è  sentiero,  non  burrone,  non  corso  di  rigagnolo,  non  palmo  di 


COMMEMORAZIONI 


UXXXIX 


terreno,  che  non  sia  stato  da  Ini  battuto,  frugato  onde  trovarvi 
dei  fossili,  che  si  faceva  premura  di  portare  al  museo  ed  agli 
studiosi,  i  quali,  man  mano  conoscendo  ed  apprezzando  l’opera 
sua,  si  studiavano  aiutarlo  in  tutti  i  modi,  contenti  sempre  di 
quel  che  facevano,  perchè  egdi  a  tutti  conservava  riconoscenza, 
lieto  di  aver  prestata  l’opera  sua  a  vantaggio  della  scienza  e  dei 
suoi  cultori. 

Non  è  possibile  numerare  il  materiale  paleontologico  da  lui 
raccolto  in  quei  brevi  anni  della  sua  dolorosa  esistenza,  contur¬ 
bata  da  malanni,  che  lo  obbligarono  a  subire  diverse  operazioni 
chirurgiche  che,  pur  preservandogli  il  braccio,  gli  ridussero  la 
mano  destra  quasi  inservibile,  in  modo  che  è  facile  immaginare 
quanto  gli  abbiano  costati  quei  lavori  e  quelle  ricerche,  che 
nulladimeno  continuò  fin  quasi  agli  ultimi  giorni  suoi. 

Si  comprende  facilmente  il  perchè  il  prof.  Parona,  che  da 
molti  anni  dirige  con  tanto  amore  il  museo  geologico  dell’Ateneo 
torinese,  l’abbia  avuto  caro  come  un  amico  e  gli  abbia  ottenuta 
nel  1899  la  nomina  di  preparatore  e  nel  1909  quella  di  tecnico, 
dimostrando  così  di  apprezzare  le  belle  qualità  di  mente  e  di 
cuore  e  le  svariate  attitudini  di  Ernesto  Forma. 

Non  i  fossili  soli  attirarono  le  sue  predilezioni,  ma  anche 
l’amore  al  bello,  che  oggidì  tanto  si  va  esplicando  per  mezzo 
dell’arte  fotografica.  Ed  il  Forma  fu  fotografo  valente  e  non 
pochi  furono  gli  allori  che  gli  procurò  la  fotografìa,  e  molte 
onorificenze  e  premi  ebbe  nelle  diverse  Esposizioni  di  Torino, 
Roma,  Milano,  Bruxelles,  ecc.  Con  grande  calma  e  costanza  e 
con  espedienti  ingegnosi  riusciva  a  produrre  lavori  di  effetto  e 
precisione  mirabile,  ed  ebbe  incarichi  di  fiducia,  come  quello 
di  fotografare  un  codice  pergamenaceo  del  capitolo  d’Ivrea  per 
quel  grande  paleologo  che  fu  Teodoro  Mommsen.  Questa  sua  abi¬ 
lità  servì  in  particolare  ai  nostri  studi  e  ne  sono  prova  le  molte 
tavole  pubblicate  negli  Atti  di  Accademie  e  Società  fatte  con 
le  fotografìe  di  Ernesto  Forma,  ed  il  suo  nome  scrittovi  in 
calce  è  il  monumento,  che  lo  ricorderà  alle  generazioni  future. 

Non  frequentò  scuole  superiori,  ma  con  la  lettura  e  l’appli- 

% 

cazione  seppe  riuscire  ad  arricchire  la  sua  mente  di  tali  e  tante 
svariate  cognizioni,  che  la  conversazione  con  lui  era  sempre 
attraente  e  simpatica;  e  la  sua  presenza  trasformava  le  fredde 


CXL 


CONGRESSO  DELLA  S.  (ì.  I.  IN  SPOLETO 


e  silenziose  sale  di  un  museo  di  fossili  e  roccie  in  un’oasi  piena 
di  vita  e  di  modernità. 

Il  suo  astro  doveva  presto  tramontare,  Egli  lo  diceva,  che 
la  sua  vita  doveva  essere  breve...;  eppure  seppe  affrontare  in¬ 
fermità  e  dolori  con  forza  d’animo  e  serenità  esemplari.  Nel 
settembre  del  passato  1911,  mentre  avrebbe  voluto  unirsi  a  noi 
nella  riunione  di  Lecco,  sentendosi  più  male,  si  fece  portare  in 
una  casa  di  cura,  ma  al  4  ottobre  ritornato  nel  suo  stanzino, 
quasi  i  mprovvisamente  si  spegneva  la  mattina  seguente  in  età 
di  42  anni,  lasciando  un  vuoto  ed  un  vero  rimpianto  in  quel 
museo  che  a  lui  tanto  deve  e  che  fu  il  conforto  della  sua  esi¬ 
stenza. 


E.  Dervieux. 


ESCURSIONE  NEI  DINTORNI  DI  SPOLETO 


(9  settembre) 


La  escursione  nei  dintorni  eli  Spoleto  riuscì  particolarmente 
interessante  per  gli  importanti  fenomeni  stratigratìci,  che  si  po¬ 
terono  constatare.  Ai  congressisti  si  unì  il  prof.  Sordini. 


(Fot.  del  dott.  Stefanini). 

Soprapposizione  dei  calcari  del  Lias  inferiore  alla  scaglia  del  Scnoniano. 


Alle  ore  7  circa  i  congressisti  muovono  dalla  città  di  Spo¬ 
leto,  e  per  la  via  del  Ponte  delle  Torri  iniziano  la  salita  di 
Monte  Luco,  rivestito  di  elei  secolari  e  di  glauchi  olivi.  Dopo 
circa  un  chilometro  di  pittoresco  cammino  si  osserva  subito  la 


x 


CXL11 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


sovrapposizione  del  banco  di  Lias  inferiore  di  Monte  Luco  alla 
caratteristica  scaglia  del  Cretaceo  superiore,  la  quale  per  un  certo 
tratto  si  presenta  schiacciata  e  triturata  in  modo  evidentissimo. 


(Fot.  del  dott.  Stefanini) . 

Castelmonte.  Lembo  isolato  di  calcare  del  Lias  inferiore 
posato  sulla  scaglia  senoniana. 

Proseguendo  per  la  mulattiera  di  Castelmonte  si  attraversa 
una  breve  zona  di  scisti  a  fucoidi  in  finestra  sotto  la  scaglia,  e 
quindi  lungo  il  fosso  della  Vallocchia  scavata  tutta  nel  Senoniano 
per  un  tratto  di  circa  3  chilometri  si  vede  il  calcare  del  Lias 
inferiore  sovraincombere  con  pareti  a  picco  sulla  scaglia  rosata. 


ESCURSIONI 


CXLIII 


Il  contatto  tra  le  due  formazioni  è  nettissimo,  e  non  appare 
di  solito  lina  grande  discordanza  tra  gli  strati  della  scaglia  e 
quelli  del  calcare  liassico. 

Presso  Castelmonte  la  sovrapposizione  suddetta  è  anche  più 
chiara  e  manifesta.  Sulla  roccia  senoniana  sono  posati  due  lembi 
piccolissimi  isolati  di  calcare  liassico,  uno  dei  quali  costituisce 
la  sommità  del  poggio  di  Castelmonte,  formato  di  scaglia  rosata 
e  ricoperto  da  un  cappello  di  calcare  massiccio. 

Giunti  presso  la  vetta  di  Castelmonte,  i  congressisti  si  in¬ 
contrarono  col  comm.  Fratellini,  Sindaco  di  Spoleto,  e,  consu¬ 
mata  la  colazione,  che  la  previdente  organizzazione  del  Presi¬ 
dente  aveva  fatto  trovare  sul  luogo,  sorsero  animate  le  discus¬ 
sioni  intorno  all’interessante  fenomeno  osservato. 

Da  tutto  quello  che  fu  possibile  di  constatare  e  dalle  de¬ 
duzioni  dell’ing.  Lotti,  che  compì  il  rilievo  geologico  della  re¬ 
gione  in  esame,  si  può  ritenere  che  il  Lias  inferiore  nel  suo 
insieme  sta  a  rappresentare  il  residuo  di  un  grosso  banco  spesso 
circa  250  metri,  che  dalle  falde  dei  monti  di  Spoleto  situati 
sulla  destra  del  Torrente  Tessino,  spingevasi  in  alto  fin  presso 

10  spartiacque  tra  la  Valnerina  ed  il  Tessino.  Questa  massa 
grossolanamente  tabulare,  che  si  estendeva  per  quasi  7  chilo¬ 
metri  da  NE  a  SO,  avendo  uno  spessore  alquanto  esiguo  in 
paragone  alla  sua  ampiezza,  si  ruppe  in  varie  direzioni  durante 

11  corrugamento  ed  i  frammenti,  che  ne  risultarono,  dovettero 
assumere  direzioni  ed  inclinazioni  diverse  dalla  direzione  sue¬ 
sposta.  I  lembi  isolati  esistenti  presso  Castelmonte  evidente¬ 
mente  erano  collegati  dapprima  colla  grande  placca  calcarea  di 
Vallocchia. 

Per  le  condizioni  stratigrafiche,  e  per  l’aspetto  che  presenta 
in  taluni  punti  la  scaglia,  si  può  concludere  di  essere  in  pre¬ 
senza  di  un  piccolo  carreggiamento,  il  quale  può  considerarsi 
come  la  esagerazione  di  una  piega  ribaltata  verso  est,  con  rot¬ 
tura  per  stiramento  del  fianco  rovesciato  e  scorrimento  succes¬ 
sivo  ascendente  del  fianco  normale  lungo  la  superficie  della 
faglia  verificatasi. 

L’età  geologica  della  roccia  carreggiata  è  dimostrata  in  modo 
sicuro  dalla  sua  natura  litologica:  trattasi,  infatti,  del  solito 
calcare  biancastro  imperfettamente  stratificato  o  massiccio,  ta 


CXL1V 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


lora  ceroide,  altre  volte  minutamente  cristallino,  e  con  numerose 
sezioni  di  gasteropodi  e  crinoidi:  esso,  inoltre,  come  si  potè 
osservare  presso  la  Rocca  di  Spoleto,  è  ricoperto  dal  calcare  del 
Lias  medio  ricco  di  ammoniti.  Sull’età,  infine,  della  scaglia  sot¬ 
tostante  non  si  possono  avere  seri  dubbi,  sia  perchè  essa  pre¬ 
senta  sempre  l’aspetto  caratteristico  di  un  calcare  rosso  marnoso 


(Fot.  dell’ing.  Crema). 

I  congressisti 

alla  casa  di  campagna  dell’avv.  Fratellini,  Sindaco  di  Spoleto. 

sottilmente  stratificato,  contenente  qua  e  là  delle  lenti  e  noduli 
di  selce  rossa,  sia  perchè  riposa,  come  si  vide  lungo  il  fosso 
della  Vallocchia,  sugli  scisti  varicolori  a  fucoidi  dell’Aptiano, 
sovrastante  al  calcare  grigio  neocomiano. 

Ripreso  il  cammino  per  la  dirupata  mulattiera  che  da  Ca- 
stelmonte  conduce  verso  Borgiano,  i  congressisti  arrivarono  alla 
villa  del  comm.  Salvatore  Fratellini,  dove,  ricevuti  con  cordia¬ 
lissima  accoglienza  da  lui  e  dalla  sua  gentile  signora,  furono 
poi  invitati  ad  un  sontuoso  rinfresco. 

Dopo  di  ciò,  alcuni  degli  intervenuti  seguirono  direttamente 
la  via  per  Spoleto;  altri,  invece,  si  diressero  verso  il  Ponte  del 
Cortaccione,  dove  si  osservò  nuovamente  la  sovrapposizione  del 


ESCURSIONI 


CXLV 


Lias  inferiore  al  Cretaceo  superiore.  Ivi,  al  contatto,  la  scaglia 
senoniana  non  solo  appare  frantumata,  ma  presenta  per  un  certo 
spessore  una  laminazione  indipendente  dalla  sua  stratificazione 
e  parallela  alla  superficie  di  contatto.  Proseguendo,  poi,  per  la 
strada  provinciale  verso  Spoleto  si  potè  constatare  tutta  la  serie 
dei  terreni  secondari,  dagli  scisti  a  fncoidi  sino  ai  calcari  rossi 
ammonitiferi  del  Lias  superiore. 

Alle  18  i  congressisti  erano  tutti  nuovamente  riuniti  nella 
città,  soddisfatti  delle  interessanti  osservazioni  eseguite  durante 
la  giornata. 


Paolo  Principi. 


ESCURSIONE  A  NORCIA 


(IO  settembre ) 


La  mattina  alle  ore  7,30  si  partì  da  Spoleto  con  tre  auto¬ 
mobili,  diretti  a  Norcia,  accompagnati  dal  prof.  Sordini  di  Spo¬ 
leto  e  dal  prof.  Martini  di  Roma  colle  loro  gentili  signore. 

Dopo  avere  attraversato  l’area  di  carreggiamento,  costituita 
dalle  masse  di  Lias  inferiore  riposanti  sopra  la  scaglia  rosata, 
si  giunse  a  nord  di  Borgiano,  dove  affiora  un  esteso  lembo  di 
Lias  superiore,  a  cui  si  sovrappone  il  Giura,  ricoperto  alla  sua 
volta  dal  calcare  neocomiano.  La  strada,  che  dalla  pianura  di 
Spoleto  sale  gradatamente  verso  Forca  di  Cerro,  il  valico  da 
cui  si  discende  verso  la  Valnerina,  permette  di  osservare  pa¬ 
norami  stupendi  :  il  verde  dei  boschi,  che  ammantano  ancora 
le  pendici  montane,  gli  aspri  burroni,  le  incisioni  profonde  oc¬ 
cupano  di  continuo  l’attenzione  del  viaggiatore,  meravigliato  da 
tante  naturali  bellezze.  Ma  i  fascini  e  le  attrattive  del  luogo 
non  fanno  dimenticare  lo  scopo  della  gita.  A  Forca  di  Cerro 
osserviamo  il  grande  sviluppo,  che  acquistano  gli  scisti  a  fu- 
coidi,  e  quindi,  lungo  la  ripida  discesa,  fra  Grotte  e  Piedipa¬ 
terno,  esaminiamo  una  larga  zona  della  nota  formazione  areuaceo- 
marnosa  ricoperta  da  scaglia  argillosa  e  quindi  dalla  scaglia 
rossa,  costituente  una  piega  rovesciata. 

Continuando  la  discesa,  la  scaglia  rosata  acquista  un  gran¬ 
dissimo  sviluppo  e,  fra  Piedipaterno  e  Tripouzo,  si  presenta  in 
bellissime  pieghe  e  complicate  contorsioni,  che  destarono  l’am¬ 
mirazione  degli  intervenuti.  Giunti  presso  la  stretta  di  Sasso 
Tagliato,  uno  dei  tratti  caratteristici  della  strada  nursina,  af¬ 
fiorano  nuovamente  imponenti  masse  di  Lias  inferiore,  con  pa- 


ESCURSIONI 


CXLVII 


veti  quasi  a  perpendicolo  e  sulle  quali,  a  qualche  diecina  di  metri 
dal  fondo  della  valle,  sono  visibili  delle  placche  di  travertino. 

A  Triponzo  sono  degne  di  nota  le  sorgenti  sulfuree,  che 
devono  probabilmente  la  loro  origine  ad  una  faglia,  che 


{Fot.  dell’ing.  Crema). 

Contorcimenti  del  Senoniano  lungo  la  strada  della  Yalnerina 
tra  Piè  di  Paterno  e  Triponzo. 

pone  immediatamente  a  contatto  i  calcari  massicci  del  Lias 
inferiore  colle  formazioni  giurassiche  ed  infracretacee.  Secondo 
il  Lotti  le  sorgenti  attuali  sono  da  considerarsi  come  un  resi 
duo  di  quelle  antiche  manifestazioni,  che  produssero  il  travertino 
di  Triponzo  e  che  dovevano  scaturire  molto  più  in  alto. 

Dopo  Triponzo  abbandoniamo  definitivamente  la  Valle  della 
Nera  per  entrare  in  quella  del  Corno,  costituita  da  una  prò- 


CXLVIII 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  i.  IN  SPOLETO 


fonda  gola  scavata  in  gran  parte  nel  calcare  Massico,  troncato 
prima  da  una  faglia  e  quindi  rovesciato  verso  est  sul  Lias  medio 
e  sugli  altri  terreni  superiori,  che  si  succedono  in  serie  inver¬ 
tita  fino  a  Diselli.  Presso  questo  paese  il  fiume  Corno  scorre 


(Fot.  del  dott.  Stefanini) 

Caldaie  di  erosione  nelle  pareti  della  stretta  tra  Triponzo  e  Diselli. 

entro  un  solco  strettissimo  con  pareti  strapiombanti,  in  parte 
naturali,  in  parte  tagliate  artificialmente  per  la  costruzione  della 
strada  provinciale:  sono  queste,  appunto,  le  strette  di  Piselli, 
che  costituiscono  il  punto  più  pittoresco  della  strada  nursina. 

Trascorsa  la  borgata  di  Serravalle,  da  dove  si  dirama  la  via 
che  conduce  a  Cascia,  è  visibile  un  esteso  affioramento  di  strati 
ad  Aptici  continuantisi  fino  a  Villa.  Quindi  si  entra  nella  vasta 
conca  pianeggiante  di  Norcia  la  quale,  estendendosi  ad  una 
altitudine  di  circa  650  metri,  offre  una  serie  di  importanti  fe¬ 
nomeni  di  idrologia  sotterranea. 

Giungemmo  a  Norcia  alle  12,30  e  ci  dirigemmo  subito  al- 
V Albergo  della  Posta ,  dove  era  già  stato  disposto  il  pranzo, 


ESCURSIONI 


CXLIX 


che,  svoltosi  tra  la  massima  cordialità  ed  allegria,  venne  chiuso 
dai  discorsi  del  Presidente  ing.  Lotti,  prof.  Pantanelli,  prof.  Sor¬ 
dini  e  prof.  Martini.  Facendo  tutti  risaltare  l’importanza  degli 
studi  geologici,  chiusero  brindando  ad  un  sempre  più  glorioso 
avvenire  della  scienza  e  della  patria  italiana. 

Quindi,  sotto  la  guida  dell’illustre  archeologo  Sordini,  visi¬ 
tammo  i  monumenti  più  insigni  dell’antica  città  di  Norcia,  la 
quale  reca  ben  visibili  i  segni  dei  terremoti,  che  più  volte  com¬ 
pletamente  la  distrussero. 

Alle  ore  16  prendemmo  la  via  del  ritorno  ed  alle  19  circa 
eravamo  di  nuovo  a  Spoleto,  coll’animo  pieno  delle  liete  e  sva¬ 
riate  impressioni  ricevute  durante  la  bella  e  dilettevole  escur¬ 
sione. 


Paolo  Principi. 


ESCURSIONE  ALLE  FONTI  DEL  CLITUNNO 
ED  ALLA  CAVA  DI  BOVARA  (PRESSO  TREVI) 

(11  settembre) 


Alla  gita,  oltre  ai  numerosi  Soci  congressisti,  parteciparono 
il  prof.  Martini  del  R.  Istituto  Tecnico  di  Roma,  colle  gentili 
Signora  e  Signorine,  e  il  prof.  Sordini  dotto  rievocatore  dei 
passati  tempi.  Questi,  graditissimo  compagno  nei  giorni  prece¬ 
denti,  ci  fu  guida  preziosa  nella  visita  della  bella  Spoleto, 
illustrandone  gli  avanzi  antichi,  testimoni  della  grandezza  e  delle 
aspre  dolorose  vicende  di  quella  che  fu  «  colonia  romana  in 
primis  firma  et  illustris  ».  Era  pure  con  noi  il  prof.  France- 
sconi,  dell’Università  di  Cagliari,  col  bravo  bambino  Carletto 
figliuolo  suo,  verde  speranza  della  scienza  e,  per  ora,  instanca¬ 
bile  camminatore. 

Il  giorno  11  settembre,  alle  7  del  mattino,  preso  posto  nei 
comodi  autobus  che  la  previdenza  della  Direzione  ci  fa  trovare 
pronti,  partiamo  da  Spoleto  e  per  la  bella  strada,  l’antica  Via 
Flaminia ,  che  da  Porta  Leonina  si  svolge  lungo  l’ampia  vallata 
del  Teverone  e  del  Topino,  «  popolata  di  case  e  di  uliveti  », 
giungiamo  in  breve  volger  d’ora  al  paesello  di  S.  Giacomo;  qui 
le  automobili  si  fermano  per  una  breve  sosta:  fermata  questa 
fuori  programma  e  per  ragioni  archeologico-artistiche  ;  ne  è  scopo 
infatti  la  visita  alla  chiesuola  intorno  a  cui  si  aggruppano  le 
poche  case  del  paese.  Il  prof.  Sordini,  colla  consueta  dottrina  e 
cortesia,  ci  illustra  quanto  di  pregevole  sta  racchiuso  nel  sacro 
recinto  e  ci  fa  ammirare,  fra  l’altro,  degli  splendidi  dipinti 
dello  Spagna. 

Risaliamo  in  automobile  ed  in  pochi  minuti  arriviamo  alle 
Vene:  cosi  vengono  chiamate  le  sorgenti  del  fiume  Clituuuo. 


ESCURSIONI 


GLI 


Da  S.  Giacomo  la  strada  segue  quasi  parallelamente  il  corso 
del  torrente  Maroggia;  poco  prima  di  arrivare  al  paese  di  Pis- 
siguano,  si  osserva  l’affioramento  di  un  calcare  riferibile  al  Lias 
inferiore,  sottostante  ad  una  più  potente  formazione  di  Lias  me¬ 
dio;  da  questo  calcare  scaturiscono,  per  sfioramento  del  livello 
idrostatico,  le  limpide  copiose  acque,  che  ispirarono  i  versi  im¬ 
mortali  al  Poeta  della  terza  Italia;  e  di  carme  è  veramente 


{Fot.  delViny.  Crema). 

Il  laghetto  alle  vene  del  Clitunno. 


degno  il  minuscolo  pittoresco  laghetto,  nel  quale  varie  polle 
versano  le  fresche  acque,  entro  cui  si  specchiano  i  salici  ed  i 
pioppi  delle  rive  verdeggianti. 

Da  questo  laghetto  prende  origine  il  fiume  Clitunno,  Yin- 
clytus  amnis  che,  attraversata  la  valle  spoletina,  immette  le 
sue  acque,  non  lungi  da  Bevagna,  nel  fiume  Topino. 

Presso  l’erma  marmorea,  alla  cui  base  una  fine  allegoria  in 
altorilievo  ricorda  l’opera  del  Poeta  e  che  è  sormontata  dal  suo 
busto,  il  prof  Martini  declama,  commentandola,  l’ode  carduc¬ 
ciana;  ed  è  dono  prezioso  per  noi  di  udire  la  recitazione  della 
meravigliosa  poesia  da  un  così  fine  ed  espressivo  dicitore. 


OLII  CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 

Lasciato  il  poetico  luogo,  l’automobile  ci  conduce  al  Tem¬ 
pietto  antico,  dinanzi  al  quale  prende  la  parola  il  prof.  Sordini 
che,  argomentando  dalle  forme  mutate  le  due  diverse  età  della 
parte  anteriore  e  posteriore  della  costruzione,  intreccia  alla  sto¬ 
ria  del  modesto  tempio  cristiano  il  racconto  delle  vicende  del 
forte  popolo  Umbro. 

Giungano  al  dotto  illustratore  i  ringraziamenti  più  sinceri. 
E  ritorniamo  ancora  una  volta  alle  nostre  automobili  che  ci  con¬ 
ducono  in  breve  a  Bovara,  meta  ultima  della  nostra  escursione: 
lasciate  sulla  strada  ad  attenderci  le  vetture,  ci  avviamo  a  piedi 
verso  la  cava. 

Alla  base  del  Monte  di  Trevi  affiorano  grossi  banchi  di  cal¬ 
care  bianco  compatto,  che  bene  si  presta  alla  fabbricazione 
della  calce  ;  a  tale  scopo  venne  aperta  una  cava  a  poche  cen¬ 
tinaia  di  metri  dalla  strada  che  da  Spoleto  conduce  a  Trevi  ; 
in  questa  cava  vennero  trovati,  anni  fa,  numerosi  modelli  di 
megalodontidi  ed  impronte  di  altri  fossili  che  furono  studiati 
dal  prof.  Parona,  il  quale  conchiuse  doversi  questi  strati  riferire 
al  Lias  inferiore  1  ;  nè  le  nostre  ricerche  rimangono  senza  frutto, 
chè  negli  strati  più  profondi  raggiunti  dallo  scavo  vengono  tro¬ 
vati  parecchi  resti  di  fossili  più  o  meno  bene  conservati,  ed  al¬ 
tri  ci  sono  offerti  dagli  operai  addetti  ai  lavori  della  cava  ;  do¬ 
podiché,  fatta  una  sufficiente  raccolta,  ritorniamo  alle  nostre 
automobili  che  ci  riconducono  a  Spoleto,  dove  arriviamo  poco 
dopo  mezzogiorno,  soddisfatti  della  bella  ed  interessante  escur¬ 
sione  fatta. 


L.  Fiorentin. 


1  Sulla  fauna  e  sulla  età  dei  calcari  a  megalodontidi  delle  cave  di 
Trevi  (Spoleto).  Nota  del  Socio  C.  F.  Parona.  Torino,  Carlo  Clausen,  1906. 


ESCURSIONE  A  SCHIFANOIA 

(12  settembre) 


Partiti  da  Spoleto  alle  ore  9,25  i  congressisti  giunsero  alla 
stazione  di  Gualdo  Tadino  alle  ore  11.  Si  era  stabilito  di 
partir  subito  di  là  in  carrozza,  e  di  recarsi  al  Castello  di  Schi- 
fanoia:  ma  siccome  la  pioggia,  che  già  si  temeva  fin  dal  mat¬ 
tino,  era  cominciata  nel  frattempo  a  cadere,  così  fu  deciso  di 
far  colazione  nel  piccolo  albergo  prossimo  alla  ferrovia,  nella 
speranza  che  intanto  il  tempo  migliorasse.  Ed  infatti,  cessata 
la  pioggia,  verso  le  12,30  la  comitiva  potè  partire,  e  giungere 
circa  un’ora  dopo  al  masso  di  Schifanoia.  Qui  fu  fatta  una 
discreta  raccolta  di  fossili  nel  conglomerato  costituente  il  masso 
stesso,  e  nella  formazione  arenaceo-marnosa  ;  dopodiché,  pas¬ 
sando  innanzi  al  Castello  di  Schifanoia,  i  Soci  si  diressero  a 
piedi  verso  le  alture  ad  ovest  della  Pieve  di  Compresseto.  In 
cima  a  queste  alture  affiorando  le  argille  scagliose,  sui  rap¬ 
porti  fra  esse  e  la  formazione  arenaceo-marnosa  furono  fatte 
molte  discussioni.  L’escursione  però  non  fu  potuta  compiere 
secondo  l’itinerario  che  era  stato  per  questa  stabilito,  perchè, 
dopo  non  lungo  cammino,  il  tempo,  che  si  era  sempre  mante¬ 
nuto  minaccioso,  si  guastò  di  nuovo  :  dimodoché  il  Presidente 
dovette  rinunziare  a  condurre  la  comitiva  in  alcuni  punti,  che 
egli  riteneva  più  adatti  a  risolvere  l’interessante  questione. 

Dopo  una  breve  fermata  al  Castello  di  Schifanoia,  ove  a 
nome  del  principe  Torlonia  fu  gentilmente  offerto  un  rinfresco 
ai  Soci,  si  risalì  in  vettura,  e  sotto  una  pioggia  dirotta  si  fece 
ritorno  alla  stazione  di  Gualdo. 


C.  Pi  lotti. 


ESCURSIONE  AD  ASSISI  ED  AL  MONTE  SUBASIO 

(13  settembre). 


1  soci  Vinassa,  Mattirolo,  Gortani,  Cernili,  Galdieri,  Principi, 
i  quali  dopo  la  escursione  a  Gualdo  Tadino  e  Schifanoia  si  re¬ 
carono  la  sera  del  12  direttamente  ad  Assisi,  nella  mattina, 
favoriti  dal  tempo,  intrapresero  la  progettata  gita  alla  Valle 
delle  Carceri,  che  costituisce  uno  dei  punti  più  interessanti  del¬ 
l’ellissoide  mesozoica  del  monte  Subasio. 

La  comoda  mulattiera,  che  dipartendosi  dalla  Porta  dei  Ca- 
puccini  conduce  sino  al  Santuario  delle  Carceri  (in.  704  s.  m.), 
rende  la  gita  facile,  e  dilettevole  per  il  meraviglioso  panorama 
che  gradatamente  si  apre  innanzi  agli  occhi  del  visitatore. 

La  strada  trovasi  da  principio  scavata  nella  parte  superiore 
della  scaglia  ( scaglia  cinerea ),  la  quale  affiora  a  sud-est  della 
città  per  causa  di  una  flessione,  prodotta  dallo  sprofondamento 
della  parte  occidentale  della  cupola  del  Subasio.  Quindi,  dopo 
avere  attraversato  per  un  lungo  tratto  i  detriti  di  falda,  che 
per  un  rilevante  spessore  si  sono  accumulati  alla  base  del  monte, 
si  nota  il  contatto  fra  la  scaglia  rossa  del  Senoniano  ed  i  cal¬ 
cari  biancastri  del  Neocomiano,  mediante  la  intercalazione  di 
una  breve  zona  di  scisti  a  fucoidi.  Procedendo  più  innanzi, 
dalla  roccia  del  Cretaceo  inferiore  si  passa  ad  una  sottile  for¬ 
mazione  di  calcari  marnosi  grigio-verdastri,  ricchi  di  selce,  la 
quale  di  solito  si  presenta  sotto  l’aspetto  di  noduli  colorati  in 
verde  od  in  rosso,  e  quindi  per  graduale  transizione  agli  strati 
ad  Aptici  propriamente  detti.  Questi  strati  sono  costituiti  da 
calcari  marnosi  scistosi,  con  numerosi  letti  di  selce  intercalata 
fra  strato  e  strato.  Il  colore  di  tale  roccia  è  variabilissimo: 
predomina  tuttavia  il  verdastro  ed  il  rossiccio  e  gli  Aptici,  spesso 
ben  conservati,  si  riscontrano  specialmente  lungo  il  tratto  della 


ESCURSIONI 


CLY 


mulattiera,  che  costeggia  il  muro  di  cinta  delle  Carceri  nella 
sua  parte  che  guarda  il  colle  S.  Rufino.  Presso  l’ingresso  del 
Santuario  gli  strati  ad  Aptici,  dopo  una  brevissima  striscia  di 
calcari  rosso-giallastri,  si  sovrappongono  in  perfetta  concordanza 
ai  calcari  marnosi  rossi  del  Lias  superiore,  i  quali  a  NO  del 
Santuario  costituiscono  uno  dei  più  notevoli  giacimenti  fossili¬ 
feri.  Ivi,  infatti,  potemmo  raccogliere  in  breve  tempo  numerosi 
esemplari  di  PJiylloceras  Nilsoni,  Hildoceras  bifrons,  Lyto- 
ceros,  Coeloccras ,  Hammatoccras,  Aegoccras  ecc.,  quasi  tutti  in 
buono  stato  di  conservazione.  Al  Lias  superiore  succedono  quindi 
regolarmente  i  calcari  bianco-grigi  del  Lias  medio  bene  strati¬ 
ficati,  con  letti  di  selce  ed  anch’essi  ammonitiferi.  Questa  for¬ 
mazione  costituisce  tutta  la  parte  più  alta  della  zona  boschiva 
della  Valle  delle  Carceri,  mentre  nella  parte  più  bassa  affiorano 
i  calcari  massicci  del  Lias  inferiore  con  tracce  di  gasteropodi. 

La  serie,  adunque,  de  terreni  mesozoici  risulta  così  costituita: 

1.  Scaglia  e  calcare  rosato  del  Cretaceo  superiore. 

2.  Scisti  argillosi  e  calcari  varicolori  (scisti  a  fucoidi)  del- 
l’Aptiano. 

3.  Calcare  grigiastro  selcioso,  talora  imperfettamente  strati- 
beato  del  Cretaceo  inferiore  ( Neoconuano ). 

4.  Calcari  marnosi  grigi  o  verdastri  con  noduli  di  selce  va¬ 
riamente  colorata  del  Titoniano. 

5.  Scisti  calcarei  o  marnosi  ricchi  di  selce  con  Aptici  dell’Ox- 
fordiano-Kimmeridgiano,  e  calcari  rosso-giallastri  del  Giura  in¬ 
feriore  L 

(5.  Calcari  rossi  ammonitiferi  del  Lias  superiore  ( Mentano  e 
Toar  ciano). 

7.  Calcari  biancastri  con  selce,  ammonitiferi  del  Lias  medio. 

8.  Calcari  grigiastri  massicci  con  gasteropodi  del  Lias  in¬ 
feriore. 

1  II  relatore  ritiene,  come  già  ebbe  a  rilevare  (Principi,  Osservazioni 
(jeolocjichc  sul  Monte  Subasio,  Boll.  Soc.  Geol.  Ital.,  1909),  che  gli  strati 
ad  Aptici  appartengano  aH’Oxfordiano-Kiinmeridgiano,  anziché  al  Titonico, 
poiché  essi  appaiono  più  strettamente  collegati  coi  calcari  del  Lias  supe¬ 
riore,  che  con  quelli  del  Neocomiano.  Inoltre,  riferendo  gli  strati  ad  Aptici 
al  Titonico  si  verrebbe  a  costituire  una  lacuna  nella  serie  degli  strati  giu¬ 
rassici,  i  quali,  invece,  si  succedono  l’un  l’altro  in  concordanza. 


CLVI 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


Verso  Fonte  Panzo,  nella  parte  terminale  della  valle,  si  ve¬ 
dono  nuovamente  affiorare  gli  strati  del  Lias  medio  e  del  Lias 
inferiore,  staccatisi  dagli  strati  corrispondenti  del  Santuario  e 
spostatisi  in  basso  per  effetto,  probabilmente,  della  faglia,  la 
quale,  troncando  un  segmento  ad  ovest  del  monte,  ha  permesso 
che  venisse  allo  scoperto  il  nucleo  della  ellissoide. 

Terminate  le  osservazioni  più  importanti  sulla  geologia  della 
valle,  visitammo  l’Eremo,  il  quale  colla  sua  angustia  e  colla 
semplicità  del  luogo  e  coll’ampiezza  dell’orizzonte,  che  permette 


di  dominare,  meglio  assai  dei  monumenti  grandiosi  e  superbi 
dimostra  la  grande  anima  di  Francesco  d’Assisi,  e  ci  fa  com¬ 
prendere  ancora  come  egli,  per  levare  il  pensiero  alle  sue  su¬ 
blimi  concezioni,  salisse  ivi  in  mezzo  a  tanta  serenità  di  cielo 
ed  a  tanta  fulgida  magnificenza  della  natura  ! 

Si  avvicinavano  le  12  e  noi  eravamo  ancora  trattenuti  dalla 
potenza  suggestiva  del  luogo.  Ma  dovemmo  subito  iniziare  la 
discesa  per  ricevere  i  colleghi,  che  la  sera  innanzi  erano  da 
Gualdo  ritornati  a  Spoleto,  e  vennero  in  compagnia  del  prof.  Sor¬ 
dini  e  della  sua  gentile  figlia. 

Durante  l’escursione  da  essi  compiuta  fu  rinvenuto  dal  prof.  Pa- 
rona  un  bell’esemplare  di  Inoceramus,  nella  zona  degli  scisti 


ESCURSIONI 


CLV1I 


diasprini,  dove  la  strada  piega  per  entrare  nella  vailetta  del 

\ 

Santuario  delle  Carceri.  E  una  valva  che  corrisponde  all’iwo- 
ceramus  Oosteri  E.  Paure,  secondo  la  figura  che  ne  dà  FA.  nel 
lavoro  sui  fossili  oxfordiani  delle  Alpi  di  Friburgo  ',  dove  pare 


(Fot.  del  doti.  Principi). 


Rocca  di  Assisi. 


se  -  scaglia  rosata  del  Cretaceo  superiore. 


abbastanza  comune.  Questa  forma  trovata  dal  Parona  anche  nella 
zona  oxfordiana  con  Peltoceras  transversar iwm  del  Veronese  e 
imperfettamente  conosciuta  riguardo  al  riferimento  generico,  man¬ 
cando  finora  il  controllo  dei  caratteri  della  cerniera,  che  non 
fu  possibile  porre  allo  scoperto  neppure  in  questa  valva  di  As- 


1  Mémoires  de  la  Soc.  Pai.  Sdisse,  III,  1876,  pag.  64,  tav.  A  I,  tig.  2. 

2  Note  stratigrafiche  e  paleontologiche  sul  Giura  superiore  della  Pro¬ 
vincia  di  Verona,  Boll.  S.  G.  I.,  1885,  pag.  45. 


XI 


CLVI11 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


sisi,  essendo  essa  parzialmente  compresa  nel  diaspro.  11  rinve¬ 
nimento  è  tuttavia  interessante,  perchè  offre  un  altro  dato  per 
la  sicura  determinazione  cronologica  di  una  zona,  nella  quale, 
fatta  eccezione  per  gli  Aptici,  i  fossili  sono  rarissimi. 


(Fot.  del  dott.  Principi). 

Valle  del  Torrente  Tescio. 

1.  Scaglia  rosata  del  Senoniano  —  2.  Scisti  a  fucoidi  dell’ Astiano 
3.  Calcari  biancastri  con  selce  del  Neocomiano. 


Mentre  il  secondo  gruppo  di  congressisti  compieva  la  escur¬ 
sione  delle  Carceri,  noi  visitammo  i  principali  monumenti  di  As¬ 
sisi.  In  questa  città,  come  in  grandioso  museo,  si  passa  da  una 
ad  un’altra  creazione  artistica,  pervasi  da  un  profondo  senti¬ 
mento  di  maraviglia:  nessun  rumore  turba  mai  la  calma  soavità 
dell’ambiente;  le  vie,  che  si  insinuano  tra  le  corrose  ed  oscure 
muraglie  delle  case  e  dei  templi  sembrano  quasi  deserte.  11  nostro 
spirito  crede  di  vivere  in  un’altra  èra  lontana  dalla  nostra,  tutta 
pervasa  dall’ardore  inestinguibile  di  un  tumultuoso  progresso. 


ESCURSIONI 


CL1X 


Da  ultimo  salimmo  sino  alla  fiocca,  che  domina  l’immensa 
vallata  circostante.  Essa  è  fondata  sulla  scaglia  rosata  del  Cre¬ 
taceo  superiore,  la  quale  si  estende  a  Col  Caprile  e  Col  Ca¬ 
priletto,  dove  passa  con  graduale  transizione  agli  scisti  cal- 
careo-argi liosi  dell’Eocene  inferiore.  La  profonda  incisione  do¬ 
vuta  all’erosione  del  Torrente  Tescio  permette,  poi,  di  osservare 
sotto  la  scaglia  gli  scisti  varicolori  dell’Aptiano  ed  il  calcare 
neocomiano,  sviluppato  specialmente  lungo  la  sponda  destra  del 
torrente. 


Paolo  Principi. 


SULLE  ESCURSIONI  DELLA  S.  G.  L  NELL’UMBRIA 


Considerazioni  di  A.  Verri 


Vagliami  ’l  lungo  studio  e  ’1  grande  amore,  che  m’han 
fatto  cercar  di  conoscere  la  storia  fisica  della  provincia  na¬ 
tiva,  a  rendere  queste  considerazioni  capaci  di  far  spuntare 
qualche  pensiero  luminoso  nel  buio  pesto  della  notte  di  certi 
tempi.  Sono  stato  tentato  ad  aggiungerle  alle  relazioni  dei  gio¬ 
vani  colleghi  dalla  circostanza,  che  la  pratica  del  paese  mi  per¬ 
mette  di  dare  rilievo  alquanto  più  esteso  ad  alcune  delle  cose 
da  noi  vedute,  portando  dati  e  ponendo  problemi,  che  hanno  un 
interesse  nel  rilevamento  geologico  del  terreno  umbro. 

Prima  di  entrare  in  materia  devo  fare  un  augurio.  Le  scuole 
hanno  lezioni  di  Geologia  per  la  cultura  generale  e  per  l’eser¬ 
cizio  di  alcune  professioni  ;  ma  nel  pubblico  intellettuale  vedo 
assenza  di  sentimento  anche  davanti  gli  effetti  più  imponenti 
delle  forze,  che  hanno  plasmata  la  crosta  terrestre.  L’augurio 
richiama  voti  espressi  altra  volta;  perchè  è  un  peccato  che  il 
pubblico  intellettuale  resti  freddo  verso  studi  che  pure  sono 
molto  utili  al  vivere  civile  l. 


Escursioni  nel  monte  di  Spoleto  ed  a  Norcia. 

L’escursione  a  Castelmonte,  la  gita  a  Norcia  fecero  cono¬ 
scere  la  struttura  dei  monti  di  Spoleto,  interposti  tra  la  Valle 
Umbra  e  la  Valnerina.  I  quali  monti,  con  quelli  che  sepa- 


1  Boll.  S.  G.  I.,  1903,  pag.  lxxii  e  seg. 


ESCURSIONI 


CLXI 


rano  la  Valle  Umbra  dalle  valli  del  Menodre  e  del  Vigi 
(montagne  di  Morro  e  di  Cammoro),  compongono  una  catena 
avente  di  comune  il  dorso  formato  da  pieghe  ribaltate  verso 
oriente.  Quelle  pieghe  hanno  influenza  determinante  nell’inca¬ 
nalamento  delle  acque  che  alimentano  le  fonti  del  Menodre  ;  le 
quali,  al  piede  del  monte  Puro  ed  a  Rasiglia,  scaturiscono  dalla 
grande  conserva  dei  calcari  bianchi  neocomiani.  La  portata  me¬ 
dia  del  Menodre  è  valutata  m.3  1.200,  la  temperatura  alla  fonte 
di  Rasiglia  è  circa  11  gradi  L 

La  pendice  della  catena  dalla  parte  della  Valle  Umbra, 
pur  mostrando  doversi  la  costituzione  di  questa  vallata  ad  una 
piegatura  sinclinale,  presenta  alcune  singolarità  interessanti,  tra 
cui  il  vedere  nei  monti  di  Spoleto  i  calcari  massicci  del  Lias 
inferiore  posati  sopra  le  formazioni  della  Creta  superiore,  con 
addossamento  esteso  più  che  5  chilometri.  Nel  1896  notai  segni 
di  accavallamento  consimile,  tra  il  Sasso  di  Pale  ed  il  monte 
Cologna,  al  contatto  dalla  parte  della  montagna  del  Lias  infe¬ 
riore  col  Mesozoico  superiore 1  2. 


Riferendomi  a  quanto  scrissi  in  proposito,  dò  questo  schema 
di  sezione  dal  monte  II  Cerchio  nella  catena  Martana  alle  mon¬ 
tagne  di  Gavelli  nella  Valnerina  3.  È  una  tra  le  soluzioni  che 

1  Carta  idrografica  d’Italia:  Tevere. 

2  Nelle  sezioni  dimostrative  ho  fatto  risaltare  con  tratteggio  il  mas¬ 
siccio  del  Lias  inferiore,  perchè  questa  formazione  colla  sua  rigidità  ha 
avuta  influenza  grande  nel  piegamento  delle  stratificazioni  soprastanti  :  è 
un  ammasso  di  frantumi  ricementati,  le  rare  tracce  che  vi  restano  delle 
linee  stratigrafiche  si  distinguono  male  dalle  linee  di  rottura. 

Le  zone  con  numeri  romani  comprendono  questi  piani  :  I,  Lias  infe¬ 
riore;  II,  Lias  medio  e  superiore,  Giura;  III,  Creta  inferiore  (Neocomiano); 
IV,  Creta  media  e  superiore  (dall’Aptiano  al  Senoniano);  V,  Terziario 
antico. 

3  Boll.  S.  G.  I.,  1903,  pag.  449  a  460. 


CLXII 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


sì  affacciano  sul  problema  orogenico:  nella  quale  soluzione  vedo 
che  concorda  l’opinione  del  Lotti  ',  e  quella  manifestata  dal 
Principi  nella  relazione  dell’escursione. 


Nella  pendice  ovest  del  Monte  «  Il  Cerchio  »  è  scoperto  il  Retico. 
La  zona  punteggiata  rappresenta  il  Pliocene  ed  il  Quaternario. 


* 

*  * 

Una  scoperta  d’importanza  massima,  pei  problemi  orogenici 
non  soltanto  dell’Umbria,  ma  altresì  della  penisola  italiana,  fu 
fatta  nel  salire  il  monte  di  Spoleto.  Nella  gola  solcata  dal  fosso 
della  Yallocchia  fu  trovato  presso  Yalcieca  un  lembo  di  marne 
contenenti  foraminifere,  posato  sopra  la  formazione  del  Seno- 
niano.  Trascrivo  da  lettera  del  prof.  Pantanelli:  «  Quanto  alle 
foraminifere  raccolte  vicino  Castelmonte  sono  plioceniche,  non 
potendosi  ritenere  come  il  risultato  d’un  disfacimento  di  piani 
più  antichi  ;  esse  non  solo  sono  benissimo  conservate,  ma  si  tro¬ 
vano  tra  loro  delle  foraminifere  ( Orbuline )  così  esili,  che  non 
si  potrebbe  capire  come  abbiano  potuto  resistere  ad  un  trasporto. 
Il  valore  della  specie  è  dubbio,  alcune  potrebbero  essere  anche 
mioceniche,  tutte  però  sono  anche  plioceniche.  _ Forse  questo  rin¬ 
venimento  è  in  accordo  con  l’altro  che  mi  suggerì  Vinassa,  che 
nelle  parti  più  profonde  della  pianura  di  Foligno,  raggiunte 
con  le  perforazioni  per  i  pozzi  artesiani,  si  sono  trovate  ar¬ 
gille  con  foraminifere  e  quindi  di  origine  marina  ». 

Dal  trovamento  nascono  due  problemi.  Per  la  loro  soluzione, 
al  dato  dei  pozzi  di  Foligno,  ricordato  nella  lettera  del  Panta- 
nelli,  aggiungo  alcune  osservazioni  fatte  nei  terreni  pliocenici 

1  Eoli.  S.  G.  I.,  1912,  pag.  279,  280. 


ESCURSIONI 


,  CLXIIT 


della  zona  parallela  alla  Valle  Umbra,  compresa  tra  le  catene 
Amerina  e  Martana. 

la  Le  marne  plioceniche  solcate  dal  fosso  Tarquinio  tra  Cesi 
e  S.  Gemini  contengono  Globigerine,  Orbuline  ed  altre  forami- 
nifere,  insieme  ad  Ostracodi  di  acqua  dolce;  in  queste  marne 
si  trovano  anche  foglie  di  piante  terrestri,  mentre  vi  manca 
ogni  traccia  di  molluschi  marini. 

2a  Qua  sopra  alle  marne  a  foraminifere  stanno  depositi 
parte  di  acqua  dolce,  parte  di  acqua  salmastra  contenenti  il 
Cardium  edule. 

3a  Le  marne  a  foraminifere  si  vedono  sin  vicino  al  piede 
della  montagna  mesozoica,  la  quale  le  domina  per  circa  600 
metri  con  ripida  costa  di  testate  tronche. 

4a  Nella  collina  di  S.  Gemini  le  marne  a  foraminifere  sono 
coperte  da  almeno  100  metri  di  ghiaie  mesozoiche. 


Dalla  collina  di  S.  Gemini  alla  montagna  di  Cesi. 

La  zona  punteggiata  rappresenta  le  marno  con  foraminifere. 


Non  m’è  stato  possibile  trovare  una  sezione,  che  mostri  come 
la  formazione  delle  marne  a  foraminifere  viene  a  contatto  colle 
rocce  del  monte.  Le  sezioni  naturali  più  vicine  alla  montagna 
hanno  in  basso  grossa  massa  di  sabbie  più  o  meno  argillose;  av¬ 
vicinandosi  ancor  più  al  monte,  si  trova  al  basso  una  zona  di 
rottami  dcirEocene  inferiore,  ed  una  zona  di  rottami  del  Seno- 
niano  ;  a  questa  si  soprappongono  banchi  ghiaiosi  di  rocce  miste 
degli  altri  piani  mesozoici.  Non  è  sicuro,  ma  probabile  che  quei 
banchi  arenosi,  e  forse  anche  parte  delle  zone  con  rottami  eoce¬ 
nici  e  senoniani,  si  sottopongano  alle  marne,  perchè  le  fili  iti 
e  gli  Ostracodi  d’acqua  dolce  contenuti  nelle  marne  accusano 
presenza  di  terre;  questo  dettaglio  della  sezione,  che  si  riporta 


CLXIV  CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 

dalla  memoria  L’uomo  preistorico  nella  Conca  di  Terni,  fu  di¬ 
segnato  su  tale  probabilità  '. 

Premessi  questi  dati,  passo  ad  impostare  i  due  problemi. 

I. 

È  impossibile  che  le  marne  a  foraminifere  plioceniche  nella 
gola  della  Yallocchia  rappresentino  un  seno  tranquillo,  con  de¬ 
posito  di  sole  fine  fanghiglie,  su  spazio  largo  oggi  al  più  un 
migliaio  di  metri,  e  costeggiato  da  rupi  calcaree  alte  più  d’un 
centinaio  di  metri  ;  perciò  la  spiegazione,  che  presenterebbe  buone 
probabilità,  è  che  raccavallamento  liasico  sia  stato  posteriore 
a  quel  momento  pliocenico.  Ma  c’è  la  difficoltà  di  compren¬ 
dere  il  perchè  manchi  il  Terziario  tra  il  Senoniano  e  la  massa 
a  questo  accavallatasi  nel  monte  di  Spoleto,  qualora  i  rile¬ 
vamenti  di  dettaglio  non  ne  rivelino  in  qualche  punto  la  pre¬ 
senza. 

II. 

La  scoperta  delle  marne  con  foraminifere  plioceniche  nella 
gola  della  Yallocchia  consiglia  di  tenere  in  conto  maggiore, 
che  non  nel  passato,  quelle  del  fosso  Tarquinio,  ed  i  due  gia¬ 
cimenti  porterebbero  alla  conclusione  che,  sul  principio  del¬ 
l’epoca  pliocenica,  il  mare  si  estendeva  anche  alla  Yalle  Umbra  : 
ma  in  questa  non  si  conoscono  rapporti  tra  depositi  lacustri  e 
sedimentazione  marina;  le  condizioni  della  sedimentazione  ad 
ovest  della  catena  Martana  segnerebbero  mancanza  di  depositi 
della  zona,  marina  litoranea,  e  passaggio  subitaneo  dalla  sedimen¬ 
tazione  di  mare  profondo  ai  depositi  di  maremma.  A  Roma  an¬ 
cora  si  vede  cosa  simile:  là  si  spiega  con  protendimento  straor¬ 
dinario  di  ghiaie  versate  di  fianco  ad  un  golfo,  per  cui  ne  fu 
separato  uno  spazio  dal  mare  aperto1 2;  spiegazione  che  non  si 
presta  alle  depressioni  interposte  tra  le  catene  del  subapennino 
Umbro.  Qua  per  l’effetto  sarebbe  bisognato  che  la  catena  Nar 

1  Boll.  S.  G.  I.,  1910,  pag.  120-124. 

2  Boll.  S.  G.  I.,  1911,  pag.  267-269,  287-292. 


ESCURSIONI 


cuxv 


nense-Amerina  non  fosse  ancora  emersa,  o  tutto  al  più  ne  emer¬ 
gesse  qualche  isolotto;  sicché  bastasse  un  non  grande  ma  rapido 
sollevamento  sul  livello  marino  nei  tratti  ancora  sommersi,  per 
separare  dal  mare  le  depressioni  orientali.  Quel  mare  pliocenico 
doveva  pur  avere  una  zona  litoranea  ad  oriente;  dove  era  quella 
zona?  è  possibile  che  tra  l’Umbria  e  le  Marche  l’Apennino  fosse 
sommerso?  Il  posto  che  occupano  le  ghiaie  mesozoiche  nella 
stratigrafia  pliocenica  accenna  sollevamento  grande  del  l’Apen¬ 
nino,  tra  il  Pliocene  ed  il  Postpliocene;  andare  più  in  là  di 
questa  induzione  è  azzardoso. 

La  collezione  Bellucci  ha  cinque  individui  classificati  dal 
De  Stefani  delle  specie:  Arca  Noae  L.,  Cardita  intermedia 
Broc.,  Cardium  acideatum  L.,  Cardium  edule  L.,  Venus  islan- 
dicoides  Lk.,  1  .  Bellucci  li  ebbe  dai  dintorni  di  Armenzano  ad 
est  del  Subasio:  per  quante  ricerche  abbia  fatte  nella  località 
da  lui  indicatami,  non  mi  riuscì  trovarvi  traccia  di  depositi 
pliocenici.  Io  ho  due  valve,  di  Clamys  glabra  Chemn.,  datemi 
da  persona  che  assicurava  averle  raccolte  nella  valle  delle 
Macchie  presso  Acquasparta;  fatte  insieme  ricerche  nel  luogo, 
non  si  trovò  neppure  una  scaglia  di  molluschi  marini,  ma  solo 
molluschi  terrestri  e  palustri  compresi  in  marne  e  sabbie  rife¬ 
ribili  al  Pliocene.  Perciò  sul  valore  da  dare  ai  travamenti  di 
questi  fossili,  debbo  mantenere  le  riserve  già  poste  2.  Il  numero 
uno  per  specie  d’individui  portati  a  Bellucci,  il  numero  due 
d’individui  dati  a  me,  mentre  nelle  plaghe  dove  un  tempo 
quelle  specie  vissero  se  ne  può  raccogliere  a  ceste;  il  fatto  che 
le  tombe  preistoriche  contengono  anche  conchiglie  marine,  per 
cui  a  me  non  fa  caso  che  se  ne  trovi  oggi  qualcuna  sparsa  qua 
e  là;  la  cosa  stessa  che  non  si  potrebbe  escludere  un  trasporto 
recente,  sono  i  motivi  delle  mie  riserve.  Sicché  con  dati  si¬ 
mili  è  inutile  pensare  di  risolvere  il  problema;  nondimeno  li 
ho  richiamati,  se  non  altro,  per  dire  quale  importanza  vi  an¬ 
netto,  ed  anche  perchè  non  si  sa  mai  che  altre  ricerche  pos¬ 
sano  avere  risultato  migliore. 

1  Atti  Soc.  Tose,  di  Se.  nat.  (Memorie),  voi.  V  (1880),  pag.  84. 

2  Boll.  S.  G.  I.,  1884,  pag.  99-101;  1910,  pag.  460. 


CLXVI 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


Il  quadretto  che  unisco  scolpisce  la  situazione.  Sulla  linea 
Chiana-Tevere  formazione  pliocenica  litoranea  straricca  di  mol¬ 
luschi  marini,  con  sezioni  visibili  per  potenza  di  più  che  270 
metri;  nelle  colline  tra  la  destra  della  Nera  ed  il  Fosso  Grande 


Gli  ^  indicano  le  località  dove  sono  segnalate  marne  plioceniche  con  foraminifere. 


spazi  con  depositi  di  acqua  dolce,  e  spazi  con  depositi  salma¬ 
stri  contenenti  il  Cardium  edule,  nel  restante,  compresavi  la 
valle  del  Nestore,  solamente  depositi  d’acqua  dolce,  che  pro¬ 
seguono  nella  valle  superiore  del  Tevere,  con  sezioni  visibili 
per  potenza  di  100  a  200  metri  l.  Ho  ommesso  nel  disegno, 
onde  non  renderlo  trito,  alcuni  rimasugli  pliocenici  sopra  le 
zone  montuose;  principali  tra  questi  il  deposito  di  Frattaguida, 

1  Boll.  S.  G.  I.,  1886,  pag.  438  e  seg.  ;  1890,  pag.  26  e  seg.  —  Atti 
IV  Congr.  Geogr.  It.,  1901,  pag.  67-71.  —  Boll.  S.  G.  I.,  1910,  pag.  120-124. 


ESCURSIONI 


CLXVII 


e  quello  sul  luogo  del  vulcano  di  S.  Venanzo,  distante  dal  primo 
una  decina  di  chilometri. 

Le  marne  plioceniche  a  foraminifere  sono  visibili,  nelle  in¬ 
cisioni  dei  fossi,  sullo  spazio  tra  il  Fosso  Grande  e  la  Nera. 
Sinora  ho  dato  loro  poca  importanza  per  due  motivi  :  primo, 
la  posizione  rispetto  le  rocce  del  Terziario  antico  contenenti 
Globigerine  ed  Orbuline ;  secondo,  la  posizione  rispetto  al  lido 
del  mare  pliocenico,  per  cui  i  venti  medesimi  potevano  portare 
nel  bacino  maremmano  spoglie  di  quei  minuscoli  organismi  *. 
Questi  apprezzamenti  non  sarebbero  più  sostenibili  dopo  che 
marne  simili  sono  state  incontrate  dalle  trivellazioni  profonde 
fatte  nella  pianura  tra  Foligno  e  Bastia  2  ;  sopratutto  ora  che 
abbiamo  trovate  sopra  al  Senoniano  del  monte  di  Spoleto  marne 
a  foraminifere,  per  le  quali  Pantanelli  afferma  recisamente  la 
pliocenicità. 

Posto  che  nel  primo  momento  pliocenico  il  mare  abbia  co¬ 
perta  anche  la  Valle  Umbra,  la  deduzione  logica  che  ne  risul¬ 
terebbe  è  che  le  depressioni  umbre  ne  furono  tagliate  fuori  dal 
sollevamento  delle  due  catene.  Poiché  la  mossa  fu  di  corruga¬ 
mento,  quelle  depressioni  separate  dal  mare  potevano  aumen¬ 


tare  in  profondità,  e  così  accumulare  in  grande  potenza  dentro 
bacini  acquosi  i  materiali  versati  dai  torrenti  e  dai  fiumi,  pur 
mantenendosi  le  acque  poco  profonde;  finche  le  colmate  per¬ 
misero  di  stabilire  gli  alvei.  Però  c’è  sempre  un  punto  oscuro 
nella  premessa:  le  foglie  di  piante  terrestri,  gli  Ostracodi  dì 
acqua  dolce  nelle  marne  a  foraminifere  indicano  vicinanza  di 
terre,  fossero  pure  isole  poco  elevate  sul  mare;  si  può  ammet- 

* 

1  Rend.  R.  Ist.  Lornb.,  1893,  pag.  577.  — Atti  IY  Congr.  Geogr.  It. , 
1901,  pag.  70. 

2  Non  so  se  siano  stati  pubblicati  studi  sulle  marne  a  foraminifere 
incontrate  in  quelle  trivellazioni,  le  quali  si  spinsero  anche  a  profondità 
di  più  che  100  metri. 


0LXVI1I 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


tere  la  presenza  di  isole  senza  traccia  di  fauna  litoranea?  qui 
sta  il  nodo. 

È  facile  capire  come  siano  avvenuti,  nel  movimento  ascen¬ 
sionale,  i  tagli  della  catena  occidentale,  che  sono  gli  emissari 
delle  acque  interne;  non  è  altrettanto  del  perchè  nella  valle 
del  Nestore  sia  invertito  il  corso,  che  le  acque  dovevano  avere 
nell’epoca  pliocenica.  La  sezione  O-E,  passante  per  la  valle 
del  Nestore,  segna  all’ingrosso  queste  altitudini  nei  terreni  plio¬ 
cenici  : 

Radicofani  :  marne  di  mare  profondo  .  .  .  m.  800 

Monte  Cetona  (pendice  orientale):  calcare  ad 

Amphistegina  e  Briozoi . »  650 

Altopiano  di  Città  della  Pieve  (alle  origini 

del  Nestore):  sabbie  di  cordoni  litorali  »  520 
Colline  della  valle  delTevere:  depositi  lacustri  »  300 

Profilo  che  m’impressionò  quando  cominciai  a  leggere  —  un  po’ 
bene,  un  po’  male  —  qualche  parola  nelle  pagine  della  geo¬ 
logia  umbra;  e  più  impressiona  il  fatto  che,  sopra  ai  sedimenti 
marini  pliocenici  maggiormente  sollevati  di  questo  profilo,  sta 
il  vulcano  di  Radicofani  l. 

La  sezione  dà  ragione  dell’invertimento  nel  corso  delle 
acque;  passa  sulla  grande  sinclinale  segnata  dalle  formazioni 
mesozoiche  dei  monti  di  Perugia  e  dei  monti  Martani.  L’estre¬ 
mità  est  capita  dove  era  il  resto  di  lago  della  Valle  Umbra, 
che  si  dice  sia  stato  vuotato  tra  il  500  ed  il  600,  mediante 
taglio  di  emissario  dove  ora  il  Chiagio  confluisce  nel  Tevere. 
La  Valle  Umbra  durava  lacustre  nel  tronco  settentrionale,  men¬ 
tre  i  versi  di  Virgilio  mostravano  essere  prosciugato  il  tronco 
meridionale: 

Hinc  albi,  Clitumnc ,  greges  et  maxima  taurus 
Vidima,  saepe  tuo  perfusi  flamine  sacro, 

Uomanos  ad  tempia  Deum  duxere  triumphos. 


1  La  letteratura  relativa  a  questo  vulcano  fu  compendiata  nel  Boll. 
S.  G.  1.,  1903,  pag.  23  e  seg. 


ESCURSIONI 


CLXIX 


La  formazione  ghiaioso-arenacea  generalmente  costituisce 
dirò  il  cappello  delle  marne  marine  plioceniche;  invece  nell’al¬ 
topiano  di  Città  della  Pieve,  e  propriamente  nel  settore  che  fa 
capo  alla  valle  del  Nestore,  i  depositi  marini  pliocenici,  sull’al¬ 
tezza  visibile  di  270  metri,  sono  composti  totalmente  da  sabbie 
intramezzate  dal  piede  alla  cima  da  banchi  di  ciottolame;  i  ciot¬ 
toli  sono  il  prodotto  del  disfacimento  di  rocce  eoceniche  dei 
monti  locali.  La  distribuzione  della  fauna  litoranea  e  salmastra 
nell’altopiano  mi  fece  concepire  l’idea,  che  un  grosso  fiume  Umbro 
abbia  avuto  foce  per  la  valle  del  Nestore  nel  mare  pliocenico, 
e  colle  sue  piene  abbia  concorso  al  trasporto  ed  allo  spandimento 
del  ciottolame,  che  i  torrenti  gli  ammassavano  nell’ultimo  tronco 
dell’alveo:  il  quale  fiume  chiamai  Tevere  antico  L  Poiché  l’in¬ 
terrimento  fluvio-marino  non  mi  appariva  con  tanta  potenza  allo 
sbocco  presente  del  Tevere  dalla  gola  del  Forello,  supposi  questa 
gola  aperta  in  epoca  più  tarda,  quando  l’invertimento  segnato 
dal  profilo  descritto  chiudeva  la  foce  nel  delta  di  Città  della 
Pieve.  Credo  che  queste  idee  in  fondo  siano  buone,  e  che  reste¬ 
ranno  ;  ben  inteso  tenendole  nella  giusta  misura,  in  concordanza 
colla  serie  degli  avvenimenti,  dal  primo  momento  pliocenico 
all’atto  catastrofico  del  vulcanismo  quaternario:  cinematografìa 
che  comprende  relevamento  dell’Apennino  centrale. 


❖ 

❖  # 

La  fermata  al  casale  di  Castelmonte  ci  fece  godere  il  pa¬ 
norama  del  Coscerno,  al  cui  fianco  il  calcare  rupestre  neoco- 
miano  ergesi  sul  vallone  di  Gavelli,  disegnando  l’anticlinale 
che  separa  la  Valnerina  dalla  valle  del  Corno:  la  quale  anti- 
clinale,  nella  stretta  tra  Triponzo  e  Diselli,  è  tagliata  dal 
Corno  che  ne  incide  la  zona  del  Lias  inferiore,  come  abbiamo 
veduto  andando  a  Norcia;  più  avanti  è  tagliata  dalla  Nera, 
nella  stretta  tra  Ponte  Nuovo  e  Ponte  di  Pietra,  dove  pure  è 
inciso  il  massiccio  del  Lias  inferiore. 


1  Rend.  R.  Ist.  Lomb.,  1877,  pag.  778. 


CLXX 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  JN  SPOLETO 


La  montanina,  che  porta  l’acqua  alla  nostra  colazione,  sia 
ricordo  gradito  di  un’ora  vissuta  lassù  all’ombra  de’  pagliai, 
tra  discorsi  di  scienza  e  motti  di  bonumore. 


(Fot.  del  doti.  Stefanini). 


Escursione  alle  fonti  del  Clitunno. 

La  relazione  dell’ing.  Fiorentin  ha  due  punti  specialmente 
importanti.  Il  primo  è  la  visita  allo  sperone  di  Lias  inferiore, 
il  quale  sbuca  fuori  per  così  dire  inaspettatamente  dal  piede 
della  montagna  a  Colle  presso  Bovara  ;  il  secondo  è  l’osserva¬ 
zione  sulla  presenza  del  Lias  inferiore  alle  fonti  del  Clitunno. 
L’esistenza  dello  spuntone  di  Colle  era  nota,  e  la  visita  là 
stava  già  nel  programma;  non  è  lo  stesso  per  l’affioramento  del 
Lias  inferiore  al  piano  delle  scaturigini,  quasi  150  metri  più 
in  basso  che  a  Colle. 

Lo  schizzo  della  sezione  della  montagna  che  domina  le 
fonti  del  Clitunno,  tratto  dagli  appunti  presi  nel  1885  e  nel 
1895,  non  dà  elementi  per  formarsi  un  concetto  sul  bacino  che 
le  alimenta,  nè  sul  loro  incanalamento  sotterraneo. 


ESCURSIONI 


CLXXI 


Dal  S  asso  di  Pale  al  monte  di  Spoleto,  la  massa  addossata 
alla  parete  della  troncatura  a  me  appare  come  un  panneggia¬ 
mento.  Davanti  ai  monti  Serrone  e  Cologna  una  piega  sporgente 


La  montagna  tra  le  fonti  del  Clitunno  e  la  valle  del  Menodre. 


verso  la  Valle  Umbra,  nella  quale  il  Lias  inferiore  scende  sino 
al  piano  allo  sbocco  dalla  montagna  del  fosso  dell’Acqua  Sec- 
chiana;  da  questo  sbocco  a  Colle  di  Bovara  una  piega  rien¬ 
trante;  appresso  una  gran  piega  rientrante  sino  al  monte  di 
Spoleto.  Penso  che  questa  grande  piega  raccolga  le  acque  che 
alimentano  le  vene  del  Clitunno,  le  quali  sfiorerebbero  nel  punto 
dove  è  scoperto  dal  riempimento  vallivo  il  Lias  inferiore,  la 
cui  massa  è  tra  le  più  adatte  a  costituire  conserve  di  raccolta. 

La  dispensa  ordinaria  delle  vene  del  Clitunno  è  valutata  me- 

\ 

tri  cubi  1.300,  la  temperatura  è  12  gradi  .  E  probabile  che  le 
acque  copiosamente  inzuppanti  i  terreni  di  Beroide  abbiano  esse 
pure  relazione  con  quella  piega,  ma  forse  provenienti  da  assor¬ 
bimento  di  altri  piani,  tra  i  quali  è  principale,  nella  proprietà 
di  costituire  accolta  delle  acque  sotterranee,  la  massa  dei  cal¬ 
cari  neocomiani. 

Dò  queste  idee  per  quel  che  valgano:  il  rilevamento  geo 
logico  in  esecuzione  nella  contrada,  al  quale  appunto  attende 
anche  l’ing.  Fiorentin,  chiarirà  le  cose  meglio  che  qualche  ap¬ 
punto  preso  a  tanti  anni  di  distanza  da  un  dilettante  passeg¬ 
giando  per  quei  monti.  I  problemi  sulla  circolazione  sotterranea 
delle  acque  nelle  masse  montane  sono  molto  complessi,  aven¬ 
dovi  influenza  grandissima  le  pieghe  e  le  fratture  delle  forma¬ 
zioni  :  non  basta  per  fondare  teoriche  la  rappresentazione  lito¬ 
logica  della  superficie,  ancorché  fosse  esatta;  figurarsi  quando 
non  lo  sia! 


1  Carta  idrografica  d’Italia:  Tevere. 


CLXXII 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


¥ 

*  * 

La  mia  arciminuscola  biblioteca  ha  il  bene  di  possedere  una 
edizione  delle  Georgiche  volgarizzate  da  D.  Stracchi,  ornate  da 
disegni  del  Minardi:  edizione  del  1831.  Parlando  delle  foto¬ 


grafìe  prese  alle  vene  del  Oli  tanno,  feci  vedere  il  paesaggio 
che  illustra  il  passo  di  Virgilio  che  ho  citato,  e  ci  fu  chi  ne 
suggerì  l’inserimento.  Noi  Umbri  nella  contemplazione  della  na¬ 
tura  il  Genio  dell’arte  tira  più  che  quello  della  scienza,  ed  è 
tanto  facile  obbedire  ai  consigli  altrui  quando  secondano  il  gusto 
proprio. 

Sul  verde  margine  del  fiume  sacro,  che  accoglie  le  acque 
fresche  e  chiare  scaturite  dalla  viva  roccia,  la  Geologia  cede 
la  mano  all’Archeologia  ed  alla  Poesia  evocante  i  versi  di  Vir¬ 
gilio  e  l’ode  del  Carducci. 

La  pace  del  loco  ispirò  versi  di  poesia  gentile  ad  uno  spi¬ 
rito  irrequieto,  tra  i  più  strani  ed  i  più  straordinari  del  suo 


■  .  ...  ■ .  •U.-.C 


ESCURSIONI 


CLxxm 


tempo:  versi  che  un  Umbro  ama  ricordare  ai  visitatori  delle 
bellezze  naturali  di  questo  paese;  come  ricorda  che  nessuno 
mai  ha  colorito  con  tanto  sentimento  il  precipitare  del  Velino 
dall’alpestre  ciglimi  della  montagna:  quel  poeta  era  un  osserva¬ 
tore  che  trascriveva  appassionatamente  dalla  natura. 


[Fot.  del  doti.  Stefanini). 

Clitunno  ! 

Fonte  più  bella  della  tua  non  fece 
alla  Naiade  invito  o  di  mirarsi 
nel  tuo  limpido  vetro,  o  di  tuffarvi 
le  membra  ignude.  Il  margine  tu  baci 
dell’erbose  tue  rive,  ove  il  torello, 
bianco  come  la  neve,  erra  e  si  pasce. 
Tra  fiumi  assunti  nell’Olimpo  alcuno 
più  sincera  e  tranquilla  onda  non  volge. 
Mai  l’uman  sangue  i  tuoi  puri  cristalli 


XII 


CLXXIV 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


non  inquinò,  ma  sempre  e  sol  cortese 
fosti  del  tuo  lavacro  o  del  tuo  speglio 
a  giovani  beltà. 

. . Talora  i  pesciolini, 

suoi  lieti  abitatori,  uscir  dal  fondo 
si  veggono  a  fior  d’acqua,  e  fan  l’argento 
delle  scaglie  brillar.  Dal  verde  cespo 
spiccandosi  talora  una  ninfea, 
vela  fa  delle  foglie,  e  segue  il  flutto 
che  bisbiglia  sommesso  un  canto  eterno. 

Bvron,  Cialde  Harold,  traci,  di  A.  Maffei. 


Escursione  al  Subasio. 

Intra  Tapino,  e  l’acqua  che  discende 
Dal  colle  eletto  del  beato  Ubaldo, 

Fertile  costa  d’alto  monte  pende. 

Dante,  Par.,  c.  XI. 

Su  quella  costa  del  Subasio  il  giorno  13  i  Congressisti  vi¬ 
dero  come  si  presentano  nell’Umbria  le  varietà  della  formazione 
mesozoica;  guardando  da  là  l’ubertosa  pianura,  vengono  alla 
mente  i  versi  con  che  Properzio  indicava  il  paese  nativo: 

Qua  nebulosa  cavo  rorat  Mevania  campo, 

Et  lacus  aestivis  intepet  vmber  aquis. 

* 

*  * 

Nel  1895,  studiando  le  linee  del  Subasio,  questa  montagna 
di  apparenza  della  ellissoide  più  tipica  mi  sembrò  composta  da 
tre  pezzijprincipali,  per  una  frattura  longitudinale  ed  una  tra¬ 
sversale.  La  carta  geologica  del  Subasio,  rilevata  dagli  ing.  Lotti 
e  Fiorentin,  della  quale  ci  fu  donata  copia  per  guida  della 


ESCURSIONI 


CEXXV 


escursione,  fa  vedere  a  colpo  d’occhio  la  frattura  longitudinale 
complicata,  come  scrive  il  Lotti,  da  successivi  scoscendimenti 
Mi  sembra  che  quella  frattura  possa  essere  rappresentata  sche¬ 
maticamente  da  questo  schizzo,  spogliato  dal  detrito  che  copre 
il  ramo  staccatosi  dell’anticlinale,  ed  indipendentemente  dagli 
scoscendimenti  successivi;  lo  schizzo  dimostrativo,  che  disegnai 


Schizzo  del  Subasio  nel  verso  trasversale. 


nel  1901  per  la  memoria  Un  capitolo  della  geografia  fisica 
dell' Umbria  e  qui  riproduco,  segnerebbe  la  frattura  che  sup¬ 
posi  avvenuta  nel  senso  trasversale,  per  l’adattarsi  delle  forma¬ 
zioni  a  costituire  la  sinclinale  della  Vaitopina 1  2  :  la  quale  frat¬ 
tura  vedo  pure  ammessa  dal  Lotti. 


Il  dott.  Principi  —  relatore  della  escursione  —  enumerando 
la  serie  mesozoica,  richiama  una  dimostrazione  data  sulla  sua 
continuità  3 4.  Dubito  che  a  qualcuno  quella  dimostrazione  abbia 
a  parere  un  po’  forzata;  per  parte  mia  non  posso  che  asso¬ 
ciarmi  alla  conclusione,  rispondendo  al  convincimento  manife¬ 
stato  più  volte  *.  In  quella  stessa  memoria  il  Principi  dette 

1  La  carta  sarà  inserita  nel  Boll,  del  R.  C.  (1.,  voi.  XLII;  la  nota 
è  a  pag.  281  di  questo  volume. 

2  Atti  IV  Congr.  Geogr.  It.,  tav.  II,  sei-.  III. 

3  Boll.  S.  G.  I.,  1909,  pag.  244. 

4  Boll.  S.  G.  1. 1884,  pag.  112,  113.  —  Atti  IV  Congr.  Geogr.  It.  1901, 
pag.  G6.  —  Boll.  S.  G.  I.,  1903,  pag.  452  e  seg.  ;  1910,  pag.  117. 


CLXXVI 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


una  sezione  longitudinale  del  Subasio,  segnandovi  anch’esso  la 
frattura  trasversale  passante  tra  i  poggi  Civitelle  e  Pietrolungo: 
vedo  con  piacere  confermata  da  uno  studio  dettagliato  l’impres¬ 
sione  che  ebbi  nel  1895,  la  quale  tradussi  nello  schizzo  che 
qui  ho  riportato. 


* 

*  * 

Oltre  alla  figura  apparentemente  ellissoidale,  il  Subasio  ha 
la  particolarità  di  tenere  il  dorso  forato  da  quantità  d’inghiot- 
titori  carsici,  chiamati  dai  paesani  fosse  e  mortari.  11  dott.  Gor- 
tani  descrisse  dettagliatamente  quelle  doline,  ascrivendone  al¬ 
cune  ad  una  categoria  da  lui  qualificata  di  cedimento,  cioè  ge¬ 
nerate  da  abbassamento  progressivo,  man  mano  che  veniva  a 
mancare  il  sostegno  per  causa  della  corrosione  neH’interno  della 
massa;  per  altre  accennava  alla  possibilità  che  siano  dovute 
alla  semplice  erosione  esterna,  ed  esprimeva  incertezza  spe¬ 
cialmente  sulla  causa  determinante  la  depressione  nel  luogo  del 
monte  Pietrolungo,  dove  nella  carta  geografica  è  segnato  il 
lago  L  Il  dott.  Principi  in  questo  volume  dà  alcuni  dettagli, 
osservati  in  una  trincea  aperta  nei  calcari  del  Senoniano  presso 
il  colle  S.  Rufino,  che  mostrano  gli  effetti  di  dissolvimento 
operato  nelle  rocce  del  Subasio  dalle  acque  piovane  assorbite 1  2. 

Le  doline  del  Subasio  sono  avvallamenti  nei  calcari  rosati 
e  negli  scisti  a  fucoidi,  che  ammantano  il  dorso  e  la  pendice 
orientale  del  monte;  sotto  quegli  scisti  sta  la  massa  dei  calcari 
neocomiani.  Ho  incontrato  ampie  fosse  carsiche  in  questi  cal¬ 
cari,  sulla  montagna  di  Cammoro  e  sulla  catena  Martana;  mi 
capitò  ancora  di  vedere  una  lente  di  pozzolana  vulcanica  mista 
a  ghiaiette  compresa  nel  Neocomiano,  generata  evidentemente 
dal  riempimento  di  caverna  oggi  tagliata  dal  fosso.  Le  grotte 
eolie  di  Cesi,  altre  tra  Cesi  e  Portaria  sono  estese  caverne  sca¬ 
vate  nel  Lias  inferiore.  Il  complesso  delle  osservazioni  m’ha 
fatto  pensare,  che  per  l’origine  dei  fenomeni  carsici  nelle  mon- 

1  Itemi,  sess.  It.  Aec.  Se.  Ist.  di  Bologna,  Cl.  Se.  Fis.,  1907-1908, 
l>ag.  128. 

2  Boll.  S.  Gl.  I.,  1912,  pag.  334. 


ESCURSIONI 


CLXXVII 


taglie  dell’Umbria  abbisogni  risalire  a  tempi  nei  quali  l’oro¬ 
grafia  era  in  qualche  particolare  diversa  dalla  presente,  forse 
la  precipitazione  acquosa  era  molto  maggiore,  e  molto  attiva 
era  la  circolazione  interna  dell’acido  carbonico.  Per  la  dolina 
del  monte  Pietrolungo  può  aver  avuto  influenza  il  trovarsi 
presso  la  linea  di  rottura  trasversale.  Nell’insieme  credo  che 
le  doline  sul  dorso  del  Subasio,  esercitando  potente  assorbi¬ 
mento,  siano  la  causa  della  poca  portata  dei  torrenti  e  del¬ 
l’alimentazione  delle  fonti  nella  costa  occidentale  —  credo  che 
l’acqua  assorbita,  circolando  sotterra,  lavori  continuamente  a 
minare  la  stabilità  del  terreno  superiore  —  ma,  come  il  Su¬ 
basio  presentemente  è  posto  e  disposto,  non  credo  che  l’acqua 
cadente  su  quello  spazio  limitato  del  dorso  sia  la  causa  origi¬ 
nale  delle  doline,  nè  maggior  acqua  riceve  da  altrove.  Sicché 
si  sarebbe  davanti  ad  una  incognita. 


* 

Il  dott.  A.  Preziotti,  in  uno  studio  sulle  acque  sotterranee 
della  plaga  di  Valle  Umbra  che  sta  al  piede  del  Subasio,  at¬ 
tribuisce  le  acque  profonde  del  sottosuolo  ad  assorbimenti  del 
Subasio  e  del  bacino  del  Menodre  ’.  Quando  vi  leggo,  tra  altro, 
essere  il  versante  orientale  del  Subasio  costituito  da  calcari 
quasi  cristallini ,  devo  fare  —  per  amore  della  scienza  —  le 
riserve  più  ampie  sulla  geologia  e  litologia  della  regione  mon¬ 
tana  come  è  descritta  dall’A.,  e  di  conseguenza  su  alcune  de¬ 
duzioni  che  esso  ne  trae;  invece  trovo  di  valore  le  sue  osser¬ 
vazioni  sulla  natura  del  sottosuolo  della  pianura. 

Dalle  sezioni  descritte  si  rilevano,  sino  a  profondità  di  105 
metri,  alternanze  di  argille,  ghiaie  e  sabbie;  è  notevole  la  pre¬ 
senza  sino  a  circa  30  metri  di  materie  vulcaniche  (scorie,  augiti), 
i  quali  materiali  sono  probabilmente  di  trasporto  eolio  dalle 
eruzioni  del  vulcanetto  di  S.  Venauzo.  Le  acque  incontrate  dalle 
trivellazioni  sono  di  qualità  dolce,  ferruginosa,  solfurea  ;  l’A.  ri¬ 
tiene  tutte  in  origine  dolci:  alcune  vene  diventerebbero  ferru- 


1  Giornale  di  Geologia  pratica,  1909,  pag.  69. 


CLXXVIII 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


ginose  pei  che  attraversano  banchi  del  sottosuolo  trovati  carichi 
di  materie  ferruginose,  altre  diventerebbero  solfuree  per  inie¬ 
zione  di  soffioni  d’acido  solfìdrico. 

Dallo  studio  si  apprende  esservi  nella  pianura  surgimenti 
naturali,  principale  la  polla  chiamata  Y  Abisso  vicino  a  Beva- 
gna;  si  apprende  che  acqua  saliente  è  stata  incontrata  dalle 
perforazioni.  Sono  d’accordo  pienamente  nel  giudicare  quelle 
acque  alimentate  da  incanalamenti  dentro  le  formazioni  meso¬ 
zoiche  della  montagna;  la  differenza  di  vedute  sta  nell’impo- 
stare  il  calcolo  dei  bacini  collettori. 


Escursione  da  Gualdo  Tadino  a  Schifanoia 
nella  valle  della  Rasina. 

La  gita  del  giorno  12  settembre  si  riassume  —  secondo  il 
mio  modo  di  vedere  —  nell’avere  riconosciuta,  nella  valle  della 
Rasina,  l’esistenza  di  una  formazione  calcareo-marnoso-arenacea, 
soprapposta  al  conglomerato  della  scogliera  di  Schifanoia.  Il 
quale  conglomerato,  contenente  Pettini  ed  Ostriche,  è  composto 
di  calcari  eocenici  e  rocce  ofiolitiche  :  notevole  l’assenza  delle 
rocce  mesozoiche  del  prossimo  Apennino.  La  pioggia  guastò  il 
programma  di  questa  escursione;  nondimeno  si  potè  vedere  bene 
la  scogliera  di  Schifanoia,  e  sopra  alla  formazione  dell’Eocene 
superiore  trovammo,  nello  sperone  di  Col  d’Orto,  sparsi  diversi 
frammenti  di  rocce  fossilifere  del  tipo  di  quelle  della  scogliera. 


La  valle  della  Rasina  tra  le  scogliere  di  Schifanoia  e  di  C.  Bagnole. 


Dagli  appunti  presi  negli  anni  1894-95  mi  risulta  che  il 
conglomerato  della  scogliera  di  Schifanoia  ha  riscontro,  sulla 
sinistra  della  Rasina,  alle  case  Bagnole  ed  alle  case  S.  Giorgio; 


ESCURSIONI 


CLXXIX 


sulla  destra  si  ritrova  a  Col  d’Orto:  in  tutti  quei  posti  sta  sopra 
formazione  di  calcari  e  scisti  policromi,  che  là  vicino,  tra  Col 
d’Orto  e  Caprara,  avvolgono  lenti  ofiolitiche.  Il  saggio  che  ne 
riportai  è  una  serpentina  con  struttura  di  ranocchiaia. 


* 

*  * 

Il  problema  del  Terziario  antico  nell’Umbria  è  reso  più  com¬ 
plesso  dal  fatto,  che  nel  monte  sopra  Deruta  (tra  le  valli  del 
Topino  e  del  Tevere),  e  sul  medesimo  parallelo  nel  Monterale 
(tra  le  valli  della  Chiana  e  del  Nestore),  segnalai  sopra  l’Eocene 
tipico  una  formazione  con  banchi  di  brecce  contenenti  ciottoli 
porfirici  e  granitici;  la  quale  secondo  alcuni  sarebbe  riferibile 
all’Oligocene,  secondo  altri  al  Miocene  medio.  Mi  astengo  dal¬ 
l’entrare  nel  merito  di  materia  in  cui  sono  incompetente;  sol¬ 
tanto  avverto  che  la  fauna  descritta  dal  De  Angelis  nel  Bollet¬ 
tino  del  1900,  indicata  raccolta  nel  sistema  del  monte  Deruta 
—  compreso  tra  la  Valle  Umbra,  la  valle  del  Tevere  ed  il  paral¬ 
lelo  42°, 55  —  è  in  relazione  coi  depositi  di  quelle  brecce;  nelle 
quali  agli  elementi  granitici  e  porfirici  si  uniscono  rocce  eoce¬ 
niche,  calcari  di  ignota  formazione,  e  pare  manchino  le  rocce 
del  Mesozoico  apenninico  \ 

Sicché,  per  definire  i  rapporti  tra  i  piani  del  Terziario  an¬ 
tico  qua  nell’Umbria,  c’è  ancora  molto  da  studiare.  Il  Presidente, 
con  parole  dettate  dalla  buona  amicizia  delle  quali  son  grato, 
nel  discorso  inaugurale  ha  evocato  un  mio  dilemma  del  1887 1  2: 
quel  dilemma  fu  espressione  delle  difficoltà  provate,  per  dare 
il  posto  a  questo  complesso  di  formazioni;  al  dilettante,  che 
26  anni  addietro  si  sforzava  inutilmente  di  vincerle,  è  conforto 
vedere  oggi  un  rilevatore  esperto  dibattersi  nelle  difficoltà  mede¬ 
sime,  perchè  è  segno  che  non  sono  piccole  quando  si  sta  sul 
terreno.  L’elevata  discussione  promossa  dall’ing.  Crema  nell’As- 

1  Boll.  S.  G.  I.,  1885,  pag.  180;  1886,  pag.  53.  —  Remi,  del  R.  Ist. 
Lomb.,  1893,  pag.  575.  —  Boll.  S.  G.  I.,  1900,  pag.  240  e  seg.  —  Remi. 
R.  Acc.  Lincei,  1900,  pag.  384  e  seg. 

2  Boll.  S.  G.  I.,  1887,  pag.  281. 


CLXXX 


CONGRESSO  DELLA  S.  G.  I.  IN  SPOLETO 


semblea  del  giorno  11  settembre  —  la  quale  discussione  può 
formare  testo  nel  trattare  la  materia  —  è  documento  dell'impor 
tanza  che  ha  il  concorso  della  Società  Geologica  nello  studio 
del  terreno.  Fu  idea  felice  quella  del  Presidente  ing.  Lotti  di 
proporre  l’adunanza  sociale  in  un  paese,  dove  si  affacciano  al 
rilevatore  problemi  la  cui  soluzione,  che  oggi  si  cerca  nell’Umbria, 
interessa  grandemente  anche  altre  regioni  d’Italia. 


* 

*  * 

Se  da  questi  piani  di  epoca  contrastata  estendiamo  la  ve¬ 
duta  al  vero  Eocene,  rappresentato  largamente  nei  monti  clic 
costeggiano  la  valle  del  Nestore,  e  da  là  proseguono  tra  la  Val- 
dichiana  e  la  valle  del  Tevere,  maraviglia  la  quantità  della 
sedimentazione  detritica,  proveniente  dal  disfacimento  di  terre 
situate  ad  occidente:  banchi  di  arenarie,  letti  di  brecce  com¬ 
poste  con  rocce  differenti,  almeno  in  parte,  da  quelle  sopra  in¬ 
dicate.  Leopardi,  assomigliando  la  natura  al  fanciullo  che  innalza 
castelli  di  fuscelli  e  fogli,  e  tosto  li  atterra  perchè  quei  mate¬ 
riali  gli  abbisognano  per  nuovo  lavoro,  diceva: 

così  natura  ogni  opra  sua,  quantunque 
d’alto  edifìcio  a  contemplar,  non  prima 
vede  perfetta,  che  a  disfarla  imprende, 
le  parti  sciolte  dispensando  altrove. 


SOCIETÀ  GEOLOGICA  ITALIANA 

FONDATA  IN  BOLOGNA  IL  29  SKTTEMBBE  1881 


STATUTO 


1.  È  costituita  una  Società  Geologica  Italiana,  avente  lo  scopo 
di  contribuire  ai  progressi  della  Geologia  con  pubblicazioni,  con 
incoraggiamenti  e  coll’agevolare  i  rapporti  tra  i  Soci. 

2.  Per  far  parte  della  Società  occorre  essere  presentati  da 
due  Soci  in  una  delle  adunanze  ordinarie,  pagare  una  tassa 
annua  anticipata  di  L.  15  ed  una  tassa  di  entrata  di  L.  5.  La 
tassa  annua  può  essere  sostituita  dal  pagamento  di  L.  200  per 
una  sola  volta. 

3.  L’amministrazione  della  Società  è  affidata  a  un  Consiglio 

composto  di  un  Presidente,  un  Vice-Presidente,  dodici  Consi¬ 
glieri,  un  Segretario.  Il  Consiglio  nomina  due  Vice-Segretari, 
un  Archivista  ed  un  Tesoriere.  * 

4.  I  membri  del  Consiglio  sono  eletti  a  maggioranza  assoluta 
dei  votanti  ;  ove  ne  sia  il  caso,  si  procederà  ad  una  votazione 
di  ballottaggio  fra  quelli  che  ebbero  un  maggior  numero  di  voti. 

Tutti  i  Soci  votano  o  direttamente  nell’Assemblea  o  per 
lettera. 

5.  Il  Presidente  dura  in  carica  un  anno,  gli  subentra  il 
Vice-Presidente  eletto  nell’anno  innanzi.  Il  Segretario  dura  in 
carica  tre  anni  ;  i  Consiglieri  parimente,  e  ciascun  anno  ven¬ 
gono  cambiati  per  un  terzo. 

(3.  Gli  ufficiali  uscenti  di  carica  non  possono  essere  rieletti 
nelle  medesime  funzioni  prima  che  sia  decorso  un  anno. 

7.  La  Società  tiene  ciascun  anno  due  adunanze  generali, 
Luna  estiva,  l’altra  invernale:  e  stabilisce  anno  per  anno  il 
luogo  ove  deve  tenersi  l’adunanza  estiva. 


XIII 


CLXXX11 


SOCIETÀ  GEOLOGICA  ITALIANA 


8.  Solo  nell’adunanza  ordinaria  estiva  si  nominano  gli  uffi¬ 
ciali,  si  approvano  i  bilanci  e  si  adottano  le  deliberazioni  con¬ 
cernenti  l’amministrazione  della  Società. 

9.  L’adunanza  invernale  sarà  tenuta  la  seconda  metà  di 
gennaio,  nel  luogo  ove  dimora  il  Presidente  annuale  delia  So¬ 
cietà,  o  in  altro  luogo  designato  dalla  Presidenza. 

10.  Quando  almeno  dodici  Soci  si  accordino  nel  tenere  adu¬ 
nanze  scientifiche  periodiche  o  straordinarie  devono  darne  avviso 
alla  Presidenza  sei  settimane  prima,  acciocché  siano  diramati 
gli  inviti  a  tutti  i  componenti  la  Società. 

Le  adunanze  saranno  tenute  sotto  la  presidenza  della  per¬ 
sona  scelta  dai  Soci  presenti,  la  quale  manderà  al  Presidente 
della  Società  il  processo  verbale  dell’adunanza. 

11.  La  sede  dell’archivio  e  della  biblioteca  della  Società  è 
in  Roma,  ove  risiederà  pure  l’Archivista. 

12.  La  Società  pubblica  un  Bollettino  periodico  che  viene 
distribuito  gratuitamente  ai  Soci.  In  proporzione  ai  fondi  dispo¬ 
nibili  si  pubblicheranno  anche  delle  Memorie. 

13.  Le  modificazioni  allo  Statuto  dovranno  essere  anzitutto 
approvate  neiradunanza  generale  estiva.  Esse  saranno  poscia 
sottoposte  al  voto  per  lettera  di  tutti  i  Soci,  i  quali  risponde¬ 
ranno  per  Sì  o  per  No.  Le  modificazioni  non  s’intendono  de¬ 
finitivamente  adottate  se  non  quando  siano  approvate  dai  due 
tejzi  dei  votanti. 


REGOLAMENTO  GENERALE 


Art.  l.°  Alino  sociale.  —  Ha  principio  e  termine  con  l’anno 
solare,  e  gli  ufficiali  uscenti  di  carica  regoleranno  gli  affari  in 
corso  nel  mese  di  dicembre,  consegnando  l’ufficio  ai  nuovi  eletti 
il  primo  gennaio  dell’anno  seguente. 

Art.  2.°  Consiglio  direttivo.  —  A.  a)  Coadiuva  il  Presi¬ 
dente  nella  direzione  della  Società. 

b)  Nomina  l’Archivista  ed  il  Tesoriere,  le  attribuzioni  del 
quale,  quando  se  ne  presenti  la  necessità,  potranno  in  parte 
essere  affidate  ad  un  Economo.  Questi  ufficiali  interverranno 
alle  sedute  del  Consiglio  con  voto  deliberativo.  La  loro  durata 
in  carica  è  triennale,  salvo  riconferma. 

c)  La  nomina  dell’Archivista,  del  Tesoriere  e  dell’Economo 
potrà  dal  Consiglio  essere  delegata  all’Assemblea. 

d)  Nomina  per  un  anno,  salvo  riconferma,  due  Vice-Segre¬ 
tari,  i  quali  potranno  assistere  alle  adunanze  del  Consiglio,  ma 
senza  voto  deliberativo. 

e)  Presenta  all’approvazione  della  Società  i  bilanci  pre¬ 
ventivi  dell’anno  in  corso  nella  seduta  invernale;  quelli  con¬ 
suntivi  dell’anno  precedente  nella  seduta  estiva.  Copia  dei  pre¬ 
detti  bilanci  verrà  inviata  ai  Soci  insieme  alla  circolare  d’invito 
per  l’adunanza  invernale. 

f)  Propone  all’Assemblea  l’ammissione  dei  nuovi  Soci 
presentati  a  termine  dell ’art.  2.°  dello  Statuto,  non  che  la  ra¬ 
diazione  dei  Soci  da  due  anni  morosi. 

g)  Propone  all’Assemblea  il  cambio  delle  pubblicazioni 
sociali  e  stabilisce  il  prezzo  di  vendita  delle  medesime. 


CLXXX1V 


SOCIETÀ  GEOLOGICA  ITALIANA 


15.  a)  Qualunque  deliberazione  del  Consiglio  che  interessi 
tutta  la  Società  potrà  divenire  esecutiva  immediatamente;  ma 
dovrà  essere  presentata  alla  Società  nella  prossima  adunanza 
generale. 

b)  Nessun  contratto  però,  riguardante  l’amministrazione, 
potrà  essere  legalmente  stipulato  dal  Consiglio  senza  l’approva¬ 
zione  preventiva  dell’Assemblea  generale  estiva. 

c)  L’alienazione  dei  capitali,  investiti  in  consolidato,  non 
avrà  luogo  senza  il  consenso  dell’Assemblea. 

d)  Le  deliberazioni  così  del  Consiglio,  come  delle  Assem¬ 
blee  generali,  sono  valide  qualunque  sia  il  numero  degli  inter¬ 
venuti;  purché  si  riferiscano  ad  oggetti  iudicati  nel  relativo 
ordine  del  giorno  annesso  all’avviso  di  convocazione,  salvo  il 
caso  accennato  all’art.  14.° 

Art.  3.°  Presidente.  —  Ha  la  rappresentanza  ufficiale  della 
Società.  Convoca  e  presiede  le  adunanze.  Firma  le  corrispon¬ 
denze,  potendo  a  tal  uopo  delegare  il  Segretario.  Sorveglia  l’an¬ 
damento  degli  incassi  e  delle  spese  che  si  eseguiscono  per  conto 
sociale.  Appone  il  visto  alle  prove  di  stampa  prima  di  licen¬ 
ziarle  per  la  pubblicazione. 

Art.  4.°  Vice-Presidente.  —  Coadiuva  il  Presidente  in 
tutti  quegli  affari  che  da  lui  possono  essergli  affidati;  ne  tiene 
il  posto  quando  questo  si  sia  reso  vacante. 

Art.  5.°  Segretario.  —  Conserva  la  corrispondenza  tenen¬ 
done  protocollo  e  depositandola  anno  per  anno  in  Archivio.  Per 
ordine  del  Presidente  dirama  gl’inviti  per  le  adunanze.  Tiene 
il  registro  dei  Soci  comunicandone  al  Tesoriere  o  all’Economo 
ogni  variazione.  È  responsabile  dei  verbali  del  Consiglio  diret¬ 
tivo  e  delle  Assemblee  dei  Soci.  Provvede  a  che  la  stampa  del 
Bollettino  riesca  meno  costosa.  Corrisponde  con  i  Soci  ed  in¬ 
vigila  il  buon  andamento  delle  pubblicazioni.  Cura  la  spedizione 
delle  pubblicazioni  sociali.  È  rimborsato  delle  sole  spese  di 
viaggio  al  luogo  delle  adunanze  generali. 

Art  6.°  Vice-Segretari.  —  Coadiuvano  il  Presidente  ed  il 
Segretario  in  quegli  affari  che  da  questi  possono  essere  loro 
affidati. 

Art.  7.°  Tesoriere.  —  a)  Risiede  in  Roma.  È  depositario 
del  patrimonio  sociale;  alla  fine  di  ogni  anno  ne  presenta  la 


STATUTO  E  REGOLAMENTI 


CLXXXV 


situazione  particolareggiata.  È  incaricato  delle  riscossioni  e  dei 
pagamenti  per  conto  della  Società.  D’accordo  col  Presidente  e 
col  Segretario,  dovrà  presentare  i  bilanci  preventivi  e  consun¬ 
tivi  quindici  giorni  prima  dell’adunanza  invernale. 

b)  Qualora  contemporaneamente  al  Tesoriere  esista  anche 
l’Economo,  le  loro  rispettive  attribuzioni  saranno  determinate  da 
un  regolamento  interno  amministrativo  approvato  dalla  Società. 

c)  Il  Tesoriere  è  rimborsato  delle  sole  spese  di  viaggio  al 
luogo  delle  adunanze  generali,  solo  quando  non  esista  l’ufficio 
di  Economo. 

Art.  8.°  Archivista.  —  Ha  in  consegna  i  libri  della  Società, 
le  pubblicazioni  invendute,  le  corrispondenze  anteriori  all’anno 
in  corso,  purché  di  affari  esauriti,  e  i  documenti  affidatigli  dalla 
Presidenza,  tenendone  regolare  inventario.  Cura  la  regolarità 
dei  cambi. 

Art.  9.°  Soci.  —  a)  Per  i  Soci  nominati  nella  seduta  inver¬ 
nale  l’iscrizione  avrà  effetto  col  primo  gennaio  dello  stesso  anno; 
per  quelli  nominati  nella  seduta  estiva  decorrerà  dal  primo  gen¬ 
naio  dell’anno  successivo  o  dello  stesso  anno  a  volontà  del  Socio. 

b)  All’atto  d’iscrizione  i  nuovi  Soci  debbono  pagare,  oltre 
alla  tassa  d’ammissione,  la  prima  quota  annuale  e  obbligarsi  per 
scritto  di  far  parte,  almeno  per  tre  anni,  della  Società,  decorsi  i 
quali  l’impegno  s’intenderà  rinnovato  tacitamente  anno  per  anno. 

c)  La  quota  annuale,  fatta  eccezione  di  quella  del  primo 
anno  d’iscrizione,  deve  pagarsi  entro  il  primo  bimestre  dell’anno 
cui  si  riferisce. 

d)  Ogni  Socio  riceverà  un  diploma , con  l’indicazione  della 
sua  iscrizione. 

e)  I  Soci  hanno  diritto  di  presentare  per  la  stampa  me¬ 
morie  e  comunicazioni,  nella  misura  consentita  dal  bilancio 
sociale,  uniformandosi  alle  prescrizioni  del  Eegolamento  speciale 
per  le  pubblicazioni.  Piceveranno  gratuitamente  un  certo  numero 
di  estratti  da  determinarsi  dal  Consiglio. 

f)  Intervengono  alle  adunanze  ordinarie  e  straordinarie, 
alle  escursioni,  ecc.  e  godono  di  quelle  agevolazioni  che  l’ufficio 
di  Presidenza  potrà  volta  a  volta  procurare. 

y)  Hanno  diritto  di  voto,  che  potrà  essere  esercitato  di 
persona  o  per  lettera  (art.  4.°  e  13."  dello  Statuto). 


CLXXXVI 


SOCIETÀ  GEOLOGICA.  ITALIANA 


h)  Possono  usufruire  della  Biblioteca  sociale  tenendo  in 
prestito  libri  ed  altre  pubblicazioni  per  un  tempo  non  maggiore 
di  due  mesi,  purché  si  assumano  per  scritto  ogni  responsabi¬ 
lità  in  caso  di  smarrimento  o  di  deterioramento,  e  sostengano 
le  spese  di  spedizione.  Corrisponderanno  a  tal  uopo  coll’Ar¬ 
chivista. 

i)  Col  primo  aprile  di  ciascun  anno  verrà  sospeso,  previo 
avviso  del  Segretario,  l’invio  delle  pubblicazioni  ai  Soci  che 
non  avessero  ancora  versato  la  quota  dell’anno  precedente. 

k)  Un  Socio  che  non  sia  in  corrente  col  pagamento  della 
quota  annuale  o  non  abbia  altrimenti  soddisfatto  ad  impegni 
presi  colla  Presidenza,  riguardo  a  spese  di  pubblicazioni,  non 
avrà  diritto  di  voto  nelle  assemblee,  non  potrà  presentare  lavori 
per  il  Bollettino  e  non  potrà  usufruire  della  Biblioteca  sociale. 

l)  1  Soci  ordinari  che  volessero  dimettersi  dalla  Società 
presenteranno  per  scritto  alla  Presidenza  le  loro  dimissioni 
entro  il  mese  di  novembre,  altrimenti  saranno  considerati  come 
Soci  anche  per  l’anno  successivo. 

m)  Sarà  radiato  dall’albo  dei  Soci  chi  da  due  anni  abbia 
trascurato  il  pagamento  della  quota  sociale.  La  radiazione  pro¬ 
posta  dal  Consiglio,  per  questa  o  per  altre  ragioni,  dovrà  essere 
approvata  dall’Assemblea  dei  Soci. 

n)  I  Soci  cancellati  dai  ruoli  della  Società  per  dimissioni 
volontarie,  o  perchè  morosi  nei  pagamenti,  potranno  essere  riam¬ 
messi,  purché  soddisfino  alle  disposizioni  dell’art.2.°  dello  Statuto. 
La  riammissione  dei  Soci  morosi  sarà  condizionata  al  pagamento 
delle  quote  che  fossero  rimaste  insolute  ed  alla  liquidazione  di 
ogni  pendenza  che  ancora  avessero  colla  Società. 

o)  Le  Società  e  gl’istituti  pubblici  o  privati  non  possono 
essere  ammessi  al  pagamento  per  una  sol  volta  di  L.  200  in 
sostituzione  della  tassa  annuale. 

Art.  10.°  Pubblicazioni.  —  La  Società  pubblica  le  Memorie 
presentate  nelle  adunanze  o  ricevute  dalla  Presidenza,  in  fascicoli 
in  ottavo,  col  titolo:  Bollettino  della  Società  Geologica  Italiana, 
ad  intervalli  possibilmente  periodici,  unitamente  all’elenco  dei 
Soci,  ai  bilanci  e  ai  verbali  delle  adunanze  ordinarie  e  straor¬ 
dinarie.  Le  norme  relative  alle  pubblicazioni  sono  esposte  in 
apposito  Begolameuto. 


STATUTO  E  REGOLAMENTI 


CLXXXVI1 


Art.  11.0  Cambi  ed  omaggi.  —  La  Società  non  accetta  cambi 
con  pubblicazioni  non  attinenti  alla  Geologia;  non  dà  in  omaggio 
ad  alcuna  persona  o  ad  alcun  Istituto  pubblico  o  privato  la 
serie  delle  proprie  pubblicazioni.  Potrà  il  Consiglio  volta  a  volta 
deliberare  il  dono  di  un  fascicolo  o  di  un  volume  nel  quale 
sianvi  trattati  argomenti  che  interessino  la  persona  o  l’Istituto 
al  quale  vien  fatto  l’omaggio.  Le  proposte  di  cambio  debbono 
essere  accompagnate  da  rapporto  d’un  Socio  incaricato  dal  Pre¬ 
sidente  di  esaminarle  (delib.  Ass.  li  sett.  1912). 

Art.  12.°  Commissione  del  bilancio.  —  Verrà  composta  di 
tre  Soci  nominati  anno  per  anno  dall’Assemblea  invernale  e 
questi  potranno  essere  confermati  o  sostituiti.  Ad  essi  è  devo¬ 
luto  l’esame  dei  bilanci  consuntivi  e  dovranno  presentare  al¬ 
l’Assemblea  opportuna  relazione. 

Art.  13.°  Commissione  per  le  pubblicazioni.  —  Sarà  co¬ 
stituita  dal  Presidente,  dal  Segretario  e  dal  Tesoriere  ;  que¬ 
st’ultimo  sarà  sostituito  dall’Economo,  nel  caso  contemplato  nel 

\ 

comma  b)  dell’Al  t.  2.°  del  Regolamento  generale.  E  facoltà  della 
Presidenza  ricorrere,  in  caso  di  bisogno,  al  giudizio  di  persone 
competenti  estranee  alla  detta  Commissione. 

Art.  14.°  Modificazioni  dello  Statuto.  —  Le  risposte  dei 
Soci  con  il  voto  relativo  a  proposte  di  modificazioni  dello  Sta¬ 
tuto,  di  cui  all’art.  13.°  dello  Statuto  in  vigore,  che  non  fos¬ 
sero  pervenute  alla  Presidenza,  e  per  essa  al  Segretario,  entro 
60  giorni  dalla  data  della  circolare  dell’interpellanza,  non  sa¬ 
ranno  tenute  a  calcolo. 

Lo  scrutinio  dei  voti  verrà  eseguito  non  più  tardi  di  giorni  70 
dalla  data  della  sopra  citata  circolare. 

Le  schede  saranno  conservate  in  Archivio  ed  i  nomi  dei  vo¬ 
tanti  saranno  inseriti  nel  verbale,  il  quale  verrà  pubblicato  con 
le  risultanze  dello  scrutinio  e  distribuito  ai  Soci  dopo  ottenuta 
l’approvazione  governativa,  secondo  prescrivono  i  regolamenti 
sugli  Enti  morali. 

Art.  15.°  Timbro  della  Società.  —  Porterà  scritto  all’in¬ 
torno:  «  SOCIETÀ  GEOLOGICA  ITALIANA  —  MENTE  ET  MALLEO  »  e  nella 
parte  centrale  due  martelli  incrociati. 


REGOLAMENTO  PER  LE  PUBBLICAZIONI 


Accettazione  delle  memorie. 

Art.  l.°  Nel  Bollettino  della  Società  si  pubblicano  solamente 
i  lavori  dei  Soci.  Tuttavia  la  Commissione  per  le  pubblicazioni 
può  ammettere  lavori  fatti  con  la  collaborazione  di  persone  non 
appartenenti  alla  Società,  qualora  tale  collaborazione  porti  il 
concorso  di  altre  scienze  nello  studio  del  tema;  sia  parte  neces¬ 
saria  del  lavoro,  ma  non  ne  costituisca  la  parte  predominante. 

Art.  2.°  Non  si  accettano  lavori  che  siano  di  pura  compi¬ 
lazione. 

Art.  3.°  Non  si  accettano  memorie  nelle  quali  la  parte  cri¬ 
tica  e  le  discussioni  assumano  carattere  di  polemica  personale. 

Art.  4.°  Di  regola  non  è  consentita  la  ristampa  di  memorie 
già  pubblicate  altrove.  Potrà  essere  fatta  eccezione  per  lavori 
d’importanza  speciale,  a  giudizio  inappellabile  della  Commissione 
per  le  pubblicazioni  :  in  questo  caso  sarà  indicato  con  annota¬ 
zione  dove  furono  pubblicati,  ed  il  motivo  per  cui  ne  è  accolta 
la  ristampa. 

Art.  5.°  Non  si  accettano  memorie  di  Soci  che  non  siano 
al  corrente  con  i  pagamenti  dovuti  alla  Società. 

Art.  6.°  Non  saranno  presi  in  considerazione  per  la  stampa 
i  lavori  incompleti  nel  manoscritto  o  nelle  illustrazioni,  o  non 
conformi  alle  norme  di  questo  Regolamento. 


Inserzioni  nei  verbali  delle  Adunanze. 

Art.  7.°  Le  comunicazioni,  le  osservazioui  in  merito  a  lavori 
pubblicati,  i  cenni  relativi  a  presentazione  di  memorie  pel  Bol¬ 
lettino,  saranno  inseriti  nei  verbali  delle  Adunanze  quando  siano 


STATUTO  E  REGOLAMENTI 


CLXXXIX 


letti  nelle  Adunanze  stesse,  e  sia  consegnato  seduta  stante  lo 
scritto  che,  di  regola,  non  deve  superare  due  pagine  di  stampa. 

Gli  Autori  potranno  ritirare  questi  scritti,  prima  che  sia  inco¬ 
minciata  la  stampa  del  verbale,  purché  non  abbiano  dato  luogo 
a  discussioni  da  inserire  nel  verbale  stesso. 

Art.  8.°  I  Soci  che  hanno  preso  parte  a  discussioni  e  desi¬ 
derano  che  siano  inserite  testualmente  nel  verbale  le  loro  osser¬ 
vazioni,  dovranno  in  giornata  consegnarle  scritte  al  Segretario, 
e  non  avranno  facoltà  di  ritirarle,  nè  d’introdurvi  modificazioni 
od  aggiunte. 

Se  i  Soci  non  consegnano  scritte  le  osservazioni  fatte  nelle 
discussioni,  la  Segreteria  si  limiterà  a  porre  un  semplice  ac¬ 
cenno  della  discussione,  col  nome  di  coloro  che  vi  presero  parte. 

Art.  9.°  Per  gli  scritti  da  inserire  nei  verbali  di  regola  non 
sono  mandate  bozze  agli  Autori;  tuttavia,  se  sono  chieste,  il  Se¬ 
gretario  potrà  inviarle,  ma  per  le  sole  correzioni  tipografiche. 

Modificazioni  od  aggiunte,  riferibili  alle  materie  di  tali  scritti, 
potranno  essere  ammesse  solamente  se  fatte  in  forma  di  note, 
da  porre  a  pie’  di  pagina  colla  data  di  presentazione. 

Art.  IO.0  I  titoli  delle  memorie  annunciate  nelle  Adunanze 
non  saranno  inseriti  nei  verbali,  se  al  momento  della  stampa  di 
questi  non  sarà  stato  consegnato  alla  Segreteria  il  manoscritto 
completo. 

Online  nell’inserimento  delle  memorie  nel  Bollettino. 

Art.  11.0  Le  memorie  verranno  date  alla  stampa  secondo 
l’ordine  di  presentazione. 

Art.  12.°  Le  memorie  il  cui  manoscritto  sia  ritirato  provvi¬ 
soriamente  perdono  il  turno  per  la  stampa;  questo  riprenderà 
dal  giorno  della  ripresentazione. 

Art.  13.°  Le  memorie  presentate  un  mese  dopo  l’Adunanza 
estiva  potranno  essere  rimandate  al  Bollettino  dell’anno  seguente. 

Art.  14.°  Alla  fine  di  ciascuna  memoria  sarà  posta  la  data 
di  presentazione  del  manoscritto  e  quella  di  restituzione  delle 
ultime  bozze. 


oxc 


SOCIETÀ  GEOLOGICA  ITALIANA 


Manoscritti. 

Art.  15.°  1  manoscritti  dovranno  essere  in  fogli  di  formato 
eguale,  scritti  da  una  sola  parte  con  caratteri  intelligibili.  Sa¬ 
ranno  sottolineate  con  un  tratto  le  parole  da  stampare  in  corsivo, 
con  due  tratti  le  parole  da  stampare  in  maiuscoletto,  con  linea 
ondulata  le  parole  da  stampare  in  neretto  o  grassetto;  nel- 
l’adottare  questi  diversi  caratteri  gli  Autori  si  atterranno  alle 
consuetudini  del  Bollettino. 

Non  si  accettano  tabelle  che  non  siano  preparate  colla  mas¬ 
sima  precisione. 

Bozze  tipografiche. 

Art.  16.°  Per  le  correzioni  il  Segretario  manderà  all’Autore 
uua  bozza  in  colonna,  che  dovrà  essere  restituita  entro  15  giorni  ; 
una  bozza  in  pagina  da  restituire  entro  8  giorni. 

Se  la  bozza  in  colonna  non  sarà  restituita  entro  il  termine 
suindicato,  la  memoria  perderà  il  suo  turno,  e  sarà  addebitata 
all’Autore  la  somma  stabilita  per  le  composizioni  di  stampa 
giacenti  nelle  tariffe  in  appendice  al  Regolamento.  Kitardan- 
'  dosi  la  restituzione  delle  bozze  in  pagina,  potrà  essere  appli¬ 
cata  la  stessa  misura,  ovvero  sarà  licenziata  la  stampa  limi¬ 
tando  le  correzioni  agli  errori  tipografici  ;  secondo  che  il  Segre¬ 
tario  reputerà  meglio  opportuno  alle  circostanze  di  redazione  del 
Bollettino. 

Art.  17.°  Colla  restituzione  delle  bozze  in  colonna  gli  Autori 
devono  rinviare  anche  il  manoscritto  originale  quando  sia  chiesto. 

Pel  controllo  dei  compensi  straordinari  addebitati  eventual¬ 
mente  dalla  Tipografia,  gli  Autori  quando  restituiscono  le  bozze 
in  pagina  devono  rinviare  sempre  le  bozze  in  colonna,  insieme 
alle  aggiunte  e  varianti  che  vi  abbiano  fatte. 

Dopo  avvenuta  la  distribuzione  del  fascicolo  gli  Autori  po¬ 
tranno  richiedere  la  restituzione  dei  manoscritti  in  esso  stampati. 


STATUTO  E  REGOLAMENTI 


CXCI 


Di  regola  manoscritti  e  bozze  non  saranno  conservati  nell’ Ar¬ 
chivio,  ma  verranno  distrutti  dopo  l’Adunanza  della  Società  im¬ 
mediatamente  successiva  alla  pubblicazione  del  fascicolo  cui  si 
riferiscono. 


Illustrazioni. 

Art.  18.°  Quando  le  memorie  sono  corredate  da  illustrazioni, 
gli  Autori  debbono  presentare  insieme  al  manoscritto  i  relativi 
disegni  colle  loro  leggende.  Per  le  tavole  preparate  con  figure 
fotografate  manderanno  insieme  al  manoscritto  le  sole  positive  ; 
manderanno  poi  le  negative  allo  Stabilimento  cui  sia  commessa 
l’esecuzione,  allorché  ne  ricevano  avviso  dal  Segretario. 

La  Presidenza  può  rifiutare  illustrazioni  che  non  ravvisi  sod¬ 
disfacenti  ;  l’accettamento  delle  illustrazioni  di  qualsiasi  natura 
dovrà  sempre  essere  fatto  per  scritto  col  visto  della  Presidenza. 

Art.  19.°  Gli  autori  possono  essere  autorizzati  a  far  eseguire 
direttamente  le  illustrazioni,  che  siano  state  regolarmente  accet¬ 
tate  ;  ma  prima  di  procedere  alla  tiratura  dovranno  sottoporne 
le  prove  di  stampa  all’approvazione  definitiva,  che  deve  essere 
notata  col  visto  della  Presidenza. 

Art.  20. 0  Le  figure  da  intercalare  nel  testo  non  devono  ecce¬ 
dere  le  dimensioni  di  stampa  della  pagina.  I  relativi  clichés, 
anche  se  eseguiti  a  spese  della  Società,  rimarranno  proprietà 
degli  Autori,  e  ad  essi  saranno  spediti  ultimata  la  stampa. 

Rapporti  tra  la  Presidenza  e  gli  Autori. 

Art.  21.°  Il  Segretario  rappresenta  la  Società  nei  rapporti 
colla  Tipografia  e  cogli  Stabilimenti,  ai  quali  sono  state  commesse 
dalla  Società  le  illustrazioni.  È  vietato  agli  Autori  di  trattare 
direttamente  colla  Tipografia  e  coi  detti  Stabilimenti,  su  quanto 
concerne  i  loro  lavori  accettati  nel  Bollettino,  senza  autorizza¬ 
zione  scritta  rilasciata  dal  Segretario. 

Art.  22.°  11  visto  per  la  stampa  sarà  fatto  dal  Presidente, 
o  dal  Segretario  se  appositamente  delegato. 

Art.  23.°  Manoscritti,  bozze,  disegni  e  simili  saranno  dagli 
Autori  inviati  raccomandati  all’indirizzo  indicato  per  la  corri¬ 
spondenza  nella  copertina  del  Bollettino. 


CXCII 


SOCIETÀ  GEOLOGICA  ITALIANA 


Limiti  del  concorso  della  Società 
nelle  spese  della  stampa. 

Art.  24.°  Le  memorie,  che  ciascun  Socio  potrà  inserire  nel 
Bollettino  dell’anno  in  corso  non  dovranno  complessivamente 
superare  quattro  fogli  di  stampa  (pagine  64);  il  di  più  sarà  a 
carico  dell’Autore,  anche  nella  parte  relativa  agli  estratti.  Per 
le  memorie  composte  colla  collaborazione  ammessa  dall’Art.  l.° 
il  limite  non  varia;  l’eventuale  addebito  deve  essere  soddisfatto 
interamente  dal  Socio. 

Art.  25.°  Quando  si  preveda  che  il  capitolo  del  Bilancio  pre¬ 
ventivo  per  la  stampa  del  Bollettino  —  dopo’ provveduto  a  quanto 
occorre  per  stampare  gli  atti  sociali  —  possa  riuscire  insuffi¬ 
ciente  alla  inserzione  di  tutte  le  memorie  presentate,  il  Segre¬ 
tario  ne  riferirà  al  Presidente. 

La  Presidenza,  accertata  la  situazione  finanziaria,  avvertirà 
gli  Autori  delle  memorie  eccedenti  che  ne  sarà  rimessa  la  pub¬ 
blicazione  al  Bollettino  dell’anno  susseguente,  a  meno  che  essi 
preferiscano  sostenerne  interamente  la  spesa. 

Potranno  tuttavia  essere  ordinate  composizioni  tipografiche, 
in  eccedenza  allo  stanziamento  del  capitolo  suddetto,  quando  sia 
riconosciuto  che  le  spese  possono  essere  coperte  con  sopravanzi 
di  altri  capitoli;  in  caso  diverso  dovrà  essere  depositata  preven¬ 
tivamente  nella  cassa  sociale  la  somma,  che  si  calcoli  necessaria 
per  coprire  l’eccedenza. 

Art.  26.°  Sono  a  carico  degli  Autori  le  spese  per  le  pagine 
in  corpo  8,  per  le  tabelle,  bibliografie,  sinonimie,  correzioni,  ecc. 
eccedenti  i  limiti  stabiliti  nelle  tariffe  poste  in  appendice  al 
Regolamento. 

Limiti  del  concorso  della  Società 
nelle  spese  per  le  illustrazioni. 

Art.  27.°  La  Società  concorre  alle  spese  delle  illustrazioni 
colla  somma  fissata  anno  per  anno  nell’apposito  capitolo  del  Bi¬ 
lancio  preventivo. 


STATUTO  E  REO OLA MENTI 


CXCIII 


Le  spese  di  preparazione  dei  disegni  originali  sono  a  carico 
degli  Autori. 

Gli  Autori  che  sono  stati  autorizzati  a  far  eseguire  diretta- 
mente  illustrazioni,  e  chiedono  alla  Società  il  concorso  nella  spesa, 
devono  accompagnare  la  domanda  colla  fattura  saldata  dello 
Stabilimento  esecutore. 

La  misura  del  concorso  sarà  determinata  caso  per  caso  dalla 
Commissione  per  le  pubblicazioni. 


Estratti. 

Art.  28.°  Agli  Autori  verranno  date  gratuitamente  50  copie 
di  estratti,  tanto  delle  memorie  quanto  delle  comunicazioni  in¬ 
serite  nei  verbali. 

Gli  estratti  avranno  frontespizio  e  copertina  stampata,  se  la 
memoria  raggiungerà  un  foglio  di  stampa;  altrimenti  avranno 
-  copertina  semplice.  Gli  estratti  delle  inserzioni  nei  verbali  non 
avranno  copertina. 

Avranno  sempre  copertina  stampata  il  discorso  del  Presidente 
in  occasione  della  apertura  dell’Adunanza  estiva,  le  Relazioni 
delle  escursioni  sociali  e  le  Necrologie. 

Art.  29.°  Gli  Autori  indicheranno  per  scritto  la  quantità 
di  estratti  che  desiderano  oltre  i  50  concessi  dalla  Società,  e 
potranno  anche  chiedere  che  gli  estratti  inferiori  ad  un  foglio 
di  stampa  siano  provveduti  di  frontespizio  e  copertina  stampata. 
La  spesa  relativa  a  carico  dell’Autore  sarà  conteggiata  in  base 
ai  prezzi  delle  tariffe  poste  in  appendice  al  Regolamento. 

Art.  30. 0  Qualsiasi  impegno  che  un  Socio  abbia  in  rapporto 
a  spese  per  la  pubblicazione  de’  suoi  lavori,  o  per  altri  motivi, 
dovrà  essere  saldato  prima  dell’invio  degli  estratti. 

Quando  gli  estratti  sono  pronti  sarà  inviato  agli  Autori  il 
conto  delle  somme  che  devono  rimborsare  ;  appena  queste  sa¬ 
ranno  state  pagate  verranno  spediti  gli  estratti. 


CXCIV 


SOCIETÀ  GEOLOGICA  ITALIANA 


Tariffe  delle  spese  a  carico  dei  Soci 
nei  casi  previsti  dal  Regolamento  per  le  pubblicazioni. 

A)  Per  ogni  50  estratti  in  più  dei  50  donati  dalla  Società: 

un  foglio . L.  4,00 

mezzo  foglio  o  frazione  di  esso . »  2,00 

copertina  stampata,  ogni  100  copie  o  frazione  »  2,50 

Se  l’A.  non  ha  diritto  a  copertina  stampata,  chiedendola  deve 
pagare  3  lire  per  le  copertine  dei  50  estratti  dati  dalla  Società. 

B)  Per  somma  delle  composizioni  con  carattere  corpo  8  ecce¬ 
dente  2/ 10  della  memoria: 

ogni  pagina  in  più  .  .  L.  1,50 

mezza  pagina  o  frazione  »  0,75 

C)  Per  somma  delle  tabelle  composte  con  linee  ortogonali 
eccedente  ‘/20  della  memoria: 

ogni  pagina  in  più  .  .  L.  4,00 

mezza  pagina  o  frazione  »  2,00 

Nelle  memorie  minori  di  20  pagine  è  ammessa  senza  com¬ 
penso  una  pagina  di  tabelle. 

D)  Per  la  somma  delle  bibliografìe  e  sinonimie  eccedente  2/10 
della  memoria  : 

ogni  pagina  in  più  .  .  L.  0,30 

mezza  pagina  o  frazione  »  0,15 

Al  compenso  si  aggiunge  quello  pel  carattere  corpo  8,  se  la 
stampa  è  con  tale  carattere  e  si  verifica  la  relativa  eccedenza. 

E)  Per  la  somma  delle  scomposizioni  di  una  riga  di  stampa 
eccedente  730  della  memoria: 

ogni  pagina  in  più  .  .  L.  6,00 

mezza  pagina  o  frazione  »  3,00 

F)  Per  gli  spostamenti  voluti  dagli  Autori  nelle  bozze  in 
pagina,  che  portino  a  spostamenti  in  più  pagine,  il  compenso 
sarà  calcolato  in  relazione  al  maggior  lavoro  occorrente. 

G)  Per  le  composizioni  eseguite,  e  rimaste  poi  sospese  per 
cause  da  attribuire  agli  Autori  : 

ogni  pagina  e  mese  di  sospensione  .  .  L.  0,25. 


REGOLAMENTO  PER  IL  PREMIO  MOLON 


Il  comm.  Francesco  Molon  di  Vicenza  nella  seconda  pagina  del  suo 
testamento  olografo  in  data  14  gennaio  1885,  rivolgendo  un  pensiero 
affettuoso  alla  Società  Geologica  Italiana,  della  quale  era  stato  uno  dei 
primi  firmatari  e  da  poco  tempo  eletto  Consigliere,  così  si  esprime  : 

«  Procurando  di  cooperare  secondo  le  mie  forze  alla  dignità  della 
»  patria  coll’incremento  delle  scienze,  lascio  la  somma  di  lire  25000 
»  (venticinquemila)  in  proprietà  alla  rappresentanza  giuridica  della  So- 
»  cietà  Geologica  Italiana  residente  in  Roma,  destinandone  la  rendita 
»  per  una  terza  parte  a  sussidio  delle  spese  di  pubblicazione  delle  Me- 
»  morie  scientifiche,  che  presentate  annualmente  dai  membri  effettivi  sa- 
»  ranno  giudicate  da  stamparsi  sul  Bollettino-  e  per  le  altre  due  terze 
»  parti  da  istituire  concorsi  a  premi  sopra  temi  di  Geologia  e  Paleon- 
»  tologia  proposti  da  apposita  Commissione  di  tre  membri  eletti  dal  Con- 
»  siglio  direttivo.  Altra  Commissione  di  altri  tre  membri,  pure  eletti  dal 
»  Consiglio  direttivo,  giudicherà  le  Memorie  da  premiarsi,  a  maggioranza 
»  di  voti  ». 

La  Società  Geologica,  grata  al  benemerito  consocio,  avendo  inve¬ 
stito  l’intera  somma  in  una  cartella  nominale  di  consolidato  italiano, 
decise  che  la  istituzione  ed  aggiudicazione  del  premio,  dal  nome  dell’il- 
lustre  socio  benefattore,  si  intitolasse]:  Premio  Molon. 

Art.  l.°  Al  premio  Molon  saranno  attribuite  due  terze  parti 
della  rendita  annua  che  deriverà  dalla  cartella  nominale  soprain¬ 
dicata,  prelevate  le  tasse  annue  imposte  e  da  imporsi  propor¬ 
zionalmente  e  qualunque  altra  spesa  che  potesse  incorrere. 

Art.  2.°  Affinchè  i  concorrenti  abbiano  tempo  sufficiente  per 
svolgere  il  tema  che  sarà  proposto  da  apposita  Commissione  di 
tre  membri  eletta  dal  Consiglio  direttivo,  e  perchè  l’entità  del 
premio  stesso  sia  tale  da  incoraggiare  parecchi  a  concorrervi,  il 
premio  sarà  triennale. 

Art.  3.°  Di  regola  il  concorso  verrà  bandito  dal  Consiglio 
direttivo  nell’adunanza  estiva  che  la  Società  tiene  ogni  anno, 
secondo  lo  Statuto  fondamentale,  e  si  chiuderà  nel  marzo  del 


CXCVI 


SOCIETÀ  GEOLOGICA  ITALIANA 


terzo  anno;  nell’adunanza  estiva  susseguente  alla  chiusura  del 
concorso  si  proclamerà  il  risultato  in  conformità  delle  deci¬ 
sioni  della  Commissione  aggiudicatrice,  costituita  di  tre  membri 
nominati  pure  dal  Consiglio  direttivo,  secondo  la  volontà  del 
testatore  e  sarà  bandito  un  nuovo  concorso  pel  triennio  suc¬ 
cessivo. 

Art.  4.°  I  lavori  presentati  pel  concorso  potranno  essere  stam¬ 
pati  o  manoscritti.  Nel  caso  di  lavori  manoscritti  la  Società  si 
riserva  la  prelazione  di  pubblicazione  nel  Bollettino. 

Art.  5.°  Qualora  entro  il  termine  fissato  non  venissero  pre¬ 
sentati  lavori  pel  concorso,  o  nel  caso  che  nessuna  delle  Me¬ 
morie  presentate  fosse  stata  riconosciuta  meritevole  di  premio, 
si  riaprirà,  nel  più  breve  termine  possibile,  il  concorso  con  un 
nuovo  tema,  seguendo  le  norme  stabilite  dall’Art.  2.°  Verifi¬ 
candosi  anche  la  seconda  volta  il  non  conferimento  del  pre¬ 
mio,  la  somma  stanziata  a  questo  scopo  verrà  capitalizzata 
per  la  formazione  di  un  fondo  speciale,  la  cui  rendita  sarà 
annualmente  impiegata  per  le  pubblicazioni  scientifiche  della 
Società. 

Art.  6.°  Dal  fondo  annuo  dei  premi  potrà  il  Consiglio,  volta 
per  volta  e  con  speciali  deliberazioni,  prelevare  piccole  somme 
da  destinare  per  incoraggiamento  a  traduzioni  di  opere  di  Geo¬ 
logia  e  Paleontologia  dal  tedesco  e  dall’inglese,  secondo  la  espressa 
volontà  del  donatore  Molon. 

Art.  7.°  Pel  maggiore  interesse  della  scienza  e  per  la  pro¬ 
sperità  della  Società  Geologica  Italiana,  che  furono  gli  scopi 
della  generosa  elargizione  Molon,  il  Consiglio  si  riserva  di  fare 
proposte  intorno  a  modificazioni  anche  essenziali  al  presente 
Regolamento,  e  in  seguito  alle  difficoltà  che  fossero  per  incon 
trarsi  seguendo  troppo  letteralmente  le  indicazioni  testamentarie 
relative  ai  modi  del  concorso. 


NUOVE  RICERCHE 

IN  ROCCIE  TERZIARIE  DI  SEDIMENTO 


Nota  del  dott.  I.  Chelussi 


In  un  mio  precedente  lavoro,  pubblicato  nel  1910  C  trattai 
della  presenza  di  minerali  caratteristici,  come  glaucofani,  stau- 
rolite,  andalusite,  cloritoide,  cianite,  ecc.,  che,  prima  dall’ing.  F. 
Salmoiraghi  e  poi  dallo  scrivente,  furono  trovati  nei  residui 
sabbiosi  ottenuti  dalla  decalcificazione  di  molti  calcari  e  di 
molte  arenarie  mioceniche  dell’Italia  centrale.  E  siccome  ritrovai 
i  predetti  minerali  soltanto  in  roccie  di  sedimento  paleontolo¬ 
gicamente  riferite  all’elveziano  e  al  tortoniano,  secondo  piano 
mediterraneo  del  Suess,  mentre  mancavano  affatto  in  quelle  più 
antiche  del  langhiano,  del  miocene  inferiore,  dell’eocene  e  di 
moltissime  roccie  secondarie,  così  dedussi  che  un  criterio  sicuro 
per  poter  distinguere  l’elveziano  dal  langhiano,  ecc.,  era  la  pre¬ 
senza  o  la  mancanza  nella  roccia  di  sedimento  dei  precitati  mi¬ 
nerali. 

Accennai  inoltre  alla  probabilissima  provenienza  da  occi¬ 
dente  di  questi  stessi  minerali  per  effetto  del  dilavamento  pro¬ 
dotto  da  correnti  acquee  sopra  un  massiccio  di  scliisti  cristal¬ 
lini  a  glaucofani,  cianite  e  cloritoide,  che  doveva  esistere,  tra 
la  fine  del  langhiano  ed  il  principio  dell’elveziano,  in  un’area 
presso  a  poco  compresa  tra  le  Alpi  Marittime,  la  Corsica  e  la 
costa  ligure-toscana,  i  cui  residui  esistono  tuttora  sulla  costa 


1  Sulla  presenza  di  minerali  caratteristici,  etc.  Atti  Soc.  ligustica  Se. 
nat.,  fase.  2°,  1910. 


1 


2 


I.  CHELUSSI 


stessa  ed  in  alcune  isole  dell’Arcipelago  toscano,  come  il  Giglio 
e  la  Gorgona  l. 

I  dubbi  emessi  su  questi  risultati  da  persone  competenti  2, 
ma  più  che  altro  il  desiderio  di  vedere  se  i  criteri  sopra  esposti 
fossero  applicabili  a  roccie  terziarie  di  altre  regioni  d’Italia  e 
di  fuori,  m’indussero  a  prendere  in  esame  quanti  più  potevo 
campioni  di  roccie  specialmente  mioceniche;  e  perciò  mi  rivolsi 
a  professori  di  geologia  degli  Istituti  superiori  d’Italia,  i  quali 
in  gran  parte  aderirono  al  mio  desiderio,  inviandomi  copioso 
e  talvolta  prezioso  materiale  da  studio.  A  tutti  coloro  che  mi 
hanno  favorito  esprimo  il  sentimento  sincero  della  mia  rico¬ 
noscenza. 

Espongo  quindi  i  nuovi  risultati  ottenuti  raggruppando  le 
roccie  esaminate  in  regioni  e  ordinandole  secondo  il  tempo  in¬ 
cili  mi  pervennero  e  furono  studiate. 


SARDEGNA. 

Debbo  al  venerando  patriotta,  all’illustre  scienziato  Dome 
nico  Lovisato  dell’Ateneo  di  Cagliari  la  seguente  ricchissima  rac 
colta  di  materiale  miocenico  sardo,  dettagliatissimo,  e  con  i  cenni 
paleontologici  principali  per  ogni  campione. 


Capo  S.  Elia  (Cagliari), 

Sono  campioni  di  calcare  compatto,  di  calcari  più  o  meno 
argillosi,  di  grès  e  di  sabbie  che  si  seguono  dal  n.  1  in  alto 
al  n.  11  in  basso. 

Campione  n.  1.  —  Calcare  compatto  superiore,  ricchissimo 
di  fossili,  bianco-gialliccio.  Dopo  trattamento  con  HC1  rimase 
un  residuo  estremamente  scarso  in  cui  di  notevole  non  ho  tro- 

1  Chetassi  I.,  Alcune  roccie  dell’isola  del  Giglio.  Giorn.  Min.  cristall. 
e  petrogr.,  Pavia,  1893. 

2  Itene!.  Acc.  Lincei,  agosto,  1910. 

Manasse  E.,  Le  roccie  della  Gorgona.  Atti  Soc.  tose,  di  Se.  nat.T. 
Meni.  XX,  pag.  36,  Pisa,  1904. 


ROCCIE  TERZIARIE  DI  SEDIMENTO 


3 


vato  che  scagliette  limpide,  trasparenti,  a  vivacissimi  colori  di 
polarizzazione,  con  indice  di  rifrazione  compreso  tra  1,52  e  1,54, 
per  cui  le  ritenni  per  scagliette  di  gesso.  La  saturazione  con 
ammoniaca  ed  il  trattamento  con  ossalato  ammoniaco  dette  os¬ 
salato  di  calce  insolubile  in  acido  acetico  e  solubile  in  HC1. 

Campione  n.  2.  —  Calcare  a  pecten  e  psammoechìnus  casa- 
ìensis  Cotteau,  allo  sperone  sotto  il  Capo  di  S.  Elia.  Come  il 
precedente,  più  qualche  scaglietta  di  muscovite. 

Campione  n.  3.  —  Calcare  argilloso,  compatto,  a  fucoidi, 
spatangidae,  ecc.,  sopra  la  grotta  della  Foca  e  sotto  il  Capo  di 
S.  Elia.  Per  la  composizione  del  residuo  si  comporta  come  le 
precedenti. 

Campione  n.  4.  —  Primo  banco  di  calcare  compatto  a  li- 
tìiothamnium ,  sotto  il  Capo  di  S.  Elia.  Nello  scarsissimo  resi¬ 
duo  dopo  trattamento  con  HC1  ho  visto  quarzo,  feldspati,  clo- 
rite  e  muscovite. 

Campione  n.  5.  —  Grès  a  Saltella ,  sotto  i  calcari  al  Capo 
di  S.  Elia.  Scarso  il  residuo  dopo  decalci ticazione  ed  in  esso 
ho  visto  zircone,  granato,  muscovite,  tormalina  bruna,  augite 
verde-bottiglia.  La  calamita  non  vi  ha  nessun’azione. 

Campione  n.  6.  —  Grès  calcareo-si liceo  ad  Arbacina  Piac 
e  Fibularia  sp.,  fra  i  grès  a  Scutella  al  Capo  S.  Elia,  versante 
del  Poetto.  Nello  scarso  residuo  ottenuto  dopo  decalcificazione 
ho  potuto  vedere  biotite  e  muscovite,  tormalina  bruna,  zircone, 
granato  ed  epidoto. 

Campione  n.  7.  —  Grès  dei  massi  crollati  a  mare  al  Poetto. 
La  composizione  mineralogica  del  residuo  è  identica  alla  pre¬ 
cedente. 

Campione  n.  8.  —  Grès  sottostante  al  n.  5  contenente  an¬ 
cora  Scutellae,  ma  anche  ricco  in  Clypeaster,  Balanidi,  Ostree,  ecc. 

Scarsissima  la  parte  a  forte  peso  specifico  ;  però  in  essa  ab¬ 
bondano  i  minerali  caratteristici  che  in  ordine  di  frequenza 
sono,  oltre  al  quarzo  e  ai  feldspati  della  parte  leggera;  zircone, 
granato,  epidoto,  muscovite  e  biotite;  più  rari  tormalina ,  ru¬ 
tilo,  cianite,  glaucofanc,  di  questo  due  soli  granuli  in  tre  scarse 
preparazioni,  uno  di  spinello  verde  ed  uno  d Hperstene  a  pleo- 
croismo  dal  verde  al  rosso  e  con  w^>l,66. 


4 


I.  CHELUSSI 


Campione  n.  9.  —  Sabbioni  calcarei  argillosi  sotto  il  grès 
precedente,  ricchi  di  rizopodi. 

Il  residuo  dopo  trattamento  con  HC1  è  bruno-verdastro.  La 
calamita  non  attrae  alcun  granulo  della  parte  pesante  che  ri¬ 
sulta  principalmente  da  biotite  e  muscovite,  e  poi  da  zircone, 
da  tormalina  bruna  e  di  color  vinato,  da  granato  e  da  epi¬ 
doto. 

Campione  n.  10.  —  Nuclei  sabbiosi  nel  grès  precedente. 
Hanno  composizione  identica  alla  roccia  precedente  che  li  con¬ 
tiene,  ma  moltissimi  granuli  opachi  indeterminabili. 

Campione  n.  11.  —  Sabbia  inferiore  a  circa  due  metri  sul 
mare,  dalla  quale  esce  Tunica  fonte  la  Mitza  di  Su  Nei. 

L’analisi  petrografia  non  mi  ha  dato  che  scarsissimo  re¬ 
siduo  formato  in  totalità  da  granuli  opachi. 

Dall’esame  di  questi  undici  campioni  risulta,  stando  all’a¬ 
nalisi  petrografia,  che  al  Capo  di  S.  Elia  esiste  tutta  la  serie 
stratigrafia  dal  langhiano  del  n.  11  al  miocene  superiore  (zona 
dei  gessi)  del  n.  1.  I  calcari  dal  n.  6  al  n.  8  rappresentereb¬ 
bero  per  la  presenza  del  glaucofane  il  secondo  piano  mediter¬ 
raneo  del  Suess. 


Tangaria  (Cagliari). 

Bingia  Targerì. 

La  potenza  complessiva  della  formazione  miocenica  di  questa 
località  è,  secondo  i  dati  fornitimi  dal  prof.  Lovisato,  di  m.  9,29; 
esso  ritiene  inghiaili  i  grès  fossiliferi  che  la  formano,  perfet¬ 
tamente  corrispondenti  allo  Schlier  del  Baden  e  dell’Austria. 

Vi  furono  raccolti  28  campioni  e  di  questi  ne  analizzai 
circa  i  due  terzi;  di  tutti  do  le  indicazioni  generali  e  di  quelli 
esaminati  Tanalisi  petrografica,  la  quale  mi  è  risultata  negativa 
per  quanto  riguarda  la  presenza  dei  soliti  minerali  caratteristici. 

N.  1.  —  È  un  banco  della  potenza  di  m.  0,35,  della  così 
detta  pietra  forte,  privo  d’ogni  sorta  d’organismi. 

Estremamente  scarso  il  residuo  dopo  decalcifìcazione  nel 
quale  ho  visto  soltanto  quarzo  e  feldspati  di  natura  piuttosto 
acida,  stando  all’indice  di  rifrazione. 


ROCCIE  TERZIARIE  DI  SEDIMENTO 


5 


N.  2.  —  Straterello  di  m.  0,34,  bianco  farinoso,  calcarifero 
ed  un  poco  siliceo  e  ricco  di  foraminifere.  La  parte  indisciolta 
da  HC1  non  è  scarsa  ma  è  formata  solo  da  quarzo,  feldspati, 
biotite,  moscovite,  clorite  e  granuli  opachi  indeterminabili. 

N.  3.  —  Straterello  della  potenza  di  m.  0,30  della  così 
detta  creta  cattiva,  privo  d’organismi. 

È  un’arenaria,  pochissimo  effervescente,  formata  da  quarzo, 
feldspati,  biotite,  muscovite  e  pochissima  clorite. 

N.  4.  —  Straterello  di  m.  0,12,  poverissimo  di  fossili.  Si 
comporta  come  il  precedente  del  quale  ha  la  stessa  composi¬ 
zione  mineralogica. 

N.  5.  —  Straterello  di  m.  0,15  della  così  detta  terra  sab¬ 
biosa ,  ricco  di  foraminifere  e  con  qualche  dente  di  pesce.  Non 
differisce  dai  due  strati  precedenti,  ma  contiene  oltre  i  quattro 
componenti  sopra  citati,  anche  granuli  sferici  neri,  riferibili 
probabilmente  ad  organismi. 

N.  6.  —  Straterello  di  sabbia  della  potenza  di  m.  0,17  con 
poche  nodosarie  e  cristeìlarie.  La  parte  pesante  è  quasi  nulla,  e  di 
15-18  granuli,  tre  sono  riferibili  al  granato,  alcuni  sono  opachi, 
altri  riferibili,  stando  all’indice  di  rifrazione,  a  feldspati  basici. 

N.  7.  —  Straterello  di  terra  cattiva  della  potenza  di  m.  0,21 
con  molte  nodosarie ,  glandoline,  ecc.  Non  vi  ho  potuto  notare 
che  pochissimi  granuli  sferici. 

N.  8.  —  Straterello  di  m.  0,26  di  sabbie  con  pochissime  fora¬ 
minifere,  qualche  dente  di  ganoide  e  frammenti  di  conchiglie. 

Non  esaminato. 

N.  9.  —  Straterello  di  circa  m.  0,18  di  terra  cattiva,  ric¬ 
chissimo  in  foraminifere  e  con  ittioliti. 

Nel  residuo  molto  scarso  ho  visto  molti  granuli  bruni,  gra¬ 
nato  e  tormalina  bruna. 

N.  10.  —  Straterello  di  pietra  forte  senza  organismi. 

Non  esaminato. 

N.  11.  —  Straterello  di  m.  0,28  della  così  detta  creta  buona , 
ricchissimo  in  foraminiferi,  ittioliti,  echinodermi  e  parecchie  bi¬ 
valvi.  Niente  di  notevole  all’esame  petrografìco. 

N.  12.  —  Straterello  di  m.  0,11  ricco  in  fossili  come  il  pre¬ 
cedente. 

Non  esaminato. 


6 


I.  CHELUSSI 


N.  13.  —  Straterello  di  m.  0,29  di  creta  buona ,  ricchissimo 
in  foraminiferi,  pesci,  echinidi,  ed  anche  corallari.  Vi  ho  visto, 
nella  parte  pesante,  estremamente  scarsi  granato,  zircone,  tor¬ 
malina  bruna,  muscovite  e  pochi  granuli  opachi. 

N.  14.  —  Strato  di  m.  0,67  detto  Pietra  cantone ,  ricchis¬ 
simo  in  foraminiferi,  pesci  \Neptunus  granulatus].  La  parte 
pesante  è  rappresentata  da  circa  una  cinquantina  di  granuli 
tra  i  quali  ho  potuto  determinare  poco  granato  e  poca  torma¬ 
lina  bruna. 

Ritengo  questa  pietra  cantone  della  Sardegna  differente  e 
di  età  più  antica  di  quella  di  Sicilia  (Messina) 1  e  di  Rosi- 
gnano  in  Piemonte,  perchè  in  queste  ultime  due  ritrovai  mine¬ 
rali  caratteristici  tra  i  quali  principalmente  il  glaucofane. 

N.  15.  —  Straterello  di  arenaria  friabilissima  di  m.  0,16 
più  ricco  in  fossili  dei  precedenti,  specialmente  in  echino- 
dermi. 

Non  esaminato. 

N.  16.  —  Straterello  di  m.  0,32  di  sabbie  così  dette  forti 
povero  in  fossili. 

Non  esaminato. 

N.  17.  —  Straterello  di  ni.  0,24  della  così  detta  creta  buona; 
è  uno  dei  più  ricchi  in  fossili  perchè  contiene  anche  le  sepie. 
Nella  parte  pesante  vi  sono  granuli  bruni  sferici  e  qualche 
cristalletto  di  tormalina. 

N.  18.  —  Straterello  di  m.  0,10  detto  cuor  di  macigno  con 
frammenti  di  organismi. 

Non  esaminato. 

N.  19.  —  Straterello  di  m.  0,19  ricchissimo  di  fossili.  Tor¬ 
malina  bruna,  zircone  e  granuli  opachi. 

N.  20.  —  Straterello  di  m.  0,07  della  così  detta  sabbia 
forte,  abbastanza  ricco,  specialmente  in  foraminifere. 

Non  esaminato. 

N.  21.  —  Straterello  di  m.  0,32,  creta  buona ,  ricco  in  fo¬ 
raminifere  e  pesci.  Nessun  deposito  nel  liquido  Clerici  a  2,8. 
La  parte  più  leggera  è  formata  da  quarzo,  feldspati  e  poca 
clorite. 


1  Sulla  presenza  ecc.,  1.  c. 


ROCCHE  TERZIARIE  DI  SEDIMENTO 


I 


N.  22.  - —  Straterello  di  m.  0,18  della  così  detta  barra  o 
creta  dura  ricco  in  fossili.  Tormalina,  zircone  e  granuli  bruni 
nella  parte  pesante;  quarzo  e  feldspati  nella  più  leggera. 

N.  23.  —  Strato  di  m.  1,45  di  creta  fina  ricco  in  forami- 
nifere  ed  in  pesci.  Non  dà  alcun  deposito  nel  liquido  e  den¬ 
sità  di  2,7. 

N.  24.  —  Straterello  di  m.  0,19  della  barra  o  creta  dura  ; 
è  forse  lo  strato  più  ricco  di  tutta  la  sezione  in  foramiuiferi 
«d  anche  in  ittioliti  con  molti  radioli  di  echini. 

Non  esaminato. 

N.  25.  —  Strato  di  m.  1,55  detto  creta  fina  e  ricchissimo 
in  foraminifere,  crostacei  e  pesci. 

Non  esaminato. 

N.  26.  —  Straterello  di  m.  0,26  della  così  detta  barra  o 
creta  dura,  ricchissimo  di  fossili;  questo  e  il  campione  succes¬ 
sivo  hanno  colore  rosso  mattone,  mentre  gli  altri  sono  bianco¬ 
giallastri.  La  sua  parte  pesante  risulta  da  molti  granuli  sferici, 
opachi,  e  di  pochi  granuli  di  tormalina  e  di  granato  e  da  pa¬ 
gliette  di  moscovite. 

N.  27.  —  Straterello  di  m.  0,75  ricchissimo  in  fossili  come 
*  il  precedente.  La  parte  non  attaccata  da  HCI  risulta  più  ab¬ 
bondante  che  nei  campioni  precedenti  ed  è  formata  da  quarzo, 
feldspati,  tormalina,  granato,  biotite  e  muscovite,  ma  più  che 
altro  da  granuli  opachi. 

Non  v’è  dubbio  dal  punto  di  vista  mineralogico  che  questa 
formazione  appartenga  al  langhiano,  perchè  tutti  i  suoi  cam¬ 
pioni  mi  sono  risultati  privi  dei  minerali  caratteristici  ;  si  sa 
bene  che  zircone,  tormalina  e  granato  sono  comuni  ad  una 
grandissima  quantità  di  roccie  sedimentarie  di  tutte  le  età. 


Colle  S.  Michele  (Cagliari). 

Di  questa  formazione,  ritenuta  dal  prof.  Lovisato  come  lan¬ 
ghiano  passante  ad  elveziano,  ne  ho  trentatre  campioni  dei  quali 
ho  esaminato  la  massima  parte.  L’indagine  petrogratìca  conferma, 
a  parer  mio,  come  si  vedrà,  la  determinazione  stratigrafica  fon¬ 
data  sullo  studio  dei  fossili. 


8 


I.  CIIELUSSI 


N.  1.  —  Calcare  argilloso  tipico,  sopportante  una  pila  di 
calcari  compatti  sempre  elveziani.  Dalla  roccia  bianco-gialla¬ 
stra  ho  ottenuto  dopo  decalcifìcazione  pochissimi  e  minutissimi 
granuli  tra  cui  ho  potuto  vedere  zircone,  granato,  tormalina  e 
due  granuli  minutissimi  di  orneblenda  basaltica  (?). 

N.  2.  —  Calcare  simile  al  precedente,  ricchissimo  di  fossili. 
Quasi  nulla  la  parte  pesante  nella  quale  ho  visto  soltanto  tor¬ 
malina  bruna  e  zircone. 

N.  3.  —  Altro  calcare  più  ricco  del  precedente  in  fossili. 

Non  esaminato. 

•  N.  4.  —  Calcare  argilloso,  gialliccio,  talora  zonato,  friabi¬ 
lissimo.  Meno  ricco  in  fossili  del  precedente.  Oltre  quarzo  e 
feldspati  non  vi  ho  visto  che  zircone  e  tormalina  bruna. 

N.  5.  — -  Calcare  come  il  precedente,  non  esaminato,  come 
pure  i  numeri  6  e  7  che  sono  calcari  giallo-cinerei  ricchissimi 
in  foraminifere  e  con  GJionosoma  Lovisatoi  e  Pecten  Mcdvinae. 

N.  8.  —  Argilla  calcarea  oscura,  della  potenza  di  un  metro, 
ricchissima  in  foraminifere. 

La  parte  indisciolta  dall’acido  è  alquanto  più  abbondante 
che  negli  altri  campioni,  ma  non  vi  ho  potuto  vedere  che 
quarzo,  feldspati  e  poi  zircone  e  tormalina  estremamente  scarsi.  * 

N.  9.  —  Argilla  calcarea  più  gialla  e  meno  ricca  in  fos¬ 
sili  dei  campioni  precedenti.  Anche  qui  ho  visto  scarsissimi  gra¬ 
nato,  zircone  e  tormalina. 

N.  10.  —  Grès  calcareo  con  avanzi  della  decomposizione 
delle  granuliti;  è  povero  di  fossili.  La  parte  pesante  contiene 
granuli  bruni,  opachi,  zircone,  granato,  ed  un  unico  grandetto 
alteratissimo,  ma  con  gli  orli  di  un  grigio-ceruleo  pallido  quasi 
insensibilmente  pleocroico,  che  riferisco  molto  dubitatamente  ad 
un  antibolo  azzurro. 

N.  11.  —  Grès  calcareo.  Non  esaminato. 

N.  12.  —  Calcareo  argilloso  un  po’  più  duro  dei  precedenti, 
a  grana  fina,  poverissimo  di  fossili.  Piuttosto  abbondante  la 
parte  a  forte  peso  specifico,  nella  quale  ho  visto  non  troppo 
abbondanti  i  seguenti  minerali,  oltre  il  quarzo  e  i  feldspati  della 
parte  più  leggera:  biotite  e  moscovite,  zircone,  granato,  epi¬ 
doto,  zoisite,  antibolo  verde,  tormalina  bruna  e  andalusite  rico- 


ROCCIE  TERZIARIE  DI  SEDIMENTO 


9 


noscibile  per  il  pleocroismo  e  per  l’indice  di  rifrazione  compreso 
tra  1,62  e  1,65. 

N.  13.  —  Grès  calcareo  compattissimo  a  lithotharanium  e 
frammenti  di  echinidi,  della  potenza  di  m.  0,20. 

Abbondantissima  la  parte  insoluta  dall’acido,  ricchissima  di 
moscovite;  scarsa  molto  la  parte  a  peso  specifico  superiore  a 
2,85  nella  quale  però  ho  trovato  i  minerali  del  campione  prece¬ 
dente  ma  con  maggior  abbondanza,  specialmente  V andalusite  che 
si  mostra  piuttosto  frequente  e  in  individui  più  grossi  degli  altri 
elementi. 

N.  14.  —  Grès  calcareo  giallastro  a  briozoi  abbastanza  ricce 
di  foraminifere,  echinidi,  cirripedi  e  molti  anellidi,  della  po¬ 
tenza  di  0,90. 

Contiene  i  minerali  precedenti  più  il  rutilo  e  la  titanite. 

N.  15.  —  Calcare  sabbioso  zonato  molto  ferruginoso  della 
potenza  di  m.  0,80. 

Non  esaminato. 

N.  16.  —  Calcare  argilloso  povero  di  foraminifere  ma  ricco  di 
radioli  di  echinidi  e  piccoli  molluschi,  della  potenza  di  m.  0,50. 

Vi  ho  trovato  zircone,  granato,  tormalina,  epidoto  frequente, 
non  andalusite. 

N.  17.  —  Non  esaminato. 

N.  18.  —  Calcare  argilloso  friabilissimo  sènza  noduli  fer- 
rugginosi,  ricco  di  foraminifere  e  della  potenza  di  m.  1,30. 

La  parte  separata  col  liquido  densimetrico  è  più  abbondante 
che  negli  altri  campioni  e  vi  ho  notato  granato,  zircone,  epi¬ 
doto,  zoisite  con  angolo  di  estinzione  di  30°,  tormalina  bruna 
e  frequente  andalusite  con  pleocroismo  talora  leggerissimo,  ta¬ 
lora  intenso. 

N.  19.  —  Straterello  di  m.  0,25  di  calcare  giallo-cinereo 
compattissimo  e  durissimo  con  nidi  di  calcite  e  pochi  forami- 
niferi. 

Nel  residuo  pesante  ho  visto  zircone,  granato,  epidoto,  an¬ 
dalusite. 

N.  20.  —  Calcari  argillosi  oscuri  con  noduli  ferrugginosi,  ricco 
di  foraminifere  e  con  pochi  ittioliti  e  della  potenza  di  m.  2,50. 

Nella  parte  pesante  scarsissima  ho  veduto  zircone,  granato, 
tormalina,  andalusite,  e  due  granuli  bruno-verdastri,  inattivi 


10 


I.  CHELUSSI 


alla  luce  polarizzata,  con  indice  di  rifrazione  superiore  al  li¬ 
quido  Thoulet  a  densità  3,19,  riferibili,  specialmente  per  il  co¬ 
lore,  allo  spinello  ferrifero.  Yi  si  trovano  pure  numerosi  granel- 
lini  sferici  che  si  stracciano  con  facilità  tra  due  vetri  e  pro¬ 
ducono  piccole  macchie  sanguigne,  probabilmente  dovuti  ad 
accumulazioni  di  polvere  ematitica. 

N.  21.  —  Arenaria  grossolana  compatta,  cinerea,  non  man¬ 
cante  di  foraminifere  e  della  potenza  di  circa  m.  0,65. 

Dopo  decalcificazione  lascia  un  residuo  che  è  poco  meno 
della  metà  della  roccia  adoperata  e  ricco  di  pagliette  musco- 
vitiche. 

E  forse  il  campione  il  più  abbondante  in  minerali  caratte¬ 
ristici.  Vi  ho  visto  oltre  biotite  e  muscovite,  l’andalusite  fre¬ 
quente,  l’epidoto  abbondante,  l’orneblenda  verde  e  lo  spinello 
ferrifero,  questo  però  molto  scarso;  poi  zircone  e  granato. 

N.  22.  —  Arenaria  assai  più  argillosa  e  più  chiara  ed  a 
grana  assai  più  fine  della  precedente,  ricchissima  in  foramini- 
feri,  echinidi,  pesci,  pecten,  anellidi  e  qualche  balanus;  spes¬ 
sore  m.  0,70. 

Piuttosto  abbondante  la  parte  che  affonda  nel  bromomercu- 
riato  di  bario  a  cl  —  2,9  ed  è  formata  in  gran  parte  da  gra¬ 
nuli  bruni  opachi  a  contorni  irregolari  e  da  pochi  elementi  in¬ 
colori  e  torbidi  con  n  sempre  minore  di  1,66.  Di  minerali  non 
vi  ho  visto  che  scarse  pagliette  di  muscovite,  rari  granuli  di 
granato,  epidoto  e  cristalletti  di  zircone. 

La  calamita  attrae  qualche  granuletto  di  magnetite  e  d’il- 
menite. 

N.  23.  —  Argilla  calcarea  con  noduletti  ferruginosi,  fria¬ 
bilissima;  è  lo  strato  più  ricco  di  fossili  del  Colle  di  S.  Michele. 

Yi  sono  quasi  tutti  i  minerali  caratteristici,  cioè,  muscovite, 
zircone,  granato,  tormalina,  epidoto,  andalusite,  titanite,  augite 
verde.  Un  grosso  cristallo  di  andalusite  a  pleocroismo  molto 
intenso  contiene  inclusioni  di  biotite  (?). 

N.  24.  —  Calcare  argilloso  con  molti  radioli  di  echini  e 
molte  foraminifere  e  molti  pesci  ;  potenza  circa  1  metro. 

Nello  scarsissimo  residuo  pesante,  ho  trovato  moltissimi  cri¬ 
stalletti  di  zircone,  poi  rari  granato,  tormalina,  epidoto  e  anda- 
lusite. 


ROCCIE  TERZIARIE  DI  SEDIMENTO  11 

I  campioni  dei  numeri  25,  26,  27,  28,  29  formati  da  cal¬ 
cari  argillosi  e  arenarie  calcaree  che  tutti  insieme  vengono  a 
formare  uno  spessore  di  poco  più  di  1  metro,  contengono  po¬ 
chissimi  minerali  caratteristici  e  sembra  che  rappresentino  un 
periodo  di  deiezione  in  cui  le  correnti  avevano  pochissima  forza 
e  non  potevano  trasportare  la  piccola  parte  dei  minerali  più 
pesanti,  che  sono  i  più  caratteristici  ;  rappresenterebbero  perciò 
un  periodo  di  magra  del  corso  d’acqua  che  li  formò  ed  a  que¬ 
sta  ipotesi  darebbe  valore  anche  l’alta  percentuale  in  sostanza 
argillosa  che  viene  eliminata  col  lavaggio. 

N.  30.  —  Sabbia  argillosa  oscura  con  molti  radioli  di  echi  - 
nidi  e  poche  foraminifere,  della  potenza  di  in.  3. 

Nella  scarsissima  parte  pesante  ho  trovato  zircone,  granato, 
epidoto,  zoisite  e  rutilo. 

N.  31.  —  Argilla  calcarea  bianca,  ricca  in  foraminiferi,  con¬ 
tenente  anche  pesci  ed  echinidi  con  elementi  delle  granuliti. 

La  scarsissima  parte  pesante  risulta  da  granuli  bruni  opachi, 
dei  quali  alcuno  ha  forma  sferica;  pochi  granuli  incolori  e  tor¬ 
bidi  non  mi  sembrano  facilmente  determinabili;  v’è  pure  qualche 
granulo  di  epidoto  e  di  granato. 

N.  32.  —  Arenaria  calcarea  quasi  sterile. 

Non  esaminata. 

N.  33.  —  Sabbie  grossolane  sciolte  con  immensa  quantità 
di  radioli  di  piccoli  echinidi  e  con  nuclei  calcarei  grossi. 

Le  sabbie,  per  niente  argillose  e  poco  effervescenti,  mi  hanno 
dato,  nella  parte  pesante,  zircone  frequente,  granato,  tormalina, 
epidoto,  andalusite  e  rutilo. 

I  nuclei  calcarei  non  mi  hanno  dato  minerali  più  pesanti 
di  2,85. 

Dall’esame  di  tutti  questi  campioni  si  può  dire  che  essi  fino 
al  campione  n.  10  rappresentano  il  langhiano;  dal  n.  11  in 
avanti  essi  rappresentano  il  secondo  piano  mediterraneo  del  Suess 
o  per  lo  meno  il  solo  elveziano.  È  ben  vero  che  in  questi  cal¬ 
cari  di  S.  Michele  non  ho  trovato  gli  antiboli  azzurri  e  la  stau- 
rolite,  ecc.,  caratteristici  per  molte  roccie  elveziane  dell’Italia 
centrale  ;  ma  bisogna  osservare  che  un  insieme  di  minerali,  co¬ 
me  epidoto,  zoisite,  granato,  tormalina,  rutilo,  ecc.,  non  fu  an¬ 
cora  ritrovato  per  roccie  di  età  diversa  dall’elveziano  ;  ed  inoltre 


12 


I.  CHELUSSI 


che  Yandalusite,  la  quale  diffusissima  nei  calcari  del  colle  di 
S.  Michele  impartisce  ai  medesimi  un  carattere  affatto  speciale, 
non  fu  ritrovata  fin  qui,  dall’ing*.  Salmoiraghi,  che  nel  calcare 
semiduro  miocenico  di  Mendiciue  in  provincia  di  Cosenza,  in¬ 
sieme  all’epidoto,  all’attinoto  ed  alla  staurolite  \  località  appros¬ 
simativamente  alla  stessa  latitudine  del  colle  di  S.  Michele. 

Quindi  in  questi  calcari  elveziani  il  minerale  caratteristico 
sarebbe  l’audalusite  invece  degli  antiboli  azzurri. 


SICILIA. 

Ebbi  alcuni  campioni  di  calcare  miocenico  della  provincia 
di  Siracusa  dal  prof.  G.  Albo  dell’Istituto  tecnico  di  Modica. 

Il  loro  esame  petrografico  mi  ha  dato  i  risultati  seguenti: 

\ 

1.  Favarotta,  fra  Noto  e  Modica.  —  E  un  calcare  bianco, 
farinoso,  poroso,  che  ha  nell’aspetto  esterno  grandissima  somi¬ 
glianza  col  calcare  bianco  (pietra  gentile)  langhiano  del  Foggio 
Picenze  nell’Abruzzo  aquilano. 

Dopo  trattamento  con  HC1  il  residuo  è  quasi  nullo  e  for¬ 
mato  da  quarzo,  feldspati,  da  un  granulo  di  granato  e  da  uno 
piuttosto  grosso  di  augite  verde-bottiglia. 

2.  Salto,  tra  Modica  e  Scicli.  —  E  un  calcare  grigiastro 
con  odore  di  idrocarburi.  Residuo  nullo. 

3.  Morio  presso  Scicli.  —  Calcare  granelloso,  bianco-gial¬ 
liccio  chiaro.  Su  27  grammi  non  si  ha  residuo  apprezzabile. 

Non  vi  ha  dubbio  che  questi  calcari  siano  da  riferirsi  to¬ 
talmente  al  langhiano. 


VENETO. 

Debbo  alla  cortesia  del  chiarmo  prof.  G.  Dal  Piaz  dell’Uni¬ 
versità  di  Padova  l’aver  potuto  esaminare  alcuni  campioni  di 
roccie  terziarie  di  sedimento  del  Veneto.  I  campioni  sono  i  se¬ 
guenti  : 

1  Salmoiraghi  F.,  Oss.  min.  siti  calcare  mioc.  di  S.  Marino.  Rend.  Ist. 
Lomb.,  1903,  pag.  16  e  17. 


ROCCIE  TERZIARIE  DI  SEDIMENTO 


13 


I.  Marna  arenacea  dell’ elveziano  inferiore  di  Tisoi  presso 
Belluno. —  La  roccia  è  compatta,  grigio-scura,  e  somiglia  molto  al 
calcare  bardigliacco  langhiano  elei  l’Abruzzo  aquilano.  Contiene  circa 
il  30  °/0  di  carbonati  e  nel  trattamento  con  HC1  sviluppa  legge¬ 
rissimo  odore  di  idrocarburi.  Col  liquido  Clerici  a  densità  di 
2,7  dà  pochissima  sostanza  pesante,  la  quale  è  formata  per  la 
massima  parte  da  granuli  neri,  angolosi,  minutissimi,  sui  quali 
non  ha  azione  la  calamita.  In  mezzo  ad  essi  si  trovano  poche 
scagliette  di  biotite,  qualche  granulo  di  feldspati  e  due  granuli 
di  glaucofane  dei  quali  uno,  il  più  grosso,  ho  pututo  fissare  su 
preparazione  al  balsamo  del  Canadà. 

La  presenza  sebbene  scarsa  di  questo  minerale  —  è  pure 
scarsa  la  roccia  adoperata  — -  in  questa  roccia,  determinata 
come  elveziana,  confermerebbe  per  questa  località  quanto  io 
volli  provare  per  le  roccie  terziarie  dell’Italia  centrale,  cioè 
che  le  roccie  del  secondo  piano  mediterraneo  si  distinguono  da 
quelle  del  primo  piano  per  la  presenza  in  quelle  e  l’assenza  in 
queste  di  minerali  caratteristici,  come  glaucofane,  staùrolite,  clo- 
ritoide,  cianite,  ecc. 

II.  Aquitaniano  di  Altavilla  (colli  Berici).  —  Roccia  gial¬ 
lastra  che  contiene  circa  il  60  °/0  tra  limo  e  carbonati.  La  parte 
pesante  è  più  abbondante  della  parte  che  galleggia  sul  liquido 
a  d  =  2,7.  La  prima  fu  sottoposta  ad  una  nuova  separazione 
col  liquido  del  Thoulet  a  <7  =  3,17,  ed  ottenni  così  circa  una 
sessantina  di  minutissimi  granuli  bruni,  inattivi  alla  luce  pola¬ 
rizzata,  tra  i  quali  ho  visto  alcuni  d  istai  letti  di  zircone,  due 
di  tormalina  bruna,  pleocroica,  dall’incoloro  al  bruno  tabacco, 
uno  di  augite  verde-bottiglia  ed  uno  di  rutilo.  La  parte  più 
leggera  è  formata  di  granuli  incolori  o  torbidi  per  alterazione, 
con  indici  di  rifrazione  compresi  tra  1,53  ed  1,55  e  perciò 
riferibili  a  quarzo  e  a  feldspati. 

La  estrema  scarsità  di  questi  minerali  non  mi  permette  di 
fare  nessuna  ipotesi  attendibile  sulla  loro  provenienza;  tanto 
più  che  zircone  e  tormalina  si  trovano  in  moltissime  roccie  di 
sedimento  di  tutte  le  età;  il  rutilo  si  trova  anche  in  alcune 
anageniti  della  Montagnola  senese,  ma  sempre  molto  scarso. 

III.  Arenarie  dell’ Aquitaniano  inferiore.  —  La  roccia  con¬ 
tiene  molti  carbonati.  Su  24  grammi  di  roccia  triturata,  dopo 


14 


I.  CHELUSSI 


trattamento  con  HC1,  rimangono  solo  grammi  5.  Di  questi  ul¬ 
timi  circa  la  metà  à  peso  specifico  minore  di  2,7.  La  metà  più 
pesante,  sottoposta  ad  ulteriore  separazione  col  liquido  Thoulet, 
mi  ha  dato  circa  un  centinaio  di  minutissimi  granuli  la  più 
parte  opachi  e  tra  questi  ho  visto  i  seguenti  minerali  caratte¬ 
ristici:  zircone  e  rutilo,  ambedue  in  cristalli;  granato,  biotite, 
muscovite  e  staurolite;  nonché  un  minutissimo  granulo  che  al 
pleocroismo  appena  sensibile  mi  parve  glaucofane.  Prescindendo 
da  quest’ultimo  che  è  dubbio,  caratteristica  mi  sembra  la  pre¬ 
senza  della  staurolite  che  è  un  minerale  accessorio  agli  schisti 
cristallini  micacei,  nelle  roccie  di  contatto,  e  rarissimo  nei  gra¬ 
niti.  Fu  trovato,  oltre  che  nelle  roccie  mioceniche,  dal  Salmoi- 
raghi  1  anche  nel  calcare  compatto  eocenico  di  Ternate  presso 
Como. 

La  roccia  sembrerebbe  piuttosto,  per  la  presenza  dei  mine¬ 
rali  ricordati,  sebbene  scarsissimi,  elveziana  se  non  si  pensasse 
alla  sua  vicinanza  anzi  al  suo  contatto  con  i  massicci  alpini. 
Ed  in  proposito  ricordo  di  aver  esaminato  un  conglomerato  po- 
ligenico  di  S.  Giustina  nel  Savonese,  del  tongriano  medio,  avuto 
dal  prof.  A.  Issel  di  Genova,  in  cui  trovai  abbondantissimo  il 
glaucofane  insieme  con  granato,  epidoto  e  magnetite. 

IY.  Arenaria  a  mammiferi  del  langhiano  (=  Burdigaliano) 
di  Belluno.  —  Grammi  25  di  roccia  triturata,  trattata  con  HCI 
a  freddo  e  a  caldo,  mi  hanno  dato  un  residuo  di  gr.  18.  La 
parte  a  df>  2,7  è  circa  la  metà  dell’altra  ed  è  ricca  di  pa¬ 
gliette  di  muscovite.  Una  ulteriore  separazione  col  liquido  Thoulet 
mi  ha  dato  circa  20  granuli  di  parte  pesante  in  cui  ho  visto 
staurolite,  tormalina,  granato  incoloro,  più  raramente  roseo,  zir¬ 
cone,  epidoto  e  zoisite.  Invano  ho  cercato  il  serpentino.  La  roccia, 
per  l’insieme  dei  minerali  che  contiene,  sebbene  scarsissimi  2, 
mi  sembrerebbe  piuttosto  elveziana. 

Y.  Aquitaniano  inferiore  della  cava  di  S.  Giorgio  presso 
Bassano.  —  La  roccia  contiene  circa  il  90  °/0  di  carbonati.  La 


1  Salmoiraghi  F.,  Oss.  min.  sul  calcare  miocenico  di  S.  Marino,  Ist. 
Loinb.,  1903. 

2  Non  sono  riuscito  a  fissare  la  esigua  parte  pesante  di  questa  e 
della  roccia  precedente. 


ROCCIE  TERZIARIE  DI  SEDIMENTO 


15 


parte  pesante,  cioè  a  d)>  3,17,  è  formata  da  pochissimi  e  mi¬ 
nutissimi  granuli,  circa  una  trentina,  dei  quali  la  massima  parte 
è  opaca;  rari  vi  sono  zircone,  staurolite,  granato  e  tormalina. 

Le  roccie  esaminate  del  langhiauo  e  del  miocene  inferiore 
contengono,  sebbene  scarsissimi,  alcuni  minerali  caratteristici 
dei  quali  sono  affatto  prive  roccie  coetanee  dell’Italia  centrale; 
ciò  probabilmente  per  l’influenza  diretta  dei  massicci  alpini. 


FRIULI. 


Ebbi  pure  altre  roccie  del  Veneto  dalla  gentilezza  del  dot¬ 
tore  Giuseppe  Stefanini.  Essi  sono  i  seguenti: 

1.  Casasola  (Meduno),  Friuli.  —  Arenaria  calcarea  effer¬ 
vescente  a  freddo  ed  anche  a  caldo;  scarsa  è  la  parte  pesante, 
ma  ricchissima  di  minerali  caratteristici,  quali  iperstene,  stau¬ 
rolite,  zircone,  granato  incoloro  e  roseo,  anfibolo  verde,  anda- 
lusite,  cianite,  tormalina,  biotite  e  moscovite. 

La  roccia  ha  l’indicazione  di  miocene  inferiore;  ma,  stando 
al  criterio  mineralogico  e  sebbene  non  vi  compariscano  gli  an¬ 
tiboli  azzurri,  io  ritengo  la  roccia  dell’elveziano,  fino  a  che  non 
sia  provato  che  roccie  del  miocene  inferiore  possano  anche  esse 
contenere  un  insieme  di  minerali  caratteristici. 

2.  Mas  (Meduno),  Friuli. —  Grana  fina,  effervescente;  su 
30  grammi  di  sostanza  adoperata  si  ha  circa  1  grammo  di  parte 
pesante  nella  quale  vi  sono  moltissimi  dei  minerali  caratteri¬ 
stici,  alcuni  rari,  altri  frequenti;  tra  i  secondi  noto  granato,  zir¬ 
cone,  epidoto  e  zoisite,  staurolite  e  tormalina;  biotite  e  musco- 
vite;  tra  i  primi  rutilo,  andalusite  e  cianite.  Ed  inoltre  ho  visto 
un  granulo  di  forma  rettangolare  allungata,  con  strie  di  ge¬ 
minazione  polisintetica  perpendicolari  alla  direzione  del  mas¬ 
simo  allungamento  dell’individuo, trasparente,  incoloro,  con  n  com¬ 
preso  tra  1,66  ed  1,7,  che  sembrami  perciò  doversi  ritenere 
come  lawsonite.  Però  non  tutti  i  caratteri  coincidono  con  quelli 
dati  dal  Franchi  per  questo  minerale  e  con  quelli  dati  dal 
prof.  Manasse  nel  suo  lavoro  sopra  le  roccie  della  Gorgona;  e 
nemmeno  quest’individuo  somiglia  troppo  alla  lawsonite  di  una 


16 


I.  CHELUSSl 


sezione  sottile  degli  schisti  a  gastaldite  e  lawsonite  della  valle 
di  Varaita  presso  il  Monviso,  avuta  dal  dott.  Krantz  di  Bonn. 

Un  solo  granulo  non  permette  una  più  attendibile  diagnosi. 

Nella  parte  più  leggera,  oltre  il  quarzo  e  i  feldspati,  ho 
visto  pure  serpentino  e  dori  te  L 

La  roccia  mi  fu  data  come  appartenente  al  miocene  medio. 

3.  Sabbie  ad  «  Anelila  glaudiformis  »  del  Pi.  presso  la 
Madonna  del  Zucco  (Friuli).  —  La  parte  pesante  è  ricchis¬ 
sima  di  minerali  tra  cui  comparisce  l’anfìbolo  azzurro  il  quale, 
per  il  suo  indice  di  rifrazione  superiore  ad  1,06,  sembrerebbe 
di  natura  riebeckitica.  Vi  è  pure  il  cloritoide  sebbene  raro,  come 
del  resto  si  presenta  sempre  raro  in  tutte  le  roccie  clastiche  ed 
in  tutte  le  sabbie  che  ho  esaminato.  Vi  è  pure  un  granulo  di 
quel  minerale  che  più  sopra  ho  riferito  alla  lawsonite. 

Mi  pare  non  dubbio  il  riferimento  di  queste  sabbie  all’el 
veziano. 


CAMPIONI  DI  LOCALITÀ  DIVERSE. 

Raggruppo  in  questo  paragrafo  tutti  quei  campioni  dovuti 
alla  gentilezza  del  dott.  Bernardino  Lotti,  ingegnere  capo  del 
Comitato  geologico  e  che  furono  prelevati  in  regioni  diverse. 

I.  Craco  di  Puglia.  —  Arenaria  miocenica,  non  troppo 
effervescente,  a  grana  fina.  Scarsa  la  parte  a  densità  >2,75 
formata  da  biotite,  muscovite  e  clorite  che  ne  sono  i  componenti 
principali.  Vi  si  trovano  poi  molto  scarsi  tormalina  bruna  e 
zircone.  Due  soli  granuli,  profondamente  alterati,  mostrano  agli 
orli  i  colori  ed  il  pleocroismo  degli  antiboli  azzurri  e  l’indice 
di  rifrazione  inferiore  a  1,66.  La  estrema  scarsezza  del  cam¬ 
pione  adoperato  non  ha  rivelato  la  presenza  di  altri  minerali, 
ma  non  mi  par  dubbio  il  riferimento  di  questa  roccia  all’el- 
veziano,  per  la  presenza  dell’anfibolo  azzurro. 

II.  Novara  di  Sicilia.  —  Arenaria  dell’elveziano.  È  piut¬ 
tosto  un  calcare  arenaceo,  abbastanza  duro,  contenente  circa  il 
60  °/0  di  carbonati.  Il  residuo  pesante  è  bruno,  a  grana  piut- 

1  Non  ho  fatto  la  prova,  per  la  differenziazione  tra  i  due,  con  la 
soluzione  di  cobalto  a  caldo. 


ROCCIE  TERZIARIE  DI  SEDIMENTO 


17 


tosto  grossa  e  contiene  molta  biotite,  muscovite  e  clorite  ;  scarsi 
invece  sono  rutilo,  zircone  e  tormalina  ;  rarissimi  un  granulo  di 
glaucofane  e  tre  di  staurolite. 

La  determinazione  paleontologica  e  stratigrafica  di  questa 
roccia  si  accorda  con  l’analisi  petrografica  per  la  presenza  del 
glaucofane  e  della  staurolite. 

III.  Gaìignano,  Lecce.  —  Pietra  leccese.  Forte  efferve¬ 
scenza  con  scarsissimo  residuo  formato  in  gran  parte  da  glauco- 
nite,  però  non  in  forma  di  foraminifera,  come  quella  trovata 
dall’ing.  Salmoiraghi  in  calcari  teneri  miocenici  di  Lecce  e  di 
Cursi  (  Oss.  min.  sul  calcare  di  S.  Marino ,  pag.  17). 

IY.  Tra  Melito  e  S.  Pantaleone  (Calabria).  —  La  roccia 
dell’eocene  medio  sembra  a  prima  vista  un  microgranito.  Non 
dà  alcuna  effervescenza  e  la  calamita  comune  non  vi  ha  al¬ 
cun’azione.  La  sua  parte  pesante  risulta  in  prevalenza  da  bio¬ 
tite,  da  poco  zircone  e  da  due  granuletti  di  staurolite  giallo 
d’oro. 

Il  Salmoiraghi  trovò  la  staurolite  e  V epidoto  nei  calcari  com¬ 
patti  eocenici  della  Lombardia  occidentale  a  Ternate  (Como). 
(Op.  cit.,  pag.  16). 

V.  Calcare  nummulitico  dell’ eocene  medio  della  località 
«  Masseria  Monache  »,  valle  di  Maddaloni  in  Campania.  — 
Dalla  scarsissima  sostanza  a  mia  disposizione  ottenni  un  residuo 
col  quale  potei  fare  due  piccolissime  preparazioni  nelle  quali 
vidi  quarzo,  feldspati  di  media  acidità,  poco  zircone  e  due  gra¬ 
nuli  di  tormalina  bruna. 

YI.  Arenaria  eocenica  di  Monticchio  presso  il  fiume  Ofanto. 
—  Vi  ho  notato  quarzo,  feldspati,  zircone  e  le  due  miche. 

VII.  Bari  gasso  m.  Cantiere ,  Appennino  bolognese.  —  Arena¬ 
ria  eocenica  ;  non  presenta  parte  a  peso  specifico  superiore  a 
2,8  ;  analoga  in  ciò  a  molte  arenarie  eoceniche  della  provincia 
di  Siena,  come  per  esempio  quella  di  Vagliagli,  da  me  esa¬ 
minata. 

Quarzo,  feldspati  in  generale  piuttosto  acidi,  biotite,  mu¬ 
scovite,  clorite,  ne  sono  i  componenti  principali. 

Vili.  Pozzo  a  Valle  presso  il  fiume  Ofanto.  —  Arenaria 
eocenica  (?).  Scarsissima  la  parte  a  densità  superiore  a  2,8  nella 
quale  ho  visto  molti  granuli  opachi,  poi  granato  abbondante,  ta- 


2 


18 


I.  CHELUSSI 


lora  intensamente  roseo,  orneblenda  verde,  poca  stali rolite  ed  un 
granulo  di  cloritoide. 

L’esame  petrografico  di  questa  roccia  andrebbe  fatto  su  ma¬ 
teriale  molto  più  abbondante  di  quello  che  avevo  a  mia  dispo¬ 
sizione.  In  tal  modo  sarebbe  stata  più  facile  la  sua  determina¬ 
zione  stratigrafica,  benché  la  presenza  del  cloritoide  mi  induce 
a  ritenerla  come  elveziana;  e  per  quanto  mi  consta,  questo  mi¬ 
nerale  non  fu  trovato  fin  ora  in  roccie  di  sedimento  più  anti¬ 
che  del  miocene  medio.  Il  Salmoiraghi  lo  trovò  col  glaucofane 
a  Finalborgo  nel  calcare  roseo  miocenico  nella  Liguria  occi¬ 
dentale. 

Dal  prof.  G.  De  Angelis  d’Ossat  ebbi  i  seguenti  campioni 
di  roccie  dell’Italia  centrale. 

I.  Sante  Marie,  presso  Tagliacozzo,  Abruzzo  aquilano.  — 
In  queste  località  come  in  tutta  la  provincia  di  Aquila  abbon¬ 
dano  i  calcari  e  le  marne  langhianc,  le  quali  come  io  già  esposi 
in  un  mio  lavoro  sul  monte  Velino,  raggiungono  l’altezza  di 
1700  e  più  metri  sul  mare.  Numerosissimi  furono,  come  già 
notai,  i  campioni  di  queste  roccie  presi  in  esame;  ma  tutti  mi 
risultarono  privi  di  minerali  caratteristici. 

Le  marne  di  questa  località  danno,  dopo  decalcificazione,  uno 
scarsissimo  residuo  formato  in  gran  parte  da  glaucoma  per  lo 
più  in  sferule  e  sferoidi,  riferibili  a  forme  organiche  a  cui  si 
aggiunge  qualche  minuto  granulo  di  augite  verde. 

La  roccia  è  analoga  alla  pietra  leccese  e  fu  riferita  prima 
da  me,  poi  dai  sigg.  prof.  De  Stefani  e  Nelli  al  langhiano  ; 
pure  langhiano  è  il  calcare  di  Tagliacozzo  stando  ai  fossili  stu¬ 
diati  dal  prof.  Lupi. 

I.  Sambuci,  Roma.  — -  Il  campione  non  porta  alcuna  indi¬ 
cazione  ;  l’aspetto  esterno  e  Lanalisi  petrografica  lo  fanno  rite¬ 
nere  identico  alla  pietra  leccese  per  la  presenza  della  glauco- 
nite  e  l’assenza  di  minerali  caratteristici;  perciò  è  riferibile  al 
langhiano. 

III.  Affile,  provincia  di  Roma.  —  Calcare  durissimo,  a  frat¬ 
tura  scagliosa.  Quasi  nullo  il  residuo  dopo  decalcificazione,  for¬ 
mato  da  quarzo  e  feldspati. 


ROCCIE  TERZIARIE  DI  SEDIMENTO 


19 


La  roccia  non  è  certamente  elveziana;  per  la  sua  durezza, 
per  la  frattura  scagliosa  mi  sembra  più  somigliante  a  calcari 
secondari  che  a  calcari  terziari. 

IV.  Ponte  di  JBevagna,  Umbria.  —  Anche  per  questa  roc¬ 
cia  non  ho  indicazioni  dell’età.  Essa  è  scura,  friabile,  pochis¬ 
simo  effervescente  ;  quasi  nulla  la  parte  pesante  in  cui  ho  visto 
le  due  miche,  granato  e  zircone. 

La  roccia  non  è  certamente  elveziana. 


GRUPPO  DI  MALTA. 


Dalla  gentilezza  del  prof.  Carlo  De  Stefani  ebbi  due 
campioni  di  roccie  dell’isola  di  Malta  ed  uno  dell’isola  di 
Gozzo. 

Anche  l’ing.  Salmoiraghi  (op.  cit.,  pag.  17)  esaminò  il  cal¬ 
care  tenero,  miocenico  di  Malta,  e  vi  trovò  quarzo  arrotondato, 
glauconite  in  forme  organiche,  zircone,  tormalina,  magnetite, 
ilmenite,  rutilo,  ortose,  granato,  muscovite,  mieroclino,  cianite , 
sericite,  calcedonio,  orneblenda,  staurolite,  spinello. 

I.  Marne  bluastre,  sottostanti  alle  marne  calcaree  in  località 
«  Notabile»  (Malta). —  Su  dodici  grammi  di  roccia,  rimase  dopo 
decalcificazione  circa  mezzo  grammo  di  sostanza  della  quale  po¬ 
chissimi  granuli  affondarono  nel  liquido  Clerici  a  densità  di 
2,8  ;  alcuni  erano  bruni  torbidi,  altri  invece  riferibili  a  biotite 
bruna;  pochissimi  trasparenti  a  muscovite.  Nella  parte  più  leg¬ 
gera  ho  visto  quarzo  e  feldspati  ;  tra  questi  ultimi  alcuni  hanno 
un  indice  di  rifrazione  molto  alto  per  cui  sono  riferibili  ai  pla- 
gioclasi  basici. 

La  roccia  sembrami  langhiana. 

II.  Malta.  —  Calcare  gialliccio,  friabile,  con  leggerissimo 
odore  di  H2S  che  si  avverte  nel  trattamento  con  HC1.  Sopra 
27  grammi  di  sostanza  adoperata  ho  avuto  un  residuo  insolu¬ 
bile  molto  scarso  nel  quale  invano  ho  ricercato  qualcuno  dei  mi¬ 
nerali  caratteristici  delle  rocce  esaminate. 

III.  Gozzo,  S.  Antonio.  —  Calcare  bianco-gialliccio  friabi¬ 
lissimo.  Il  residuo  insolubile  è  verdastro  e  formato  quasi  total- 


20 


I.  CHELUSSI 


mente  da  glaucoma.  In  questa  e  nella  roccia  precedente  non 
mancano  granuli  sferici  riferibili  a  forme  organiche. 

Questi  ultimi  due  campioni  sono  da  riferirsi  al  langhiano. 

Dallo  stesso  prof.  C.  De  Stefani  ho  avuto  pure  i  due  seguenti 
campioni  esteri. 

I.  Albania,  Mesorun.  —  Roccia  friabile,  argillosa,  ricchissima 
di  avanzi  di  fossili.  Nella  parte  a  forte  peso  specifico  ho  visto 
i  seguenti  minerali,  la  cui  presenza,  a  parer  mio,  non  lascia  al¬ 
cun  dubbio  sul  suo  riferimento  all’elveziano.  Essi  sono  tra  gli 
abbondanti  :  tormalina,  rutilo,  zircone,  epidoto,  antibolo  verde 
pleocroico,  con  toni  azzurrastri.  Tra  i  rari  vi  sono  :  staurolite, 
andalusite,  granato,  cloritoide. 

II.  Kasos  nelV Eubea,  mare  Egeo.  —  I  fossili  furono  studiati 
dal  dott.  Nelli  (Boll.  Soc.  geol.  it.,  1910)  il  quale  tende  a  ritenere 
elveziano  questa  roccia  che  è  un  calcare.  Ma  l’esame  petrogra- 
fìco  non  mi  ha  svelato  la  presenza  di  alcuno  dei  minerali  ca¬ 
ratteristici  ;  e  perciò,  a  parer  mio,  la  roccia  è  da  ritenersi  lan- 
ghiana. 

Tutti  questi  sono  i  campioni  di  roccie  terziarie  di  sedimento 
di  varie  regioni  italiane  e  di  pochissime  dell’estero,  che  ho  po¬ 
tuto  esaminare. 

Mi  sembra  inutile  riferire  qui  le  analisi  che  ho  fatto  di 
moltissime  roccie  secondarie,  le  quali  mai  mi  hanno  dato  fin 
al  presente  minerali  caratteristici.  Ricordo  solamente  di  avere 
esaminato  quasi  tutte  quelle  roccie  secondarie,  prevalentemente 
calcaree,  compreso  anche  il  minerale  bauxite  dell’Abruzzo  aqui¬ 
lano,  delle  quali  in  alcuni  miei  precedenti  lavori  d’indole  stra- 
tigrafìca  1  ebbi  occasione  di  trattare. 

Prima  di  fare  quelle  considerazioni  che  si  possono  dedurre 
dal  presente  studio,  credo  opportuno  presentare  tre  elenchi  ben 
distinti. 

I.  Elenco  delle  roccie  secondarie  di  sedimento. 


1  Sulla  geologia  dell’ Abruzzo  aquilano,  Atti  Soc.  it.  Se.  nat.,  1903; 
Note  di  geologia  marchigiana,  ibid.,  1905;  Nuove  note  di  geologia  marchi¬ 
giana,  Atti  Congresso  naturalista  it.,  1907  ;  La  barra  di  Visso,  Atti  Soc.  it. 
Se.  nat.,  1907. 


ROCCIE  TERZIARIE  DI  SEDIMENTO 


21 


II.  Elenco  delle  roccie  terziarie  di  sedimento  che  non  pre¬ 
sentano  un  insieme  di  minerali  caratteristici. 

III.  Elenco  di  roccie  terziarie  con  minerali  caratteristici. 
Mi  giovo  per  la  compilazione  dei  medesimi  anche  degli  studi 

dell’ing.  Salmoiraghi  nella  sua  memoria  sul  calcare  di  S.  Ma¬ 
rino  e  dei  miei  precedenti  lavori. 


I. 

ROCCIE  SECONDARIE  DI  SEDIMENTO. 


Marche. 

{Provincia  di  Pesaro-Urbino  e  di  Macerata). 

Monte  Nerone.  —  Calcare  rupestre  non  fossilifero  del 

.neocomiano 

Calcare  marmoreo  grigio-verdastro- 
giallo  del  titoniano 

Calcare  bianco  piritoso  a  T.  Aspasia 
del  Lias  medio 

Calcare  compatto  niveo  del  Lias 
inferiore 

Montiego.  —  Le  stesse  roccie,  più  il  calcare  e  le  marne 
ammonitifere,  la  scaglia  cinerea  e  la  scaglia  rosata. 


rC! 

O 

t/2 

*Z2 

C3 

Ph 


Abruzzo  aquilano. 

Calcari  triasici  di  Pozzoli  ed  Arischia  (Aquila)  ;  calcari  cre¬ 
tacei  di  Rocca  di  Cambio,  Rocca  di  Mezzo,  Ovindoli,  monti  della 
Magnola,  del  Sirente,  del  Velino,  del  monte  d’Ocre  e  bauxite 
del  monte  d’Ocre  (v.  Parona,  La  fauna  coralligena,  ecc.,  Meni. 


1  Zittel,  Geo!.  Beobactungen  aus  den  centr.  App.,  Mttnchen,  1869. 


22 


I.  CHELUSSI 


per  servire,  ecc.)  e  del  Velino  ;  calcari  del  monte  Nuria,  Nu- 
rietta,  ecc.,  tra  la  valle  di  Antrodoco  e  la  valle  del  Salto  (Ci- 
colano).  Calcare  litografico  ed  ammoniti  di  S.  Giuliano  presso 
l’Aquila,  del  monte  Pettino  e  del  monte  Velino. 

Provincia  di  Siena. 

Calcare  grigio  e  biancastro,  cavernoso  retico,  del  monte  Mag¬ 
gio  presso  Siena,  del  Poggio  del  Comune  presso  S.  Gimignano  ; 
della  zona  di  confine  tra  la  provincia  di  Siena  e  di  Grosseto, 
presso  Chiusdino  e  verso  Massa  Marittima. 

Calcari  e  marmi  gialli  e  bianchi  di  Montarrenti  nella  Mon¬ 
tagnola  senese. 

Provincia  di  Palermo. 

Calcari  rossi  e  grigi  ammonitiferi  di  Termini  Iraerese. 


II. 

ROCCIE  TERZIARIE 

SENZA  L’INSIEME  DEI  MINERALI  CARATTERISTICI. 

Veneto. 

Calcari  eocenici  teneri,  Valdesole  (Arcugnano-Vicenza)  :  Sal- 
moiraghi. 

Calcari  eocenici  teneri,  Castelletto  (Negarine-Verona)  :  Sal- 
moiraghi. 

Altavilla  (Colli  Berici),  aquitaniano  :  mihi. 

S.  Giorgio  presso  Bassano,  calcare  dell’aquitaniano  inferiore  : 
mihi. 


Lombardia  orientale  (Salmoiraghi). 

Calcari  bianchi  e  brizzolati  eocenici  di  Manerba  (Brescia). 
Calcare  giallognolo,  pure  eocenico,  di  Moniga  (Brescia). 


ROCCIE  TERZIARIE  DI  SEDIMENTO 


23 


Lombardia  occidentale  (Salmoiraghi). 

Calcari  compatti  eocenici,  Ternate  (Como)  :  vi  comparisce 
la  staurolite. 

Calcari  compatti  eocenici,  Onetla  (Sesto  Calende- Milano). 

Piemonte  (mihi). 

Tutti  i  calcari  di  Acqui,  che  io  ebbi  dalla  gentilezza  del 
prof.  G.  Trabucco,  non  mi  dettero  mai  minerali  caratteristici 
e  perciò  io  credo  doverli  riferire  al  langhiano. 

Umbria  e  Toscana  (mihi). 

Arenarie  della  collina  di  Tervenasco  e  di  Tornavento  presso 
Spoleto  (dal  prof.  Silvestri). 

Arenarie,  avute  pure  dal  prof.  A.  Silvestri,  della  provincia 
di  Arezzo  delle  seguenti  località:  Sasso  Spicco,  Salita  delle 
piaggie  (S.  Sepolcro),  Monterchi,  Alpe  della  Luna,  Scilla  e  Ta- 
lamarchi  presso  Anghiari,  Monte  Vicchi  presso  S.  Sepolcro. 

Arenaria  di  Cortona,  arenarie  di  Monte  Ripaldi,  Rignano 
sull’ Arno,  Fiesole,  Porretta  presso  Bologna. 

Abruzzo  aquilano  (mihi). 

Arenaria  di  Chiarino  presso  Ariseli ia- Aquila.  —  Calcari  bian¬ 
chi  duri,  calcari  bianchi  porosi  di  Poggio  Picenze  del  Capo  Teve 
(Monte  Velino),  calcare  bardigliaceo  del  monte  Luco  presso  l’A¬ 
quila  e  di  Borgoeoi lefegato  nel  Cicolano;  marne  langbiane  indu¬ 
rite,  molto  fossilifere,  di  tutta  la  regione  abruzzese. 

Ricordo  inoltre  i  calcari  di  Affile  e  Sambuci  in  provincia 
di  Roma,  avuti  dal  prof.  De  Angelis  d’Ossat,  le  arenarie  di  Mon¬ 
ticelo  e  di  Pozzo  a  Valle  presso  il  fiume  Ofanto,  quelle  di  Me- 
lito  in  Calabria,  i  calcari  teneri  del  Siracusano  presso  Modica, 
quelli  di  Tangaria  in  Sardegna. 

Le  roccie  di  tutte  queste  località  ricordate  non  mi  furono 
mai  date  con  la  indicazione  di  roccie  elveziane,  appartengono 
perciò  a  piani  inferiori  al  secondo  piano  mediterraneo  del  Suess. 


24 


I.  CHELUSSI 


III. 

ROCCIE  DI  SEDIMENTO 

CON  UN  INSIEME  DI  MINERALI  CARATTERISTICI 
E  PERCIÒ  RIFERIBILI  ALL’ELVEZIANO  E  AL  TORTONIANO. 

1.  Calcare  di  Rosignano  in  Piemonte  —  il  calcare  di  Ro¬ 
si  guano  marittimo  in  Toscana  è  langhiano. 

2.  Calcare  roseo-miocenico  di  Finalborgo,  Liguria  occiden¬ 
tale  (Salmo  traghi). 

3.  Calcare  di  Montese  di  Modena;  è  uno  dei  più  ricchi  in 
minerali  caratteristici. 

4.  Calcare  di  Serra  dei  Guidoni. 

5.  Pietra  di  Bismantova,  Reggio  Emilia  (Dal  Bue,  Pur. 
it.  di  paleont.,  1900). 

6.  Calcari  di  S.  Marino,  Uffogliano,  Pennabilli,  Sasso  di 
Simone,  Simoncello. 

7.  Calcare  dell’alta  vai  di  Marecchia,  Sangiorgi. 

8.  Arenarie  del  bacino  camerte  (Mariani  M.,  Boll.  Soc.geol. 
it.,  1902). 

9.  Arenarie  delle  provincie  di  Macerata  ed  Ascoli  Piceno. 

10.  Arenarie  delle  provincie  di  Aquila  e  Teramo. 

11.  Castellina  in  Chianti,  sabbie  presso  la  stazione. 

12.  Gaiampio  e  Pisana  sulle  rive  del  fiume  Ombrone,  pro¬ 
vincie  di  Siena  e  Grosseto. 

13.  Poggio  di  Casteani,  poggio  la  Bandita,  Val  Morra,  Massa 
Marittima. 

14.  Calcari  del  Colle  S.  Michele  in  Sardegna. 

15.  Calcari  di  Mendicina,  provincia  di  Cosenza  (Salmoiraghi). 

16.  Calcare  tenero  (pietra  cantone)  della  provincia  di  Mes¬ 
sina  (dal  prof.  A.  Silvestri). 

Tutte  queste  roccie  sono  state  paleontologicamente  determi¬ 
nate  come  elveziane  e  contengono  tutti  i  minerali  caratteristici 
che  non  posseggono  roccie  di  età  più  antica,  Roccie  pur  recenti 
possono  contenere  questi  minerali,  ma,  come  ho  dimostrato  nel¬ 
l’altro  mio  lavoro,  provengono  con  tutta  sicurezza  dal  disfacimento 
di  roccie  elveziane  di  sedimento. 


ROCCIE  TERZIARIE  DI  SEDIMENTO 


25 


-;;;nn  . •  •  • 

CONCLUSIONI. 

/ 

Non  possono  essere  differenti  da  quelle  esposte  nell’altro  la¬ 
voro  e  si  riassumono  in  questi  due  corollari. 

I.  Le  roccie  elveziane  di  sedimento  d’Italia  e  probabilmente 
di  altre  regioni  fuori  d’Italia,  sono  caratterizzate  dalla  presenza 
nei  loro  residui  sabbiosi,  ottenuti  dopo  decalcificazione,  di  mi¬ 
nerali  caratteristici,  quali  gli  antiboli  azzurri,  il  cloritoide,  l’an- 
dalusite,  la  cianite,  ecc.,  minerali  questi  non  ritrovati  fino  al 
presente  in  roccie  più  antiche  del  miocene  medio.  Fanno  ecce¬ 
zione  alcune  roccie  che  provengono,  come  in  Liguria,  dall’im¬ 
mediato  disfacimento  di  massicci  alpini,  prevalentemente  for¬ 
mati  da  schisti  cristallini. 

II.  La  provenienza  di  questi  minerali  è,  allo  stato  attuale 
delle  nostre  cognizioni,  da  ricercarsi  in  un’area  cristallina  (Tir- 
renide)  compresa  tra  la  Corsica,  le  Alpi  Occidentali  e  la  costa 
ligure-toscana.  Quest’area  doveva  estendersi  più  a  sud  fino  oltre 
la  Sardegna;  però  mentre  a  nord  di  quest’isola  dovevano  pre¬ 
valere'  gli  schisti  a  glaucofane,  nella  zona  più  meridionale  do¬ 
vevano  invece  prevalere  circa  al  di.  là  del  40°  parallelo  gli 
schisti  andalusitici,  come  lo  proverebbero  i  calcari  del  colle  di 
S.  Michele  in  Sardegna  e  quelli  di  Mendicine  in  provincia  di 
Cosenza.  Infatti  i  fondi  di  mare  studiati  dal  Salmoiraghi,  estratti 
al  di  là  dell’isola  della  Maddalena,  le  sabbie  litorali  rigettate 
alla  riva  dai  flutti  di  fondo  non  contengono  gli  antiboli  azzurri, 
frequentissimi  invece  sui  fondi  più  a  nord  e  sulla  costa  to¬ 
scana.  L’abrasione  avvenne  tra  la  fine  del  langhiano  e  il  prin¬ 
cipio  del  tortoniano. 


OBBIEZIONI. 

Mi  sembrano  meritevoli  di  confutazione  le  seguenti. 

I.  Alcune  roccie  della  Liguria  e  del  Veneto  più  antiche  del 
miocene  medio,  hanno  gli  antiboli  azzurri  come  ho  potuto  con¬ 
statare  io  stesso.  Ma  osservo  che  esse  provengono  come  ho  già 
detto  dalla  degradazione  immediata  degli  schisti  cristallini  dei 
massicci  alpini.  Questo  per  la  Liguria;  mentre  per  il  Veneto 


26 


I.  CHELUSSI 


alcune  roccie  determinale  secondo  i  criteri  paleontologici  come 
aquitaniane,  potrebbero  anche  essere  dell’elveziano. 

II.  Un  illustre  geologo,  il  De  Stefani,  il  quale  ritiene  lan- 
ghiano,  elveziano  e  tortoniano  come  varie  facies  e  zone  bato¬ 
metriche  di  un  unico  piano  del  miocene  medio,  appoggiato  in 
questo  concetto  da  altri  illustri,  come  il  Seguenza  e  il  De  Lo¬ 
renzo,  ritiene  il  langhiano  di  zona  profonda  e  perciò  privo  di 
minerali  caratteristici  i  quali  si  dovevano  accumulare  nella  zona 
elveziana  più  vicina  alle  rive  e  meno  profonda.  Ma  a  questo 
modo  di  vedere  —  e  non  so  trovare  la  ragione  perchè  mine¬ 
rali  caratteristici,  che  quasi  sempre  hanno  forte  peso  specifico 
e  sono  per  di  più  pochissimo  alterabili,  non  si  debbano  trovare 
auche  a  grandi  profondità —  fa  contrasto  il  fatto  che  fanghi  di 
mare,  da  me  studiati,  del  mar  Rosso  e  del  mare  Arabico,  pre¬ 
levati  nelle  campagne  idrografiche  della  R.  Marina  a  profon¬ 
dità  anche  superiori  a  4000  metri  e  a  circa  400-500  chilometri 
dalle  coste,  contengono  con  relativa  frequenza,  se  non  minerali 
caratteristici,  almeno  tre  o  quattro  minerali  discretamente  ab¬ 
bondanti,  che  danno  uno  speciale  carattere  ai  fanghi  stessi. 

Concludendo  si  può  dire: 

I.  Che  le  roccie  di  sedimento  elveziano  si  distinguono  dalle 
langhiane  per  la  presenza  in  esse  di  minerali  caratteristici. 

II.  La  provenienza,  almeno  per  l’Italia  peninsulare,  di  questi 
minerali,  è  tutta  occidentale. 

Ad  ogni  modo  la  posizione  stratigrafica  di  una  roccia  può 
esser  talvolta  determinata  oltre  che  dai  fossili  anche  dalla  pre¬ 
senza  in  essa  di  minerali  caratteristici,  i  quali  non  sono  variabili 
nei  loro  caratteri  ;  mentre  le  faune  sono  variabili  nelle  loro  forme 
in  estensione  e  per  la  profondità  degli  strati  che  le  contengono. 


[ms.  pres.  15  febbr.  -  ult.  bozze  2  maggio  1912]. 


AFFIORAMENTI  SABBIOSI  PLIOCENICI 
NEI  DINTORNI  DI  PERUGIA 


Nota  del  dott.  P.  Principi 


Le  colline  nelle  vicinanze  di  Perugia  sono  quasi  essenzial¬ 
mente  costituite  da  depositi  pliocenici  continentali,  rappresen¬ 
tati  da  strati  alternanti  di  conglomerati,  argille  e  sabbie.  Queste 
ultime  sono  sopratutto  diffuse  a  SO  della  città,  dove  precisa- 
mente  i  terreni  terziari  più  recenti  assumono  maggiore  sviluppo. 

Le  sabbie  si  trovano  in  grandi  banchi  di  vari  metri  di  spes¬ 
sore,  intramezzati  talvolta  da  strati  di  argilla  e  di  ciottoli  ;  im¬ 
primono  al  paesaggio  un  aspetto  caratteristico,  per  le  incisioni 
che  le  acque  correnti  vi  determinano  e  danno  luogo  ad  un  ter¬ 
reno  agrario  sciolto,  che  permette  una  lavorazione  profonda. 

Civitella  (l’Arno. 

Il  banco  di  sabbia,  in  questa  località,  è  assai  potente  e  si 
posa  sopra  una  formazione  argillosa,  che  giunge  sino  alla  pia¬ 
nura  del  Tevere.  Si  possono  distinguere  due  strati:  il  primo  co¬ 
stituito  da  sabbia  piuttosto  grossolana,  di  un  color  giallo  in¬ 
tenso,  l’altro  rappresentato  da  granuli  più  minuti,  di  un  color 
giallo  rossiccio.  Questi  due  strati  si  alternano  tra  di  loro  ed 
insieme  a  dei  letti  ghiaiosi,  costituiti  prevalentemente  da  ciot¬ 
toli  calcarei  di  non  grandi  dimensioni  (raramente  oltrepassano 
i  sette  centimetri  di  diametro)  con  forme  che  rivelano  caratteri 
morfologici  fluviali,  anziché  lacustri.  I  numerosi  ciottoli  esami¬ 
nati  appartengono  ai  seguenti  tipi  di  roccie  : 
selce  variamente  colorata, 
arenaria  micacea  grigiastra, 


28 


P.  PRINCIPI 


calcare  arenaceo  grigio, 
calcare  grigio  compatto  eocenico, 
calcare  grigio-giallastro  eocenico, 
calcare  grigio-scuro  marnoso  eocenico, 
calcare  rosato  simile  a  quello  che  costituisce  la  maggior 
parte  degli  affioramenti  del  Cretaceo  superiore, 

calcare  grigio  compatto,  paragonabile  a  quello  del  Cretaceo 
inferiore, 

calcare  nero  con  venature  bianche  e  gialle,  identico  a  quello 
che  sta  a  rappresentare  il  Eetico  ed  il  Dachstein  nel  gruppo  del 
M.  Malbe  \ 

La  sabbia  del  primo  strato 1  2  produce  viva  effervescenza  col¬ 
l’acido  cloridrico,  ed  il  residuo  decalcificato  risulta  alquanto  più 
schiarito.  Pochissimi  sono  i  granuli  attirati  dalla  calamita. 

Quarzo,  abbondante,  in  granuli  grandi,  più  o  meno  arroton¬ 
dati  con  numerose  inclusioni. 

Feldìspati,  in  via  di  profonda  alterazione. 

Mica,  bianca  e  bruna,  in  lami  nette  a  contorno  sfrangiato  : 
la  mica  bianca  non  è  molto  abbondante,  mentre  la  biotite  è 
assai  frequente. 

Clorite,  in  laminette  verdastre. 

Glauconite,  in  pochissimi  granuli  verde-giallastri. 

Pirosseno  trimetrico,  forse  bronzile  per  il  suo  indice  di  ri¬ 
frazione  intermedio  tra  quello  dello  joduro  di  metilene  (1,74) 
e  quello  della  mescolanza  di  monobromonaftalina  e  joduro  di 
metilene  (1,685). 

Augite,  in  granuli  verde-chiari  o  grigiastri  con  poco  pleo- 
croismo  e  con  forte  rilievo. 

Apatite,  in  rari  prismetti  incolori,  con  inclusioni. 

Olivina,  in  numerosi  granuli  alterati. 

Granato,  piuttosto  raro,  in  sezioni  quadratiche,  colorate  vi¬ 
vamente  in  rosso. 

1  Principi  P.,  Studio  geologico  del  M.  Malbe  e  del  31.  Tezio.  Boll. 
Soc.  Geol.  Ital.,  1908. 

2  Nel  presente  studio  le  sabbie  furono  dapprima  decalcificate  e  quindi 
separate  col  liquido  del  Thoulet  con  3,15  di  densità,  in  modo  da  ottenere 
due  porzioni  ben  distinte.  Fu  determinato,  poi,  l’indice  di  rifrazione  di  vari 
granuli  mediante  liquidi  con  indice  di  rifrazione  noto. 


AFFIORAMENTI  SABBIOSI  PLIOCENICI 


29 


Distene,  in  lunghi  prismetti  colorati  in  celeste-chiaro;  l’in¬ 
dice  di  rifrazione  è  intermedio  tra  quelli  dello  joduro  di  meti¬ 
lene  e  della  monobromonaftalina  (1,648). 

Vari  granuli  sono  completamente  opachi,  essendo  ricoperti 
da  materiale  ferrifero  e  quindi  indeterminabili. 

La  sabbia  del  secondo  strato  dà  pure,  trattata  con  acido  clo¬ 
ridrico,  grande  effervescenza  e  non  si  differenzia  molto  dalla  pri¬ 
ma  per  la  sua  costituzione  mineralogica. 

Quarzo,  feldispati,  mica,  elofite,  glauconite  con  gli  stessi  ca¬ 
ratteri  già  precedentemente  notati. 

Orneblenda,  in  rari  granuli  bruno-scuri. 

Anfibolo,  con  forte  indice  di  rifrazione  (n  )>  1,680)  ;  forse 
trattasi  di  riebecìcite. 

Augite,  in  granuli  verdastri. 

Alcune  laminette  (tre  in  quattordici  preparazioni)  a  strut¬ 
tura  fibrosa,  giallo-grigiastre,  con  indice  di  rifrazione  maggiore' 
di  quello  della  monobromonaftalina;  probabilmente  possono  ri¬ 
ferirsi  alla  sillimanite. 

Zircone,  in  prismetti  regolari,  fortemente  rifrangenti,  con 
vivaci  colori  di  interferenza. 

Distene,  molto  raro. 


Montebello. 

L’affioramento  trovasi  presso  la  strada  provinciale  a  circa 
cento  metri  dal  paese.  La  sabbia  è  giallo-chiara,  sottile,  argil¬ 
losa,  con  frequenti  noduli  di  carbonato  di  calcio  concrezionato. 
Trattata  con  acido  cloridrico,  produce  viva  effervescenza,  e  Ja 
colorazione  del  residuo  decalcifìcato  rimane  invariata. 

La  parte  pesante  non  è  molta  ed  ha  un  colore  bruno-ver¬ 
dastro. 

Quarzo,  in  piccoli  granuli  non  molto  abbondanti. 

Feldispati,  in  granuli  irregolari  alterati. 

Mica,  in  laminette  bianche  e  brune. 

Clorite,  in  lamelle  verdognole. 

Anfibolo,  giallo-bruno  o  verdastro,  con  indice  di  rifrazione 
quasi  uguale  a  quello  della  monobromonaftalina. 


30 


P.  PRINCIPI 


Gìaucofane,  in  rare  laminette  di  un  verde  assai  pallido. 

Epidoto,  in  granuli  incolori,  con  indice  di  rifrazione  alquanto 
maggiore  di  quello  dello  joduro  di  metilene. 

Olivina,  in  granuli  quasi  totalmente  alterati  in  serpentino. 

Glauconite,  in  rari  granuli  di  un  color  verde  chiaro. 

Due  granuli  isotropi  in  sedici  preparazioni  ;  molto  probabil¬ 
mente  appartengono  al  gruppo  degli  spinelli. 

Brufa. 

Salendo  dalla  pianura,  di  faccia  a  Bettona,  si  incontrano 
dapprima  vasti  affioramenti  argillosi  e  quindi  banchi  di  sabbia, 
che  includono  talvolta  straterelli  di  piccoli  ciottoli,  costituiti 
esclusivamente  da  frammenti  di  arenaria  e  di  calcari  marnosi 
eocenici.  Questi  depositi  si  adagiano  sulla  formazione  marnoso- 
arenacea  del  Terziario  inferiore  e  medio,  che,  estendendosi  dal 
paese  di  Brufa,  giunge  sino  quasi  a  Ponte  S.  Giovanni. 

Le  sabbie  sono  compatte,  ricche  di  carbonato  di  calcio  e 
presentano  tre  tipi  ben  distinti. 

In  basso  la  roccia  è  giallo-scura,  con  granuli  che  non  supe¬ 
rano  i  2/3  di  mm.;  succede  ad  essa  una  sabbia  più  chiara  con 
noduli  di  calcare  concrezionato  e  nella  parte  più  alta  il  mate¬ 
riale  diventa  grossolano  e  di  hn  colore  rosso  bruno  intenso. 

Strato  inferiore.  —  Il  residuo  decalcificato  è  alquanto  più 
chiaro;  la  parte  pesante  è  in  discreta  quantità,  con  pochi  gra¬ 
nuli  attirati  dalla  calamita. 

Quarzo  frequentissimo,  in  granuletti  a  contorno  irregolare, 
alle  volte  arrotondati. 

Granuli  di  selce  amorfa. 

Feldispati,  non  molto  numerosi. 

Mica,  bianca  e  bruna  in  abbondanti  laminette  sfrangiate. 

Clorite,  verde-chiara. 

Augite,  assai  rara. 

Anclalusite,  molto  rara,  con  indice  di  rifrazione  un  poco  mi¬ 
nore  di  1,64. 

Zircone,  in  rarissimi  prismetti  fortemente  rifrangenti  e  con 
vivaci  colori  di  polarizzazione. 


AFFIORAMENTI  SABBIOSI  PLIOCENICI 


31 


Molti  granuli  sono  ricoperti  da  materiale  ferrifero  e  resi  di 
un  color  rosso  scuro  opaco. 

Strato  medio.  —  Il  residuo  decalcificato  è  decisamente  bian¬ 
castro;  la  parte  di  maggior  densità  non  è  molto  abbondante. 

Quarzo ,  feldispati  frequenti. 

Mica  bianca,  in  quantità  maggiore  della  biotite  ;  le  lamine 
sono  ben  visibili  anche  ad  occhio  nudo. 

Pirosseno  trimetrico ,  forse  bronzite,  per  il  suo  indice  di  ri¬ 
frazione. 

Zircone ,  in  prismetti  regolari  con  forte  rilievo. 

Distene,  in  cristalletti  jalini,  con  indice  di  rifrazione  alquanto 
maggiore  di  quello  della  mouobromonaftalina. 

Granato,  in  belle  sezioni  quadratiche  vivacemente  colorate 
in  rosso. 

Gìauconite,  in  rarissimi  granuli  verde-giallastri. 

Olivina,  in  granuli  profondamente  alterati. 

Strato  superiore.  —  11  residuo  decalcificato  presenta  un 
colore  grigio  ;  scarsissimi  sono  i  granuli  attirati  dalla  calamita 

Quarzo,  con  numerose  inclusioni. 

Feldispati,  in  via  di  alterazione. 

Mica,  meno  abbondante  che  negli  strati  precedenti. 

Anfibolo,  verde-bruno;  per  il  suo  indice  di  rifrazione  è  rife 
ribile  SiWorneblenda. 

Granato,  in  numerose  sezioni  quadratiche  rosse. 

Olivina,  in  rari  granuli,  alterati  in  prodotti  serpentinoso-clo 
ritici. 

S.  Fortunato. 

A  sud  di  S.  Fortunato  un  esteso  banco  di  sabbia  è  tagliato 
dalla  strada  provinciale  e  si  adagia  sulle  argille  e  conglome¬ 
rati,  che  costituiscono  la  sponda  destra  del  Tevere.  La  sabbia 
è  sottile,  di  un  color  giallo  rossiccio,  ricca  di  carbonati.  Il  re¬ 
siduo  decalcificato  è  di  un  rossastro  più  pallido  e  la  parte  pe¬ 
sante  è  rappresentata  da  abbondante  materiale  non  attratto  dalla 
calamita. 

Quarzo  in  granuli  a  contorno  irregolare. 

Feldispati  quasi  sempre  alterati. 


32 


P.  PRINCIPI 


Mica  bianca  e  nera;  la  più  abbondante  è  la  biotite. 
Clorite  di  un  color  verde  pallido. 

Glauconitc,  quattro  granuli  in  quindici  preparazioni. 

Augite  verde. 

Pirosseno  trimetrico,  probabilmente  bronzite  per  il  suo  in 
dice  di  rifrazione. 

Epidoto,  con  indice  di  rifrazione  alquanto  maggiore  di  quello 
dello  joduro  di  metilene. 

Cianite,  due  laminette  in  quattordici  preparazioni. 

Zircone,  abbondante. 

Olivina  quasi  completamente  alterata  in  serpentino. 
Apatite  in  sottili  aglietti  molto  rari. 


S.  Enea. 


Immediatamente  al  disotto  del  paese  di  S.  Enea  affiorano 
dei  depositi  sabbiosi,  che  presentano  le  medesime  condizioni  di 
giacitura  di  quelli  di  S.  Fortunato.  La  sabbia  offre  due  varietà 
ben  distinte:  la  prima  è  fine,  di  un  color  giallo  carico  tendente 
al  rossiccio,  ricca  di  pagliette  di  mica;  l’altra  è  di  un  colore 
più  scuro  ed  alquanto  più  grossolana. 

Primo  strato.  —  Il  colore  del  residuo  decalcificato  rimane 
invariato;  la  parte  pesante  è  verde-scura  per  la  presenza  di 
minerali  ferro-magnesiaci  ;  scarsissimi  sono  i  granuli  attratti 
dalla  calamita. 

Quarzo,  non  molto  frequente. 

Feldispati,  in  via  di  alterazione. 

Mica,  in  pagliette  bianche  e  nere  ben  visibili  anche  ad 
occhio  nudo. 

Clorite,  in  scarse  laminette  verdastre. 

Pirosseni,  giallo-bruni;  alcuni  granuli  sono  da  riferirsi  a 
bronzite. 

Qualche  granulo  di  orneblenda  verdastra. 

Distene,  in  rare  laminette  di  un  color  celeste  chiarissimo. 

Sillimanite,  in  scarsissime  laminette  fibrose. 


AFFIORAMENTI  SABBIOSI  PLIOCENICI 


33 

Olivina,  in  granuli  colorati  in  verde  per  l’avanzata  altera¬ 
zione  in  prodotti  serpentinoso-cloritici. 

Apatite,  in  pochi  prismetti  incolori. 

Zircone,  piuttosto  abbondante. 

Alcuni  granuli  incolori,  con  indice  di  rifrazione  quasi  uguale 
a  quello  dello  joduro  di  metilene. 

Molto  materiale  è  ricoperto  di  una  sostanza  giallo-rossastra 
di  natura  ferrifera. 

Secondo  strato.  —  Il  colore  del  residuo  decalcificato  rimane 
invariato. 

Quarzo  e  feldispati,  come  nello  strato  precedente. 
Muscovite,  abbondantissima,  in  laminette  relativamente  grandi. 
JBiotite,  meno  frequente. 

Clorite  e  glauconite:  quest’ultima  è  molto  rara. 

Anfibolo,  verde-bruno. 

Sillimanitc,  cinque  laminette  in  sedici  preparazioni. 
Distene,  in  laminette  incolori. 

Epidoto,  in  granuli  assai  rifrangenti. 

Zircone,  in  piccolissimi  prismetti  regolari. 

Granato,  rosso  in  minute  sezioni  quadratiche. 


Casalina. 

Nei  pressi  della  Rocca  di  Casalina  affiora  un  banco  di  sabbia 
Tiposante  sopra  una  formazione  argillosa.  La  sabbia  è  giallastra, 
a  grana  fine,  e  la  sua  composizione  mineralogica  è  identica  a 
quella  della  sabbia  di  S.  Fortunato.  E  solo  da  rilevare  come  i 
granuli  di  quarzo  sono  molto  più  numerosi. 


❖  # 

Considerando  la  composizione  mineralogica  delle  sabbie  del 
Pliocene  perugino,  risalta  subito  l’abbondanza  di  quarzo,  di  fel¬ 
dispati  e  di  mica,  la  quale  attesta  come  quei  materiali  stanno 
in  gran  parte  a  rappresentare  il  disfacimento  delle  arenarie  ap¬ 
partenenti  all’Eocene  ed  al  Miocene. 


3 


34 


P.  PRINCIPI 


Abbiamo  visto  come  in  alcune  località  sono  presenti  dei  gra¬ 
nuli  di  glauconite:  tale  minerale,  appunto,  è  contenuto  in  varie 
rocce  arenacee  a  nord  di  Perugia. 

Anche  la  presenza  di  olivina  e  serpentino  dimostra  come 
abbondanti  dovevano  essere  i  materiali  provenienti  dalla  parte 
settentrionale  dell’Umbria,  dove  si  notano  numerose  lenti  di 
rocce  oliviniche  e  serpentinose.  E  opportuno  ricordare  che  tra 
l’altipiano  di  Gubbio  e  la  valle  del  Tevere  affiorano  dei  gabbri, 
i  quali  furono  già  descritti  dall’Artini  \  Essi  contengono  del 
pirosseno  bruno  (diallagio,  augite)  e  dell’orneblenda  verde  e 
bruna  in  granuli  piuttosto  grandi;  nei  plagioclasi,  poi,  si  osser¬ 
vano,  come  inclusioni,  dei  cristallini  netti  di  zircone,  che  noi 
abbiamo  riscontrato  in  molti  dei  depositi  sabbiosi  studiati. 

I  prismetti  di  apatite  possono  essere  derivati  da  oficalci, 
ricche  di  quel  minerale  (Città  di  Castello);  ed  i  rari  granuli  di 
epidoto,  distene,  sillimanite,  andalusite,  come  pure  i  rossi  cri¬ 
stalli  di  granato  trovano  molto  probabilmente  la  spiegazione 
nei  frequenti  ciottoli  di  gneiss  e  di  altre  rocce  antiche,  che  si 
rinvengono  inclusi  nelle  arenarie  terziarie  dell’Umbria  centrale 
e  settentrionale. 

Museo  Geologico  della  R.  Università  di  Genova. 


[ras.  pres.  14  marzo  -  ult.  bozze  3  maggio  1912]. 


1  Verri  ed  Artini,  Le  formazioni  con  of  oliti  nell’ Umbria  e  nella  Val- 
dichiana.  Giornale  di  Mineralogia,  Cristallografia  e  Petrografia,  Pavia, 


1894. 


APPUNTI  SULLA  ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


CONSERVATA 

NEL  MUSEO  GEOLOGICO  DELL’UNIVERSITÀ  DI  PARMA 


Nota  del  dott.  G.  De  Stefano 
(Tav.  I  e  II) 


Facendo  seguito  alle  mie  precedenti  ricerche  sulla  ittiofauna 
fossile  delle  formazioni  terziarie  della  Toscana  e  delPEmilia  *, 
in  questa  nota  illustro  il  materiale  ittiolitico  appartenente  alle 
formazioni  terziarie  del  Parmense  e  del  Piacentino,  che  si  con¬ 
serva  nel  Museo  geologico  dell’Università  di  Parma.  Espressi 
quindi  i  miei  ringraziamenti  al  chiarirlo  signor  prof.  Paolo  Vi- 
nassa  de  Regny,  direttore  dell’anzidetto  Museo,  il  quale  ha  gen¬ 
tilmente  posto  a  mia  disposizione  il  materiale  esaminato,  passo 
senz’altro  alla  rassegna  sistematica  delle  specie  determinate, 
osservando  però  prima  di  tutto  quanto  segue. 

l.°  I  risultati  ai  quali  sono  arrivato  in  seguito  alle  presenti 
ricerche  sono  in  generale  ben  diversi  da  quelli  degli  altri  au¬ 
tori  i  quali  si  erano  occupati  fino  ad  ora  dei  pesci  fossili  emi¬ 
liani,  e  in  ispecial  modo  da  quelli  pubblicati  dai  dottori  Car- 
raroli  e  Bassoli 1  2.  Di  conseguenza,  per  giustificare  le  mie  con- 

1  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  pliocenica  di  Orciano 
e  San  Quirico  in  Toscana.  Boll.  d.  Soc.  geol.  ital.,  voi.  XXXVIII, 
pag.  539-648,  tav.  XVI-XX,  1909  ;  De  Stefano  G.,  Sui  pesci  pliocenici  del- 
V Imolese.  Boll.  d.  Soc.  geol.  ital.,  voi.  XXIX,  pag.  381-402,  tav.  X,  1910; 
De  Stefano  G.,  Studio  sui  pesci  fossili  della  pietra  di  Bismantova  (pro¬ 
vincia  di  Reggio  Emilia).  Boll.  d.  Soc.  geol.  ital.,  voi.  XXX,  pag.  351-422, 
tav.  XII-XIV,  1911. 

2  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  fossili  pliocenici  del  Parmense  e  del 
Piacentino.  Rivista  ital.  di  paleontologia,  anno  III,  pag.  23-27,  fig.  1-7, 
1897;  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  della  regione  emiliana.  Rivista  ital.  di 
paleont.,  anno  XIII,  fase.  I,  pag.  37-43,  1907. 


36 


G.  DE  STEFANO 


clusioni,  ho  creduto  opportuno  di  figurare  tutte  le  specie  deter¬ 
minate  fra  i  fossili  che  si  conservano  nel  Museo  geologico  del- 
l’ Università  di  Parma. 

2. °  Dal  titolo  della  mia  nota  parrebbe  che  lo  studio  da  me 
fatto  si  sia  limitato  ai  fossili  dianzi  indicati.  In  realtà  il  lavoro 
comprende  anche  Pesame  del  materiale  ittiolitico  che  si  con¬ 
serva  nel  Museo  geologico  dell’Università  di  Modena;  materiale 
che  proviene,  in  parte  dalle  formazioni  terziarie  della  provincia 
di  Reggio,  in  parte  da  quelle  della  provincia  di  Modena.  Esso 
è  stato  osservato  da  me  fin  dall’anno  passato,  grazie  al  per¬ 
messo  avuto  dal  chiamo  signor  prof.  Dante  Pantanelli  ;  e  una 
parte  delle  osservazioni  fatte  a  tale ‘proposito  si  trovano  nella 
memoria  sui  pesci  fossili  della  pietra  di  Bismantova  '.  In  base 
quindi  alle  ricerche  sugli  avanzi  conservati  nei  Musei  geologici 
di  Modena  e  di  Parma  ho  potuto  fare  una  revisione  completa 
delle  specie  dei  pesci  fossili  emiliani,  indicati  dai  dottori  Car- 
raroli  e  Bussoli  nei  loro  lavori  di  paleoittiologia. 

3. °  Da  tale  revisione  vanno  però  esclusi  tutti  quegli  avanzi 
imperfetti,  che,  dopo  attento  esame,  non  mi  hanno  permesso  di 
arrivare  a  una  plausibile  interpretazione  ;  quelli  che  apparten¬ 
gono  al  genere  Myliohatis,  dei  quali  è  mia  idea  di  occuparmi 
quanto  prima  in  apposita  nota  insieme  agli  avanzi  congeneri 
del  terziario  della  Toscana;  e  gli  Otoliti,  già  molto  bene  illu¬ 
strati  dal  dott.  Bussoli 1  2. 

4. °  Non  sono  nemmeno  considerati  gli  avanzi  pubblicati  dal 
prof.  Sacco  nel  lavoro  sulle  formazioni  ofitifere  del  Cretaceo  3, 


1  De  Stefano  G.,  Studio  sui  pesci  fossili  della  pietra  di  Bismantova, 
pag.  412.  In  questo  lavoro  è  notata  la  presenza,  fra  i  fossili  della  rac¬ 
colta  che  si  conserva  nel  Museo  di  Modena,  delle  seguenti  specie:  Car- 
charias  [Prionodon]  Camia  Risso,  Galeus  canis  Rondelet,  Carcharias  [ Prio - 
nodon  ]  glyphis  Muli,  et  H.,  Sphyrna  zigaena  Milli,  et  H.,  Squatina  an¬ 
gelus  Linneo  sp. 

2  Bassoli  G.,  Otoliti  fossili  terziari  dell' Emilia.  Rivista  ital.  di  paleont., 
anno  XII,  pag.  36-56,  tav.  I-II,  1906. 

3  Sacco  F.,  Les  formations  ophitifères  du  Crétacé.  Bull,  de  la  Soc. 
belge  de  Geologie,  de  Paléontologie  et  d’Hidr.,  toni.  XIX,  pag.  247-266, 
tav.  Vili,  1905. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


37 


eccetto  quelli  che  appartengono  al  genere  Ptycliodus.  Tali  fos¬ 
sili  sono  considerati  come  provenienti  da  formazioni  cretacee  ; 
mentre  il  mio  lavoro  si  occupa  della  ittiofauna  terziaria  emi¬ 
liana.  Le  specie  pubblicate  dal  prof.  Sacco,  che  si  conservano 
nello  stesso  Museo  geologico  dell’Università  di  Parma,  e  la 
cui  determinazione  devesi  al  prof.  Bassani,  sono  le  seguenti: 

Ptychodus  latissimus  Agassi z 
.  »  polygyrus  Agassiz 

»  mammillaris  Agassiz 
»  decurrens  Agassiz 
Odontaspis  Bronni  Agassiz 
Scapanorhynchus  subulatus  Agassiz  sp. 

»  raphiodon  Agassiz  sp. 

Oxyrhina  Mantelli  Agassiz 
»  angustidens  Reuss 

Corax  pristodontus  Agassiz. 

Pseudocorax  a /finis  Agassiz  sp. 

Carcharodon  sp.  [cfr.  C.  longidens  Pillet  o  C.  angustidens 
Agassiz]. 

I  fossili  indicati,  secondo  le  idee  esposte  dal  prof.  Sacco, 
provengono  dalle  argille  scagliose  cretacee  delle  provincie  di 
Parma  e  di  Piacenza  \  come  dai  Poggioli  rossi  presso  Verna- 
sca  (Piacentino)  e  S.  Vitale  di  Baganza  (Parmigiano).  In  realtà, 
diversi  fra  quelli  da  me  osservati  sono  di  ignota  provenienza 
e  accompagnati  da  cartellini  con  vaghe  indicazioni.  A  ciò  si 
aggiunga  che  le  argille  scagliose,  nelle  quali  dovrebbero  essere 
stati  trovati  gli  avanzi  in  discussione,  sono  considerate  come 
eoceniche  dalla  maggior  parte  dei  geologi.  Inoltre,  la  maggior 
parte  di  tali  avanzi  sono  incompleti  ;  la  loro  determinazione  po¬ 
trebbe  perciò  dipendere  da  concetti  personali;  e  tale  determinazione 
potrebbe  dar  luogo  a  interpretazioni  specifiche  diverse,  qualora 
essi  non  venissero  esaminati  col  preconcetto  che  debbano  ap¬ 
partenere  assolutamente  a  formazioni  cretacee.  E  tutto  ciò  dico, 


1  Sacco  F.,  Les  formations  ophitifères  du  Crétacé ,  pag.  255,  tav.  Vili, 
fig.  11-24. 


38 


G.  DE  STEFANO 


non  per  mettere  in  dubbio  la  grande  competenza  dell’illustre 
specialista  dell’Università  di  Napoli,  che  li  ha  determinati  ;  ma 
solo  perchè  mi  sembra  che  qualche  dente  di  Odontaspis  —  fra 
quelli  in  discussione  —  richiama  subito  in  mente  V Odontaspis 
cuspidata;  mentre  diversi  esemplari  di  Oxyrliina,  anzi  che  all’O. 
Mantelli,  potrebbero  essere  associati  alla  tipica  0.  Desori  delle 
formazioni  eoceniche.  In  fine,  se  il  dente  incompleto,  trovato  a 
Fornovo  nel  Parmigiano,  deve  essere  riferito  a  Carcharodon  an- 
gustidens,  come  a  me  sembra,  allora  esso  non  può  essere  con¬ 
siderato  come  cretaceo,  si  bene  come  oligocenico. 

5. °  A  prescindere  dai  fossili  avanti  indicati,  la  cui  deter¬ 
minazione  e  per  il  loro  stato  di  conservazione,  e  per  la  incerta 
provenienza,  potrebbe  dipendere  da  concetti  personali,  tutti  gli 
altri  si  trovano  elencati  sistematicamente  in  questo  lavoro.  Ma, 
anche  fra  questi  ultimi,  alcuni  sono  di  ignota  provenienza,  e 
di  diversi  non  si  conosce  la  esatta  ubicazione.  Solo  per  quelli 
che  appartengono  al  terziario  superiore,  dei  quali  quasi  sempre 
si  conosce  con  certezza  la  formazione  e  le  località  nelle  quali 
furono  trovati,  possono  farsi  utili  raffronti  cronologici  e  stratigrafici 
con  la  ittiofauna  del  terziario  superiore  di  altre  regioni  italiane. 
Lo  studio  degli  avanzi  di  ignota  o  dubbia  provenienza  ha  solo 
valore  sistematico.  Molti  avanzi,  come  si  vedrà  in  seguito  alle 
mie  ricerche,  appartengono  verosimilmente  a  depositi  più  antichi 
o  più  recenti  di  quelli  che  ci  sono  indicati  dalle  etichette  che 
li  accompagnano. 

6. °  Nella  sommaria  descrizione  sistematica  delle  specie  pub¬ 
blicate  in  questo  lavoro,  per  essere  breve,  e  per  non  ripetere 
quanto  ho  già  detto  in  precedenti  memorie,  ho  creduto  bene 
di  lasciare  da  parte  la  bibliografia  e  le  quistioni  riguardanti 
la  sinonimia. 


1  Mi  riferisco  ai  fossili  da  me  esaminati,  i  quali  potrebbero  anche 
non  essere  quelli  indicati  dal  Sacco  e  determinati  dal  Bassani. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


39 


I. 

ELASMOBBANCHI  ASTEROSPONDYLI. 

Fani.  Lamnidae. 

Gen.  Carcharodon  Mitller  et  Henle. 

Carcharodon  auriculatus  Blainville  sp. 

(Tav.  I,  fig.  1,  2,  3;  tav.  II,  fig.  1). 

Fissati  i  termini  entro  i  quali  oscillano  i  caratteri  di  questa 
specie,  in  ispecial  modo  i  caratteri  adottati  nelle  recenti  ricerche 
del  Leriche  *,  già  da  me  esposti,  e  in  parte  condivisi,  nel  la¬ 
voro  sui  pesci  fossili  di  Bismantova 1  2,  a  me  sembra  che  il  Car¬ 
charodon  auriculatus  sia  rappresentato  nella  raccolta  in  esame 
da  vari  denti.  Fra  gli  altri,  molto  incompleti,  osservo  tre  esem¬ 
plari,  di  ignota  provenienza,  e  di  diversa  grandezza.  Quello  di 
maggiori  dimensioni  ha  la  corona  ben  conservata;  essa  è  alta, 
lungo  la  linea  mediana  della  sua  faccia  esterna,  mm.  47.  La  radice 
di  tale  esemplare  è  priva  delle  due  branche.  Il  cono  dentario 
è  eretto,  con  la  faccia  interna  alquanto  convessa  e  quella  esterna 
pianeggiante;  la  seghetattura  marginale  è  poco  sviluppata.  Po¬ 
trebbe  verosimilmente  trattarsi  di  un  dente  anteriore  della  ma¬ 
scella  superiore. 

Come  forse  ho  già  detto,  è  probabile  che  al  Carcharodon 
auriculatus  appartengano  ancora  alcuni  altri  denti  della  rac¬ 
colta  che  si  conserva  nel  Museo  geologico  dell’Università  di 
Parma.  Essi  pare  che  provengano  dai  colli  piacentini.  A  ogni 
modo,  tutti  gli  avanzi  da  me  esaminati  appartengono  con  tutta 
probabilità  a  depositi  oligocenici  o  eocenici,  e  mai  a  terreni 
più  recenti. 

1  Leriche  M.,  Le*  poissons  éocènes  de  la  Belgique.  Mém.  clu  Musée 
Rovai  d’Hist.  Naturelle  de  Belgique,  tom.  Ili,  pag.  130,  1905;  Leriche  M., 
Les  poissons  oliqocènes  de  la  Belgique,  Mém.  du  Musée  Royal  d’Hist.  Nat. 
de  Belgique,  tom.  V,  pag.  291,  1910. 

2  De  Stefano  G.,  Studio  sui  pesci  fossili  della  pietra  di  Bismantova, 
pag.  368. 


40 


G.  DE  STEFANO 


Gli  avanzi  di  Carcharodon  auriculatus  nel  terziario  infe¬ 
riore  emiliano  sono  più  frequenti  di  quello  che  avevano  cre¬ 
duto  fin’ora  gli  autori.  Come  ho  già  osservato  nel  lavoro  sui 
pesci  fossili  di  Bismantova  ’,  nella  raccolta  che  si  conserva  nel 
Museo  geologico  dell’Università  di  Modena  esiste  un  dente  an¬ 
teriore  della  mascella  inferiore  di  C.  auriculatus ,  che,  stando 
però  all’etichetta  che  accompagna  il  fossile,  dovrebbe  apparte¬ 
nere  a  C.  etruscus  Lawley  [=  C.  augustidens  Ag.].  Tale  dente 
sarebbe  stato  raccolto  nella  formazione  miocenica  di  Cianca.  Il 
dente  di  Montegibbio,  riferito  dal  dott.  Bussoli  a  C.  auriculatus1  2, 
proviene  verosimilmente  da  qualche  deposito  oligocenico  del 
Modenese. 

Carcharodon  augustidens  A  gassi  z. 

(Tav.  I,  fig.  4,  5;  tav.  II,  fig.  2,  3). 

Ammessa  come  buona  specie  il  Carcharodon  augustidens r 
quattro  denti  della  raccolta,  uno,  il  meglio  conservato,  di  ignota 
provenienza,  e  gli  altri  tre  trovati  nel  Piacentino,  debbono  es¬ 
sere  ad  essa  associati.  Si  tratta  di  esemplari  a  corona  verti¬ 
cale,  di  forma  slanciata,  alta,  con  la  faccia  interna  molto  con¬ 
vessa.  I  loro  margini  laterali  sono  dentellati  da  una  seghetta- 
tura  abbastanza  sensibile.  La  base  del  loro  cono  dentario,  ri¬ 
spetto  alla  stessa  altezza  di  quest’ultimo,  è  stretta.  Tutti  hanno 
la  radice  rotta.  In  un  esemplare,  la  cui  radice  presenta  una 
branca  intera,  si  osserva  che  tale  branca  è,  relativamente  alla 
grandezza  della  stessa  radice,  poco  sviluppata  e  arrotondata. 
L’esemplare  meglio  conservato  è  quello  di  ignota  provenienza. 
L’altezza  della  corona  di  questo  dente,  lungo  la  linea  mediana 
della  sua  faccia  esterna,  è  di  mm.  58;  la  stessa  corona  misura 
32  mm.  di  larghezza,  presso  la  base.  Il  fossile  in  questione  pre¬ 
senta  grande  analogia  coi  denti  della  seconda  fila  del  mascel¬ 
lare  superiore  di  C.  augustidens,  trovati  nell'oligocene  del  Belgio 
e  illustrati  dal  Leriche  3. 

1  De  Stefano  G.,  Studio  sui  pesci  fossili  della  pietra  di  Bismantovar 

pag.  359.  % 

2  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  della  regione  emiliana,  pag.  37. 

Leriche  M.,  Les  poissons  oligocène s  ecc.,  tav.  XVII  e  XVIII. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


41 


Gli  altri  tre  denti,  la  cui  etichetta  ce  li  indica  come  pro¬ 
venienti  dal  Piacentino,  sono,  come  ho  già  detto,  molto  incom¬ 
pleti.  I  due  più  piccoli  mancano  totalmente  della  radice;  quello 
di  maggiori  dimensioni  ha  la  radice  priva  delle  due  branche. 
Ma  il  cono  dentario  di  questi  esemplari  mi  sembra  che  pre¬ 
senti  i  caratteri  voluti  per  essere  associati  al  Carcharodon  an- 
gustidens.  La  loro  corona  è  verticale,'  alta,  di  forma  slanciata 
e  rotta  all’apice;  la  faccia  esterna  del  cono  è  pianeggiante  e 
quella  interna  molto  rigonfia;  i  margini  laterali  sono  dentellati 
da  una  seghettatura  irregolare,  nel  più  grande  molto  marcata, 
negli  altri  due  di  meno. 

Al  Carcharodon  angustidens  Ag.,  sono  già  stati  associati 
da  me  alcuni  denti  del  calcare  di  Bismantova  in  provincia  di 
Reggio-Emilia  \  I  fossili  esaminati  in  questa  nota,  a  mio  cre¬ 
dere,  appartengono  a  formazioni  oligoceniche. 


Carcharodon  megalodon  Agassiz. 

(Tav.  I,  fig.  6;  tav.  II,  fig.  4). 

Questa  specie  è  rappresentata  da  vari  denti.  Stando  alle  etichette 
che  accompagnano  i  fossili,  cinque  esemplari  sono  di  ignota 
provenienza;  cinque  furono  trovati  nei  colli  piacentini;  due  pro¬ 
vengono  dal  deposito  pliocenico  di  Castel larq uato  ;  uno  dal  de¬ 
posito  di  Miano,  qualche  altro  da  quello  di  Miatico,  in  provincia 
di  Parma;  e  uno,  in  fine,  dal  giacimento  di  Varano  Marchesi. 

A  proposito  dei  denti  che,  secondo  le  relative  etichette,  do¬ 
vrebbero  essere  stati  trovati  nei  depositi  pliocenici  di  Castel lar- 
quato,  di  Miatico  e  di  Miano,  osservo  che  essi  appartengono 
verosimilmente  a  depositi  più  antichi.  11  C.  megalodon  è  specie 
miocenica;  o  almeno  cosi  bisogna  ritenere  per  le  formazioni  ter¬ 
ziarie  italiane.  Nel  caso  presente,  i  fossili  in  discussione  non 
possono  essere  stati  trovati  in  terreni  pliocenici,  non  solo  per 
la  ragione  indicata,  ma  anche  perchè  essi  hanno  tale  grandezza 
e  tale  conformazione  da  richiamare  subito  in  mente  quelli  ti¬ 
pici  della  stessa  specie  che  si  rinvengono  nelle  formazioni  del 

1  De  Stefano  G.,  Studio  sui  pesci  fossili  ecc.,  pag.  363,  tav.  XII,  fi¬ 
gura  8;  tav.  XIII,  fig.  6-7;  tav.  XIV,  fig.  1-2. 


42 


G.  DE  STEFANO 


miocene  medio  e  inferiore.  Uno  fra  i  due  denti,  che  dovreb¬ 
bero  appartenere  al  pliocene  di  Castellarquato,  ha  veramente 
rilevanti  dimensioni.  Per  quanto  il  suo  stato  di  conservazione 
sia  imperfetto,  essendo  l’esemplare  con  l’apice  della  corona  smus¬ 
sato  e  con  i  margini  laterali  consumati,  pure  ha  le  seguenti  di¬ 
mensioni:  larghezza  della  base  delia  corona  mm.  93;  altezza 
della  corona,  lungo  la  linea  mediana  della  faccia  esterna,  mil¬ 
limetri  70.  Il  secondo,  di  più  modesta  grandezza,  ha  la  radice 
con  una  branca  mancante;  e  l’altezza  della  sua  corona,  lungo 
la  linea  mediana  della  faccia  esterna,  è  di  mm.  54. 

Il  Carcharodon  megdlodon  è  stato  indicato  altra  volta  dal 
dott.  Carraroli  ',  nelle  formazioni  plioceniche  di  Miatico  (Parma) 
€  di  Miano  (Parma),  e  nei  colli  piacentini.  Evidentemente  gli 
esemplari  indicati  dal  Carraroli  sono,  in  parte,  quelli  esaminati 
in  questa  nota;  e  quindi  vanno  riferiti  a  depositi  miocenici  e 
non  pliocenici.  La  stessa  specie  è  stata  citata  nel  1907  dal 
dott.  Bassoli  in  vari  depositi  miocenici  e  pliocenici  dell’Emilia 1  2; 
ma  come  ho  già  osservato  nel  lavoro  sui  pesci  fossili  della  pietra 
di  Bismantova  3 4,  il  riferimento  di  tale  autore  è  basato  in  mas¬ 
sima  sulle  talora  errate  notizie  che  si  trovano  nei  lavori  del 
Bianconi,  del  Coppi,  del  Ferretti,  ecc.  In  effetti,  fra  i  denti  di 
Carcharodon  che  si  trovano  nelle  raccolte  del  Museo  geologico 
di  Modena,  solo  alcuni  debbono  essere  associati  a  C.  megalodon  ; 
ed  essi  appartengono  a  depositi  miocenici:  gli  altri  debbono 
essere  ascritti  al  vivente  C.  Iìondelcti,  e  provengono  verosimil¬ 
mente  da  depositi  pliocenici. 

Gli  esemplari  di  C.  megalodon  delle  raccolte  del  Museo  geo¬ 
logico  di  Parma  e  del  Museo  geologico  di  Modena,  apparte¬ 
nenti  a  diverse  posizioni  delle  due  mascelle  di  individui  gio¬ 
vanissimi  e  adulti,  presentano  ben  marcati  i  noti  caratteri,  che 
distinguono  tale  specie  dal  C.  auriculatus  e  dal  C.  angusti- 
dens  da  un  lato,  e  dall’altro  dal  C.  Rondeleti  \  Sono  grandi, 
di  forma  meno  acuminata,  meno  cuspidale  e  a  margini  meno 


1  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  pliocenici  ecc.,  pag.  24. 

2  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  della  regione  emiliana,  pag.  36. 

3  De  Stefano  G.,  Studio  sui  pesci  fossili  della  pietra  ecc.,  pag.  361. 

4  De  Stefano  G.,  Studio  sui  pesci  fossili  ecc.,  pag.  368. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


43 


assottigliati  di  quelli  del  C.  auriculatus  ;  eoo  la  faccia  esterna 
della  corona  pianeggiante;  con  quella  interna  molto  rigonfia, 
specialmente  in  quelli  mediani  della  mascella  inferiore;  con  la 
radice  relativamente  molto  sviluppata;  col  cono  dentario  molto 
largo  alla  base  e  relativamente  poco  alto. 


Carcliarodon  Rondeleti  Miiller  et  Henle. 

(Tav.  I,  fìg.  7  ;  tav.  Il,  fìg.  5,  6). 


Il  C.  Rondeleti  è,  fra  le  specie  di  Carcliarodon  che  sono 
conservate  nella  raccolta  del  Museo  geologico  dell’Università  di 
Parma,  quella  che  si  trova  rappresentata  dal  maggior  numero 
di  esemplari. 

Nove  denti,  più  o  meno  ben  conservati,  sono  di  ignota  pro¬ 
venienza;  un  dente  laterale  inferiore,  con  la  radice  rotta,  è  stato 
trovato  nel  pliocene  del  Rio  dei  Camorlini  ;  tre  denti,  molto  mal 
conservati,  sono  del  pliocene  di  Tabiano  ;  altri  tre  denti,  infine, 
provengono  dal  pliocene  di  Castellarquato.  A  questo  materiale 
occorre  anche  aggiungere  un  certo  numero  di  denti  e  qualche 
vertebra  di  varie  località  del  Piacentino.  Uno  fra  i  denti  che 
provengono  dal  terziario  superiore  di  Castellarquato,  molto  ben 
conservato,  presenta  le  seguenti  dimensioni  :  larghezza  della  base 
della  corona  mm.  35;  altezza  del  cono  dentario,  lungo  la  linea 
mediana  della  sua  faccia  esterna,  mm.  39. 

Quanto  alla  forma  e  alle  dimensioni  degli  esemplari  in  di¬ 
scussione,  si  può  osservare  quanto  ho  già  pubblicato  altra  volta 
a  proposito  dei  denti  di  Carcliarodon  Rondeleti  del  pliocene  della 
Toscana1  e  dellTmolese2:  essi  sono  variabilissimi  nella  forma 
e  nelle  dimensioni,  a  seconda  della  posizione  che  occupavano 
nella  bocca  deiranimale.  Ma  la  loro  caratteristica  forma,  con 
corona  appiattita  e  poco  spessa,  con  i  margini  laterali  irrego¬ 
larmente  dentellati  e  spesso  a  dentelli  bifidi,  è  tale  per  cui 
essi  non  possono  essere  mai  confusi  con  i  denti  di  altre  specie 


1  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiof.  plioc.  di  Orciano  ecc.,  pa¬ 
gina  559. 

2  De  Stefano  G.,  Sui  pesci  pliocenici  dell’ Imoleseì  pag.  392. 


44 


G.  DB  STEFANO 


di  Carcharodon,  pur  presentando  analogie  coi  denti  di  C.  an- 
gustidens. 

11  C.  lìondeleti  era  già  stato  citato  dal  dott.  Carraroli  nelle 
formazioni  plioceniche  dell’Emilia,  e  precisamente  nella  forma¬ 
zione  di  Stra monte  presso  Castellarquato  Ma,  dalle  ricerche 
fatte  sul  materiale  ittiolitico  che  si  conserva  nel  Museo  geolo¬ 
gico  dell’Università  di  Modena  e  dal  presente  lavoro,  risulta 
che  gli  avanzi  di  tale  specie  sono  molto  frequenti  in  tutto  il 
terziario  superiore  dell’Emilia 1  2,  contrariamente  a  quanto  si  era 
creduto  fin’ora. 


Gen.  Lamna  Cuvier. 

Lamna  obliqua  Agassiz  sp. 

(Tav.  1,  fig.  8-,  tav.  II,  fig.  7). 

Nella  raccolta  esaminata  esistono  alcuni  denti,  fra  i  quali 
uno  ben  conservato,  di  ignota  provenienza.  Essi  debbono  essere 
associati  alla  Lamna  obliqua.  Il  dente  ben  conservato  appar¬ 
tiene  a  un  mascellare  inferiore;  è  privo  di  radice  e  di  conetti 
laterali  ;  ha  la  corona  molto  slanciata,  diritta,  alta,  a  forma  di 
triangolo  isoscele,  con  la  faccia  esterna  leggermente  rigonfia  e 
quella  interna  molto  convessa  e  inturgidata  alla  base,  la  quale, 
relativamente  all’altezza  del  cono  dentario,  è  molto  stretta. 

Questo  esemplare,  e  qualche  altro  ancora  meno  completo, 
corrisponde  perfettamente  agli  esemplari  di  Otodus  obliquus 
Agassiz,  pubblicati  dal  Priem  3,  e  provenienti  dalle  formazioni 
cenozoiche  che  affiorano  nei  possedimenti  africani  del  Porto¬ 
gallo  (distretto  di  Mossamedes  in  provincia  di  Angola)  ;  e  pre¬ 
senta  ancora  grandi  analogie  con  qualcuno  fra  quegli  esem- 

1  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  pliocenici  ecc.,  pag.  24. 

2  Si  confronti,  a  questo  proposito,  la  mia  nota  sui  pesci  fossili  del- 
l’Imolese  e  il  lavoro  sui  pesci  fossili  della  pietra  di  Bismantova.  In  essi 
è  constatato  che  il  Carcharodon  lìondeleti  è  rappresentato  da  vari  avanzi 
nel  terziario  superiore  del  Bolognese,  del  Modenese  e  del  Reggiano. 

3  Priem  F.,  Poissons  tertiaires  des  possessions  africaines  du  Portugal. 
CommunQacòes  du  Service  géologique  du  Portugal,  tom.  VII,  tav.  I,  1907, 
pag.  76. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


45 


plari  di  Lamna  obliqua  Ag.  sp.,  appartenenti  alla  pietra  di 
Bismantova,  che  io  ho  pubblicati  l’anno  passato  '. 

Gli  esemplari  esaminati  provengono  verosimilmente  da  qual¬ 
che  deposito  oligocenico  o  eocenico  delle  provincie  di  Parma  e 
Piacenza.  Quello  in  discussione  ha  la  corona  alta,  lungo  la 
linea  mediana  della  sua  faccia  interna,  mm.  34;  e  la  base  della 
stessa  corona  ha  una  larghezza  di  mm.  18. 

Gen.  Odontaspis  Agassiz. 

Odontaspis  sp.  [cfr.  0.  Hopei  Agassi zj. 

(Tav.  I,  fig.  9;  tav.  II,  fìg.  8,  9). 

Fra  i  denti  del  gen.  Odontaspis ,  che  si  conservano  nella 
raccolta  in  esame,  uno  richiama  subito  in  mente  la  forma  ti¬ 
pica  dei  denti  eocenici  riferiti  dagli  autori  &W  Odontaspis  Hopei. 
L’esemplare  in  discorso,  stando  all’etichetta  che  accompagna  il 
fossile,  sarebbe  stato  trovato  nella  formazione  di  Urzano  sopra 
Langhirano;  ma,  secondo  il  mio  parere,  esso  proviene  invece 
da  qualche  deposito  eocenico  od  oligocenico  dell’Emilia. 

Si  tratta  di  un  dente  di  medie  dimensioni,  il  cui  cono  den¬ 
tario  ha  forma  subulata  e  poco  slanciata,  e  la  cui  radice  è 
molto  rigonfia.  La  corona  è  cilindrica  nella  metà  inferiore,  lie¬ 
vemente  depressa  nella  metà  superiore,  e  la  superfìcie  delle  sue 
due  faccie  non  è  striata.  I  margini  laterali  sono  affilati  nella 
metà  superiore;  nella  metà  inferiore  della  corona  non  si  osser¬ 
vano  traccie  di  essi,  essendo  tale  parte  del  cono  dentario  presso 
a  poco  cilindrica.  Le  branche  della  radice,  benché  rotte  a  circa 
metà  lunghezza,  fanno  comprendere  che  dovevano  essere  molto 
divaricate.  Il  dente  esaminato  presenta  grande  analogia  con 
quelli  della  pietra  di  Bismantova,  da  me  associati  sdV Odonta¬ 
spis  Hopei  2,  e  con  quelli  citati  dal  dott.  Bassoli 3,  che  si  con¬ 
servano  nel  Museo  geologico  dell’Università  di  Modena,  da  me 
esaminati  l’anno  passato. 

1  De  Stefano  G.,  Studio  sui  pesci  fossili  della  pietra  di  Bismantova, 
pag.  373,  tav.  XIII,  fig.  IO-,  tav.  XIV,  fig.  10-11. 

2  De  Stefano  G.,  Studio  sui  pesci  fossili  ecc.,  pag.  388,  tav.  XII, 
fig.  1-4  ;  fav.  XIV,  fig.  23-30. 

3  Bassoli  G.,  I  pesci  fossili  della  regione  emiliana ,  pag.  38. 


46 


G.  DE  STEFANO 


Odoutaspis  cuspidata  Agassiz  sp. 

(Tav.  I,  fig.  10,  11,  12,  13;  tav.  II,  fig.  10). 

Questa  specie  è  verosimilmente  rappresentata  da  alcuni 
denti  molto  mal  conservati  e  di  ignota  provenienza;  più  da  un 
dente,  in  discreto  stato  di  conservazione,  trovato  nel  Piacentino; 
e  in  fine  da  un  dente,  il  quale,  stando  al  cartellino  che  l’ac¬ 
compagna,  sarebbe  stato  trovato  nel  pliocene  di  Tabiano.  Que¬ 
st’ultimo  esemplare  ha  il  cono  dentario  molto  slanciato;  la 
faccia  esterna  della  corona  è  leggermente  convessa  ;  quella  in¬ 
terna  molto  convessa;  i  margini  laterali  sono  taglienti  per  tutta 
la  lunghezza  della  corona,  che  ha  le  due  faccie  completamente 
lisce.  Il  dente  in  discorso  è  molto  arcuato  verso  la  gola,  ed 
è  verosimilmente  un  organo  anteriore  superiore  della  prima  fila. 

L’ Odontaspis  cuspidata  era  già  nota  nel  pliocene  del  Par¬ 
mense  e  del  Piacentino  per  il  lavoro  del  Carraroli,  il  quale  ha 
indicato  avanzi  di  questa  specie  nel  deposito  di  Bacedasco1. 
Eitengo  però  che  tali  avanzi  siano  stati  male  determinati,  e 
che  perciò  non  appartengano  all’ 0.  cuspidata.  Ritengo  ancora 
che  il  dente  di  0.  Cuspidata,  avanti  descritto,  non  appartenga 
al  deposito  di  Tabiano,  secondo  indica  il  cartellino,  ma  a  for¬ 
mazione  più  antica.  A  mio  avviso,  V Odontaspis  cuspidata  dif¬ 
ficilmente  si  trova  nei  depositi  pliocenici  italiani.  I  denti  di 
0.  cuspidata ,  appartenenti  alla  formazione  di  Montegibbio,  citati 
dal  Bassoli  2,  che  si  conservano  nel  Museo  geologico  dell’Uni¬ 
versità  di  Modena,  sono  ben  determinati. 

Odontaspis  acutissima  Agassiz. 

(Tav.  I,  fig.  14,  15,  16). 

Questa  specie  è  rappresentata  da  alcuni  denti,  fra  i  quali 
quattro  provengono  dal  pliocene  del  Piacentino  e  mancano  di 
radice.  Un  esemplare  appartiene  al  pliocene  di  Castellarquato  ; 
un  altro,  in  fine,  fu  trovato  a  Bacedasco. 


1  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  fossili  pliocenici  ecc.,  pag.  24. 

2  Bassoli  G.,  I  pesci  fossili  ecc.,  pag.  38. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL'EMILIA 


47 


Sui  caratteri  dei  denti  di  questa  specie,  pei  quali  essa  fa¬ 
cilmente  si  distingue  da  tutte  le  altre  del  genere  Odontaspis, 
non  insisto  oltre,  dopo  quanto  ho  detto  nel  lavoro  sui  pesci 
pliocenici  della  Toscana  1  e  nello  studio  sui  pesci  fossili  della 
pietra  di  Bismantova  2 3.  Ormai  non  è  più  dubbio  che  tutti  gli 
avanzi  fossili  de!  terziario  italiano,  e,  si  potrebbe  anche  dire,  del 
terziario  europeo,  descritti  dagli  autori  col  nome  di  Odontaspis 
contortidens  Ag.,  debbono  essere  riferiti  all  'Odontaspis  acutis¬ 
sima  Ag.,  essendo  le  due  specie  sinonime,  e  dovendosi  adot¬ 
tare  nella  nomenclatura,  per  ragioni  di  priorità,  l’ultimo  nome 
specifico. 

li  0.  acutissima  non  è  stata  indicata  dal  Carraroli  nelle  for¬ 
mazioni  plioceniche  delle  provincie  di  Parma  e  Piacenza.  A  tale 
specie  bisogna  però  associare  gli  avanzi  del  pliocene  del  Pia¬ 
centino,  indicati  da  tale  autore  col  nome  di  Odontaspis  clegans :t. 
Sono  gli  stessi  esemplari  indicati  ed  esaminati  da  me  poco  avanti. 
Nel  Museo  geologico  dell’Università  di  Modena  si  conservano 
numerosi  avanzi  di  Odontaspis  acutissima,  provenienti  dai  de¬ 
positi  del  Montese,  di  Castellarquato  e  di  Lugagnano.  Molti 
denti,  che  si  conservano  nello  stesso  Museo,  e  che  furono  tro¬ 
vati  nelle  formazioni  mioceniche  di  Montegibbio  e  Cianca  (pro¬ 
vincia  di  Modena),  anzi  che  all  'Odontaspis  elegans,  come  ha  ri¬ 
tenuto  e  pubblicato  altra  volta  il  dott.  Bassoli  4,  appartengono 
invece  &\Y Odontaspis  acutissima. 


Odontaspis  ferox  Risso  sp. 

(Tav.  I,  fig.  17;  tav.  II,  fig.  11,  12,  18,  14). 

Il  vivente  Odontaspis  ferox  del  Mediterraneo  è  rappresen¬ 
tato  nella  raccolta  solo  da  qualche  dente,  ma  in  ottimo  stato 
di  conservazione. 

Osservo  un  esemplare,  proveniente  dal  pliocene  del  Piacen¬ 
tino,  il  quale  possiede  la  radice  intera,  e  a  ciascun  lato  della 

1  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  ecc.,  pag.  563. 

2  De  Stefano  G.,  Studio  sui  pesci  fossili  ecc.,  pag.  393. 

3  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  fossili  ecc.,  pag.  24. 

4  Bassoli  G.,  I  pesci  fossili  della  regione  emiliana ,  pag.  37 


48 


G.  DE  STEFANO 


base  della  corona  si  osserva  un  dentellino  accessorio.  Questi  due 
dentelli  sono  curvi  e  sottili;  la  corona  è  alquanto  arcuata,  e 
sulle  due  sue  faccie  non  si  osserva  striatura.  La  radice  è  molto 
rigonfia  alla  faccia  interna,  e  ha  le  due  branche  molto  diva¬ 
ricate.  Verosimilmente  l’esemplare  esaminato  è  un  dente  ante¬ 
riore  della  seconda  fila. 

V  Odontaspis  ferox,  benché  rappresentato  solo  da  qualche 
avanzo  nella  raccolta  esaminata,  pure  è  abbastanza  frequente 
nelle  formazioni  plioceniche  della  Romagna  e  deH’Emilia.  A 
questo  proposito  ho  già  notato  i  numerosi  denti  che  si  raccol¬ 
gono  nel  pliocene  del  Bolognese1.  L’esame  che  ho  fatto  l’anno 
passato,  sugli  avanzi  dei  pesci  fossili  che  si  conservano  nel  Museo 
geologico  di  Modena,  mi  permette  di  assicurare  la  presenza  della 
specie  in  discorso  anche  nel  terziario  superiore  del  Modenese. 
L 'Odontaspis  vorax  Le  Hon,  citato  dal  Bassoli  2 3,  non  è  altro 
che  VOdontaspis  ferox.  I  denti  del  pliocene  di  Bacedasco,  in 
provincia  di  Piacenza,  riferiti  dal  dott.  Carraroli  a  Odontaspis 
cuspidata  A g.  sp.  debbono  essere  anch’essi  ascritti  alla  specie 
vivente.  Lo  stesso  dicasi  per  due  esemplari  fra  quelli  che  il  ci¬ 
tato  autore  associa  a  Odontaspis  elegans  Ag.  sp.,  i  quali  appar¬ 
tengono  al  pliocene  del  Piacentino  4.  Come  ho  già  avanti  osservato, 
la  maggior  parte  di  questi  ultimi  denti  spettano  all’O.  acutis¬ 
sima. 

Gen.  Oxyriiina  A  gassi  z. 

Oxyrhina  liastalis  Agassiz. 

(Tav.  I,  fig.  18,  19;  tav.  II,  fig.  15,  16,  17,  18). 

Di  questa  specie  si  conservano  nel  Museo  geologico  dell’U¬ 
niversità  di  Parma  numerosi  denti.  Ne  ho  esaminati  accurata¬ 
mente  una  trentina,  appartenenti  a  tutte  le  posizioni  delle  ma¬ 
scelle  di  vari  individui,  giovanissimi,  adulti  e  vecchi.  Essi  pre¬ 
sentano  i  soliti  e  noti  caratteri  dell’  Oxyrhina  liastalis ,  già  co- 


1  De  Stefano  G.,  Pesci  pliocenici  dell’ Imolese,  pag.  390  e  pag.  394. 

2  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  ecc.,  pag.  38. 

3  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  fossili  ecc.,  pag.  24. 

4  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  fossili  ecc.,  pag.  24. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL'EMILIA 


49 


nosciuti  per  gli  studi  comparativi  fatti  in  questi  ultimi  anni 
da  me  e  da  altri.  Alcuni  esemplari  richiamano  in  mente  i  denti 
chiamati  dal  Lawley  col  nome  di  Oxyrhina  gibosissima,  altri 
VO.  quadrans  dell’Agassiz,  e  altri  ancora  1’ 0.  plicatilis.  Le  loro 
dimensioni  sono  molto  variabili;  alcuni  denti  sono  veramente  di 
notevole  grandezza.  Uno,  di  ignota  provenienza,  ha  la  corona 
alta  (lungo  la  linea  mediana  della  stessa)  mm.  49  ;  lo  stesso 
dente  presenta  una  larghezza,  alla  base  della  corona,  di  mm.  50,3. 
Un  altro  esemplare,  trovato  nel  pliocene  del  Piacentino,  ha  la 
corona  larga  alla  base  di  mm.  45  ;  e  l’altezza  della  stessa,  lungo 
la  sua  linea  mediana,  è  di  mm.  42. 

Dei  denti  esaminati,  14  furono  trovati  nel  Piacentino;  un 
esemplare  proviene  da  Stramonte  presso  Castellarquato  ;  un  altro 
da  Urzano  sopra  Langhirano;  un  altro  da  Bacedasco;  3  del 
pliocene  di  Tabiano.  Ma  la  maggior  parte  sono  di  ignota  pro¬ 
venienza. 

L 1  Oxyrliina  hastalis  era  già  stata  citata  dal  dott.  Carraroli 
nelle  formazioni  plioceniche  del  Parmense  \  Io  l’ho  indicata  nel 
pliocene  delle  Romagne  2.  Il  prof.  Yinassa  l’ha  notata  in  diversi 
giacimenti  del  Bolognese3 4.  Il  dott.  Bassoli  in  fine  ha  elencata 
questa  specie  in  varie  formazioni  mioceniche  e  plioceniche  del¬ 
l’Emilia  \ 


Oxyrhina  Spallanzani  Bonaparte. 

(Tav.  I,  fig.  20;  tav.  II,  fig.  19,  20). 

Nel  Museo  geologico  dell’Università  di  Parma  si  conservano 
numerosi  denti  della  vivente  e  comune  Oxyrhina  Spallanzani. 
Vari  denti  ho  potuto  anche  osservare  nella  raccolta  dei  pesci 
fossili  emiliani,  appartenente  al  Museo  geologico  dell’Università 
di  Modena.  Alcuni  sono  di  ignota  provenienza;  altri  proven¬ 
gono  dal  pliocene  di  Castellarquato;  altri  dai  giacimenti  di 


1  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  fossili  pliocenici  eec.,  pag.  24. 

2  De  Stefano  GL,  Sui  pesci  pliocenici  dell’ Imolese,  pag.  395. 

3  Vinassa  de  Regny  P.,  Pesci  neogenici  del  Bolognese ,  pag.  81,  tav.  II, 
tìg.  7,  8.  Rivista  italiana  di  Paleontologia,  anno  V,  1899. 

4  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  della  regione  ecc.,  pag.  38. 


4 


50 


(J.  DE  STEFANO 


Bacedasco  e  di  Tabiano.  Qualcuno  è  stato  trovato  a  Urzano 
sopra  Langhirano. 

Si  tratta  di  esemplari  aventi  dimensioni  varie  e  conforma¬ 
zione  diversa,  i  quali  dinotano  di  essere  appartenuti  a  diverse 
posizioni  delle  mascelle  e  ad  animali  di  diversa  età.  Molti  sono 
incompleti,  perchè  privi  della  radice.  La  loro  variabilità,  avuto 
riguardo  alla  forma  del  cono  dentario,  richiama  in  mente  i 
denti  che  gli  autori  fino  a  pochi  anni  addietro  riferivano  erro¬ 
neamente  a  specie  diverse  ( Otodus  sulcatus  Sismonda,  Otoclus 
aduncus  Lawley,  Otodus  isoscelicus  Lawley,  ecc.);  denti  i  quali 
non  sono  altro  che  organi  di  diversa  posizione  dell’odierna  Oxy- 
rhina  Spallanzani. 

Dall’esame  fatto  sulla  ittiofauna  fossile  conservata  nel  Museo 
geologico  dell’Università  di  Modena,  risulta  che  i  denti,  indi¬ 
cati  dal  Bassoli  col  nome  di  0.  Spallanzani  e  appartenenti 
alle  formazioni  oligoceniche  e  mioceniche  delle  provincie  di  Mo¬ 
dena  e  Reggio  \  non  possono  essere  associati  a  tale  specie.  Er¬ 
roneamente  il  dott.  Carraroli  non  indica,  fra  i  pesci  fossili  plio¬ 
cenici  del  Parmense  e  del  Piacentino,  l’O.  Spallanzani1  2. 


Fani.  Carchariidae. 

Gai.  Caechabias  Cuvier. 

Carcliarias  [Prionodon]  glaucus  Linneo  sp. 

(Tav.  I,  fig.  21,  22,  23). 

Questa  specie  è  rappresentata  da  quattro  denti,  trovati  nel 
pliocene  di  Bacedasco,  in  provincia  di  Piacenza.  Sono  esem¬ 
plari  identici  a  quelli  che  ho  descritti  altra  volta  a  proposito 
della  ittiofauna  pliocenica  della  Toscana  3  ;  e  corrispondono  per¬ 
fettamente  ai  denti  della  specie  vivente,  coi  quali  li  ho  com¬ 
parati.  La  seghettatura  dei  loro  margini  laterali  va  dall’apice 
alla  base;  l’apice  si  protende  sempre  un  po’  in  fuori;  sulla  faccia 

1  Bassoli  G.,  1  pesci  terziari  della  regione  emiliana,  pag.  39. 

2  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  pliocenici  ecc.,  pag.  24. 

3  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  ecc.,  pagina  572,  ta¬ 
vola  XVIII,  fig.  21-25. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


51 


esterna  il  margine  inferiore  dello  smalto  è  diritto;  sulla  interna 
invece  è  arcuato. 

Gli  avanzi  di  Bacedasco,  indicati  dal  dott.  Carraroli  1 2  col 
nome  di  Carcharias  subglaucus  Lawley  sp.,  appartengono  alla 
indicata  specie  vivente. 


Carcharias  [Prionodon]  lamia  Risso. 

(Tav.  II,  fig.  21,  22,  23). 

Questa  specie  è  rappresentata  da  vari  denti,  la  maggior 
parte  trovati  nel  pliocene  di  Bacedasco.  Essi  corrispondono  per¬ 
fettamente  a  quelli  della  specie  vivente  e  a  quelli  del  pliocene 
della  Calabria  meridionale  *  e  della  Toscana  3.  Sono  organi  den¬ 
tali  di  posizione  diversa,  che  hanno  forma  slanciata,  alcuni  ben 
conservati,  altri  privi  di  radice,  con  la  faccia  anteriore  piana 
e  con  quella  esterna  regolarmente  convessa:  la  loro  radice  è 
attraversata,  nella  regione  mediana,  da  un  solco  longitudinale 
ben  marcato  :  le  leggiere  pieghe,  che  si  osservano  presso  la  base 
della  radice,  sono  poco  marcate:  la  corona  è  seghettata  con 
molta  regolarità  da  ambo  i  lati. 

Il  Carcharias  [ Prionodon ]  lamia  Risso  è  rappresentato  da 
numerosi  avanzi  nel  terziario  superiore  dell’Emilia.  A  tale  specie 
bisogna  associare  gli  avanzi  del  pliocene  di  Bacedasco  e  di  San 
Vitale  di  Baganza,  citati  dal  Carraroli  col  nome  di  Galeocerdo 
Egertoni  Ag.  sp.  4.  L’esame  da  me  fatto  sugli  avanzi  dei  pesci 
fossili  emiliani,  che  si  conservano  nel  Museo  geologico  dellTT- 
niversità  di  Modena,  mi  ha  permesso  di  constatare  che  quasi 
tutti  i  denti  determinati  dal  dott.  Bassoli  col  nome  di  Galeo¬ 
cerdo  Egertoni  Ag.  5,  appartengono  al  vivente  Carcharias  [Prio- 


1  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  pliocenici  ecc.,  pag.  24. 

2  De  Stefano  G.,  Alcuni  pesci  pliocenici  di  Calanna  in  Calabria.  Boll, 
d.  Soc.  geol.  ital.,  voi.  XX,  pag.  558. 

3  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  pliocenica  ecc.,  pag.  574, 
tav.  XVII,  fig.  5,  6,  7,  8  e  9. 

4  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  pliocenici  ecc.,  pag.  24. 

5  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  ecc.,  pag.  39. 


52 


G.  DE  STEFANO 


nodori]  lamia.  Essi  provengono  da  vali  depositi  del  terziario  su¬ 
periore  emiliano.  Alla  stessa  specie  bisogna  ascrivere  i  fossili 
indicati  dal  Bombicci  col  nome  di  Carcharias  etruscus  Lawley1 2, 
e  dal  Yinassa  col  nome  di  Carcharias  [ Prionodon ]  etruscus 
Lawley  sp.  *.  Questi  ultimi  avanzi  appartengono  al  pliocene  del 
Bolognese. 


Carcharias  [Prionodon]  glyphis  Muli,  et  Henle  sp. 

(Tav.  I,  fig.  24;  tav.  II,  fig.  24). 

Due  denti,  trovati  nel  pliocene  di  Bacedasco  (provincia  di 
Piacenza),  appartengono  certamente  all'odierno  Priodonon  gly¬ 
phis ,  descritto  e  figurato  dal  Miiller  et  Henle.  Gli  esemplari 
in  discorso  hanno  la  radice  assai  larga  e  quasi  eguale  alla  al¬ 
tezza  della  corona;  la  base  di  quest’ultima,  presso  la  radice, 
in  un  esemplare  è  rotonda;  essa  si  allarga  e  diventa  tagliente 
a  circa  metà  altezza. 

Il  Carcharias  [Prionodon]  glyphis  è  indicato  per  la  prima 
volta  in  questo  lavoro  fra  i  pesci  fossili  terziari  dell’Emilia.  A 
questa  specie  occorre  però  ascrivere  gli  avanzi  citati  dal  dott.  Bas- 
soli  col  nome  di  Glyphis  urcianensis  Lawley  3.  Verosimilmente, 
tali  avanzi  non  appartengono  a  depositi  miocenici,  ma  a  quelli 
pliocenici.  Nel  lavoro  sui  pesci  fossili  della  Toscana  ho  già 
osservato  come  i  denti  riferiti  da  Koberto  Lawley  a  Glyphis 
urcianensis  debbono  essere  associati  all’odierno  Carcharias 
glyphis  4. 


1  Bombicci  L.,  Le  formazioni  geologiche  del  territorio  bolognese  cro¬ 
nologicamente  classificate,  con  carta  geologica,  pag.  29.  Appennino 
bolognese ,  pubblicato  per  cura  del  Club  Alpino  Italiano,  Sezione  di  Bo¬ 
logna,  1881. 

2  Vinassa  de  JRegny,  Pesci  neogenici  del  Bolognese,  pag.  82,  tav.  II, 

fig.  IL 

3  Bassoli  G.,  1  pesci  terziari  ecc.,  pag.  40. 

4  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  pliocenica  ecc.,  pag.  576, 
tav.  XVIII,  fig.  18,  19,  20. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


53 


Gen.  Galeus  Cuvier. 

Galeus  canis  Rondelet. 

(Tav.  I,  fig.  25;  tav.  II,  fìg.  25). 

La  raccolta  esaminata  contiene  due  denti,  uno  trovato  nel  plio¬ 
cene  di  Bacedasco  e  l’altro  in  quello  di  Castellarquato,  i  quali 
appartengono  verosimilmente  all’odierno  Galeus  canis.  Questa 
specie  apparirebbe  come  nuova  per  il  terziario  superiore  del 
Parmense  e  del  Piacentino,  in  quanto  essa  non  è  stata  indicata 
dal  Carraroli.  Ritengo  però  che  al  vivente  Galeus  canis  bisogna 
associare  i  denti  che  il  dott.  Bassoli  ha  citati  nel  1907  col 
nome  di  Galeocerdo  minor  Agassiz  l.  Questi  denti  furono  da 
me  esaminati  l’anno  passato,  e,  comparati  con  quelli  della  specie 
vivente,  che  si  conservano  nel  Gabinetto  di  Anatomia  compa¬ 
rata  dell’Università  di  Bologna,  sono  perfettamente  identici  a 
questi  ultimi.  Stando  al  cartellino  cbe  accompagna  i  fossili,  essi 
sarebbero  stati  trovati  nel  deposito  di  Montegibbio  in  provincia 
di  Modena;  ma,  verosimilmente,  appartengono  a  deposito  più 
recente.  Ritengo  ancora  che  all’odierno  Galeus  canis  Rondelet 
bisogna  ascrivere  gli  avanzi  citati  dallo  stesso  dott.  Bassoli  col 
nome  di  Galeocerclo  Pantanelli  Lawley  2.  Per  la  sinonimia  e 
per  i  caratteri  che  presentano  gli  organi  dentali  deH’odierno 
Galeus  canis,  in  rapporto  agli  avanzi  fossili  del  terziario  su¬ 
periore  italiano,  che  bisogna  associare  a  tale  specie,  ho  già 
diffusamente  parlato  nel  lavoro  sui  pesci  fossili  della  Toscana3. 

Gen.  Sphyrna  Rafìnesque. 

Sphy  rna  zigaena  Mùller  et  Henle. 

(Tav.  I,  fig.  26;  tav.  II,  fig.  26,  27). 

Di  questa  specie  ho  osservato,  nella  raccolta  in  esame,  po¬ 
chissimi  esemplari.  Un  dente  proviene  dal  pliocene  di  Bace¬ 
dasco,;  qualche  altro  è  stato  trovato  nella  identica  formazione 

1  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  ecc.,  pag.  39. 

2  Bassóli  G.,  I  pesci  terziari  ecc.,  pag.  39. 

3  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  ecc., pag.  580,  tav.  XVII, 
fig.  25-26. 


54 


G.  DE  STEFANO 


di  Castellarquato.  Gli  esemplari  in  discorso  non  presentano  dif¬ 
ferenze  di  sorta  con  quelli  della  specie  vivente,  della  quale  il 
Gabinetto  di  Anatomia  comparata  dell’Università  di  Bologna  pos¬ 
siede  due  esemplari. 

Sphyrna  zigaena  è  citata  per  la  prima  volta  in  questo  la¬ 
voro  fra  i  pesci  fossili  del  pliocene  emiliano.  Questa  specie,  la 
quale  abita  l’odierno  Mediterraneo,  a  mio  credere,  rimonta  fino 
ai  tempi  del  Miocene  medio;  nel  qual  caso,  parecchi  avanzi 
delle  formazioni  terziarie  italiane  di  tale  epoca,  dagli  autori 

ascritti  a  Sphyrna  prisca  Agassiz,  debbono  essere  associati  a 

\ 

Sphyrna  zigaena  Mtìll.  et  Henle.  E  quindi  verosimile  che  i  fos¬ 
sili  del  miocene  emiliano,  pubblicati  dal  prof.  Vinassa  1,  e  in 
seguito  citati  anche  dal  dott.  Bussoli  2,  col  nome  di  Sphyrna 
prisca  Agassiz,  appartengano  invece  alla  specie  vivente. 


Fam.  Notidanidae. 

Gen.  Notidanus  Cuvier. 

Notidanus  griseus  Gmelin  sp. 

(Tav.  II,  fig.  28,  29  30). 

Il  vivente  Notidanus  griseus  Gmelin  sp.  è  rappresentato 
nel  Museo  geologico  dell’Università  di  Parma  da  quattro  esem¬ 
plari.  Uno  di  essi  è  di  ignota  provenienza.  Gli  altri  sono 
stati  trovati,  due  nel  pliocene  di  Tabiano,  uno  in  quello  di 
Piantogna. 

Si  tratta  di  quattro  denti,  fra  i  quali  il  meglio  conservato 
è  quello  del  quale  non  si  conosce  la  provenienza.  Esso  è  prov¬ 
visto  di  dieci  conetti,  i  quali  vanno  gradualmente  e  sensibil¬ 
mente  decrescendo  in  dimensioni  dall’anteriore  al  posteriore. 
L’anteriore  è  il  più  lungo  e  il  più  grosso,  ed  ha  il  margine  esterno 
ornato  da  seghettatura,  la  quale  arriva  fino  a  circa  i  due  terzi 
dell’altezza.  E,  di  certo,  un  dente  mandibolare;  e  identifica  per¬ 
fettamente  con  altri  del  pliocene  toscano,  che  si  conservano  nel 

1  A  massa  de  Regny  P.,  Pesci  neogenici  del  Bolognese,  pag.  83. 

Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  ecc.,  pag.  40. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


55 

Museo  geologico  dell’Università  di  Bologna,  e  che  io  ho  studiati 
alcuni  anni  addietro.  Il  dente  di  Notidanus  griseus ,  trovato  a 
Tabiano,  meno  completo  del  precedente,  è  provvisto  di  sei  co¬ 
netti  e  della  base  del  primo  o  anteriore;  base  che  ha  il  mar¬ 
gine  esterno  leggermente  seghettato.  Anche  questo  esemplare  è 
un  dente  mandibolare.  I  sette  conetti,  che  esso  comprende,  de 
crescono,  ma  insensibilmente,  dall’avanti  all’indietro.  Il  terzo 
dente,  quello  che  è  stato  trovato  nel  pliocene  di  Piantogna,  è 
ancora  meno  completo  di  quello  già  in  precedenza  descritto 
della  formazione  di  Tabiano.  Possiede  tre  soli  conetti,  dei  quali 
il  primo  ha  rotto  il  margine  anteriore  della  base  e  l’apice.  I  co¬ 
netti  in  esame,  rispetto  a  quelli  degli  altri  denti,  sono  molto 
sviluppati.  Mi  sembra  che  anche  questo  avanzo,  come  i  prece¬ 
denti,  appartenga  alla  regione  mandibolare.  Di  fatti,  tutti  gli 
avanzi  esaminati  sono  molto  larghi  e  piatti,  quasi  rettangolari, 
intagliati  a  foggia  di  pettine,  e  con  le  numerose  punte  incli¬ 
nate  verso  l’angolo  della  bocca,  e  decrescenti  in  altezza. 

Il  quarto  dente,  proviene,  come  già  si  è  detto,  dal  pliocene 
di  Bacedasco.  E  anch’esso,  verosimilmente,  un  dente  del  ma¬ 
scellare  iuferiore,  provvisto  di  cinque  conetti,  con  le  punte  tutte 
inclinate  verso  l’angolo  della  bocca  e  decrescenti  in  altezza,  e 
con  il  margine  anteriore  della  base  del  primo  conetto  frasta¬ 
gliata  dalle  caratteristiche  seghettature. 

Il  Notidanus  griseus  fu  già  pubblicato  da  me  fra  i  pesci 
fossili  dellTmolese  ‘.  I  suoi  avanzi  non  sono  rari  nelle  forma¬ 
zioni  plioceniche  dell’Emilia.  Appartengono,  di  fatti,  a  Noti¬ 
danus  griseus  gli  avanzi  avanti  ricordati  del  pliocene  di  Pian¬ 
togna  in  provincia  di  Parma,  citati  dal  Carraroli  col  nome  di 
Notidanus  gigas  Sismonda  *,  non  che  quelli  del  terziario  su¬ 
periore  di  Bacedasco  e  di  Tabiano,  che  lo  stesso  autore  ha  elen¬ 
cati  col  nome  di  Notidanus  Targionii  Lawley1 2  3.  Apparten¬ 
gono  anche  a  Notidanus  griseus  gli  avanzi  da  me  esaminati 
nella  raccolta  che  si  conserva  nel  Museo  geologico  dell’Univer¬ 
sità  di  Modena.  Il  fossile  indicato  dal  dott.  Bussoli  col  nome  di 


1  De  Stefano  G.,  Sui  pesci  pliocenici,  dell’ Imolese,  pag.  389. 

2  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  pliocenici  ecc.,  pag.  24. 

3  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  pliocenici  ecc.,  pag.  24. 


53 


G.  DE  STEFANO 


Notidanus  primigenius  Agassiz1,  proveniente,  stando  al  cartel* 
lino  che  l’accompagna,  dal  deposito  di  Lugagnano,  e  che  si 
conserva  nello  stesso  Museo  di  Modena,  deve  essere  associato 
alla  specie  vivente. 


II. 

ELASMOBRANCHI  TECTOSPONDYLI. 

Fam.  Spinacidae. 

Gen.  Centbina  Cuvier. 

Centri na  Salvianii  Risso. 

(Tav.  I,  fig.  27;  tav.  II,  fig.  31). 

Di  questa  specie  si  osserva,  nella  raccolta  in  esame  del 
Museo  geologico  dell’Università  di  Parma,  un  dente,  ben  con¬ 
servato.  L’esemplare  in  discussione  somiglia  perfettamente  ai 
denti  dell’unica  specie  vivente  del  gen.  Centrino,,  che  si  trova  nel 
Mediterraneo,  e  alla  quale  esso  di  certo  appartiene.  Corrisponde 
ancora  perfettamente  ai  denti  di  Centrino,  Salvianii,  che  si  con¬ 
servano  nel  Museo  geologico  dell’Università  di  Bologna,  trovati 
nelle  argille  plioceniche  di  Orciano  in  Toscana,  e  da  me  pub¬ 
blicati  pochi  anni  addietro  2. 

Il  dente  passato  in  rassegna  proviene  dalla  formazione  plio¬ 
cenica  di  Bacedaseo,  in  provincia  di  Piacenza. 

Centrino  Salvianii  non  è  citata  dal  Carraroli  nella  sua  nota 
riguardante  i  pesci  pliocenici  del  Parmense  e  del  Piacentino. 
Così  anche  risulta  dai  lavori  del  prof.  Vinassa  e  del  dott.  Bas- 
soli  sui  pesci  fossili  dell’Emilia.  Essa  è  dunque  specie  nuova 
per  il  terziario  superiore  di  tale  regione. 


1  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  ecc.,  pag.  36. 

2  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  pliocenica  ecc.,  pag.  590, 
tav.  XVII,  fig.  27-28. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


57 


Fani.  Squatinidae. 

Gen.  Squatina  (Aldrovandi)  Damerii. 

Sqnatina  angelus  Linneo  sp. 

Il  dott.  Carraroli  citò  nel  1897  \  come  provenienti  dal  plio¬ 
cene  di  Bacedasco,  in  provincia  di  Piacenza,  avanzi  di  Squa¬ 
tina,  riferendoli  a  Squatina  D’Anconai  Lawley.  Gli  indicati 
avanzi  non  si  trovano  però  nella  raccolta  che  si  conserva  nel 
Museo  geologico  dell’Università  di  Parma.  È  probabile  quindi 
che  essi  appartengano  alla  privata  raccolta  del  l’avvocato  Ba- 
gatti  di  Parma,  che  io  non  conosco,  ma  che  il  Carraroli  ha 
avuto  sotto  studio  nella  compilazione  dell’elenco  sui  pesci  fos¬ 
sili  del  Parmense  e  del  Piacentino.  A  ogni  modo,  tali  avanzi, 
come  quelli  che  si  conservano  nel  Museo  geologico  dell’Univer¬ 
sità  di  Modena,  da  me  studiati  l’anno  passato,  provenienti  dai 
pliocene  di  Lugagnano,  e  indicati  dal  dott.  Bassoli  col  nome  di 
Squatina  D’Anconai  Lawley 1  2,  debbono  essere  associati  all’o¬ 
dierna  Squatina  angelus  Linneo  sp. 

Già  nel  lavoro  sui  pesci  fossili  della  Toscana  ho  dimostrato 
come  i  denti  che  il  Lawley  ha  creduto  di  poter  riferire  a  una 
nuova  specie  ( Squatina  D’Anconai ),  corrispondono  perfettamente 
a  quelli  della  specie  vivente  3  ;  e  credo  quindi  superfluo  insi¬ 
stere  sulla  identità  delle  due  forme. 

Fani.  Ptychodontidae  4. 

Gen.  Ptychodus  Agassiz. 

Ptychodus  latissimus  Agassiz. 

(Tav.  II,  fig.  32,  33). 

La  raccolta  esaminata  contiene  tredici  denti  appartenenti 
al  gen.  Ptychodus.  Il  cartellino  che  accompagna  questi  fossili 

1  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  pliocenici  ecc.,  pag.  24. 

2  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  ecc.,  pag.  40. 

3  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  pliocenica  ecc.,  pag.  595, 
tav.  XVIII,  fig.  13-15. 

4  Avuto  riguardo  alla  posizione  sistematica  del  gen.  Ptychodus  Agas¬ 
siz,  seguo  le  odierne  vedute  del  Lericlie  ( Contnbution  à  Tétude  des  pois- 


58 


G.  DE  STEFANO 


c’insegna  che  essi  provengono  da  Mulazzano  e  Vigoleno.  Sono 
due  località  della  provincia  di  Parma,  nelle  quali  affiorano  le 
formazioni  del  pliocene  marino,  e  dal  pliocene  di  Mulazzano 
pare  che  provenga  la  piastra  di  Myliobatis ,  descritta  altra  volta 
dall’Issel  col  nome  di  Myliobatis  Strobeli  n.  sp.  L  Le  località 
sopra  indicate  non  ci  fanno  comprendere  gran  che  sul  deposito 
al  quale  si  riferiscono  gli  avanzi  in  esame.  D’altra  parte,  sono 
tali  avanzi  quelli  stessi  pubblicati  dal  Sacco  nel  1905  2,  e  de¬ 
terminati  dal  prof.  Bassani?  Non  sembra,  dato  che  il  prof.  Sacco 
riferisce  le  quattro  specie  di  Ptychodus  illustrate  nel  lavoro 
Les  formations  ophitifères  chi  Crétacé ,  alle  argille  scagliose  del 
cretaceo  dei  Poggioli  rossi  presso  Vernasca,  in  provincia  di  Pia¬ 
cenza  3.  Noto  in  fine  che  dal  recente  lavoro  del  Canestrelli  sugli 
avanzi  fossili  del  gen.  Ptychodus  trovati  nel  terziario  della  To¬ 
scana  e  dell’Emilia  4,  in  base  alle  osservazioni  paleontologiche 
e  stratigrafiche  fatte  dallo  stesso  autore,  risulta,  come  del  resto 
aveva  già  detto  alcuni  anni  addietro  il  prof.  Pantanelli 5,  che 
i  Ptychodus  hanno  una  estensione  cronologica  maggiore  di  quella 
che  si  era  creduta  fin  qui;  e  che  quindi  i  loro  rappresentauti 


sons  fossiles  chi  Nord  de  la  France,  pag.  72,  1906),  il  quale  crede  che 
là  sottofamiglia  Ptychodontidae  del  Woodward  sia  da  elevarsi  a  famiglia. 
Colloco  inoltre  tale  famiglia  vicino  a  quelle  dei  Myliobatidae  e  dei  Try- 
gonidae,  poiché,  giusta  le  osservazioni  del  Jackel  (Die  eocànen  Selachier 
vom  M.  Dolca,  pag.  136,  1894),  i  Ptychodus  presentano  grandi  affinità 
—  avuto  riguardo  ai  loro  organi  dentali  —  con  i  Myliobatis  e  con  i 
Trygon. 

1  Issel  A.,  Appunti  paleontologici.  Cenni  sui  Myliobatis  fossili  dei 
terreni  terziari  italiani.  Annali  del  Museo  Civico  di  St.  Nat.  di  Genova, 
voi.  X,  pag.  326,  fig.  2,  2a,  2b,  2c,  2d,  1877. 

2  Sacco  F.,  Les  formations  ophitifères  du  Crétacé ,  pag.  255. 

3  Sacco  F.,  Les  formations  ophitifères  ecc.,  pag.  255,  tav.  Vili,  fi¬ 
gura  11-14. 

4  Canestrelli  G.,  Denti  di  Ptychodus  Agassiz  nel  terziario  dell’ Appen¬ 
nino  tosco-emiliano.  Atti  della  Soc.  Toscana  di  Scienze  Nat.,  voi.  XXVI, 
pag.  3-20  dell’estratto,  tav.  II.  Pisa,  1910. 

5  Pantanelli  D.,  Denti  di  Ptychodus  nell’ Appennino  modenese.  Proc. 
verbali  della  Soc.  Tose,  di  Se.  Nat.,  voi.  XIV,  pag.  70.  Pisa,  1903-905. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


59 


non  si  limitano  solo  al  cretaceo,  ma  si  riscontrano  ancora  nel- 
l’eocene  e  nel  miocene  l. 

Date  le  esposte  considerazioni,  è  probabile  che  gli  avanzi 
da  me  esaminati  non  siano  quelli  pubblicati  dal  Sacco  e  deter¬ 
minati  dal  Bassani  ;  che  essi  siano  stati  trovati  in  terreni  ter¬ 
ziari  del  Parmense  (Mulazzano  e  Yigoleno),  e  che  perciò  deb¬ 
bano  essere  inclusi  —  come  io  ho  ritenuto  —  fra  la  ittiofauna 
terziaria  emiliana  passata  in  rassegna. 

Gli  esemplari  da  me  esaminati  vanno  ripartiti  in  quattro 
specie. 

Il  Ptychodus  ìatissimus  Agassi z  è  rappresentato  da  due 
esemplari.  I  caratteri  dei  denti,  associati  a  questa  specie,  sono 
le  pieghe  salienti  separate  da  solchi  larghi  e  profondi,  e  la  forma 
quadrangolare  caratteristica. 

La  specie  indicata  è  rappresentata  da  numerosi  avanzi  fos¬ 
sili  emiliani  e  toscani,  che  il  Canestrelli  considera  come  ter¬ 
ziari  2.  Gli  avanzi  pubblicati  dal  Sacco,  e  che  dovrebbero  ap¬ 
partenere  alle  argille  scagliose  di  Vernasca  nel  Piacentino,  ri¬ 
feriti  a  Ptychodus  ìatissimus  Agassiz  3,  non  sono  gli  stessi  esem¬ 
plari  da  me  esaminati. 


Ptychodus  polygyrus  Agassiz. 

(Tav.  II,  fig.  34,  35). 

Questa  specie,  a  mio  avviso,  è  rappresentata  fra  i  fossili 
in  esame  di  Mulazzano  e  Yigoleno,  da  quattro  denti,  in  buono 
stato  di  conservazione.  Essi  variano  nella  grandezza;  e  la  loro 
superficie  è  ornata  da  pieghe  le  quali  convergono  verso  un  me¬ 
desimo  punto.  Comparati  con  i  fossili  delle  argille  scagliose  di 


1  Questa  opinione  non  è  condivisa  dal  prof.  Bassani.  Secondo  l’auto¬ 
revole  parere  del  valente  naturalista,  comunicatomi  a  voce  il  30  marzo 
scorso,  allorché,  passando  da  Napoli,  sono  stato  a  ossequiarlo  nel  Museo 
geologico  dell’Università,  i  Ptychodus  sono  esclusivamente  cretacei. 

2  Canestrelli  G.,  Denti  di  Ptychodus  Ag.  ecc.,  pag.  3-11. 

3  Sacco  F.,  Lss  formations  ophitifères  ecc.,  tav.  Vili,  fig.  11  a, 
11  b.  Ile. 


60 


G.  DE  STEFANO 


Yernasca  nel  Piacentino,  pubblicati  dal  Sacco  \  appalesano 
subito  la  loro  diversità.  Lo  stesso  dicasi  in  seguito  alla  compa¬ 
razione  fatta  con  gli  esemplari  di  Rocca  S.  Maria  in  provincia 
di  Modena,  illustrati  dal  Canestrelli  2.  Un  esemplare  fra  quelli 
di  Yernasca  pubblicati  dal  Sacco  3  ha  la  superficie  masticante 
grande  quasi  il  doppio  di  quella  di  maggiori  dimensioni  illu¬ 
strata  in  questo  lavoro. 

Gli  avanzi  di  Ptychodus  Polygyrus  sono  frequenti  fra  i  pesci 
fossili  deH’Emilia.  Questa  specie,  oltre  agli  avanzi  indicati  in 
questo  lavoro,  appartenenti  alla  provincia  di  Parma,  è  rappre¬ 
sentata  anche  nelle  formazioni  del  Piacentino  e  in  quelle  del 
Modenese,  come  risulta  dai  lavori  del  Sacco,  del  Pantanelli  e 
del  Canestrelli  4. 


Ptychodus  decurrens  Agassiz. 

(Tav.  II,  fig.  36,  37,  38). 

Questa  specie  è  rappresentata,  nel  materiale  in  esame,  da 
tre  denti.  Essi  si  distinguono  dai  denti  delle  precedenti  specie, 
per  la  gibbosità  della  loro  corona,  per  il  numero  e  la  ramifi¬ 
cazione  terminale  delle  pieghe,  e  infine  per  la  divergenza  delle 
granulazioni  nei  margini  anteriore  e  posteriore. 

Era  gli  avanzi  fossili  conservati  nel  Museo  geologico  del¬ 
l’Università  di  Modena  si  trovano  vari  denti  di  Ptychodus  de¬ 
currens  Ag.  Essi  furono  già  esaminati  dal  Canestrelli  5.  Ri¬ 
sulta  quindi,  dopo  i  lavori  del  Sacco,  del  Pantanelli,  del  Cane¬ 
strelli  e  con  le  presenti  ricerche,  che  tale  specie  è  rappresentata 


1  Sacco  F.,  Les  formations  ophitifères  ecc.,  tav.  Vili,  fig.  12  a,  12  b. 

2  Canestrelli  GL,  Denti  di  Ptychodus  ecc.,  tav.  II,  fig.  2. 

3  Sacco  F.,  Les  formations  ophitifères  ecc.,  tav.  Vili,  fig.  12  a. 

4  Canestrelli  G.,  Denti  di  Ptychodus  ecc.,  pag.  17  ;  Pantanelli  D., 
Denti  di  Ptychodus  nell’ Appennino  ecc.,  pag.  71;  Sacco  F.,  Les  forma¬ 
tions  ophitifères  ecc.,  pag.  255. 

5  Canestrelli  G.,  Denti  di  Ptychodus  ecc.,  pag.  18,  tav.  II,  fig.  6,  7, 

8,  9,  10. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


61 


nel  terziario  (?)  di  Montagnatra  e  Montese  (Modena),  nella  for¬ 
mazione  di  Sarzano  (Reggio),  in  quella  di  Mulazzano  e  Vigo- 
leno  (Parma),  e  finalmente  ai  Poggioli  Rossi  (Piacenza)1. 


Ptychodus  mammillari  Agassiz. 

(Tav.  II,  pag.  39). 

I  denti  più  numerosi  del  genere  Ptychodus,  che  io  ho  os¬ 
servati  nella  raccolta  in  esame,  appartengono  alla  specie  elen¬ 
cata.  Essi  corrispondono  perfettamente  agli  esemplari  pubblicati 
dal  Sacco  2,  i  quali  dovrebbero  appartenere  alle  argille  sca¬ 
gliose  cretacee  di  Yernasca  nel  Piacentino. 

II  Ptychodus  mammilaris  A g.  parrebbe,  fino  a  ora,  rappre¬ 
sentato  solo  nelle  formazioni  cretacee  o  terziarie  che  siano 
deH’Emilia  settentrionale.  Nel  recente  lavoro  del  Canestrelli,  sui 
Ptychodus  dell’Appennino  tosco-emiliano,  esso  non  è  indicato. 


Fam.  Trygonidae. 

Gen.  Trygon  Adanson. 

Trygon  Gresneri  Cuvier  sp. 

(Tav.  I,  fig.  28,  29,  30). 

I  fossili  appartenenti  all’odierno  Trygon  Gesneri  proven¬ 
gono  dal  pliocene  dell’Appennino  parmense.  Si  tratta  di  tre 
belle  piastre.  La  più  grande  ha  forma  irregolarmente  ellittica; 
ed  è,  verosimilmente,  una  piastra  della  parte  mediana  del  corpo. 
La  ornamentazione  che  si  osserva  sulla  sua  superficie  esterna  è 
identica  a  quella  delle  piastre  del  Trygon  Gesneri  Cuvier  sp. 
La  piastra  in  discorso  è  rotta  ai  due  estremi  della  sua  lun¬ 
ghezza  :  questa,  allo  stato  attuale  di  conservazione,  è  di  mm.  64  ;  la 

1  Pantanelli  D.,  loc.  cit.,  pag.  70-71;  Sacco  F.,  loc.  cit.,  pag.  255;  Ca¬ 
nestrelli  G.,  loc.  cit.,  pag.  19. 

2  Sacco  F.,  Les  formations  opliitifères  ecc.,  pag.  552,  tav.  Vili,  fig.  13  a 
13  b,  13c. 


62 


G.  DE  STEFANO 


sua  massima  larghezza  è  di  mm.  33.  Una  seconda  piastra,  an- 
ch’essa  di  forma  irregolarmente  ellittica,  e  appartenente  con 
probabilità,  come  la  prima,  alla  parte  mediana  del  corpo,  è 
lunga  mm.  49;  e  la  sua  massima  larghezza  è  di  mm.  24,3.  La 
terza  piastra  risulta  formata  dalla  riunione  di  due  piastre,  e 
appartiene  verosimilmente  alle  regioni  posteriori. 

Gli  avanzi  pliocenici  del  Modenese,  indicati  dal  Bassoli  col 
nome  di  Trygon  Targioni  Lawley  ',  appartengono  a  Trygon 
Gesneri.  Dopo  le  mie  ricerche  sulla  ittiofauna  fossile  della  To¬ 
scana 1  2,  non  è  più  dubbio  che  il  Trygon  Gesneri  Cuvier  sp. 
[=  Trygon  thalassia]  dell’odierno  Adriatico,  era  già  a  popolare 
il  Mare  tosco-emiliano  dell’epoca  pliocenica. 


III. 

HOLOCEPHALI. 

Fani.  Chimaeridae. 

Gen.  Chimaera  Linneo. 

Chimaera  sp. 

Il  dott.  Carraroli  pubblicò  nel  1897,  come  appartenente  a 
una  nuova  specie  di  Edaphodon  [Edaphodon  pliocenicus  Carra¬ 
roli]  un  avanzo  di  pesce  della  famiglia  Chimaeridae ,  prove¬ 
niente  dal  pliocene  del  Piacentino  3.  Tale  avanzo  non  è  stato 
da  me  osservato,  per  il  fatto  che  esso  manca  nella  raccolta  in 
esame.  Probabilmente  appartiene  alla  privata  collezione  dell’av¬ 
vocato  Bagatti  di  Parma.  Ritengo  che  l’avanzo  in  questione  non 
possa  essere  però  ascritto  al  gen.  Edaphodon.  Questo  genere 
pare  che  sia  limitato  alle  formazioni  cretacee  e  a  quelle  del- 

1  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  ecc.  pag.  41. 

2  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  pliocenica  ecc.,  pag.  606, 
tav.  XVIII,  fig.  1-2. 

3  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  pliocenici  ecc.,  pag.  26,  fig.  3,  4,  5. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA  63 

l’eocene  affatto  inferiore  '.  Almeno  così  è  stato  ritenuto  tino  ad 
ora  dagli  autori  ;  e  mi  meraviglia  molto  come  esso  venga  indi¬ 
cato  per  la  prima  volta  dal  Carraroli  in  un  terreno  pliocenico 
emiliano. 

Dalla  descrizione  e  dalle  figure  che  il  dott.  Carraroli  ci  for¬ 
nisce  dell’avanzo  pliocenico  in  discussione,  a  me  sembra  che 
si  tratti  di  un  frammento  di  mascella  del  gen.  Chimaera ;  e, 
verosimilmente,  della  vivente  Chimaera  monstrosa  Linneo.  Le 
dimensioni  e  la  conformazione  del  fossile  del  pliocene  piacen¬ 
tino  corrispondono  perfettamente  a  quelle  di  alcuni  fra  gli  avanzi 
del  pliocene  toscano,  da  me  altra  volta  illustrati  col  nome  di 
Chimaera  sp.1  2. 

Un  avanzo  di  Chimaera  sp.  fu  già  pubblicato  dal  prof.  Yi- 
nassa  3.  Esso  appartiene  alle  formazioni  plioceniche  del  Bolo¬ 
gnese  (Montevecchio).  Questo  frammento  di  dente  fu  in  seguito 
citato  dal  dott.  Bassoli  nel  suo  elenco  sui  pesci  fossili  emiliani 4. 
Lo  stesso  fossile,  più  di  recente  ancora,  è  stato  da  me  citato 
nella  nota  sui  pesci  fossili  dell’Imolese  5. 

È  probabile  che  tanto  gli  avanzi  del  pliocene  emiliano,  ri¬ 
cordati  in  questo  lavoro,  quanto  quelli  del  pliocene  toscano,  da 
me  pubblicati  nel  1909  6,  appartengano  a  un’unica  specie: 
alla  vivente  Chimaera  monstrosa,  la  quale  si  trova  lungo  i 
mari  delle  coste  dell’Europa  e  nelle  acque  del  Giappone. 


1  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  ecc.,  pag.  609. 

2  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  ecc.,  pagina  608,  ta¬ 
vola  XVIII,  fig.  26,  27,  28. 

3  Yinassa  de  Regny  P.,  Pesci  neogenici  del  Bolognese,  pag.  80,  ta¬ 
vola  II,  fig.  1. 

4  Bassoli  G.,  1  pesci  terziari  della  regione  emiliana ,  pag.  41. 

5  De  Stefano  G.,  Sui  pesci  pliocenici  dell’ Imolese,  pag.  390. 

6  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  ecc.,  pag.  608. 


G.  DE  STEFANO 


64 


IV. 

TELEOSTEI  ACANTHOPTERYGII. 

Fani.  Pristipomatidae. 

Gen.  Dentex  Olivier. 

Dentex  sp.  [cfr.  D.  vulgaris  Cuvier  et  Valenciennes]. 

(Tav.  I,  fig.  31;  tav.  II,  fig.  40,  41). 

Al  comune  odierno  Dentice  associo  due  vertebre  isolate,  di 
ignota  provenienza;  e  cinque  vertebre  inglobate  in  un  frammento 
di  argilla  marnosa,  proveniente  dal  pliocene  di  Castellarquato. 
Oli  avanzi  in  esame  corrispondono  perfettamente  alle  vertebre 
dell’odierno  Dentex  vulgaris ,  del  quale  si  conservano  diversi 
preparati  osteologici  nel  Gabinetto  di  Anatomia  comparata  del¬ 
l’Università  di  Bologna. 

Senza  rendermi  prolisso  col  ripetere  in  questo  lavoro  quanto 
ho  già  avuto  occasione  di  dire  altra  volta  a -proposito  degli 
avanzi  fossili  pliocenici  italiani  del  gen.  Dentex  1  ;  osservo  solo 
che  i  resti  del  Dentex  vulgaris  non  sono  rari  nel  terziario  su¬ 
periore  dell’Emilia,  lo  ho  segnalato  la  presenza  di  questa  specie 
nelle  marne  azzurre  plioceniche  dell’Imolese  2.  Gli  avanzi  del 
Bolognese  indicati  dal  Bombicci 3  e  dal  Vinassa  4  col  nome  di 
Dentex  Miinsteri  Meneghini,  appartengono  alla  specie  vivente. 
E  alla  stessa  specie  occorre  naturalmente  associare  gli  avanzi 
che  si  trovano  elencati  dal  Bassoli  col  nome  di  Dentex  Miin¬ 
steri  Men. 5. 

i 

1  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  pliocenica  ecc.,  pag.  611, 
tav.  XIX,  fig.  19,  21,  24,  25,  26;  tav.  XX,  fig.  17,  18,  19,  20. 

2  De  Stefano  G.,  Sui  pesci  fossili  dell’ Imolese,  pag.  399,  tav.  X,  fi¬ 
gure  31,  32,  33. 

3  Bombicci  L.,  Le  formazioni  geologiche  del  territorio  bolognese  ecc., 
pag.  29. 

4  Vinassa  de  Regny  P.,  Pesci  neogenici  del  Bolognese,  pag.  84,  ta¬ 
vola  II,  fig.  15  e  16. 

5  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  ecc.,  pag.  41. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


65 


Fani.  Spakidae. 

Gen.  Chrysophrys  Cuvier. 

Chrysophrys  sp.  [cfr.  Chrys.  Lawley  P.  Gervais]. 

(Tav.  I,  fig.  32,  33). 

Nella  raccolta  in  esame  osservo  tre  denti  molari,  dei  quali 
il  più  grande  appartiene  alla  parte  centrale  interna  della  ma¬ 
scella.  Esso  ha  un  diametro  di  mm.  15,3.  Gli  altri  due,  di  più 
modeste  dimensioni,  spettano  verosimilmente  alla  regione  anteriore 
esterna  del  mascellare.  Questi  esemplari  furono  trovati  nel  plio¬ 
cene  di  Castellarquato  e  somigliano  perfettamente  a  quelli  del 
pliocene  toscano,  da  me  riferiti  a  Chrysophrys  Lawley  l.  Un 
■altro  molare,  proveniente  dal  pliocene  di  Bacedasco,  è  di  media 
grandezza,  e  appartiene  verosimilmente  alla  stessa  specie.  E  alla 
stessa  specie,  in  fine,  bisogna  associare  con  tutta  probabilità 
alcuni  altri  molari  di  ignota  provenienza. 

Ritengo  che  una  parte  degli  avanzi  del  pliocene  di  Bace¬ 
dasco,  citati  dal  dott.  Carraroli  col  nome  di  Chrysophrys  Agcis- 
sizzi  Sismonda  2 3,  debbano  essere  associati  a  Chrysophrys  Law¬ 
ley.  La  stessa  osservazione  vale  per  gli  avanzi  pliocenici  emi¬ 
liani  elencati  dal  dott.  Bassoli  col  nome  di  Chrysophrys  cincia 
Ag. :i.  Alla  stessa  specie  bisogna  ascrivere  con  molta  probabilità 
gli  avanzi  del  pliocene  bolognese  (sabbie  di  S.  Lorenzo  in  col¬ 
lina),  pubblicati  dal  prof.  Vinassa  col  nome  di  Chrysophrys 
cincta  Ag. 4.  Questa  osservazione  l’ho  già  fatta  nel  lavoro  sui 
pesci  pliocenici  dell’lmolese.  I  molari  del  pliocene  di  Croara 
(circondario  di  Imola),  lungo  la  vallata  del  Santerno,  da  me 
illustrati  nel  1910  col  nome  di  Chrysophrys  sp.  5,  corrispondono 
ai  molari  del  Chrysophrys  Lawley. 

1  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  pliocenica  ecc.,  pag.  617, 
tav.  XVII,  fig.  31;  tav.  XIX,  fig.  14,  15,  16,  17,  22. 

2  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  pliocenici  ecc.,  pag.  25. 

3  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  ecc.,  pag.  41. 

4  Vinassa  de  Regny  P.,  Pesci  neogenici  del  Bolognese,  pag.  84,  ta¬ 
vola  II,  fig.  17. 

3  De  Stefano  G.,  Sui  pesci  pliocenici  dell’ Imolese,  pag.  401,  tav.  X, 
fig.  39-40. 


5 


66 


G.  DE  STEFANO 


Chrysophrys  aurata  Linneo  sp. 

(Tav.  I,  fig.  34,  35,  36,  37). 

La  maggior  parte  degli  avanzi  esaminati,  che  occorre  ascri 
vere  alla  specie  sopra  indicata,  provengono  dal  pliocene  di  Ba- 
cedasco  in  provincia  di  Piacenza.  Alcuni  denti  sono  di  ignota  pro¬ 
venienza.  Si  tratta  di  numerosi  molari  e  di  qualche  incisivo. 
Tanto  gli  uni  quanto  gli  altri  corrispondono  perfettamente  a 
quelli  della  vivente  specie  nel  Mediterraneo  ( Chrysophrys  au¬ 
rata),  della  quale,  nel  Museo  di  Anatomia  comparata  dell’Uni- 
versità  di  Bologna,  si  osservano  varie  mascelle  appartenenti  a 
individui  di  età  diversa. 

Chrysophrys  aurata  Linneo  sp.  appare  come  specie  nuova 
per  il  pliocene  emiliano.  Tuttavia  i  suoi  avanzi  non  sono  rari 
nei  terreni  di  tale  formazione.  Gli  è  che  tali  avanzi  sono  stati 
male  interpretati,  dagli  autori,  fino  a  ora.  I  denti  del  pliocene 
di  Bacedasco,  che  il  Carraroli  indica  col  nome  di  Chrysophrys 
Agassizzi  Sismonda  appartengono  effettivamente  a  Chryso¬ 
phrys  aurata.  Fra  gli  avanzi  dei  pesci  fossili  che  si  conser¬ 
vano  nel  Museo  geologico  dell’Università  di  Modena,  ho  esa¬ 
minati  diversi  molari  e  canini  della  indicata  specie  vivente. 
Essi  provengono  da  depositi  pliocenici.  Gli  avanzi  indicati  dal 
Bassoli  coi  nomi  di  Chrysophrys  Agassizzi  e  di  Chrysophrys 
ciucia 1  2,  appartengono  la  maggior  parte  a  Chrysophrys  aurata.. 

Fani.  Sci aenidae. 

Gen.  Scia  ena  Cuvier. 

Sciaena  sp. 

(Tav.  I,  tig.  38).  ' 

Nella  raccolta  esaminata  si  osservano  due  denti,  uno  di 
ignota  provenienza,  l’altro  trovato  nel  pliocene  di  Bacedasco,  i 
quali  corrispondono  perfettamente  a  quelli  del  pliocene  toscano,. 

1  Carroroli  A.,  Avanzi  di  pesci  pliocenici  ecc.,  pag.  25. 

2  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  ecc.,  pag.  41. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


67 


da  me  altra  volta  riferiti  al  genere  sopra  indicato  \  Credo  op¬ 
portuno,  per  tali  avanzi,  lasciare  indeterminata  la  specie.  Tut¬ 
tavia  osservo  che  tanto  gli  esemplari  del  pliocene  della  To¬ 
scana,  quanto  quelli  del  terziario  superiore  emiliano,  presentano 
grande  analogia  con  i  denti  della  vivente  Sciaena  aquila  Risso. 

Il  Carraroli  indicò  altra  volta  nel  pliocene  di  Bacedasco 
(prov.  di  Piacenza)  avanzi  di  Umbrina  Pecchi  olii  Lawley 1  2 3 4. 
Evidentemente,  tali  avanzi,  come  ho  dimostrato  nel  lavoro  sui 
pesci  fossili  della  Toscana  debbono  essere  associati  al  gen. 
Sciaena.  Il  Bassoli  osservò  altra  volta  che  V  Umbrina  Pecchiolii 
Lawley  è  molto  prossima  alla  Sciaena  speciosa  Kok.  \  ma  la 
sua  osservazione  è  fondata  sullo  studio  degli  Otoliti,  mentre  i 
fossili  ai  quali  io  mi  riferisco  sono  denti. 

Fani.  Hiphidae. 

Gen.  Hiphias  Artedi. 

Hiphias  gladius  Linneo. 

Nella  raccolta  che  si  conserva  nel  Museo  geologico  dell’Univer¬ 
sità  di  Parma  non  esistono  avanzi  di  questa  specie.  Sono  però  con 
vinto  che  i  resti  pliocenici  del  Piacentino,  citati  dal  Carraroli 
col  nome  di  Hiphias  Delfortrieri  Lawley  5,  appartengono  alla 

V 

specie  sopra  elencata.  E  probabile  che  tali  fossili  facciano  parte 
della  privata  raccolta  dell’avvocato  Bagatti;  raccolta  che  io 
non  ho  potuta  esaminare.  Ritengo  superfluo  ripetere  in  questa 
nota  quanto  ho  già  esposto  sui  pesci  pliocenici  della  Toscana  6, 
per  dimostrare  che  lo  Hiphias  Delfortrieri  Lawley  7  cade  in 
sinonimia  con  lo  Hiphias  gladius  Linneo. 


1  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  pliocenica  ecc.,  pag.  621, 
tav.  XVIII,  fig.  33;  tav.  XIX,  fig.  3,  4,  5  e  6. 

2  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  pliocenici  ecc.,  pag.  25. 

3  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  ecc.,  pag.  621. 

4  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  ecc.,  pag.  42. 

5  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  pliocenici  ecc.,  pag.  25. 

6  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  ecc.,  pag.  624. 

7  Lawley  11.,  Nuovi  studi  sopra  ai  pesci  ed  altri  vertebrati  fossili  delle 
colline  toscane ,  pag.  67,  Firenze,  1876. 


68 


G.  DE  STEFANO 


V. 

PHARYNGOGNATHI. 

Lam.  Labridae. 

Gen.  Labrodon  Gervais. 

Labrodon  pavimentatimi  Gervais. 

Nella  raccolta  del  Museo  geologico  delFUniversità  di  Parma 
non  ho  visto  avanzi  del  gen.  Labrodon.  Esistono  invece  diverse 
placche  faringee  superiori  e  inferiori  di  tale  genere  fra  gli  avanzi 
dei  pesci  fossili  che  si  conservano  nel  Museo  geologico  dell’U¬ 
niversità  di  Modena. 

Alcune  di  esse  appartengono  alla  nota  specie  Labrodon  pa- 
vimentatum  Gervais.  Sui  caratteri  e  sulla  sinonimia  di  questa 
forma  ho  già  parlato  diffusamente  nel  lavoro  sui  pesci  fossili 
della  Toscana  E  Ad  essa  bisogna  associare  la  placca  faringea 
delle  sabbie  plioceniche  di  Pieve  del  Pino  in  provincia  di  Bo¬ 
logna,  pubblicata  dal  prof.  Yinassa  col  nome  di  Pharyngodo- 
pilus  alsinensis  Cocchi 1  2.  Alla  stessa  specie  bisogna  ancora  asso¬ 
ciare  i  fossili  del  Montese  e  di  Montegibbio,  citati  dal  Bassoli 
col  nome  di  Nummopalatus  alsinensis  Cocchi  3. 


Labrodon  superbus  Cocchi  sp. 

Alcune  fra  le  placche  faringee  inferiori,  che  si  conservano 
nel  Museo  geologico  di  Modena,  hanno  i  seguenti  caratteri.  La 
loro  parte  anteriore  si  proietta  in  avanti  della  parte  anteriore 
della  stessa  placca.  La  linea  mediana  che  congiunge  le  due 
branche  laterali  divide  dette  placche  in  due  parti  quasi  uguali. 
La  faccia  superiore  offre  una  leggiera  depressione  mediana,  cir¬ 
condata  da  parti  leggermente  rilevate.  Il  logoramento  maggiore 

1  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  ecc.,  pag.  630. 

2  Yinassa  de  Regny  P.,  Pesci  neogenici  ecc.,  pag.  84,  tav.  II,  fig.  19. 

3  Bassoli  G.,  I  pesci  terziari  ecc.,  pag.  41. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


69 


dei  denti  si  manifesta  nella  parte  anteriore  di  questa  faccia. 
Le  pile  dentarie  si  contano  in  numero  di  quattordici  principali 
nella  faccia  anteriore  ;  tutto  ciò  senza  tener  conto  di  quelle  for¬ 
mate  dai  dentini  più  minuti  e  granuliformi,  che  compongono  le 
branche  laterali.  In  queste  ultime  pile,  quando  sono  complete, 
si  contano  per  lo  meno  sei  dentini,  fra  i  quali,  gli  anteriori 
sono  leggermente  allungati  dall’avanti  all’indietro,  mentre  gli 
altri  hanno  forma  emisferica.  In  fine,  se  si  osserva  il  davanti 
delle  placche  in  questione,  si  constata  che  il  numero  delle  pile 
è  alquanto  maggiore. 

Pei  caratteri  indicati,  i  fossili  del  Museo  geologico  di  Mo¬ 
dena  corrispondono  a  quelli  chiamati  dal  Cocchi  col  nome  di 
PJiaryngodopilus  superbus  \  e  quindi  anche  a  quelli  del  plio¬ 
cene  toscano,  che  si  conservano  nel  Museo  geologico  dell’Uni¬ 
versità  di  Bologna,  già  da  me  associati  a  Labrodon  superbus 
Cocchi  sp.1  2. 

Al  Labrodon  superbus  occorre  associare  gli  avanzi  del  plio¬ 
cene  modenese,  citati  dal  Bassoli  col  nome  di  Nummopalatus 
superbus  Cocchi 3.  E  ritengo  ancora  che  alla  stessa  specie  deb¬ 
bano  essere  ascritti  i  fossili  citati  dallo  stesso  dott.  Bassoli  col 
nome  di  Nummopalatus  dilatatus  Cocchi  4;  fossili  i  quali  par¬ 
rebbero  provenire  dal  pliocene  di  Sassuolo. 

A  proposito  del  PJiaryngodopilus  dilatatus  (  =  Nummopa¬ 
latus  dilatatus  —  Labrodon  dilatatus ),  osservo  che  il  carattere 
principale  di  tale  specie,  invocato  dal  Cocchi  per  distinguerla 
dalle  altre  dello  stesso  genere,  da  lui  fondate,  non  è  sempre 
ben  manifesto  nelle  placche  faringee  degli  esemplari  che  si 
conservano  nel  Museo  di  Modena.  Io  non  riscontro  in  tali  esem¬ 
plari,  sul  davanti  e  nel  mezzo  della  superficie  masticante,  che 
una  leggiera  depressione,  presso  a  poco  come  quella  che  si  ri¬ 
scontra  in  alcune  placche  del  Labrodon  pavimentatami  e  tale 
depressione  non  è  nemmeno  sempre  circoscritta  da  due  rilievi 


1  Cocchi  I.,  Monografia  dei  Pharyngodopilidae.  Nuova  famiglia  di 
pesci  labroidi,  1864,  pag.  72,  tav.  IV.  iig.  16,  a-d. 

2  De  Stefano  GL,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  pliocenica  ecc.,  pag.  632, 
tav.  XX,  fig.  13,  16. 

3  Bassoli  GL,  1  pesci  terziari  ecc.,  pag.  41. 

4  Bassoli  GL,  I  pesci  terziari  ecc.,  pag.  41. 


70 


G.  DE  STEFANO 


che  vanno  a  congiungersi  lateralmente  a  guisa  di  spigolo.  D’altra 
parte,  ricordando  le  osservazioni  fatte  nel  1909  sulle  varie 
specie  di  Labrodon  fondate  dal  Cocchi  ’,  noto  che  la  meglio 
definita  fra  esse  è  il  Labrodon  superbus.  Nel  Labrodon  pavi¬ 
mentatimi  Gervais  e  nel  Labrodon  superbus  Cocchi  sp.,  a  mio 
credere,  esistono  effettivamente  tali  caratteri,  da  ritenerli  come 
buone  e  distinte  specie  ;  ma  è  probabile  che  tutte  le  altre  fon¬ 
date  dal  Cocchi  debbano  essere  associate  o  al  L.  pavimentatum 
o  al  L.  superbus. 


VI. 

ANACANTHINI. 

Fam.  Pleijronectidae. 

Gen.  Bhombus  Klein. 

libo m bus  maximus  Cuvier. 

(Tav.  I,  fig.  39,  40,  41). 

Questa  specie  è  rappresentata,  nella  raccolta  del  Museo  geo¬ 
logico  dell’Università  di  Parma,  da  tre  placche  dermiche.  Esse 
sono  ben  conservate;  hanno  forma  spiccatamente  rotonda;  e  sono 
identiche,  sia  per  la  loro  grandezza,  sia  per  la  ornamentazione 
che  si  osserva  alla  loro  superficie  esterna,  alle  placche  dermiche 
del  vivente  Bhombus  maximus,  del  quale  si  conservano  alcuni 
esemplari  nei  gabinetti  di  Zoologia  e  di  Anatomia  comparata 
dell’Università  di  Bologna. 

I  fossili  emiliani  in  discussione  corrispondono  perfettamente 
a  quelli  del  pliocene  toscano,  da  me  altra  volta  ascritti  all’o¬ 
dierno  Bhombus  maximus  Cuv.1  2. 

La  presenza  di  questa  specie  nelle  formazioni  plioceniche 
dell’Emilia  è  indicata  per  la  prima  volta  in  questo  lavoro;  e  i 
fossili  ad  essa  ascritti  provengono  dall’Appennino  parmense. 


1  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  ecc.,  pag.  634. 

2  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  ecc.,  pagina  673,  ta¬ 
vola  XIX,  fig.  7,  8  e  9. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


71 


VII. 

GYMNODONTI. 

Fani.  Tetradontidae. 

Gen.  Tetraodon  Linneo. 

Tetraodon  faliaka  Hasselq. 

Il  dott.  Carraroli  descrisse  nel  1897  come  appartenente  a 
una  nuova  specie  di  Tetraodon  ( Tetraodon  Laivley  Carraroli) 
un  avanzo  di  tale  genere,  proveniente  dalle  formazioni  plioce¬ 
niche  del  Piacentino  L  Questo  fossile  non  si  trova  fra  quelli 
della  raccolta  che  si  conserva  nel  Museo  geologico  dell’Univer- 
sità  di  Parma;  e  però  non  è  stato  da  me  esaminato.  Dalla  de¬ 
scrizione  e  dalle  imperfette  figure  forniteci  dal  l’autore  risulta  / 
però  che  tale  avanzo  deve  essere  associato  alla  vivente  specie 
Tetraodon  faìiaka  Hasselq  (  =  T.  lineatus  Linneo). 

Si  tratta  di  un  avanzo  di  mascella,  i  cui  caratteri  corrispon¬ 
dono  perfettamente  a  quelli  delle  mascelle  del  pliocene  toscano, 
da  me  pubblicate  nel  1909 1  2. 


CONCLUSIONE 


Dalla  fatta  rassegna  sulla  ittiofauna  fossile  emiliana,  che  si 
conserva  nei  Musei  geologici  delle  Università  di  Parma  e  di 
Modena,  risulta  il  seguente  elenco  specifico  : 

Carcharodon  auriculatus  Blainville  sp. 

»  angustidens  Agassiz 

»  megalodon  Agassiz 

»  Rondeleti  Miiller  et  Henle 

Lamna  obliqua  Agassiz  sp. 

1  Carraroli  A.,  Avanzi  di  pesci  pliocenici  ecc.,  pag.  26,  fig.  6-7. 

2  De  Stefano  G.,  Osservazioni  sulla  ittiofauna  ecc.,  pagina  640,  ta¬ 
vola  XIX,  fig.  18,  20,  23. 


72 


G.  DE  STEFANO 


Odontaspis  sp.  [cfr.  0.  Hopei  Agassiz] 

»  cuspidata  Agassiz 

»  acutissima  Agassiz 

»  ferox  Risso  sp. 

Oxyrhina  hastalis  Agassiz 

»  Spallanzani  Bonaparte 

Carcharias  [ Prionodon ]  glaucus  Linneo  sp. 

»  »  lamia  Risso 

»  »  glyphis  Miiller  et  Henle 

Galeus  canis  Rondelet 
Sphyrna  zigaena  Miiller  et  Henle 
Notidanus  griscus  Gmelin  sp. 

Centrina  Salvianii  Risso 
Squatina  angelus  Linneo  sp. 

Ptychodus  latissimus  Agassiz 
»  polygyrus  Agassiz 
»  decurrens  Agassiz 
»  mammillari  Agassiz 

Trygon  Gesneri  Cuvier  sp. 

Chimaera  sp. 

Bentex  sp.  [cfr.  B.  vulgaris  Cuvier  et  Valenciennes] 
Chrysophrys  sp.  [cfr.  CJirys.  Lawley  Gervais] 

»  aurata  Linneo  sp. 

Sciciena  sp. 

Hipliicis  gladius  Linneo 
Labrodon  pavimentatimi  Gervais 
»  superbus  Cocchi  sp. 

Ilhombus  maximus  Cuvier 
Tetraodon  fallala  Hasselq. 

Si  tratta  in  tutto  di  trentaquattro  forme  di  pesci,  delle  quali 
il  maggior  numero  appartengono  all’ordine  dei  Selachii.  Gli 
Elasmobranchi  Asterosponclyli  sono  rappresentati  da  ben  dicias¬ 
sette  specie;  e  gli  Elasmobranclii  Tectospondyli  da  sette.  Fra 
i  Teleostei  l’ordine  più  ricco  è  quello  degli  Acanthopterygii ; 
il  quale  comprende  cinque  specie.  I  Pliaryngognati  sono  rap¬ 
presentati  da  due  specie;  gli  Anacanthini  e  i  Gymnodonti  da 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


73 


lina  sola  specie  per  ciascun  gruppo.  Grli  Holocephali ,  in  fine, 
non  comprendono  che  i  soli  avanzi  di  Chimaera  sp. 

Delle  trentaquattro  specie  esaminate,  la  maggior  parte  ap¬ 
partengono  a  depositi  pliocenici  e  si  trovano  viventi  nei  nostri 
mari.  Tali  specie  sono  : 

Carcharodon  Pondeleti  (Mediterraneo) 

Odontaspis  ferox  (Mediterraneo) 

Carcharias  [ Prionodon ]  glaucus  (Mediterraneo) 

»  »  lamia  (Mediterraneo) 

»  »  glyphis  (Mediterraneo) 

Galeus  canis  (mari  temperati  e  tropicali) 

Sphyrna  zigaena  (Mediterraneo) 

Notidanus  griseus  (Mediterraneo) 

Centùria  Salvianii  (Mediterraneo) 

Squatina  angelus  (Mediterraneo) 

Trygon  Gesneri  (Mediterraneo) 

JDentex  vulgaris  (Mediterraneo) 

Chrysophrys  aurata  (Mediterraneo) 

Hiphias  gladius  (Mediterraneo) 

Pliombus  maximus  (Mediterraneo) 

Tetraodon  fahaha  (Mediterraneo) 

Delle  rimanenti  specie  si  possono  fare  due  gruppi  :  uno  com¬ 
prende  quelle  forme  che,  pure  non  riscontrandosi  nella  ittio¬ 
fauna  vivente,  appartengono  tuttavia  al  terziario  medio  o  supe¬ 
riore;  per  lo  meno  al  terziario  medio  o  superiore  dell’Europa 
meridionale-occidentale  ( Carcharodon  megalodon ,  Odontaspis 
cuspidata ,  Odontaspis  acutissima,  Oxyrhina  hastalis ,  Chryso¬ 
phrys  Lawley,  Labrodon  pavimentatum,  ecc.):  l’altro  comprende 
specie  che  si  ritengono  caratteristiche  del  terziario  inferiore 
(  Carcharodon  auriculatus,  Carcharodon  angustidens ,  Lamna 
obliqua,  Odontaspis  Hopei ,  ecc.).  In  quest’ultimo  gruppo,  secondo 
le  osservazioni  del  Pantanelli  e  del  Canestrelli,  dovrebbero  anche 
essere  inclusi  i  Ptychodus;  i  quali  così  formerebbero  parte  della 
fauna  cretacea  e  terziaria.  Ma  di  tale  avviso,  come  ho  già  no¬ 
tato  poche  pagine  avanti,  non  è  il  prof.  Bassani. 


74 


Gr.  DE  STEFANO 


INDICE  SISTEMATICO  DELLE  SPECIE 
ILLUSTRATE  NELLE  TAVOLE 
CON  LE  RELATIVE  FIGURE  DI  SPIEGAZIONE 


Carcharodon  auriculatus  Blainville  sp. 

Tav.  I,  fig.  1,  2,  3;  tav.  II,  fig.  1. 

Carcharodon  angustidens  Agassiz. 

Tav.  I,  fig.  4,  5;  tav.  Il,  fig.  2,  3. 

Carcharodon  megalodon  Agassiz. 

Tav.  I,  "fig.  6;  tav.  II,  fig.  4. 

Carcharodon  Jtondeleti  Mailer  et  Henle. 

Tav.  I,  fig.  7;  tav.  II,  5,  6. 

Lattina  obliqua  Agassiz  sp. 

Tav.  I,  fig.  8;  tav.  II,  fig.  7. 

Odontaspis  sp.  [cfr.  0.  Hopei  Agassiz]. 

Tav.  I,  fig.  9;  tav.  II,  fig.  8.  9. 

Odontaspis  cuspidata  Agassiz  sp. 

Tav.  I,  fig.  10,  11,  12  e  13;  tav.  II,  fig.  10. 

Odontaspis  acutissima  Agassiz. 

Tav.  I,  fig.  14,  15,  16. 

Odontaspis  ferox  Risso  sp. 

Tav.  I,  fig.  17;  tav.  II,  fig.  11,  12,  13,  14. 

Oxyrhina  hastalis  Agassiz. 

Tav.  I,  fig.  18,  19;  tav.  II,  fig.  15,  16,  17,  18. 

Oxyrhina  Spallanzani  Bonaparte. 

Tav.  I,  fig.  20;  tav.  II,  fig.  19,  20. 

Carcharias  [Prionodon]  glaucus  Linneo  sp. 

Tav.  I,  fig.  21,  22,  23. 

Carcharias  [Prionodon]  lamia  Risso. 

Tav.  II,  fig.  21,  22,  23. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA 


75 


Carcharias  [Prionodon]  glypliis  Mtiller  et  Henle  sp. 
Tav.  I.  fig.  24;  tav.  II,  fig.  24. 

Galeus  canis  Ronclelet. 

Tav.  I,  fig.  25;  tav.  II,  fig.  25. 

Sphyrna  zigaena  Mtiller  et  Henle. 

Tav.  I,  fig.  26;  tav.  II,  fig.  26,  27. 

Notidanus  griseus  Gmelin  sp. 

Tav.  II,  fig.  28,  29,  30. 

Centrino,  Salvianii  Risso. 

Tav.  I,  fig.  27;  tav.  II,  fig.  31. 

Ptychodus  latissimm  Agassiz. 

Tav.  II,  fig.  32,  33. 

Ptychodus  polygyrus  Agassiz. 

Tav.  II,  fig.  34,  35. 

Ptychodus  clecurrens  Agassiz. 

Tav.  II,  fig.  36,  37,  38. 

Ptychodus  mammillaris  Agassiz. 

Tav.  II,  fig.  39. 

Trygon  Gesneri  Ctivier  sp. 

Tav.  I,  fig.  28,  29,  30. 

Dentex  sp.  [cfr.  D.  vulgaris  Cuvier  et  Valenciennes]. 

Tav.  I,  fig.  31;  tav.  II,  fig.  40,  41. 

Chrysophrys  sp.  [cfr.  C.  Latvley  P.  Gfervais]. 

Tav.  I,  fig.  32,  33. 

Chrysophrys  mirata  Linneo  sp. 

Tav.  I,  fig.  34,  35,  36,  37. 

Sciaena  sp. 

Tav.  I,  fig.  38. 

Phombus  maximus  Cuvier. 

Tav.  I,  fig.  39,  40,  41. 


76 


G.  DE  STEFANO 


SPIEGAZIONE  DELLE  TAVOLE 


Tavola  1. 

Fig.  1,  2,  3.  Carcharodon  auriculatus  Blainville  sp.  [fig.  1,  esemplare  di 
ignota  provenienza;  fig.  2,  esemplare  di  ignota  provenienza;  fig.  3, 
esemplare  trovato  nelle  formazioni  eoceniche  del  Piacentino?].  Museo 
di  Parma. 

Fig.  4,  5.  Carcharodon  angustidens  Agassiz  [fig.  4,  esemplare  di  ignota 
provenienza;  fig.  5,  esemplare  trovato  a  Maiatico?].  Museo  di  Parma. 

Fig.  6.  Carcharodon  megaìodon  Agassiz  [esemplare  il  cui  cartellino  in¬ 
dica  come  proveniente  dal  pliocene  di  Miano,  ma  che  invece  appar¬ 
tiene  verosimilmente  a  qualche  deposito  miocenico].  Museo  di  Parma. 

Fig.  7.  Carcharodon  Pondeleti  Mtlller  et  Henle  [esemplare  trovato  nel 
pliocene  di  Castellarquato].  Museo  di  Parma. 

Fig.  8.  Lamna  obliqua  Agassiz  sp.  [esemplare  di  ignota  provenienza]. 
Museo  di  Parma. 

Fig.  9.  Od  orti  aspi  s  sp.  (cfr.  0.  Hopei  Agassiz)  [esemplare  il  cui  cartel¬ 
lino  lo  indica  come  proveniente  da  Urzano  sopra  Langhirano].  Museo 
di  Parma. 

Fig.  10,  11,  12,  13.  Odontaspis  cuspidata  Agassiz  sp.  [esemplari  di  ignota 
provenienza;  quelli  indicati  dalle  figure  12  e  13,  che  io  considero 
come  denti  laterali  di  Odontaspis  cuspidata,  per  la  loro  forma  poco 
slanciata  e  molto  larga  alla  base,  presentano  grande  analogia  coi 
denti  laterali  della  Lamna  macrota  Ag.  sp.].  Museo  di  Parma. 

Fig.  14,  15,  16.  Odontaspis  acutissima  Agassiz  [esemplari  trovati  nel  plio¬ 
cene  del  Piacentino].  Museo  di  Parma. 

Fig.  17.  Odontaspis  ferox  Risso  sp.  [esemplare  proveniente  dal  pliocene 
di  Bacedasco].  Museo  di  Parma. 

Fig.  18,  19.  Oxyrhina  [hastalis  Agassiz  [fig.  18,  esemplare  proveniente 
dal  pliocene  di  Castellarquato;  fig.  19,  esemplare  trovato  nel  pliocene 
di  Stramonte  presso  Castellarquato].  Museo  di  Parma. 

Fig.  20.  Oxyrhina  Spallanzani  Bonaparte  [esemplare  trovato  nel  pliocene 
di  Tabiano].  Museo  di  Parma. 

Fig.  21,  22,  23.  Carcharias  [ Prionodon \  glàucùs  Linneo  sp.  [esemplari  pro¬ 
venienti  dal  pliocene  di  Bacedasco].  Museo  di  Parma. 

Fig.  24.  Carcharias  [Prionodon]  glyphis  M filler  et  Henle  [esemplare  tro¬ 
vato  nel  pliocene  di  Bacedasco].  Museo  di  Parma. 

Fig.  25.  Galeus  canis  Rondelet  [esemplare  proveniente  dal  pliocene  di 
Castellarquato].  Museo  di  Parma. 

Fig.  26.  Sphyrna  zigaena  Miiller  et  Henle  [esemplare  proveniente  dal 
pliocene  di  Bacedasco].  Museo  di  Parma. 


ITTIOFAUNA  FOSSILE  DELL’EMILIA  77 

Fig.  27.  Centrino,  Salvianii  Risso  [esemplare  trovato  nel  pliocene  di  Ba- 
cedasco].  Museo  di  Parma. 

Fig.  28,  29,  30.  Trygon  Gesneri  Cuvier  sp.  [esemplari  provenienti  dal- 
l'Appennino  parmense].  Museo  di  Parma. 

Fig.  31.  Dentex  sp.  (cfr.  D.  vulgaris  Cuvier  et  Valenciennes)  [esemplare 
proveniente  dal  pliocene  di  Castellarquato].  Museo  di  Parma. 

Fig.  32,  33.  Chrysophrys  sp.  (cfr.  C.  Lawley  P.  Gervais)  [esemplari  tro¬ 
vati  nel  pliocene  di  Castellarquato].  Museo  di  Parma. 

Fig.  34,  35,  36,  37.  Chrysophrys  aurata  Linneo  sp.  [fig.  34,  35,  molari 
provenienti  dal  pliocene  di  Bacedasco;  fig.  36,  37,  canini  trovati  nel 
pliocene  di  Castellarquato].  Museo  di  Parma. 

Fig.  38.  Sciaena  sp.  [esemplare  proveniente  dal  pliocene  di  Bacedasco]. 
Museo  di  Parma. 

Fig.  39,  40,  41.  Bhombus  maximus  Cuvier  [placche  dermiche  provenienti 
dall’Appennino  parmense].  Museo  di  Parma. 


Tavola  II. 

Fig.  1.  Carcharodon  auriculatus  Blainville  sp.  [esemplare  di  ignota  pro¬ 
venienza;  lo  stesso  dente  della  fig.  1  della  tav.  I,  visto  per  la  sua 
faccia  esterna].  Museo  di  Parma. 

Fig.  2,  3.  Carcharodon  angustidens  Agassiz  [fig.  2,  esemplare  di  ignota 
provenienza  ;  lo  stesso  dente  della  fig.  4  della  tav.  I,  visto  di  pro¬ 
filo:  fig.  3,  esemplare  trovato  a  Maiatico?  Lo  stesso  dente  della 
fig.  5  della  tav.  I,  visto  per  la  sua  faccia  esterna].  Museo  di 
Parma. 

Fig.  4.  Carcharodon  megalodon  Agassiz  [esemplare  il  cui  cartellino  in¬ 
dica  come  proveniente  dal  pliocene  di  Castellarquato  ;  ma  che  in¬ 
vece  appartiene  verosimilmente  a  qualche  deposito  miocenico[.  Museo 
di  Parma. 

Fig.  5,  6.  Carcharodon  Bondeleti  Miiller  et  Henle  [fig.  5,  esemplare  pro¬ 
veniente  dal  pliocene  di  Castellarquato;  fig.  6,  esemplare  trovato  nel 
pliocene  di  Stramontej.  Museo  di  Parma. 

Fig.  7.  Lamna  obliqua  Agassiz  sp.  [esemplare  di  ignota  provenienza  ;  lo 
stesso  dente  della  fig.  8  della  tav.  I,  visto  per  la  sua  faccia  interna]. 
Museo  di  Parma. 

Fig.  8,  9.  Odontaspis  sp.  (cfr.  0.  Hopei  Agassiz)  |  Esemplare  il  cui  car¬ 
tellino  indica  come  proveniente  daUrzano  sopra  Langhirano:  lo  stesso 
dente  della  fig.  9  della  tav.  I,  visto  per  la  sua  faccia  interna  e  di  pro¬ 
filo].  Museo  di  Parma. 

Fig.  10.  Odontaspis  cuspidata  Agassiz  sp.  ]esemplare  di  ignota  prove¬ 
nienza;  lo  stesso  dente  della  fig.  11  della  tav.  I,  visto  per  la  sua 
faccia  interna].  Museo  di  Parma. 

Fig.  11,  12,  13,  14.  Odontaspis  ferox  Risso  sp.  [fig.  11,  esemplare  trovato 
nel  pliocene  di  Bacedasco;  lo  stesso  dente  della  fig.  17  della  tav.  I, 


78 


G.  DE  STEFANO 


visto  per  la  sua  faccia  interna;  fig.  12,  esemplare  proveniente  dal 
pliocene  di  Tabiano,  visto  per  la  sua  faccia  interna;  fig.  13,  14, 
due  vertebre  del  pliocene  di  Maiatico  nel  Parmense].  Museo  di 
Parma. 

Fig.  15,  16,  17,  18.  Oxyrhina  hastalis  Agassiz  [fig.  15,  16,  esemplari  tro¬ 
vati  nel  terziario  superiore  del  Piacentino  ;  fig.  17,  esemplare  prove¬ 
niente  dal  pliocene  di  Bacedasco;  fig.  18,  esemplare  trovato  nel  plio¬ 
cene  di  Stramonte  presso  Castellarquato;  lo  stesso  dente  della  fig.  19 
della  tav.  I,  visto  di  profilo].  Museo  di  Parma. 

Fig.  19,  20.  Oxyrliina  Spallanzani  Bonaparte  [esemplari  trovati  nel  plio¬ 
cene  di  Castellarquato].  Museo  di  Parma. 

Fig.  21,  22,  23.  Carcharias  ( Prianodon )  lamia  Risso  [fig.  21,  esemplare 
appartenente  al  pliocene  di  S.  Vitale  di  Baganza?;  fig.  22,  23,  esem¬ 
plari  trovati  nel  pliocene  di  Bacedasco].  Museo  di  Parma. 

Fig.  24.  Carcharias  ( Prionodon )  glyphis  Mailer  et  Henle  [esemplare  tro¬ 
vato  nel  pliocene  di  Bacedasco;  lo  stesso  dente  della  fig.  24  della 
tav.  I,  visto  per  la  sua  faccia  esterna].  Museo  di  Parma. 

Fig.  25.  Galeus  canis  Rondelet  [esemplare  proveniente  dal  pliocene  di 
Castellarquato;  lo  stesso  dente  della  fig.  15  della  tav.  I,  visto  perla 
sua  faccia  esterna].  Museo  di  Parma. 

Fig.  26,  27.  Sphyrna  zigaena  Miiller  et  Henle  [fig.  26,  esemplare  trovato 
nel  pliocene  di  Bacedasco;  lo  stesso  dente  della  fig.  26  della  tav.  I, 
visto  per  la  sua  faccia  esterna;  fig.  27,  esemplare  appartenente  al 
pliocene  di  Fabiano].  Museo  di  Parma. 

Fig.  28,  29,  30.  Notidanus  griseus  Gmelin  sp.  [fig.  28,  esemplare  di  ignota 
provenienza;  fig.  29,  esemplare  trovato  nel  pliocene  di  Bacedasco; 
fig.  30,  esemplare  appartenente  al  pliocene  di  Piantogna].  Museo  di 
Parma. 

Fig.  31.  Centrina  Salvianii  Risso  [esemplare  del  pliocene  di  Bacedasco; 
lo  stesso  dente  della  fig.  27  della  tav.  I,  visto  dalla  sua  base].  Museo 
di  Parma. 

Fig.  32,  33.  Ptycliodus  latissimus  Agassiz  [esemplari  il  cui  cartellino  in¬ 
dica  come  provenienti  da  Mulazzano  e  Vigoleno).  Museo  di  Parma. 

Fig.  34,  35.  Ptychodus  polygyrus  Agassiz  [esemplari  il  cui  cartellino 
indica  come  provenienti  da  Mulazzano  e  Vigoleno].  Museo  di  Parma. 

Fig.  36,  37,  38.  Ptychodus  decurrens  Agassiz  [esemplari  il  cui  cartel¬ 
lino  indica  come  provenienti  da  Mulazzano  e  Vigoleno].  Museo  di 
Parma. 

Fig.  39.  Ptychodus  mammillaris  Agassiz  [esemplare  il  cui  cartellino  in¬ 
dica  come  trovato  a  Mulazzano  e  Vigoleno].  Museo  di  Parma. 

Fig.  40,  41.  Dentex  sp.  (cfr.  D.  vulgaris  Cuvier  et  Valenciennes)  [ver¬ 
tebre  di  ignota  provenienza].  Museo  di  Parma. 

[ms.  pres.  27  marzo  -  ult.  bozze  19  maggio  1912]. 


Boll.  Soc.  Gaol.  Ifcal.  Voi.  XXXI  (1912). 


tLIOT  CALZO  lAKl  fl»  f-  fc  RH  AMIQ  *  MILA  NC 


G.  DE  STEFANO  Tav.  I. 


| 


G.  DE  STEFANO 


Tav.  II. 


»  UOT  C  Al  /DIAMI  Oi  ►  t  UH  AKlO  -  MILA  N' 


DI  ALCUNI  SAGGI  DI  FONDO  DEL  MEDITERRANEO 


Nota  del  socio  I.  Chelussi 


Dopo  la  pubblicazione  delle  note  magistrali  del  compianto 
prof.  F.  Salmoiraghi,  delle  quali  l’ultima,  postuma,  vide  la  luce 
per  cura  del  prof.  E.  Artini  \  sembrerebbe  inopportuna  e  forse 
poco  conveniente  questa  mia  nota  sullo  stesso  argomento,  tanto 
perchè  i  saggi  studiati  dal  precitato  autore  sono  numerosissimi, 
quanto  perchè  molto  scarso  è  il  materiale  messo  a  mia  dispo¬ 
sizione.  Ma  da  un  lato  la  necessità  di  aumentare,  per  quanto 
è  possibile,  in  numero  gli  studi  allo  scopo  di  ottenere  una  più 
profonda  conoscenza  del  fondo  dei  nostri  mari,  e  dall’altro  il 
desiderio  di  far  cosa  grata  a  chi  volle  favorirmi  il  materiale, 
m’indussero  ad  esaminare  i  seguenti  campioni  avuti  dalla  genti¬ 
lezza  dell’illustre  prof.  A.  Issel  dell’Ateneo  ligure. 

I  saggi  furono  raccolti  in  anni  diversi  e  per  ciascuno  di 
essi  riporto  i  dati  che  si  trovano  sopra  ciascuna  scatoletta,  ognuna 
delle  quali  contiene  al  massimo  circa  30  grammi  di  fango  dis¬ 
seccato,  quantità  molto  al  disotto  dei  100  grammi  almeno,  che 
l’ing.  Salmoiraghi  ritiene  necessari  per  il  solo  studio  mineralo¬ 
gico  indipendentemente  da  ogni  altro  studio  fisico,  chimico  o 
biologico. 

Trattandosi  di  fanghi,  la  lavatura,  fatta  col  metodo  stesso 
che  io  adoperai  per  lo  studio  dei  fondi  del  Mar  Rosso 1  2,  porta 
via  una  grandissima  quantità  di  sostanza;  quella  che  rimane 

1  Salmoiraghi  F.,  Di  alcuni  saggi  di  fondo  dei  nostri  mari.  Rend. 
Ist.  lomb.  di  Se.  e  lett.,  serie  II,  voi.  XLII,  1909;  Saggi  di  fondo  di 
mare  raccolti  ecc.  Nota  la.  Rend.  Ist.  lomb.,  ecc.,  serie  II,  voi.  XL11I, 
1910;  nota  2a,  postuma.  Rend.  Ist.  lomb.,  serie  II,  voi.  XLIV,  1911. 

2  In  Atti  Soc.  lig.,  1912. 


80 


I.  CHELUSSI 


va  poi  sottoposta  alla  decalcificazione  con  HC1;  talché  in  ultimo 
rimane  spesso,  se  pur  vi  rimane,  un  residuo  di  pochi  granuli, 
ai  quali  resta  inutile  applicare  la  separazione  col  liquido  pe¬ 
sante  sia  del  Thoulet,  del  Clerici  o  di  qualunque  altro. 

Trattandosi  di  un  numero  di  saggi  non  molto  grande,  ri¬ 
tengo  inutile  dare  ad  essi  nello  studio  un  ordine  topografico, 
bastando  l’accennare  a  quale  di  quelli  studiati  dal  Salmoiraghi 
sia  più  vicino  il  punto  da  cui  è  stato  prelevato. 

Saggio  n.  1. 

Campagna  idrografica  1885;  scandaglio  n.  8;  profondità  m.  2780; 
30  maggio.  —  Latit.  39°  2T  N,  longit.  10°  53'  15"  E,  Green. 

Dopo  un’accurata  lavatura  di  gr.  30  di  sostanza  asciutta, 
rimangono  circa  2  grammi  di  sabbia  finissima,  giallo-chiara, 
non  magnetica,  sulla  quale  HC1  non  ha  alcuna  azione  a  freddo 
nè  a  caldo.  Con  la  separazione  in  liquido  Clerici  (bromo-mercu- 
riato  di  bario)  a  densità  di  2,75  si  ha  presso  a  poco  parti  eguali  di 
sostanza  pesante  e  di  sostanza  leggera.  Nella  prima  vi  sono  mol¬ 
tissimi  granuli  alterati  la  cui  determinazione  non  mi  sembra 
troppo  facile,  perchè  sono  molto  torbidi  e  non  danno  una  distinta 
percezione  dei  caratteri  ottici.  Tuttavia  i  minerali  che  vi  ho 
potuto  determinare  sono  i  seguenti  ;  biotite  e  muscovite  abbon¬ 
danti,  la  prima  più  della  seconda;  poi  antibolo  verde  pleo- 
croico  e  zircone  ;  rarissimi  epidoto,  staurolite  e  un  solo  granulo 
azzurro  pallido  quasi  insensibilmente  pleocroico  dal  ricordato 
colore  al  verde  tenuissimo,  con  tono  azzurrognolo,  con  n  )>  del 
liquido  Thoulet  a  densità  di  3,1  che  io  ritengo  come  corindone. 
A  questi  componenti  si  aggiungono  pochissimo  quarzo,  molto 
feldspato  a  basso  indice  di  rifrazione,  poco  a  indice  di  rifra¬ 
zione  piuttosto  alto  e  pochissimo  serpentino. 

Tutto  fa  ritenere  che  questa  sabbia  derivi  dalla  regione  ma¬ 
rina  più  settentrionale,  posta  cioè  tra  la  Corsica  ed  il  Lazio,  come 
farebbe  supporre  la  presenza,  sebbene  scarsa,  dell’anfibolo  az¬ 
zurro. 


SAGGI  DI  FONDO  DEL  MEDITERRANEO 


81 


Saggio  n.  2. 

Campagna  idrografica  1899;  scandaglio  n.  21;  profondità  m.  3516; 
29  luglio.  —  Latit.  38°  56'  30"  N,  longit.  14°  31'  E. 

Sostanza  adoperata  gr.  12;  pochissimo  effervescente,  dopo 
lavatura  lascia  un  residuo  piuttosto  abbondante,  dal  quale  se  ne 
separa  circa  mezzo  grammo  di  sostanza  pesante. 

I  minutissimi  granuli  dai  quali  è  formata  questa  sabbia, 
sono  in  gran  parte  opachi,  in  gran  parte  alterati  profondamente 
in  modo  che  non  è  facile  una  loro  diagnosi.  I  minerali  che  vi 
ho  potuto  determinare  sono  perlopiù  moscovite  e  biotite;  poi 
orneblenda,  zircone  ed  epidoto.  Sembrerebbe  da  questo  saggio 
che  la  profondità  marina,  di  metri  3516,  contribuisca  alla  mag¬ 
giore  alterazione  dei  componenti,  difficili  perciò  a  determinarsi, 
anche  per  l’estrema  piccolezza  degli  individui,  per  cui  spesso 
non  si  rende  evidente  il  comportarsi  della  linea  del  Becke. 

Saggio  n.  3. 

Campagna  idrografica  1899;  scandaglio  n.  6;  profondità  m.  1959; 
26  luglio.  —  Latit.  40°  21'  N,  longit.  10°  41'  E.  —  Si  trova  ad  est  della 

costa  NE  della  Sardegna,  in  corrispondenza  del  golfo  d’Orosei. 

• 

Sono  due  campioni  del  peso  complessivo  di  grammi  62, 
di  color  bianco-giallastro  con  tono  rossiccio.  Dopo  lavatura  e 
decalcificazione  resta  appena  un  grammo  di  sostanza  biancastra 
a  grana  molto  minuta,  dalla  quale  si  ottengono,  con  la  separa¬ 
zione  in  liquido  densimetrico,  pochi  granuli,  molti  dei  quali 
opachi;  altri  sono  trasparenti  e  riferibili  a  feldspati  basici; 
altri  a  biotite;  qualcuno  minutissimo  ricorda  l’epidoto;  poco 
granato  e  qualche  cristalletto  di  zircone  compiono,  con  poco 
quarzo,  l’insieme  decalcificato  di  questo  saggio. 

Saggio  n.  4. 

Campagna  idrografica  1893;  scandaglio  n.  3;  profondità  m.  1812; 
14  settembre.  —  Latit.  39°  35' 40",  longit.  14°  53' 35".  —  Presso  la  costa 
calabrese.  > 

Sono  circa  45  grammi  tra  fanghiglia  e  sabbia  finissima  grigio- 
ferro,  dai  quali  si  ricava  dopo  lavatura  e  decalcificazione  qualche 


6 


82 


I.  CHELUSSI 


grammo  di  sostanza  grigiastra  alquanto  magnetica,  che  risulta 
totalmente  da  granuli  o  meglio  frammenti  a  spigoli  sfrangiati  di 
sostanza  verdastra,  riferibile,  probabilmente ,  a  biotite  alquanto 
alterata,  ed  anche  ad  orneblenda  verde;  ambedue  accompagnate, 
oltre  che  da  poca  magnetite,  da  quarzo  e  da  feldspati.  Note¬ 
vole  è  la  presenza  della  magnetite  e  della  ilmenite  della  quale 
sono  abbastanza  ricche  molte  sabbie  del  litorale  tirrenico  della 
Calabria. 


Saggio  n.  5. 

Campagna  idrografica  1890;  scandaglio  n.  11;  profondità  ni.  2090; 
29  maggio.  —  Latit.  37°  30'  35",  longit.  15°  31'  30".  —  A  poca  distanza 
dalla  costa  sud- orientale  della  Sicilia. 

Sono  grammi  46  di  sostanza  grigio-giallastra  chiara,  effer¬ 
vescente.  Con  la  separazione,  a  mezzo  del  liquido  densimetrico, 
si  ha  una  piccola  parte  pesante  alquanto  magnetica.  La  carat¬ 
teristica  di  questa  parte  pesante  è  l’abbondanza  della  biotite, 
alquanto  alterata  ed  accompagnata  da  feldspato  basico  piuttosto 
frequente.  Vi  si  aggiunge  pochissima  orneblenda  verde  e  gra¬ 
nato  (?)  in  pochissimi  granuli. 


Saggio  n.  6. 

Campagna  idrografica  1893;  scandaglio  n.  15;  profondità  m.  1586; 
2  agosto.  —  Latit.  39°  37'  41",  longit.  17°  48'  41"  E,  Green.  —  A  sud  della 
penisola  salentina. 

E  un  saggio  il  quale  mi  ha  dato  una  grandissima  copia  di 
minerali  caratteristici  di  cui  ricordo  i  seguenti:  biotite  e  musco- 
vite  non  abbondanti  ;  epidoto  e  zoisite  abbondanti  ;  anfcbolo  verde 
abbondante  e  anfibolo  azzurro ,  più  spesso  a  colori  pallidissimi 
e  con  n  sempre  inferiore  a  1,66;  orneblenda  basaltica;  clori- 
toide  molto  scarso,  rutilo  raro,  zircone  abbondante,  cianite  rara 
e  granato.  Quarzo  e  feldspati  nella  parte  leggera.  Caratteri¬ 
stica  è  la  composizione  di  questo  fondo  marino,  a  non  grande 
distanza  dalla  costa  adriatica,  per  la  presenza  del  glaueofaue, 
del  cloritoide  e  della  cianite,  che  si  trovano  nelle  sabbie  lito- 


SAGGI  DI  FONDO  DEL  MEDITERRANEO 


83 


rali  della  sponda  settentrionale  italiana  dell’Adriatico.  Ed  in 
proposito  giova  ricordare  che  nella  sabbia  litorale  di  Gallipoli, 
località  Fontanelle,  a  2  km.  da  Taranto  trovai  1  l’antibolo  az¬ 
zurro  insieme  al  granato,  all’epidoto,  alla  staurolite,  ecc.,  minerali 
tutti  che  io,  in  altre  mie  pubblicazioni,  indicai  col  titolo  di  elementi 
padani  e  che  ritenni  non  aver  potuto  derivare  direttamente  dalle 
torbide  del  Po,  perchè  difficilmente  si  può  ammettere  che  esse 
abbiano  potuto  doppiare  il  Capo  di  S.  Maria  di  Leuca  per  de¬ 
porsi  sulle  coste  dellTonio. 

Ora  la  presenza  deWanfibolo  azzurro,  della  cianite ,  del  ciò- 
ritoide,  ecc.,  nel  saggio  di  fondo  in  discorso,  proverebbe,  a  mio 
giudizio,  che  in  questo  fondo  esiste  una  fossa  nella  quale  ven¬ 
nero  e  probabilmente  vengono  attualmente  a  deporsi  le  ultime 
e  più  sottili  torbide  padane  per  effetto  della  corrente  che  da 
nord  verso  SE  lambisce  la  costa  adriatica. 

Nella  mia  nota  citata,  nella  quale  (pag.  733)  parlasi  delle 
sabbie  marine  di  Gallipoli,  attribuivo  la  presenza  in  esse  del 
glaucofane  ad  una  derivazione  di  questo  minerale  dall’arcipe¬ 
lago  greco,  dove  a  Samos  (Chelussi  2),  ad  Ocha  nell’Eubea 
(Becke  3),  vi  sono  roccie  a  glaucofane;  ma  dopo  aver  ritrovato 
l’antibolo  azzurro  in  questo  saggio  di  fondo  poco  distante  dalla 
costa  meridionale  salentina,  non  mi  pare  più  dubbia  la  prove¬ 
nienza  di  questi  minerali  caratteristici  dalle  torbide  padane  ed 
anche  dalle  torbide  dei  fiumi  del  versante  orientale  dell’ Ap¬ 
pennino,  le  quali  contengono  glaucofani,  staurolite,  cloritoide, 
ecc.,  strappati  in  piccola  parte  ai  calcari  elveziani,  come  quello 
di  S.  Marino,  in  gran  parte  alle  arenarie  pure  elveziane  delle 
Marche  e  degli  Abruzzi,  le  quali  tutte,  come  già  dimostrai  in 
altra  mia  nota  ( Sulla  presenza  di  minerali  caratteristici,  in  Atti 
Soc.  ligustica,  1909),  contengono  questi  minerali. 


1  Nuove  contribuzioni  alla  psammografia,  ecc.  Boll.  Soc.  geol.  it.,  1911. 

2  Alcune  roccie  dell’isola  di  Samos.  Giorn.  min.  cristall.  e  petr., 
Pavia,  1892. 

3  Glaucophan-epidot-schiefer,  ecc.  in  Tsch.  min.  unti  petr.  Mitth.,  1879, 
II,  49,  71. 


84 


I.  CHJELUSSI 


Saggio  n.  7. 

Campagna  idrografica  1899-,  profondità  m.  1149;  26  luglio.  —  Lati¬ 
tudine  41°  34'  20,  longit.  10°  37'  30".  —  Tra  la  costa  meridionale  della  Cor¬ 
sica  e  il  litorale  dell’agro  romano. 

La  sostanza  adoperata  pesava  circa  grammi  35  ;  dopo  la¬ 
vatura  e  decalcifìcazione  rimase  un  residuo  minore  di  un  grammo 
formato  da  elementi  grossi  e  da  elementi  minutissimi.  L’esame 
microscopico  di  questi  ultimi  mi  rivelò  i  seguenti  minerali:  gra¬ 
nuli  bruni  opachi,  indeterminabili;  biotite  e  moscovite,  rarissimi 
epidoto,  granato,  anfibolo  verde,  feldspati  e  pochissimo  quarzo. 
Qualche  granulo  con  indice  di  rifrazione  inferiore  ad  1,6  pre¬ 
senta  un  leggerissimo  pleocroismo  dal  verde  chiarissimo  all’az- 
zurro  pure  chiarissimo;  sembrerebbe  trattarsi  di  antibolo  azzurro  ; 
ma  i  toni  del  pleocroismo  sono  tanto  tenui  da  non  permettere 
una  determinazione  sicura,  tanto  più  che  i  granuli  sono  appena 
tre  in  tutta  la  sostanza  estremamente  scarsa. 

Saggio  n.  8. 

Campagna  idrografica  1890;  scandaglio  n.  7;  profondità  m.  1514; 
28  maggio.  —  Latit.  40°  12'  30',  longit.  13°  34'  54"  E,  Green.  —  Di  fronte 
al  golfo  di  Napoli. 

La  sostanza  adoperata,  che  è  un  fango,  pesava  circa  35  grammi. 
Dopo  lavatura  e  decalcifìcazione  rimase  un  residuo  del  peso  molto 
minore  di  un  grammo. 

Senza  farne  la  separazione  per  la  piccola  quantità  di  ma¬ 
teria  ho  esaminato  la  parte  più  sottile  di  questo  residuo  sab¬ 
bioso,  nella  quale  ho  potuto  determinare  pirosseno  verde,  anfi¬ 
bolo  verde,  epidoto  e  soisite,  granato  e  abbondantissimo  il  feld¬ 
spato  basico  del  quale  alcuni  granuli  mostrano  la  geminazione 
polisintetica.  Muscovite  e  biotite  sono  molto  rare. 

Saggio  n.  9. 

i 

Campagna  idrografica  1888;  profondità  m.  1052;  8  settembre.  —  Isola 
di  Capri. 

La  fanghiglia  dopo  lavatura  e  decalcifìcazione  lascia  un  re¬ 
siduo  formato  da  sabbia  fina,  da  minutissimi  ciottoletti  e  da  mi- 


SAGGI  DI  FONDO  DEL  MEDITERRANEO 


85 


mitissime  agglomerazioni  di  argille.  Il  residuo  è  un  poco  meno 
scarso  che  nei  saggi  precedenti,  ma  Tesarne  microscopico  non 
mi  ha  rivelato  alcun  minerale  caratteristico.  In  generale  sono 
granuli  a  contorni  sfrangiati,  opachi,  bruni,  inattivi  alla  luce 
polarizzata;  ad  essi  si  aggiungono,  in  quantità  molto  minore, 
granuli  incolori  riferibili  a  feldspati  basici.  Granuli  verdastri 
o  giallastri,  non  pleocroici  sono  da  riferirsi  a  biotite  alterata. 

Questo  saggio  è  tra  i  più  poveri  tra  quelli  presi  in  esame 
fin  qui  e  questa  scarsità  non  si  può  facilmente  spiegare  in  con¬ 
fronto  ad  altri  saggi  più  lontani  dalle  sponde  e  prelevati  a 
molto  maggiore  profondità. 


Saggio  n.  10. 

Campagna  idrografica  1890;  scandaglio  n.  25;  profondità  m.  3630; 
15  settembre.  —  Latit.  40°  31'  N,  longit.  12°  43'  15"  E,  Green. 

Questo  saggio,  che  fu  raccolto  ad  alcuni  chilometri  dalla 
spiaggia  tra  Eoma  e  Napoli,  e  più  precisamente  tra  Nettuno  e 
Capo  Circeo,  era  un  fango  pesante  grammi  26  ;  presentò  una 
effervescenza  di  non  lunga  durata  e  dette  un  residuo  di  gram¬ 
mi  1,700  di  finissima  sabbia  grigiastra.  Nella  separazione  col 
liquido  pesante  si  ottiene  una  piccola  quantità  di  peso  speci¬ 
fico  superiore  a  2,7  che  consta  di  minutissimi  ciottoletti  e  di 
sabbia  molto  fina.  La  composizione  generale  è  molto  semplice, 
perchè  è  formata,  si  può  dire  nella  totalità,  da  granuli  bruni 
con  tono  giallastro,  opachi,  inattivi  alla  luce  polarizzata,  tra  i 
quali  ho  visto  due  o  tre  granuli  di  augite  verde,  due  di  diop- 
side  e  qualcuno  riferibile  a  feldspati  basici. 


Saggio  n.  11. 

Campagna  idrografica  1889;  scandaglio  n.  3;  profondità  m.  1070; 
30  maggio;  ore  2  ant.  —  Latit.  40°  50’  40",  longit.  10°  23'  30"  E,  Green. 
—  A  circa  100  km.  ad  est  della  costa  settentrionale  sarda. 

Fango  pesante  grammi  40.  Dopo  lavatura  e  decalcificazione 
resta  un  residuo  giallastro  di  meno  che  due  grammi,  formato 
dai  soliti  granuli  bruni  indeterminabili  ;  poi  da  feldspati  acidi 


86 


I.  CHELUSSI 


da  biotite  e  poco  quarzo  ;  rarissimi  e  minutissimi  granuli  verdi 
ricordano  l’antibolo  anche  per  l’indice  di  rifrazione  in  confronto 
con  quello  deH’a-monobromonaftalina. 

Saggio  n.  12. 

Campagna  idrografica  1899;  scandaglio  n.  5;  profondità  m.  1046; 

26  luglio.  —  Latit.  41°  3',  longit.  10°  46'  50". 

11  punto  di  prelevamento  si  trova  ad  alcuni  chilometri  a 
nord  dal  punto  a  cui  fu  prelevato  il  saggio  precedente. 

La  fanghiglia  pesava  grammi  37.  Dopo  lavatura  e  decalci¬ 
ficazione  rimase  appena  un  grammo  di  sostanza  arenacea  giallo¬ 
chiara.  Da  questa  si  separa  col  liquido  densi  metrico,  a  peso  spe¬ 
cifico  non  troppo  alto,  una  piccola  quantità  di  minuta  sabbia 
nella  quale  ho  visto  biotite ,  feldspati  basici ,  augite ,  abbondanti 
in  prevalenza  i  primi  due  ;  poi  più  rari  sono  zircone ,  epidoto 
e  muscovite;  vi  ho  trovato  un  granulo  di  anfibolo  azzurro. 

Questi  due  saggi,  ma  più  specialmente  quest’ultimo,  si  tro¬ 
vano  ad  oriente  delle  bocche  di  Bonifacio  vicino  a  quella  zona 
dalla  quale  furono  prelevati  i  saggi  VII,  XIII,  IX  e  VI  alle 
profondità  relative  di  m.  750,  m.  520,  m.  638  e  m.  242,  stu¬ 
diati  dal  Salmoiraghi  (Di  alcuni  saggi  di  fondo ,  ecc.  Rend.  Ist. 
lomb.,  1909,  pag.  706-707).  Però,  il  primo,  cioè  quello  prele¬ 
vato  alla  profondità  di  m.  3630  si  può  dire  quasi  del  tutto  privo 
di  elementi  colorati;  il  secondo  ne  contiene  alcuni,  in  minor 
numero  che  nei  saggi  studiati  dal  precitato  Autore,  i  quali  fu¬ 
rono  presi  ad  una  profondità  molto  minore  dei  miei.  Nella  parte 
leggera  oltre  il  quarzo  e  i  feldspati  acidi  ho  visto  qualche  gra¬ 
nulo  riferibile  al  serpentino. 

In  questo  ultimo  ho  trovato  qualche  minuta  conchiglietta 
univalve,  qualche  spicula  di  spugna  ed  alcune  sferule  brune, 
probabilmente  riferibili  a  foraminifere. 

Saggio  n.  13. 

Campagna  idrografica  1890;  scandaglio  n.  4;  profondità  m.  1337; 

27  maggio.  —  Latit.  41°  13'  20",  longit.  12,  05'  49"  E,  Green.  —  A  E-NE 
delle  isole  Pontine. 

Questo  saggio  è  formato  da  un  fango  giallastro-chiaro  che 
dopo  lavatura  e  decalcificazione  lascia  un  residuo  molto  abbon- 


SAGGI  DI  FONDO  DEL  MEDITERRANEO 


87 


dante  in  confronto  ai  saggi  precedenti  ;  ma  la  parte  pesante 
separata  col  solito  liquido  Clerici  è  molto  scarsa  e  formata  dai 
soliti  granuli  bruni  opachi,  ai  quali  si  aggiungono,  in  quantità 
piccolissima  rispetto  ad  essi,  V epidoto ,  Ynugite  verde-chiara,  il 
granato ,  V orneblenda,  lo  zircone  e  la  biotite  al  solito  più  ab¬ 
bondante  e  con  le  laminette  più  grandi  degli  altri  elementi. 
Nella  parte  più  leggera  ho  visto  poco  quarzo,  feldspati  acidi  e 
qualche  granulo  di  serpentino. 

Saggio  n.  14. 

Campagna  idrografica  1889;  scandaglio  n.  3;  profondità  m.  1070; 
30  maggio.  —  Latit.  40°  56'  40'',  longit.  10°  23'  30"  E,  Green.)  —  Ad  est  del¬ 
l’isola  di  Tavolara. 

La  parte  rinchiusa,  come  gli  altri  campioni,  in  scatoletta 
cilindrica,  pesava  40  grammi.  Dopo  lavatura  e  decalcificazione 
rimase  appena  un  grammo  di  sabbia  mista  a  frammenti  piccolis¬ 
simi  e  madreperlacei  di  conchiglie  e  ad  altri  grigi  e  duri  a  rom¬ 
persi,  ma  formati  dagli  stessi  elementi  del  rimanente  della  sostanza. 

Scarsissima  la  parte  pesante  nella  quale  ho  visto  soltanto 
laminette  a  contorni  irregolari,  giallastre,  opache  forse  riferibili 
a  biotite  alterata.  Oltre  a  questi  ho  visto  anche  due  granuli 
di  granato  e  nella  parte  leggera  quarzo,  feldspati  e  clorite. 

Saggio  n.  15. 

Campagna  idrografica  1899;  scandaglio  n.  14;  profondità  m.  2259; 
28  luglio.  —  Latit.  39°  N,  longit.  12°  35'  E,  Green.  —  A  nord  del  Capo 
S.  Vito  e  a  NE  del  n.  15  (Salmoiraghi,  cartina). 

Scarso  è  il  residuo  dopo  lavatura  e  decalcificazione.  In  esso 
la  separazione  col  liquido  densimetrico  dà  una  parte  pesante 
più  abbondante  di  quella  leggera,  bianco-gialliccia  con  granuli 
neri.  È  uno  dei  pochi  saggi  che  contenga  magnetite  e  ilme- 
nite;  ma  è  formata  totalmente  da  granuli  giallastri,  opachi,  inat¬ 
tivi  alla  luce  polarizzata  e  tra  essi  ho  due  cristalletti  di  piros- 
seno  verde-chiaro  (diopside),  tre  scagliette  di  biotite,  un  cri- 
stalletto  di  zircone  ed  un  granulo  di  feldspato  basico. 

La  estrema  scarsità  di  minerali  determinabili  è  in  questo 
saggio  in  relazione  diretta  con  la  profondità  alla  quale  fu  pre¬ 
levato  il  saggio. 


88 


1.  CHELUSSI 


Saggio  n.  16. 

Campagna  idrografica  1890;  scandaglio  n.  25;  profondità  m.  3628; 
15  settembre.  — -  Latit.  40°  31',  longit.  12°  43'  15"  E,  Green.  —  Presso  le 
isole  Pontine. 

Dopo  lavatura  e  decalcificazione  resta  un  residuo  non  troppo 
scarso,  dal  quale  però  si  separano  col  liquido  del  Clerici,  tenuto 
alla  densità  di  2,7,  pochissima  sostanza  nera  di  cui  la  più  gran 
parte  è  attratta  dalla  calamita.  Al  microscopio  vi  ho  visto  epidoto 
e  zoisite,  augite  verde  e  verde-chiarissima  (diopside),.  granato 
roseo,  biotite  e  feldspato  basico;  poi  quarzo,  feldspati  acidi,  clo- 
rite.  Tutti  questi  elementi  sono  però  estremamente  scarsi  mentre 
sono  in  prevalenza  la  magnetite,  l’ilmenite  e  i  granuli  bruni  opachi. 

In  sostanza  questo  saggio,  tenuto  conto  della  grande  pro¬ 
fondità  alla  quale  fu  prelevato,  è  abbastanza  ricco  di  minerali 
in  confronto  di  altri  presi  a  minor  profondità.  Ed  è  presumi¬ 
bile  che,  avendo  a  disposizione  molto  maggior  quantità  di  so¬ 
stanza,  vi  si  sarebbero  potuti  trovare  maggior  numero  di  minerali 
diversi,  e,  per  ognuno  di  essi,  maggiore  abbondanza  di  granuli. 

Dallo  studio  di  questi  pochi  saggi,  fatto  con  materiale  scar¬ 
sissimo  per  ognuno  di  essi,  non  si  possono  dedurre  conclusioni 
sicure;  tutt’al  più  si  può  dire  che  non  sempre  la  profondità  e 
la  forte  distanza  dalle  coste  contribuiscano  all’impoverimento  in 
minerali  caratteristici  dei  fondi  marini.  Occorrono  a  mio  parere 
gli  studi  di  un  numero  molto  maggiore  di  saggi,  data  anche 
l’estensione  grandissima  del  mar  Tirreno,  per  poter  giungere  a 
qualcosa  di  concreto  1  ;  ed  esprimo  il  voto  che  le  future  possi¬ 
bili  prelevazioni  siano  fatte  in  un  medesimo  punto  tre  o  quat¬ 
tro  volte,  ognuna  ad  una  distanza  di  qualche  mese  l’una  dal¬ 
l’altra,  per  potere  assicurarsi  se  anche  il  tempo  non  porti  va¬ 
riazioni  nella  composizione  mineralogica  dei  fondi  marini. 

[ms.  pres.  6  aprile  -  alt.  bozze  2  maggio  19121. 

1  Dai  lavori  del  Salmoiraghi  (v.  le  tabelle  relative)  si  può  dedurre 
che  gli  antiboli  azzurri  e  il  cloritoide  sono  abbondanti  nel  Tirreno  set¬ 
tentrionale;  sono  invece  scarsissimi  nel  Tirreno  meridionale. 


L’EVOLUZIONE  DEL  SISTEMA  IDEOGRAFICO 
E  L’IMPORTANZA  DELLE  FRATTURE 
NELLA  FORMAZIONE  DELLE  VALLI 


Nota  del  dott.  G.  Azzi 


Il  valore  geomorfogenetico  delle  fratture  e  la  loro  im¬ 
portanza  NELLA  FORMAZIONE  DELLE  VALLI.  —  Nella  dassifica- 
zione  geomorfìca  proposta  dal  Penck  nel  VI°  Congresso  interna¬ 
zionale  di  Geografìa  a  Londra,  la  valle  occupa  il  terzo  posto 
tra  le  forme  elementari.  L’elemento  fondamentale  geomorfico  è 
rappresentato  da  una  superficie  inclinata  tra  0°  e  90°,  e  sei  sono 
le  forme  elementari:  la  un  piano  orizzontale:  pianura;  2a  una 
superficie  più  o  meno  inclinata:  pendice;  3a  due  pendici  poste 
di  fronte  e  riunite  in  basso  da  un  piano  orizzontale:  valle; 
4a  una  superficie  inclinata  tutto  attorno  da  un  punto  o  da  un 
segmento  vertice  verso  la  traccia  di  un  cerchio  o  di  una  ellissi 
sottoposti  a  quel  punto  o  a  quel  segmento  :  monte  ;  5a  una  su¬ 
perficie  inclinata  dalla  traccia  di  un  cerchio  o  di  una  ellissi 
verso  un  punto  sottostante  a  quel  cerchio  o  a  quell’ellissi  :  conca, 
bacino;  Ga  una  superficie  chiusa:  grotta,  caverna. 

Nella  evoluzione  del  rilievo  dalla  giovinezza  verso  la  seni¬ 
lità,  che  ci  dà  come  ultimo  stadio  una  quasi  pianura,  il  pene¬ 
piano,  tutte  le  porzioni  di  superficie  topografica  primitiva  poste 
al  di  sopra  dei  piani  di  terzo  grado,  su  cui  giacciono  le  iperboli 
profilo  di  equilibrio  dei  corsi  d’acqua,  sono  destinate  a  scom¬ 
parire. 

L’agente  principale  di  questa  evoluzione  è  dato  dalla  ero¬ 
sione  fluviale,  la  cui  traccia,  localizzandosi  precisamente  nelle 


90 


G.  AZZI 


valli,  vende  questa  3a  forma  elementare  la  più  diffusa  ed  im¬ 
portante  nella  topografia  di  una  regione. 

Come  si  sono  formate  le  valli?  vogliamo  ora  chiederci. 

Qualunque  fenomeno  geomorfico  in  un  qualsiasi  momento 
della  sua  evoluzione  si  spiega  per  due  serie  diverse  di  cause: 
telluriche  o  endogene  (dovute  ai  movimenti  epeirogenici  ed  oro¬ 
genici)  che  hanno  valore  «direttivo»,  e  fattori  esterni,  tra  cui 
precipuo  l’erosione  fluviale,  che  hanno  valore  «completivo». 
Come  vedremo  estesamente  in  seguito,  a  seconda  delle  condi¬ 
zioni  locali  e  dello  stadio  evolutivo  questi  due  gruppi  di  cause 
contribuiscono  sì,  ma  in  diversa  misura  alla  comparsa  di  una 
determinata  geoformazione. 

Limitare  nettamente  dove  l’azione  dell’un  gruppo  di  fattori 
trovi  suo  termine,  e  dove  l’opera  degli  altri  si  inizii,  è  un  pro¬ 
blema  quanto  mai  arduo  e  sino  ad  ora  insoluto.  E  poi  che  il 
pensiero  umano  nella  ricerca  del  vero  non  procede  mai  diretto, 
ma  per  tendenza  innata  di  nostra  mente  cerca  di  approfittare 
del  maggior  numero  possibile  di  punti  di  riferimento,  che  val¬ 
gano  a  tracciare  una  direttiva,  così  noi  vediamo  come  ad  ogni 
teoria  preceda  una  serie  di  ipotesi,  tra  loro  antitetiche,  i  par¬ 
tigiani  delle  une  e  delle  altre  esagerando  in  un  apprezzamento 
assoluto  di  uno  o  dell’altro  dei  gruppi  di  fattori  che  egual¬ 
mente  contribuiscono  alla  manifestazione  di  un  fenomeno  :  così 
come  nel  pendolo  in  moto  che  oscilla  con  norma  progressiva¬ 
mente  decrescente  prima  di  raggiungere  lo  stato  di  equilibrio. 

E  lo  stesso  è  avvenuto  per  ciò  che  riguarda  il  problema 
dell’origine  delle  valli.  Nella  prima  metà  del  secolo  scorso  e 
nella  seconda  del  secolo  XVIII  prevalse  il  concetto  delle  cause 
endogene,  e  si  volle  riferire  esclusivamente  alle  fratture  la  for¬ 
mazione  delle  valli.  Verso  la  seconda  metà  del  secolo  XIX  a 
cominciare  con  il  Riitimeyer  si  iniziò  uno  studio  accurato  dei 
fenomeni  della  erosione  fluviale  cui  si  finì  per  considerare  come 
l’agente  unico  nelle  formazioni  vallive. 

«  Le  forme  del  rilievo  risultano  principalmente  dalla  scul¬ 
tura  del  suolo  per  l’erosione  fluviale;  esse  sono  instabili  e  deb¬ 
bono  essere  considerate  come  il  prodotto  di  una  evoluzione  più 
o  meno  avanzata,  evoluzione  la  quale  anzitutto  dipende  da  quella 
del  sistema  idrografico  ». 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico 


91 


Come  in  qualunque  ipotesi,  così  pure  in  questo  caso  i  par¬ 
tigiani  dell’una  e  dell’altra  idea  hanno  finito  per  cadere  nel¬ 
l’estremo  dandoci  conclusioni  necessariamente  inesatte. 

Le  valli  non  sono  dovute  esclusivamente,  come  cercheremo 
di  dimostrare  in  seguito,  a  cause  endogene  o  ad  agenti  esteriori, 
bensì  entrambi  collaborano  alla  loro  formazione  :  le  primitive 
linee  di  frattura  come  elemento  direttivo,  l’azione  fluviale  come 
un  elemento  completivo  che  sviluppa  i  versanti  e  forma  il 
letto. 

Questa  del  resto  è,  anche  «  a  priori  »,  la  concezione  più  razio¬ 
nale  dal  punto  di  vista  geomorfogenetico.  Nella  sua  classifica¬ 
zione  il  Penck  ha  evidentemente  tralasciato  una  forma  elemen¬ 
tare  ben  importante  e  distinta:  il  crepaccio  {die  Kluft ),  il  quale 
evidentemente  trova  il  suo  posto  in  ordine  immediatamente  al  di 
sopra  della  «  valle».  La  valle  ci  rappresenta  infatti  nelle  due 
pendici  (II)  contrapposte  riunite  da  un  piano  orizzontale  (I)  un 
aggruppamento  certo  più  complesso  di  quello  datoci  dal  cre¬ 
paccio:  due  semplici  pendici  (II)  contrapposte. 

Del  resto  lo  stesso  Pench  accenna  inclusivamente  a  questa 
forma  quando  dice:  nella  evoluzione  del  rilievo  possiamo  di¬ 
stinguere  tre  stadii:  a)  sviluppo  eccessivo  di  alcune  parti  ri¬ 
spetto  ad  altre  che  ne  vengono  diminuite:  nel  nostro  caso  svi¬ 
luppo  eccessivo  delle  pendici  con  aumento  del  letto  e  riduzione 
graduale  delle  zone  di  superficie  topografica  primitiva  interca¬ 
lare;  b)  scomparsa  di  alcune  parti:  nel  nostro  caso,  delle  super- 
fici  topografiche  intercalari  ;  c )  fusione  di  parti  che  in  origine 
erano  disgiunte:  formazione  del  penepiano. 

In  natura  in  una  serie  di  trasformazioni  sempre  più  com¬ 
plicate,  mentre  dall’una  si  passa  nell’altra,  il  numero  degli  ele¬ 
menti  gradualmente  aumenta,  come  pure  la  complessità  dei  loro 
rapporti. 

I  passaggi  bruschi,  con  eliminazione  di  qualche  gradino  in¬ 
termedio  nella  scala  della  evoluzione,  non  sono  che  delle  ecce 
zioni  alla  regola. 

La  frattura  ci  rappresenta  una  forma  elementare  molto  più 
semplice  della  valle,  la  quale  consta  di  due  elementi:  pendice  (II) 
e  pianura  (I),  mentre  nella  frattura  il  piano  mediale  si  riduce 
a  tanto  da  scomparire,  i  contatti  delle  due  pendici  essendo  co- 


92 


G.  AZZI 


stituiti  da  ima  semplice  linea  che  è  la  linea  di  intersezione  dei 
due  piani  inclinati  e  contrapposti. 

Il  modo  stesso  della  evoluzione  del  rilievo  che  tende  ad 
ampliare  la  superficie  del  letto  giustifica  pienamente  la  pre¬ 
senza  di  una  frattura  iniziale  come  primo  gradino  nel  processo 
della  formazione  valliva. 

Tanto  dal  punto  di  vista  morfologico  quindi,  quanto  dal 
punto  di  vista  genetico,  la  frattura  ha  piena  ragione  di  esistere 
come  elemento  geomorfico  indipendente  e  quale  può  essere  be¬ 
nissimo  luogo  di  passaggio  dalla  superficie  piana  ed  unita  alla 
comparsa  della  valle. 

L’evoluzione  di  quest’ultima  ha  per  effetto  di  allontanare 
e  diminuire  la  pendenza  delle  due  pendici,  e  nella  frattura, 
immaginando  che  la  evoluzione  cominci  da  uno  stadio  con  super- 
fici  (versanti)  quasi  verticali,  questa  pendenza  è  già  notevolmente 
diminuita. 

Lungo  un  crepaccio  si  verificano  quindi  le  condizioni  topo¬ 
grafiche  più  favorevoli  che  indicano  (segnano),  come  vedremo 
anche  estesamente  in  seguito,  la  traccia  alla  erosione  fluviale  e 
quindi  anche  alle  formazioni  vallive. 

Sulla  più  gran  parte  della  superficie  della  terra  l’interferire 
dei  movimenti  orogenici  ed  epeirogenici  in  un  con  il  sovrapporsi 
di  molti  cicli  di  erosione  fluviale,  ha  già  profondamente  e  net' 
tamente  stabilito  la  forma  e  la  direzione  delle  valli,  e  la  por¬ 
zione  del  corso  di  acqua  adibita  al  trasporto  (canale  di  ef¬ 
fluvio)  rappresenta  la  parte  la  più  sviluppata  di  un  fiume. 

Se  noi  vogliamo  studiare  l’inizio  delle  formazioni  vallive, 
dovremo  dunque  riportarci  al  bacino  collettore  ove  l’attività 
erosiva  evolve  attualmente  il  rilievo,  ampliando  il  bacino  di 
recezione,  allungando  il  canale  di  effluvio  ed  inoltrando  sempre 
più  nell’interno  del  territorio  l’estremità  della  valle. 

Studieremo  questo  processo  nella  regione  delle  argille  az¬ 
zurre  del  bacino  del  Santerno  (Romagna)  comprese  a  valle  della 
formazione  dei  gessi. 

Su  per  il  bacino  del  fiume  Santerno  tra  il  verde  dei  col¬ 
tivi  ed  il  rosso  della  terra  arata  spiccano  strani  anfiteatri  grigio¬ 
turchini,  i  calanchi,  veri  crateri  di  erosione  scavati  nelle  ar¬ 
gille,  a  forma  di  imbuto,  erti  di  creste  instabili  e  franose  tra 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico 


93 


loro  separate  da  gole  profonde  che  convergono  in  basso  verso 
un  punto,  il  punto  idrologico  che  è  pure  inizio  del  canale  di 
effluvio  di  altrettanti  torrenti.  Sarebbero  dunque  delle  conche 
di  erosione  fluviale. 


della  regione  compresa  tra  la  traccia  del  fiume  Santerno  e  il  corso  della  Sellustia. 

Dove  si  formano  questi  calanchi?  in  quali  punti  cioè,  par- 
icolarmente,  l’evoluzione  del  rilievo  nelle  speciali  condizioni  to¬ 
pografiche  e  geotettoniche  ritrova  la  ragione  di  un  eterno  per¬ 
petuarsi  dello  stadio  della  giovinezza?  Conducendo  il  profilo  se¬ 
condo  due  corsi  analoghi,  si  vede  come  il  piano  su  cui  giace 
il  canale  di  effluvio  (piano  terminale)  ed  il  piano  (piano  gene¬ 
ratore,  residuo  della  superficie  topografica  primitiva)  su  cui 
corre  il  crinale  di  displuvio,  sono  riuniti  da  una  brusca  rottura 
di  pendenza  (pendice  II)  ove  si  localizza  l’azione  idrologica  e 
si  formano  i  bacini  collettori  (v.  fig.  1). 

Tracciando  invece  il  profilo  longitudinale  del  versante  si¬ 
nistro  del  Santerno  otteniamo,  come  si  vede  dalla  figura  2,  una 
serie  di  segmenti  leggermente  inclinati,  riuniti  da  segmenti  for¬ 
temente  inclinati,  ove  si  localizza  l’azione  della  erosione  ed  i 
calanchi  si  formano.  Secondo  due  direzioni  adunque,  conseguente 
e  subseguente,  l’erosione,  procedendo  rapidamente  nella  evolu¬ 
zione  del  rilievo,  abbozza  nuove  parti  di  valli  allungando  il  ca¬ 
nale  di  effluvio,  allargando  il  bacino  collettore  e  scomponen¬ 
dolo.  Ed  è  proprio  quindi  nei  punti  calanchi  che  noi  dobbiamo 
ricercare  le  condizioni  prime  della  formazione  valliva  in  detta 
regione. 


Cà  Frascati 


94 


G.  AZZI 


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Formazione  delle  valli  e  fe¬ 
nomeni  PSEUDOC ARSICI  NELLE  AR¬ 
GILLE.  —  Durante  l’estate  nel 
letto  dei  nostri  fiumi  si  riscon¬ 
trano  spesso  tratti  di  greto  ar- 
gillo-sabbioso  suddivisi  in  nume¬ 
rose  lastre  tetra-pentagonali  da 
una  rete  regolare  ed  estesa  di 
fessure.  Un  fenomeno  analogo  si 
osserva  pure  su  per  le  creste  dei 
calanchi  ove  lo  strato  superficia¬ 
le  delle  argille  marnose  interes¬ 
sato  da  un  reticolo  finissimo  di 
minuscole  screpolature  si  divide 
e  sgretola  in  un  manto  di  piccoli 
blocchi  esattamente  concatenati 
e  combacianti.  Tanto  nell’uno 
quanto  nell’altro  caso  queste  for¬ 
mazioni  sono  dovute  a  ciò,  che 
gli  strati  esposti  all’aria  si  dissec 
cano  più  rapidamente  e  varia  cosi 
il  valore  della  tensione  tangen¬ 
ziale  in  profondità. 

Quando  due  creste  non  siano 
troppo  a  ridosso,  il  profilo  del 
loro  versante  interno  ad  una  certa 
distanza  dal  thalweg  presenta 
una  brusca  rottura  di  pendenza, 
la  quale  segna  gli  orli  di  un  vero 
e  proprio  crepaccio  ove  si  loca¬ 
lizza  l’azione  idrologica.  Il  fondo 
di  questo  tramite  non  è  a  pen¬ 
denza  continua,  presenta  invece 
una  serie  di  superfici  pianeg¬ 
gianti  riunite  da  piccole  balze 
molto  inclinate,  talora  verticali, 
e  che  hanno  l’aspetto  di  un  pozzo 
apertosi  a  valle  per  il  crollo 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico 


95 


della  parete  esteriore.  Non  di  rado  delle  specie  di  ponti  sca¬ 
valcano  il  tramite  e  lo  trasformano  in  galleria. 

Osservando  le  pareti,  a  forte  inclinazione,  delle  creste  e  dei 
picchi,  si  scorgono  qua  e  là  delle  aperture  ovalari  disposte  in 
serie  le  line  sulle  altre  secondo  una  linea  diretta  verso  il  tra¬ 
mite  mediano,  e  comunicanti  con  lunghe  e  sinuose  gallerie,  nelle 
quali  l’acqua  scorre  ed  erode  in  profondità,  presentandoci  fe¬ 
nomeni  che  più  che  a  terreno  impermeabile  parrebbe  dovessero 
ascriversi  al  dominio  delle  roccie  permeabili  e  solubili.  Il  dia¬ 
metro  di  queste  aperture  varia  da  1  cm.  o  poco  più  fino  ai 
15-30  cm.,  si  accenna  quindi  già  dallo  stadio  del  ruscella- 
mento. 

Data  la  natura  impermeabile  del  terreno  non  è  fuori  di  luogo 
supporre  che  la  comparsa  di  dette  gallerie  sia  in  rapporto  con 
il  sistema  delle  screpolature  superficiali  di  cui  facemmo  parola, 
e  che  per  analogia  il  fondo  del  tramite  centrale  rappresenti  il 
fondo  di  una  galleria,  originata  per  la  comparsa  di  una  scre¬ 
polatura  rinchiusasi  in  seguito  esteriormente  per  il  crollo  delle 
pareti  in  alto. 

Ad  1  V2  km.  dalla  Imola-Firenze  presso  Rivola,  al  di  sotto 
della  casa  Corsignano  il  rio  omonimo  si  divide  in  due  branche: 
di  destra  e  di  sinistra,  che  d’ogni  parte  diramano  in  una 
serie  di  tramiti  su  verso  le  balze  scoscese  e  dirute  di  creste, 
di  picchi  e  di  aguglie.  Tutti  i  tramiti  del  braccio  sinistro  con¬ 
vergono  in  una  breve  vallecola  larga  da  15  a  20  e  lunga 
30  metri  all’incirca.  A  prima  vista  l’aspetto  di  questa  depres¬ 
sione,  arida  e  brulla  pur  nel  tempo  delle  pioggie,  colpisce  per 
una  certa  somiglianza  con  le  doline,  tipo  di  valli  caratteristiche 
nei  terreni  permeabili.  Il  piano  di  detta  depressione  si  trova  ad 
un  livello  superiore  di  circa  8  metri  al  letto  del  rio  cui  accede 
con  brusca  pendenza  formando  una  parete  quasi  a  picco.  In  essa 
si  osserva  un’apertura  alta  3,  larga  2  metri  circa,  che  dà  adito 
ad  una  vera  e  propria  caverna  estesa  al  disotto  della  depressione 
e  comunicante  con  l’esterno  per  ampi  fori,  del  diametro  di  un  metro 
ed  anche  più,  che  si  ritrovano  nel  fondo  della  valletta.  Dall’e¬ 
stremità  a, monte  di  quest’ultima  si  sale  con  brusca  rottura  di 
pendenza  su  per  le  gole,  tra  le  creste;  a  mezza  costa  per  una 
di  queste  gole  si  incontra  un  breve  gradino,  lungo  all’incirca 


96 


G.  AZZI 


3  metri,  inclinato  a  monte,  ove  si  continua  in  un  pozzo  ad  aper¬ 
tura  circolare  regolarissima,  del  diametro  di  un  metro,  il  quale 
comunica  chiaramente  con  un  enorme  crepaccio  che  si  svolge 
sotterra  in  corrispondenza  al  fondo  del  tramite.  Salendo  ancora, 
raggiunto  l’estremo  lembo  del  bacino  collettore,  la  gola,  invece 
di  arrestarsi  in  zona  di  franamento,  piega  a  gomito  lungo  la 
via  che  conduce  a  Croara  e  sul  suo  fondo  per  un  centinaio  di 
metri  ancora  verso  il  monte,  si  scorgono  qua  e  là  squarci  ed 
inghiottitoi  comunicanti  con  un  ampio  crepaccio  che  taglia  pro¬ 
fondamente  il  fianco  della  montagna,  e  molto  probabilmente  si 
sviluppa  a  valle,  originando  in  basso  la  già  descritta  caverna. 
Nella  parete  di  quest’ultima,  a  sinistra,  è  visibile  l’entrata  di 
una  lunga  galleria  estesa  sino  al  lembo  estremo  del  bacino  col¬ 
lettore,  come  numerosi  inghiottitoi  in  serie  continua  lasciano 
trasparire.  Vi  ha  dunque  ragione  per  credere  che  tutto  un  si¬ 
stema  di  crepacci  interessi  il  tratto  di  montagna  compreso  tra 
la  strada  di  Croara  ed  il  versante  sinistro  del  Rio  di  Mescola, 
e  si  raccordi  con  altra  ampia  linea  di  frattura  visibile  sul  fondo 
del  Rio  di  Corsignano  in  una  spianata  posta  subito  al  disopra 
della  strada  montanara,  sovente  allagata  da  torbidi  fiumi  di 
fango  che  scendono  dagli  sculti  tramiti  del  monte. 

Il  fatto  che  la  maggior  parte  di  questi  crepacci  non  sono 
visibili  si  spiega  bene  così:  alla  formazione  di  un  crepaccio 
segue  quella  di  una  serie  di  fessure  parallele  che,  crollando  le 
pareti  in  alto,  lo  trasformano  in  galleria  comunicante  con  l’e¬ 
sterno  per  l’apertura  delle  grotte  e  degli  inghiottitoi. 

Nell’alto  bacino  collettore  del  Rio  di  Mescola  si  verificano 
fenomeni  analoghi.  La  Parrocchia  di  Croara  è  costruita  sopra 
uno  sprone  di  terreno  argillo-sabbioso  con  conglomerati  e 
ciottoli,  che  si  innalza  a  circa  291  metri  e  si  continua  in  una 
cresta  sottile  conosciuta  con  il  nome  di  Ponti  di  Croara,  unico 
residuo  della  superficie  topografica  primitiva. 

Nella  primavera  del  1910,  a  quanto  si  racconta,  un  crepaccio 
largo  da  l/2  a  un  metro  e  perdentesi  in  profondità,  partendo  dalla 
scarpata  di  erosione  ad  oriente  della  Chiesa,  circuì  i  fabbricati 
ecclesiastici  sin  quasi  all’opposto  versante  della  Sellustra  per  uno 
sviluppo  di  oltre  200  metri.  L’erosione,  quantunque  ciò  non  sia 
ancor  visibile  all’esterno,  lavora  con  furia  nelle  viscere  del  monte 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico 


97 


ccì  è  probabile  che  tutto  un  sistema  di  detti  crepacci,  sgretolando 
il  promontorio  su  cui  giace  Croara,  finirà  per  produrre  il  crollo 
di  detti  fabbricati. 

Ai  piedi  della  scarpata  di  erosione  argillo-sabbiosa  che  cinge 
la  Parrocchia  come  di  un  baluardo  immane,  ramifica  in  nume¬ 
rosi  tramiti  su  verso  i  ponti  e  la  scarpata  stessa  il  Rio  di  Croara. 
Che  il  rio  stesso  con  tutte  le  sue  ramificazioni  fosse  preformato 
in  una  rete  di  crepacci  sotterranei,  come  è  luogo  credere  per  il 
Rio  di  Corsignano,  è  ciò  che  non  possiamo  affermare  sebbene 
molti  fatti  possano  avvalorare  una  ipotesi  in  questo  senso. 

A.  —  In  primo  luogo  la  frequente  formazione  di  crepacci  : 
1°  comparsa  di  un  crepaccio  a  tergo  della  Chiesa  nella  prima¬ 
vera  del  1910  ;  2°  in  un  ripiano  sottostante  a  Cà  Pigna  di  Sotto 
non  lungi  dalla  confluenza  di  due  branche  del  rio  si  incontrano 
due  laghi  di  forma  rotondeggiante,  in  corrispondenza  dei  quali 
si  sviluppa  un  enorme  crepaccio  sensibilmente  parallelo  al  mar¬ 
gine  a  monte  del  cratere  di  erosione  del  Rio  di  Mescola. 

B.  —  In  secondo  luogo  la  grande  rapidità  con  cui  si  è  for¬ 
mata  la  valle  sottostante  a  Croara,  come  attesta  la  credenza 
sparsa  tra  quelle  popolazioni  e  tramandata  di  padre  in  figlio, 
che  la  Parrocchia  di  Croara  comunicasse  anticamente  per  un 
piano  ininterrotto  con  quel  lembo  ancora  conservato  di  super¬ 
ficie  topografica  primitiva,  su  cui  sono  costruite  Cà  Figna  di  Sopra 
e  Cà  Figna  di  Sotto. 

Non  è  quindi  improbabile  che  alla  formazione  dell’alto  corso 
del  Rio  di  Mescola  abbia  avuto  parte  importante  e  diretta  una 
rete  di  crepacci  profondi  e  sinuosi  nel  seno  delle  grandi  masse 
argillose  plioceniche.  L’erosione  esplicando  in  seguito  l’opera 
propria  avrebbe  allargato,  plasmato,  formato  le  valli  con  il  loro 
fondo  ed  i  loro  versanti,  secondo  linee  generali  rispondenti  alla 
particolare  natura  delle  roccie  ed  alla  loro  disposizione. 

Dato  ora,  come  sembra,  che  ogni  vallata,  tramite  o  gola  ri¬ 
peta  il  suo  inizio  da  uno  o  più  crepacci,  possiamo  chiederci  se 
la  formazione  di  questi  ultimi  sia  o  no  indipendente  dalla  idro¬ 
grafia  della  regione.  Risalendo  il  Rio  Aquila,  giunti  presso  la  Ca- 
lanca,  si  osserva,  a  destra,  questa  interessante  condizione  topogra¬ 
fica:  ad  una  ventina  di  metri  sul  livello  della  strada  Ponticelli- 
Pieve,  si  sviluppa  nel  fianco  della  montagna  una  conca  collettrice 


7 


98 


G.  AZZI 


con  inclinazione  generale  di  circa  25°  verso  la  valle.  I  solchi  ed" 
i  rigagnoli  che  interessano  detta  depressione  convergono  in  im¬ 
punto  idrologico,  dal  quale  effluiscono  non  per  un  canale  unico, 
ma  per  due  vallecole  che  cingono  un  monticello,  la  cui  vetta 
si  eleva  alquanto  sul  punto  idrologico  della  conca.  Orbene  pro¬ 
prio  attraverso  questo  promontorio  si  è  formata  una  spaccatura 
profonda  tre  o  quattro  metri,  che  presenta  i  soliti  fenomeni 
pseudocarsici  e  si  può  seguire  attraverso  la  depressione  fino 
oltre  il  suo  estremo  lembo.  L’erosione  rimontante  tende  ad  ap¬ 
profondire  sempre  più  il  fondo  del  crepaccio,  che  finirà  per 
raccordarsi  con  il  punto  idrologico  del  soprastante  bacino,  la¬ 
sciando  in  secco  le  vallette  laterali,  e  provvedendo  da  solo  al 
drenaggio  della  depressione.  In  questo  caso  adunque  i  crepacci 
si  sono  formati  indipendentemente  dalle  traccie  della  erosioner 
ma  hanno  finito  con  il  dare  un’impronta  «  direttiva  »  alla  idro¬ 
grafia  della  regione  interessata. 

Per  la  maggiore  massa  di  acqua  l’evoluzione  del  rilievo  si 
compie  molto  più  rapidamente  a  valle  che  non  a  monte,  così 
che,  dal  periodo  della  giovinezza  fino  alla  maturità,  il  profilo  lon¬ 
gitudinale  dei  fiumi  si  può  dividere  in  due  segmenti:  il  segmento 
a  valle  poco  inclinato  (canale  di  effluvio)  ove  predominano  i 
fatti  di  trasporto  e  di  deposizione,  ed  il  segmento  a  monte  for¬ 
temente  inclinato  (bacino  collettore)  ove  predominano  i  fatti  di 
erosione  e  di  trasporto. 

Se,  come  innanzi  esponemmo,  nelle  formazioni  vallive  oltre 
che  alla  erosione  una  importanza  non  piccola  deve  pure  venire 
annessa  alla  comparsa  di  diaclasi,  il  punto  di  intersezione  dei 
due  segmenti  potrebbe  pure  venire  considerato  come  il  luogo  di 
partenza  di  numerose  fratture  le  quali  irradierebbero  d’ogni 
parte  come  i  raggi  di  un  cerchio  rapportandosi  alle  linee  dei 
sistemi  finitimi.  Le  condizioni  topografiche  generali  ed  il  po¬ 
tere  selettivo  (completivo)  della  erosione  nella  formazione  del 
thalweg  dà  la  prevalenza  ad  alcune  fratture  con  la  suddivisione 
del  lavoro  cui  innanzi  accennammo  (v.  fig.  3). 

Nel  settore  a  valle  una  sola  frattura,  con  guadagno  di  spazio 
e  di  tempo,  viene  adibita  ai  lavori  di  trasporto,  mentre  nel  set¬ 
tore  a  monte  numerose  fratture  segnano  la  traccia  delle  linee 
di  erosione  propriamente  detta,  necessariamente  estesa  a  tutta 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico 


99 


la  porzione  di  terreno  in  via  di  rapida  evoluzione  del  suo  ri¬ 
lievo  (bacino  collettore).  Una  di  queste  fratture  nella  evoluzione 
verso  la  senilità  divieue  prolungamento  del  canale  di  scolo, 
mentre  la  conca  collettrice  si  approfonda  ed  allarga  vieppiù 


Fig.  3.  —  Sviluppo  delle  valli 
in  rapporto  al  sistema  delle  fratture. 


il  suo  fronte  nell’interno  del  territorio,  scomponendosi  in  nume¬ 
rosi  crateri  ed  originandone  altrettanti  piccoli  torrenti.  I  punti 
idrologici  costituirebbero  come  altrettanti  atomi  con  un  numero  n 
di  valenze,  le  fratture,  che  si  raccordano  con  le  linee  di  frat¬ 
turazione  dei  sistemi  finitimi  (v.  fig.  3). 

Se  ne  potrebbe  inferire  che  nella  zona  delle  argille  azzurre 
la  traccia  od  una  parte  della  traccia  degli  affluenti  di  prim’or- 
dine  del  Santerno,  sta  in  rapporto  con  la  formazione  di  estese 
e  profonde  linee  di  fratturazione  e  che,  in  secondo  luogo,  dette 
fratture  non  stanno  in  diretta  relazione  di  origine  con  il  si¬ 
stema  idrografico. 


100 


G.  AZZI 


Come  si  sono  formati  questi  crepacci?  I  movimenti  epeiro- 
genici  che  con  ritmo  regolarmente  decrescente  sollevano  ed  ab¬ 
bassano  le  masse  continentali,  ed  i  movimenti  orogenici,  che 
vanno  sempre  più  complicando  la  morfologia  terrestre,  se  non 
si  vuole  continuare  nella  abitudine  già  anche  troppo  invalsa  di 
considerare  la  terra  come  una  palla  di  gomma,  e  le  formazioni 
di  roccie  anche  le  meno  elastiche  come  altrettanti  strati  di 
caucciù,  è  giocoforza  ammettere  che  questi  spostamenti  debbono 
avere  come  diretta  conseguenza  la  formazione  di  tutto  un  si¬ 
stema  di  fratture  che  interessano  la  massa  dei  complessi  roc¬ 
ciosi  in  movimento. 

Se  il  poco  materiale  raccolto  e  le  suesposte  considerazioni 
ci  permettessero  di  estendere  le  nostre  conclusioni  ad  ogni  for¬ 
mazione  valliva  indistintamente,  dovremmo  nella  rete  idrogra¬ 
fica  delle  isole  e  dei  continenti  ritrovare  la  traccia  delle  pro¬ 
fonde  linee  di  frattura  che  interessano  le  terre  emerse. 

Ad  ogni  tipo  di  roccia  corrisponde  una  determinata  dispo¬ 
sizione  idrografica?  Supponendo  che  ad  ogni  tipo  di  roccia  cor¬ 
risponda  un  eguale  sistema  di  fratturazione:  a  maglie  in  pre¬ 
valenza  esagonali  ad  esempio  per  una  prima,  pentagonali  per 
una  seconda  formazione  e  così  via;  il  piano  costruttivo  dei 
corsi  d’acqua  è  sempre  così  semplice  ed  uniforme  da  rendere, 
posto  anche  esista,  assai  difficile  porre  in  evidenza  un  eventuale 
rapporto,  dato  il  numero  sempre  rilevantissimo  (rispetto  allo 
scopo)  e  la  direzione  svariata  delle  linee  di  frattura  che  si  ri¬ 
scontra  in  un  qualunque  sistema. 

Esiste  in  ogni  tipo  di  roccie  un  elemento  morfologico  fon¬ 
damentale  ? 

Che  in  tipi  di  roccie  cristalline  la  forma  dei  cristalli  o  la 
loro  maniera  di  aggruppamento  siano  l’elemento  morfologico 
primo  nella  rete  delle  fratture  è  fuori  dubbio,  che  in  roccie 
amorfe  si  verifichi  qualche  cosa  di  simile  non  è  improbabile, 
ed  è  forse  in  ciò  oltre  che  nella  natura  del  terreno,  se  in  ogni 
formazione  unita  noi  vediamo  su  grande  e  piccola  scala  ripe¬ 
tersi  gli  elementi  di  un  tipo  morfologico  fondamentale. 

Da  quanto  siamo  venuti  sino  ad  ora  esponendo  possiamo 
trarre  le  seguenti  conclusioni:  1°  tutta  la  regione  delle  argille 
azzurre  del  bacino  del  Santerno,  a  valle  dello  sprone  dei  gessi, 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico 


101 


sembra  interessata  da  una  rete  estesa  e  spaziosa  di  crepacci  i 
quali  molto  probabilmente  si  estendono  anche  sotto  il  profilo  di 
equilibrio,  talora  pure  sotto  il  livello  del  mare,  e  ripetono  la 
loro  origine  dai  grandi  movimenti  generali  della  crosta  terrestre; 
2°  sopra  porzioni  di  questi  crepacci,  in  serie,  si  abbozza  il  si¬ 
stema  idrografico. 

Le  condizioni  topografiche,  locali  e  generali  ed  il  potere 
«  selettivo  »  della  erosione  nella  formazione  dei  thahveg  dà  la 
prevalenza  ad  alcune  fratture  con  divisione  del  lavoro  di  ero¬ 
sione  propriamente  detta  e  di  trasporto.  Nel  settore  a  valle 
una  sola  frattura  viene  adibita  al  lavoro  di  trasporto  (canale 
di  effluvio),  mentre  nei  settori  a  monte  numerose  fratture  segnano 
le  traccie  della  erosione  naturalmente  estesa  a  tutta  la  super¬ 
ficie  in  via  di  rapida  evoluzione. 

Formazione  del  sistema  idrografico  in  topografia  epeiro- 
genica.  —  Come  abbiamo  già  detto  le  unità  idrografiche  corri¬ 
spondono  nel  loro  complesso  ad  un  piano  costruttivo  unico  e 
tanto  semplice  da  poterne  sempre  dedurre  un  rapporto  empirico 
tra  la  rete  diaclasica  e  quella  fluviale.  Lo  stadio  già  progre¬ 
dito  di  evoluzione,  in  cui  si  trovano  attualmente  le  terre  emerse, 
rende  impossibile  lo  studio  delle  formazioni  vallive  al  loro 
primo  apparire  in  zona  estesa,  di  recente  emersione,  ed  è  ne¬ 
cessario,  per  un  esame  accurato  e  completo  del  fenomeno,  risa¬ 
lire  molto  addietro  nella  storia  del  nostro  pianeta. 

Supponendo  negli  strati  a  stratificazione  primordiale  un  coef¬ 
ficiente  di  resistenza  ed  elasticità  costante  ed  uniforme,  come 
se  ne  potrebbe  dedurre  dal  modo  stesso  della  evoluzione  dei 
contorni  delle  terre  emerse,  l’applicazione  di  una  forza  in  un 
punto,  sollevando  le  masse  degli  strati  al  disopra  del  livello  del 
mare,  determinerà  la  comparsa  di  un  blocco  continentale  avente 
a  un  dipresso  la  forma  di  una  calotta  sferica  e,  nell’insieme, 
il  valore  morfogenetico  di  «  monte  ». 

D’altra  parte  non  è  ammissibile  che  l’immane  dislocamento 
di  così  ingente  massa  di  roccie,  generalmente  poco  flessibili, 
non  sia  stato  accompagnato  dalla  formazione  di  una  rete  di 
enormi  fratture  normali  e  parallele  alla  linea  di  costa. 

L’elemento  topografico  fondamentale  è  una  superfìcie  incli¬ 
nata  tra  0°  e  90°.  La  valle  appartiene  ad  una  delle  sei  forme 


102 


G.  AZZI 


elementari,  ed  è  costituita  da  due  pendici  messe  di  fronte  e  riu¬ 
nite  da  un  piano  mediale.  Nella  evoluzione  della  valle  abbiamo 
tre  stadii  ben  distinti  : 

1. °  Sviluppo  di  certe  parti  a  svantaggio  di  altre:  i  versanti 
si  allargano  limitando  l’area  di  superficie  topografica  primitiva 
compresa  tra  due  valli  adiacenti. 

2. °  Scomparsa  di  alcune  parti  :  la  superficie  topografica  primi¬ 
tiva  finisce  con  lo  scomparire  del  tutto,  dando  luogo  ad  una 
cresta  franosa  e  sottile  che  divide  i  due  bacini. 

3. °  Le  creste  di  displuvio  vieppiù  si  abbassano,  e  tutta  la 
superficie  evolve  verso  il  penepiano  che  segna  il  limite  della 
erosione:  lo  stadio  della  senilità. 

La  formazione  di  una  valle  rappresenta  certo  un  processo 
di  evoluzione  del  rilievo.  Gli  elementi  fondamentali  sono  poco 
numerosi,  e  la  natura  nei  suoi  processi  formativi  segue  in 
genere  la  via  meno  complicata:  così  nella  morfogenesi,  come 
nelle  affermazioni  umane,  noi  vediamo  che  ogni  contorno  e 
qualsiasi  disposizione  emerge  e  più  nettamente  si  delinea  là 
ove  si  trovano  meglio  disposti  e  più  numerosi  gli  elementi 
che  ne  giustificano  la  comparsa  e  l’esistenza.  In  un  «  cre¬ 
paccio  »  abbiamo  già  abbozzata  una  valle:  souo  due  pareti  con¬ 
trapposte,  fortemente  inclinate,  riunite  talora  da  una  sottile  zona 
pianeggiante  formatasi  per  il  crollo  delle  pareti  in  alto.  E  quindi 
secondo  le  primordiali  linee  di  frattura  che  si  inizieranno  le 
formazioni  idrografiche  primitive,  e  perchè  l’evoluzione  della 
forma  «  valle  »  vi  è  già  notevolmente  progredita,  e  non  è  quindi 
probabile  che  le  valli  si  abbozzino  altrove,  proprio  ove  esistono 
condizioni,  nella  uniformità  dei  caratteri  geologici  e  topografici, 
molto  meno  favorevoli  alla  formazione  delle  medesime. 

Oltre  a  ciò  nella  frattura  abbiamo  disposizioni  che,  oltre  ad 
istituire  una  valle,  ne  rendono  anche  più  facile  e  rapida  l’evo¬ 
luzione. 

L’agente  esteriore  preponderante  nelle  formazioni  vallive  è 
dato  dalla  erosione  fluviale  la  quale  è  nulla  in  superficie  oriz¬ 
zontale  o  troppo  inclinata.  In  un  crepaccio,  oltre  a  due  pareti 
contrapposte  che  localizzano  nettamente  sul  fondo  del  thalweg 
l’azione  erosiva,  abbiamo,  parallelamente  al  medesimo,  in  alto, 
due  linee,  lungo  le  quali,  più  o  meno  ad  angolo  retto,  si  in- 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico 


103 


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104 


G.  A  ZZI 


tersecano  due  piani  :  della  superficie  topografica  primitiva  e  del 
piano  versante,  sulle  quali  si  localizza  l’azione  idrologica,  con 
tendenza  a  formare  una  superficie  ad  inclinazione  intermedia, 
passando  per  i  successivi  stadii  del  dilavamento,  del  ruscella- 
mento  e  dell’erosione  rimontante. 

Nei  primi  stadii  del  loro  sviluppo,  i  segmenti  che  costituiscono 
l’abbozzo  del  sistema  idrografico  si  possono  in  realtà  distinguere 
con  il  nome  di  «  canali  ».  Essi  non  presentano  alcuna  ramifi¬ 
cazione,  ma  vanno  direttamente  dalle  origini  alla  foce,  riuniti 
dai  canali  trasversali,  e  senza  che  vi  si  possano  distinguere  ba¬ 
cino  collettore  e  canale  d’effluvio.  Servono  passivamente  al  tra¬ 
sporto  dell’acqua,  ma  non  cercano  ancora  di  avocarne  copia  sempre 
maggiore  al  loro  corso,  ampliando  il  bacino  collettore  e  svilup¬ 
pando  nuovi  torrenti  a  distruggere  la  superficie  topografica  pri¬ 
mitiva. 

In  quale  periodo  (era)  una  simile  disposizione  avrà  segnato 
il  primo  stadio  della  evoluzione  topografica  (forme  epeiroge- 
niche)  ed  idrografica  (canali)  nella  nostra  terra?  E  può  ora 
darsi  che,  eguale  norma  reggendo  i  pianeti,  ci  dia  in  altri 
mondi  e  nell’attualità  l’imagine  del  primitivo  paesaggio  ter¬ 
restre  ? 

I  canali  di  Marte.  —  Nelle  notti  degli  ultimi  tempi  as¬ 
sidua  fiamma  umana  perscrutava  un  punto  luminoso  sperduto 
nella  profondità  dei  cieli  stellati:  Marte.  E  parve  di  potere,  in 
quel  mondo  lontano,  rintracciare  elementi  di  vita  e  condizioni 
di  ambiente  non  molto  dissimili  da  quelle  della  nostra  terra. 

In  entrambi  i  pianeti  la  presenza  dell’acqua  determina  la 
suddivisione  della  superficie  in  oceani  e  continenti  :  ma  la  ma¬ 
niera  di  distribuzione  delle  zone  emerse  rispetto  agli  oceani, 
il  sistema  idrografico  (morfologicamente)  ed  il  modo  di  circo¬ 
lazione  delle  acque  li  distinguono  nettamente  tra  di  loro. 

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E  noto  come  su  Marte  si  osservano  sui  due  poli  due  grandi 
zone  rotondeggianti  (bianche:  di  neve)  a  contorni  estremamente 
variabili:  la  zona  australe  giace  in  mezzo  ad  una  grande  mac¬ 
chia  scura  (il  Mare  Australis  [M.  A.]),  mentre  la  zona  boreale 
si  ritrova  in  mezzo  alla  porzione  gialla  della  superficie  del  pia¬ 
neta,  quale  suole  considerarsi,  e  lo  è  anche  con  tutta  verosi¬ 
miglianza:  martefermo  (v.  fig.  4). 


L  EVOLUZIONE  DEL  SISTEMA  IDROGRAFICO  105 

Alla  fine  della  grande  notte  polare,  che  dura  dieci  mesi,  le 
nevi  cominciano  a  fondersi,  e  tutto  intorno  alla  calotta  polare 
si  forma  un  grande  mare  temporaneo  di  inondazione  che  in 
periodi  normali  si  riduce  ai  mari:  Hyperboreum,  Acidalium  e 
Niliacum. 

Esso  comunica  con  il  mare  australe  per  una  grande  rete 
di  canali,  i  quali  interessano  la  massa  continentale  in  tutti  i 
sensi  e  permettono  il  passaggio  delle  acque  verso  l’opposto  emi¬ 
sfero.  La  loro  lunghezza  varia  :  dai  500  sino  a  molte  migliaia  di 
km.,  e  cosi  pure  la  loro  ampiezza,  mentre  infatti  per  il  Nylosyrtis 
abbiamo  da  una  all’altra  sponda  una  distanza  di  200-300  km., 
molti  altri  canali  invece,  pure  essendo  lunghissimi,  hanno  una  lar¬ 
ghezza  che  non  supera  i  30  km.,  e  terminano  in  genere  in  grandi  gol- 
fi-estuari  :  cosi  il  Nylosyrtis  nel  Syrtis  Major,  Hiddekel  e  Gehón 
nel  Sinus  Sabaeus,  Orcus  nel  Golfo  delle  Perle,  lamuna  in 
quello  dell’Aurora  e  Pliasis  nell’Aonius  Sinus.  Il  decorso  di  detti 
canali  è  perfettamente  rettilineo,  «  essi  sono  certamente  configu¬ 
razioni  stabili  del  pianeta:  la  Nilosirte  è  stata  veduta  in  quel 
luogo  da  quasi  cent’anni  ed  alcune  altre  da  trent’anni  almeno. 
La  loro  lunghezza  e  giacitura  è  costante  e  non  varia  che  entro 
limiti  strettissimi,  ognuna  di  esse  comincia  e  finisce  sempre  tra 
i  medesimi  termini.  Ogni  canale  alle  sue  estremità  sbocca  o  in  un 
mare  od  in  un  lago,  od  in  altro  canale  o  nel  punto  di  inter¬ 
sezione  di  più  altri  canali.  I  canali  possono  intersecarsi  tra  di 
loro  sotto  tutti  gli  angoli  possibili,  di  preferenza  però  conver¬ 
gono  in  (o  divergono  da)  piccole  macchie  che  si  sogliono  chia¬ 
mare  laghi  :  così  p.  es.  7  se  ne  vedono  convergere  nel  lago 
della  Fenice,  8  nel  Trivio  di  Caronte,  6  nel  lago  della  Luna 
e  6  nel  lago  Ismenio  »  (v.  fig.  4). 

Siamo  noi  ora  autorizzati  a  vedere  nei  continenti  marziani 
l’immagine  delle  primitive  terre  emerse  (formazioni  epeirogeniche) 
e  nei  canali  le  grandi  linee  di  frattura  formatesi  in  seguito  ai 
grandi  movimenti  epeirogenici  ? 

La  stessa  disposizione  geometricamente  regolare  dei  canali 
parla  a  favore  di  questa  ipotesi.  Data  infatti  la  scarsa  pen¬ 
denza  della  superficie  emersa,  come  mai  una  qualsiasi  massa 
di  acqua  potrebbe  defluire  così  regolarmente  per  migliaia  e  mi 
gliaia  di  km.,  senza  mai  deviare  il  proprio  filone,  concessa  anche 


106 


G.  A  ZZI 


una  estrema  regolarità  di  Marte  emerso,  se  particolari  condi¬ 
zioni  topografiche  preesistenti  non  dessero  impronta  iniziale  al 
sistema  idrografico? 

Se  nulla  per  ora  ci  permette  di  animare  i  massicci  conti¬ 
nentali  del  pianeta  Marte  con  successivi  movimenti  generali  di 
emersione  ed  immersione  con  ritmo  regolarmente  decrescente, 
non  si  può  tuttavia  affermare  che  i  rapporti  tra  continenti  ed 
oceani  siano  immutabili  e  che  l’azione  epeirogenica  non  abbia 
sollevato  sul  primitivo  mare  le  attuali  zone  gialle  tagliate  dalla 
rete  sottile  dei  canali.  E  questo  sollevamento,  dato  che  fisica- 
mente  e  chimicamente  la  crosta  marziana  non  differisca  essen¬ 
zialmente  da'  quella  terrestre,  avrà  pure  determinata  la  com¬ 
parsa  di  numerose  linee  di  frattura,  quali  appunto  per  l’ubica¬ 
zione,  per  la  disposizione  e  per  la  forma  non  possono  uon  coin¬ 
cidere  con  i  suddetti  canali. 

Ammettendo  il  contrario  bisognerebbe  pure  ammettere  che 
l’acqua  ha  scelto  la  traccia  di  decorso  (in)  nei  punti  topogra¬ 
fici  meno  favorevoli,  ed  ha  ciò  non  ostante  trovato  il  modo  di 
effluire  regolarmente  in  zona  a  lieve  pendenza,  senza  divaga¬ 
zioni  del  filone,  come  se  fosse  contenuta  entro  solide  dighe  paral¬ 
lele  e  rettilinee. 

Tranne  poche  grandi  isole  separate  nei  mari  australi,  Hellas, 
Argyre,  Noachis,  Thyle,  tutte  le  masse  continentali  si  stendono 
attorno  al  polo  nord  ad  occupare  l’emisfero  boreale  e  (compaiono) 
giungono  pure  su  parte  deH’emisfero  australe  sino  al  50°  pa¬ 
rallelo,  in  corrispondenza  del  mare  Chronium  che  le  separa  dalle 
due  lontane  e  remote  isole  di  Thyle. 

Applicando  in  una  unità  oro-idrografica  la  forza  epeiroge¬ 
nica  in  un  dato  punto,  noi  vedremo  formarsi  una  serie  di  frat¬ 
turazioni  che  irradiano  da  quel  puntò  verso  la  periferia  e  sono 
riunite  da  altrettanti  sistemi  concentrici  di  linee  di  frattura 
che  tagliano  le  prime  sotto  un  angolo  che  tende  ad  essere 
retto  (fratture  trasversali  in  maglie  esagonali). 

Dobbiamo  ora  noi  supporre  per  tutta  la  massa  continentale 
marziana  un  punto  unico  di  oscillazione  coincidente  ad  un  di¬ 
presso  con  il  polo? 

Dal  polo  nord  sembra  disegnarsi  con  sufficiente  chiarezza  il 
sistema  dei  canali  longitudinali,  irradianti  verso  la  periferia  di 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico 


107 


Marte  emerso,  riuniti  tra  loro  dai  canali  trasversali,  incidenti 
sotto  nn  angolo  che  tende  ai  90°.  Ciò  si  osserva  in  forma  ca¬ 
ratteristica  soprattutto  tra  i  meridiani  230-170.  Lungo  il  raeri- 


MA  =  Mare  Acidalium 
LA  —  Lacus  Arsenius 
LI  =  Laeus  Ismenius 
PI  —  Proponthis  I 
PII  :=  Proponthis  II 


I  =  Titan 
li  -  -  Hades 

III  =  Boreas 

IV  =  Gyndes 

V  =  Cepliisius 
VI  =  Anian  Cydnus 


VII  =  Heliconius 
Vili  =  Aleyonius 

IX  =  Phlegethon 

X  =  Periphlegethon 
XI  =  Sirenius. 


diano  170,  tra  i  190  e  195,  e  secondo  il  230  convergono  verso 
il  polo  nord  tre  grandi  canali  :  Titan  ed  Hades,  che  sboccano  in  un 
lago  quadrangolare  (Lacus  Arsenius),  esteso  tra  il  70°  e  l’80°  paral¬ 
lelo,  ed  Anian  Cydnus  che  si  continua  dalla  opposta  parte  nel 
Kison.  Tra  di  essi  simmetricamente  si  sviluppa  il  sistema  dei 


108 


G.  A  ZZI 


canali  trasversali:  così  Proponthis  II  e  Proponthis  I  tra  loro  pa¬ 
ralleli  e  normali  alla  direzione  di  Titan  ed  Hades.  Proponthis  I  si 
continua  da  una  parte  in  Gyndes,  normale  ad  Anian  Cydnus, 
e,  attraversato  quest’ultimo  canale,  si  suddivide  in  corrispon¬ 
denza  del  240  meridiano  in  due  rami:  a  sud  Alcyonius,  a  nord 
Heliconius,  il  quale  ultimo  segue  regolarmente  il  50°  parallelo 
sino  in  corrispondenza  del  281  meridiano;  avendosi  così  dal  170 
al  280  meridiano  una  linea  di  frattura  (canale)  regolarmente  estesa 
a  tagliare  normalmente  i  canali  longitudinali  che  emergono  dal 
polo.  Boreas  e  Cephisus,  paralleli  a  Gyndes  ed  estesi  tra  Cydnus 
Anian  ed  Hades,  completano  così,  tra  il  170  e  il  230  meridiano 
e  fino  al  60°  parallelo,  un  settore  ove  sembrano  riprodursi  sche¬ 
maticamente  le  condizioni  idrografiche  più  semplici  e  perfette 
di  una  formazione  epeirogenica  (v.  fìg.  5). 

Ma  di  mano  in  mano  che  procediamo  verso  l’equatore,  i  ca¬ 
nali  longitudinali  e  trasversali  perdono  il  loro  rapporto  primi¬ 
tivo  e  si  tagliano  sotto  diversi  angoli,  originando  così  una  rete 
se  non  complicata,  certo  non  facilmente  riportabile  al  sistema 
polare.  Oltre  a  ciò  i  canali  non  sempre  si  mantengono  semplici 
ma  possono  biforcarsi  :  così  Gyndes  come  abbiamo  visto  si  sud¬ 
divide  in  corrispondenza  del  240  meridiano  in  Alcyonius  ed 
Heliconius,  Proponthis  I  tra  il  170  ed  il  130  meridiano  si  con¬ 
tinua  in  tre  ramificazioni  separate:  Periphlegethon,  Phlegethon 
ed  un’altra  non  ancora  ben  determinata,  che  sotto  angoli  de¬ 
crescenti  dal  polo  verso  l’equatore,  intersecano  il  canale  Si- 
reni  us. 

Vi  sono  poi  numerosi  canali  non  riportabili  nè  al  sistema 
longitudinale,  nè  al  trasversale  e  che  chiameremo  per  distin¬ 
guerli  dai  primi  canali  di  2°  ordine.  Dove  si  formano  questi 
canali  e  quali  sono  i  loro  rapporti  con  i  precedenti?  In  natura 
noi  vediamo  come  tutti  i  processi  formativi  tendono  ad  usufruire 
nel  miglior  modo  possibile  di  due  grandi  elementi  fondamen¬ 
tali:  il  tempo  e  lo  spazio.  Così,  obbedendo  ad  una  eguale  norma 
costante,  i  nuovi  canali  tendono  a  disporsi  così  da  suddividere 
i  inaiti  emersi,  compresi  nelle  maglie  primitive,  in  parti  possi¬ 
bilmente  simmetriche.  Ed  invero  noi  vediamo  molte  volte  la 
zona  trapezoidale  compresa  tra  due  piani  di  canali,  suddivisa 
in  quattro  porzioni  triangolari  da  due  canali  apparsi  sulla  traccia 


L  EVOLUZIONE  DEL  SISTEMA  IDROGRAFICO 


109 


delle  diagonali:  tale  è  il  comportamento  di  Tartarus  ed  Aver- 
nus,  tra  Orcus,  Titan,  Hades  ed  Antaeus. 

La  comparsa  di  canali  di  3°  grado  determinerebbe  la  sud- 
divisione  dei  suddetti  triangoli  equilateri  in  triangoli  rettangoli, 
e  così  di  seguito  sempre  secondo  la  bisettrice  delle  ultime  for¬ 
mazioni. 

Ciò  che  per  una  zona  unica  può  ripetersi  per  un  complesso 
di  zone,  risultandone  così  una  rete  estremamente  complessa  ove 
risolamento  di  singoli  elementi  incontra  molte  difficoltà  e  nu¬ 
merose  sono  le  cause  di  errore. 

Ed  ora  ci  domandiamo  di  nuovo  se  vi  sia  un  centro  unico 
di  oscillazione  oppure  parecchi  a  determinare  il  sollevamento 
delle  masse  continentali  del  pianeta.  Se  invece  di  essere  rego¬ 
larmente  applicate  intorno  ad  un  punto  le  forze  epeirogeniche 
fossero  distribuite  senza  alcuna  simmetria,  così  da  formare 
tanti  punti  diversi  di  oscillazione,  noi  dovremmo  in  corrispon¬ 
denza  dei  medesimi  ritrovare  una  più  attiva  formazione  di  cre¬ 
pacci  e  zone  interferenti  complicate  per  il  sovrapporsi  di  due 
sistemi  finitimi.  Nulla  invece  di  tutto  questo  si  osserva:  la  massa 
continentale  di  Marte,  essendo  suddivisa  in  blocchi  triangolari, 
quadrangolari  ed  esagonali,  con  le  aree  maggiori  e  minori  di¬ 
stribuite  uniformemente  su  tutta  la  superficie  del  pianeta. 

All’epoca  del  disgelo  la  massa  delle  acque,  irrompendo  attra¬ 
verso  i  canali  verso  l’oceano  australe,  ne  eleva  l’ampiezza  e  marca  la 
colorazione  bruna;  ora  se  questo  fenomeno  dell’aumento  di  colora¬ 
zione  ed  ampiezza  dei  canali,  invece  di  procedere  gradualmente 
dal  polo  verso  l’equatore,  si  propagasse  intorno  a  diversi  punti 
eccentrici  (quelli  ad  es.  ove  in  forma  di  zone  candide  sembrano 
disegnarsi  altrettanti  nevai),  avremmo  una  prova  che  in  corri¬ 
spondenza  di  quei  punti  eccentrici  esistono  altrettante  gobbe  di 
sollevamento,  fatte  a  calotta  sferica,  e  che  permettono  alle  acque 
di  disgelo  di  decorrere  da  quei  punti  in  tutte  le  direzioni.  Ma 
nulla  sappiamo  a  questo  proposito. 

La  presenza  delle  montagne  viene  esclusa  dalla  regolarità 
del  sistema  idrografico.  Marte  si  trova  adunque  nello  stadio 
della  prima  emersione  con  formazione  di  un  nucleo  epeiroge- 
nico  unico,  già  pervenuto  al  massimo  della  sua  evoluzione  se 


110 


G.  AZZI 


escludiamo  la  possibilità  di  movimenti  alternativi  di  emersioni 
ed  immersioni  e  la  formazione  delle  montagne. 

Può  anche  darsi,  del  resto,  che  il  diametro  maggiore  e  la 
distanza  dal  sole  rendano  in  Marte  ogni  processo  evolutivo  estre¬ 
mamente  lungo  paragonato  alla  terra:  comunque,  sia  che  esso 
si  trovi  allo  stadio  iniziale  della  sua  evoluzione  topografica,  sia 
che  questo  stadio  rappresenti  pure  il  limite  estremo  della  evo¬ 
luzione  stessa,  certo  le  attuali  condizioni  topografiche  di  Marte 
sembrano  riprodurre  con  sufficiente  chiarezza  i  fenomeni  epei- 
rogenici  che  debbono  essersi  manifestati  sulla  terra  al  primo 
emergere  degli  strati  a  stratificazione  primordiale. 

Primi  stadii  dell’evoluzione  del  sistema  idrografico  sulla 
terra.  —  Il  fiume-canale.  —  In  una  terra  primitiva  (di  pri¬ 
mitiva  emersione)  con  le  formazioni  a  stratificazione  primor¬ 
diale,  il  sistema  idrografico  sarebbe  adunque  dato  da  una  serie 
di  grandi  canali,  attraverso  i  quali  l’acqua  circola  passivamente, 
senza  veri  e  proprii  fenomeni  di  erosione  rimontante  (?  almeno 
nel  segmento  a  mare!).  Queste  formazioni  (canali)  differiscono 
essenzialmente  dai  fiumi;  mentre  infatti  questi  ultimi,  svilup¬ 
pando  il  loro  bacino,  forzano  la  più  gran  massa  possibile  di 
acqua  caduta  entro  il  loro  corso,  ed  evolvono  il  rilievo  della 
regione  facendo  scomparire  gradualmente  la  superficie  topogra¬ 
fica  primitiva,  nei  canali  invece  che  costituiscono  dei  complessi 
non  modificabili  è  l’acqua  che  circolando  forza  il  suo  passaggio 
nei  luoghi  specialmente  favorevoli  al  suo  efflusso  verso  il  mare 
(questi  luoghi  essendo  dati  appunto  dalle  linee  di  frattura). 

Come  si  inizia  la  formazione  di  una  rete  fluviale? 

Abbiamo  già  veduto  come  il  bordo  della  frattura,  linea  di 
intersezione  di  due  piani  secondo  un  angolo  quasi  retto,  rap¬ 
presenti  un  punto  ove  si  localizza  l’azione  erosiva,  con  tendenza 
alla  formazione  di  un  piano  ad  inclinazione  intermedia.  Da 
prima  sono  semplici  rigagnoli  paralleli  (ruscellamento)  che  inta¬ 
gliano  il  bordo  del  canale,  poi  a  poco  a  poco,  quando  le  condi¬ 
zioni  topografiche  modificate  in  una  maggiore  pendenza  rendono 
possibile  la  erosione  rimontante,  noi  vediamo  comparire  qua  e 
là  lungo  i  canali  abbozzi  torrentizi  cui  il  livello  del  canale  fa 
pure  da  livello  di  base.  Abbozzi  analoghi  disputandosi  la  super¬ 
ficie  topografica  primitiva  interposta  iniziano  già  dalla  prima 


i/evoluzione  del  sistema  idrografico 


111 


emersione  l’evoluzione  del  rilievo.  È  ovvio  ammettere  che  questi 
abbozzi  torrentizi  si  formeranno  di  preferenza  sulla  traccia  di 
eventuali  crepacci,  ed  in  numero  maggiore  e  più  sviluppati  in 
corrispondenza  alla  porzione  più  interna  ed  elevata  dei  me¬ 
desimi. 

E  può  anche  darsi,  quando  il  movimento  epeirogenico  abbia 
di  molto  sollevato  il  massiccio  continentale  sul  livello  del  mare, 
che  il  fondo  del  canale  stesso  divenga  traccia  di  un  tbalweg, 
simmetricamente  al  quale  tutto  all’intorno  altri  se  ne  sviluppano 
dando  origine  ad  un  immenso  bacino  collettore. 

Ci  troviamo  ora  di  fronte  ad  una  formazione  idrografica 
nuova,  il  fiume-canale  costituito  da  due  porzioni  ben  nette:  il 
canale  e  la  porzione  fluviale.  Il  canale  resta  ben  distinto  e  non 
può  essere  considerato  uè  come  insenatura  marina,  in  quanto 
esso  serve  in  realtà  al  trasporto  dei  materiali  della  erosione 
torrentizia  ed  ha  funzione  di  canale  di  effluvio,  nè  come  canale 
di  effluvio  propriamente  detto,  perchè  formatosi  senza  il  concorso 
dell’azione  erosiva  e  della  rete  idrografica  che  si  sviluppa  solo  più 
tardi.  Questa  unità  idrografica  fiume-canale  segna  il  principio 
di  un  nuovo  stadio  della  evoluzione  idrografica,  e  nel  rapporto 
dei  due  elementi  costitutivi  ci  dà  pure  una  idea  della  evolu¬ 
zione  topografica  nell’  interferire  progressivo  delle  formazioni 
orogeniche. 

Abbiamo  visto  in  un  nostro  precedente  lavoro  come  i  movi¬ 
menti  orogenici  certo  posteriori  a  quelli  epeirogenici  vadano 
gradatamente  complicando  la  morfologia  della  crosta  terrestre, 
rendendola  diversamente  resistente,  in  punti  simmetrici,  all’a¬ 
zione  erosiva  ed  agli  effetti  delle  dislocazioni  tettoniche. 

Riportiamoci  con  il  pensiero  al  secondo  periodo  di  emer¬ 
sione,  e  supponiamo  che  il  movimento  generale  bradisismico  po¬ 
sitivo  sollevi  insieme  alla  massa  continentale  una  parte  di  crosta 
terrestre  già  profondamente  interessata  dal  fenomeno  orogenico. 
La  superficie  della  terra  emersa  ne  viene  così  suddivisa  in  due 
parti  :  a)  una  a  mare  dello  sprone  montagnoso  conserva  i  suoi 

M 

caratteri  primitivi  con  la  regolare  formazione  delle  fratture;  e 
b )  una  seconda  a  monte  dello  stesso  sprone,  la  quale  esteriormente 
ed  internamente  complica,  per  la  presenza  dell’apparato  oroge¬ 
nico,  la  sua  struttura. 


112 


G.  A  ZZI 


Di  mano  in  mano  che  la  erosione  spazza  gli  strati  più  su¬ 
perficiali,  noi  vediamo  queste  differenze  marcarsi  sempre  più; 


—  _  — - Linee  montuose. 

. Segmenti  fluviali. 

a)  Porzioni  di  canali  che  entrano  a  far  parte  integrante  della  formazione  valliva. 

b)  Porzioni  isolate  di  canali  destinate  a  scomparire. 

nel  dominio  degli  strati  ripiegati  appaiono  altri  sistemi  di  frat¬ 
tura  completamente  indipendenti  dai  primitivi  e  sui  quali  le 
nuove  valli  generalmente  si  adattano,  o  seguendo  le  traccie 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico 


113 


antiche  ci  danno  caratteristiche  formazioni  vai  live  epige- 
niche. 

Le  nuove  condizioni  topografiche  che  risultano  dalla  com¬ 
parsa  dei  monti  hanno  per  effetto  di  «  fissare  »,  nella  zona  mon¬ 
tuosa,  il  decorso  dei  fiumi,  rendendolo  indipendente  sino  ad  un 
certo  punto  dai  grandi  movimenti  di  dislocazione  generale.  I  seg¬ 
menti  isolati  di  canali  perdono  il  loro  carattere  primitivo  ed 
entrano  a  far  parte  integrante  del  sistema  vallivo-fluviale,  con 
totale  scomparsa  della  2a  unità  idrografica:  il  fiume-canale 
(v.  fig.  6). 

Abbiamo  quindi  una  porzione  di  fiume  «  a  monte  »,  «  incate¬ 
nata  »  oramai  dalle  discontinuità  topografiche,  che  impediscono 
gli  improvvisi  mutamenti  di  letto  e  volgono  le  forze  dell’ero¬ 
sione  contro  i  punti  più  deboli  ed  esposti  della  superficie  topo¬ 
grafica  primitiva,  la  quale  continuamente  scompare  nella  progres¬ 
siva  evoluzione  del  rilievo  verso  la  senilità. 

La  porzione  a  valle  risente  naturalmente  le  conseguenze  di 
questa  fissità  della  branca  a  monte  in  un  diminuito  potere  di 
scelta  tra  più  canali,  rendendosene  tuttavia  in  maggior  grado 
indipendente  quanto  più  estesa  è  la  zona  costiera,  lontano  il 
livello  di  base  ed  elevata  la  portata  (autonomia  della  branca  a 
valle). 

Da  ultimo  vediamo  come  la  porzione  di  ogni  canale  a  valle 
si  divide  (tende  a  dividersi)  in  due  segmenti:  un  segmento  a 
mare  che  conserva  i  caratteri  primitivi  ed  entra  a  far  parte 
delle  formazioni  marine,  costituendo  una  insenatura;  ed  un 
segmento  interno  che  segna  la  traccia  a  valle  del  fiume  ed 
acquista  sempre  più  impronta  ed  aspetto  fluviale. 

Formazione  della  rete  idrografica  fluviale  con  totale 

SCOMPARSA  DEI  CANALI  E  DEI  FIUMI-CANALI.  —  Dai  periodi  geo¬ 
logici  più  antichi  sino  ai  nostri  giorni,  le  masse  continentali 
furono  interessate  da  intervalli  alternati  di  emersione  ed  immer¬ 
sione,  il  cui  indice  va  gradualmente  decrescendo,  mentre  aumen¬ 
tano  le  formazioni  orogeniche.  II  punto  o  meglio  i  diversi  punti 
di  applicazione  delle  forze  endogene  sembrano  così  stabili  op¬ 
pure  spostabili  entro  limiti  cosi  brevi  da  giustificare  assai  bene 
l’ipotesi  che  gli  attuali  nuclei  continentali  corrispondano  pure 
ai  primitivi  nuclei  di  emersione. 


8 


114 


G.  AZZI 


Poi  che  il  valore  delle  emersioni  ed  immersioni  successive 
va  gradualmente  diminuendo,  ne  deriva  con  un  centro  fisso  di 
oscillazione  una  netta  suddivisione  della  terra  emersa  in  due 
parti  distinte:  una  interna  poco  o  per  nulla  interessata  dall’a¬ 
zione  marina,  ed  un  lembo  esterno  ripetutamente  coperto  dal 
mare  ed  esposto  alle  molteplici  formazioni  di  sedimento  e  di 
accumulazione. 

Poi  che  la  evoluzione  si  compie  molto  più  rapidamente  a 
valle  che  non  a  monte,  la  posizione  stessa  di  possibili  catene 
costiere  esagera  i  fattori  della  erosione:  (dislivello  tra  le  ori¬ 
gini  ed  il  livello  di  base,  vicinanza  del  livello  di  base),  e  l’e¬ 
voluzione  del  rilievo  si  compie  in  esse  con  maggiore  rapidità 
che  nell’interno,  e  la  regione  costiera  ne  viene  ridotta  più  presto 
a  penepiano. 

Giunti  a  questo  punto,  supponiamo  intervenga  un  movimento 
di  immersione:  sulla  parte  così  immersa  si  accumula  il  pro¬ 
dotto  della  erosione  fluviale  della  zona  rimasta  sopra  il  livello 
del  mare. 

Nel  successivo  periodo  di  emersione,  la  massa  sollevandosi 
si  divide  in  blocchi  per  numerosi  sistemi  di  fratture  le  quali  certo 
nella  loro  irregolarità  riflettono  la  diversa  natura  dei  sedimenti 
e  le  condizioni  degli  strati  più  profondi,  interessati  nello  stesso 
tempo  da  sistemi  diaclasici  orogenici  ed  epeirogenici.  La  for¬ 
mazione  continuata  delle  pieghe  contribuisce  a  rendere  sempre 
più  complicata  la  topografia  della  regione. 

Lungo  i  contatti  tra  le  due  diverse  formazioni  compaiono 
nuove  e  definitive  linee  di  costa,  discordanti  dalle  primitive  per 
carattere  e  per  direzione  ;  scompaiono  le  insenature  ed  i  golfi 
di  frattura. 

Pur  essendo  esposta  alla  medesima  azione  erosiva  delle 
acque  e  soggetta  agli  stessi  movimenti  la  porzione  montagnosa 
centrale  vi  e  più  rafforza  il  suo  carattere  di  montuosità  e  gli 
sproni  montani  che  da  essa  si  dipartono  raccordandosi  con  le 
formazioni  orogeniche  della  zona  litorale  vi  e  più  scompongono 
ed  isolano  i  lembi  residuali  della  primitiva  pianura. 

Aumenta  il  numero  delle  unità  oroidrografiche  rispetto  alle 
antiche  unità  geografiche,  scompare  ogni  traccia  di  canali  e  di 
fiumi-canali,  e  nella  sua  più  elevata  espressione  geografica  il 


l'evoluzione  del  sistema  idrografico 


115 


fiume,  affermandosi  su  tutte  le  terre  emerse,  variamente  scolpen¬ 
dole,  ne  evolve  il  rilievo. 

Condizioni  idrografiche  attuali  ed  evoluzione  del  sistema 
idrografico  fluviale.  —  Come  gli  equiseti  piccoli  ed  i  minu¬ 
scoli  draghi  volanti,  i  quali  costituiscono  elementi  ben  poco  ap¬ 
pariscenti  nella  fauna  e  nella  flora  attuale,  furono  nel  meso¬ 
zoico  in  forma  di  sigillane  e  saurii  immani  la  più  elevata  ma¬ 
nifestazione  di  vita  vegetale  ed  animale,  così  le  piccole  fendi¬ 
ture  che  intorno  ai  bacini  collettori  segnano  la  traccia  alla  ero¬ 
sione  costituirono  nei  periodi  primitivi  della  vita  inorganica 
della  terra  l’estesa  rete  di  canali,  di  cui  (probabilmente)  abbiamo 
un’immagine  nelle  attuali  condizioni  di  Marte. 

In  quale  periodo  geologico  ritroveremo  noi  le  condizioni  to¬ 
pografiche  ottime  per  l’istituirsi  di  un  sistema  di  canali  nella 
porzione  emersa  della  crosta  terrestre? 

Da  quanto  siamo  venuti  sino  ad  ora  esponendo  appare  chia¬ 
ramente  come  ad  un  sistema  idrografico  rappresentato  da  una  rete 
di  canali  debba  corrispondere  un  complesso  continentale  epei- 
rogenico  od  assai  poco  turbato  dalla  formazione  montuosa.  Se- 
nonchè  le  attuali  conoscenze  paleoorografiche  sono  quanto  mai 
scarse,  incerte  e  manchevoli. 

Per  l’Europa,  e  non  tutta,  e  per  l’America  settentrionale  sol¬ 
tanto  infatti  abbiamo  copia  sufficiente  di  dati  attendibili  che  ci 
permettono  di  distinguere  le  seguenti  fasi  nella  contrazione  della 
crosta  terrestre  per  le  regioni  meglio  conosciute. 

Pieghe  huroniane,  vale  a  dire  post-taconiche  (Nord  Europa 
e  Nord  America). 

Pieghe  caledoniane,  vale  a  dire  post-si luriche  (Scozia,  ecc.). 

Pieghe  emiliane,  vale  a  dire  post-carboniane  (Harz,  Eifel, 
Ardenne). 

Pieghe  varisciane,  vale  a  dire  pretriassiche  (Laarbrticken,ecc.). 

Pieghe  sconosciute  alla  fine  del  Trias. 

Pieghe  sconosciute  alla  fine  del  Giurassico. 

Pieghe  poco  conosciute  avanti  il  Cretaceo  (Weserkette). 

Pieghe  vindeliciane,  cioè  post-cretaciche  e  preterziarie  (Pre¬ 
alpi  svizzere). 

Pieghe  pireneane,  cioè  post-eoceniche  e  preoligoceniche  (Pi¬ 
renei  francesi). 


116 


G.  AZZT 


Pieghe  poco  conosciute  alla  fine  dell’oligocene. 

Pieghe  alpine,  cioè  post-mioceniche  o  preplioceniche. 

Dalla  soprastante  tabella  emerge  come  la  formazione  oro¬ 
genica  entri  a  complicare  la  morfologia  della  crosta  terrestre 
dai  periodi  geologici  più  antichi,  e  se  le  pieghe  archeane,  che 
interessano  terreni  cristallini  nella  regione  del  Colorado,  sono 
realmente  anteriori  alla  comparsa  degli  oceani,  così  la  presenza 
delle  montagne  sino  dalla  primitiva  emersione  escluderebbe  la 
possibilità  di  una  formazione  epeirogenica  unita  e  di  una  rete  di 
canali  ininterrotta.  Comunque  anche  dato  che  per  la  terra  la 
evoluzione  dei  continenti  tolga  il  suo  inizio  da  uno  stadio 
ancor  più  avanzato  di  quello  in  cui  si  trova  attualmente  il  pia¬ 
neta  Marte,  si  può  sempre  ammettere  che  nei  periodi  geologici 
antichissimi  (ad  esempio  nel  paleozoico  durante  la  grande  emer¬ 
sione  in  cui  le  terre  emerse  si  suddivisero  in  due  sole  masse 
continentali  :  boreale  ed  australe)  estese  zone,  come  la  grande 
pianura  Eurasica,  abbiano  riprodotto  condizioni  se  non  identiche, 
almeno  molto  vicine  alle  condizioni  marziane. 

I  diversi  stadii  evolutivi  del  sistema  idrografico  non  sono 
tra  loro  separati  da  momenti  ben  netti  e  definiti,  ma  dall’ima 
condizione  si  passa  gradualmente  nell’altra  quanto  più  le  for¬ 
mazioni  orogeniche  si  sviluppano  e  sovrappongono  alle  primi¬ 
tive  formazioni  epeirogeniche. 

Per  l’ultima  emersione  possiamo  già  escludere  «  a  priori  » 
la  formazione  di  canali,  così  che  il  secondo  stadio  della  evo¬ 
luzione  idrografica  (il  fiume-canale)  si  estenderebbe  dai  pe¬ 
riodi  geologici  più  antichi,  probabilmente  non  oltre  il  secon¬ 
dario. 

La  presenza  di  penepiani  mesozoici  e  terziari]',  ove  ancor  si 
rilevano  nelle  condizioni  geo-tettoniche  i  resti  di  poderose  ca¬ 
tene  di  montagne,  disposti  intorno  a  massicci  cristallini  cen¬ 
trali,  parla  di  unità  idrografiche  «  fiume  »  ben  sviluppate  e  com¬ 
plete  già  anteriormente  all’epoca  terziaria. 

Da  quell’epoca  alterne  vicende  di  immersione  ed  emersione 
e  la  comparsa  delle  orogeniche  Alpidi,  che  in  grandi  festoni 
si  estesero  a  corrugare  la  superficie  della  terra,  dall’Europa  sino 
all’Australia,  il  sovrapporsi  di  più  cicli  erosivi  ora  completi  ora 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico  117 

interferenti,  hanno  contribuito  a  rendere  sempre  più  complicate 
le  condizioni  oro-idrografiche  della  crosta  terrestre. 

Può  ora  darsi  che  le  attuali  condizioni  della  rete  idrogra¬ 
fica  possano  servire  come  indice  dell’andamento  di  queste  mol¬ 
teplici  vicende? 

In  ogni  corso  di  acqua  possiamo  distinguere: 

A.  —  Le  modalità  della  direzione,  indipendentemente  dalla 
natura  del  profilo  longitudinale,  le  quali  si  rilevano  proiettandone 
la  traccia  sopra  un  piano  orizzontale  (: rapporto  orizzontale). 

B.  —  Le  condizioni  del  profilo  longitudinale,  indipenden¬ 
temente  dalla  direzione,  le  quali  si  rilevano  riportandone  la  trac¬ 
cia  sopra  un  piano  verticale  continuo  (: rapporto  verticale). 

Rapporti  orizzontali  ( Horizoritale  Gliederung).  —  Non  vi  è 
alcuna  ragione  per  credere  che  nel  corso  delle  epoche  geolo¬ 
giche  la  formazione  delle  pieghe  si  sia  localizzata  in  determi¬ 
nati  punti  per  subire  spostamenti  lenti  e  continui,  in  modo  da 
aggiungere  successivamente  nuove  pieghe  nella  stessa  direzione. 
Sembra  invece  che  le  regioni  che  offrivano  condizioni  favore¬ 
voli  alla  formazione  delle  pieghe  si  contrassero  improvvisa¬ 
mente,  rendendo  stabile  e  rigida  la  porzione  prima  mobile  della 
crosta  terrestre. 

Ma  non  siamo  ancora  in  grado  di  specificare  quali  siano 
queste  speciali  condizioni  favorevoli.  Eguale  direzione  di  mon¬ 
tagne  di  eguale  età  è  esclusa  da  numerosi  fatti,  comparsa  di 
montagne  in  zone  epeirogeniche  ed  in  punti  che  non  stanno  in 
alcun  rapporto  con  il  contorno  della  terra  emersa,  nè  con  pre¬ 
cedenti  formazioni  orogeniche,  è  fatto  quasi  accertato. 

Poi  che  le  formazioni  orogeniche  sono  completamente  indi- 
pendenti  da  quelle  di  carattere  epeirogenico,  ne  deriva  una  na¬ 
turale  indipendenza  e  talora  anche  un  contrasto  tra  gli  elementi 
idrografici  del  nucleo  centrale,  prevalentemente  montuoso,  e 
della  zona  costiera,  prevalentemente  pianeggiante. 

Possiamo  così  distinguere  in  ogni  corso  d’acqua  due  parti 
ben  distinte,  la  traccia  a  monte  e  la  traccia  a  valle. 

Il  ritmo  progressivamente  decrescente  con  cui  le  masse  con¬ 
tinentali  emergono  ed  immergono  determina  una  certa  immo¬ 
bilità  della  traccia  a  monte  con  rinnovati  fenomeni  di  antece¬ 
denza,  che  in  un  con  il  maggiore  sviluppo  della  superfìcie  to- 


118 


G.  AZZI 


pografica  «incatenano»  la  parte  superiore  del  corso  d’acqua 
(meandri  incassati). 

La  traccia  a  valle  invece  conserva  una  certa  mobilità  (mean¬ 
dri  mobili),  e  può  anche  improvvisamente  deviare  il  suo  corso 
per  un  valore  angolare  rilevantissimo. 

L’angolo  che  la  traccia  di  un  fiume  uscendo  a  valle  descrive, 
chiameremo  «angolo  di  derivazione»,  il  cui  valore  varia  da  0° 
a  90°  a  seconda  che  la  direzione  dei  sistemi  orogenici  è  più  o 
meno  normale  alla  linea  di  costa.  I  valori  del  resto  tendono 
sempre  più  verso  il  90°  che  il  0°,  ciò  che  si  spiega  con  il  fatto 
che,  in  generale,  la  comparsa  dei  sistemi  montuosi  segna  pure 
la  traccia  di  nuovi  crinali  di  displuvio  dai  quali  i  corsi  d’acqua 
tendono  ad  irradiare  regolarmente  verso  il  giro  del  l’ellissi  che 
circoscrive  il  sistema. 

Se  ad  onta  delle  molteplici  contrazioni  della  crosta  terrestre 
la  regione  litorale  avesse  conservato  i  suoi  caratteri  primitivi 
(continuità  e  simmetria),  la  traccia  a  valle  coinciderebbe  con  il 
cammino  più  breve  tra  il  punto  di  uscita  dalla  montagna  ed  il 
luogo  di  sbocco  nel  mare.  Ma  come  innanzi  abbiamo  veduto  i 
fenomeni  orogenici  interessano  pure  la  zona  costiera  determi¬ 
nando  numerose  discontinuità  topografiche  per  le  quali  non  tutti 
i  punti  della  costa  hanno  eguale  valore  rispetto  alle  traccie 
idrografiche  che  la  attraversano.  L’angolo  che  la  traccia  a  valle 
segna  con  la  linea  di  distanza  minima  e  che  possiamo  chia¬ 
mare  «  angolo  di  deviazione  »  è,  in  parte,  indice  di  queste  di¬ 
scontinuità. 

Quando  movimenti  epeirogenici  asimmetrici  (determinati  dalle 
discontinuità  litologiche  e  geo-tettoniche)  invece  di  verificarsi 
in  una  stessa  direzione  avvengono  in  punti  successivamente  di¬ 
versi,  ne  deriva  invece  di  uno  più  angoli  di  deviazione,  e  quando 
poi  gli  spostamenti  del  centro  di  oscillazione  avvengono  rispetto 
ad  un  asse  di  simmetria  secondo  la  traccia  generale  del  corso 
d’acqua,  ne  deriva,  posto  che  qualunque  movimento  epeiroge- 
nico  tende  ad  attenuarsi  dai  periodi  geologici  più  antichi,  un 
valore  decrescente  degli  angoli  di  deviazione  dal  monte  verso 
il  mare. 

Sino  ad  ora  noi  abbiamo  supposto  un  limite  ben  netto  tra 
zona  montuosa  e  zona  pianeggiante,  ma  sebbene  la  evoluzione 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico 


119 


del  rilievo  (per  ogni  ciclo  di  erosione  fluviale)  tenda  a  questo 
fine,  non  mancano  i  casi  nei  quali  senza  regola  apparente  le 
zone  pianeggianti  alternano  con  quelle  montuose.  Supponiamo 
un  massiccio  centrale  circondato  da  ampia  zona  pianeggiante,  ed 


una  sierra  costiera  che  limita  a  monte  una  «  pianura  interca¬ 
lare».  I  fiumi  legati  ad  un  punto  fisso  di  passaggio  attraverso 
le  montagne  della  costa,  daranno  in  detta  pianura  invece  di 
un  possibile  angolo  (od  angoli)  di  deviazione,  un  «  arco  di  de¬ 
viazione  immobile  ». 


120 


G.  AZZI 


Nuove  linee  orogeniche  interessano  quindi  di  bel  nuovo  l’in¬ 
terposta  pianura,  e  le  discontinuità  topografiche  si  estendono  su 
ogni  punto  della  terra  emersa  così  da  eliminare  la  porzione 
mobile  a  valle  ed  «  incatenare  »  tutto  il  corso  del  fiume. 

Possono  questi  dati  idrografici  essere  indice  delle  molteplici 
vicende  telluriche  di  cui  innanzi  facemmo  parola? 

Consideriamo  la  rete  idrografica  della  Russia  meridionale: 
quattro  sono  i  fiumi  principali  :  l’Ural  ed  il  Volga  che  sboccano 
nel  Mar  Caspio,  il  Don  ed  il  Dnjeper  che  sboccano  nel  Mar 
Nero.  Colpisce  a  prima  vista  l’aspetto  e  la  forma  del  loro  corso; 
la  traccia  ne  può  essere  infatti  suddivisa  in  tre  parti:  una  a 
monte  (AB)  ed  una  a  mare  (CD)  tra  di  loro  parallele,  riunite  dal 
segmento  mediano  (BC)  della  traccia  che  taglia  le  altre  due 
quasi  ad  angolo  retto  (v.  fig.  7). 

Le  due  traccie  parallele  tendono  rispettivamente  verso  la 
depressione  mediterranea  e  la  depressione  caspica.  La  traccia 
mediana  (BC)  invece  del  Volga  e  del  Don  prolungate  si  con¬ 
tinuano  reciprocamente  nella  traccia  a  mare  del  rimo  e  del¬ 
l’altro.  Un  piccolo  spostamento  non  simmetrico  della  massa  con¬ 
tinentale,  l’emergere  di  una  formazione  orogenica,  turbando  l’e¬ 
quilibrio  attuale  potrebbe  dunque  determinare  l’influenza  del 
Volga  nel  Mar  Nero  o  viceversa  del  Don  nel  Mar  Caspio  (v. 
fig.  7). 

Ed  è  molto  probabile  che  la  direzione  della  traccia  media 
di  entrambi  i  corsi  ci  rappresenti  per  l’appunto  delle  oscilla¬ 
zioni  alternate  in  questo  senso  nelle  epoche  geologiche  più  an¬ 
tiche,  rispetto  ad  un  asse  normale  alla  direzione  della  catena 
del  Caucaso.  Se  in  questo  caso,  ove  quasi  i  soli  movimenti  epei- 
rogenici  agiscono  sulla  crosta  terrestre,  il  sistema  idrografico 
non  può  darci  che  assai  scarse  ed  incerte  indicazioni  sulla  loro 
norma,  le  cose  divengono  assai  più  complicate  negli  altri  casi, 
la  quasi  totalità,  ove  i  movimenti  orogenici  contribuiscono  a 
rendere  sempre  più  complicata  la  topografia  della  terra. 

Un  fiume  non  rappresenta  altro  che  una  serie  di  punti  nei 
quali  si  verificano  le  condizioni  topografiche  più  favorevoli  al 
passaggio  delle  acque. 

Le  forme  del  rilievo  ripetono  la  loro  origine  da  agenti  endo¬ 
geni  (movimenti  epeirogenici  ed  orogenici),  tra  i  quali  non  esiste 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico 


121 


rapporto  apparente,  ed  esterni  :  erosione,  corrosione,  abrasione. 
Esse  compaiono  quindi  in  ogni  luogo  indipendentemente  dalle 
località  finitime,  e  creano  per  ogni  cerchio  concentrico  al  peri¬ 
metro  di  una  unità  oro-idrografica  una  serie  di  punti  special- 
mente  adatti  al  passaggio  dell’acqua.  Ma  essi  non  sono  sim¬ 
metrici  (per  la  irregolare  distribuzione  dei  fattori  che  determi¬ 
nano  la  evoluzione  del  rilievo)  in  un  senso  radiale;  ne  deriva 
che  le  linee  ottime  di  passaggio,  dall’interno  verso  la  costa, 
possono  segnare  delle  traccie  più  o  meno  sinuose. 

Qualunque  sia  la  loro  ubicazione,  i  varii  punti  non  hanno 
valore  morfologico  o  genetico  diversi,  sono  due  pendìi  con  o 
senza  piano  interposto.  Possono  passare  dall’un  sistema  (idro¬ 
grafico)  ad  un  altro,  scambiare  il  loro  posto  in  infinite  combi¬ 
nazioni  a  seconda  che  variano  i  rapporti  degli  elementi  che  ne 
determinano  la  comparsa. 

E  lo  stesso  può  dirsi  delle  diverse  parti  di  un  fiume:  cia¬ 
scuna  ha  valore  identico,  in  un  punto  qualsiasi  possono  avve¬ 
nire  le  anostomosi  laterali  (catture  e  pseudocatture),  segmenti 
di  fiumi  diversi  possono  in  un  dato  momento  fondersi  in  un 
unico  fiume. 

Nei  banchi  argillo-sabbiosi  rimasti  allo  scoperto  dopo  le 
piene  nel  letto  dei  torrenti,  ci  si  offrono  su  piccola  scala  esempi 
interessanti  ed  istruttivi  di  quanto  sino  ad  ora  venimmo  espo¬ 
nendo. 

La  superficie  di  queste  masse  alluvionali  invece  che  a  pen¬ 
denza  uniforme  e  continua  si  mostra  frequentemente  interrotta 
da  brevi  e  marcate  rotture  di  profilo  secondo  linee  subseguenti 
e  conseguenti.  Ed  è  soltanto  in  quei  punti  che  l’elemento  to¬ 
pografico  (pendenza)  permette  il  manifestarsi  della  erosione  ri¬ 
montante  con  la  comparsa  di  molti  elementi  fluviali  in  serie, 
completamente  separati  gli  uni  dagli  altri. 

In  condizioni  favorevoli  (quantità  sufficiente  d’acqua)  questi 
elementi  possono  fondersi  e  riunirsi  in  senso  radiale  in  un 
piccolo  rigagnolo  scomponibile  a  sua  volta  senza  alcuna  regola, 
quando  corsi  finitimi  ne  deviino  una  parte  della  traccia. 

Poiché  i  fattori  che  determinano  la  evoluzione  del  rilievo 
e  dei  contorni  delle  terre  emerse  nel  tempo  non  sono  fra  di 
loro  legati  da  alcun  rapporto  costante,  e  poi  che  inoltre  gli  eie- 


122 


GL  AZZI 


menti  vallivi  e  fluviali  non  possono  riunirsi  in  delle  vere  unità 
morfologiche  di  grado  più  elevato  e  non  scomponibili  nei  loro 
elementi,  ne  deriva  che  le  disposizioni  della  rete  idrografica  non 
sono  in  grado  di  servire  come  indice  delle  successive  trasforma¬ 
zioni  telluriche. 

Rappokto  verticale.  —  Tutte  le  porzioni  della  superficie  to¬ 
pografica  poste  al  di  sopra  dei  piani  dei  3°  grado  su  cui  giac¬ 
ciono  le  iperboli  profilo  di  equilibrio  dei  corsi  d’acqua,  sono 
destinate  a  scomparire  nel  processo  della  evoluzione  del  rilievo. 

Questa  procede  tanto  più  rapida  quanto  maggiore  è  la  forza 
dell’agente  modellatore  (massa  d’acqua  in  funzione  della  pen¬ 
denza)  e  minore  la  resistenza.  L’ineguale  distribuzione  dei  fat¬ 
tori  topografici  (pendenza),  litologici  e  geotettonici  in  una  unità 
oro-idrografica  spiega  le  condizioni  del  suo  rilievo  in  un  de¬ 
terminato  momento  della  evoluzione,  la  quale  si  compie  con  di¬ 
versa  rapidità  anche  in  punti  simmetricamente  disposti. 

Si  distinguono  i  tre  stadii  :  della  giovinezza,  della  maturità 

e  della  senilità. 

\ 

E  soprattutto  nel  periodo  della  giovinezza  che  l’erosione 
mette  in  maggiore  evidenza  le  disposizioni  geo-tettoniche  e  la 
natura  litologica  dei  terreni  che  essa  evolve:  vediamo  così  come 
i  bacini  collettori  in  terreni  impermeabili,  ad  esempio  argille, 
assumano  l’aspetto  caratteristico  di  veri  crateri  ad  imbuto,  dal 
cui  centro  diramano  verso  il  bordo  superiore  numerose  gole  tra 
loro  separate  da  creste  aguzze  e  franose;  in  terreni  permeabili 
invece,  ad  es.  calcari,  vediamo  dal  fondo  pianeggiante  levarsi 
tutto  attorno  mura  ciclopiche  liscie  e  quasi  verticali,  serrate  in 
un  bacino  di  forma  poligonale. 

Nel  periodo  della  senilità  invece  è  assai  difficile  distinguere 
tipi  speciali  di  penepiano  per  ogni  genere  di  roccia,  poiché 
ogni  forma  necessariamente  si  attenua  dalla  giovinezza  verso  la 
senilità. 

Quale  è  ora  la  geo-forma  elementare  che  l’uno  e  l’altro  stadio 
caratterizza? 

Nella  giovinezza  predomina  la  seconda  forma  elementare  il 
«  pendio  »  nel  quale  ogni  corpo  tende  per  forza  di  gravità  a 
spostarsi  in  basso  e  basta  che  un  qualsiasi  fattore  meteorolo¬ 
gico  o  di  erosione,  od  un  improvviso  sconvolgimento  tellurico, 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico  123 

tolgano  agli  elementi  del  massiccio  la  loro  coesione,  perchè  parte 
del  materiale  così  sciolto  precipiti  ai  piedi  della  pendice  a  di¬ 
minuirne  la  pendenza  media  totale.  Nella  senilità  invece  pre¬ 
domina  la  prima  forma  elementare,  «  il  piano  »  nel  quale  gli  ele¬ 
menti  degradati  restano  immobili  nel  terreno,  nè  possono  subire 
ulteriori  spostamenti  in  senso  orizzontale. 

Giunti  a  questo  punto  non  ci  pare  fuori  luogo  accennare 
ad  un’altra  forma  elementare;  un  «piano»  anche  questo,  come 
la  prima,  ma  ben  diverso  da  quella  per  il  suo  valore  geomor- 
fogenetico.  Intendiamo  parlare  della  superficie  topografica  pri¬ 
mitiva  (di  prima  emersione),  costituita  essa  pure  da  una  serie 
di  piani  e  di  semipiani  come  il  penepiano;  ma  mentre  que¬ 
st’ultimo  ci  rappresenta  l’estremo  gradino  della  evoluzione,  la 
superficie  topografica  primitiva  è  ancora  evolubile  e  trasforma¬ 
bile  per  la  durata  di  tutto  un  ciclo  di  erosione  fluviale. 

Proponiamo  di  chiamare  l’uno  e  l’altro  rispettivamente 
«  piano  generatore  »  e  «  piano  terminale  »,  tra  queste  due  forme 
elementari  trovando  in  ordine  il  suo  posto  la  seconda  forma  ele¬ 
mentare,  «  la  pendice  »  che  con  il  suo  graduale  sviluppo  deter¬ 
mina  la  evoluzione  del  rilievo. 

Tre  diverse  unità  idrografiche  collaborano  alla  circolazione 
dell’acqua  alla  superficie  delle  terre  emerse:  canale,  fiume-ca¬ 
nale,  fiume;  ed  a  ciascuna  di  esse  corrispondono  diversi  tipi 
di  aggruppamento  topografico. 

а)  II  canale.  —  In  topografìa  epeirogenica,  ove  i  «  piani 
terminali  »  e  gli  eventuali  «  piani  generatori  »  sono  separati 
da  brevissime  «  pendici  ».  In  senso  verticale  si  sviluppano  solo 
negativamente,  cioè  al  di  sotto  del  piano  avvolgente  esterno, 
le  fratture. 

б)  Il  fiume-canale.  —  1°  in  zona  epeirogenica,  quando  il 
dislivello  tra  «  piani  terminali  »  e  «  piani  generatori  »  sia  no¬ 
tevole,  si  nota  sul  bordo  dei  canali  la  tendenza  allo  istituirsi 
di  una  superficie  a  pendenza  intermedia  (rispetto  alla  pendenza 
del  versante  della  frattura  e  della  primitiva  superficie  di 
emersione),  su  cui  si  abbozzano  i  bacini  collettori  di  torrenti. 
2°  in  regione  epeirogenica  già  interessata  dal  fenomeno  oro¬ 
genico  che  tende  a  limitare  la  porzione  «canale»,  e  ad  au¬ 
mentare  la  porzione  «  fiume  ». 


124 


G.  AZZI 


Possiamo  dunque  distinguere  questa  unità  idrografica  in  due 
parti:  una  immutabile,  «  il  canale»  ed  una  evolubile  che  con¬ 
tinuamente  si  accresce,  «  il  fiume  ».  Come  in  istadio  ultimo  della 
evoluzione  le  porzioni  intercalari  dei  canali  scompaiono,  e  le 
parti  «  fiume  »  prima  separate  si  riuniscono  in  una  unità  idro¬ 
grafica  nuova,  il  fiume  (v.  fig.  6). 

c)  Fiume.  —  Il  fiume  in  zona  ove  le  formazioni  orogeniche 
vanno  sempre  più  complicando  la  topografia  e  sostituendosi  alle 
epeirogeniche;  la  evoluzione  è  caratterizzata  dallo  sviluppo  cre¬ 
scente  del  «  braccio  incatenato  »  (1°  stadio)  rispetto  al  «  braccio 
libero  »  ;  con  finale  scomparsa  dei  bracci  divaganti  (2°  stadio) 
e  fusione  delle  porzioni  fisse,  eventualmente  separate  nei  primi 
stadii  della  evoluzione,  con  la  scomparsa  delle  pianure  inter¬ 
calari  (3°  stadio). 

11  valore  della  2n  forma  elementare  «  pendice  »  rispetto  alle 
altre  due,  «  piano  generatore  »  e  «  piano  terminale  »  aumenta, 
raggiungendo  più  elevata  espressione  che  non  nei  casi  precedenti. 

Quanto  maggiori  quindi  saranno  il  dislivello  tra  le  origini 
(presso  il  piano  generatore)  e  le  foci  (sul  piano  terminale)  e  la 
massa  delle  acque,  tanto  più  spiccata  sarà  la  formazione  flu¬ 
viale,  quindi  più  rapida  la  evoluzione  del  rilievo. 

I  tre  stadii  della  giovinezza  (tt),  maturità  ( b )  e  senilità  (c) 
sono  per  la  durata  di  un  ciclo  erosivo  caratterizzati  da  : 

I.  (a)  Sviluppo  eccessivo  del  canale  di  scolo  rispetto  al  bacino 
collettore:  del  piano  terminale  rispetto  alla  pendice  che  lo  rac¬ 
corda  al  «piano  generatore»;  ( b )  scomparsa  dei  bacini  collet¬ 
tori  ;  (c)  fusione  di  elementi  prima  separati  (con  cattura). 

II.  {ci)  Sviluppo  delle  porzioni  a  pendenza  media  a  svan¬ 
taggio  di  quelle  a  pendenza  troppo  piccola  o  troppo  forte,  con 
scomparsa  graduale  dei  piani  di  alluvione,  delle  rapide,  delle 
cateratte  ;  (6  )  scomparsa  totale  delle  superfici  a  troppo  forte 
pendenza;  ( c )  fusione  delle  porzioni  a  pendenza  intermedia  con 
raggiungimento  del  profilo  di  equilibrio. 

Alle  condizioni  a  e  a'  corrisponde  il  «  torrente  »  ;  alle  con¬ 
dizioni  beh'  il  «  fiume  propriamente  detto  »  ;  alle  condizioni 
c  e  c  la  «  rete  idrografica  ».  Nei  rapporti  in  senso  verticale 
quindi,  come  era  da  attendersi,  le  disposizioni  fluviali  possono 
darci  una  idea  ben  netta  sullo  stadio  di  evoluzione  del  rilievo. 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico 


125 


Come  possono  variare  i  rapporti  di  equilibrio  idrotopo- 
grafjco.  —  La  traccia  di  un  corso  d’acqua  istituitasi  secondo 
una  serie  di  «  punti  di  passaggio  »  segna  pure  l’esistenza  di  una 
massa  continua  di  liquido  in  moto  dalle  origini  verso  la  foce, 
dotata  di  proprietà  indipendenti  («idrologiche»)  talora  anzi 
contrastanti  con  le  condizioni  topografiche.  La  direzione  di  un 
fiume  segna  adunque  l’equilibrio  degli  elementi  topografici  ed 
idrologici  in  quella  determinata  località. 

1. °  Un  fiume  tende  ad  essere  simmetrico  in  ogni  sua  parte 
rispetto  al  piano  di  deviazione  del  filone,  condizione  che  si  ve¬ 
rificherà  tanto  più  nettamente: 

а)  quanto  più  ingente  ne  è  la  portata,  elemento  che  gli  per¬ 
mette  di  superare  gli  ostacoli  topografici  (pendenza); 

б)  quanto  più  uniformi  sono  le  condizioni  topografiche,  lito¬ 
logiche  e  geo-tettoniche  al  di  qua  e  al  di  là  del  thalweg  (resi¬ 
stenze  uniformi). 

2. °  Un  fiume  tende  a  seguire  la  via  più  breve  per  giungere 
al  mare,  e  tanto  meglio  riesce  nel  suo  intento: 

a)  quanto  meno  la  superficie  topografica  è  accidentata; 

b)  quanto  maggiore  è  il  numero  delle  pendici  con  inclina¬ 
zione  verso  il  mare; 

c)  quanto  maggiore  è  la  loro  pendenza; 

cl)  quanto  maggiore  è  la  portata  del  fiume  ed  il  dislivello 
tra  le  origini  e  la  foce,  elementi  che  ne  innalzano  l’autonomia 
permettendogli  di  superare  gli  ostacoli  di  indole  topografica. 

La  traccia  reale  (la  serie  radiale  dei  punti  di  passaggio)  e 
la  linea  di  distanza  minima  tra  il  punto  di  uscita  a  valle  e  lo 
sbocco  nel  mare,  sono  separate  da  «  discontinuità  »  più  o  meno 
forti  (da  forme  elementari  «  pendice  »  più  o  meno  inclinate). 
La  portata  dei  fiumi  non  costituisce  un  valore  costante;  amo- 
menti  di  crisi  meteoriche  (forti  acquazzoni  prolungati,  sciogli¬ 
mento  rapido  delle  nevi)  corrispondono  piene  improvvise,  le  quali 
d’un  tratto  magnificano  l’azione  del  fiume,  elevandone  il  grado 
di  autonomia.  Può  allora  darsi  benissimo  che  detto  corso  cambi 
direzione,  e,  superando  per  maggior  forza  acquisita  le  contrarie 
pendenze,  segua  altra  traccia  ove  gli  elementi  topografici  sono 
meno  favorevoli  al  passaggio  dell’acqua  ma  che  ha  d’altra 


126 


G.  AZZI 


parte  il  vantaggio  di  diminuire  notevolmente  il  cammino  verso 
il  mare.  Questo  mutamento  poi,  a  seconda  delle  condizioni  di 
equilibrio  tra  i  due  fattori,  può  talora  acquistare  carattere  di 


. Alveo  asciutto  attualmente,  attivo  qualche  volta,  nell’epoca  di  grandi  piene. 

stabilità,  derivata  dalle  mutate  condizioni  topografiche  per  gli 
effetti  della  piena  :  asportazione  di  lembi  di  superficie  topogra¬ 
fica  primitiva,  accumolo  di  materiale  detritico  in  certi  punti,  ecc. 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico 


127 


In  queste  oscillazioni  del  braccio  a  valle  può  pure  verifi¬ 
carsi  il  seguente  caso  interessantissimo  :  la  traccia  deviando  può 
venire  ad  intersecare  la  traccia  di  un  fiume  finitimo,  verifican¬ 
dosi  una  speciale  condizione  che  possiamo  definire  «  pseudo- 
cattura  »  per  distinguerla  dai  fenomeni  di  cattura  veri  e  propri  i.. 

In  questi  infatti  noi  abbiamo  che  una  unità  idrografica  svi¬ 
luppando  per  condizioni  topografiche,  geologiche  e  meteorolo¬ 
giche  locali,  più  rapidamente  il  suo  bacino  di  quello  che  non 

10  faccia  una  unità  vicina,  ne  devia  alcuni  degli  affluenti  estremi 
nel  proprio  bacino,  creando  condizioni  topografiche  nuove. 

Nel  fenomeno  di  pseudocattura  invece  è  il  corso  catturato 
che  si  riversa,  avendo  acquisito  una  maggiore  autonomia,  nel 
braccio  a  valle  del  fiume  catturante,  il  quale  coincide  con  la  linea 
di  distanza  minima  per  giungere  al  mare. 

I  fenomeni  di  cattura  caratterizzano  il  segmento  a  monte,, 
quelli  di  pseudocattura  il  segmento  a  valle  di  una  unità  idro¬ 
grafica. 

Di  questi  fatti  abbiamo  un  esempio  chiaro  ed  istruttivo  nelle 
condizioni  del  fiume  Hwang-Ho. 

Possiamo  distinguere  in  quattro  parti  il  corso  di  questo 
fiume: 

a)  «porzione  incatenata»  a  monte:  dall’origine  sino  all’u¬ 
scita  dalle  montagne  Richthofen.  La  traccia  comprende  due  parti 
distinte:  la  iniziale,  secondo  la  direzione  delle  anticlinali;  2a  ter¬ 
minale,  più  o  meno  normale  alla  direzione  dei  sistemi  montuosi. 
L’angolo  che  fanno  le  due  traccie  ha  valore  di  «  angolo  di  de¬ 
rivazione  primitivo  »; 

b)  le  montagne  del  San-Sci  e  del  Cin-ngan  generalmente 
parallele  alla  linea  di  costa  e  quasi  normali  alla  direzione  dei 
rilievi  del  Kuèn-lun  danno  alla  regione  pianeggiante  interposta 

11  carattere  di  pianura  intercalare.  In  essa  il  Hwang-Ho  descrive 
un  ampio  «arco  di  derivazione»; 

c)  traccia  compresa  tra  le  montagne  della  Sierra  costiera 
(Scian-Scì)  ; 

d)  traccia  a  valle:  dalle  montagne  dello  Scian-Scì  fino  al 
mare. 

La  porzione  compresa  tra  queste  montagne  ha  una  direzione 
quasi  esattamente  normale  alla  linea  di  costa.  Al  punto  di 


128 


G.  AZZI 


uscita  nella  pianura,  il  prolungamento  di  questa  traccia  porte¬ 
rebbe  il  Hwang-Hó  ad  attraversare  la  penisola  montuosa  dello 
Sciàn-tùng.  Restano  allora  due  vie  possibili  perii  passaggio  del 
fiume:  una  a  nord,  diretta  al  Golfo  dello  Tcliili,  e  l’altra  al  sud 
attraverso  il  Kiang-Su.  La  traccia  al  nord  ci  rappresenta  l’equi¬ 
librio  rotto  in  senso  topografico  con  la  scelta  di  un  cammino 
più  lungo  per  giungere  al  mare.  La  traccia  verso  il  sud  invece  ci 
rappresenta  il  sopravvento  del  fattore  idrologico:  ed  è  questa 
infatti  la  via  che  il  Hwang-Hò  segue  nei  periodi  di  grandi 
piene,  quando  l’ingente  portata,  elevandone  l’autonomia,  gli  per¬ 
mette  di  defluire  direttamente  nel  mare,  forzando  gli  ostacoli  di 
carattere  topografico  (v.  fig.  8). 

Sguardo  riassuntivo  generale.  —  l.°  Nella  sua  classifica¬ 
zione  il  Penck  ha  tralasciato  una  forma  elementare  ben  impor¬ 
tante  e  distinta:  il  «crepaccio»  ( Kluft ):  due  pendici  contrap¬ 
poste  ad  inclinazione  contraria,  e  quale  viene  in  ordine  imme¬ 
diatamente  prima  della  «  valle  »  :  due  pendici  contrapposte  riu¬ 
nite  da  un  piano  mediale. 

Se  nella  prima  metà  del  secolo  scorso  e  nella  seconda  del 
secolo  XVIII  si  diede,  per  spiegare  l’origine  delle  valli,  impor 
tanza  esclusiva  alle  cause  endogene,  le  linee  di  fratturazione 
della  crosta  terrestre,  nella  seconda  metà  del  secolo  XIX,  ridu 
cendo  le  formazioni  vallive  ad  un  semplice  fenomeno  di  ero¬ 
sione  fluviale,  si  cadde  nell’estremo  opposto  esagerando  il  signi¬ 
ficato  geo-morfogenetico  degli  agenti  esteriori. 

In  realtà  alla  comparsa  delle  valli  contribuiscono  l’uno  e 
l’altro  gruppo  di  fattori;  la  frattura  come  elemento  «  direttivo  », 
la  erosione  come  elemento  «  completivo  ».  Il  modo  stesso  della 
evoluzione  del  rilievo,  che  tende  ad  ampliare  la  superficie  del 
letto,  giustifica  la  presenza  di  una  frattura  iniziale,  come  primo 
gradino  nel  processo  della  formazione  valliva.  Lungo  un  cre¬ 
paccio  si  verificano  infatti  le  condizioni  topografiche  più  favo¬ 
revoli  che  segnano  la  traccia  alla  erosione  fluviale:  abbiamo 
due  pareti  contrapposte  che  localizzano  nettamente  sul  fondo 
del  thalweg  l’azione  erosiva,  e  parallelamente  al  medesimo,  in 
alto,  due  linee  lungo  le  quali  si  intersecano  più  o  meno  ad  an¬ 
goli  retti  i  piani  versanti  e  la  superficie  topografica  primitiva 
e  dove  particolarmente  si  localizza  l’azione  idrologica  con  ten- 


l’evoluzione  del  sistema  idrografico 


129 


denza  a  formare  (creare)  ima  superficie  ad  inclinazione  inter¬ 
media,  su  cui  si  abbozzano  numerosi  elementi  torrentizi. 

Tanto  dal  punto  di  vista  morfologico  quindi  quanto  dal 
punto  di  vista  genetico  la  frattura  ha  piena  ragione  di  esistere 
come  forma  elementare  indipendente  e  quale  rappresenta  pure 
il  luogo  di  passaggio  dalla  superficie  piana  ed  unita,  alla  valle. 

2.°  Le  fratture  primitive  originatesi,  per  i  grandi  movimenti 
di  emersione  della  crosta  terrestre,  ci  danno  formazioni  e  di¬ 
sposizioni  tanto  più  semplici  e  nette  quanto  maggiormente  pre¬ 
domina  la  topografia  epeirogenica.  Limitate  quindi  nella  attua¬ 
lità  alla  breve  serie  di  crepacci  che  diramano  dai  bacini  col¬ 
lettori,  esse  si  affermano  nella  geo-morfologia  generale  quanto 
più  addietro  si  sale  nella  storia  della  terra:  e  Marte,  con  tutta 
verosimiglianza,  ci  dà  nel  complesso  dei  suoi  canali  che  con 
regolare  norma  interessano  le  uniformi  masse  continentali,  una 
immagine  fedele  del  paesaggio  terrestre  antico  al  primo  emergere 
delle  formazioni  a  stratificazione  primordiale. 

Il  canale  così  come  è  istituito  nelle  fratture,  geo-forme  ne¬ 
gative  perchè  sviluppatesi  al  disotto  del  piano  avvolgente  esterno, 
ci  rappresenta  una  unità  distinta,  primo  stadio  della  evoluzione 
idrografica,  che  tende,  nelle  rinnovate  manifestazioni  orogeniche, 
ad  affermare  nel  corso  del  tempo  una  unità  nuova  :  il  fiume, 
con  traccia  compresa  e  limitata  dalle  numerose  discordanze  to¬ 
pografiche  di  carattere  positivo.  Queste  formazioni  (canali)  dif¬ 
feriscono  essenzialmente  dai  fiumi  ;  mentre  infatti  questi  ultimi 
sviluppando  il  loro  bacino  forzano  la  più  gran  massa  possibile 
di  acqua  caduta  dentro  il  loro  corso  ed  evolvono  il  rilievo  della 
regione  facendo  scomparire  gradualmente  la  superficie  topogra¬ 
fica  primitiva,  nei  canali  invece  che  costituiscono  dei  complessi 
non  modificabili  è  l’acqua  che  circolando  forza  il  suo  passaggio 
nei  luoghi  specialmente  favorevoli  al  suo  efflusso  verso  il  mare 
(questi  luoghi  essendo  dati  appunto  dai  canali). 

Sul  bordo  dei  canali  si  accennano,  come  abbiamo  visto,  ab¬ 
bozzi  di  altrettanti  torrenti  e  la  parte  superiore  stessa  del  ca¬ 
nale,  quando  il  suo  fondo  sia  stato  sollevato  al  disopra  del  pe¬ 
nepiano  o  elevato  dagli  scoscendimenti,  può  divenire  traccia  di 
un  thahveg  torrentizio.  Ci  troviamo  quindi  di  fronte  ad  una 
unità  idrografica  nuova,  il  fiume-canale,  costituito  da  due  por- 


9 


130 


G.  AZZI 


zioni  ben  nette:  il  canale  e  la  porzione  fluviale.  Il  canale  resta 
ben  distinto  e  non  può  essere  considerato  nè  come  insenatura 
marina  in  quanto  esso  serve  in  realtà  al  trasporto  dei  materiali 
della  erosione  torrentizia  ed  ha  funzione  di  canale  di  effluvio, 
nè  come  canale  di  effluvio  propriamente  detto  perchè  formatosi 
senza  il  concorso  dell’azione  erosiva.  Il  rapporto  tra  i  due  ele¬ 
menti  costitutivi  è  variabile,  e  quanto  più  le  formazioni  oroge¬ 
niche  entrano  a  complicare  l’apparato  epeirogenico  tanto  più  si 
accresce  la  parte  fluviale,  sino  a  che  da  ultimo  gli  interposti 
segmenti  canalizi  o  scompaiono,  o  divengono  porzione  integrante 
delle  formazioni  vallive. 

Possiamo  dunque  distinguere  tre  stadii  nella  evoluzione  del 
sistema  idrografico:  a )  il  canale,  b)  il  fiume-canale,  c)  il  fiume. 

3.°  La  traccia  di  un  corso  di  acqua  istituitasi  secondo  una 
serie  di  «  punti  di  passaggio  »  (in  senso  topografico),  segna 
pure  l’esistenza  di  una  massa  continua  di  liquido  in  moto  dalle 
origini  verso  la  foce,  massa  dotata  di  proprietà  indipendenti,  ta¬ 
lora  anzi  contrastanti  con  le  condizioni  topografiche.  La  dire¬ 
zione  di  un  fiume  segna  adunque  l’equilibrio  degli  elementi  topo¬ 
grafici  (pendenza)  ed  idrologici  (massa  e  velocità)  in  un  deter¬ 
minato  luogo.  Un  fiume  tende  a  seguire  la  via  più  breve  per 
giungere  al  mare,  e  tanto  meglio  riesce  nel  suo  intento  quanto 
maggiore  è  il  numero  e  la  inclinazione  delle  pendici  verso  il 
mare  e  più  elevata  la  sua  portata. 

La  traccia  reale  (la  serie  radiale  de’  punti  di  passaggio) 
e  la  linea  di  distanza  minima  tra  il  punto  di  uscita  a  valle 
e  lo  sbocco  nel  mare,  sono  separate  da  discontinuità  più  o  meno 
forti.  La  portata  dei  fiumi  non  costituisce  un  valore  costante; 
a  momenti  di  crisi  meteoriche,  corrispondono  piene  improvvise, 
le  quali  d’un  tratto  magnificano  l’azione  della  massa  acquea  ele¬ 
vandone  l’autonomia.  Può  allora  darsi  benissimo  che  il  corso 
cambi  di  direzione  e,  superando  per  maggior  forza  acquisita  le 
contrarie  pendenze,  segua  altra  traccia,  ove  gli  elementi  topo¬ 
grafici  sono  meno  favorevoli  al  passaggio  dell’acqua,  ma  che 
d’altra  parte  ha  il  vantaggio  di  diminuire  notevolmente  il  cam¬ 
mino  verso  il  mare. 


[ms.  pres.  31  marzo  -  ult.  bozze  20  giugno  1912 J. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


Nota  del  dott.  A.  Silvestri 


L’egregio  consocio  e  distinto  rizopodista  piemontese,  profes¬ 
sore  don  Ermanno  Dervieux,  nella  sua  Revisione  delle  Lagene 
terziarie  piemontesi  \  dopo  aver  esposto  come,  dall’esame  dei 
tipi  custoditi  nella  collezione  del  cav.  Luigi  Di  Rovasenda,  la 
Lagena  ornata 1  2,  e  la  Lagena  acicula  Reuss,  segnate  nel  1878 
da  Theodor  Fuchs  tra  i  fossili  dell’argilla  turchina  del  giardino 
del  Di  Rovasenda  stesso,  a  Sciolze  presso  Torino  3,  attribuita  al 
miocene  medio  elveziano  4,  sieno  da  identificarsi  rispettivamente 
con  la  Nodosaria  radicala  (Linné)  e  con  la  Nodosaria  pyrula 
D’Orbigny  5,  e  dopo  aver  riprodotto  l’elenco  che  segue,  inse¬ 
rito  dall’illustre  geologo  prof.  cav.  Federico  Sacco,  nel  proprio 
Catalogo  paleontologico  del  Bacino  terziario  del  Piemonte,  pub¬ 
blicato  nel  1889  e  1890  6, 


«  410.  Lagena  ornata . Elveziano 

»  411.  »  acicula 

Reuss . Elveziano 


1  N.  9  dell’annessa  Bibliografia  (v.  a  pag.  176  e  seg.). 

2  Ha  accertato  il  Dervieux,  sempre  mediante  l’esame  di  cui  sopra 
(n.  9  della  Bibliografia,  pag.  6751,  che  il  nome  originale  di  questa  specie 
non  fu  ben  letto  dal  Fuchs,  dalla  scheda  manoscritta  del  Di  Rovasenda 
unita  al  fossile,  dov’era  ed  è  segnato:  Lagena  ovata  e  non  Lagena  or¬ 
nata  ■  e  difatti  la  specie  in  questione,  per  la  verifica  fatta  dal  Dervieux 
medesimo,  resulta  priva  d’ornamenti.  L’autore  di  essa  devesi  considerare 
il  Di  Rovasenda. 

3  N.  22  della  Bibliografia,  pag.  472. 

4  N.  33  idem,  pag.  302,  nn.  410  e  411. 

5  N.  9  idem,  pag.  674  e  675. 

6  N.  33  e  34  idem. 


A.  SILVESTRI 


132 

»  412.  » 

»  413.  » 

»  414.  » 

»  415.  » 

»  416.  » 

»  417.  » 

»  418.  » 

»  419.  » 


striata 

D’Orb.  .  .  Piacenziano-Tortoniano? 

silicata 

Walk.  e  Iac.  Piacenziano 

castrensis 

Schw.  .  .  Piacenziano 

hispida 

Renss.  .  .  Piacenziano-Tortoniano? 

hexagona 

Will.  .  .  Piacenziano-Tortoniano? 


laevis 

Moni,  e  var.  Piacenziano-Tortoniano-Elveziano 
orbignyana 

Seg.  .  .  .  Piacenziano-Tortoniano? 

globosa 

Walk.  .  .  Piacenziano  »  *, 


è  venuto  a  dichiarare  che  :  «  Di  tutte  le  sopra  elencate  specie, 
fatta  eccezione  per  la  L.  laevis  Mont.,  non  so  quali  possano 
con  fondamento  rimanere  nell’elenco  delle  specie  fossili  piemon¬ 
tesi,  perchè  attualmente  sono  rarissimi  gli  esemplari  delle  col¬ 
lezioni,  che  seriamente  studiati  possano  determinarsi  [s&c]  al 
genere  Lagena ,  e  ciò  specialmente  perchè  per  la  loro  grande 
piccolezza  e  per  la  loro  grandissima  fragilità  (tanto  più  per  le 
forme  levigate)  difficilmente  si  possono  separare  dalle  roccie. 
Mentre  per  altra  parte  le  marne  elveziane  e  tortoniane  e  spe¬ 
cialmente  il  tripoli  da  me  scoperto  a  Marmorito  (Alessandria) 1  2 
devono  contenere  certamente  le  numerose  specie  trovate  altrove 
in  questi  orizzonti  »  3. 

L’affermazione  riferita  è  di  carattere,  dirò  così,  demolitore, 
per  le  Lagenine  piemontesi  segnalate  dagli  autori,  elencate  dal 
Sacco,  eccettuatane,  come  s’è  visto,  la  Lagena  laevis  Montagli  : 
ben  poca  cosa  !  Giacché  lo  posso,  grazie  alla  cortesia  del  prelodato 


1  N.  33  della  Bibliografia,  pag.  302  e  303. 

2  Per  questo  tripoli  vedansi  le  pubblicazioni  di  cui  ai  nn.  8,  44  (pa¬ 
gina  206),  45  (pag.  7  ed  11)  e  47  (pag.  166)  della  Bibliografia. 

3  N.  9  della  Bibliografia,  pag.  675  e  676. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


130 


prof.  Dervieux,  del  prof.  Carlo  Fabrizio  Parona,  del  prof.  Pietro 
Lodovico  Prever  e  del  cav.  Luigi  Di  Rovasenda,  tutti  i  quali 
mi  favorirono  materiali  da  studio,  di  cui  li  ringrazio  di  nuovo 
sentitamente,  con  la  presente  comunicazione  tenterò  di  rico¬ 
struire  un  po’  di  storia  alle  Lagenine  terziarie  del  Piemonte, 
illustrandone  talune  delle  diverse  che  ho  già  studiate;  con  l’in¬ 
tenzione  di  farne  poi  conoscere  altre  quando  troverò  il  tempo 
di  riordinare  altri  appunti,  e  di  mettere  in  pulito  nuovi  disegni. 
Essendomela  trovata  pronta,  vi  unisco  pure  l’illustrazione  di 
certe  Lagenine  siciliane,  finora  inedite  per  le  località  da  cui 
provengono. 

Di  Lagenine  del  Piemonte,  a  dire  il  vero,  ne  avevo  già 
descritta  una  sotto  il  nome  di  Lagena  ventricosa  n.  s.,  che  ri¬ 
produssi  poi  anche  mediante  cinque  figure,  ed  è  strano  essa  sia 
sfuggita  al  Dervieux,  sia  perchè  la  descrizione  e  le  figure  accen¬ 
nate  comparvero  nel  1903  negli  Atti  della  R.  Accademia  delle 
Scienze  di  Torino  *,  sia  pure  perchè  trovai  non  rara  detta  Lagena 
proprio  in  quel  tale  tripoli  a  Rizopodi  reticolari,  Radiolarì  e 
Diatomee  di  Marmorito,  da  assegnarsi  a  mio  parere 1  2,  che  fu 
poi  condiviso  dal  prof.  Dervieux  3,  scopritore  della  roccia,  al 
tortoniano.  E  questa  circostanza  che  mi  ha  indotto  ad  un  accenno 
a  detta  Lagena  a  carte  160  del  presente  scritto,  trattandosi  di 
forma  d’eccezionale  importanza  —  e  fu  per  ciò  che  m’indussi 
ad  interessarmene  per  la  prima  —  ne’  suoi  rapporti  con  le  Elis- 
soforme,  cioè  con  la  Ellipsoidina  elìipsoides  G.  Seguenza  e  le 
forme  che  ne  derivano. 


* 

*  * 

Sotto  il  nome  di  Lagenine  comprendo  i  rappresentanti  della 
sottofamiglia  Lageninae  Brady 4  —  famiglia  Lagenidae  Brady  5 6, 
sottordine  Orthostili  Kemna  ''  —  caratterizzata  dall’avere  il  pla- 

1  N.  45  della  Bibliografia,  pag.  11  e  12,  fig.  6«-6e  di  pag.  11. 

2  N.  44  idem,  pag.  207. 

3  N.  8  idem,  pag.  381. 

4  N.  2  idem,  pag.  69  e  440. 

5  N.  2  idem,  pag.  69  e  439. 

6  N.  26  idem,  pag.  lxxii. 


134 


A.  SILVESTRI 


smostraco  calcareo  non  porcellanico,  costituito  d’un  sol  segmento 
racchiudente  una  cavità  unica.  Nella  sottofamiglia  indicata  distin¬ 
guo  i  due  generi  Lagena  Walker  e  Boys  (etnend.),  dal  plasmostraco 
a  lati  raccordantisi  nella  sezione  trasversale,  e  Fissurina  Reuss 
(, emcnd .),  con  plasmostraco  presentante  tale  sezione  a  lati  non 
raccordantisi;  ciascuno  dei  quali  generi  a  sua  volta  suddistinguo 
nelle  sezioni  asolenica,  ectosolenica,  disolenica  ed  entosolenica, 
a  seconda  della  mancanza  o  presenza  nelle  loro  forme  d’un  tubo 
o  sifone,  che  negli  ultimi  tre  casi  si  può  presentare  unico  ed 
esterno,  doppio,  esterno  ed  interno,  oppure  unico  ed  interno. 

È  probabile  che  lo  studio  delle  Lagenine,  qualora  accura¬ 
tamente  eseguito,  sia  per  acquistare  dimolta  importanza  dal 
punto  di  vista  della  filogenesi  di  certi  gruppi  tassinomici  dei 
Rizopodi  reticolari  ;  importanza  che  potrebbe  anche  riflettersi 
nel  campo  della  geologia.  Nei  riguardi  di  questa  è  da  notare 
che  le  loro  forme,  in  generale  da  ritenersi  pelagiche,  son  tanto 
plastiche  da  modificarsi  coi  più  piccoli  cambiamenti  dell’am¬ 
biente  di  vita,  ma  che  la  portata  delle  modificazioni  avvenute 
e  che  avvengono  resta  ancora  da  valutarsi,  nel  senso  d’appu¬ 
rare  se  essa  sia  stratigrafica,  cioè  interessi  il  tempo,  o  non  piut¬ 
tosto  geografica,  e  cioè  concernente  lo  spazio;  nella  quale  ul¬ 
tima  ipotesi  le  modificazioni  accennate  potrebbero  giovar  forse 
a  distinguere  particolari  facies  nei  vari  piani  e  sottopiani,  ma 
non  direttamente  sarebbero  utili  pel  riconoscimento  di  questi. 
Del  tempo  occorrerà  avanti  che  la  questione  possa  esser  risolta, 
poche,  anzi  pochissime  essendo  fin  qui  le  osservazioni  degli 
autori  sulle  Lagenine,  le  quali  non  abbiano  carattere  superfi¬ 
ciale,  laonde  grande  imprudenza  sarebbe  quella  di  giovarsene 
per  trarne  resultati  di  massima:  occorre  prima  procedere  a  delle 
verifiche,  ed  approfondire  ed  estendere  maggiormente  le  indagini. 

Sarò  lieto  se  col  presente  studio  mi  sarà  dato  far  procedere 
d’un  piccolo  passo  detta  questione  verso  la  meta,  sebbene  nei 
confronti  e  nelle  deduzioni,  con  e  da  forme  già  rese  note  dagli 
autori,  pel  motivo  addotto,  abbia  dovuto  tenermi  nei  limiti  più 
ristretti,  nel  timore  di  confondere  quanto  invece  richiede  d’esser 
distinto. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


135 


* 

Genere  Lagena  Walker  e  Boys  ( emend .) l. 

Serpillo,  ( Lagena )  Walker  e  Boys,  1784;  in  G.  Walker:  Testacea  minata 
rariora,  pag.  3. 

Sezione  asolenica  : 

1.  Lagena  crassitesta  n.  sp. 

(Fig.  1,  2  e  3). 

Plasmostraco  globoso  (fig.  1  e  2)  un  po’  compresso  (fig.  2), 
di  color  biancastro-bruniccio  ;  alla  superficie  leggermente  incro¬ 
stato  di  carbonato  di  calcio,  che  ne  ottura  anche  l’orifizio.  La 


Fig.  1.  Lagena  crassitesta  n.  sp.  ;  faccia  X  37. 

»  2.  Idem  ;  lato  superiore  X  37. 

»  3.  Idem;  sezione  principale  X  46. 

sezione  principale,  ossia  secondo  il  piano  di  simmetria  (fig.  3), 
fa  osservare  una  cavità  semplice  ripetente  la  forma  esterna, 

1  Sul  nome  degli  autori  di  questo  genere  si  è  fatta  una  questione, 
nella  quale,  avendone  trattato  esaurientemente  Jones,  Parker  e  Brady 
(n.  25  della  Bibliografia,  annotazione  in  calce  a  pag.  28),  mi  risparmio 
d’entrare. 


136 


A.  SILVESTRI 


piena  di  calcite,  limitata  da  parete  molto  spessa  costituita  di  cal¬ 
care  fibroso,  corrosa  nella  parte  inferiore,  e  dotata  d’orifizio  bila¬ 
biato  di  forma  allungata,  nel  senso  del  maggior  diametro  trasversale 
del  nicchio,  e  probabilmente  ovale;  orifizio  privo  affatto  di  sifone. 

L’unico  esemplare  esaminato  di  questa  nuova  specie,  il  quale 
deriva  dalla  marna  giallo-brunastra  terrosa  eocenica  luteziana  1 2 
della  Villa  Lard  presso  Gassino  (Torino),  ha  per  dimensione  mas¬ 
sima  quella  di  0,58  mm. 

Che  esso  sia  da  riferirsi  al  genere  Lagena  sembrami  indubbio 
pel  complesso  dei  caratteri  che  presenta,  d’altronde  forme  si¬ 
mili  erano  già  state  rese  note  dagli  autori,  come  p.  es.  quella 
detta  daH’Ehrenberg  Miliola  spliaeroidea 2  e  proveniente  dal 
luteziano  dell’Egitto;  certamente  però  non  è  da  confondersi  con 
la  Lagena  globosa  (Montagli) 3  entosolenica  e  dalle  pareti  sot¬ 
tili.  Se  mai,  qualora  fosse  stata  provveduta  di  sifone  interno, 
avrebbe  potuto  assegnarsi  alla  Lagena  Stewartii  Wright 4,  isti¬ 
tuita  sopra  individui  frequenti  nelle  argille  quaternarie  di  estua¬ 
rio,  di  Magheramorne  nel  nord-est  dellTrlanda;  e  se  fornita  di 
carena,  avrebbe  potuto  considerarsi  quale  varietà  arrotondata 
della  Fissurina  solida  G.  Seguenza  5,  fondata  sopra  esemplari 
del  pliocene,  zona  zancleana,  contenuti  nelle  marne  bianche  o 
giallastre  di  Scoppo,  Scirpi,  Gravitelli,  Rometta  e  S.  Filippo, 
nel  Messinese. 

2.  Lagena  Dervieuxi  n.  sp. 

(Fig.  4,  5,  6,  7  ed  8). 

Plasmostraco  globoso  (fig.  4,  5  e  7),  compresso  (fig.  5  e  7), 
ma  più  dal  lato  superiore  che  dall’inferiore  (fig.  7),  un  po’  storto 
(fig.  4),  bianco,  dalla  superficie  spulita  ed  ornata  di  costicine 

1  Secondo  il  dott.  P.  L.  Prever:  I  terreni  nummulitici  di  Gassino  e 
di  Biarritz,  Atti  R.  Acc.  Se.  Torino,  voi.  XLI,  1906;  pag.  11  estr. 

2  1854;  Mikrogeologie,  tav.  XXIII,  fig.  1. 

3  Vermiculum  globosum  (Walker  e  Boys).  Montagli,  1803;  Testac.  Brit., 
pag.  523. 

4  1911;  Proceed.  Belfast  Nat.  Field  Club  (1910-1911),  voi.  II,  Ap¬ 
pendi  n.  2,  pag.  12,  tav.  II,  fig.  8  a-b. 

5  1862;  Descr.  Forarti,  monotal.  Marne  mioc.  Messina,  parte  2a,  pa¬ 
gina  56,  n.  1,  tav.  I,  fig.  42. 


LAGENINE  terziarie  italiane 


137 


appena  accennate.  Presenta  due  orifìzi,  uno  superiore  (fig.  5) 
od  orale,  ovale,  posto  sn  d’un  leggiero  rilievo  (fig.  7),  e  l’altro 
inferiore  od  aborale  (fig.  6),  leggerissi  inamente  rilevato  e  quasi 
circolare. 


Fio.  4.  Lagena  Dervieuxi  n.  sp.  ;  faccia  X  HO. 

»  5.  Idem  ;  lato  superiore  X  HO. 

»  6.  Idem  ;  terminazione  aborale  X  HO. 

»  7.  Idem;  fianco  X  HO. 

»  8.  Idem;  sezione  principale  X  HO. 

»  9.  Lagena  striata  (D'Orbigny)  ;  faccia  X  120. 

»  10.  Idem;  sezione  principale  X  120. 

Il  suo  interno  è  semplicissimo,  mancando  affatto  i  due  no¬ 
minati  orifizi  di  qualsiasi  prolungamento  (fig.  8),  e  ripete  la 
configurazione  esterna. 

La  fig.  5  mostra  che  le  due  costicine  più  centrali  di  cia¬ 
scuna  faccia,  si  riuniscono  in  alto,  venendone  a  costituire  così 
una  sola  per  parte,  limitante  uno  specchio  liscio,  e  se  ciò  non 


138 


A.  SILVESTRI 


si  apprezza  nella  fig.  4,  il  motivo  ne  va  indubbiamente  attri¬ 
buito  al  loro  debole  rilievo,  pel  quale  il  loro  prolungamento 
scompare  alla  luce  normale,  ossia  a  45°. 

La  Lagena  descritta  è  lunga  0,36  mm.  ;  l’ho  rinvenuta  rara 
nel  tripoli  bianco-giallastro,  tortoniano,  a  Radiolarì  e  Diatomee 
di  Marmorito  (Alessandria),  favoritomi  in  esame  nel  1902  dal 
prof,  don  Ermanno  Dervieux,  cui  mi  è  oggi  gradito  poterla  de¬ 
dicare.  Offre  una  lontana  somiglianza  con  la  Lagena  corna - 
biensis  Millett  *,  del  pliocene  di  St.  Erth  in  Inghilterra,  che 
però  è  entosolenica  ed  ha  una  doppia  carena  centrale  inferiore  ; 
pel  quale  ultimo  carattere  essa  ha  poi  l’abito  di  Fissurina.  La 
mia  forma  si  approssima  poi  maggiormente  alla  Lagena  va¬ 
riata  Brady 2,  da  cui,  apparentemente  almeno,  differisce,  per 
aver  quest’ultima  la  superficie  verrucosa  anziché  costolata,  e  la 
figura  e  la  compressione  più  irregolari. 


Sezione  ectosolenica: 

3.  Lagena  striata  (D’Orbigny). 

(Fig.  9  e  10). 

Oolina  striata  D’Orbigny,  1839;  Voyage  Ame'r.  Mérid.,  voi.  V,  parte  5R 
«  F or  amini fères  »,  pag.  21,  n.  8,  tav.  V,  fig.  12. 

Lagena  substriata  Williamson,  1840;  Ann.  and  Mag.  Nat.  Hist.,  ser.  2a, 
voi.  I,  pag.  15,  tav.  I,  fig.  12. 

Oolina  Haidingeri  Czjzek,  1848;  Naturwiss.  Abhandl.  v.  Haidinger,  voi.  II, 
pag.  138,  tav.  XII,  fig.  1-2.  Pictet,  1857  ;  Traité  Paléont., 
ediz.  2a,  voi.  IY,  pag.  483. 

Ondina  sicula  Ehrenberg,  1854;  Mikrogeologie,  tav.  XXVI,  fig.  1. 

Phialina  piriformis  Costa,  1856;  Atti  Acc.  Pontaniana,  voi.  VII,  parte  1  a, 
pag.  123,  n.  1,  tav.  XI,  fig.  6:  a,  A;  fig.  10:  a,  A. 

Lagena  vulgaris  Williamson,  var.  substriata  Williamson,  1858;  Becent 
Foravi.  Great  Britain,  pag.  7,  tav.  I,  fig.  14. 

Lagena  tubulìfera  Reuss,  1858;  Zeitschr.  deutsch.  geol.  Gesellsch.,  pag.  434. 

Lagena  gracilicosta,  Heuss,  1858  ;  Zeitschr.  deutsch.  geol.  gesellsch.,  pag.  434. 

Reuss,  1862  ;  Sitzungsb.  k.  Ak.  Wiss.  Wien,  math.-naturw. 
Gl.,  voi.  XLVI,  fase.  1°,  pag.  327,  n.  15,  tav.  Ili,  fig.  42  e  43. 

1  1894;  Trans.  R.  Cornwall  Geol.  Soc.,  pag.  3  estr.,  tavola,  n.  4  a-b. 

•  1884;  Beport  Challenger,  Zoologi/,  voi.  IX,  pag.  401,  tav.  LXI,  fig.  1. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE  139 

Phialina  Haidingeri  Czjzek.  G.  Seguenza,  1862;  Descriz.  Forum,  monotal. 

Marne  mioc.  Messina,  parte  2a,  pag.  46,  n.  9,  tav.  I,  fig.  20. 

Phialina  tenuistriata  G.  Seguenza,  1862;  Descriz.  Forum,  monotal.  marne 
mioc.  Messina,  parte  2 a,  pag.  46,  n.  10,  tav.  I,  fig.  21. 

Phialina  Gemellarvi  G.  Seguenza,  1862;  Descriz.  Foravi,  monotal.  marne 
mioc.  Messina,  parte  2a,  pag.  47,  n.  13,  tav.  I,  fig.  23. 

Phialina  cylindracea  G.  Seguenza,  1862;  Descriz.  Foravi,  monotal.  marne 
mioc.  Messina,  parte  2a,  pag.  47,  n.  13,  tav.  I,  fig.  24. 

Phialina  incerta  G.  Seguenza,  1862  ;  Descriz.  F oravi,  monotal.  marne  mioc. 
Messina,  parte  2a,  pag.  47,  n.  15,  tav.  I,  fig.  26. 

Amphorina  Lyelli  G.  Seguenza,  1862  ;  Descriz.  Foravi,  monotal.  marne 
viioc.  Messina,  parte  2a,  pag.  52,  n.  11,  tav.  I,  fig.  40. 

Lagena  Haidingeri  (Czjzek).  Reuss,  1862;  Sitzungsb.  k.  Alt.  Wiss.  Wien, 
math.-naturw.  Cl.,  voi.  XLVI,  fase.  1°,  pag.  326,  n.  14, 
tav.  Ili,  fig.  41. 

Lagena  striata  (D’Orbigny).  Reuss,  1862;  Sitzungsb.  k.  Ak.  Wiss.  Wien, 
math.-naturw.  Cl.,  voi.  XLVI,  taso.  1°,  pag.  327,  n.  16, 
tav.  Ili,  fig.  44  e  45;  tav.  IV,  fig.  46  e  47.  Reuss,  1863; 
Bull.  Ac.  Roy.  Belgique,  ser.  2a,  voi.  XV,  pag.  142,  tav.  I, 
fig.  10  ed  11.  Hartwig,  1866;  The  Sea,  etliz.  3a,  pag.  381, 
fig.  a.  R.  Jones,  Parker  e  Brady,  1866;  Foravi.  Cray, 
parte  la,  pag.  35,  n.  4,  tav.  I,  fig.  38  e  39;  Appendix  II,  n.  27. 
Green,  1871;  Manual  Protozoa,  pag.  13,  fig.  3  a.  Vanden 
Broeck,  1874;  Fonds  de  la  Mer,  voi.  II,  pag.  152,  n.  30. 
Brady  e  Robertson,  1876;  Rep.  Brit.  Assoc.  for  1875,  pag.  189. 
Schwager,  1878;  in  Stohr  e  Schwager:  Boll.  R.  Comit.  Geol. 
Italia,  voi.  IX,  pag.  512,  n.  5.  G.  Seguenza,  1880;  Meni. 
R.  Acc.  Lincei,  Cl.  Se.  fis.,  mat.  e  nat.,  ser.  3a,  voi.  VI, 
pag.  217,  n.  324;  pag.  305,  n.  997;  pag.  331,  n.  420;  pag.  374, 
n.  598.  Terrigi,  1880;  Atti  Acc.  Pontif.  Nuovi  Lincei, 
voi.  XXXIII,  pag.  177,  tav.  I,  fig.  5.  Mobius,  1880;  Beitr. 
Meeresfauna  Insel  Mauritius,  pag.  89,  tav.  Vili,  fig.  3. 
Biitschli,  1880  ;  in  Bromi  :  Klassen  Ordii.  Thier-Beichs ,  pag.  197, 
tav.  VII,  fig.  7.  Green,  1881;  Amer.  Journ.  Microsc.,  pag.  46, 
tavola,  fig.  5.  R.  Jones,  1883;  in  Microgr.  Dici.,  ediz.  4a, 
pag.  452,  tav.  XXIII,  fig.  24.  Fornasini,  1883;  Boll.  Soc.  Geol. 
Italiana,  voi.  II,  pag.  180.  Brady,  1884;  Beport  Challenger 
Zoology,  voi.  IX,  pag.  460,  tav.  LVII,  fig.  19,  22,  24,  28,  29 
e  30.  Sherborn  e  Chapman,  1886;  Journ.  R.  Micr.  Soc., 
ser.  2a,  voi.  VI,  pag.  745,  tav.  XIV,  fig.  16  e  17  (var.).  For¬ 
nasini,  1886;  Boll.  Soc.  Geol.  Italiana,  voi.  IV  (1885),  pag.  194, 
n.  6.  Mariani,  1887;  in  Mariani  e  Parona:  Atti  Soc.  Ita¬ 
liana  Se.  Nat.,  voi.  XXX,  pag.  18  estr.,  n.  24.  Haeusler,  1887  ; 
Neues  Jahrb.,  voi.  I,  pag.  184,  tav.  V,  fig.  6.  Brady,  Parker 
e  R.  Jones,  1888;  Trans.  Zool.  Soc.,  voi.  XII,  parte  7a, 


140 


A.  SILVESTRI 


pag.  222,  n.  60,  tav.  XLIV,  fig.  28.  Mariani,  1888;  Atti 
Soc.  Italiana  Se.  Nat.,  voi.  XXXI,  pag.  104,  n.  21.  G.  Se- 
guenza,  1889;  in  Neviani:  Boll.  Soc.  Geol.  Italiana,  voi. Vili, 
pag.  153.  Mariani,  1890;  Note  geol.  e  paleont.  dintorni  Gir- 
genti,  pag.  9.  Fornasini,  1893;  Meni.  R.  Acc.  Se.  Bologna, 
ser.  5a,  voi.  Ili,  pag.  431,  tav.  II,  fig.  2  (—  Phialina  cilin- 
dracea  G.  Seguenza).  Egger,  1893;  Abhandl.  k.  bayer.  Ak., 
II.  Gl.,  voi.  XVIII,  parte  2a,  pag.  327,  tav.  X,  fig.  21-24  e  31. 
(Pars)  Goes,  1894;  Kongl.  Svensk.  Vetensch.-Ak.  Handling., 
voi  XXV,  n.  9,  pag.  75,  tav.  XIII,  fig.  732,  734  e  735  (non 
fig.  733  e  736).  R.  Jones,  1895;  Monogr.  Forum.  Crag, 
parte  2a,  pag.  184,  n.  6,  tav.  VII,  fig.  8.  A.  Silvestri,  1896; 
Meni.  Ponti f.  Acc.  N,  Lincei,  voi.  XII,  pag.  112,  n.  84, 
tav.  II,  fig.  16  e  17.  Fornasini,  1897  ;  Rendic.  R.  Acc.  Se. 
Bologna,  n.  s.,  voi.  II  (1897-1898),  pag.  16,  n.  4,  tav.  II, 
fig.  3  e  4  (=  Phialina  piriformis  Costa).  Van  den  Broeck, 
1898;  Bnll.  Séances  Soc.  R.  Malac.  Belgique,  voi.  XXXIII, 
pag.  XLV,  n.  26.  Scliubert,  1900;  Sitzungsb.  Dentsch.  na- 
tnrw.-medic.  Ver.  BOmen  «  Lotos  »,  voi.  XX,  pag.  41. 
Chapman,  1900;  Proceed.  Geol.  Assoc.,  voi.  XVI,  parte  6a, 
pag.  269,  n.  12.  Millett,  1901;  Journ.  R.  Micr.  Soc.,  pag.  487. 
A.  Silvestri,  1902;  Mera.  Pontif.  Acc.  N.  Lincei,  voi.  XIX, 
pag.  159,  n.  21,  fig.  59-61.  Millett,  1904;  in  Mellard  Reade: 
Proceed.  Liverpool  Geol.  Soc.,  1903-1904,  pag.  7.  Millett, 
1905;  in  Bellamy  e  Jukes-Browne,  The  Geology  of  Cyprus, 
Appendix  III,  pag.  71.  Earland,  1905  ;  Jonrn.  Quekett  Micr. 
Club,  pag.  211.  Sidebottom,  1906;  Mera,  and  Proceed.  Man¬ 
chester  Lit.  and  Phil.  Soc.,  voi.  L.  parte  2a,  n.  5,  pag.  2. 
Chapman,  1906;  Trans.  New  Zealand  Instit.,  voi.  XXXVIII 
(1905),  pag.  78  e  91.  R.  M.  Bagg,  1908  ;  Proceed.  U.  S.  Na¬ 
tional  Mnseuin,  voi.  XXXIV,  n.  1603,  pag.  142.  (Pars)  Si¬ 
debottom,  1910;  Meni,  and  Proceed.  Manchester  Lit.  and 
Phil.  Soc.,  voi.  LIV,  parte  3a,  n.  16,  pag.  15,  tav.  I,  fig.  16 
(non  fig.  19  e  20,  e  non  tav.  II,  fig.  1).  Heron-Allen  ed  Ear¬ 
land,  1909;  Jonrn.  R.  Micr.  Soc.,  pag.  423,  n.  95.  Chapman, 
1910;  Linn.  Soc.  Journ.,  Zoology,  voi.  XXX,  pag.  408.  Sclm- 
bert,  1911;  Abhandl.  k.  k.  geol.  Reichsanst.,  voi.  XX, 
fase.  41',  pag.  68.  (Pars)  Sidebottom,  1912;  Journ.  Quekett 
Micr.  Club,  ser.  2a,  voi.  XI,  pag.  386,  tav.  XV,  fig.  6,  8  e  10 
(non  fig.  7  e  9). 

Lagena  caepulla  Schwager,  1866;  Novara-Exped.,  geol.  Tlieil,  voi.  II, 
pag.  205,  tav.  IV,  fig.  20  «  e  20  b. 

Lagena  Lyelli  (G.  Seguenza).  Vanden  Broeck,  1874;  Fonds  de  la  Mer, 
voi.  II,  pag.  152,  n.  33.  G.  Seguenza,  1880:  Meni.  R.  Acc. 
Lincei,  Cl.  Se.  fis.,  mat.  e  nat.,  ser.  3a,  voi.  VI,  pag.  135, 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


141 


n.  545;  pag.  217,  n.  328;  pag.  305,  n.  1001;  pag.  374,  n.  604. 
Millett,  1908;  Recent  Forarti.  Galway,  pag.  5  e  7,  tav.  II, 
fig.  2.  (Pars)  Sidebottom,  1910;  Mem.  and.  Proceed.  Man¬ 
chester  Lit.  and  Phil.  Soc.,  voi.  LIV,  parte  3a,  n.  16,  pag.  15, 
tav.  I,  fig.  13,  14,  15  e  17  (non  fig.  18?). 

Lagenulina  striata  (D’Orbigny).  Tercpiem,  1876;  Essai  Class.  Anim.  Plage 
Dunlcerque,  pag.  68,  tav.  VII,  fig.  7. 

Lagena  cylindracea  (G.  Segnenza).  G.  Seguenza,  1880;  Mem.  R.  Acc.  Lincei, 
Cl.  Se.  fis.,  mat.  e  nat.,  ser.  3a,  voi.  VI,  pag.  135,  n.  542; 
pag.  217,  n.  325;  pag.  305,  n.  999;  pag.  331,  n.  442. 

La  specie  Lagena  striata  (D’Orbigny)  cora’è  intesa  dagli 
autori  moderni,  ossia  nei  limiti  della  superiore  sinonimia,  re¬ 
sulta  polimorfa,  ma  non  è  improbabile  che  le  future  indagini 
strutturali  sulle  forme  compresevi,  obblighino  in  seguito  gli  spe¬ 
cialisti  a  scinderla  in  vari  gruppi  tassinomici,  essendoché  s’è 
data  finora  troppa  importanza  ai  caratteri  della  sua  ornamen¬ 
tazione,  e  poca  invece  a  quelli  della  configurazione  del  nicchio 
e  della  sua  struttura.  Però,  in  ogni  caso,  fin  qui  il  nicchio  stesso 
è  considerato  come  ectosolenico. 

Stando  al  criterio  della  configurazione  esterna  del  plasmo- 
straco,  dovrebbe  riunirsi  alla  L.  striata  (D’Orb.)  la  L.  silicata 
(Walker  e  Jacob)  finora  separatane  a  motivo  delle  costole  più 
rade  che  ne  ornano  la  superficie. 

La  Lagena  che  oggi  attribuisco  alla  specie  striata  del  D’Or¬ 
bigny,  rinvenuta  rarissima  nell’argilla  grigia  pliocenica  della 
contrada  Montagna  presso  Riesi,  nelle  vicinanze  di  Caltagirone 
(Catania)  (fig.  9),  è  distoma  (fig.  10);  non  corrisponde  al  tipo 
specifico,  che  ha  l’aspetto  d’un  fiasco  depresso  ed  ornato  di  fit¬ 
tissime  e  finissime  costicine  longitudinali,  ma  molto  rassomi¬ 
gliasi  all’esemplare  delle  marne  giallastre  zancleane  di  Rometta 
nel  Messinese,  illustrato  nel  1862  da  G.  Seguenza  col  nome  di 
Amphorina  Lyelli 1  2,  come  all’altro  delle  sabbie  del  Vaticano, 
fatto  conoscere  nel  1880  dal  Terrigi  qual  Lagena  striata  D’Or- 


1  «  Serpula  (Lagena)  striata  silicata  rotundata  »  Walker  e  Boys,  1784; 
Testacea  minuta  rariora,  pag.  2,  tav.  I,  fig.  6. 

Serpula  (Lagena)  silicata  Walker  e  Jacob,  1798;  in  Adams,  Fssays 
on  thè  Microsc.,  ediz.  2a  (di  Kanmacher),  pag.  634,  tav.  XIV,  fig.  5. 

2  Vedasi  la  sinonimia  anteposta  a  quest’articolo. 


142 


A.  SILVESTRI 


bigny  1  ;  dirò  anzi  che  dal  primo  sembra  differisca  soltanto  per 
aver  le  costicine  più  fitte  —  le  figure  del  Seguenza  non  sono 
troppo  nitide,  per  cui  non  permettono  un  confronto  molto  mi¬ 
nuto  —  e  dal  secondo  per  la  minor  regolarità  delle  costicine 
medesime  in  confronto  con  questo.  Tali  costicine  nel  mio  cam¬ 
pione  presentansi  difatti  spezzate  qua  e  là  (fig.  9),  e  compari¬ 
scono  anche  nel  collo  deH’orifizio  orale.  Questo  collo  devesi  con¬ 
siderare  rotto  al  livello  d’un  ispessimento  anulare,  a  giudicarne 
dalla  sezione  riprodotta  nella  fig.  10,  da  cui  rilevasi  poi,  pei 
particolari  della  terminazione  aborale,  che  non  si  tratta  d’una 
loggia  di  Nodosaria,  bensì  di  vera  e  propria  Lagena. 

Ad  onta  delle  costicine  meno  regolari,  il  campione  in  di¬ 
scorso  offre  anche  somiglianza  con  l’individuo  della  «  London 
Clay  »  di  Piccadilliy  presso  Londra,  figurato  nel  1886  daSher- 
born  e  Chapman  al  n.  17  della  loro  tav.  XIV  2,  ed  attribuito 
a  varietà  della  Lagena  striata  (D’Orb.). 

Il  suo  nicchio  è  liscio  e  vitreo;  vi  spiccano  poco  le  costi¬ 
cine  scorrenti  da  un  polo  all’altro,  a  motivo  del  loro  debole  ri¬ 
lievo;  come  già  ho  detto,  le  costicine  stesse  in  alcuni  punti  in- 
terromponsi,  e  ciò  accade  nella  regione  equatoriale,  o  presso 
questa  (fig.  9).  La  lunghezza  massima  misurata  tra  i  due  rilievi 
terminali  è  di  appena  0,30  mm. 

La  Lagena  striata  (D’Orb.),  intesa  nel  senso  di  cui  sopra, 
ha  una  distribuzione  geologica  e  geografica  molto  vasta:  fossile 
si  ricorda  nell’argilla  bruna  dell’eocene  («  London  Clay  »)  di 
Piccadilly  presso  Londra,  nell’argilla  oligocenica  a  Septarie  di 
Pietzpuhl  nella  Germania,  e  fu  trovata  molto  rara  nel  «  Tegel  » 
miocenico  di  Slischin  e  di  Altstadt  nella  Moravia  ;  resulta  però 
esistente  anche  nel  miocene  di  Malta,  comune  nel  miocene  («boi- 
derien  »)  d’Anversa  nel  Belgio,  molto  rara  nel  miocene  di  Baden 
nel  bacino  di  Vienna,  rarissima  nelle  argille  tortoniane  di  Car- 
Nicobar  nelle  Isole  Nicobare,  semplicemente  rara  nella  marna 
bluastra  tortoniana  del  Capo  S.  Marco  in  Sardegna,  piuttosto  fre¬ 
quente  nel  tufo  tortoniano  di  Stretto  presso  Girgenti,  scarsa  nel¬ 
l’argilla  tortoniana  di  Benestare  (Calabria)  ;  è  stata  segnalata 

1  Vedasi  la  sinonimia  anteposta  a  quest’articolo. 

*  Idem  idem. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


143 


nel  pliocene  («scaldisian  »)  del  Belgio,  molto  comune  nel  pliocene 
di  St.  Erth  in  Cornovaglia,  e  come  esistente  anche  in  Inghil¬ 
terra  nel  «  Coralline  Crag  »  di  Broom-Hill,  Gedgrave,  Sudbourne 
e  Sutton,  mentre  è  stata  rinvenuta  pure  nel  «  Crag  »  d’Antwerp, 
nella  marna  pliocenica  di  Myrton  a  Cipro,  frequente  nella  marna 
argillosa  pliocenica  azzurrognola  del  Ponticello  di  Sàvena  nel 
Bolognese,  poi  nella  marna  turchina  della  Fossetta  nel  Mode¬ 
nese,  rarissima  nelle  marne  azzurrognole  plioceniche  di  Savona 
in  Liguria,  scarsissima  nelle  sabbie  gialle  Vaticane,  rara  nelle 
argille  turchine  plioceniche  del  Palazzo  di  Piero  e  di  S.  Qui- 
rico  nella  provincia  di  Siena,  comune  nell’argilla  sabbiosa  gial¬ 
lastra  di  San  Pietro  in  Lama  presso  Lecce,  rara  nell’argilla 
grigia  di  Taranto,  rara  nelle  marne  zaucleane  di  Seminara,  Palmi 
e  Gerace,  nella  provincia  di  Reggio-Calabria,  ma  comune  nelle 
medesime  marne  a  Gerace,  nell’istessa  provincia  ;  esiste  poi  nella 
marna  zancleana  di  Cattolica  (Girgenti),  ed  è  comune  nelle 
marne  giallastre  zancleane  diRometta  (Messina),  scarsissima  nelle 
bianche  zancleane  di  Scoppo  (Messina),  pure  scarsissima  nelle 
sabbie  plioceniche  sottostanti  alla  breccia  conchiglifera  dei  din¬ 
torni  di  Girgenti  ;  esiste  eziandio  nella  marna  pliocenica  a  Pte¬ 
ropodi  di  Sainabas  nell’Arcipelago  di  Bismarck,  e  fu  trovata 
rara  nelle  marne  astiane  di  Reggio  e  dintorni  e  di  Vito  presso 
il  medesimo  Reggio  (Calabria),  comune  nell’argilla  sabbiosa  plei¬ 
stocenica  (piano  siciliano)  di  Monosterace  nella  provincia  di 
Reggio-Calabria;  venne  poi  anche  riconosciuta  nel  quaternario 
(«  Rabbie  Drift  »)  presso  Portslade  (Sussex)  e  rarissima  in  quello 
(postglaciale)  d’Altcar  nella  Gran  Bretagna,  e  ciò  mentre  re¬ 
sultava  comune  nelle  sabbie  della  zona  superiore  del  quater¬ 
nario  di  Bovetto  (Reggio-Calabria)  ;  secondo  qualche  autore,  sa¬ 
rebbe  comparsa  pure  nel  post-terziario  della  Norvegia  J. 


1  Per  non  ingombrare  ed  appesantire  —  son  già  pesanti  per  loro 
natura  —  le  superiori  indicazioni  concernenti  la  distribuzione  geologica 
della  Lagena  striata  (D’Orb.),  e  le  successive,  che  ne  riguardano  la  geogra¬ 
fica,  vi  ho  omesso  i  nomi  degli  autori  ed  i  titoli  delle  pubblicazioni  da 
cui  le  ho  desunte:  ho  creduto  poterlo  fare  senza  inconvenienti,  perchè 
gli  uni  e  gli  altri  resultano  dalla  sinonimia  premessa  alla  trattazione 
della  nominata  specie.  Lo  stesso  ripeto  per  le  specie  successivamente  con¬ 
siderate. 


144 


A.  SILVESTRI 


Recente  \  la  Lagena  striata  (D’Orb.),  sempre  considerata 
nel  senso  sopra  indicato,  resulta  comune  nelle  acque  basse  dei 
mari  artici  ed  antartici,  e  cioè  a  piof.  da  85  a  100  m.,  ma  vi 
si  rinviene  anche  a  prof,  di  631  m. 1  2,  come  p.  es.  nel  Pacifico 
settentrionale,  e  perfino  di  1097  m.,  mentre  ne’  mari  tempe¬ 
rati  e  tropicali  trovasi  generalmente  a  profondità  maggiori, 
ossia  dai  1957  ai  5011  m.,  quantunque  nel  Tirreno  sia  stata  ri¬ 
scontrata  a  quelle  di  appena  69  e  292  in.;  sono  da  ricordarsi 
in  particolare  i  rinvenimenti  seguenti;  al  largo  del  porto  di 
Palermo  (prof,  da  26  a  37  ni.),  presso  la  costa  dell’Isola  di 
Deio  nell’Arcipelago  Greco  (prof,  da  15  a  26  m.),  nei  paraggi 
del  banco  d’Abrohlos  nell’Atlantico  settentrionale  (prof,  di  1097  m.), 
sulle  spiagge  di  Galway  (rarissima)  e  di  Bognor  (Sussex,  raris¬ 
sima)  in  Inghilterra,  sulla  spiaggia  di  Dunkerqne,  nel  golfo  di 
Guascogna  (foce  dell’Adour  e  nel  bacino  d’Arcachon),  nelle  acque 
basse  dell’ Arcipelago  Malese  (v’è  abbondante),  presso  le  coste  delle 
Malvine,  in  prossimità  delle  Isole  Hawai  (prof,  di  1046,  1562 
e  2390  m.),  presso  l’atollo  di  Funafuti  (Isole  Ellice,  frequente 
a  1920,  4203  e  4966  in.),  ed  al  largo  dell’Isola  Great-Bar- 
rier  al  nord  della  Nuova  Zelanda  (rarissima,  ed  alla  prof,  di 
201  m.). 


1  Preferisco  dire  recente  anziché  vivente,  come  di  solito  si  scrive, 
perchè  le  notizie  sulla  distribuzione  topografica  e  batometrica  dei  Rizo- 
podi  reticolari  in  generale,  si  riferiscono  quasi  sempre,  non  alle  condi¬ 
zioni  vere  di  vita  delle  loro  specie  o  forme,  ma  invece  a  quelle  del  rin¬ 
venimento  del  nicchio  di  esse,  il  quale  rinvenimento  può  dipendere  e 
spesso  dipende,  come  nel  caso  presente  in  cui  si  tratta  per  lo  più  di 
forme  pelagiche,  da  circostanze  puramente  accidentali.  È  in  mancanza  di 
meglio  che  pel  momento  ci  dobbiamo  contentare  di  tali  notizie,  le  quali 
biologicamente  valgono  ben  poco,  però  possono  forse  riuscire  utili  nei 
riguardi  della  geografia  geologica. 

2  Ho  preferito  sopprimere,  perchè  avrebbe  dato  una  precisione  illu¬ 
soria,  convertendola  però  in  intero,  se  superiore  a  0,5,  la  parte  frazio¬ 
naria  che  in  questo  ed  in  altri,  e  molti,  dati  batometrici,  resultava  dalla 
conversione  dei  fathoms  (il  fathom,  misura  inglese  delle  lunghezze  co¬ 
munemente  adattata  per  valutare  le  profondità  marine,  è  noto  che  cor¬ 
risponde  ad  1,829  m.),  nei  quali  essi  dati  erano  per  la  maggior  parte 
espressi  dagli  autori,  in  metri. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


145 


4.  Lagena?  sp. ? 

(Fig.  11,  12  e  13). 

L’esemplare  del  tripoli  bianco-giallastro,  tortoniano,  a  Ka- 
diolari  e  Piatomee  di  Marmorito  (Alessandria),  qui  rappresen¬ 
tato  pei  caratteri  esterni  con  le  fig.  11  e  12,  ed  al  quale  non 
mi  perito  dare  un  nome  specifico,  essendo  esso  incompleto  dal  lato 


Fig.  IL  Lagena?  sp. ?;  lato  X  80. 

»  12.  Idem  -,  faccia  anteriore  X  80. 

»  13.  Idem;  sezione  principale  X  80. 

»  14.  Lagena  gracillìma  (G.  Seguenza)  ; 

faccia  X  107. 

»  15.  Idem;  sezione  principale  X  167. 

orale  e  resultandone  incerto  il  genere,  sembrerebbe  a  tutta  prima 
la  parte  inferiore  della  var.  inornata  Brady  d e\V  Articulina 
fanalis  Brady  *,  cioè  della  Tubinella  inornata  (Brady) 1  2,  ma  la 
mancanza  assoluta  di  segmentazioni  in  esso  e  la  sua  pic- 

1  1884;  Report  Challenger,  Zoologi/ ,  voi.  IX,  pag.  186,  tav.  XIII, 
fig.  3-5.  Per  confronto  si  veda  però  anche  la  fig.  10  della  stessa  tavola, 
concernente  il  frammento  inferiore  d’un  individuo  (V Articulina  funalis, 
specie  e  non  varietà. 

2  È  questo  il  nome  proposto  dal  Rhumbler  per  la  varietà  in  di¬ 
scorso:  1906;  Zool.  Jahrb.  di  J.  W.  Spengel,  voi.  XXIV,  fase.  1°,  pag.  27, 
tav.  II,  fig.  4. 


10 


146 


A.  SILVESTRI 


colezza,  me  lo  fanno  escludere  dal  genere  Tubìnella  Rhum- 
bler  1  ;  l’esistenza  poi  nel  medesimo  esemplare,  nella  parte  in¬ 
feriore,  d’un  foro  con  breve  sifone  introflesso  (fig.  13),  e  la  ca¬ 
vità  interna  unica,  ossia  non  suddivisa  (fig.  13),  m’inducono  a 
riferirlo,  ben  inteso,  con  riserva,  a  forma  eccezionale  di  Lagena. 
E  la  riserva  s’impone  poi  sotto  un  altro  riguardo  :  il  saggio  in 
questione  ha  pareti  sottili  (fig.  13),  biancastre  e  spulite,  il  quale 
ultimo  carattere,  resultante  dalla  fossilizzazione,  è  comune  a 
tutte  le  forme  della  suddetta  roccia  di  Marmorito,  ma  oblitera 
in  questo  caso  l’altro  insito  nella  tessitura  del  plasmostraco,  di 
fibrosità  (e  spesso  anche  porosità)  o  porcellaneità  di  dette  pa¬ 
reti,  per  la  qual  cosa  non  mi  è  possibile  stabilire  con  certezza 
assoluta,  se  si  tratti  di  forma  appartenente  ai  Rizopodi  orto- 
stili  (nicchio  fibroso,  spesso  poroso),  ovvero  ai  fìessostili 2  (nic¬ 
chio  porcellanico),  ed  è  noto  che  mentre  il  genere  Tab inetta  e d 
il  Lagena  appartengono  ai  primi,  V Articnlina  D’Orb.  (s.  str.) 
spetta  invece  ai  secondi,  sebbene  Tubinetta  ed  Articulina  ab¬ 
biano  costituito  per  autorità  scientifiche  come  il  Brady  3  ed  il 
Millett  4  un  sol  genere. 

La  figura  esterna  dell’esemplare  di  Marmorito  è  semplicis¬ 
sima:  si  ha  un  segmento  cilindrico,  terminato  inferiormente 
da  un  ingrossamento  irregolare  ricordante  la  forma  d’un  piede 
rattrappito  (fig.  11  e  12);  misura  nel  complesso  la  lunghezza 
di  0,60  mm. 

5.  Lagena?  gracillima  (G.  Seguenza). 

(Fig.  14  e  15). 

«  Testae. . .  fusiformes  »  Soldani,  1798;  Testac.  ac  Zoopliyt.,  voi.  II,  pag.  37, 
vas  CXXI,  tav.  XII,  fig.  Q. 

Amphorina  xjracilis  Costa,  1856;  Atti  Acc.  Pontaniana,  voi.  VII,  parte  1 a, 
pag.  121,  n.  1,  tav.  XI,  fig.  11  :  a,  A. 

1  II  genere  Tubìnella  è  stato  fondato  dal  suddetto  Rhumbler  nel 
1906,  e  trovasi  descritto  a  pag.  25  del  lavoro  del  medesimo,  dal  titolo 
«  Foraminiferen  von  Laysan  und  den  Chatham- Inselvi  »  (Zool.  Jahrb.  di 
J.  W.  Spengel,  voi.  XXIV,  fase.  1°,  pag.  21-80,  tav.  II-V.  Jena,  1906. 

2  N.  26  della  Bibliografia,  pag.  lxxii. 

3  Loc.  cit.  nella  nota  n.  1  della  precedente  pagina. 

4  1898;  Journ.  Microsc.  Soc.  London,  pag.  513. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE  147 

Amphorina  gracillima  (4.  Seguenza,  1862;  Deserte.  Forum,  monotal.  Marne 
mioc.  Messina,  parte  2a,  pag.  51,  n.  8,  tav.  I,  fig.  37. 

Amphorina  distorta  G.  Seguenza,  1862;  Deserte.  Forum,  monotal.  Alarne 
mioc.  Messina,  parte  2a,  pag.  52,  n.  9,  tav.  I,  fig.  38. 

Lagena  distoma-polita  Parker  e  R.  Jones,  1865;  Phil.  Trans.,  pag.  357, 
tav.  XIII,  fig.  21;  tav.  XVIII,  fig.  8. 

Lagena  gracillima  (G.  Seguenza).  R.  Jones,  Parker  e  Brady,  1866;  Mo- 
nogr.  Forum.  Grag,  parte  la,  pag.  45,  n.  11,  tav.  I,  fig.  36 
e  37.  Brady,  1870;  Ann.  and  Mag.  Nat.  Hist.,  ser.  4a,  voi.  VI, 
pag.  292,  tav.  I,  fig.  6  a-c.  G.  M.  Dawson,  1871;  Amer.  Journ. 
Se.,  ser.  3a,  voi.  I,  pag.  206,  fig.  10;  Ann.  and  Mag.  Nat.  Hist., 
ser.  4a,  voi.  VII,  pag.  87,  fig.  10.  Vanden  Broeck,  1874;  Fonds 
de  la  Mer.,  voi.  II,  pag.  152,  n.  35.  G.  Seguenza,  1880;  Meni. 
R.  Acc.  Lincei,  Cl.  Se.  tìs.,  mat.  e  nat.,  ser.  3a,  voi.  VI, 
pag.  217,  n.  322;  pag.  305,  n.  992.  Biitschli,  1880;  in  Broun: 
Klassen  Orda.  Thier-Beichs,  pag.  197,  tav.  VII,  fig.  20.  (Pars) 
Fornasini,  1883;  Boll.  Soc.  Gcol.  Italiana,  voi.  II,  pag.  185 
(non  tav.  II,  fig.  5).  (Pars)  Brady,  1884;  Report  Challenger, 
Zoology,  voi.  IX,  pag.  456,  tav.  LVI,  fig.  20,  24-28  (non  fig.  21, 
22  e  23).  Fornasini,  1886;  Boll.  Soc.  Geol.  Italiana,  voi.  IV 
(1885),  pag.  194,  n.  5;  voi.  V,  pag.  236,  n.  359  (fig.  Q ,  tav.  XII 
della  Testac.  ac  Zoophyt.  del  Soldani).  Fornasini,  1889;  Mi¬ 
nute  forme  Rizop.  Marna  plioc.  Ponticello  di  Savena,  pag.  2, 
fig.  11.  Egger,  1893;  Abhandl.  k.  bayer.  Akad.  Wiss.,  II  Cl., 
voi.  XVIII,  fase.  2°,  pag.  330,  tav.  X,  fig.  12.  Corti,  1894;  Rendic. 
R.  Ist.  Lombardo  Se.  e  Lett.,  ser.  2a,  voi.  XXVII,  pag.  10  estr. 
(Pars)  Goes,  1894;  Kongl.  Svensk.  Vetensch.-Akad.  Hand- 
ling.,  voi.  XXV,  n.  9,  pag.  75,  tav.  XII,  fig.  729  (non  728  e 
730).  R.  Jones,  1895;  Monogr.  Forum.  Grag,  parte  2a,  pag.  183, 
n.  5.  A.  Silvestri,  1896;  Meni.  Pontif.  Acc.  N.  Lincei,  voi.  XII, 
pag.  109,  n.  80.  Fornasini,  1897  ;  Rendic.  R.  Acc.  Se.  Bologna, 
11.  s.,  voi.  II  (1897-1898),  pag.  16,  n.  2,  tav.  II,  fig.  1  (=  Am¬ 
phorina  gracilis  Costa).  Flint,  1899;  Report  U.  S.  National 
Museum  for  1897,  pag.  306,  tav.  LIII,  fig.  3.  A.  Silvestri, 
1900,  Meni.  Pontif.  Acc.  N.  Lincei,  voi.  XVII,  pag.  245, 
tav.  VI,  fig.  42.  Schubert,  1900;  Sitzungsb.  Deutsch.  na- 
turw.  medicin.  Ver.  Bohmen  «  Lotos  »,  voi.  XX,  pag.  4L 
Millett,  1901  ;  Journ.  R.  Micr.  Soc.  London,  pag.  491.  Chapman, 
1906;  Trans.  New  Zealand  Instit.,  voi.  XXXVIII  (1905), 
pag.  78  e  91.  Millett,  1908;  Recent  Forum.  Galway,  pag.  5. 
Heron-AUen  ed  Earland,  1911;  Journ.  R.  Micr.  Soc.  London, 
pag.  319,  n.  343.  Sidebottom,  1912;  Journ.  Quekett  Micr. 
Club,  serie  2a,  voi.  XI,  pag.  384. 

Lagena  mlgaris  Williamson,  var.  distoma-polita  Parker  e  R.  Jones.  (Pars) 
O.  Jones,  1872  ;  Trans.  Limi.  Soc.,  voi.  XXX,  pag.  64,  tav.  XIX, 
fig.  55  e  56  (non  fig.  53,  54  e  57). 


148  A.  SILVESTRI 

(Specie  non  nominata)  De  Folin,  1877;  Le  Naturalista,  voi.  IX,  pag.  140, 
fig.  20  b. 

Lagena  gracilis  (Costa).  G.  Seguenza,  1880;  Mem.  R.  Acc.  Lincei,  Cl.  Se. 

tìs.,  mat.  e  nat.,  ser.  3a,  voi.  VI,  pag.  305,  n.  991  ( Lagena  ? 
gracilis  (Costa))  A.  Silvestri,  1902;  Mem.  Pontif.  Acc.  N.  Lin¬ 
cei,  voi.  XIX,  pag.  160,  n.  23. 

Dentalina  communis  D’Orbignv.  Haeusler,  1887;Neues  Jalirb.,  parte  1”, 
pag.  189,  tav.  V,  fig.  50. 

Il  Costa,  nel  1856  così  descrisse  una  Lagena  cui  dette  il 
nome  di  Amphorina  gracilis:  «  A.  testa  fusiformi,  superne  valete 
elongata,  utraque  extremitate  in  canaliculum  producta,  anteriore 
parum  longiore;  alba ».  —  «Conchiglia  gracile,  piccolissima, 
quasi  composta  da  due  coni  riuniti  per  la  base,  alquanto  più 
allungata  nell’anteriore  parte,  terminata  d’ambo  l’estremità  da 
un  prolungamento  tuboloso,  il  posteriore  più  acuto;  bianca  ni 
tida,  levigatissima,  non  trasparente  ».  —  «  Lutigli.  0,7  mill.  ». 
—  «  Proviene  dall’argilla  figulina  di  S.  Pietro  in  Lama  presso 
Lecce.  Assai  rara  »1  2 3. 

Perfettamente  corrispondente  a  questa  descrizione,  ma  un  po’ 
più  sfilata  di  quella  riprodotta  con  la  fig.  11,  tav.  XI,  dell’au¬ 
tore  citato,  è  la  Lagena  qui  rappresentata  con  la  figura  14  di 
pag.  145,  rinvenuta  rara  nelle  marne  gialle  zancleane  di  Bon- 
fornello  presso  Termini-Imerese  (Palermo).  Come  però  giusta¬ 
mente  osservò  il  Fornasini  nel  1897  non  può  per  la  specie 
in  discorso  adottarsi,  essendo  stato  abbandonato  il  genere  Am¬ 
phorina,  il  nome  specifico  di  Lagena  gracilis  (Costa),  benché 
esso  nella  premessa  sinonimia  apparisca  il  primo,  e  ciò  pel  mo¬ 
tivo  che  il  Williamson  usò  anteriormente  ancora,  ossia  nel 
1848,  il  termine  gracilis  per  altra  Lagena  4  ;  convien  sostituirlo 
con  quello  di  Lagena  gracillima  (G-.  Seguenza),  ricavato  dall’J.m- 
phorina  gracillima  del  1862,  fondata  sopra  esemplari  comuni 
nelle  marne  giallastre  zancleane  di  Bometta  nel  Messinese. 

I  miei  campioni,  che  son  lunghi  circa  0,25  mm.  appena, 
dimostrano  nella  sezione  fattane  (fig.  15)  una  struttura  sempli- 

1  Vedasi  la  sinonimia,  ad  Amphorina  gracilis. 

2  Idem. 

3  N.  19  della  Bibliografia,  pag.  16,  n.  2. 

4  N.  53  della  Bibliografia,  pag.  13,  tav.  I,  fig.  5. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


149 


cissima,  resultando  indivisa  e  mancante  di  sifoni  introflessi  la 
cavità  interna,  però  nella  terminazione  la  quale  nella  fig.  15 
è  situata  inferiormente,  s’osserva  come  uno  strozzamento  che  dà 
a  pensare  abbia  potuto  tale  terminazione  aver  un  seguito,  a 
somiglianza  di  quel  che  osservasi  nella  fig.  57,  tav.  XIX,  di 
0.  Jones,  attribuita  ad  «  elongated,  three-chambered  distomatous 
forni  »  della  Lagena  vulgaris  Williamson,  var.  distoma-polita 
Parker  e  R.  Jones;  forma  illustrata  nel  1872  1  come  dragata 
in  acque  profonde,  presso  Giava. 

Alla  Lagena  gracillima  (G.  Seg.)  non  ho  aggregato  nella 
sinonimia  la  forma  a  pipetta,  trovata  molto  rara  dal  Chapman 
nel  «  Gault  »  di  Folkestone,  ed  indicatavi  nel  1 893  sotto  questo 
nome  ~,  perchè  il  contorno  ne  è  diverso,  e  perchè  la  dilatazione 
al  termine  del  sifone  posto  in  alto  nella  relativa  figura,  fa  so¬ 
spettare  sia  da  identificarsi  con  una  loggia  di  Nodosaria. 

La  Lagena  così  trattata  era  nota  qual  specie  molto  comune, 
ma  più  recente  che  fossile,  nella  quale  ultima  condizione  tro¬ 
vasi  indicata  nel  giurassico  della  Svizzera,  nel  «  Tegel  »  mio¬ 
cenico  di  Tiirnau  e  di  Mitteldorf  nella  Moravia  settentrionale, 
dov’è  però  molto  rara,  mentre  è  resultata  comune  nelle  marne 
zancleane  della  Portigliela,  di  Gerace  e  di  Palmi,  nella  pro¬ 
vincia  di  Reggio-Calabria;  rara  nelle  marne  astiane  di  Ardore, 
Vito,  Reggio  e  dintorni,  sempre  nella  medesima  provincia;  co¬ 
mune  nelle  marne  giallastre  zancleane  di  Rometta  nel  Messi¬ 
nese  ;  rara  nella  marna  del  pliocene  inferiore  del  Ponticello  di 
Sàvena  nel  Bolognese;  molto  rara  nell’argilla  giallastra  plioce¬ 
nica  di  S.  Pietro  in  Lama  presso  Lecce.  Esiste  poi  anche  nelle 
argille  turchine  plioceniche  di  S.  Donnino  e  Ceraiolo  nella  pro¬ 
vincia  di -Siena,  nelle  argille  dei  lembi  pliocenici  di  Paino  in 
Lombardia,  nel  pliocene  di  St.-Erth  ed  in  quello  («  Coralline 
Crag  »)  di  Sutton  in  Inghilterra,  dov’è  rara,  nei  depositi  post¬ 
terziari  dell’ovest  della  Scozia,  del  nord-est  dell’ Irlanda,  e  della 
Norvegia. 

1  N.  24  della  Bibliografia,  pag.  64  e  68.  Lagena  vulgaris  Williamson, 
var.  distoma  Parker  e  R.  Jones,  subvar.  distoma-polita  Parker  e  R.  Jones, 
nella  spiegazione  delle  figure  contenute  nella  tav.  XIX,  a  pag.  68. 

2  Lagena  gracillima  (Seguenza).  Chapman,  1893;  Journ.  R.  Mici'.  Soc., 
pag.  582,  tav.  Vili,  fig.  6. 


150 


A.  SILVESTRI 


Recente,  la  Lagena  gracillima  si  è  osservata  nei  sedimenti 
marini  di  quasi  tutte  le  latitudini,  sia  nelle  acque  basse  d’e¬ 
stuario,  come  al  largo  degli  oceani  alla  profondità  di  4207  m.; 
e  per  dare  qualche  indicazione  di  dettaglio,  ricorderò  il  rinve¬ 
nimento  d’esemplari  della  specie  nel  Tirreno  (scarsissimi  ed  a 
prof,  di  69  m.\  nel  Golfo  di  Guascogna  (foce  dell’Adour,  a  prof, 
non  determinata),  sulle  spiagge  di  Galway  e  di  Durham  in 
Inghilterra  (rara),  nell’Oceano  Glaciale  Artico  presso  le  Spitz- 
bergen  (prof,  di  900  m.),  nelle  vicinanze  delle  coste  della  Nor¬ 
vegia,  in  vari  saggi  di  fondo  dell’Atlantico  ed  in  particolare  in 
prossimità  della  costa  degli  Stati  Uniti,  nel  Golfo  del  Messico 
(prof,  da  384  a  3257  m.),  ma  anche  nei  paraggi  delle  coste 
dell’ Affrica  occidentale  (rara  ed  a  prof,  di  347  m.),  poi  nello 
Oceano  Indiano,  presso  l’Isola  Maurizio  (prof.  347,  rara),  nello 
Oceano  Pacifico  e  precisamente  presso  la  Nuova  Amsterdam  (prof, 
di  1485  m.,  rara),  vicino  alle  coste  ed  ai  banchi  coralligeni  del¬ 
l’Australia  (dalla  spiaggia  a  prof,  di  1187  in.,  rara),  come  p.  es. 
nei  paraggi  di  Melbourne  ed  a  Swan-River,  ed  anche  nelle 
vicinanze  di  Galewostrasse  nella  Polinesia  (prof,  di  3  m.,  rara), 
nelle  acque  basse  dell’Arcipelago  Malese,  benché  pure  alla  prof, 
di  1975  m.  nel  Mare  di  Giava,  a  16  km.  a  sud  dall’Isola  San- 
dalwood;  finalmente,  al  largo  dell’Isola  Great-Barrier  al  setten¬ 
trione  della  Nuova  Zelanda  (prof,  di  201  m.,  rarissima). 


6.  Lagena?  cl avata  (G.  Seguenza). 

(Fig.  16  e  17). 

Phiaìina  clavata  G.  Seguenza,  1862  ;  Descr.  Foravi,  monotal.  Marne  mioc. 
Messina,  parte  2a,  pag.  45,  n.  6,  tav.  I,  fig.  17. 


Nelle  marne  bianche  zancleane  di  Scoppo  presso  Messina, 
rinvenne  G.  Seguenza  nel  1862,  e  rappresentata,  come  nel  caso 
mio,  da  un  solo  individuo,  la  specie  cui  impose  il  nome  di 
«  Phiaìina  clavata  Seg.  »,  rilevandone  questi  caratteri  :  «  P.  testa 
ovata,  antice  longe  producta ,  tuhulosa,  tubulo  crasso ,  longissimo, 
medio  subinflato,  duplo  vel  triplo  longitudine  testae  acquante 
extremitate  inferiore  convexa  rotundata,  superficie  laevi  ».  — 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


151 


«  Luug.  1,6  nini,  ».  —  «  Conchiglia  ovata  alquanto  allungata  al- 
l’estremità  anteriore,  dov’è  sormontata  da  un  tubo  molto  lungo 
e  grosso,  che  uguaglia  circa  due  volte  e  mezzo  la  lunghezza 


Fig.  16.  Lagena ?  darai  a  (G.  Seguenza);  faccia  X  HO. 

»  17.  Idem;  sezione  principale  X.  HO. 

della  conchiglia,  e  che  presenta  nel  mezzo  il  suo  maggior  dia¬ 
metro,  assottigliandosi  alquanto  verso  l’estremità  ;  la  superficie 
di  tutta  la  conchiglia  è  levigata  »  (loc.  cit.  nella  sinonimia). 

Salvo  la  minor  lunghezza  del  tubo  e  la  forma  più  prossima 
alla  sferica  del  bulbo  del  mio  campione  (fig.  16),  trovato  nel 
tripoli  bianco-giallastro,  tortoniano,  a  Radiolarì  e  Diatomee  di 
Marmorito  (Alessandria),  differenze  di  poco  conto,  esso  corri¬ 
sponde  alla  descrizione  trascritta  ed  alle  figure  annessevi  dal¬ 
l’autore  nominato.  Però,  a  motivo  della  distinzione  netta  in  due 
segmenti  del  campione  medesimo  (fig.  16  e  17),  resultante  quindi 
nell’interno  (fig.  17)  d’ima  loggia  oviforme  depressa,  comuni¬ 
cante  con  altra  fusiforme  allungata  e  dall’orifizio  esterno  svasato, 
dubito  assai  possa  mantenersi  tra  le  Lagena ,  ma  credo  proba¬ 
bile  sia  da  trasferirsi  nel  genere  Nodosaria;  anche  poi  perchè 
mi  resulta,  fatta  eccezione  del  minor  spessore  delle  pareti,  so- 


152 


A.  SILVESTRI 


migliante  alla  «  Nodosaria  Balaenarum  »  o  «  Balenac  »  del- 
l’Ehrenberg  !,  da  questi  rinvenuta  nei  mari  artici  boreali.  Noto 
però  che  non  solo  il  Brady  ammise  nel  genere  Lagena  la  specie 
di  G.  Seguenza  or  ricordata  ma  la  riunì  addirittura  alla  La¬ 
gena  laevis  (Montagli) 1 2  3 4. 

Il  plasmostraco  dell’esemplare  di  Marmorito  è  biancastro, 
spulito,  lievemente  pellucido,  e  dall’aspetto  poroso,  probabil¬ 
mente  per  fibrosità  delle  sottili  pareti;  misura  la  lunghezza  di 
0,64  mm.  appena. 


Sezione  disolenica  : 

7.  Lagena  strumosa  Reuss,  var.  Schlichti  n. 

(Fig.  18  e  19). 

Lagena  strimi  osa  Reuss,  1858;  Zeitschr.  Geol.  Gesellsch.,  pag.  484.  Reuss, 
1862;  Sitzungsb.  k.  Ak.  Wiss.  Wien,  math.-naturw.  Gl., 
voi.  XLVI,  fase.  1°  (1863),  pag.  328,  n.  18,  tav.  IV,  fig.  49. 
Reuss,  1870;  Sitzungsb.  k.  Ak.  Wiss.  Wien,  math.-naturw. 
Cl.,  voi.  LXII,  pag.  467,  n.  7  (fig.  9  e  fig.  10,  tav.  II  dello 
Schlicht,  1870). 

Amphorina  costata  G.  Seguenza,  1862;  Descriz.  Forali),  monotal.  Manie 
mioc.  Messina,  parte  2a,  pag.  52,  n.  12,  tav.  I,  fig.  41. 
Lagena  tenuistriata  Stadie,  1864;  Novara-Expéd.,  geol.  Tlicil,  voi.  I,  fase.  2° 
Palaeontol.,  pag.  184,  tav.  XXII,  fig.  4«-6. 

Lagena  Walker.  Schlicht,  1870;  Forum.  Septarientliones  Pietzpuhl,  pag.  7, 
n.  30,  tav.  II,  fig.  9;  pag.  7,  n.  31,  tav.  Il,  fig.  10. 

Gli  esemplari  che  riproduco  con  le  unite  fig.  18  e  19,  dal 
plasmostraco  bianco,  spulito,  e  dall’aspetto  poroso,  rinvenuti 
piuttosto  frequenti  nel  tripoli  bianco-giallastro  a  Radiolarì  e 
Diatomee,  tortoniano,  di  Marmorito  (Alessandria),  sembrerebbero 
a  tutta  prima  rappresentanti  d’una  forma  della  mia  var.  distoma 
della  Lagena  laevis  (Montagli)  \  fondata  su  nicchi  rinvenuti 

1  1842;  Die  Zweite  Deutsche  Nordp o la rfahrt,  Zool.,  pag.  23  e  30  estr., 
tav.  I,  fig.  19. 

2  N.  2  della  Bibliografia,  pag.  455. 

3  Vermiculum  laeve  Montagli,  1803;  Tesine.  Brit .,  pag.  524. 

4  Vedasi  la  precedente  annotazione. 


LAGENINE  terziarie  italiane  153 

abbastanza  comuni  nella  marna  giallastra,  langhiana,  di  San- 
sepolcro  (Arezzo)1,  ma  in  realtà,  pur  offrendo  anche  rapporti 
di  somiglianza  con  la  mia  Lagena?  sphaerula ,  rarissima  in  saggi 


Fig.  18.  Lagena  strumosa  Heuss,  var.  Schlichti  n.;  faccia  X  80. 
»  19.  Idem  ;  sezione  principale  X 1 1°- 

»  20.  Lagena  hystrix  Reuss;  faccia  X110- 

»  21.  Idem;  lato  superiore  X  HO. 

»  22.  Idem  ;  sezione  principale  X  167. 


1  1900;  Mem.  Pontif.  Acc.  N.  Lincei,  voi.  XVII  (1901),  pag.  244,  n.  7, 
tav.  VI,  tig.  74  e  75. 


154 


A.  SILVESTRI 


di  fondo  del  Mar  Tirreno  1  (prof,  di  69  e  611  ni),  corrispon¬ 
dono  alla  L.  strumosa  istituita  dal  Beuss  nel  1858,  confermata 
nel  1862  e  1870,  su  individui  dell’argilla  a  Septarie  di  Pietz- 
puhl  presso  Berlino,  come  pure  &\V Amphorina,  costata,  la  quale 
trovasi,  tra  le  specie  nuove  di  Gr.  Seguenza,  del  1862,  rarissima 
nelle  marne  giallastre  zancleane  di  Bometta  nel  Messinese;  delle 
quali  specie  però  non  presenta  i  deboli  rilievi  che,  più  o  meno 
regolarmente,  ornano  pel  lungo  o  tutta  la  superfìcie  del  plasmo- 
straco,  o  soltanto  la  sua  parte  inferiore  :  li  distinguo  quindi 
dal  tipo  del  Beuss,  il  quale  per  data  deve  aver  la  precedenza 
sull’altro  di  Gr.  Seguenza,  istituendo  per  essi  una  nuova  va¬ 
rietà  che  denomino  Schlichti.  Ciò  pel  motivo  della  stretta  so¬ 
miglianza  di  essi  esemplari,  sebben  sieno  più  globosi,  con  quelli 
disegnati  dallo  Sclilicht  e  riprodotti  con  le  fig.  9  e  10  della 
tav.  II  precitata  (v.  la  sinonimia),  i  quali  il  Beuss  nel  1780 
(idem)  interpretò  complessivamente  quali  campioni  della  pro¬ 
pria  Lagena  strumosa,  ma  l’ultimo  anche  come:  «  ein  Bruchs- 
tiick  einer  Nodosaria  ».  Debbo  osservare  che  questo  manifesta 
una  lieve  traccia  di  scarsissime  e  poco  rilevate  costicine  ;  tanto 
esso  quanto  il  primo  furon  ricavati  dallo  Schlicbt  dall’argilla 
oligocenica  a  Septarie  di  Pietzpuhl,  che  al  Beuss  aveva  fornito 
in  precedenza  i  tipi  della  Lagena  strumosa. 

La  sezione  ch’io  produco  nella  fig.  19  mette  in  evidenza 
nelle  conchigliette  da  me  esaminate  (lunghezza  di  0,58  mm.), 
un  doppio  ma  breve  sifone  applicato  alla  loro  terminazione 
orale,  mentre  la  terminazione  aborale  prolungasi  in  un  sifone 
semplice. 

È  a  motivo  del  primo  di  tali  caratteri,  che  pure  s’intuisce 
nelle  fig.  4  a-b,  tav.  XXII  dello  Stadie,  attribuite  alla  forma 
da  questi  detta  Lagena  tenuistriata  (loc.  cit.  nella  sinonimia), 
che  assegno  anche  questa,  —  trovata  rara  dal  nominato  autore 
nelle  marne  terziarie  del  livello  inferiore,  del  porto  di  Whain- 
garoa,  nella  costa  occidentale  della  provincia  d’Auckland  nella 
Nuova  Zelanda,  —  alla  specie  del  Beuss. 


1  1902;  Meni.  Pontif.  Acc.  N.  Lincei,  voi.  XIX,  pag.  162,  n.  25,  iig.  68, 
69  e  70. 


lacienine  terziarie  italiane 


155 


8.  Lagena  liystrix  Reuss. 

(Fig.  20,  21  e  22). 

Lagena  hystrix  Heuss,  1858;  Zeitschr.  deutsch.  geol.  Gesellscli.,  voi.  X, 
pag.  434.  Reuss,  1862;  Sitzungsb.  k.  Ak.  Wiss.  Wien,  matli.- 
natui'w.  Cl.,  voi.  XLVI,  fase.  1°  (1863),  pag.  335,  n.  35,  tav.  VI, 
fig.  80 a-b. 

Lagena  aspera  Reuss.  (Pars)  Brady,  1884;  Report  Challenger,  Zoology, 
voi.  IX,  pag.  457,  tav.  LVII,  fig.  7,  8,  9,  10  e  12  (non 
fig.  6  ed  11).  Terrigi,  1891  ;Mem.  R.  Com.  Geol.  Italia,  pag.  77, 
tav.  Il,  fig.  3.  Fornasini,  1910;  Iiendic.  R.  Acc.  Se.  Bologna, 
Cl.  se.  fis.,  n.  s.,  voi.  XIV,  pag.  65  e  70,  tavola,  fig.  13  e  14 
(rispettivamente  :  fig.  9  del  Brady,  1884,  e  fig.  3  del  Ter¬ 
rigi,  1891).  Napoli,  1906;  Boll.  Soc.  Geol.  Italiana,  voi.  XXV, 
pag.  343,  n.  36,  tav.  Ili,  fig.  7. 

Lagena  hispida  Reuss.  (Pars)  Flint,  1899;  Report  U.  S.  National  Museum 
for  1897,  pag.  307,  tav.  LUI,  fig.  8  (di  sinistra  in  basso;  non 
le  altre  tre  figure  comprese  sotto  questo  numero). 

Pei  connotati  esterni  la  forma  del  tri  poli  bianco-giallastro, 
tortoniano,  a  Radiolari  e  Diatoniee,  di  Marmorito  (Alessandria) 
(fig.  20  e  21),  si  corrisponde  alle  fig.  8  e  9,  tav.  LVII,  con 
le  quali  il  Brady  nel  1884  (loc.  cit.  nella  sinonimia)  intese  far 
conoscere  esemplari  dragati  in  acque  profonde  di  mari  tropi¬ 
cali  (prof,  di  3475  m.  nell’Atlantico  meridionale,  e  prof,  di 
2515  m.  nel  Pacifico  meridionale),  come  anche  alla  fig.  8  di 
sinistra  in  basso,  tav.  LIII,  del  Flint  (loc.  cit.  nella  sinonimia), 
alla  fig.  3,  tav.  II,  del  Terrigi  (idem,  ibidem),  ed  alla  fig.  7, 
tav.  Ili,  del  Napoli  (idem,  ibidem),  ricavate  rispettivamente  da 
individui  contenuti  in  saggi  di  fondo  del  Golfo  del  Messico 
(prof,  di  415  e  di  1257  m.),  nelle  marne  plioceniche  (o  post¬ 
plioceniche)  di  Capo  di  Bove  (un  solo  esemplare)  presso  la  via 
Appia  antica  nei  dintorni  di  Roma,  e  nelle  sabbie  plioceniche 
della  Farnesina  al  Monte  Mario  (Roma).  Ma  in  particolare  ri¬ 
corda  bene  la  prima  di  tutte  queste  figure,  attribuite  concor¬ 
demente  dal  Brady,  dal  Terrigi  e  dal  Napoli  alla  Lagena  aspera 
Reuss,  ed  invece  dal  Flint  alla  L.  hispida  Reuss.  Per  conto 
mio  credo  si  tratti  piuttosto  della  L.  hystrix,  dallo  stesso  Reuss 
istituita  sopra  campioni  delle  argille  oligoceniche  a  Septarie  di 


156 


A.  SILVESTRI 


Pietzpulil  presso  Berlino,  perchè,  se  le  specie  citate  poco  dif¬ 
feriscono  tra  loro,  e  così  poco  che  si  potrebbero  pur  riunire 
sotto  una  medesima  denominazione  specifica,  non  si  può  nean¬ 
che  negare  la  maggior  somiglianza,  per  la  forma  dei  rilievi  a 
cono  tronco  delle  figure  ricordate,  e  quindi  anche  delle  conchi¬ 
glie  di  Marmorito,  benché  gli  aculei  vi  sieno  meno  sviluppati, 
con  la  Lagena  liystrix  piuttosto  che  con  la  Lagena  aspera.  Ciò 
conferma  il  confronto  del  contorno  della  mia  fig.  21,  con  quello 
della  fig.  80  6,  tav.  VI,  del  Reuss  (loc.  cit.  nella  sinonimia). 

Questo  pei  connotati  generali  ;  in  quanto  ai  particolari,  sem¬ 
brerebbe  fosse  esistito  nel  nicchio  riprodotto  con  le  fig.  20  e  21 
un  orifizio  accessorio  aborale,  ma  la  sezione  di  esso,  fig.  22,  ha 
messo  soltanto  in  evidenza,  al  posto  dove  quest’orifizio  avrebbe 
dovuto  trovarsi,  una  larga  protuberanza  cava  (sifone  otturato?), 
presso  la  quale  trovasi  un  grosso  ed  irregolare  prolungamento 
della  stessa  natura  di  tutto  il  plasmostraco,  ossia  calcareo,  non 
visibile  però,  a  causa  della  posizione  da  cui  è  stato  preso  il 
disegno,  nella  fig.  20.  L’apertura  orale  presentasi  ampia  ed  un  po’ 
ovale  (fig.  21),  portata  da  un  breve  e  tozzo  collo  (fig.  20),  e  pro¬ 
lungata  internamente  in  un  sifone  svasato  ai  due  capi  (fig.  22). 

Come  in  tutte  le  altre  forme  del  tripoli  di  Marmorito, 
anche  questa,  trovatavi  mediocremente  comune  e  lunga  all’in- 
circa  0,46  min.,  ha  un  guscio  bianco  e  spulito,  e,  per  l’appa¬ 
renza,  poroso. 

Sezione  entosolenica  : 

9.  Lagena  exsculpta  Brady. 

(Fig.  23,  24,  25  e  26). 

Lagena  exsculpta  Brady,  1881  ;  Quart.  Journ.  Micr.  Se.,  n.  s.,  voi.  XXI, 
pag.  61.  Brady,  1884;  Report  Challenger,  Zoologi/,  voi.  IX, 
pag.  467,  tav.  LVIII,  tig.  1.  Sidebottom,  1910;  Meni,  and  Pro- 
ceed.  Manchester  Bit.  and  Phil.  Soc.,  voi.  LIV,  parte  3a,  n.  16, 
pag.  19,  tav.  II,  fig.  16.  Sidebottom,  1912;  Journ.  Quekett 
Micr.  Club,  ser.  2a,  voi.  XI,  pag.  392. 

Sono  gli  esterni  connotati  della  forma  piuttosto  frequente 
nel  tripoli  bianco-giallastro,  a  Radiolari  e  Diatomee,  tortoniano, 
di  Marmorito  nella  provincia  d’Alessandria  (fig.  23,  24  e  25), 


LAGEN1NE  TERZIARIE  ITALIANE 


157 


certamente  quelli  della  specie  di  cui  le  ho  attribuito  il  nome, 
stabilita  nel  1881  dal  Brady  e  confermata  nel  1884,  su  esem¬ 
plari  dell’Atlantico  e  del  Pacifico;  soltanto  che  ne’  miei  cam- 


Fig.  23.  Lagena  exsculpta  Brady;  faccia X  HO. 

»  24.  Idem;  lato  superiore  X  HO. 

»  25.  Idem;  lato  inferiore  X  HO. 

»  26.  Idem;  sezione  principale  X  HO. 

»  27.  Lagena  longispma  Brady  ;  faccia  X  HO. 

»  28.  Idem;  fianco  X  HO. 

»  29.  Idem;  lato  superiore  X  HO. 

»  30.  Idem;  sezione  principale  X  191. 


158 


A.  SILVESTRI 


pioni  i  rilievi  subacuti  costituenti  le  arcate,  le  quali  notansi 
nella  parte  inferiore  dei  nicchi  (fig.  23,  24,  25  e  26),  son  meno 
sviluppati  in  altezza,  e  presentano  la  sommità  dell'arco  chiusa 
da  una  sorta  di  membranella  calcarea  (fig.  23),  dall’orlo  libero 
ed  irregolare.  Inoltre  in  essi  la  terminazione  orale  si  protende 
un  po’,  a  guisa  di  capezzolo  (fig.  23). 

Nei  campioni  in  discorso  l’apertura,  piccola  ed  ovale  (fig.  24), 
si  continua  internamente  al  plasmostraco  in  breve  sifone  diritto 
e  con  margine  irregolare  (fig.  26);  le  pareti  si  presentano  tras¬ 
lucide,  spulite  e  picchiettate  di  bianco,  e  sembrano  anche  mi¬ 
nutamente  perforate  ;  la  lunghezza  resulta  di  circa  0,36  mm. 

Assai  prossima  alla  L.  exsculpta  Brady  si  mostra  la  Lagena 
florida  Terquem,  rarissima  nell’eocene  di  Vaudancourt  nei  din¬ 
torni  di  Parigi  l,  pur  distinguendosene  per  essere  ectosolenica, 
e  forse  anche  entosolenica,  e  quindi  disolenica;  essendosi  il  Ter¬ 
quem  occupato  soltanto  di  caratteri  esterni,  il  sifone  interno 
riman  dubbio. 

Più  prossima  ancora  vi  è  quella  forma  compressa  di  Lagena, 
attribuita  dal  Sidebottom  alla  L.  exsculpta ,  ma  della  quale  sa¬ 
rebbe  forse  più  opportuno  fare  una  varietà,  distinta  pure  pel 
sifone  molto  prolungato  nell’interno  della  conchiglia;  fu  raccolta 
dal  nominato  autore  e  rappresentata  da  un  esemplare  unico, 
in  saggio  di  fondo  tolto  alla  profondità  compresa  da  26  a  37 
metri,  al  largo  del  Golfo  di  Palermo  (vedasi  la  sinonimia). 

Non  mi  consta  che,  nel  suo  tipo  specifico,  la  L .  exsculpta 
fosse  conosciuta  fossile;  allo  stato  recente  era  stata  indicata, 
ma  sempre  rara,  nell’Atlantico  meridionale,  alla  prof,  di  2606  in., 
nel  Pacifico  settentrionale,  alla  prof,  di  4207  m.,  nel  Pacifico 
meridionale,  alle  prof,  di  1463  e  2012  m.,  ed  in  particolare 
poi  nei  paraggi  del  Circolo  Polare  Antartico,  alla  prof,  di 
2370  m.,  ed  in  prossimità  delle  coste  meridionali  dell’Au¬ 
stralia,  alla  prof,  di  4755  m.  ;  in  complesso,  le  condizioni  ba¬ 
tometriche  di  rinvenimento  variano  dunque  dai  1500  a  4000  m. 
circa,  in  numeri  tondi. 


1  1882;  Meni.  Soc.  Gréol.  France,  ser.  3a,  voi.  II,  mera.  3a,  pag.  26, 
n.  5,  tav.  IX,  fig.  9. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


159 


10.  Lagena  longispina  Brady. 

(Fig.  27,  28,  29  e  30). 

Lagena  longispina  Brady,  1881  ;  Quart.  Journ.  Micr.  Se.,  n.  s.,  voi.  XXI, 
pag.  61.  Bradv,  1884;  Beport  Challenger,  Zoolog;/,  voi.  IX, 
pag.  454,  tav.  LIX,  fig.  13  e  14.  Flint,  1899;  Report  U.  S.  Na¬ 
tional  Museum  for  1897,  pag.  306,  tav.  LUI,  fig.  2.  Chapman, 
1910;  Linn.  Soc.  Journ.,  Zoology,  voi.  XXX,  pag.  407. 

\ 

E  mia  opinione  che  la  Lagena  longispina  del  Brady  sia 
una  buona  varietà  della  Lagena  staphyllearia  (Schwager)  *,  rin¬ 
venuta  per  la  prima  volta  e  rara  nell’argilla  tortoniana  di  Car- 
Nicobar  (Isole  Nicobare):  il  Brady  invece  la  considerò  nel  1884 
(loc.  cit.)  qual  varietà  della  L.  apiculata  Reuss 1  2,  e  ciò  sem¬ 
brami  inesatto,  perchè  in  questa  specie  la  terminazione  orale 
corrisponde  a  quella  delle  Glanduline  s.  str.,  ossia  è  conica  e 
dotata  di  fessure  irradianti  dal  vertice  3,  mentre  nella  L.  lon¬ 
gispina  è  invece,  come  nella  L.  staphyllearia,  smussata,  e  con¬ 
formata  in  cima  a  guisa  di  depressione  lenticolare,  immettente 
in  un  sifone  a  sezione  rotonda  (cfr.  le  fig.  20  e  30  qui  unite 
con  la  inferiore  di  quelle  dello  Schwager  4  portanti  il  n.  24). 
Se  mai  troverei  affini  quest’ultime  alla  Fissurina  globosa  Bor- 
nemann  5,  ed  in  particolare  la  L.  staphyllearia. 

Alla  L.  longispina  attribuisco  pochi  individui  dal  nicchio 
bianco  e  liscio,  ma  non  lucido,  e  dagli  aculei  ialini  poco  svi¬ 
luppati  (fig.  27,  28  e  29)  e  sottili,  simili  in  ciò  all’esemplare 

1  Fissurina  staphyllearia  Schwager,  1866;  Novara-Fxped.,  geol.  Theil, 
voi.  I,  pag.  209,  tav.  V,  fig.  24. 

2  Oolina  apiculata  Reuss,  1850;  Naturw.  Abhandl.  (di  Haidinger), 
voi.  IV,  pag.  22,  tav.  I,  fig.  1. 

Lagena  apiculata  Reuss,  1862;  Sitzungsb.  k.  Ak.  Wiss.  Wien,  math.- 
naturw.  Cl.,  voi.  XLVI,  pag.  318,  n.  2,  tav.  I,  fig.  4-8,  10  ed  11. 

3  Si  esaminino  attentamente  le  figure  pubblicate  dal  Reuss  nel  1862 
(loc.  cit.  nella  superiore  nota). 

4  Loc.  cit.  nella  nota  n.  1,  di  cui  sopra. 

5  1855;  Zeitschr.  deutsch.  geol.  Gesellsch.,  voi.  VII,  pag.  317,  tav.  XII, 
fig.  4. 


160 


A.  SILVESTRI 


recente  riprodotto  a  destra  in  alto,  nella  fig.  2,  tav.  LUI,  del 
Flint  (loc.  cit.  nella  sinonimia).  Misurano  in  media,  non  consi¬ 
derando  gli  aculei,  la  lunghezza  di  0,17  mm.  ;  li  ho  rinvenuti 
nel  tripoli  bianco-giallastro,  tortoniano,  a  Radiolarì  e  Diatomee, 
di  Marmorito  (Alessandria).  Il  loro  plasmostraco,  che  sembra 
minutamente  perforato,  mostra  nella  sezione  principale  un  lungo 
sifone  flessuoso,  con  le  terminazioni  svasate  (fig.  30). 

Nelle  condizioni  recenti  la  L.  longispina  mi  resulta  segna¬ 
lata,  ma  costantemente  in  pochi  campioni,  nelle  acque  profonde 
di  quasi  tutti  i  mari  (prof,  dai  1957  ai  5011  m.);  le  località  di 
essa  meglio  precisate  dagli  autori  sono:  a  profondità  dai  768 
ai  1642  m.,  presso  Aspinwall,  nel  Golfo  del  Messico,  ed  al  largo 
di  Trinidad;  alla  prof,  di  4015  m.,  nei  paraggi  dell’atollo  di 
Funafuti  (Isole  Ellice). 


11.  Lagena  ventricosa  A.  Silvestri. 

Lagena  ventricosa  A.  Silvestri,  1903;  Atti  K.  Acc.  Se.  Torino,  voi.  XXXIX 
(1904),  pag.  11,  n.  4,  fig.  6«-6é>.  Chapman,  1910;  Limi.  Soc. 
Jomn.,  Zoology,  voi.  XXX,  pag.  410,  tav.  LIV,  fig.  9. 
Lagena  globosa  (Montagli).  (Pars)  Sidebottom,  1912;  Jomn.  Quekett  Mici-. 

Club,  sci-.  2a,  voi.  XI,  tav.  XIV,  fig.  4  e  5  (non  fig.  1-3  e  6). 

Pei  motivi  addotti  a  pag.  133,  trovo  opportuno  ripeter  qui 
concisamente  la  descrizione  di  questa  specie,  trovata  non  rara 
nel  tripoli  bianco-giallastro  a  Radiolarì  e  Diatomee,  tortoniano, 
di  Marmorito  (Alessandria): 

Plasmostraco  globoso  dotato  di  simmetria  bilaterale,  portante 
nella  metà  inferiore  una  sottile  carena,  acuta,  disposta  perpen¬ 
dicolarmente  al  piano  di  simmetria;  la  terminazione  orale  è 
eccentrica,  ed  ha  l'aspetto  d’una  volta  arcuata  normale  al  piano 
stesso,  al  fondo  della  quale  apresi  a  guisa  di  fessura  l’orifizio 
orale,  che  si  prolunga  internamente  in  un  sifone  flessuoso,  di¬ 
sposto  a  contatto  della  parete  con  cui  continuasi  la  volta  indi¬ 
cata,  a  metà  della  quale  parete  esso  giunge,  allargandosi  in 
basso,  dove  l’orlo  presentasi  intaccato  irregolarmente. 

Lunghezza  da  0,27  a  0,40  mm.  ;  pareti  relativamente  grosse, 
porose  ma  non  perforate,  bianche  e  spulite  esternamente. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


161 


In  saggi  di  fondo  raccolti  dal  «  Penguin  »,  nave  della  Ma¬ 
rina  Inglese,  attorno  a  Funafuti  (Isole  Ellice  o  delle  Lagune), 
nel  1896,  alle  profondità  di  2592,  4203  e  4792  m.,  rinvenne 
il  Chapraan  nel  1910  esemplari,  dei  quali  affermò  l’esatta  cor¬ 
rispondenza  «  witli  Silvestri’ s  fugar es  of  L.  ventricosa,  f'rom  thè 
Miocene  of  Piedmont  »  '. 

Altri  esemplari  ha  poi  potuto  osservare  il  Sidebottom  (1912), 
tra  le  Lagene  della  collezione  del  defunto  sig.  W.  Blundell 
Thornhill  provenienti  da  scandagli  della  «  Water witch  »,  altra 
nave  della  suddetta  marina,  i  quali  ultimi  son  privi  di  carena, 
ma  pel  resto  —  e  lo  dice  lo  stesso  Sidebottom  che  pure  li  as¬ 
segna  alla  L.  globosa  (Montagli)  —  «  agree  ivell  with  L.  ven¬ 
tricosa  Silvestri  (1903)  figs.  6  a-e  »'1 2.  Le  condizioni  batometriche 
e  topografiche  di  rinvenimento  di  essi  possono  stabilirsi  tra  i 
1920  ed  i  4349  m.,  nel  sud-ovest  dell’Oceano  Pacifico. 


Genere  Fissuhina  Heuss  ( emend .). 

Fissurina  Reuss,  1849;  Denkschr.  k.  Ak.  Wiss.  Wien,  math.-naturw.  Cl., 
voi.  I  (1850),  pag.  366. 

Sezione  ectosolenica  : 

12.  Fissurina  radiata  G.  Seguenza. 

(Fig.  31,  32  e  331. 

Fissurina  radiata  G.  Seguenza,  1862;  Descriz.  Foravi,  monotal.  Marne 
mioc.  Messina ,  parte  2a,  pag.  70,  n.  52,  tav.  li,  tìg.  42  e  43. 
A.  Silvestri,  1902;  Meni.  Ponti f.  Acc.  N.  Lincei,  voi.  XIX, 
pag.  145,  fig.  20-22. 

Lagena  formosa  (pars)  Schwager,  1866 ;  Norara-Kxped.,  geòl.  Theil,  voi.  Il, 
pag.  2Ó6,  tav.  IV,  fig.  19  a  e  19  d  («Form  mit  unverdichter 
Mundung  »)  (non  fig.  19  5  e  19c). 

Lagena  vulgaris  Williamson,  var.  spinoso-marginata  (pars)  O.  Jones,  1872  ; 

Trans.  Limi.  Soc.  London,  voi.  XXX,  pag.  59,  tav.  XIX,  fig.  42 
(non  fig.  43). 

Lagena  lagenoides  (Williamson).  (Pars)  B lady,  1884;  Beport  Challenger, 
Zoologi),  voi.  IX,  pag.  479,  tav.  LX,  tìg.  14  (non  fig.  6,  7, 
9  c  12). 

1  Loc.  cit.  nella  sinonimia  della  Lagena  ventricosa. 

2  Idem  idem. 


1R2 


A.  SILVESTRI 


Il  tipo  della  specie  fondata  nel  1862  da  G.  Seguenza,  con 
il  nome  riferito,  sopra  esemplari  comuni  nelle  marne  giallastre 
zancleane  di  Rometta  (Messina),  ha  la  parte  globosa  del  plasmo¬ 


dio.  31.  Fissurina  radiata  G.  Se¬ 
guenza;  faccia  X  HO. 
»  32.  Id.;  fianco  X  HO. 

»  33.  Id.  ;sez.  principale  X  191. 


straco  meno  allungata  di  quel 
che  non  compaia  nelle  unite  fi¬ 
gure  31  e  32,  concernenti  l’in¬ 
dividuo  che  alla  specie  stessa 
attribuisco,  lungo  0,44  mm.,  rin¬ 
venuto  nel  tri  poli  bianco-gialla¬ 
stro,  tortoniano,  a  Radiolari  e 
Diatomee,  di  Marmorito  nella 
provincia  d’ Alessandria.  Il  primo 
inoltre  presenta  strie  e  rilievi 
raggianti  anche  nella  porzione 
d’ala  ai  lati  del  sifone  tubolare 
sporgente  all’estremità  orale,  i 
quali  mancano  nell’individuo  in 
discorso,  ma  pel  resto  a  questo 
ben  corrisponde.  Poche  varianti 
son  quindi  da  introdursi  nel  mio 
caso  alla  descrizione  già  pubbli¬ 
cata  da  G.  Seguenza  (loc.  cit.) 
e  così  concepita:  «  F.  testa  ovata, 
inferne  lata  rotundata,  superne 
longe  producta  acuminata,  disco 
inflato,  exacte  ovato ,  vitreo,  dia- 
phano,  Inerissimo;  superne  cana- 
liculatum  tenuissimum  gerente; 
ala  plana,  latissima,  alba,  opaca, 
radiatim  striata  ».  —  «  Lung. 
1,7  mm.  ». 

Però  è  necessario  vi  faccia 
alcune  aggiunte  ed  osservazioni: 
nel  nicchio  da  me  esaminato, 
che  nella  sua  parte  oviforme  (fi¬ 
gure  31  e  32)  si  mostra  legger- 
mente  opalino,  spulito  alla  su¬ 
perficie,  e  minutamente  perfo- 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


163 


rato,  la  lamina  alare  è  doppia  (fig.  32),  come  già  aveva  notato  lo 
Schwager  (loc.  cit.  nella  sinonimia,  pag.  206),  ed  il  vano  com¬ 
presovi  è  diviso  in  tante  cellette,  da  sepimenti  che  irradiano  dai 
margini  della  predetta  parte  oviforme;  ma  tali  cellette,  e  lo  di¬ 
mostra  la  sezione  principale  disegnata  nella  fig.  33,  non  hanno 
nessuna  comunicazione  con  l’interno  del  plasmostraco  :  esse,  pro¬ 
babilmente,  esercitano  la  funzione  di  alleggerirlo,  senza  fargli 
perder  nulla  in  robustezza.  Il  sifone,  rettilineo,  lungo  e  sottile 
(fig.  31,  32  e  33),  che  nell’individuo  considerato  resulta  tutto 
esterno,  altre  volte  si  prolunga  anche  internamente;  e  ciò  misi  in 
evidenza  nel  1902,  in  esemplare  del  Tirreno,  nel  sedimento  ca¬ 
vato  alla  profondità  di  292  m.  del  qual  mare,  trovai  rara  la  Fis- 
surina  radiata  (loc.  cit.  nella  sinonimia).  In  alcune  forme  poi  il 
sifone  diventa  molto  lungo  nella  parte  interna,  ma  allora  riducesi 
in  lunghezza  esternamente,  ed  anche  l’espansione  alare  si  re¬ 
stringe:  come  p.  es.  è  accaduto  nella  forma  detta  dal  Williamson 
Entosolenia  marginata  (Walker)  var.  lagenoides  ',  dove  questi 
caratteri  sono  tanto  accentuati,  da  indurmi  a  separarla  dalla 
Fissurina  radiata  di  G.  Seguenza,  pur  riconoscendonela  molto 
affine. 

Collegate  strettamente  con  la  stessa  Fissurina  radiata,  strido 
sensu,  sono  poi  tutte  quell’altre  forme  figurate  dal  numero  6 
al  24  della  tav.  LX  pubblicata  nel  1884  dal  Brady 1  2 3,  dove 
compaiono  coi  nomi  di  Lagena  lagenoides  (Williamson),  L.  la¬ 
genoides  var.  tenuistriata  Brady,  L.  formosa  Schwager,  L.  for¬ 
mosa  var.  favosa  Brady,  L.  formosa  var.  coniata  Brady,  L,  squa- 
moso-alata  Brady,  e  L.  squamoso-marginata  Parker  e  R.  Jones.  Ma 
inseparabile  dalla  predetta  sembrami  sia  la  Fissurina  Reussiana 
G.  Seguenza  :5,  anche  questa  rarissima  nelle  marne  giallastre  di 
Rometta  nello  zancleano  del  Messinese,  benché  abbia  l’espansione 
alare  più  stretta  e  la  porzione  globosa  ancor  meno  allungata. 
D’altronde  il  medesimo  Seguenza  ebbe  a  notare  in  proposito 
della  Fissurina  radiata:  «Questa  specie  somiglia  molto  alla 


1  1858;  Recent  Forum.  Great  Britain,  pag.  11,  tav.  I,  fig.  25  e  26. 

2  1884;  Report  Challenger,  Zoologi),  voi.  IX. 

3  1862;  IJescriz.  Foram.  monotal.  Marne  mioc.  Messina ,  parte  2R, 
pag.  69,  n.  50,  tav.  II,  fig.  40. 


164 


A.  SILVESTRI 


F.  Beussiana,  ma  è  distinta  perchè  molto  più  allungata  »  (loc. 
cit.  nella  sinonimia,  pag.  70). 

La  forma  di  Fissurina  radiata  compresa  dallo  Schwager 
nella  sua  Lagena  formosa  (loc.  cit.  nella  sinonimia),  fu  da  lui 
rinvenuta  rarissima  nell’argilla  tortonianadi  Car-Nicobar,  nelle 
Isole  Ni  co  bare;  l’altra  detta  da  0.  Jones  Lagena  vulgaris  var. 
(e  subvar.  nella  descrizione  della  tavola)  spinoso-marginata  (loc. 
cit.  nella  sinonimia),  venne  dragata  nel  Mar  di  Giava,  alla  pro¬ 
fondità  di  circa  1975  m.,  ed  a  quasi  19  km.  a  sud  dell’Isola 
Sandalwood. 


13.  Fissurina  castrensi»  (Schwager), 
var.  pentecincta  n. 

(Fig.  34,  35  e  36). 

Lagena  castrensi 's  Schwager,  1866;  Novara-Exped .,  geol.  Theil,  voi.  Il, 
pag.  208,  tav.  V,  fig.  22.  Egger,  1893;  Abhandl.  k.  bayer. 
Ak.  Wiss.,  II  Cl.,  voi.  XVIII,  pag.  333,  tav.  X,  fig.  71  e  72. 
Chapman,  1895;  Proceed.  Zool.  Soc.  London,  voi.  V,  pag.  29 
e  pag.  52,  n.  152.  Flint,  1899;  Report  U.  S.  Nat.  Museum, 
for  1897,  pag.  308,  tav.  LI V,  fig.  5.  Sclmbert,  1911;  Abhandl. 
k.  k.  geol.  Reichsanst.,  voi.  XX,  fase.  4°,  pag.  69. 

Lagena  tricincta  Giiinbel,  1868;  Abhandl.  k.  bayer.  Ak.  Wiss.,  Il  Cl., 
voi.  X  (1870),  pag.  606,  tav.  I,  fig.  Sa  ed  85. 

Lagena  valgaris  Williamson,  var.  heloph  oro-marginata  0.  Jones,  1872; 

Trans.  Limi.  Soc.  London,  voi.  XXX,  pag,  61,  tav.  XIX, 
fig.  48. 

Fissurina  incannata  {pars)  Terquem,  1882;  Ména.  Soc.  Géol.  France, 
ser.  3a,  voi.  II,  mera.  3a,  pag.  32,  tav.  IX,  fig.  26-28  (non 
fig.  25). 

Lagena  scarenaensis  Hantken,  1883;  Ertele,  termesz.  Korebòl.,  voi.  XI li, 
pag.  24,  tav.  I,  fig.  9. 

Lagena  orbignyana  (Seguenza),  var.  castrensi s  Schwager.  (Pars)  Millett, 
1901;  Journ.  IL  Micr.  Soc.,  pag.  626,  tav.  XIV,  fig.  20  (forma 
eccezionale).  Chapman,  1910;  Linn.  Soc.  Journ.,  Zoology, 
voi.  XXX,  pag.  411. 

Piccola  Fissurina  ectosolenica  (lungh.  0,9  inni.),  lenticolare 

biconvessa  (fig.  34  e  35),  la  quale  pei  caratteri  generali  cor¬ 
risponde  alla  specie  castrensis  dello  Schwager  ed  alla  forma 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIAXE 


165 


di  questa  detta  tricincta  dal  Giimbel  (loc.  cit.  nella  sinonimia), 
però  vi  è  più  lungo  il  sifone  portante  l’orifizio  (fig.  34  e  36), 
possiede,  oltre  a  diverse  piccole  appendici  spinose  nella  parte 
inferiore  del  nicchio,  un  grosso  mucrone  (fig.  34  e  36),  e  pre¬ 
senta  al  margine  cinque  piccole  fasce  carenali  (fig.  35)  al  luogo 
di  tre,  quante  ne  mostrano  le  suddette.  Per  quest’ultimo  parti¬ 
colare,  sebbene  lo  riconosca  di  poca  entità,  date  le  grandi  mo¬ 
dificazioni  nei  dettagli  che  riscontrar  si  possono  nelle  specie 
delle  Fissurine  e  Lagene,  ho  stimato  utile  distinguerla  in  var. 
pentecincta  della  Fissurina  castrensis. 


Fio.  34.  Fissurina  cast/rensis  { Schwager),  var.  pentecincta  n.  ;  faccia  X  22. 
»  37.  Fissurina  romettensis  G.  Segnenza,  var.  marginata  n.  ;  faccia X 22. 

»  40.  Idem,  idem,  altro  esemplare;  faccia  X  22. 


L’unico  esemplare  di  questa  varietà,  rinvenuto  nelle  marne 
del  luteziano  superiore  1  della  regione  Caviggione  presso  Gas¬ 
sino  (Torino),  ha  un  nicchio  biancastro-bruniccio,  pellucido,  su¬ 
perficialmente  un  po’  logoro,  con  pareti  spatizzate,  e  l’interno 
riempito  di  calcite  cristallizzata;  sugli  specchi  delle  sue  facce 
s’osservano  delle  minute  papille  (fig.  34  e  35);  la  sezione 
(fig.  36)  farebbe  ritenere  che  il  mucrone  in  origine  fosse  per¬ 
forato. 

La  Fissurina  castrensis  tipica  fu  istituita  dallo  Schwager 
sopra  rari  campioni  dell’argilla  tortoniana  di  Car-Nicobar,  nelle 
Isole  Nicobare;  tanto  essa  quanto,  necessariamente,  la  nuova 
varietà  ora  distinta,  come  la  Fissurina  romettensis  Or.  Seguenza, 

1  Secondo  il  doti.  Piover  P.  L.  :  1  terreni  nummulitici  di  Gassino  e 
di  Biarritz.  Atti  11.  Acc.  Se.  Torino,  voi.  XLI,  1906,  pag.  11  estr. 


166 


A.  SILVESTRI 


(li  cui  sarà  detto  in  seguito  (vedasi  a  pag.  168),  spettano  al  gruppo 
della  Fissurina  Orbignyana  G.  Seguenza 


Fio.  35.  Fissurina  castrensis  (Schwager),  var.  pentecincta  n.  ;  lato  supe¬ 
riore  X  52. 

»  36.  Idem,  idem;  sezione  principale  X  52. 

»  38.  Fissurina  romettensis  G.  Segnenza,  var.  marginata  n.  ;  lato  su¬ 

periore  dell’esemplare  della  fig.  37,  X  36. 

»  39.  Idem,  idem  ;  sezione  principale  del  medesimo  esemplare  X  36. 

»  41.  Idem,  idem;  lato  superiore  dell’esemplare  della  fig.  40,  X  52. 

»  42.  Fissurina  quadri  co  stillata  (Reuss)  ;  faccia  X  60. 

»  43.  Idem  ;  fianco  X  60. 

»  44.  Idem;  lato  superiore  X  60. 

1  1862  ;  Descriz.  Forum,  monotal.  Marne  mioc.  Messina ,  parte  2a, pag.  66, 
n,  38,  tav.  II,  fig.  25  e  26. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


167 


Sotto  il  nome  di  Lagena  tricincta,  nel  1868  il  Giimbel  fece 
conoscere  l’esistenza  d’una  forma  della  specie  dello  Schwager, 
però  indicandovela  come  rarissima,  nel  calcare  nummulitico 
della  cava  di  Gòtzreuther  presso  Siegsdorf  in  Baviera  ;  da  poco 
lo  Schubert  ha  poi  citato  la  Fissurina  castrensis  (1911)  tra  i 
fossili  della  marna  pliocenica  a  Pteropodi  di  Sainabas  nell’Ar¬ 
cipelago  di  Bismarck.  Ai  giacimenti  così,  e  sopra,  indicati  della 
F.  castrensis,  sono  da  aggiungersi  i  seguenti,  resultanti  da  saggi 
di  fondo  praticati  nei  mari  attuali  :  presso  le  Isole  Laccadive  nel 
Mare  Arabico  (rara  a  prof,  non  superiore  ai  2264  m.), nelle  acque 
basse  dell’Arcipelago  Malese  (abbondante),  presso  Funafuti  nelle 
Isole  Ellice  (prof,  di  4203  m.),  ed  al  largo  di  Nantucket  Skoals 
(Isola  Nantucket,  alla  prof,  di  70  m.). 

Assai  diversa  dalla  Lagena,  ossia  Fissurina  tricincta  del 
Giimbel,  specificamente  sinonima,  come  s’è  veduto,  di  Fissu¬ 
rina  castrensis  (Schwager),  è  la  Fissurina  tricincta  Terquem  ', 
da  quest’autore  trovata  molto  rara  nell’eocene  di  Vaudancourt  nei 
dintorni  di  Parigi. 

In  quanto  poi  alla  forma  recente  descritta  nel  1884  dal 
Brady  qual  Lagena  castrensis  Schwager 1  2 3 4,  essa  non  figura  nella 
sinonimia  premessa  a  quest’articolo,  perchè  R.  Jones,  Burrows 
ed  Holland  dimostrarono  nel  1895 3  doversi  separare  dalla  specie 
dello  Schwager,  essendo  ornata  sulla  superficie  degli  specchi 
delle  facce,  da  piccole  depressioni,  anziché  da  pustole:  le  attri- 
buirono  il  nome  di  Lagena  lacunata  Burrows  ed  Holland.  E 
da  notare  che  eglino  poterono  accuratamente  esaminare  gli  esem¬ 
plari  studiati  dal  Brady,  i  quali  custodisconsi  nel  «  Britisìi  Mu- 
seum  »  di  Londra,  e  che  corrispondono  a  quelli  che  l’artista  Hollick 
riprodusse  col  disegno  per  lo  stesso  Brady.  Al  medesimo  artista 
devonsi  poi  anche  le  fig.  20  e  21  della  tav.  XII,  pubblicata 
da  Balkwill  e  Wright  nel  1885  \  pur  esse  da  questi  riferite 
alla  Lagena  castrensis  Schwager,  ma  dai  primi  autori  or  no¬ 
minati  interpretate  egualmente  quali  forme  della  Lagena  lacu- 

1  1882;  Mém.  Soc.  Géol.  France,  ser.  3a,  voi.  Il,  mera.  3a,  pag.  30,  n.  3, 
tav.  IX,  fig.  19  a-b. 

2  Heport  Challenger,  Zoology,  voi.  IX,  pag.  485,  tav.  LX,  fig.  1  e  2. 

3  Monogr.  Forarti.  Crag.,  parte  2a,  pag.  205,  n.  23,  tav.  VII,  fig.  12  a-b. 

4  Trans.  R.  Irish  Ac.,  voi.  XXVIII  (Se.),  pag.  341, 


168 


A.  SILVESTRI 


nata  Burrows  ed  Hollaud  Però  già  nel  1882  lo  Schlumberger 
aveva  dato  come  esempio  del  genere  Entosolenia  Ehrenberg 1  2, 
nella  propria  «  Note  sur  les  Foraminifères  »3 4,  certa  Entosolenia 
variolata  \  specie  nuova  della  Baia  di  Simoda  «  Tricarenée  et 
onice  sur  ses  deux  faces  de  nombreuses  dépressions  »,  nella 
quale  ultima  che  è  poi  una  Fissurina,  è  assai  agevole  ricono¬ 
scere  —  e  pel  primo  ve  la  riconobbe  il  Millett  5  —  la  stessa 
Lagena  laciniata,  cui  quindi  va  cambiato  il  nome  in  quello  di 
Fissurina  variolata  (Schlumberger). 

Ed  è  alla  E.  variolata  in  discorso  che  certamente  va  attri¬ 
buita  la  Fissurina  descritta  nel  1888  dal  Mariani,  come  La¬ 
gena  castrensis  Schwager  °,  e  proveniente  dalle  marne  azzurro¬ 
gnole  plioceniche  di  Savona  in  Liguria,  perchè  fa  egli  cono¬ 
scere  d’avervi  osservato  una  «  ornamentazione  a  larghe  fos¬ 
sette,  sparse  irregolarmente  sulle  faccie  laterali  del  guscio». 


14.  Fissurina  romettensis  G.  Seguenza 
var.  marginata  n. 

(Fig.  37,  38,  39,  40  e  41). 

Fissurina  Romettensis  G.  Seguenza,  1862;  Descriz.  Forum,  monotal.  Marne 
mine.  Messina,  parte  2a,  pag.  66,  n.  37,  tav.  II,  tig.  24. 
Fissurina  incannata  (pars)  Terquem,  1882;  Mém.  Soc.  Géol.  France, 
ser.  3a,  voi.  II,  mera.  3a,  pag.  32,  n.  7,  tav.  IX,  fig.  25  a-b 
(non  fig.  26  a-b,  27  a-c,  28  a-b). 

Lagena  orbignyana  (Seguenza).  (Pars)  Brady,  1884;  Report  Challenger, 
Zoologi/,  voi.  IX,  pag.  484,  tav.  LIX,  fig.  24  e  26  (non  li¬ 
gure  1,  18,  20  e  25). 

1  Loc.  cit.  nella  precedente  nota  n.  3,  pag.  205,  n.  23. 

2  In  ins.,  fide  Williamsoin,  1848;  Ann. and  Mag. Nat,  Ilist.,  ser.  2a,  voi.  T, 
pag.  5. 

3  Feuille  Jeun.  Naturalistes,  anno  XII,  n.  133,  pag.  2-6;  n.  135,  pag.  25- 
29,  tav.  I;  n.  136,  pag.  37-43,  tav.  II;  n.  137,  pag.  53-57,  tav.  Ili;  n.  138, 
pag.  70-73;  n.  139,  pag.  80-86.  Paris,  1881  (n.  133)  e  1882  fu.  135-139). 

4  1882;  Feuille  Jeun.  Naturalistes,  anno  XII,  n.  135,  pag.  25,  tav.  I, 
fig-  3. 

5  donni.  R.  Micr.  Soc.  London,  1901,  pag.  626. 

0  Atti  Soc.  Italiana  Se.  Nat.,  voi.  XXXI,  pag.  105,  n.  23. 


LAC4ENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


169 


Rispettivamente  nelle  marne  grigie  intercalate  ai  calcari 
della  vigna  Mela  (fig.  37  e  38),  e  nelle  sabbie  grossolane  gial¬ 
lastre  della  medesima  località  (fig.  40  e  41),  nelle  vicinanze  di 
Gassino  (Torino),  ed  in  terreno  geologico  dal  Prever  attribuito 
al  luteziano  superiore  ho  rinvenuto  due  esemplari  di  Fissu- 
rina  (fig.  37  e  38,  40  e  41),  un  po’  logori,  dal  nicchio  pellu¬ 
cido,  biancastro-bruniccio  spatizzato  e  riempito  di  calcite  cri¬ 
stallizzata,  lungo  l’uno  0,82  nini.  (fig.  37  e  38)  e  l’altro  1,1  mm. 
(fig.  40  e  41),  i  quali  indubbiamente  rappresentano  una  forma 
del  gruppo  della  Fissurina  Orbignyana  G.  Seguenza 1  2,  cui  già 
ho  detto  doversi  ascrivere  anche  la  precedentemente  considerata 
-  Fissurina  castrensis  (Schwager),  var.  pentecincta  n.  —  forma 
che,  stando  ai  caratteri  esterni,  panni  si  differenzi  dalla  F.  ro- 
mettensis  trovata  comune  da  G.  Seguenza  nelle  marne  giallastre 
zancleane  di  Rometta  nel  Messinese,  pel  maggiore  sviluppo  del¬ 
l’espansione  alare,  e  per  la  papillosità  minuta  negli  specchi  delle 
facce.  Pel  primo  carattere  la  considero  qual  var.  marginata  del 
tipo  specifico  romettensis;  avrei  voluto  preferire  il  secondo,  ma 
questo,  non  so  se  originariamente  od  in  seguito  alla  fossilizza¬ 
zione,  poco  resulta  nell’individuo  della  fig.  37,  laonde  non  ne 
posso  assicurare  la  costanza.  È  vero  però  che  i  due  individui 
considerati  differiscono  un  po’  anche  nei  particolari  della  ter¬ 
minazione  orale  (cfr.  in  ordine  la  fig.  37  con  la  40,  e  la  38 
con  la  41),  per  cui  potrebbe  anche  darsi  fossero  i  rappresen¬ 
tanti  di  due  diverse  varietà,  ad  onta  ciò  mi  sembri  poco  pro¬ 
babile:  Lagene  e  Fissurine  mutano  così  facilmente,  che,  niente 
niente  sieno  un  tantino  più  complicate  del  solito,  nella  stessa 
specie  o  varietà  non  se  ne  osservano  due  perfettamente  com¬ 
pagne. 

Di  uno  dei  due  individui  in  parola,  quello  della  fig.  37,  ho 
potuto  aver  la  sezione  principale  rappresentata  con  la  fig.  39  ; 
in  questa  resulta  che  il  tubo  portante  l’orifizio  presenta  nel 
terzo  inferiore  una  dilatazione  a  guisa  d’ampolla. 


1  I  terreni  nummulitici  di  Gassino  e  di  Biarrìtz.  Atti  R.  Acc.  Se. 
Torino,  voi.  XLI,  1906;  pag.  11  estr. 

2  1862;  Descriz.  Forai»,  monotal.  Marne  mioc.  Messina,  parte  2a, 
pag.  66,  n.  38,  tav.  Il,  fig.  25  e  26. 


170 


A.  SILVESTRI 


La  forma  che,  tra  le  a  me  note,  più  s’accosta  alla  mia  nuova 
varietà,  è  quella  la  quale  figura  col  n.  25  a-b  nella  tav.  IX 
dello  studio  del  Terquem  su  «  Les  Foraminifères  de  VÉocène 
des  environs  de  Paris  »  *,  e,  con  altre  tre  (fig.  26,  27  e  28,  ibi¬ 
dem)  è  portata  ad  esempio  della  Fissurina  tr icarinata  Terquem 1  2. 
Questi  la  rinvenne  molto  rara  nell’eocene  di  Vaudancourt,  nelle 
vicinanze  di  Parigi;  si  distingue  dalla  mia  varietà  pel  con¬ 
torno  più  allungato,  il  non  esservi  la  carena  mediana  svilup¬ 
pata  in  ala,  e  la  mancanza  di  granulazioni  sugli  specchi  delle 
facce. 

Nè  della  varietà  così  illustrata,  nè  del  tipo  della  sua  specie 
—  Fissurina  romettensis  —  conosco  in  modo  preciso  habitat 
recenti,  però  pel  fatto  che  il  Brady  comprese  nel  1884  nella 
«  Lagena  orbignyana  Seguenza,  sp.  »  (loc.  cit.  nella  sinonimia) 
anche  taluni  esemplari  ch’io  starei  ad  ascrivere  alla  stessa  F.  ro¬ 
mettensis,  mi  ritengo  autorizzato  a  ritenere  che  le  condizioni 
recenti  di  quest’ultima  e  delle  sue  varietà  corrispondano  a  quelle 
della  F.  orbignyana,  e  cioè  ne  sia  in  generale  assai  vasta  la 
dispersione  in  tutti  i  mari,  dalle  acque  basse  alla  profondità  di 
5487  m.,  od  anche  più. 


Sezione  entosolenica  : 

15.  Fissurina  quadri costulata  (Reuss). 

(Fig.  42,  43  e  44). 

Hyalaeina  Costa,  1856;  Atti  Acc.  Pontaniana,  voi.  VII,  parte  la,  pag.  366 
(nominata,  ma  non  descritta),  tav,  XY1II,  tìg.  25  A-c  (non  fi¬ 
gure  22-24). 

Fissurina  Reuss.  Schlicht,  1870;  Foravi.  Septarientli.  Pietzpuhl,  pag.  12, 
n.  66,  tav.  1Y,  tìg.  28,  29  e  30  ;  pag.  13,  n.  75,  tav.  V,  tìg.  7, 8  e  9. 
Lagena  quadricostulata  (pars)  Reuss,  1870;  Sitzungsb.  k.  Ak.  Wiss.  Wien, 
voi.  LXII,  fase.  1°,  pag.  469,  n.  20  (fig.  28-30,  tav.  IV,  dello 
Schlicht  (1870),  non  fig.  25-27  della  medesima).  Brady,  1884; 


1  Pubblicato  nel  1882.  Vedasi  il  n.  50  della  Bibliografia. 

2  1882;  Mém.  Soc.  Géol.  France,  ser.  3a,  voi.  II,  meni.  3a,  pag.  32, 
n.  7,  tìg.  25-28. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


171 


Beport  Challenger,  Zoology,  voi.  IX,  pag.  486,  tav.  LIX,  fi¬ 
gure  7  e  15.  Fornasini,  1886;  Boll.  Soc.  Geol.  Italiana,  vo¬ 
lume  IV  (1885),  pag.  197,  n.  15.  Chapman,  1895;  Proceed. 
Zool.  Soc.  London,  voi.  V,  pag.  29  e  52,  n.  155.  Earland, 
1905;  Journ.  Quekett  Micr.  Club,  pag.  214.  Schubert,  1911  ; 
Abhandl.  k.  k.  geol.  Reiclisanst.,  voi.  XX,  fase.  4°,  pag.  69. 
Ftssurina  laevigata  (pars)  Reuss,  1870;  Sitzungsb.  k.  Ak.  Wiss.  Wien, 
math.-naturw.  Cl.,  voi.  LXII,  fase.  1°,  pag.  470,  n.  5  (fig.  7-9, 
tav.  V,  dello  Schlicht  (1870),  non  fig.  16-18,  19-21,  tav.  IV, 
nè  fig.  22-24,  tav.  II,  dello  stesso). 

Lagena  annectens  Burrows  ed  Holland,  1896;  in  R.  Jones:  Monogr.  Fo¬ 
rarti.  Crag,  parte  8a,  pag.  205,  tav.  VII,  fig.  11  a-h.  Forna¬ 
sini,  1901;  Meni.  R.  Acc.  Se.  Bologna,  serie  5a,  voi.  IX,  pa¬ 
gina  50,  fig.  4. 

Alla  forma  delle  argille  oligoceniche  a  Septarie  di  Pietz- 
puhl  presso  Berlino,  figurata  dallo  Schlicht  nel  1870,  ai  un.  28, 
29  e  30  della  tav.  IV,  contenuta  nell’opera  citata  in  questa 
sinonimia,  su  cui  poi  in  parte  il  Reuss  fondò  nello  stesso  anno 
la  propria  specie  Lagena  quadricoshilata,  che  è  invece  per  me 
una  Fissurina,  si  approssima  l’unico  campione  (fig.  42,  43  e 
44)  trovato  nell’argilla  giallastra  pliocenica  della  località  deno¬ 
minata  «  i  Cappuccini  »  presso  Caltanissetta,  in  Sicilia;  cam¬ 
pione  dal  plasmostraco  delicato,  ialino,  liscio,  quasi  trasparente, 
misurante  appena  0,44  mm.  in  lunghezza.  Solo  che,  esso  si  pre¬ 
senta  smarginato  in  alto  ed  in  basso,  qualora  visto  di  fianco 
(fig.  43);  carattere  che  non  resulta  dalla  fig.  28  dello  Schlicht, 
riguardante  pure  il  fianco,  ma  della  forma  precitata;  inoltre  vi 
s’osserva  un  orifizio  allungato  (fig.  44)  ed  un  po’  più  rigonfio 
di  quello  della  forma  indicata.  Esso  medesimo  rassomigliasi  pure 
alla  fig.  lo,  tav.  LIX  del  Brady  (1884,  loc.  cit.  nella  sinonimia), 
ma  corrisponde  poi  quasi  completamente  alla  fig.  4  la  quale  il 
Fornasini  ricavò  nel  1901  (loc.  cit.)  da  esemplare  del  R.  Museo 
Geologico  di  Napoli,  proveniente  dal  pliocene  superiore  di  Le- 
quile  in  Terra  d’Otranto,  ed  al  Museo  fornito,  sotto  il  nome  di 
Hyalaeina,  dal  Costa.  L’unica  differenza  di  qualche  importanza 
si  è  quella  di  non  presentare  l’esemplare  esaminato  dal  Forna¬ 
sini  «  vere  coste,  ma  bensì . una  modificazione  della  sostanza 

del  nicchio  »  (loc.  cit.,  pag.  51);  però  per  questo  riguardo  vedasi 
ciò  che  ne  dirò  più  sotto. 


172 


A.  SILVESTRI 


Non  mi  è  stato  possibile  sezionare  la  mia  conchiglietta,  essen¬ 
domi  rotta  nel  rivoltarla  sotto  il  microscopio,  ma  vi  ho  intra  v- 
veduto  per  trasparenza  un  sifone  interno. 

R.  Jones,  Burrows  ed  Holland  vollero  distinguere  col  nome 
di  Lagena  annectens  Burrows  e  Holland  (loc.  cit.  nella  sinoni¬ 
mia),  dalla  Fissurina  quacfricostulata  (Reuss),  la  forma  illu¬ 
strata  dal  Brady  sotto  la  denominazione  di  Lagena  quadrico- 
stulata  Reuss,  e  riprodotta  nella  fig.  15,  tav.  LIX,  precitata, 
l’altra  da  loro  fatta  conoscere  con  le  fig.  11  a-b,  tav.  VII  (loc. 
cit.),  e  quella  che  comparisce  qual  Fissurina  nelle  fig.  7-9, 
tav.  V,  dello  Schlicht  (loc.  cit.),  così  giustificando  la  propria 
opinione  :  «  This  species  [Lagena  annectens]  at  first  siglit  bears 
a  strong  resembìance  to  L.  quadricostulata  Reuss;  but  thè  or¬ 
namenta  tion  consists  not  of  arehed  costulae,  as  in  thè  latter 
species,  but  of  marlcs  apparenti y  due  to  a  structural  difference 
in  thè  shell  substance  along  thè  lines  of  thè  curves  of  thè  sur- 
face  ».  lo  credo  che  il  partito  adottato  dai  suddetti  non  sia  da 
seguirsi:  la  differenza  di  struttura  nelle  pareti  del  plasmo- 
straco  esiste  anche  quando,  come  nel  mio  caso  (fig.  42,  43  e 
44),  esse  sono  ornate  di  costicine  in  rilievo  (fig.  44),  perchè 
queste  hanno  precisamente  una  struttura  compatta,  vitrea,  loro 
propria,  e,  essendo  incastrate  nelle  pareti  medesime  e  non 
sovrappostevi,  in  alcuni  casi,  ossia  quando  non  assumono  tale, 
sviluppo  da  venire  a  sporgere,  danno  origine  all’aspetto  osser¬ 
vato  dagli  autori  nominati. 

La  Fissurina  quadricostulata  (Reuss),  intesa  nel  modo  col 
quale  la  intendo,  resulta,  se  fossile,  esistente  fin  dall’oligocene 
e,  come  abbiamo  veduto,  nell’argilla  a  Septarie  di  Pietzpuhl 
nella  Germania  settentrionale,  ma  trovata  poi  anche,  sebbene  ra¬ 
rissima,  nel  «  Crag  »  dell’Inghilterra,  a  Tattingstone  ;  rarissima 
pure,  ed  anche  questo  abbiamo  visto,  nel  pliocene  superiore  di 
Lequile  nella  Terra  d’Otranto;  piuttosto  rara  invece  nell’argilla 
sabbiosa  giallastra  pliocenica  di  San  Pietro  in  Lama  presso 
Lecce;  rarissima  poi  nella  marna  giallastra  pliocenica  d’Ostra- 
Vetere  nella  provincia  di  Ancona  1  ;  e,  finalmente,  è  da  ricor- 

1  Esemplare  identico,  anche  per  lo  stato  del  nicchio,  a  quello  sopra 
descritto,  ma  lungo  soltanto  0,30  inni, 


LAOENINE  terziarie  italiane 


178 


darsene  il  rinvenimento  nelle  argille  plioceniche  a  Globige- 
rine  del  Nuovo  Mecklemburgo  e  della  Nuova  Caledonia,  nella 
Melanesia. 

Recente,  è  stata  osservata,  rara,  nelle  sabbie  della  spiaggia 
di  Bognor  nel  Sussex  (Inghilterra),  rarissima  ed  a  profondità 
non  superiore  ai  2264  ni.  nel  Mar  Arabico,  nei  paraggi  delle 
Isole  Laccadive;  e  si  ha  pure  notizia  del  suo  rinvenimento 
nella  Baia  di  Balfour,  Isole  Kerguelen  (prof,  dai  37  ai  91  m.), 
al  largo  di  queste  (prof,  dai  37  ai  219  m.),  ed  al  largo  di  Sydney 
(prof,  di  750  m.). 


* 

*  * 

Quanto  concerne  la  distribuzione  e  frequenza  delle  forme 
considerate,  affinchè  resulti  a  colpo  d’occhio,  stimo  opportuno 
riassumere  nel  quadro  della  successiva  pagina  174. 

Stimo  azzardato  cercar  di  trarre  nel  momento  delle  con¬ 
clusioni  dal  quadro  medesimo  :  non  vi  trovo  elementi  che  ba¬ 
stino.  Mi  è  per  ora  sufficiente  aver  recato  questo  piccolo  con¬ 
tributo  alla  miglior  conoscenza  delle  Lagenine  terziarie  ita¬ 
liane,  e  ciò  senza  preconcetti,  e  senza  che  mi  sia  preoccupato 
del  partito  il  quale  eventualmente  potrà  ricavarsene  nel  futuro. 


174 


A.  SILVESTRI 


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1  La  diversa  frequenza  ne  viene  indicata  con  una  (rara)  o  due  (comune)  crocette. 

2  Vedasi  a  proposito  di  questo  termine  la  nota  n.  1  di  pag.  144.  In  generale  trattasi  di  forme  del  plancton,  il  cui  nicchio 
è  capitato,  dopo  morto  l’animale,  nelle  od  in  una  delle  diverse  zone  batometriche  accennate,  ed  il  fatto  della  loro  quasi  co¬ 
stante  presenza  nella  zona  abissale,  ad  onta  della  delicatezza  del  plasmostraco  calcareo,  ne  è,  a  mio  avviso,  ottima  conferma. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


175 


BIBLIOGRAFIA  b 

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of  thè  voyage  of  H.  M.  S.  Challenger  daring  thè  years 
1873-76.  Zoology.  Voi.  IX.  Text ,  pag.  i-xxi,  1-814, 
fig.  1-22,  2  carte  geogr.  ;  Plates,  tav.  I-CXV.  Neil  and 
Company;  Edinburg,  1884. 

3.  Brady  Henry  Bowman,  Parker  William  Kitchen  and  Jones 
Thomas  Rupert.  —  On  some  Foraminifera  from  thè  Abrohlos 
Bank.  Trans.  Zool.  Soc.  London,  voi.  XII,  parte  7a,  pag.  211— 
239,  tav.  XL-XLVII.  London,  1888. 

4.  Chapman  Frederick.  —  On  thè  Foraminifera  and  Ostra- 
coda  from  soundings  ( chiefly  deep-water)  collected  round 
Funafuti  by  H.  M.  S.  «  Penguin  ».  Linn.  Soc.  Journ.,  Zoo 
logy,  voi.  XXX,  pag.  388-444,  tav.  L1V-LYII.  London, 
1910. 

5.  Costa  Oronzio  Gabriele.  —  Paleontologia  del  Pegno  di 
Napoli.  Parte  II.  Atti  Acc.  Pontaniana,  voi.  VII,  parte  la, 
pag.  1-372,  tav.  1-XXVIII.  Napoli,  1856. 

6.  Czizek  Johann.  —  Beitrag  sur  Kenntniss  des  Wiener  Bec 
kens.  Naturw.  Abhandl.  (di  Haidinger),  voi.  II,  pag.  137- 
150,  tav.  XII  e  XIII.  Wien,  1848. 

7.  Dawson  George  Mercer.  —  On  thè  Foraminifera  from  thè 
Gulf  and  Piver  St.  Lawrence.  Canad.  Naturalist,  n.  s., 
voi.  V  (1870),  pag.  172-177,  con  figure.  American  Journ. 
Se.,  ser.  3a,  voi.  I  (1871),  pag.  204-210,  con  figure.  Anu. 
and  Mag.  Nat.  Hist.,  ser.  4a,  voi.  VII  (1871),  pag.  83-89. 
Montreal;  New  Haven;  London:  1870  e  1871. 


1  Comprende  le  pubblicazioni  delle  quali  mi  son  maggiormente  gio¬ 
vato  in  questo  studio,  o  che  ad  esso  hanno  attinenza  immediata. 


176 


A.  SILVESTRI 


8.  Dervieux  Ermanno.  —  Sulla  posizione  r teologica  eli  un  tri- 
poli  piemontese.  Riv.  Fis.,  Mat.,  Se.  naturali,  pag.  379-383. 
Pavia,  1903. 

9.  — -  Revisione  delle  Lagene  terziarie  piemontesi.  Boll.  Soc. 
Geol.  Italiana,  voi.  XXX  (1911),  pagi  674-676.  Roma,  1912. 

10.  D’Orbigny  Alcide  Dessalines.  —  Voyage  dans  l’Amérique 
Meridionale.  (Le  Brésil,  la  Republique  orientale  de  l'U¬ 
ruguay,  la  Republique  Argentine,  la  Rat  agonie,  la  Re'pu- 
blique  du  Chili,  la  Republique  de  Bolivia ,  la  Republique 
du  Perou)  exe'cuté  pendant  les  années  1826,  1827 ,  1828, 
1829,  1830,  1831 ,  1832  et  1833.  Voi.  V  (1843),  parte  5a: 
Foraminifères.  Pag.  1-86,  tav.  I— I X .  P.  Bertrand;  Paris. 
V.e  Levrault;  Strasbourg.  1839. 

11.  Egger  Joseph  Georg.  —  Foraminiferen  aus  Meeresgrund- 
proben,  gelothet  von  1874  bis  1876  von  S.  M.  Sch.  Ga- 
zelle.  Abhandl.  k.  bayer.  Ak.  Wiss.,  Il  Gl.,  voi.  XVI 11, 
fase.  2°,  pag.  195-458,  1  carta  topografica,  tav.  I-XXI 
nel  testo.  Miinchen,  1893. 

12.  Ehrenberg  Christian  Gottfried.  —  Bas  unsichtbar  wirkende 
Leben  der  Ford  potar  zone  am  Lande  und  in  den  Meeres- 
tiefgriinden  bei  30<)  mal  verstdrJcter  Schkraft.  Nach  Ma- 
terialen  der  Germania  erlàutert.  Die  Zweite  Deutsche  Nord- 
polarfahrt,  Zoologie,  pag.  3-33  estr.,  tav.  I  —IV.  F.  A. 
Brockhaus;  Leipzig,  1842. 

13.  Flint  James  M.  —  lìecent  Foraminifera.  A  dcscriptive  Ca¬ 
talogne  of  Specimens  dredged  by  thè  JJ.  S.  Fish  Com- 
mission  Steamer  «  Albatross  ».  Report  U.  S.  National  Mu- 
seum  for  1897,  pag.  249-349,  tav.  1-LXX. Washington,  1899. 

14.  Fornasini  Carlo.  —  Nota  preliminare  sui  Foraminiferi  della 
marna  pliocenica  del  Ponticello  di  Savena  nel  Bolognese. 
Boll.  Soc.  Geol.  It.,  voi.  II,  pag.  1 76-191,  tav.  II.  Roma,  1883. 

15.  —  Lagene  fossili  nell' argilla  giallastra  di  San  Pietro  in 
Lama  presso  Lecce.  Boll.  Soc.  Geol.  Italiana,  voi.  IV  (1885), 
pag.  188-198.  Roma,  1886. 

16.  —Foraminiferi  illustrati  da  Soldani  e  citati  dagli  autori  : 
Contribuzione  allo  studio  dei  Foraminiferi  fossili  negli  strati 
neogenici  d'Italia  e  viventi  nel  Mediterraneo.  Boll.  Soc.  Geol. 
Italiana,  voi.  V,  pag.  131-254.  Roma,  1886. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE 


177 


17.  —  Minute  forme  di  Rizopodi  reticolari  nella  marna  plio¬ 
cenica  del  Ponticello  di  Savena  presso  Bologna.  3  pagine  non 
numerate,  fig.  1-33.  Tip.  Fava  e  Garagnani,  Bologna,  1889. 

18.  —  Quarto  contributo  alla  conoscenza  della  microfauna  ter¬ 
ziaria  italiana.  Foraminiferi  delle  marne  messinesi,  colle¬ 
zione  G.  Seguenza  (Museo  di  Bologna).  Meni.  R.  A  ce.  Se. 
Bologna,  ser.  5a,  voi.  Ili,  pag.  429-442,  tav.  I— II.  Bolo¬ 
gna,  1 893. 

19.  —  Intorno  ad  alcuni  Foraminiferi  illustrati  da  0.  G.  Costa. 

Rend.  R.  Acc.  Se.  Bologna,  n.  s.,  voi.  II  (1897-98), 
pag.  15-19,  1  fìg.  nel  testo,  tav.  II.  Bologna,  1898  (estr. 
pubbl.  nel  1897). 

20.  —  Intorno  alla,  nomenclatura  di  alcuni  Nodosaridi  neoge¬ 
nici  italiani.  Meni.  R.  Acc.  Se.  Bologna,  ser.  5a,  voi.  IX, 
pag.  45-76,  fig.  1-27.  Bologna,  1901. 

21.  —  Revisione  delle  Lagene  scabre  fossili  in  Italia.  Rendic. 
R.  Acc.  Se.  Bologna,  Gl.  Se.  Fis.,  n.  s.,  voi.  XIV  (1909-1910), 
pag.  65-70,  1  tavola.  Bologna,  1910. 

22.  Fuchs  Theodor.  —  Studien  iiber  die  Gliederung  der  jiin- 
geren  Tertiàrbildungen  Ober-Italiens.  Gesammelt  auf  einer 
Reise  im  Frulìlinge  1877.  Sitzungsb.  k.  Ak.  Wiss.  Wien, 
math.-naturw.  CI.,  voi.  LXXVII,  pag.  419-480,  fig.  1-6 
(profili  geologici).  Wien,  1878. 

23.  Goès  Axel.  —  A  Synopsis  of  thè  Artic  and  Scandina- 
viari  recent  marine  Foraminifera  hiterto  discovered.  Kongl. 
Svensk.  Vetensk.-Akad.  Handling.,  voi. XXV, n.  9,  pag. 3  127, 
fig.  I— II,  tav.  I-XXV.  Stockholm,  1894. 

24.  Jones  F.  W.  Owen  Rymee.  —  On  some  Recent  forms  of 
Lagenae  from  Beep-sea  Soundings  in  thè  lava  Seas.  Trans. 
Finn.  Soc.  London,  voi.  XXX.  pag.  45-69,  tav.  XIX.  London, 
1872. 

25.  Jones  Thomas  Rupert,  Parker  William  Kitchen,  and  Brady 

Henry  Bowman,  ecc.  —  A  Monograph  of  thè  Foramini¬ 
fera  of  thè  Crag.  Parte  I  (1886),  pag.  I — V 1 ,  1-72,  tav.  I— Il  ; 
Appendix  I  e  II.  Parte  II  (1895),  pag.  73-210,  fig.  1-22, 
tav.  V-VII.  Parte  III  (1896),  pag.  21 1-314,  fig.  23.  Parte  IV 
(1897),  pag.  vii-xv,  315-402.  Palaeontographical  Society; 
London,  1866-1897. 


12 


178  A.  SILVESTRI 

26.  Kemna  Adolphe.  —  Sur  le  caractère  naturel  de  la  divi- 
sion  des  Foramìnifères  en  imperforés  et  perforés.  Ann.  Soc. 
R.  Malacol.  Belgique,  Bull.  Séances,  voi.  XXXVII,  pag.  lx- 
lxxi,  2  figure.  Bruxelles,  1902. 

27.  Millett  Fortescue  William.  —  The  recent  Foraminifera 
of  Galway.  Pag.  3-8,  tav.  I-IV.  W.  Brendon  and  Son  ; 
Plymouth,  1908. 

28.  Napoli  Ferdinando.  —  Contribuzione  allo  studio  dei  Fora- 
miniferi  fossili  dello  strato  di  sabbie  grigie  alla  Farne¬ 
sina  presso  Roma.  Boll.  Soc.  Geol.  Italiana,  voi.  XXV, 
pag.  321-376,  4  fìg.,  tav.  I-V.  Roma,  1906. 

29.  Parker  William  Kitchen  and  Jones  Thomas  Rupert.  — 

On  thè  Nomenclature  of  thè  Foraminifera.  XV.  The  Spe- 
ciesfigured  by  Fhrenberg.  Ann.  and  Mag.  Nat.  Hist.,  ser.  4a, 
voi.  IX,  pag.  211-230,  280-303;  voi.  X,  pag.  184-200, 
253-271;  Appendix,  pag.  453-457.  London,  1872. 

30.  Reuss  Augustus  Emanuel.  —  Ueber  die  Foraminiferen  von 

Pietzpuhl.  Zeitschr.  Deutsch.  geol.  Gesellsch.,  voi.  X, 
pag.  433-438.  Berlin,  1858. 

31.  —  Die  Foraminiferen- Familie  der  Lagenideen.  Sitzungsb. 
k.  Ak.  Wiss.  Wien,  math.-naturw.  Gl.,  voi.  XLVI,  fase.  1° 
(1863),  pag.  308-343,  tav.  I-VII.  Wien,  1862. 

32.  —  Die  Foraminiferen  des  Septarienthones  von  Pietzpuhl. 
Sitzungsb.  k.  Ak.  Wiss.  Wien,  math.-naturw.  Gl.,  voi.  LXII. 
fase.  1°,  pag.  455-493.  Wien,  1870. 

33.  Sacco  Federico.  —  Catalogo  paleontologico  del  Bacino  ter¬ 
ziario  del  Piemonte.  Boll.  Soc.  Geol.  Italiana,  voi.  Vili, 
pag.  281-356.  Roma,  1889. 

34.  —  Catalogo  paleontologico  del  Bacino  terziario  del  Pie¬ 
monte.  ( Continuazione  e  fine).  Boll.  Soc.  Geol.  Italiana, 
voi.  IX,  pag.  185-340.  Roma,  1890. 

35.  Schlicht  E.,  von.  —  Die  Foraminiferen  des  Septarienthones 
von  Pietzpuhl.  Pag.  i-xv,  1-98,  tav.  I-XXXVIII.  Wie- 
gandt  &  Hempel;  Berlin,  1870. 

36.  Schwager  Conrad.  —  Fossile  Foraminiferen  von  Kar  Ni- 
Jcobar.  Novara-Exped.,  geol.  Theil,  voi.  Il,  pag.  187-268, 
tav.  IV-V1I.  Wien,  1866. 


LAGENINE  TERZIARIE  ITALIANE  179 

37.  Sequenza  Giuseppe.  —  Descrizione  dei  Foraminiferi  niono- 
talamici  delle  Marne  mioceniche  del  distretto  di  Messina. 
Preceduta  dalle  generalità  zoologiche  e  geologiche  dell’in¬ 
tiero  ordine.  Parte  2a.  Pag.  1-84,  tav.  I-II.  Tip.  del  Com¬ 
mercio;  Messina,  1862. 

38.  —  Le  formazioni  terziarie  nella  provincia  di  Peggio  ( Ca¬ 
labria).  Mem.  E.  Acc.  Lincei,  Cl.  Se.  fìs.,  mat.  e  nat., 
ser.  3a,  voi.  VI,  pag.  3-446,  tav.  I-XVII.  Roma,  1880. 

39.  Sherborn  Charles  Davies  and  Chapman  Frederick.  — 
On  some  Microzoa  from  thè  London  Clay  exposed  in  thè 
Drainage  Works ,  Piccadilly,  London ,  1885.  Journ.  R.  Micr. 
Soc.,  ser.  2a,  voi.  VI,  pag.  737-763,  fig.  154-156,  tav.  XIV- 
XVI.  London,  1886. 

40.  Sidebottom  Henry.  —  Peport  on  thè  Recent  Foraminifera 
from  thè  Bay  of  Palermo ,  Sicily,  14-20  fms.  (Off  thè  Har- 
bour.).  Mem.  and  Proceed.  Manchester  Lit.  and  Phil.Soc., 
voi.  LIV,  parte  3a,  pag.  1-36,  tav.  I— III.  Manchester, 
1910. 

41.  —  Lagenae  of  thè  South- West  Pacific  Ocean.  From 
soundings  taken  by  H.  M.  S.  Waterwitck,  1895.  Journ. 
Quekett  Micr.  Club,  ser.  2a,  voi.  XI,  pag.  375-434,  tav. 
XIV-XXI.  London,  1912. 

42.  Silvestri  Alfredo.  —  Foraminiferi  pliocenici  della  pro¬ 
vincia  di  Siena.  Parte  I.  Mem.  Pontif.  Acc.  X.  Lincei, 
voi.  XII,  pag.  1-204,  tav.  I-V.  Roma,  1896. 

43.  —  Lageninae  del  Mar  Tirreno.  Mem.  Pontif.  Acc.  N. 
Lincei,  voi.  XIX,  pag.  133-172,  fig.  1-74.  Roma,  1902. 

44.  —  Alcune  osservazioni  sui  Protozoi  fossili  piemontesi.  Atti 
R.  Acc.  Se.  Torino,  voi.  XXXVIII,  pag.  206-217,  fig.  1-4. 
Torino,  1903. 

45.  —  Forme  nuove  o  poco  conosciute  di  Protozoi  miocenici 
piemontesi.  Atti  R.  Acc.  Se.  Torino,  voi.  XXXIX  (1904), 
pag.  1-15,  fig.  1-7.  Torino,  1903. 

46.  Soldani  Ambrosius.  —  Testaceographia  ac  Zoophytog rapida 
parvae  et  microscopicae.  Tomus  primus  (1789),  pag.  i- 
xxxii,  1-80,  tav.  1-93.  Tomi  primi  pars  altera  (1791), 
pag.  81-200,  tav.  94-142.  Tomi  primi  pars  ter tia  (179 5), 
pag.  201-289,  tav.  143-179.  Tomus  secundus  (1798), 


180 


A.  SILVESTRI 


pag.  i— vili,  1-148,  tav.  1-26,  I-XXIII.  Typographia  Fran¬ 
caci  Rossi  (Tormis  primus),  Typ.  Francisci  Rossi  et  Filii 
(Tomus  seeundus);  Senis,  1789-1798. 

47.  Squinabol  Senofonte.  —  Cenni  di  Geografìa  fìsica  e  di 

Geologia  per  le  scuole  medie  superiori.  Seconda  edizione. 
Pag.  i-x,  1-352,  fig.  1-280.  Raffaello  Giusti,  Livorno,  1910. 

48.  Stache  Guido.  —  Die  Foraminiferen  der  tertidren  Mergel 
des  W hai n ga roa - Hafens  (Provine  Auckland).  Novara- 
Exped.,  geol.  Theil,  voi.  I,  fase.  2°,  Palaont.,  pag.  161-304, 
tav.  XXI-XXIY.  Wien,  1864. 

49.  Terquem  Olry.  —  Essai  sur  le  Classement  des  Animaux 
qui  vivent  sur  la  Plage  et  dans  les  Environs  de  Bunker- 
que.  Fase.  1°  (1875),  pag.  1-54,  tav.  I-YI  ;  fase.  2°  (1876), 
pag.  55-100,  tav.  VIT-XII  ;  fase.  3°  (1881),  pag.  101-152, 
tav.  XIII-XYIT.  Paul  Klincsieck,  Paris,  1875,  1876  e  1881. 

50.  —  Les  Foraminifères  de  Vcocène  des  environs  de  Paris. 
Meni.  Soc.  Géol.  France,  ser.  3a,  voi.  II,  mera.  3a,  pag.  1-193, 
tav.  IX-XXVIII.  Paris,  1882. 

51.  Terrigi  Guglielmo.  —  Fauna  Vaticana  a  Foraminiferi 
delle  Sabbie  gialle  nel  plioceno  subapennino  superiore.  Atti 
Acc.  Pontif.  N.  Lincei,  anno XXXIII, pag.  127-219,  tav. I-IV. 
Roma,  1880. 

52.  —  I  depositi  lacustri  e  marini  riscontrati  nella  trivellazione 
presso  la  Via  Appia  antica.  Meni.  R.  Cora.  Geol.  Italia, 
pag.  53-131,  tav.  I-IV.  Firenze,  1891. 

53.  Williamson  William  Crawford.  —  On  thè  recent  liritish 
Species  of  thè  Genus  Lagena.  Ann.  and  Mag.  Nat.  Hist., 
ser.  2a,  voi.  I,  pag.  1-20,  tav.  I— II.  London,  1848. 

54.  —  On  thè  Liecent  Foraminifera  of  Great  Britain.  Ray 
Society,  pag.  i-xx,  1-107,  fig.  1-8,  tav.  I-YII.  London,  1858. 

55.  Wright  Joseph.  —  Foraminifera  from  thè  Estuarine  Clays 
of  Magheramorne ,  Co.  Antrim,  and  Limavady  Station,  Co. 
Berry.  Proceed.  Belfast  Nat.  Field  Club,  voi.  Ili  (  1910— 
1911),  Appendix  n.  II,  pag.  11-19,  tav.  II.  Belfast,  1911. 


ras.  pres.  3  giugno  -  ult.  bozze  7  luglio  1912]. 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


Memoria  del  prof.  G.  Rovereto 


III. 

LA  VALLE  DEL  RIO  NEGRO 
(Tav.  Ili,  IV,  V,  VI,  VII) 


§1.-11  lago  (lei  Nalmél  Huapi. 

Morfologia  generale.  —  È  il  lago  a  più  irregolare  con¬ 
torno  clie  io  conosca;  nelle  Alpi  gli  può  essere  lontanamente 
paragonato  quello  dei  Quattro  Cantoni,  il  quale  però  corrisponde 
solo  a  circa  un  quinto  della  sua  area1.  La  sua  parte  princi¬ 
pale,  che  nasce  dalla  periferia  delle  Ande,  diretta  secondo  i  pa¬ 
ralleli,  si  addentra  nel  massiccio  montuoso  ritorcendosi  verso  il 
nord-est;  all’inizio  dell’addentramento  è  quasi  chiusa  dall’avan¬ 
zata  di  due  penisole  opposte  e  da  isolette  (penisola  di  San  Pedro, 
isolette  Huemùl,  Gallina  e  Gaviotas,  penisola  di  Porto  Sàbana); 
poi  succedono  la  grande  isola  Victoria,  una  antica  costola  di¬ 
visoria  di  due  valli,  e  verso  ovest  una  fila  di  isolette  parallele 
a  questa,  segno  di  una  terza  valle  minore. 

Nella  parte  più  addentrata  si  ha  allungata,  sulla  direzione 
dell’isola  Victoria,  una  ristretta  penisoletta  che  non  ha  nome  e 

1  II  Nalmél  Huapi  ha  un’area  di  kmq.  535,  cui  corrisponde  un  ba¬ 
cino  imbrifero  di  kmq.  2960:  le  sue  oscillazioni  di  livello  raggiungono 
m.  3,25;  con  eflussi  da  me.  80  a  me.  840  (secondo  le  osservazioni  degli 
anni  1903-07);  però  durante  la  straordinaria  piena  del  1899  si  raggiun¬ 
sero  i  1500  me.  Nelle  Alpi  gli  corrispondono  per  la  grandezza  i  laghi 
di  Ginevra  e  di  Costanza.  La  più  antica  carta  geografica  che  lo  rappre¬ 
senti  con  qualche  approssimazione  è  quella  del  1775,  di  Juan  de  La  Cruz 
Cano  y  Olmedilla,  sotto  i  nomi  di  L.  Nahuechuapi  e  L.  de  Tigres;  dicono 
infatti  che  Nalmél  Huapi  voglia  dire  Tigre  furiosa,  però  è  indubitato 
che  in  lingua  araucana  huapi  significa  Iago. 


182 


G.  ROVERETO 


che  io  ho  dedicato  all’ing.  J.  Eoraero;  ad  est  della  penisoletta 
Romero  si  osserva  una  insenatura  in  cui  hanno  sbocco  i  tronchi 


CARTA  DEL  LAGO  NAHUEL  HUAPI 


C»rr*  Ckxifci 


Cifro  Cwti 


Fio.  l.ft 

d'origine  dei  corsi  d’acqua  della  antica  valle,  mentre  verso  ovest 
il  lago  continua  con  un  braccio  ristretto,  finche  termina  contro  i 
rilievi  che  lo  separano  dai  laghi  Correi! toso  ed  Espejo,  i  quali 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


183 


prolungano  verso  il  nord,  per  un  altro  lungo  tratto,  tutta  la  de¬ 
pressione  principale  (fig.  la). 

Alla  particolarità  di  essere  la  parte  principale  della  conca 
lacustre  scissa  in  due  parti,  si  aggiungono  le  curiose  diramazioni 
che  da  essa  si  partono  e  si  addentrano  nella  catena  andina, 


Fig.  2.a  —  11  braso  di  Porto  Blest. 


sotto  forma  di  anguste  braccia  (diconsi  appunto  brazos,  oppure 
rincones ),  chiuse  fra  alte  e  ripide  pareti  rocciose  (fig.  2a). 

Il  primo  di  questi  brazos  è,  sulla  destra,  quello  della  Tri- 
steza,  cui  fa  sèguito  l’altro  di  Porto  Blest,  che  corrisponde  ad 
una  grande  depressione  trasversale  a  tutta  la  Cordigliera,  acci¬ 
dentata  da  laghi  e  da  vulcani. 

Nella  parte  più  interna  si  hanno  il  Brazo  del  Machete,  riem¬ 
piuto  in  parte  da  prodotti  vulcanici  e  continuato  da  una  valle, 
e  il  Rincon  Hube,  addentrato  anch’esso  fino  alla  convergenza 
di  due  valli.  Sulla  sinistra  esiste  il  Brazo  Huemùl  '. 

1  La  fig.  la  è  la  rappresentazione  più  esatta  e  più  completa  fra  quelle 
finora  pubblicate  delle  forme  del  lago:  la  parte,  topografica  è  stata  da  me 
tratta  dai  rilievi  della  Oftcina  de  Tierras  y  Colonias,  con  alcune  modifi¬ 
cazioni  e  aggiunte,  specialmente  di  isolette,  di  piccoli  laghi  e  di  nomen¬ 
clatura.  Le  quote  di  altezza  sono  ricavate  dalla  Exposición  Argentina  en 
la  Cuestión  de  Lhnites  e  da  note  di  viaggio  mie  e  degli  ingegneri  Can- 
tutti  e  Pozzi. 


184 


G.  ROVERETO 


A  questo  aggiungasi  la  profonda  ed  accidentata  articolazione 
di  grandi  tratti  della  riva,  che  dà  luogo  alla  penisoletta  di  San 
Pedro  —  tutta  a  seni,  a  sporgenze  e  ad  isolette  situate  di  contro 


Fig.  3.a  —  Isoletta  dirimpetto  a  Fuetto  Barata: 
esempio  delle  isolette  a  forme  gibbose  dei  laghi  andini. 

a  queste,  per  modo  da  formare  un  dedalo  intricato  —  alla  pe¬ 
nisoletta  Romero,  a  Porto  Manzano,  a  Porto  Sabana  (fig.  3a). 

Se  poi  si  immagina  come  il  lago  si  presentava  in  tempi  relati¬ 
vamente  recenti,  quando  il  suo  livello  era  più  alto  di  un  50  m.,  co¬ 
me  dimostrano  i  terrazzi  lacustri,  tale  sua  capricciosa  morfologia 
diventa  ancora  più  eccezionale.  Nella  sua  parte  più  esterna  si 
prolungava  verso  sud  fra  la  Cordiglieli  e  la  Precordigliera;  più 
ad  ovest  comunicava  direttamente  con  il  lago  Gutierrez,  for¬ 
mando  un  altro  curioso  ed  addentrato  brazo;  verso  il  nord  co¬ 
stituiva  una  sola  cosa  con  i  laghi  Correntoso  ed  Espejo,  ed  era 
cosi  prolungata  di  parecchie  leghe  la  strana  scissione  in  due 
parti  della  zona  principale  del  lago. 

Ora,  in  tutto  ciò  si  può  scorgere  l’eccezionale  collegamento 
di  vari  tipi  morfologici;  si  ha  il  lago  alpino,  cui  si  sono  ag¬ 
giunte  le  profonde  braccia  dei  fiordi  norvegesi,  ed  il  fraziona- 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


18f> 


mento  insulare  e  peninsulare  dei  laghi  svedesi  e  finlandesi;  è 
in  complesso  un  tipo  nuovo,  che  è  naturale  distinguere  con  il 


Fig.  4.a  —  Vette  coniche  e  terrazzi  glaciali 
allo  sbocco  del  Rio  Colorado  nel  lago  Nahuel  Huapi. 


nome  di  andino,  il  quale  ha  richiesto  per  la  sua  origine  l’as¬ 
sociazione  di  varie  cause  che  si  riconosceranno  dopo  l’analisi 
e  la  descrizione  particolareggiata  delle  diverse  sue  forme. 

Morfologia  glaciale  di  distruzione.  —  Le  forme  più  pe¬ 
culiari  che  si  osservano  attorno  al  lago  stanno  nella  parte  che 
più  si  addentra  nella  Cordigliela,  e  consistono  nella  foggia  dei 
rilievi  montuosi  direttamente  sovrastanti  all’incavo  lacustre. 
Questi  sono  da  cima  a  fondo  lisciati  ed  arrotondati,  per  modo 
da  presentare  una  forma  conica  terminata  da  un  cocuzzolo  di¬ 
polare.  Porto  Blest  è  uno  dei  punti  in  cui  questa  condizione 
morfologica  ha  maggior  risalto,  e  dove  si  riconosce  l’enorme 
effetto  della  erosione  glaciale,  che  ha  dato  luogo  ad  una  delle 
più  profonde  e  ristrette  incisioni  vallive  che  io  abbia  mai  visto. 
Però  anche  al  di  fuori  dei  ristretti  brazos,  lungo  tutta  la  costa 
occidentale  del  lago,  dove  sfocia  il  Colorado  (iìg.  4a),  dove  si  ad- 


186 


G.  ROVERETO 


(lenirà  il  seno  del  Machete  (tav.  HIa),  alle  spalle  del  Rincon 
Hube,  sul  lago  Correntoso  (tav.  IVa  e  fìg.  5a),  le  Ande  presentano 
tale  caratteristica,  e  se  nel  caso  di  Porto  Blest  si  poteva  cre¬ 
dere  che  il  ghiacciaio  avesse  rigurgitato  sino  [al  sommo  dei 
monti,  data  la  ristrettezza  del  braccio  per  il  quale  doveva  in 


Fri.  5.a  —  Laghetto  morenico  fra  l’Espejo  e  il  Correntoso; 
sullo  sfondo  una  caratteristica  vetta  conica. 


canalarsi,  negli  altri  casi,  dove  non  si  hanno  strette,  e  l’accu¬ 
mulazione  glaciale  poteva  scendere  libera  sui  pendìi,  si  rico¬ 
nosce  in  modo  certo  che  un  grande  mantello  di  ghiaccio  co¬ 
priva  tutto  l’alto  rilievo  andino,  e  che  da  questo  passava  inca¬ 
nalato  nelle  valli  periferiche.  Si  aveva  in  complesso  il  tipo  del 
ghiacciaio  norvegese,  formante  grandi  altipiani  ghiacciati  sul¬ 
l’alto  del  rilievo  montuoso,  e  quindi  rinchiuso  in  valli  ristret¬ 
tissime  ed  in  fiordi.  Queste  valli  nel  nostro  caso  sono  rappre¬ 
sentate  dalle  diramazioni  del  lago;  per  le  condizioni  topogra¬ 
fiche  non  si  ebbero  i  fiordi,  i  quali  però  si  osservano  più  asini, 
sulla  costa  cilena;  e  verso  l’estremo  del  continente  esistono  pure 
tuttavia  i  ghiacciai  di  un  ridotto  tipo  norvegese. 

La  forma  glaciale  dei  monti  a  cono  richiede  ancora  alcune 
spiegazioni,  perchè  sino  ad  ora  non  è  stata  debitamente  de¬ 
scritta.  È  tipica  quando  si  osserva  in  un  monte  isolato,  come 
quello  che  trovasi  dirimpetto  alle  case  di  Porto  Blest;  in 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


187 


questo  caso  i  suoi  liscioni  assumono  un  po’  l’aspetto  delle  ro¬ 
tondità  di  una  cipolla,  terminati  superiormente  da  un  arco  lu¬ 
nato,  per  cui  quando  ne  esiste  una  serie,  sembrano  quasi  so¬ 
vrapposti  l’uno  all’altro,  e  ricordano  la  forma  dei  monti  a  car¬ 
ciofo.  Quando  formano  invece  parte  di  una  cresta  montuosa,  si 
osserva  una  serie  di  vette  arrotondate  e  massiccie,  separate 
da  solchi  diritti,  molto  incassati  verso  il  basso,  alquanto  sva¬ 
sati  verso  l’alto  (fig.  (3°).  Di  frequente  la  parte  inferiore  del  ver- 


Fig.  6.“  —  Versante  a  stacchi  rettangolari  e  a  roccie  a  montone 
presso  lo  sbocco  dell’emissario  del  Lago  Gntierrez. 


sante  è  troncata  dagli  angoli  frontali  prodotti  da  ghiacciai  val¬ 
livi,  per  cui  si  riconosce  che  una  fase  glaciale  a  tipo  alpino  fu 
successiva  a  quella  di  tipo  norvegese. 

Ora,  tutto  ciò  indica  che  il  fenomeno  glaciale  fu  qui  di 
grande  intensità,  benché  siasi  asserito  il  contrario,  basandosi 
sulla  poca  estensione  delle  morene;  ed  infatti  gli  archi  more¬ 
nici  che  sono  rappresentati  nella  fig.  16a  sono  di  minore  impor¬ 
tanza  di  quelli,  ad  esempio,  del  nostro  Garda,  e  non  indicano 
affatto  una  intensa  glaciazione. 

Però  queste  osservazioni,  in  apparenza  contrarie,  si  possono 
conciliare,  considerando  che  quando  il  ghiacciaio  è  a  mantello, 
e  non  sono  emergenti  su  di  esso  delle  costole  rocciose,  le  mo¬ 
rene  laterali  e  frontali  debbono  essere  molto  ridotte,  mentre  sa¬ 
ranno  molto  sviluppate  quelle  di  fondo;  e  ciò  perchè  manca 
una  zona  montuosa  emergente  che  è  quella  che  alimenta  le 
'prime.  Inoltre  le  morene  che  si  incontrano  allo  sbocco  del  lago 
Nahuél  Huapi  non  sono  del  periodo  in  cui  ebbe  sviluppo  la 
glaciazione  a  mantello,  ma  sì  di  uno  successivo  a  glaciazione 
più  ridotta,  come  fra  poco  diremo:  mentre  le  morene  della 


188 


G.  ROVERETO 


grande  glaciazione  si  osservano  sulla  cresta  della  Precordi- 
gliera. 

La  parte  mediana  della  Cordigliera  che  sta  ad  ovest  del 
lago  fu  tutta  coperta  dal  ghiaccio,  e  presenta  le  forme  descritte, 


Fio.  7.a  -  Le  forme  alpine  delle  vette  del  M.  Tronador  (m.  3400), 

viste  da  Casapange. 

eccettuato  il  Tronador,  che  per  la  sua  altezza  (m.  3400)  fu  so¬ 
praelevato  sul  ghiacciaio,  ed  ha  quindi  forme  alpine  (fig.  7a). 
La  parte  a  sud  del  lago,  dove  il  ghiacciaio  per  il  suo  deflusso 
era  già  alquanto  abbassato,  in  corrispondenza  specialmente  del 
Gruppo  della  Catedral,  ebbe  una  zona  montuosa  emergente; 
per  cui  la  parte  più  alta  di  questo  tratto  di  catena  presenta 
forme  diverse  da  quelle  già  descritte  :  ossia  si  osservano  vette 
che  a  cominciare  dalla  parte  che  si  conservò  sopra  elevata  sul 
ghiacciaio,  e  che  è  ben  riconoscibile,  hanno  un  carattere  alpino, 
a  versanti  ripidi  ed  irregolari,  con  pareti,  canaloni  e  cengie, 
creste  sottili  e  guglie,  fra  le  quali  ultime  notevolissime  quelle 


STUDI  DI  GrEO MORFOLOGIA  ARGENTINA 


189 


che  si  allineano  sulla  cresta  del  Gruppo  della  Catedral.  Ol¬ 
trepassata  però  la  depressione  del  Gntierrez,  i  Gruppi  della 
Yentaua  e  della  Tristeza  ritornano  alle  forme  coniche  e  massicce. 

La  particolarità  più  evidente  che  presenta  il  lago  sono  dei 
resti  di  terre  basse,  più  o  meno  regolarmente  terrazzate,  che 
trovansi  in  lembi  scontinui  lungo  le  due  rive,  ai  piedi  delle  pen- 


V# 


Fig.  8.a  —  Il  Lago  Espejo: 

sullo  sfondo  le  Ande  a  vette  coniche  ed  i  terrazzi  di  spianamento  glaciale. 


dici  del  massiccio  andino,  eccetto  che  nell’interno  delle  braccia 
laterali.  In  parecchie  delle  fotografìe  che  pubblico  (fig.  8a  e  9R) 
osservansi  questi  resti  appianati,  poco  alti  sul  lago,  coperti  da 
fitta  vegetazione  :  essi  sono  a  forma  di  terrazzo,  oppure  a  forma 
di  piccoli  rilievi  che  chiamo  a  dorso  di  cammello  quando  sieno 
tondeggianti,  poco  alti  e  gibbosi,  ed  a  dorso  di  cetaceo  se  allun¬ 
gati,  ristretti,  con  un  dorso  mediano  rilevato  e  più  o  meno  ar¬ 
cuato.  Paiono  collegarsi  ai  bassi  rilievi  della  Precord igli era  ; 
hanno  una  notevole  estensione  in  corrispondenza  della  peniso¬ 
letta  di  San  Pedro:  sono  ridotti  a  sottile  striscia  a  Punta  Mil- 


190 


G.  ROVERETO 


laqueo,  si  interrompono  di  contro  all’isola  Victoria,  eccetto  che 
in  nn  breve  tratto  prima  dello  sbocco  del  Rio  Colorado,  ripi¬ 
gliano  estensione  in  corrispondenza  del  Machete  e  del  Rincon 
Hnbe,  si  collegano  alla  bassa  regione  dell’Espejo  e  del  Corren- 
toso.  Sulla  riva  di  contro  si  osservano  specialmente  a  comin¬ 
ciare  dal  Correntoso  sino  oltre  Porto  Manzano, 


Fio.  9.a  —  Laghetto  della  regione  di  spianamento  glaciale 
tra  i  laghi  Espejo  e  Correntoso. 


Nella  regione  morenica  e  dentro  il  bacino  del  lago  si  osserva 
un  terrazzamento  che  è  di  origine  lacustre  :  questi  terrazzi  sono 
specialmente  a  due  livelli,  dei  quali  il  più  alto  quasi  corrisponde 
in  altezza  alla  morena  frontale,  è  quindi  elevato  sul  lago  di 
un  40  m.,  e  risale  evidentemente  al  periodo  immediato  alla  di¬ 
sparizione  del  ghiacciaio  dell’ultima  fase,  quando  ancora  l’emis¬ 
sario  del  lago,  ossia  il  Limay,  nasceva  dall’alto  della  morena; 
il  più  basso  rappresenta  probabilmente  il  livello  definitivo,  del 
quale  però  il  livello  attuale  del  lago  è  al  di  sotto,  non  tanto 
per  abbassamento  della  soglia  dell’emissario,  quanto  per  una 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


191 


diminuzione  delle  piogge,  e  quindi  del  volume  delle  acque  che 
si  raccolgono  nel  lago. 

Nell’interno  del  lago  i  terrazzi  lacustri  non  sono  visibili 
poiché  mancano  notevoli  placche  moreniche  o  di  altri  materiali 
incoerenti;  però  sono  ben  riconoscibili  i  terrazzi  glaciali,  sia 
quelli  di  cui  ora  si  è  detto,  e  che  appartengono  ad  una  zona 
spianata  a  pochi  metri  sul  lago,  sia  altri  che  osservansi  a  livelli 
più  alti. 

Il  bacino  di  Porto  Blest,  sul  ripido  pendìo  di  uno  dei  fianchi 
che  lo  rinserrano,  offre  esempio  di  quattro  terrazzi,  alquanto 


Fig.  10.a  —  Terrazzi  glaciali  lungo  il  braso  di  Porto  Blest: 
o.  livello  del  lago. 

ondulati,  ossia  a  pendìo  non  continuo,  inclinati  secondo  l’ef¬ 
flusso  del  ghiacciaio,  mentre  dei  solchi  di  versante  inclinati  in 
senso  contrario  li  interrompono  e  li  rendono  vieppiù  irregolari 
(fig.  10a). 

Lo  sbocco  della  valle  del  Machete  presenta  anch’esso  di¬ 
versi  livelli  di  spianamento:  due  sono  ben  distinti  e  molto  alti, 
il  terzo  fa  parte  della  parte  bassa,  che  cinge  il  seno  del  Ma¬ 
chete.  Questo  sarebbe  assai  più  addentrato  se  una  enorme  eru¬ 
zione  di  un  vulcano,  che  credo  cileno,  non  avesse  coperto  di  la¬ 
pilli  la  regione,  e  riempiuto  in  parte  il  seno,  e  proteso  quindi 
il  corso  del  Machete:  questa  eruzione  è  probabilmente  storica, 
perchè  fascia  perfettamente  le  forme  del  terreno  :  il  bosco  che 
la  ricopre  ha  per  lo  meno  cento  anni  di  vita. 

Due  terrazzi  glaciali  esistono  pure  allo  sbocco  del  Pio  Colo¬ 
rado  (fig.  4a);  lì  presso,  nella  parte  rocciosa,  si  hanno  le  forme 
di  una  gigantesca  figura  di  viso  umano  con  maschera:  un  pic¬ 
colo  tratto  di  vegetazione  rimasto  in  mezzo  alla  roccia  costi¬ 
tuisce  la  maschera. 


192 


ri.  ROVERETO 


Sono  assai  rari  i  casi  in  cui  i  solchi  del  versante  sieno  per 
forza  centripeta,  esercitata  dal  ghiacciaio,  deviati  verso  le  ori¬ 
gini  di  questo,  anziché  secondo  il  deflusso:  sono  invece  fre¬ 
quenti  dei  solchi  verticali,  specialmente  nella  parte  che  nell’ul- 
tima  fase  ad  espandimento  vallivo  rimase  emergente,  i  quali 
sono  interrotti  da  una  parte  più  bassa  in  cui  la  roccia  è  a  dorso 


Fio.  ll.a  —  L'isola  della  Gallina  con  lo  scoglio  delle  Gaviotas, 
grande  bozza  glaciale  già  opposta  al  dell  asso  del  ghiacciaio 
del  Nahnél  Huapi. 


di  montone,  o  altrimenti  levigata  e  terrazzata.  Questo,  ad  esempio, 
si  osserva  dove  l’emissario  del  Gutierrez  mette  nel  lago  princi¬ 
pale  (fìg.  6a). 

Fortissime  e  conservatissime  tracce  degli  effetti  dell’erosione 
glaciale  offrono  verso  ovest  l’isoletta  della  Gallina  e  lo  scoglio 
che  le  è  vicino  (fìg.  lla),  poiché  furono  nuclei  solidi  e  resistenti, 
contrapposti  al  deflusso  del  ghiacciaio:  il  profilo  trasversale  del- 
l’isoletta  è  molto  caratteristico,  amraontonato  e  ripido  dalla  parte 
a  monte  (fìg.  12a),  declive  ed  allungato  da  quella  a  valle. 


•STUPÌ  pi  GEOMORFOLOGIA  argentina 


193 


Nella  parte  della  Cordigliera  che  sta  a  nord  del  lago  si  ha 
esempio  di  quella  particolare  conformazione  di  alto  versante 
unito  e  ragguagliato,  così  reso  da  una  fascia  di  detriti  più  o 
meno  minuti,  distesi  uniformemente  sui  pendii,  conformazione 
che  ho  osservato  nelle  Alte  Ande  sotto  tutte  le  latitudini,  im¬ 
mediatamente  al  disotto  delle  nevi  perpetue,  e  che  deve  dipen¬ 
dere  dal  particolare  modo  di  sciogliersi  delle  nevi,  il  quale  dà 


Fig.  12.il  —  Profilo  trasversale  dell’isola  della  Gallina: 
bozza  di  roccia  opposta  alla  defluenza  del  ghiacciaio  del  Nahuél  Huapi. 

luogo  ancora  alla  famosa  neve  penitente  così  bene  descritta  dal 
Keidel. 

Morfologia  glaciale  di  ricostruzione.  —  Gli  archi  mon¬ 
tuosi  che  chiudono  il  lago  sono  in  parte  morenici  ed  in  parte 
di  roccia.  Già  da  tempo  è  stata  segnalata  la  morena  dove  il 
lago  ha  sbocco  e  dà  origine  al  Limay;  è  molto  caratteristica: 
isolata,  alta  un  cinquanta  metri  sul  livello  delle  acque  del  lago, 
a  cresta  continua  e  livellata,  alquanto  arcuata:  è  una  vera  mo¬ 
rena  frontale;  le  altre  sono  invece  laterali,  addossate  d’ordinario 
alla  roccia. 

Il  più  notevole  ammassamento  morenico  trovasi  dove  è  fon¬ 
dato  Bariloche  (fig.  13R),  ed  è  dovuto  all’incontro  del  ghiacciaio 
laterale  del  Gutierrez  (fig.  14a  e  15n)  con  il  ghiacciaio  principale. 

Gli  archi  rocciosi,  prevalentemente  basaltici,  e  che  appar¬ 
tengono  alla  morfologia  di  distruzione,  consistono  specialmente 
in  rilievi  di  varie  forme,  ora  arrotondati,  ora  aspri  di  aggetti, 
emergenti  dalle  morene,  od  alle  spalle  di  queste,  residui  di 
grandi  costole  di  valli  secondarie,  sia  longitudinali,  sia  trasver¬ 
sali,  più  o  meno  risparmiate  dalla  erosione  glaciale.  Nei  nostri 
laghi  italiani  non  si  osserva  questo  fatto,  perchè  essi  trovansi 
sui  confini  della  pianura:  dove  esistono  al  loro  sbocco  dei  ri¬ 
lievi  montuosi,  ad  esempio  alla  diramazione  del  lago  di  Como, 
ciò  è  dovuto  al  fenomeno  della  difluenm,  della  quale  quasi  non 
si  ha  esempio  nelle  Ande. 


13 


194 


G.  ROVERETO 


Ragguardevole  è  il  piano  fluvio-glaciale  che  sta  al  di  la 
della  morena  frontale,  lungo  il  Limay:  esso  trovasi  allo  stesso 
livello  del  piano  circumlacustre  e  quindi  bene  staccato  dalla  mo¬ 
rena,  perfettamente  livellato  in  forma  di  un  grande  triangolo 


Fio.  13.a  —  Massi  erratici  nell’abitato  di  Bariloche: 
sullo  sfondo  le  forme  massicce  del  Cerro  della  Yentana. 


che  si  addentra  nella  stretta  della  valle.  Altri  grandi  piani 
fluvio-glaciali  esistono  lungo  la  depressione  interposta  fra  la 
Cordigliera  e  la  Precordigliera,  a  sud  del  lago. 

Caratteristiche  glaciali  mancanti.  —  L’osservatore  trova 
inoltre  nella  morfologia  glaciale  andina  delle  differenze  che  a 
tutta  prima  non  può  definire,  perchè  dipendono  da  caratteri  gla¬ 
ciali  che  mancano,  o  che  sono  ridotti  a  minime  proporzioni  : 
attorno  al  lago  Nahuél  Huapi  non  si  hanno  difatti  esempi  di 
circhi,  di  discontinuità  glaciali,  di  profili  a  truogolo.  Chi  co¬ 
nosce  quanto  i  circhi  abbiano  influenza  sulla  forma  dei  monti 
e  delle  valli,  sulle  creste,  sulle  pareti,  sulle  vette,  potrà  facil- 


STUDI  I)I  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


195 


Fig,  14, 3 


Il  Lago  Gutierrez. 


—  Il  Lago  Gutierrez. 


Fig.  15,a 


1% 


G.  ROVERETO 


mente  comprendere  quanto  diversa  da  quella  delle  Alpi  si  pre¬ 
senti  la  morfologia  dei  monti  che  rinchiudono  il  lago.  Ad  osser¬ 
vare  la  nostra  catena  si  riconoscono  forme  che  sono  quasi  appen¬ 
niniche,  divise  da  valli  alpine:  si  ha  il  monte  massiccio  e  pieno, 
con  lunghi  e  ripidi  pendìi,  sovrai ncombente  a  ristretti  solchi 
vallivi,  od  al  lago. 

Anche  le  discontinuità  glaciali,  quasi  assenti,  privano  la 
regione  delle  caratteristiche  cascate,  degli  scaglioni,  dei  gra¬ 
dini,  delle  troncature  dei  pendìi;  Tunica  notevole  discontinuità 
che  io  conosca  è  quella  che  dà  luogo  alla  cascata  de  Los  Can- 
taros  presso  Porto  Blest.  Esistono  però  laghetti,  depressioni  ed 
appozzamenti  d’ogni  sorta,  e  quindi  soglie  rocciose  e  moreniche, 
e  piccoli  rilievi  ammontonati. 

La  mancanza  dei  profili  a  truogolo,  che  è  forse  una  conse¬ 
guenza  della  mancanza  delle  discontinuità,  o  viceversa,  diffe¬ 
renzia  dai  fiordi  e  dalle  valli  alpine  i  ristretti  brazos  in  cui  si 
ramifica  il  lago,  e  che  hanno  sopratutto  l’aspetto  di  gole  e  di 
forroni,  diritti  però,  e  senza  anse,  come  i  glaciali.  In  complesso 
quindi  si  ha  una  estrema  semplificazione  delle  forme  glaciali, 
della  quale  le  cause  sono  molteplici;  ma  che  principalmente 

debbonsi  ricercare  nella  grande  maturità  che  regionalmente  rag- 

\ 

giunse  il  fenomeno  glaciale.  E  la  glaciazione  a  mantello  che 
in  breve  ha  potuto  distruggere  i  circhi,  appianare  le  creste,  ap¬ 
profondire  i  solchi  preesistenti  in  modo  uniforme  e  generale; 
mentre  più  al  nord,  dove  tale  glaciazione  non  giunse,  ad  esem¬ 
pio  nelle  Ande  di  Mendoza,  si  hanno  versanti  incavati  a  circo, 
e  creste  sottili  come  nelle  Alpi,  salti  di  roccia  e  triangoli  fron¬ 
tali,  e  quindi  valli  che  più  o  meno  hanno  forma  di  truogolo. 

In  qual  modo  poi  tale  eliminazione  e  distruzione  di  forme 
si  sia  raggiunta,  si  può  riconoscere  pensando,  che  sulla  massa 
ghiacciata  non  sopraelevavano  che  pochissime  e  limitate  creste, 
nelle  quali  non  potevano  di  certo  incavarsi  dei  circhi;  che  nel 
contempo  la  grande  massa  di  ghiaccio  defluente  riduceva  a  pendìo 
continuo  i  fondi  delle  valli,  i  quali,  d’ordinario,  tanto  più  si 
presentano  accidentati,  quanto  più  sono  piccoli  i  ghiacciai  che 
gli  occupano. 

Il  profilo  a  truogolo  molto  limitatamente  si  osserva  nella 
valle  dell’emissario  del  Gutierrez:  il  profilo  a  V  che  lo  sosti- 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA  197 

tuisee  è  alquanto  diverso  dal  V  dell’azione  fluviale,  per  la  uni¬ 
formità  dei  suoi  versanti,  ed  alcune  volte  per  grandi  incurva¬ 
ture  unite  e  continue  come  quella  che  esiste  allo  sbocco  del 
brazo  della  Tristeza1. 

Come  già  si  è  accennato,  manca  pure  al  Nahuél  Huapi,  ed 
a  quasi  tutti  gli  altri  laghi  andini,  quella  bipartizione  più  o 
meno  regolare  e  pronunciata  che  si  osserva  nei  nostri  laghi  al¬ 
pini,  e  che  è  dovuta  al  fenomeno  glaciale  della  difluenza: 
questa  mancanza  può  essere  anch’essa  dipendente  da  una  mag¬ 
giore  maturità  raggiunta  nelle  Ande  dalla  erosione  glaciale; 
ma  nulla  in  proposito  si  può  dire  di  sicuro,  perchè,  per  quanto 
io  so,  l’origine  di  tale  particolarità  è  sinora  mal  conosciuta  e 
non  spiegata. 

Fasi  glaciali.  —  Sono  ancora  da  stabilirsi  in  modo  chiaro 
le  diverse  fasi  glaciali  del  continente  sud-americano,  e  le  cor¬ 
relazioni  che  queste  ebbero  con  il  deposito  dei  loess  e  con  gli 
altri  peculiari  fenomeni  del  quaternario.  Le  osservazioni  che 
possonsi  fare  nella  regione  in  esame  contribuiscono  solo  parzial¬ 
mente  alla  soluzione  di  questi  problemi. 

La  tipica  morena  che  sbarra  il  lago  da  dove  fuoriescono  le 
acque  del  Limay,  per  la  sua  posizione  sulla  sponda  della  de¬ 
pressione  lacustre,  e  fra  questa  e  la  valle,  come  se  fosse  sta¬ 
diaria,  e  per  la  sua  perfetta  conservazione,  è  di  certo  il  testi¬ 
monio  di  un’ultima  fase  ;  perchè  nessun  espandimento  succes¬ 
sivo  passò  su  di  essa  ad  alterare  le  sue  forme  originarie  (fig.  16a). 

Attorno  al  piano  fluvio-glaciale,  al  di  là  di  questa  giovane 
morena,  ha  origine  un  terrazzamento,  non  più  alto  di  un  cin¬ 
quanta  metri  sul  livello  del  fiume,  il  quale  in  basso  della 
valle  prende  sviluppo,  e  dà  luogo  ad  un  sistema  interrotto  di 
basse  terrazze  che  occupano  la  identica  posizione  delle  basse 
terrazze  alpine.  Inoltre,  sia  per  la  situazione,  cosi  addentro 
nella  Precordigliera,  sia  per  il  poco  volume  che  la  morena 
frontale  offre,  si  può  asserire  che  tale  ultima  fase  fu  di  non 

1  II  limite  verso  l’equatore  dei  ghiacciai  delle  Ande  argentine  è  il 
33°  di  lat.  S:  osservazioni  di  Hauthal,  Giissfeldt,  Ilabel,  Reichert  e  di 
altri  hanno  stabilito  che  i  ghiacciai  della  provincia  di  Mendoza  sono  in 
ritiro  (Rivista  del  Museo  (le  La  Piata,  voi.  A  1,  pag.  Ili,  1895,  ecc.);  lo 
stesso  ho  osservato  nei  ghiacciai  del  Tronador. 


Fig.  16.a  —  Morfologia  glaciale  e  lacustre  presso  l’imbocco  dell’emissario  del  Lago  Nahuél  lluapi. 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA  199 

grande  intensità,  di  una  intensità  che  più  o  meno  può  avere 
correlazione  con  la  ultima  delle  Alpi  :  ad  essa  quindi  non  ap¬ 
partiene  la  grande  calotta  a  mantello  cui  si  è  accennato,  ma 
sì  dei  ghiacciai  di  tipo  alpino,  con  morene  situate  al  piede  della 
Cordigliera,  e  ciò  naturalmente  sino  ad  un  determinato  grado 
di  latitudine  verso  il  sud,  che  ancora  non  si  conosce,  e  al  di 
là  del  quale  fu  invece  a  mantello,  come  tuttora  si  osserva  al- 
l’estremo  del  continente,  verso  il  Pacifico. 

È  dovuta  a  questo  fatto  la  conservazione  attorno  al  Nahuél 
Huapi  della  topografìa  glaciale  dei  periodi  anteriori,  del  grande 
levigamento  subito  da  tutto  il  massiccio,  dei  fondi  di  valle  delle 
varie  epoche  ridotti  a  terrazzi  laterali. 

La  nostra  morena  posa,  o  direttamente  sulla  roccia  basal¬ 
tica,  o  su  di  uno  strato  di  limo  glaciale,  il  quale  a  sua  volta 
è  collegato  e  ricopre  un  conglomerato  morenico  che  ha  local¬ 
mente  il  nome  di  cancagua,  il  quale  ricorda  molto  il  ceppo  di 
Lombardia,  benché  forse  non  sia  tanto  antico  come  questo.  Ora, 
questa  cancagua  è  certamente  il  prodotto  di  un’altra  fase  gla¬ 
ciale  anteriore  alla  precedente;  però  sepolta  come  è  sotto  la 
morena  più  recente,  localmente  nulla  indica  sullo  sviluppo  di 
questa  fase  più  antica  (fig.  17a  e  18a). 

Sull’alto  della  costola,  che  limita  la  depressione  separante 
il  gruppo  vulcanico  del  Pichileufu  dalla  Cordigliera  principale, 
si  riconosce  un  terreno  morenico  di  aspetto  abbastanza  fresco, 
con  massi  erratici,  prevalentemente  costituito  da  rocce  cristal¬ 
line  provenienti  dalle  Ande,  le  quali  trovansi  a  non  meno 
di  trenta  chilometri  più  ad  ovest  :  quindi  il  ghiacciaio  che  giunse 
fin  qui  scese  dalle  Ande,  attraversò  e  colmò  la  depressione  del 
Neribau,  si  accumulò  sino  a  raggiungere  un’altezza  di  un  tre¬ 
cento  metri  sul  fondo  di  questa,  e  si  riversò  con  la  sua  fronte  verso 
il  Pichileufù,  dando  luogo  ad  un  piano  morenico  molto  esteso, 
secondo  la  direzione  delle  Ande,  però  di  non  eccessiva  potenza 
trasversale,  da  cui  ora  sporgono  massi  erratici  e  rocce  vulca¬ 
niche  in  posto,  arrotondate  e  levigate;  e  dal  quale  si  partì  nella 
successiva  fase  fluvio-glaciale  parte  di  quella  coltre  ciottolosa 
che  copre  il  grande  altipiano  patagonico  e  che  ha  nome  di  te- 
huelchense,  così  almeno  io  credo,  benché  il  tehuelchense,  mal  de¬ 
finito  e  mal  conosciuto,  sia  stato  sinora  considerato  in  parte  plio- 


200 


G.  ROVERETO 


cenico  e  in  parte  miocenico  \  Questi  depositi,  cosi  come  sono  si¬ 
tuati,  sia  per  l’altezza  raggiunta,  sia  per  la  distanza  dalle  Ande, 
sia  per  la  distribuzione,  sono  più  antichi  dei  precedenti  ;  e  può 
ritenersi  che  appartengano  all’epoca  in  cui  la  glaciazione  rag¬ 
giunse  il  suo  massimo,  e  fu  caratterizzata  dal  mantello  con  cui 
coprì  la  regione.  Dico  più  antichi,  perchè  in  caso  contrario  non 
avrebbero  permesso  alla  morena  del  Lima}  di  rimanere  intatta, 
nè  alla  cancagua  di  depositarsi  ad  un  livello  così  basso,  mentre 
il  ghiacciaio  che  in  un  primo  espandimento  giunse  ai  monti  del 
Pichileufù,  nell’espandimento  posteriore  si  accumulò  ad  un’al¬ 
tezza  molto  minore,  e,  invece  di  affluire  verso  l’est,  affluì  verso 
il  sud,  verso  il  lago,  lungo  la  depressione  del  Neribau,  contri¬ 
buendo  all’accumulazione  della  morena  di  Bariloche  (fig.  13a) 
che  posa  anch’essa  sulla  cancagua. 

I  depositi  morenici  indicano  quindi  tre  fasi  glaciali,  e  questo 
non  è  un  piccolo  risultato,  perchè  in  nessun  luogo  scorgesi  uno 
spaccato  naturale,  eccettuato  quello  del  Limay  a  cui  si  riferi¬ 
scono  le  fig.  17”  e  1 8n,  ed  il  raggruppamento  dei  fatti  osserva¬ 
bili  è  reso  difficile  dalle  grandi  distanze  e  dallo  strato  di  terra 
eolica  che  copre  tutte  le  pendici,  togliendo  loro  ogni  caratte¬ 
ristica.  A  sua  volta  la  morfologia  dell’interno  del  lago  fa  ricono¬ 
scere  che  si  ebbero  forse  altre  due  fasi  minori,  poiché  in  parecchi 
punti  si  osservano  quattro  terrazzi,  cui  si  deve  aggiungere  l’at¬ 
tuale  fondo  del  lago,  che  è  il  quinto. 

In  conclusione  la  grande  glaciazione  a  mantello,  con  ghiac¬ 
ciai  vallivi  nelle  parti  periferiche,  è  la  più  antica:  le  sue  mo¬ 
rene  trovansi  a  trenta  chilometri  dalla  periferia  delle  Ande, 
dove  si  origina  il  semipiano  terziario  :  le  alluvioni,  che  coprono 
in  alcuni  tratti  questo  semipiano,  devono  quindi  appartenere 
alla  immediatamente  susseguente  fase  fluvio-glaciale.  Le  gla¬ 
ciazioni  posteriori,  con  morene  entro  valle,  ebbero  carattere 
alpino  e  furono  collegate  quindi  alla  morfologia  attuale  ;  ad  esse 
corrispondono  le  terrazze  lungo  il  Limay  ed  il  Rio  Negro,  di  cui 
diremo. 

1  Dirò  in  altro  lavoro  delle  correlazioni  che  ha  il  tehuelchense,  con¬ 
siderato  come  il  prodotto  di  una  prima  fase  interglaciale  con  il  Jerseyan 
e  con  il  Kansan  Drift  deH’America  settentrionale. 


Nuclei  rocciosi  Alto  terrazzo  lacustre  Basso  terrazzo  lacustre  Lago  Naliuél  Huapi 


STUDI  DT  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


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202 


G.  ROVERETO 


Origine  del  lago.  —  La  zona  dei  grandi  laghi  delle  Ande 
comincia  fra  il  38°  ed  il  39°  di  lat.  S,  e  si  continua  sino  all’e- 


Fig.  19.a  —  1.  Lago  Lolog;  2.  Lago  Lacar; 

3.  Lago  Trafili  (1: 1.000.000).  Tipo  alpino. 

Il  Lago  Lacar  per  un  fenomeno  di  cattura  postglaciale 
sbocca  verso  il  Pacifico. 

stremo  del  continente,  con  conche  che  a  mano  a  mano  si  fanno 
sempre  più  ampie,  e  per  un  certo  tratto  anche  più  irregolari. 
Nella  parte  più  settentrionale,  dal  L.  Aluminé  sino  al  L.  Trafili 
coni] ireso,  i  laghi  hanno  carattere  alpino  (fìg.  19a),  ossia  sono 
allungati  secondo  una  valle  preesistente  e  di  cui  tuttora  sono 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


203 


ima  parte  più  o  meno  mediana;  dal  Nahuél  Huapi  invece, 
ossia  fra  il  40°  ed  il  41°  di  latitudine,  comincia  la  serie  dei 


Fig.  20. a  —  1.  Lago  Puelo;  2.  Lago  Menendez; 
3.  Lago  Fetalafquén  (1:1.000.000). 

Di  tipo  andino  settentrionale. 


laghi  articolati  e  diramati,  che  costituiscono  il  tipo  particolare 
che  ho  detto  andino  (fig.  20a  e  21a). 

Inoltre  il  lago  di  tipo  andino  presenta  gli  irregolari  terrazzi 
descritti,  con  rilievi  a  dorso  di  cammello  ed  isole  a  dorso  di 
cetaceo,  isolette,  aggetti  e  rientranze  costiere  d’ogni  maniera. 


204 


G.  ROVERETO 


Quasi  alla  stessa  latitudine  cui  si  origina  questa  singolare 
foggia  di  laghi,  ossia  fra  il  41°  ed  il  42°,  si  osserva  che  la 
costa  cilena  comincia  anch’essa  ad  articolarsi,  dapprima  in  baie, 
quindi  in  fiordi  ed  in  canali,  ed  a  scindersi  in  gran  numero 
di  isole. 

Il  cominciare  dei  laghi  poco  prima  del  39°  probabilmente 
non  dipende  tanto  dalla  latitudine,  quanto  dalle  condizioni  cli¬ 
matiche  locali  :  perchè  il  massiccio  andino,  aumentando  sempre 
di  potenza  trasversale  e  di  altezza  quanto  più  si  avanza  verso 
il  nord,  e  ciò  sino  all’equatore,  avrebbe  certamente  ovviato  con 
tali  condizioni  morfologiche  al  diminuire  della  latitudine,  e  con¬ 
tinuato  l’azione  glaciale  sino  sotto  i  tropici;  però  la  secchezza 
del  clima  ha  impedito  che  ciò  avvenisse,  e  specialmente  nelle 
proporzioni  che  si  osservano  in  altre  catene  sub-tropicali. 

Per  potersi  riprodurre  un  sistema  lacustre,  eguale  a  quello 
che,  tuttora  conservato,  è  dovuto  alle  glaciazioni  passate,  biso¬ 
gnerebbe  che  la  precipitazione  acquea  diventasse  molto  più  ab¬ 
bondante:  al  presente  solo  una  zona  che  si  estende  lungo  le 
Ande  fra  il  37°  ed  il  43°  di  lat.  S.  offre  più  o  meno  tale  con¬ 
dizione;  poiché  ivi  la  precipitazione  è  in  inverno  superiore  ai 
400  mm.,  per  cui  se  risalisse  sino  ad  essa  dal  47°  la  isoterma 
estiva  di  11°,  che  permette  ora  che  i  ghiacciai  scendano  al 
mare,  il  fenomeno  glaciale  riprenderebbe  sviluppo;  però  per 
eguagliare  l’espansione  più  antica,  bisognerebbe  che  risalissero 
a  tale  latitudine  linee  di  piovosità  e  di  temperatura  che  ora 
trovansi  relegate  sul  continente  antartico. 

Perchè  si  verificasse  eguale  al  passato  il  fenomeno  glaciale 
nelle  Ande  di  Mendoza  e  di  San  Juan,  che  hanno  ora  un  clima 
quasi  desertico,  sarebbe  necessario  che  almeno  la  linea  di  pioggia 
dei  400  mm.,  la  quale,  risalendo  rapidamente  dal  sud,  giunge 
ora  sino  al  37°,  giungesse  invece  sino  al  30°,  e  che  unitamente 
ad  essa  risalisse  dal  47°  la  isoterma  annuale  del  6°,  come 
quella  che  nell’attualità,  con  tale  quantitativo  di  pioggia,  per¬ 
mette  la  glaciazione  delle  Ande  meridionali. 

Da  queste  premesse,  specialmente  dalla  constatazione  che  i 
laghi  aumentano  di  numero  e  si  fanno  più  ampi  a  mano  a  mano 
che  si  avvicinano  al  polo,  ed  assumono  particolari  forme  a  se¬ 
conda  dei  paralleli;  come  pure  dalla  considerazione,  che  il  con- 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


205 


206 


G.  rovereto 


tinente  sud-americano,  per  la  sua  particolare  posizione,  presenta 
un  graduale  passaggio,  solo  interrotto  dalle  condizioni  orogra¬ 
fiche,  dalla  glaciazione  di  tipo  pirenaico  a  quella  di  tipo  al¬ 
pino,  da.  questa  a  quella  norvegese,  e  che  infine  si  ha,  dopo 
una  non  grande  interruzione,  il  tipo  artico  —  per  modo  che 
basta  spostare  verso  il  nord  le  linee  di  piovosità  e  di  tempe¬ 
ratura,  che  ora  permettono  tali  condizioni,  per  potere  .ricostruire 
le  condizioni  antiche  —  facilmente  si  viene  alla  conclusione 
che  l’azione  glaciale,  più  o  meno  attiva  a  seconda  dei  vari  pa¬ 
ralleli,  ha  avuto  una  parte  preponderante  nel  dare  alle  Ande 
le  caratteristiche  morfologiche  attuali. 

Oggigiorno  per  spiegare  l’origine  di  un  lago,  la  cui  conca 
fu  occupata  da  un  ghiacciaio,  si  ricorre  specialmente  a  due  ipo¬ 
tesi:  a  quella  che  dei  movimenti  tettonici,  ossia  un  arco  di 
piega,  o  degli  spostamenti  per  fratture,  abbiano  formato  la 
conca,  solo  piallata  in  seguito  dal  ghiaccio,  od  all’altra,  che  il 
ghiacciaio  l’abbia  per  intero  scavata  e  modellata,  aumentandone 
alcune  volte  la  profondità  con  i  depositi  morenici  lasciati  sui 
suoi  orli. 

Io  ebbi  occasione,  trattando  del  lago  di  Como  e  della  Val 
San  Giacomo,  di  rilevare  come  esistessero  ivi  dei  terrazzi  in 
contropendenza  che,  come  quelli  del  lago  di  Zurigo,  potevano 
far  credere  che  fosse  intervenuto  un  arco  di  piega  a  serrare  la 
conca  lacustre.  Successivamente,  ristudiando  il  lago  con  una  co¬ 
mitiva  di  geologi  capitanati  dal  Davis,  osservai  che  se  una 
piega  avesse  sollevato  l’orlo  a  valle,  abbassando  contempora¬ 
neamente  la  parte  mediana,  sarebbero  pure  stati  abbassati  i 
letti  dei-  fiumi  e  dei  rivi  laterali;  per  cui,  come  succede  su  di 
una  costa  marina  che  si  sommerge,  le  acque  avrebbero  risalito 
lungo  di  essi  e  dato  luogo  a  braccia  laterali,  a  isole  ed  a  pe¬ 
nisolette,  con  numerosi  seni  e  sporgimenti.  Ma  non  esistendo 
lungo  le  rive  di  quel  lago  nulla  di  tutto  questo,  anzi  ricono¬ 
scendo,  che  le  bozze  di  roccia  situate  dirimpetto  allo  sbocco 
della  Valtellina  occupano  la  loro  posizione  originaria,  per  cui 
il  lago  non  si  è  mai  esteso  molto  al  di  là  di  esse,  venni  alla 
conclusione,  che  per  ora  l’unica  ipotesi  possibile  per  spiegare 
l’origine  del  lago  di  Como  è  quella  della  escavazione  glaciale, 
avvenuta  in  vari  periodi,  in  una  preesistente  valle  trasversale. 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


207 


Però  le  condizioni  morfologiche  del  Nahuél  Huapi  sono  af¬ 
fatto  differenti  :  già  si  è  detto  della  svariata  articolazione  delle 
sue  coste,  delle  sue  grandi  e  piccole  isole,  e  sopratutto  dei  suoi 
brazos,  che  diramano  da  una  parte  mediana,  anch’essa  scissa 
in  varie  parti  e  molto  irregolare;  inoltre  esso  trovasi  su  di  una 
depressione  trasversale  che  attraversa  per  intero  le  Ande,  ed 
è  assai  prossimo  al  parallelo  da  dove  incomincia  la  grande  di¬ 
sarticolazione  della  costa  cilena.  Ora  è  a  vedersi  se  tutto  ciò 
può  esplicarsi  con  la  particolare  condizione  della  locale  gla¬ 
ciazione,  che  fu  a  mantello  e  quindi  molto  più  attiva  che  nelle 
Alpi,  o  se  invece  si  deve  ammettere  che,  senza  eliminare  la 
azione  glaciale,  che  sarebbe  assurdo  disconoscere,  non  sia  pure 
intervenuto  un  fattore  tettonico,  il  quale  avrebbe  originato  una 
depressione  mediana  alla  catena,  e  quindi  ridotto  i  laghi  alla 
foggia  andina. 

Il  problema  è  diffìcile  a  risolversi,  poiché  le  osservazioni  da 
me  fatte  portano  a  conclusioni  fra  loro  contrarie  :  da  un  lato, 
si  riconosce  che  la  glaciazione  a  mantello  ebbe  con  il  Nahuél 
Huapi  il  suo  limite  settentrionale,  e  che  il  lago  Trafili,  che  gli 
succede  immediatamente  verso  il  nord,  mentre  offre  solo  lievi 
tracce  di  tale  vigorosa  azione  glaciale,  pone  pure  fine  aliasene  dei 
laghi  andini,  ed  ha  caratteri  pienamente  alpini  ;  dall’altra,  è 
noto  che  nella  Nuova  Zelanda  ed  in  Norvegia,  dove  i  ghiac¬ 
ciai  a  mantello  ebbero  od  hanno  prevalenza,  non  si  ha,  od  è 
molto  ridotto,  il  tipo  del  lago  andino,  per  cui  non  si  può  a 
priori  affermare  che  tale  glaciazione  produca  sempre  laghi  di¬ 
ramati. 

Inoltre  nelle  stesse  Ande,  dal  lago  Nahuél  Huapi  sino  al 
43°  di  lat.  S,  i  laghi  principali,  con  i  minori  che  a  loro  si 
collegano,  Lago  Mascardi,  L.  Guillermo,  L.  Puelo,  L.  Menendez, 
L.  Rivadavia  ed  L.  Fetalafquén,  sono  di  tipo  diramato,  ossia 
andino  (fig.20a)  ;  a  cominciare  invece  dal  lago  General  Paz,  presso 
il  44°,  ritorna  un  tipo  alpino  nelle  forme  generali,  che  conserva 
però  le  coste  articolate,  e  col  lago  Fontana  si  osserva  il  caso 
della  difluenza  terminale.  Col  lago  Buenos  Aires,  fra  il  46°  ed 
il  47°  di  lat.  S,  si  ha  nuovamente  il  tipo  diramato,  che  rag¬ 
giunge  la  sua  massima  irregolarità  con  il  lago  San  Martin,  le 
cui  braccia  ristrette  ed  allungate  sono  di  forme  eguali  ai  ca- 


208 


Ct.  rovereto 


nali  della  costa  cilena,  e  sostituiscono  i  brazos  di  tipo  Naliuél 
Hnapi,  nel  contempo  che  i  canali  costieri  di  tipo  cileno  sosti¬ 
tuiscono  o  si  aggiungono  ai  fiordi  (fig.  21a). 

Inoltre,  da  tutte  le  figure  publicate,  riguardanti  i  caratteri 
peculiari  del  lago,  risulta  in  modo  evidente  che  questi  si  sono 
prodotti  quando  già  il  lago  esisteva;  ossia  probabilmente  già 
quando  l’azione  della  fase  glaciale  a  mantello,  che,  come  si  è 
detto,  fu  la  prima,  aveva  portato  a  termine  la  sua  opera;  per 
cui  i  movimenti  tettonici,  che  avrebbero  ampliato  e  trasformato 
nelle  condizioni  attuali  l’incavo  lacustre  della  prima  fase,  do¬ 
vrebbero  essersi  verificati  in  una  delle  fasi  successive. 

Lo  sbarramento  del  lago.  —  Secondo  un  geniale  concetto, 
che  fu  per  la  prima  volta  esposto  dal  Cipolletta,  e  quindi  ri¬ 
studiato  dagli  ingegneri  Lange  e  Severini,  il  lago  può  ridursi 
ad  un  bacino  di  ritenuta,  ad  un  regolatore  della  portata  del  Rio 
Negro,  sbarrandolo  dove  ha  origine  il  suo  emissario,  il  Limay. 

Ho  studiato  dal  lato  geologico  i  due  progetti  di  sbarramento 
adattati  alle  due  uniche  località  dove  è  possibile  tale  opera: 
quello  all’ingresso  dell’emissario;  l’altro  lungo  di  questo,  dopo 
la  casa  del  «  Correo  »,  alla  prima  stretta  prodotta  da  uno  sprone 
di  roccia. 

Morfologicamente  si  osserva,  che  il  canale  per  il  quale  passa 
l’emissario  è  inciso  in  un  ripiano  circumlacustre  costituito,  dove 
è  battuto  dalle  acque  del  lago,  da  ciottolame  e  massi,  quindi 
da  limo  coperto  di  ciottoli,  il  tutto  di  origine  glaciale.  Il  ri¬ 
piano  viene  gradatamente  salendo,  e  su  di  esso,  dietro  le  case 
di  Nahuél  Huapi,  ossia  sulla  sinistra,  si  eleva  un  accumulamento 
morenico  in  forma  tipica,  alto  non  meno  di  cinquanta  metri, 
di  cui  ho  già  detto.  Sulla  riva  destra  invece,  l’accumulamento 
glaciale  è  terrazzato  a  due  livelli  e  poggia  contro  un  rilievo  roc¬ 
cioso:  uno  spuntone  di  questa  roccia,  che  è  un  basalto,  si  spinge 
sino  al  Limay,  e  si  avanza  a  restringere  il  letto,  formando  la 
stretta  ora  ricordata  (fig.  17!l  e  18a). 

Dove  comincia  la  corrente  dell’emissario,  si  ha  un  banco 
sottacqueo,  come  una  barra,  sul  quale  rompe  l’onda  del  lago 
(fig.  22a)  :  questa  barra  è  costituita  dal  conglomerato  glaciale 
detto  cancagua,  però  non  è  continua,  e  si  interrompe  sulla  riva 
sinistra,  dove  si  hanno  ghiaie  ed  arene  sciolte. 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


209 


Lo  stabilire  su  questo  banco  uno  sbarramento,  ha  per  me 
l’inconveniente  che  i  suoi  due  capi  laterali  non  possono  con¬ 
giungersi  con  un  terreno  solido  e  resistente,  poiché,  come  si  è 
detto,  la  riva  sinistra  è  di  ciottolame  e  massi,  e  la  destra  di 


Fig.  22.a  —  Imbocco  del  Limay,  emissario  del  Lago  Mainici  Huapi: 
sullo  sfondo  la  catena  delle  Ande  con  la  grande  depressione  del  Gutierrez. 


limo  glaciale,  incoerente,  permeabilissimo  e  di  nessuna  resistenza 
alla  pressione:  per  ovviare  a  tali  condizioni  sfavorevoli  si  ri¬ 
chiederebbero  lavori  costosissimi. 

Mi  pare  quindi  che  sia  a  preferirsi,  per  costruirvi  la  diga 
di  sbarramento,  la  località  dove  la  roccia  basaltica  forma  la 
stretta.  Qui  abbiamo  che  tutta  la  riva  destra  è  in  roccia  im¬ 
permeabile,  salda  e  compatta,  resistente  in  massa  a  qualsiasi 
pressione,  benché  superficialmente  attraversata  da  numerosi  piani 
di  frattura:  che  il  letto,  secondo  i  sondaggi  del  Lange,  è  della 
stessa  roccia,  la  quale  passa  sulla  riva  sinistra,  e  si  sprofonda 
gradatamente  sotto  l’accumulamento  morenico. 

Questo  sprofondamento  fa  si,  che  mentre  il  basamento  della 
diga  potrà  farsi  sulla  roccia  salda,  la  sua  testata  di  sinistra 
terminerà  contro  il  materiale  mobile  della  morena,  si  dovrà 


14 


210 


G.  ROVERETO 


quindi  approfondirla  nella  morena  che  sovraincombe,  di  quanto 
verrà  calcolato  sufficiente,  perchè  nè  le  pressioni,  nè  le  infiltra¬ 
zioni,  possano  produrre  degli  spostamenti,  costruendo  pure  al¬ 
l'uopo  un  diaframma  impermeabile  in  cemento  armato,  e  simili. 

Secondo  i  vari  progetti,  l’innalzamento  delle  acque  del  lago 
sarà  di  pochi  metri  ;  se  fosse  maggiore,  richiamerei  l’attenzione 
sul  fatto  che  tutta  la  regione  morenica  che  sbarra  il  lago  è 
permeabilissima,  e  che  si  ha  un  tratto  in  cui  essa  è  molto  as¬ 
sottigliata. 

Viaggiando  per  il  lago  ho  poi  avuto  occasione  di  osservare 
che  si  concedono  titoli  di  proprietà  su  lotti  fiscali,  i  quali  sono 
stati  coltivati  quasi  esclusivamente  lungo  le  sponde,  e  così  pure 
che  si  costruiscono  sulle  sponde  le  case;  ciò  porterà  alla  con¬ 
seguenza  che  si  dovranno  incontrare  delle  forti  spese  di  espro¬ 
priazione  quando  si  porrà  mano  al  lavoro  della  diga. 

Di  alcune  condizioni  climatiche  ed  agricole.  —  Data  la 
grande  depressione  che  attraversa  le  Ande,  e  di  cui  è  parte 
il  lago,  le  condizioni  climatiche  cilene  tendono  a  passare  le 
Ande,  ed  influiscono  ad  aumentare  di  molto  il  quantitativo  di 
pioggia  che  cade  attorno  al  lago;  per  cui  la  Cordigliera  Argen¬ 
tina,  d’ordinario  così  secca  ed  arida,  priva  di  vegetazione  e  di 
acque,  qui  si  arricchisce  di  laghi  e  si  ammanta  di  folta  vege¬ 
tazione. 

\ 

E  già  stato  osservato  che  il  lago  attraversa  varie  zone  di 
pioggia;  dalle  condizioni  della  vegetazione  io  ho  stabilito  quanto 
segue.  Nella  parte  più  esterna  verso  l’est,  il  terreno  è  polve¬ 
roso,  coperto  da  vegetazione  a  cespugli  più  o  meno  sferici,  stac¬ 
cati  l’uno  dall’altro,  senza  cotica  erbosa  continua:  sono  queste 
all’incirca  le  condizioni  che  si  osservano  sull’altipiano,  ed  in 
tutte  le  Ande  meridionali,  e  dinotano  una  zona  di  pioggia  com¬ 
presa  fra  i  400  ed  i  600  mm.  annui.  Tale  grado  di  piovosità 
si  estende  sino  alla  penisola  di  San  Pedro,  dove  comincia  ad 
essere  più  abbondante,  e  si  passa  ad  una  seconda  zona,  che 
comprende  tutta  l’isola  Victoria,  dove  si  ha  un  bosco  folto  e 
continuo,  e,  dove  questo  manca,  esiste  una  cotica  erbosa. 

Dalla  estremità  della  Penisola  Romero,  sino  a  tutta  la  re¬ 
gione  del  Correntoso,  la  pioggia  è  di  certo  superiore  ai  1200  mm., 
e  forse  raggiunge  i  1800:  quivi  la  vegetazione  si  ha  nelle  con- 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


211 


dizioni  dei  laghi  svizzeri  ;  la  foresta  è  foltissima,  il  prato  si 
crea  facilmente,  qualsiasi  seminagione  può  resistere  senza  bi¬ 
sogno  di  irrigazione. 

Questi  vantaggi  sono  però  diminuiti  dalle  condizioni  della 
temperatura:  di  inverno  facilmente  il  termometro  scende  a  16°, 
d’estate  presenta  delle  forti  oscillazioni,  e  non  sono  rare  le  ge¬ 
late,  specialmente  nella  parte  più  esterna  del  lago,  intercalate 
ai  più  forti  calori. 

In  quanto  all’utilizzazione  di  quei  terreni,  se  si  ritiene  che 
ciò  possa  consistere  nella  distruzione  del  bosco,  per  sostituirvi 
dei  coltivi,  io  farei  voti  che  ciò  non  avvenga  mai.  È  da  notarsi 
che  i  terreni  attorno  al  lago  sono  in  gran  parte  autogeni,  pro¬ 
venienti  dal  disfacimento  in  posto  di  rocce  cristalline,  e  di  un 
valore  assai  minore  di  quelli  della  pianura  argentina:  introdu¬ 
cendo  quindi  le  colture  con  i  metodi  usati  al  basso,  in  pochi 
anni  tali  terreni  verrebbero  esauriti,  e  si  sostituirebbe  alla  fo¬ 
resta  un  magro  pascolo,  di  un  reddito  assai  limitato. 

Invece  la  foresta  può  procacciare  un  reddito  continuo  e  rin¬ 
novabile,  ed  anche  solo  per  la  sua  bellezza  la  Nazione  Argen¬ 
tina  deve  darsi  il  lusso  di  conservarla  intatta:  il  giorno  in  cui 
Bariloche  sarà  unito  con  la  ferrovia  alla  costa  atlantica,  il  lago 
potrà  diventare  una  stazione  climatica  di  prim’ordine,  poiché 
le  sue  bellezze  naturali  rivaleggiano  con  quelle  dei  laghi  nor¬ 
vegesi  e  svizzeri.  Quello  che  a  questo  proposito  ha  scritto  il 
grande  e  benemerito  esploratore  argentino,  F.  P.  Moreno,  è  per¬ 
fettamente  giusto  ed  esatto. 

Per  ora  però  addolora  vedere  quella  bellissima  foresta  es¬ 
sere  di  continuo  distrutta  da  colossali  incendi,  che  evidente¬ 
mente  sono  opera  degli  interessati:  persino  la  parte  che  era 
stata  dichiarata  riserva  nazionale  è  già  per  buona  parte  incen¬ 
diata.  È  una  vera  fortuna  che  nelle  condizioni  attuali  il  sosti¬ 
tuire  alla  foresta  la  coltivazione  estensiva  sia,  dopo  tutto,  un  cat¬ 
tivo  affare;  poiché  il  nettare  il  terreno  degli  alberi  e  delle  loro 
radici  costa  tal  somma  che  non  può  essere  in  alcun  modo  ricu¬ 
perata  dal  reddito  delle  colture:  solo  può  servire  a  dare  un 
valore  fittizio  ai  terreni  per  venderli  a  remate,  o  per  far  cre¬ 
dere  di  avere  ottemperato  alle  prescrizioni  che  la  legge  argen¬ 
tina  richiede  perchè  sia  concesso  il  titolo  definitivo  di  proprietà. 


212 


G.  ROVERETO 


Ciò  nonostante,  se  si  vorrà  continuare  a  disboscare  per  am¬ 
pliare  le  zone  coltivate,  queste  dovranno  essere  usufruttate  con 
metodo  intensivo  e  non  estensivo;  parecchie  delle  colture  delle 
nostre  Alpi,  tra  cui  specialmente  quella  del  castagno,  potranno 
avere  un  certo  esito.  Nella  fig.  la  sono  indicati  i  tratti  dove 
per  le  condizioni  morfologiche,  ossia  dove  esistono  zone  più  o 
meno  pianeggianti,  si  potrà  procedere,  con  qualche  speranza  di 
riuscita,  a  tale  utilizzazione  1 2 . 


§  2.  —  La  riva  destra  ed  il  corso  del  Limay. 

Il  semipiano  cretaceo  e  postcretaceo.  —  Quando  da  Roca 
si  intraprende  il  viaggio  per  il  lago  Nahuél  Huapi,  si  passa 
in  zattera  o  balsa  il  Rio  Negro,  ad  un  guado  situato  dirim¬ 
petto  al  paese,  poi  si  segue  per  lungo  tratto  la  sponda  destra 
del  fiume,  finche  si  sale  sull’altipiano,  e  si  prosegue  per  una 
strada  che  per  la  maggior  parte  è  situata  lungo  la  linea  di 
fastigio  fra  il  Limay  ed  il  resto  del  grande  semipiano  patago- 
nico.  Questra  strada,  con  l’indicazione  dei  suoi  abitati,  è  per  la 
prima  volta  tracciata  nella  carta  geologica  della  fig.  23a  2. 

I  primi  giorni  di  viaggio  si  svolgono  sul  semipiano  creta¬ 
ceo,  il  quale  sul  Rio  Negro  è  tagliato  dalla  ripa  o  barranca 
del  fiume  in  due  piani  più  o  meno  orizzontali,  l’inferiore  costi¬ 
tuito  da  arenarie  rosse  del  cretaceo  medio,  il  superiore  da  marne 
biancastre  appartenenti  al  cretaceo  superiore  3,  e  da  altre  are- 

1  Teoricamente  queste  parti  pianeggianti  o  basse  testimoniano,  come 
si  è  detto,  l’effetto  dell’erosione  glaciale  sul  fondo  dei  preesistenti  solchi 
vallivi. 

2  La  parte  topografica  della  fig.  23a,  è  in  parte  originale  perchè  do¬ 
vuta  agli  itinerari  dell’autore  combinati  con  rilievi  della  Dirección  de  Fer- 
roc.arriles  e  della  Comisión  de  Limites. 

3  Questa  base  della  formazione  cretacea  dei  dintorni  di  Roca  ebbe 
dal  Doering  il  nome  di  pehuenchiano,  era  però  considerata  come  eoce¬ 
nica.  Su  di  essa  avvenne  l’invasione  marina  segnalata  dal  Roth,  e  alla 
(piale  rAmeghino  diede  il  nome  di  rocaniano,  e  il  deposito  terrestre 
delle  marne  grigie  arenacee  e  delle  arenarie  gialle  che  Amegliino  deno¬ 
minò  pehuenchiano  superiore,  considerandolo  contemporaneo  al  rocaniano: 
aggiungendo  a  questi  gli  strati  a  Notostylops ,  rAmeghino  considerò  che 
il  complesso  fosse  corrispondente  al  cenomaniano. 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


213 


«arie  che  corrispondono  a  quelle  che  il  Roth,  nei  suoi  prege¬ 
voli  lavori  sulla  geologia  di  questo  territorio,  chiama  areni- 
scas  del  Rio  Negro,  e  che  debbono  considerarsi  plioceniche. 


Fig.  23.a 


Manca  qui  la  intercalazione  degli  strati  marini  di  Roca  e  alla 
sommità  lo  strato  dei  rodados  patago'nicos,  perchè  non  possono 
rappresentarlo  alcuni  ciottoletti  cementati  da  fosca,  e  che  pro¬ 
vengono  probabilmente  dalla  lunga  erosione  in  posto,  o  eluviale, 
come  ora  si  dice,  della  serie  cretacea  che  li  conteneva.  Questa 
mancanza  l’ho  pure  verificata  per  tutto  il  resto  del  viaggio. 

Il  semipiano  cretaceo  presenta  ampi  solchi  vallivi  ora  estinti, 
i  quali  non  sempre  hanno  pendenza  continua  in  un  solo  senso 
ed  uno  sbocco,  per  cui  danno  luogo  a  bacini  chiusi,  che,  per  es- 


214 


G.  ROVERETO 


sere  ricchi  di  efflorescenze  saline,  diconsi  salitrales.  Questi  sa- 
litrales,  dato  il  regime  desertico  della  regione,  per  lunghi  anni 
rimangono  asciutti:  il  salitral  di  Tricacó,  ad  esempio,  da  dieci 
anni  non  raccoglie  acqua,  nemmeno  temporaneamente  (fìg.  24a). 

Gli  strati  cretacei  sono  sempre  perfettamente  orizzontali, 
però  nella  barranca  sul  Rio  Negro  sembrano  alquanto  inclinati 
verso  il  sud,  ed  a  tale  inclinazione  è  dovuto  l’affioramento  delle 
arenarie  rosse  che  qui  formano  un  livello  inferiore,  costante- 
mente  ricoperto  dalle  marne  giallastre  e  biancastre  (tav.Va  eVIa). 
Ora,  andando  dal  ciglio  della  barranca  verso  il  sud,  dopo  un 
quindici  chilometri  d’altipiano  arenoso,  perchè  costituito  dal  di- 
sfacimento  dell’arenaria  del  Ilio  Negro,  perfettamente  livellato, 
si  trova  un’amplissima  valle  estinta,  il  cui  fondo  è  più  alto  di 
quello  della  valle  del  Rio  Negro,  e  che  ciò  non  ostante  pre¬ 
senta  sulla  sua  sinistra  un  affioramento  di  arenarie  rosse,  ad 
un  livello  quindi  superiore  a  quello  osservato  lungo  la  valle 
principale.  Ciò  indica  certamente  la  presenza  di  una  faglia,  a 
cui  è  probabilmente  collegata  l’origine  della  valle  estinta  e  del 
salitral  che  le  fa  seguito. 

Come  ora  ho  detto,  in  questa  regione,  le  piogge  sono  scar¬ 
sissime,  probabilmente  non  raggiungono  i  150  min.  annui,  si 
attraversa  quindi  per  due  giorni  un  paese  senz’acqua  e  senza 
pasto  per  gli  animali,  coperto  dai  cinerei  cespugli  dell’amara 
jarillia  (Larrea  nitida).  Solo  quando  si  giunge  al  salitral  di 
Tricacó  si  ha  una  sorgente  d’acqua,  probabilmente  in  rapporto 
all’affioramento  di  marne  impermeabili  dal  disotto  delle  are¬ 
narie  rosse,  ed  esistono  pure  nella  regione  dei  pozzi  o  Jagiieles, 
che  hanno  la  stessa  origine,  accompagnati  all’intorno  da  ce¬ 
spugli  di  pilchiana  (Poinciana  Gilliesii),  specialmente  quando 
il  terreno  sia  salino,  i  quali  servono  a  riconoscere  l’acqua  esi¬ 
stente  ad  una  certa  profondità,  fi  salitral  di  Tricacó  è  lungo 
un  20  km.  e  largo  10,  diretto  da  ovest  ad  est;  durante  le  piogge 
che  si  verificano  molto  di  rado,  l’acqua  si  raduna  nel  suo  estremo 
di  levante,  dove  forma  un  lago  temporaneo,  sulle  cui  sponde  il 
vento  accumula  la  terra  che  trasporta,  e  quindi  le  rialza,  per 
cui  l’acqua  del  lago  può  raggiungere  un’altezza  superiore  a 
quella  del  terreno  circostante.  Dalla  parte  opposta,  ossia  verso 
l’ovest,  il  salitral  presenta  nella  barranca  che  lo  limita  uno 


21» 


STUDI  DI  GEO  MORFOLOGIA^  ARGENTINA 

squarcio,  detto  la  Puerta  di  Tricacó,  dovuto  probabilmente  ad 
una  cattura  di  un  corso  d’acqua,  già  avente  corso  verso  l’ovest, 
e  quindi  verso  il  Limay,  che  risalì  verso  l’est  ad  erodere  la  cin¬ 
tura  del  bacino  di  Tricacó  (fig.  24a). 


Fig.  24.a —  Il  Salitral  tli  Tricacó: 
sullo  sfondo  la  Puerta  di  Tricacó  e  il  semipiano  cretaceo. 


Questo  bacino  è  circuito  completamente  da  una  barranca  ta¬ 
gliata  nelle  rocce  cretacee,  e  nel  suo  mezzo  presenta  uno  spun¬ 
tone  di  roccia  andesitica. 

Dal  salitral  di  Tricacó  si  passa  a  quello  di  Patucó,  per  una 
regione  resa  sterile  da  una  arenaria  quarzosa  cretacea  che  dà 
luogo  a  monticoli  irregolari  o  a  piccole  tavole,  poi  si  segue  un 
ampio  ripiano,  ai  piedi  di  rilievi  tabulari  cretacei  che  hanno 
nome  di  Sierra  Patucó,  di  Punta  Sierra,  di  Cerro  di  Mallincó 
o  Mayocó  1  :  fra  questi  due  ultimi  si  apre  un’altra  porta 

1  I  nomi  di  origine  india,  che  io  ho  preferito  ai  nomi  dei  santi  im¬ 
portati  dai  bianchi,  sono  scritti  secondo  l’ortografia  castigliana,  però  il 
y  deve  essere  pronunziato  all’uso  argentino. 


216 


Ct.  ROVERETO 


detta  E1  Porteznelo  del  Guy,  cha  testimonia  anch’essa  una  cat¬ 
tura  proveniente  da  un  affluente  del  Liraay. 

Sul  pianalto  di  Punta  Sierra  si  osserva  per  la  prima  volta 
una  tavola  di  roccia  basaltica,  e  su  quello  di  Mallincó  un  vero 
e  proprio  vulcano,  il  più  occidentale  dei  vulcani  che  esistono 
ad  alcune  leghe  ad  est,  non  ancora  conosciuti,  e  che  costitui¬ 
scono  un  distretto  vulcanico  che  io  chiamo  del  Cuy,  a  cui  ap¬ 
partengono,  secondo  un  certo  allineamento,  alcuni  rilievi  mon- 
tuosi  alti  e  ripidi,  costituiti  da  lave,  tufi  e  ceneri  di  natura  ba¬ 
saltica  *,  che  appaiono  come  posati  sul  semipiano  di  rocce  cre¬ 
tacee  e  che  sono  quindi  appartenenti  al  terziario,  e,  per  la  loro 
conservazione,  probabilmente  al  terziario  superiore.  Tale  distretto 
è  posto  sul  confine  di  un  grande  massiccio  di  rocce  paleovulca¬ 
niche  e  plutoniche,  in  parte  mesozoico,  in  parte  più  antico,  per 
modo  che  completa  la  cintura  vulcanica  che  questo  massiccio 
presenta  dall’altro  lato,  verso  le  Ande. 

Le  prime  rocce  di  tale  massiccio  si  incontrano  scendendo 
nella  valle  di  Trapalcó,  la  quale,  benché  in  forma  di  salitral, 
ha  sbocco  verso  il  Limay.  Sono  prevalentemente  porfiriti,  a  cui 
succede,  passando  nella  valle  di  Chasieó  un  massiccio  granitico 
di  ragguardevole  estensione,  con  le  forme  erosive  caratteristiche, 
grandi  blocchi  arrotondati,  guglie,  cataste  caotiche  di  massi, 
rilievi  cupoliformi. 

Qui  si  osserva  per  la  prima  volta  nelle  sue  condizioni  tipi¬ 
che  la  forma  di  valle  che  localmente  è  detta  canadon  (fig.  25a 
e  2 6n):  un  solco  piuttosto  ristretto,  diritto,  senza  notevoli  spor- 
gimenti  e  rientranze  dei  versanti,  a  pendici  più  o  meno  ripide 
a  seconda  della  profondità  dell’intaglio,  a  fondo  piatto  con  pendìo 
quasi  nullo,  sul  quale  si  è  accumulato,  sia  per  dilavamento,  sia 
per  trasporto  eolico,  il  terriccio  delle  regioni  circostanti,  il  quale 
si  impregna  d’acqua  nella  stagione  piovosa,  e  si  mantiene  umido 
e  con  acqua  profonda  anche  durante  la  stagione  asciutta,  per 
essere  impermeabile  il  fondo  roccioso  sottostante.  Su  di  esso  ha 
sviluppo  la  caratteristica  vegetazione  di  giunchi,  ciperacee  ed 


1  Alcune  delle  determinazioni  rocciose  sono  tratte  dalla  nota  preli¬ 
minare  di  R.  Ugolini:  Rocce  della  Valle  del  Limay  velia  Repubblica  Ar¬ 
gentina,  Proc.  Verb.  Soc.  Toscana  Se.  Natur.,  dicembre  1911. 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


217 


altre  piante  acquitrinose  detta  mallin  \  che  forma  un  prato 
tolto  e  sempre  verde,  il  quale  rende  possibile  l’allevamento 


Fig.  25.a  —  Testata  d’origine  del  Canadon  di  Chasieó 
(regione  portìritico-granitica,  fondo  a  mallin). 


Fig.  26.a  —  Profilo  trasversale  del  canadon  di  Chasieó. 

(/.  granito,  c.  cretaceo,  t.  tufi  terziari. 

1.  semipiano  del  1°  ciclo;  2.  id.  del  2“  ;  3.  id.  del  3°;  in.  mallin. 


del  bestiame,  specialmente  dei  cavalli  e  delle  pecore,  in  una 
regione  dove  le  secche  prolungate  e  le  gelate  notturne,  anche 

1  Mallin  è  parola  araucana  che  più  propriamente  significa  un  piano 
torboso  e  paludoso;  per  trasposizione  si  dà  ora  il  nome  di  mallin  alla 
vegetazione  che  riveste  di  un  folto  prato  i  fondi  impermeabili  delle  valli 
patagoniche. 


218 


G.  ROVERETO 


nel  pieno  dell’estate,  ostacolano  ogni  coltivazione  ed  il  germo¬ 
glio  delle  piante  erbacee. 

Rispetto  alla  morfologia  generale  il  canadon  è  inciso  nel 
semipiano  che  dalle  rocce  sedimentari  cretacee  passa  a  livel¬ 
lare  in  egnal  modo  quelle  cristalline  e  massicce,  e  trovasi  al- 
l’origine  di  solchi  erosivi  che  mettono  per  una  parte  al  Limay, 
per  l’altra  al  semipiano  patagonico.  Quelli  del  Limay  rappre¬ 
sentano  l’azione  regressiva  di  questo,  che  si  è  esercitata  in 
senso  contrario  all’inclinazione  del  semipiano  cretaceo-terziario, 
poiché  questo  pendeva  e  pende  verso  l’est  e  verso  il  sud,  mentre 
il  Limay  risaliva  dal  nord  e  dal  nord-ovest:  sono  invece  con¬ 
formemente  incisi  al  semipiano  i  canadones  che  mettono  verso 
la  Patagonia.  Quindi  la  linea  divisoria  fra  il  bacino  del  Limay 
e  quello  delle  valli  patagoniche  è  molto  accidentata  per  le  re¬ 
gressioni  e  per  le  catture  avvenute,  e  ciò  aumenta  a  grado  a 
grado  che  il  rilievo  montuoso  si  fa  più  alto,  ed  i  corsi  d’acqua 
laterali  hanno  dovuto  maggiormente  approfondirsi  per  coordi¬ 
nare  il  loro  profilo  con  quello  del  Limay;  inoltre  i  primi  ca- 
nadones  incontrati,  di  Trapalcó,  di  Chasicó,  cui  fa  seguito  quello 
di  Carriyegua,  pure  in  gran  parte  in  granito,  per  le  condizioni 
climatiche,  entrando  in  una  zona  in  cui  piove  meno  di  200  rum. 
(fig.  42a),  si  estinguono  prima  di  giungere  al  Limay:  rappresen¬ 
tando  in  tal  modo  un  termine  intermedio  fra  la  4a  zona  a  200  mm., 
in  cui  non  esistono  corsi  d’acqua  a  letto  continuo,  alla  3a,  in 
cui  le  piogge  possono  raggiungere  i  400  mm.  e  i  letti  delle 
valli  sono  continui  sino  al  Limay,  benché  asciutti  per  gran 
parte  dell’anno,  sino  a  che  nella  zona  2a,  oltrepassando  la 
pioggia  i  400  mm.,  si  ha  acqua  di  corso  perenne  nelle  valli 
principali. 

Il  semipiano  precretaceo.  —  Attorno  al  canadon  di  Cha¬ 
sicó  si  hanno  isole  di  cretaceo  che  posano  sul  granito,  e  sono 
ricoperte  da  un  manto  di  tufi  terziari  :  l’erosione,  mettendo  a 
nudo  il  granito,  svela  pure  che  questo  è  spianato  orizzontal¬ 
mente,  ossia  rappresenta  i  resti  di  un  semipiano  precretaceo  : 
più  innanzi,  dove  cessa  il  cretaceo,  questo  antico  semipiano  si 
livella  perfettamente  con  quello  cretaceo  e  terziario  per  una  ero¬ 
sione  conforme  all’antica. 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


219 


In  alcuni  tratti  i  tufi  in  copertura  superficiale  costituiscono 
delle  masse  residuali  che  sporgono  come  cime  piramidali:  ne 
è  esempio  il  Cerro  di  Trapalcó,  rappresentato  nella  fig.  27a,  la 
cui  vetta  è  di  tufi  e  lo  zoccolo  di  arenarie  rosse. 


Fig.  27.a  —  11  Cerro  di  Trapalcó, 
massa  residuale  dello  spianamento  terziario. 


La  fig.  25'1  rappresenta  in  qual  modo  ha  origine  il  canadon 
di  Cliasicó,  incavato  prevalentemente  in  porfiriti,  la  cui  ero¬ 
sione  consta  di  una  minuta  fratturazione  dovuta  alle  brusche 
variazioni  di  temperatura  ed  alla  irradiazione  notturna. 

Dopo  quei  di  Carriyegua,  si  attraversano  i  canadones  di 
Palenquiniyen  in  porfirite  e  basalte,  con  qualche  filone  grani¬ 
tico,  a  fondo  di  mallin  e  popolati  da  mandrie  di  cavalli.  Quivi 
la  strada  raggiunge  la  sua  massima  altezza  di  m.  1050,  e  di 
seguito  scende  nel  canadon  o  vallone  di  Mencué  incavato  nella 
porfirite,  a  fondo  di  mallin,  continuo  per  parecchie  leghe  a  co¬ 
minciare  dalle  origini,  quindi  ripido  e  roccioso  e  ad  anse  avvi¬ 
cinandosi  al  Limay  (tav.  YIla). 


220 


G.  ROVERETO 


Col  vallone  di  Mencué  si  incontra  un  primo  rivo,  quello 
che  scende  dalla  costa  fra  Mencué  e  Palenquiniyen,  che  ha 
acqua  per  gran  parte  dell’anno,  come  pure  si  osservano  per  la 
prima  volta  delle  piccole  vette  rocciose  che  l’erosione  ha  iso- 


Fig.  28.a  —  Il  laghetto  prosciugato  di  Cura  Lauquén; 
nel  mezzo  l’affioramento  del  filone  granitico  coperto  da  incrostazioni  saline. 


lato  a  mezzo  i  versanti;  e  ciò  è  indizio  che  ci  avviciniamo  alla 
zona  2a  in  cui  piove  più  di  400  mm.,  e  si  giunge  sino  ai  600. 
Non  si  hanno  però  ancora  laghetti  ad  acqua  perenne,  e  le  con¬ 
che  naturali  che  si  incontrano  lungo  la  strada,  hanno  il  loro 
fondo  salino  perfettamente  asciutto.  Fra  queste  è  notevole  quella 
di  Cura  Lauquén  o  della  Pietra  Bianca,  nel  cui  mezzo  affiora 
un  mammellone  granitico  molto  biancheggiante  per  uno  strato 
di  carbonato  di  soda  che  lo  riveste,  e  che  dà  il  nome  al  tem¬ 
poraneo  laghetto  (fig.  28a).  Da  Cura  Lauquén  comincia  pure  il 
vero  tipo  della  valle  montuosa,  profondamente  incassato,  a  corso 
tortuoso,  a  versanti  irregolari,  a  letto  angusto  e  ciottoloso; 
mentre  i  canadones  sono  limitati  a  brevi  tratti  alle  origini, 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


221 


assai  poco  profondi  e,  quindi  quasi  a  livello  del  generale  spia¬ 
namento.  Alcuni  di  essi  sono  pure  per  tal  modo  convertiti  in 
piatte  conche  lacustri,  come  la  cosidetta  Laguna  di  Pilagué  o 
Pi lah né,  resto  di  un  notevole  lago  contenuto  in  una  depressione 
ora  a  più  conche  saline  e  quasi  sempre  asciutte. 

La  zona  vulcanica  di  Pilcanjyen  e  il  sinclinale  periandino. 
—  I  laghetti  ad  acque  perenni  detti  di  Los  Flamengos  dai  gra¬ 
ziosi  fenicotteri,  che  ne  abitano  le  sponde  e  di  Las  Dos  Mejisas 
o  Mejillas,  ossia  delle  Due  Guancie,  come  pure  il  diradarsi  dei 
cespugli  spinosi,  raggiungersi  delle  graminacee  ai  prati  di  mallin, 
il  diventar  questi  umidi  e  pantanosi,  i  solchi  di  scolo  sempre 
più  numerosi  e  più  incassati,  indicano  che  si  passa  alla  zona 


Fig.  29.a  —  Tufi  vulcanici  (t)  riempienti  il  Vallone  dei  Cileni. 


climatica  2°,  da  me  distinta,  in  cui  piove  da  400  a  600  rum., 
con  aumento  graduale  procedendo  verso  l’ovest. 

Così  pure  si  passa  ad  una  seconda  zona  vulcanica,  poiché 
poco  prima  delle  Dos  Mejillas  il  massiccio  cristallino  comincia 
a  ricoprirsi  di  una  tavola  basaltica  colonnare,  poi  si  hanno 
andesiti  ed  altre  rocce  neovulcaniche,  che  si  continuano  in  co¬ 
pertura  superficiale  ai  lati  dei  vari  valloni  mettenti  nel  Cornai  lo 
o  Comajo,  e  ciò  sino  a  Pilcaniyen,  dove  assumono  l’aspetto  di 
un  vero  massiccio  esteso  sino  alle  rive  del  lago  Nahuél  Huapi. 
Al  disotto  della  tavola  basaltica,  o  senza  di  essa,  si  ha  una 
potente  formazione  sedimentare  ricca  in  resti  di  mammiferi  del 
santacruziano  patagonico.  Gli  incavi  delle  Dos  Mejillas  hanno 
a  tutta  prima  l’aspetto  di  un  doppio  cratere  che  dovrebbe  però 
essere  di  esplosione,  perchè  gli  strati  dei  tufi  e  le  placche  di 
lava  che  li  circuiscono  sono  perfettamente  orizzontali  :  altri  resti 


222 


Gr.  ROVERETO 


di  veri  crateri,  in  forma  di  grandi  caldere,  si  hanno  dopo  Pil- 
caniyeu,  fra  questa  località  e  la  valle  del  Pichileufù. 

In  uno  dei  rami  del  Comallo,  detto  Canadon  dei  Cileni, 
ampio  vallone  a  versanti  regolari  ed  a  fondo  piatto,  con  ricca 


Fio.  30.a  -  Tufi  vulcanici  e  sedimenti  terziari  (t) 
terrazzati  del  Vallone  dei  Cileni. 

vegetazione  di  mallin,  si  osservano  dei  tufi  ed  altri  sedimenti 
probabilmente  miocenici  biancastri,  depositatisi  in  strati  più  o 
meno  potenti,  con  resti  di  piante  fossili,  che  hanno  riempiuto 


Fig.  31  .a  —  Tufi  e  alti  i  sedimenti  terziari 
riempienti  il  Vallone  dei  Cileni  (valle  del  Comallo). 


la  valle  sino  ad  una  notevole  altezza,  e  che  successivamente 
furono  in  parte  asportati,  per  modo  che  la  valle  nel  riprodursi 
diede  luogo  a  terrazzi  laterali,  lungo  i  due  versanti  opposti, 
scolpiti  in  tali  tufi  (fig.  29*,  30*  e  31*). 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


223 


Se  i  tufi  vennero  asportati  da  una  corrente  seguente  il  pendìo 
della  valle,  tali  terrazzi  sono  orizzontali;  ma  se  vi  si  aggiunse 
l’azione  del  dilavamento  laterale,  che  tolse  dalle  pendici  l'alto 
strato  di  cenere  che  le  ricopriva,  e  lo  trasportò  verso  il  basso, 


Fio.  32.a  —  Fondo  a  mallin  del  Vallone  di  Caruhé. 

i  terrazzi  sono  inclinati  verso  il  filo  della  valle.  Lo  stesso  di¬ 
casi  di  colate  di  lave  posteriori  ai  tufi,  che  nel  vallone  di  Co- 
mallo  coprono  questi  e  le  rocce  cristalline  antiche;  esse  for¬ 
mano  dei  terrazzi  laterali  che  si  coordinano  con  le  placche  di 
lava  che  sono  rimaste  appiccicate  al  versante  dal  quale  sono 
discese. 

À  Caruhé  (fig.  32a)  si  incontra  una  zona  di  micascisti  di 
aspetto  arcaico  inclinati  di  circa  35°  verso  le  Ande:  essi  sono 
attraversati  da  filoni  di  quarzo  che  ho  riconosciuto  aurifero: 
nella  carta  geologica  non  sono  distinti  dal  resto  del  massiccio 
cristallino  per  incompletezza  di  ricerche  e  perchè  mi  sono  sem¬ 
brati  collegati  ai  graniti:  affiorano  sul  fondo  delle  valli  e  sono 
ricoperti  da  un  manto  vulcanico  molto  potente  (fig.  33a),  sino  a 
che,  passato  Pilcaniyen,  si  entra  nella  zona  vulcanica  ad  accu- 


224 


G.  ROVERETO 


imi  lamento  in  massiccio,  e  che  dà  luogo  ad  uno  dei  più  carat¬ 
teristici  paesaggi.  Sembra  dagli  scarsi  resti,  che  degli  ampi 


Fio.  33.a  —  Terrazzi  di  lave  andesitiche  (l)  e  traehitiche  (t) 
del  Vallone  di  Caruhé:  a.  alluvioni. 


crateri  in  forma  di  caldera  emettessero  delle  lave,  le  quali,  sia 
per  il  poco  rilievo  del  cono  vulcanico,  sia  perchè  delle  ceneri 


Fio.  34.a  —  Parte  di  una  grande  caldera  vulcanica 
nella  regione  di  Pilcaniyen. 


avevano  colmato  le  depressioni,  si  espandevano  quasi  orizzon¬ 
tali  (fig.  34a  e  35a).  Ne  risulta  ora  che  delle  pianeggianti  tavole 
di  lava  sono  a  cappello  di  bassi  rilievi  tufacei  del  terziario 
medio  e  superiore,  a  versanti  tagliati  molto  ripidamente.  Inoltre 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA  225 

numerosi  dicchi  posteriori  sporgono  dai  versanti,  rendendoli  per 
lunghi  tratti  molto  accidentati,  come  pure  non  mancano  accu¬ 
mulazioni  di  lave  e  di  tufi  in  rilievi  alti  e  ripidi,  che  furono 
probabilmente  alti  coni  isolati.  Lo  spianamento  patagonico,  che 


Fig.  35.a  —  Paesaggio  vulcanico  della  regione  di  Pilcaniven. 

tronca  secondo  l’orizzontale  i  micascisti  inclinati  di  35°,  giunge 
sino  a  questo  distretto  vulcanico  che  ne  interrompe  e  ne  altera 
le  grandi  profilazioni,  per  cui  il  vulcanismo  è  posteriore  al¬ 
l’azione  di  spianamento.  Verso  il  mezzo  di  questa  zona  vulca¬ 
nica  si  ha  una  maggiore  irregolarità  di  paesaggio  per  alti  ri¬ 
lievi  isolati,  e  per  la  scomparsa  di  parti  pianeggianti  ;  è  sopra¬ 
tutto  l’erosione  esercitata  dal  Pichileufu  quella  che  ha  operato 
questa  trasformazione:  la  valle  di  questo  corso  d’acqua,  rappre¬ 
sentata  dalla  fig.  36a,  è  molto  accidentata  per  spuntoni  rocciosi 


15 


226 


G.  ROVERETO 


dovuti  a  dicchi,  per  terrazzi  lavici,  per  animassi  irregolari  di 
lave  posati  sui  tufi. 

Tettonicamente  il  distretto  vulcanico  di  Pilcaniyen  trovasi 
in  una  zona  sinclinale  esistente  fra  la  Cordigliera  delle  Ande 


Fig.  36.a  —  Paesaggio  vulcanico  della  valle  del  Pichileufù 
(dalla  casa  di  Pichileufù). 


ed  il  massiccio  patagonico,  il  corrispondente  anticlinale  trovasi 
lungo  il  piede  delle  Ande,  rovesciato  verso  Testerno,  come  chia¬ 
ramente  si  osserva  nelle  pendici  del  gruppo  del  Cerro  della 
Ventana:  è  quindi  un  periferico  sinclinale  terziario  che  ebbe 
grande  influenza  sulla  orografia,  perchè  tuttora  costituisce  per 
una  parte  la  depressione  fra  le  Ande  ed  i  rilievi  preandini,  e 
per  l’altra  è  riempiuto  dalle  emissioni  vulcaniche,  che  si  accu¬ 
mularono  nella  sua  conca  per  più  di  mille  metri  di  spessore. 

Il  corso  del  Limay.  —  Scendendo  lungo  il  corso  del  Limay 
si  ha  la  conferma  di  molti  dei  fatti  già  osservati.  All’inizio  si 
attraversa  la  morena  frontale  descritta  parlando  del  Lago  Nahuél 
Huapi,  e  subito  al  di  là  si  osservano  tracce  di  terrazzi,  di  cui 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


227 


il  più  alto  corrisponde  in  altezza  al  ciglio  della  morena,  ossia 
ad  un  50  ni.  sul  fiume:  sono  quindi  terrazzi  dell’ultima  fase, 
ed  il  fatto  è  di  per  sè  molto  importante,  poiché  anche  il  grande 
cono  di  deiezione  (che  osserveremo  dove  il  Limay  comincia  a 
correre  fra  le  barranche  cretacee)  e  la  bassa  barranca  lungo  il 
Rio  Negro,  che  si  trovano  a  non  più  di  50  m.  sul  corso  del 
fiume,  debbono  per  analogia  appartenere  all’ultima  fase  glaciale 
per  il  loro  deposito  e  spianamento,  mentre  debbono  la  loro  in¬ 
cisione  in  barranche  ad  una  fase  erosiva  successiva,  ossia  alla 
ultima  fase  post-glaciale.  E  ciò  perfettamente  corrisponde  a 
quello  che  si  osserva  neH’America  settentrionale  ed  in  Europa. 

Altro  fatto  importante  è  questo:  la  morena  dell’ultima  fase 
posa,  come  si  è  detto,  su  di  un’altra  più  antica,  cementata,  di 


Attuale  corso 
Corso  antico  del  Limay 


Fig.  37. 11  —  Terrazzi  della  riva  sinistra  del  Limay  dietro  l'Estancia  Niles. 

cui  il  corso  del  fiume  non  raggiunge  il  fondo.  È  evidente  quindi 
che  vi  è  un  letto  fluviale  di  una  fase  glaciale  anteriore,  la 
mediana  probabilmente,  coperto  dalle  due  morene.  E  di  questo 
letto  antico  si  hanno  tracce  dopo  qualche  ora  di  navigazione, 
sulla  destra  del  letto  odierno,  dove  un  solco  vallivo  si  osserva 
ripieno  di  tufi  bianchi  e  di  lave  andesitiche;  per  cui  ne  risul¬ 
terebbe  che  le  eruzioni  vulcaniche  del  distretto  di  Pilcauiyen 
durarono  sino  almeno  alla  seconda  fase  glaciale. 

Alla  Estancia  Niles,  o  del  Boiiche  Viejo  (fig.  37a),  si  ha  il 
più  completo  caso  di  terrazzamento  che  si  osservi  lungo  la 
valle:  dietro  V estancia,  sui  fianchi  del  versante  sinistro,  sino 
ad  un’altezza  che  può  essere  di  800  in.,  si  osservano  cinque 
terrazzi,  che  probabilmente  indicano  cinque  fasi  di  arresto  del¬ 
l’erosione  durante  le  fasi  glaciali.  Anche  qui  il  Limay  ha  su¬ 
bito  una  deviazione,  però  verso  destra,  e  non  saprei  se  ciò  sia 


228 


G.  ROVERETO 


avvenuto  per  una  laterale  colata  di  lava,  o  per  un  fenomeno 
erosivo  proprio  al  fiume. 

La  roccia  vulcanica  è  poco  dopo  lasciata  l’Estancia  Niles 
un  basalte,  che  forma  dei  fasci  colonnari  ed  a  ventaglio  molto 
caratteristici  :  esso  è  ricoperto  dai  tufi  bianchi  e  da  croste  di 
lava  andesitica:  in  un  punto  si  ha  un  torrione  basaltico  somi¬ 
gliante  al  Procinto  apuano,  cui  sovrasta  un  alto  rilievo  mon¬ 
tuoso  a  colonne  affastellate  come  canne  d’organo,  diritte  ed  al¬ 
tissime. 

Alla  Cueva  de  los  Indios,  sulla  sinistra  del  fiume,  esiste 
una  grande  aguglia,  che  ricorda  in  modo  informe  la  statua 
d’una  madonna  con  bambino,  costituita  da  tufi  porfiritici,  più 
antichi  dei  tufi  bianchi  andesitici,  alla  cui  base  si  apre  una 
grotta  che  fu  cimitero  degli  Indi.  Sulla  destra  si  ha  una  vera 
selva  di  aguglie  e  di  pinnacoli  sottili  e  verticali,  di  frequente 
aventi  la  forma  di  figure  animate,  —  e  da  ciò  il  nome  di  Cullon- 
Curà,  che  significa  «  maschera  di  pietra  »  al  principale  affluente 
di  sinistra  —  dovute  a  lave  andesitiche  e  basaltiche  che  hanno 
attraversato  i  tufi  più  antichi  sotto  forma  di  dicchi  e  di  filoni 
colonnari. 

Si  giunge  in  tal  modo  alla  confluenza  con  il  Trafili:  qui  la 
navigazione  si  fa  molto  difficile,  sia  per  il  cono  di  deiezione 
del  Trafili,  sia  per  una  frana  scesa  dal  fianco  destro  e  che  ha 
riempiuto  il  letto  di  massi,  i  quali,  mentre  hanno  rallentato  il 
corso  a  monte,  hanno  reso  ripido  quello  a  valle:  questa  è  l’ori¬ 
gine  del  Gran  Rapido,  causa  del  naufragio  del  primo  esplo¬ 
ratore  che  tentò  di  scendere  in  Limay  in  barca  L 

La  serie  vulcanica  offre  qui  dei  tufi  chiaramente  stratificati 
in  modo  orizzontale,  benché  siano  compresi  in  una  zona  che 
subì  il  ripiegamento  terziario  andino,  come  lo  dimostrano  degli 
strati  a  fossili  mesozoici  fortemente  raddrizzati,  che  si  trovano 
più  a  valle;  ciò  indica  che  tali  tufi  orizzontali  sono  posteriori 
al  ripiegamento  delle  Ande,  e  quindi  non  antichi. 

A  Chacabuco  la  valle  comincia  ad  ampliarsi,  ed  un  10  km. 
dopo  questa  località  si  hanno  degli  spianamenti  basaltici,  alti 
sul  fiume  un  350  m. 


1  Fu  l’esploratore  cileno  Guillermo  Cox  nel  1863. 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


229 


A  metà  strada  fra  Chacabuco  ed  il  Pichileufù  cominciano 
dei  tufi  stratificati,  immersi  verso  la  Cordigliera,  dapprima  in 
modo  lieve,  di  circa  10°,  quindi  a  grado  a  grado  sempre  più 
torte,  sino  a  35°,  per  cui  essendo  questi  tufi  ripiegati  per  opera 
del  corrugamente  andino,  anzi  facendo  parte  del  sinclinale  pe- 


Fig.  38.:1  —  La  valle  del  Limay  alla  confluenza  con  il  Pichileufù. 


riferico,  sono  evidentemente  più  antichi  del  terziario.  Quivi 
pure  vari  canadones  giungono  sino  al  fiume  con  i  loro  fondi  a 
mallin. 

Poco  prima  della  confluenza  con  il  Pichileufù  (fig.  38a), 
la  valle  è  amplissima,  e  si  hanno  qua  e  là  spuntoni  di  co¬ 
lonne  basaltiche  che  sporgono  dai  tufi  in  cui  furono  com¬ 
prese:  la  inclinazione  di  questi  tufi  è  di  10°  a  ovest:  e  pro¬ 
babilmente  per  questo  fatto  essi  ed  i  basalti  della  parte  bassa 
della  valle,  dalla  confluenza  del  Pichineufù  a  quella  del  Cullon- 
Curà,  possono  essere  più  antichi  di  quello  che  non  siano  notati 
nella  carta  geologica,  ed  è  pure  probabile  che  siano  ricoperti 
nella  parte  alta  da  rocce  vulcaniche  più  recenti.  Non  molto 


230 


Ct.  ROVERETO 


lungi  dallo  sbocco  del  Caleufù  si  osserva  in  uno  spaccato  na¬ 
turale  il  basalte  colonnare  inciso  da  una  valle  antica,  la  quale 
in  seguito  fu  riempiuta  da  due  sorta  di  sedimenti  vulcanici,  il 
tufo  bianco  ed  il  tufo  grigio- scuro. 

La  confluenza  con  il  Cullon-Curà  non  dà  luogo  a  forti  ra¬ 
pide  come  quella  del  Trafili,  perchè  il  letto  del  fiume  si  è  fatto 
più  ampio:  ad  ogni  modo  anche  qui  esiste  un  cono  di  deiezione 
in  mezzo  alla  valle  del  Limay.  Foco  dopo  la  continenza,  si  perde 
definitivamente  il  carattere  torrentizio,  e  le  acque  scorrono  più 
tranquille,  specialmente  a  cominciare  da  dove  due  alti  dirupi 
di  breccia  chiudono  quasi  la  valle,  per  modo  che  questa  si  po¬ 
trebbe  facilmente  sbarrare  con  una  diga.  Da  qui  in  giù  sarebbe 
anche  possibile  rendere  navigabile  il  fiume  J. 

Ho  scelto  questa  breccia  per  porre  il  confine  fra  le  rocce 
vulcaniche  che  stanno  a  ponente  di  essa,  e  che  considero  pre¬ 
valentemente  terziarie  o  più  recenti,  da  quelle  a  levante,  che 
sono  di  certo  più  antiche.  Essa  è  probabilmente  liassica,  perchè 
nella  valle  del  Neuquén,  nel  territorio  di  Chosmalal,  come  ha 
riconosciuto  il  Keidel,  è  collegata  a  scisti  con  Posidonomya, 
che  presentano  una  curiosa  somiglianza  con  gli  scisti  della 
Spezia  e  di  molte  altre  località  appenniniche.  Inoltre  il  Rotti 
ha  scoperto  a  Piedra  Pintada,  in  questa  stessa  valle  del  Limay, 
dei  tufi  con  fossili  Lassici,  marini  e  terrestri,  i  quali  a  me 
sono  parsi  collegati  alle  porti  riti,  ai  graniti  ed  a  basalti  antichi, 
per  cui  forse  tutto  il  complesso  cristallino,  o  gran  parte  di  esso, 
potrebbe  essere  mesozoico. 

Comunque  sia,  a  cominciare  dalla  breccia  descritta  sino  a 
Pampa  Nogueira,  dove  si  incontrano  delle  marne  verdi  del  cre¬ 
taceo  inferiore,  pure  presenti  nella  serie  di  Chosmalal,  che  credo 
sia  la  più  completa  della  Repubblica,  si  ha  un  intricato  mas¬ 
siccio  di  tali  rocce  cristalline  e  paleovulcaniche,  che  è  eviden¬ 
temente  differente  e  più  antico  del  massiccio  vulcanico  che  tro¬ 
vasi  prima  della  breccia  creduta  liassica. 

Entrando  il  fiume  in  tale  zona  antica,  sparisce  ogni  traccia 
di  alte  terrazze,  e  rimangono  solo  i  resti  di  una  bassa,  barranca 

1  Fin  qui  e  per  un  tratto  del  Cullon-Curà  a  cominciare  dalla  foce 
del  Kio  Negro  navigò  nel  1782  il  Villarino,  compiendo  uno  sforzo  mai 
più  ripetuto. 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


231 


che  corrisponde  a  quella  del  diluviale  superiore,  e  ciò  perchè 
la  valle,  per  regolarizzare  il  suo  profilo,  ha  dovuto  approfon¬ 
dirsi  maggiormente  dove  il  terreno  per  la  sua  natura  era  più 
rialzato:  così  si  spiegano  le  alte  e  ripide  costole  montuose  che 
cingono  il  bacino  del  Comallo,  ed  i  vari  rivi  che  mettono  in  esso. 

Dalla  confluenza  del  Cullon-Curà  si  incomincia  anche  a  ri¬ 
conoscere  che  si  è  entrati  in  un’altra  zona  meteorologica,  da  qui 
quindi  ho  fatto  passare  la  linea  divisoria  fra  le  zone  2a  e  3a 
poiché  i  versanti  assumono  la  sterilità  dei  deserti,  e  ciò  giu- 


Fig.  39.a  —  Grande  accumulamento  di  lave  (/), 
che  riempirono  il  fondo  della  valle  del  Limay  (a) 
e  che  produssero  una  deviazione  nel  corso  del  fiume, 
come  lo  dimostra  il  profilo  attuale  ( b ). 

stifica  il  nome  che  gli  Indi  hanno  dato  al  fiume,  poiché  la  pa¬ 
rola  «limay»  significa  campo  pelato. 

Nella  regione  di  Diedra  del  Aguìla  la  valle  è  stata  riem¬ 
piuta  da  una  enorme  colata  di  lava  (fig.  39a)  che  raggiunse  più 
di  cento  metri  di  spessore,  per  cui,  a  seguito  del  successivo  ap¬ 
profondimento  del  fiume,  questo  accumulamento  lavico  è  ora 
tagliato  da  una  barranca  che  ha  appunto  tale  altezza.  Esso  offre 
attualmente  l’aspetto  di  un  rilievo  tabulare  che  quasi  sbarra  la 
valle,  la  quale  deviò  a  destra,  stabilendosi  sui  confine  fra  la 
roccia  vulcanica  ed  il  versante  anteriore,  nel  quale  ultimo  in 
seguito  si  approfondì. 

Alla  pampa  Nogueira,  dopo  le  marne  del  cretaceo  inferiore, 
succedono  le  arenarie  rosse  del  cretaceo  medio  e  superiore,  e 
comincia  il  grande  semipiano  cretaceo:  quivi  il  letto  del  fiume  si 
fa  grandissimo,  a  varie  braccia,  con  banchi  ed  isole,  ed  è  limi¬ 
tato  dalle  alte  barranche  delle  rocce  cretacee,  della  cui  compo- 


232 


G.  ROVERETO 


sizione  ha  detto  con  molta  precisione  il  Roth.  La  fotografìa  della 
fig.  40a  è  presa  poco  dopo  Alarcoon,  ed  indica  la  grande  al¬ 
tezza  ed  il  bizzarro  modellamento  della  barranca  in  arenarie 
rosse  del  cretaceo  medio.  A  Nogueira  ha  così  principio  l’ultima 


Fig.  40.a  —  La  barranca  in  arenaria  rossa 
del  cretaceo  della  riva  destra  del  Limay  di  contro  ad  Alarcoón. 


parte  del  profilo  del  fiume,  che  ha  raggiunto  perfettamente  il 
suo  equilibrio;  e  dove  le  due  parti  del  profilo  si  incontrano, 
si  è  depositato  un  gran  cono  di  deiezioni  ciottolose,  che  è  alto 
sul  fiume  quanto  i  terrazzi  morenici  del  Nahuél  Huapi  dell’ul¬ 
tima  fase  glaciale  (fig.  41a).  Questo  cono  con  l’approfondirsi  del 
fiume  si  è  depositato  sempre  più  basso,  mentre  i  suoi  materiali 
dell’inizio,  perfettamente  eguali  ai  più  recenti,  si  trovano  di¬ 
stesi  sul  basso  terrazzo,  il  quale  ha  da  qui  principio. 

Il  coordinamento  del  basso  terrazzo  con  l’alto  terrazzo  e 
con  il  semipiano  cretaceo-terziario,  e  di  questo  con  il  semipiano 
mesozoico,  avviene  sulla  sinistra  del  fiume  per  una  serie  di 
gradini  intermedi,  i  quali  sono  dovuti  a  degli  strati  di  tufi  vul¬ 
canici,  che  hanno  determinato  delle  superficie  resistenti,  prò- 


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234 


G.  ROVERETO 


tettrici,  tanto  del  nuovo  quanto  dell’antico  spianamento  (fig.  41a). 
Sulla  destra  invece  tale  coordinamento  avviene  [ter  un  pendìo 
accidentato  da  rilievi  collinesclii. 

Colle  alte  barranche  comincia  pure  la  zona  meteorologica  4a, 
il  cui  regime  è  desertico:  ciò  ha  permesso  che  la  morfologia 
locale  conservasse  i  caratteri  acquisiti  in  antico,  per  cui  le  bar¬ 
ranche  sono  continue,  senza  interruzioni  dovute  a  corsi  d’acqua 
laterali,  con  taglio  netto  e  perpendicolare  :  e  ciò  si  verifica  sin 
quasi  alla  foce  del  Rio  Negro  L 

Condizioni  agricole.  —  La  riva  destra  del  Limay  presenta 
varie  zone  di  diverso  valore  agricolo,  dipendenti  dalla  natura 
del  terreno  e  dalle  ricordate  condizioni  climatiche. 

In  quanto  alla  loro  natura,  i  terreni  debbonsi  distinguere 
in  autoctoni,  alloctoni  e  semialìoctoni.  Hanno  grande  prevalenza 
fra  gli  autoctoni  i  terreni  silico-allumino-ferro-magnesiaci,  che 
provengono  dal  disfacimento  in  posto  delle  rocce  vulcaniche:  i 
terreni  che  nella  carta  geologica  sono  riferiti  al  cretaceo,  nella 
carta  agricola  possono  figurare  ricoperti  da  una  coltre  autoctona, 
se  si  tien  conto  che  rappresentano  un  disfacimento  in  posto, 
oppure  da  una  coltre  alloctona,  se  si  considera  che  le  poco  coe¬ 
renti  rocce  cretacee  sono  dovute  ad  un  trasporto  relativamente 
recente;  li  chiamo  quindi  semialìoctoni:  e  possono  essere  silicei, 
si  li  co-ferrici,  silico-alluminosi,  silico-alluminosi-subcalcarei,  a 
seconda  che  provengono  dal  disfacimento  o  di  arenarie  silicee, 
o  di  arenarie  silicee-ferruginose,  o  di  letti  scistosi  argillosi, 
o  di  argille  marnose,  rocce  le  quali  tutte  formano  in  strati 
alternati  la  serie  cretacea.  L’altipiano  cretaceo  è  quindi  in 
condizioni  agricole  molto  variabili;  a  ciò  si  aggiunga  che  per 
estesi  tratti  è  ricoperto  dalla  sterile  arenaria  grigia,  e  che  in 
altri,  specialmente  nel  fondo  delle  depressioni,  è  ricoperto  da 
materiale  eolico,  fertilissimo. 

Il  fondo  della  valle  del  Limay,  piatto  ed  ampio  sin  dove  è 
limitato  dalle  barranche  del  cretaceo,  e  suddiviso  irregolarmente 
dal  corso  del  fiume,  è  costituito  da  un  terreno  alloctono,  silico- 

1  II  Limay  ha  rii  percorso  di  400  km.,  dei  quali  gli  ultimi  300  non 
hanno  affluenti;  ha  la  pendenza  del  1,20  °/00;  la  sua  portata  osservata  al 
Passo  Limay  nel  sessennio  1902-1907  fu  di  me.  622  al  1",  con  una  minima 
inedia  annuale  di  me.  321  nel  1907,  ed  una  massima  di  me.  874  nel  1904. 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


235 


* 


& 


Fig.  d2.a — Caratteri  idrografici  del  Rio  Negro  in  relazione  con  le  zone  di  pioggia. 


236 


G.  ROVERETO 


alluminoso,  molto  fertile,  depositato  dalle  acque  del  Limay.  Ho 
constatato  con  sorpresa  la  assenza  dei  cosidetti  rodados  pata- 
gónicos  —  eccetto  che  lungo  i  ciglioni  delle  barranche  del 
Limay  —  indicati  da  molti  autori  come  causa  della  sterilità 
della  Patagonia.  Invece  la  causa  del  poco  valore  agricolo 
della  valle  del  Limay  consiste  specialmente  nelle  condizioni  cli¬ 
matiche. 

Dove  si  estendono  i  migliori  terreni  alloctoni  dell’altipiano 
cretaceo,  si  ha  una  zona  (zona  4a)  in  cui  piove  meno  di  200  min. 
annui  (fig.  42a),  e  ciò  specialmente  verso  il  Rio  Negro:  amano 
a  mano  che  si  allontana  da  questo  le  condizioni  migliorano, 
ed  a  metà  strada  fra  il  Cuy  e  Mallincó,  pur  trovandosi  ancora 
sul  terreno  cretaceo,  si  osserva  che  comincia  il  pascolo  verde  : 
si  passa  così  alla  zona  3a  in  cui  piove  da  200  a  400  mm., 
però  si  fanno  meno  favorevoli  le  condizioni  altimetriche,  poiché 
fra  Mencué  e  Palenquiniyen  si  raggiungono  e  si  oltrepassano 
i  1000  m.  di  altezza,  ed  anche  nelle  notti  estive  sono  ivi  frequenti 
le  gelate.  A  metà  dicembre  ho  visto  gelare  a  Mencué  i  giovani 
getti  deìValfalfa  (erba  medica)  e  degli  alamos  (pioppi).  Così  pure 
poco  favorevoli  sono  le  condizioni  topografiche,  poiché  col  cre¬ 
scere  del  quantitativo  di  pioggia  sempre  meglio  si  determina 
un  reticolo  idrografico  con  profonde  valli  e  con  eliminazione  delle 
parti  pianeggianti. 

Ciò  che  rende  in  qualche  modo  usufruibile  questa  terza  zona 
sono  i  ricordati  mallin  o  prati  di  mallin ,  che  costituiscono  un 
pasto  abbondante  e  buono,  specialmente  per  i  cavalli.  Anche  le 
pecore,  quando  una  prolungata  siccità  ha  distrutto  ogni  altro 
pasto,  si  nutrono  di  mallin.  L’allevamento  del  bestiame  presenta 
qui  appunto  il  pericolo  delle  secche  prolungate,  per  modo  che 
si  potrebbe  ovviare  a  tale  inconveniente  falciando  e  seccando 
il  mallin  nella  stagione  propizia,  e  tenendolo  come  una  riserva 
per  la  stagione  cattiva. 

La  vegetazione  cespugliosa  è  nella  zona  3a  più  abbondante 
che  nella  4a,  si  fanno  rare  la  pilchiana  l,  la  zampa  2,  la  jarillia  3, 


1  Poinciana  Gilliesii. 

2  Atriplex  pamparuni. 

3  Larrea  nitida . 


Boll.  Soc.  Geol.  Ital., 


voi.  XXXI  (1912) 


(Rovereto  G.)  Tav.  III. 


Boll.  Soc.  Geol.  Ital.,  voi.  XXXI  (1912) 


(Rovereto  G.)  Tav.  IV 


^ ette  coniche  dovute  alla  glaciazione  a  mantello  ed  appartenenti  alle  Ande  soprastanti  al  lago  Correntoso. 


Boll.  Soc.  Geol.  Ita! 


voi.  XXXI  (*912) 


(Rovereto  G.)  Tav.  V 


La  Riva  sinistra  del  Rio  Negro  al  Passo  di  Roca. 


Boll.  Soc.  Geol.  Ital,  voi.  XXXI  (1912) 


(Rovereto  G 


Tav.  VI 


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Boll.  Soc.  Geol.  Ital.,  voi.  XXXI  (1912) 


STUDI  DI  GEOMORFOLOGIA  ARGENTINA 


237 


prevalgono  alpatacco  ',  moye,  coiron,  in  cespugli  spinosi  che  l’al¬ 
tezza  dell’altipiano  rende  bassi  e  tondeggianti,  ed  alcune  gra¬ 
minacee  che  costituiscono  il  cosidetto  pasto  de  ovejas. 

Si  avverte  il  passaggio  della  zona  3a  alla  2a  (da  400  a 
600  inni.),  per  più  abbondante  vegetazione  di  graminacee  e  di 
piante  annue,  e  per  la  diminuzione  dei  cespugli  spinosi,  sosti¬ 
tuiti  da  altri  senza  spine:  i  prati  a  mallin  sono  umidi  e  pan¬ 
tanosi,  e  si  arricchiscono  di  molte  specie  di  piante  annue  e 
perenni. 

(  Continua). 


1  Myrtus  mucronatus. 


|ms.  pres.  26  febbr.  -  tilt,  bozze  12  luglio  1912] 


ANCORA  SUI  PALAEODICTYON 


Nota  del  dott.  Michele  Craverj 


Nel  1910  pubblicai  sulla  Rivista  Italiana  di  Paleontologia 
una  breve  nota  sull’origine  di  quei  fossili  molto  problematici 
che  si  rinvengono  specialmente  nei  terreni  del  Terziario,  chia¬ 
mati  Palaeodictyon  \ 

Dopo  aver  accennato  alle  diverse  spiegazioni  tentate  dagli 
studiosi,  e  segnatamente  a  ([nella  del  prof.  Sacco  che  li  rite¬ 
neva  dovuti  a  fenomeni  lenti  e  ritmici  di  interferenza  delle  onde 
nei  depositi  sabbiosi  fini  di  fiume,  di  mare  o  di  lago,  senza  l’in¬ 
tervento  di  organismi,  lanciavo  un’ipotesi  mia,  senza  voler  di¬ 
minuire  il  merito  di  tutti  i  precedenti  osservatori  i  quali  videro 
o  credettero  vedere  qualchecosa  di  simile  ai  Palaeodictyon  in  molti 
fenomeni  naturali  di  origine  organica  od  inorganica. 

E  difatti  anche  il  prof.  Sacco  affermava  nelle  sue  lezioni 
di  Paleontologia  dettate  nella  R.  Università  di  Torino,  come 
già  in  una  sua  dotta  monografia1  2,  di  aver  visto  coi  proprii 
occhi  formarsi  le  impronte  suddette  sul  fondo  melmoso  del  Po 
lungo  la  riva  sinistra.  Partendo  dalla  constatazione  del  mio  illu¬ 
stre  Maestro  che  «  i  Palaeodictyon  sono  fossili  marini  di  origine 
semplicemente  fisica  »  io  supponevo  che  queste  Paleoicniti  ceno- 
zoiche  fossero  dovute  alla  diffusione  avvenuta  fra  gocce  di  so¬ 
luzioni  saline  di  diversa  concentrazione  sul  fondo  del  mare,  e 

1  Cravcri  dott.  Michele,  Nuova  ipotesi  chimica  sull’origine  delle  im¬ 
pronte  fossili  di  Palaeodictyon.  Itiv.  ital.  di  Paleont.,  anno  XV  (1909), 
Perugia,  1910,  pag.  118-115. 

2  Sacco  dott.  Federico,  Note  sur  l’origine  des  Palaeodictyon.  Bull. 
Soc.  Belge  de  Géol.,  Paléont.  et  Hydr.,  voi.  XIII.  Méinoires  (Bruxelles, 
1899),  pag.  1-12,  tav.  I. 


ANCORA  SUI  «  PALAEODTCTYON  » 


239 


precisamente  del  cloruro  di  sodio  a  contatto  con  gli  altri  sali 
disciolti  nell’acqua  marina.  Confortava  la  mia  ipotesi  l’esempio 
delle  cellule  liquide  artificiali  del  Leduc  di  Nantes,  formate  da 
gocce  colorate  di  soluzione  di  cloruro  sodico  in  una  soluzione 
meno  concentrata  del  medesimo  sale,  ri  producenti  in  piccola 
esattamente  le  cellette  poligonali  regolarissime  simili  ai  Palaeo¬ 
dictyon  in  questione. 

Più  tardi,  cioè  nel  luglio  dell’anno  scorso  (1911),  il  dott.  A. 
Silvestri  pubblicò  in  questo  Bollettino  una  nota  sul  medesimo 
argomento  1  accompagnata  da  due  figure  nel  testo  e  da  due  ta¬ 
vole  fuori  di  testo  riproducenti :  l.°  Hydrodictyon  pentagonum, 
Vaucli.  ( Conferva  reticulata,  Linn.);  2 Palaeodictyon  tectifor- 
me,  Sacco  (dall’Oligocene  del  Castello  di  Caprile,  Arezzo)  ;  3.° 
e  4.°  Palaeodictyon  majus,  Meneghini  (Eocene  de  la  Nussa  presso 
Capolona,  Arezzo). 

L’autore  cominciando  a  spiegare  la  derivazione  del  termine 
generico  stabilito  dal  Meneghini  nel  1851,  dai  vocaboli  greci 
noilcaóc,  [antico)  e  ftòtruov  irete  da  pesca )  rende  un  servizio  alla 
ricerca  etimologica  e  prende  l’occasione  per  combattere  la  mia 
supposizione  che  nella  parola  entri  il  sostantivo  greco 
(pesce)]  in  realtà  bisogna  ammettere  però  che  il  vocabolo  rìiVruov 
non  può  derivare  se  non  da  iyjó;,  e  quest’ultimo  entra  dunque 
più  o  meno  direttamente  nella  denominazione  Palaeodictyon,  vo¬ 
lente  o  nolente  il  dott.  Silvestri. 

Voglio  ammettere  col  medesimo  che  «  abbiano  battuto  una 
falsa  strada  »  tutti  gli  studiosi  che  si  occuparono  dell’argomento 
da  sessantanni  circa,  cioè  dal  1849  al  1911  2;  tutti  sarebbero 
dunque  «  fuor  di  strada  »  per  dirla  col  Silvestri,  fatta  ecce¬ 
zione  naturalmente  per  lui  che  rimette  a  nuovo  l’antica  ipo- 

1  Silvestri  dott.  A.,  Sulla  vera  natura  dei  Palaeodictyon.  Boll.  Soc. 
geol.  ital.,  voi.  XXX  (1911),  fase.  1-2,  Roma,  luglio  1911,  pag.  85-107. 

2  Ecco  in  ordine  cronologico  gli  autori  citati  dal  Silvestri:  prof.  James 
Hall  (1849),  prof.  Benjamin  Silliman  (1850),  prof.  sen.  Giuseppe  Mene¬ 
ghini  (1851),  prof.  Edward  Hitchock  (1856),  prof.  W.  von-der  March  (1863), 
prof.  Charles  Mayer  (1877),  prof.  Jakab-tòl  Matyasowsky  (1878),  prof, 
sen.  G.  Scarabelli-Gommi-Flamini(1880),  prof.  Federico  Sacco  (1886),  R.Zeil- 
ler  (1887),  prof.  Carlo  De-Stefani  (1887),  dott.  Theodor  Fuchs  (1895), 
prof.  Federico  Sacco  (1889),  prof.  Giuseppe  Capeder  (1905),  dott.  Michele 
Craveri  (1910),  dott.  A.  Silvestri  (1911). 


240 


M.  CRAVERI 


tesi  del  prof.  sen.  Giuseppe  Meneghini,  secondo  il  quale  i  Pa¬ 
laeodictyon  spetterebbero  alla  classe  delle  alghe.  Sarò  verso  il 
collega  del  R.  Ljceo  di  Spoleto  più  giusto  di  quanto  egli  sia 
stato  verso  di  me,  asserendo  che  la  sua  nota  pubblicata  nel 
Bollettino  della  Società  geologica  se  non  mi  ha  completamente 
persuaso  ha  portato  un  notevolissimo  contributo  alla  soluzione 
dell’intricato  problema,  ed  ha  giovato  se  non  altro  a  mettere 
in  chiaro  la  storia  della  questione  in  tutte  le  sue  vicende. 

Sarebbe  una  pretesa  esagerata  la  mia  il  tentare  di  abbat¬ 
tere  l’affermazione  del  Silvestri,  tanto  più  che  ciascuno  è  padrone 
delle  proprie  opinioni  di  cui  rimane  il  solo  responsabile.  Ma 
quella  patente  di  asinità  e  quasi  di  malafede  data  a  me  chia¬ 
ramente  nelle  note  (2)  e  (3)  in  calce  alla  pag.  95  della  me¬ 
moria  sopracitata  meritavano  bene  una  risposta.  L’avrei  fatto 
prima  se  un  caso  dolorosissimo  non  fosse  intervenuto  in  questo 
lasso  di  tempo  a  farmi  soprassedere  :  la  morte  del  prof.  ing.  Giorgio 
Spezia  della  R.  Università  di  Torino,  il  quale  mi  doveva  man¬ 
dare  certi  campioni  di  roccia  da  lui  raccolti  molti  anni  or  sono 
e  recanti  le  impronte  chiarissime  in  rilievo  di  cellette  poligo¬ 
nali  molto  simili  ai  Palaeodictyon. 

10  avevo  detto  (loc.  cit.,  pag.  115):  «  In  fondo  a  un  bagno 
»  fotografico  ai  sali  di  uranio  lasciato  per  alcun  tempo  in  di- 
»  sparte,  si  erano  prodotte  da  sè  nella  bacinella  delle  impronte 
»  molto  simili  ai  Palaeodictyon  per  l’aspetto  e  per  la  grandezza 
»  delle  cellette  esagonali,  del  diametro  suppergiù  di  un  centi- 
»  metro.  Ora  si  potrebbe  tentare,  come  il  sig.  Forma  1  tentò  in- 
»  compiutamente,  la  sintesi  metodica  del  fenomeno  verificatosi 
»  una  volta  per  caso.  Egli  od  altri  lo  facciano,  poiché  lo  scarso 
»  tempo  e  la  mancanza  dei  reagenti  necessari  a  me  lo  vietano. 
»  Resti  solo  del  mio  l’affermazione  che  le  Paleoicniti  hanno 
»  avuto  origine  inorganica,  ecc.  ». 

11  Silvestri  replica  (loc.  cit.,  pag.  95)  :  «  Passi  per  la  scar- 
»  sezza  del  tempo  che,  purtroppo,  fa  di  solito  difetto  a  tutti  gli 
»  studiosi  ».  Difatti  nell’anno  scolastico  1909-10,  con  28  ore  set- 


1  II  sig.  Ernesto  Forma  morto  nel  1911,  privando  dell’opera  sua  in¬ 
telligente  il  Museo  geologico  della  R.  Università  di  Torino  in  cui  era  da 
molti  anni  preparatore. 


ANCORA  SUI  «  PALAEODICTYON  » 


241 


timanali  di  insegnamento  diamo  nella  R.  Scuola  tecnica  Ger¬ 
mano  Sommeiller  di  Torino  ed  in  parecchi  istituti  privati,  e  10 
ore  di  insegnamento  serale,  non  avevo  molto  tempo  disponibile! 
Ed  aggiunge:  «ma  quella  d’invocare  la  mancanza  di  pochi  e 
»  comuni  prodotti  chimici,  è  giustificazione  veramente  poco  at- 
»  tendibile  quando  provenga  da  chi,  come  nel  caso  particolare, 
»  pone  al  proprio  studio  la  provenienza  da  uno  dei  primi  Musei 
»  geologici  d’Italia  »  ! 

Siamo  d’accordo  nell’attribuire  il  massimo  valore  al  Museo 
di  Torino,  e,  poiché  non  gli  Istituti  fanno  gli  uomini,  ma  questi 
danno  lustro  a  quelli,  il  Museo  geologico  di  Torino  è  certa¬ 
mente  uno  dei  primi  d’Italia,  perchè  è  diretto  dal  mio  illustre 
Maestro  il  prof.  Parona,  gloria  e  vanto  della  scienza  e  dell’in¬ 
segnamento  universitario  italiano.  Ma  il  doti.  Silvestri  ignora 
che  nel  Museo  di  Torino  nessuno  si  occupa  di  chimica,  nè  il 
direttore  nè  gli  assistenti,  e  quindi  il  sottoscritto,  quando  già 
laureato  in  chimica  e  farmacia  frequentava,  prima  e  dopo  la 
laurea  in  scienze  naturali,  il  Museo  geologico,  non  vi  trovò 
altro  reagente  chimico  se  non  un  po’  di  acido  cloridrico  diluito 
che  serviva  forse  a  lavare  qualche  recipiente  di  vetro  ! 

Cade  adunque  nel  nulla  la  taccia  di  malafede  affibbiatami 
così  alla  leggera  dal  Silvestri. 

Ho  accennato  più  sopra  alla  venerata  memoria  del  prof.  Spezia 
compianto  più  che  altrove  in  queste  valli  che  gli  diedero  i  na¬ 
tali  e  dove  riposa  la  sua  salma  nel  tumulo  recente,  perchè  egli 
dopo  aver  letto  la  mia  nota  sui  Palaeodictyon  mi  disse  che  con¬ 
divideva  la  mia  opinione  circa  l’origine  inorganica  di  essi,  e 
mi  fece  vedere  certi  curiosissimi  frammenti  di  roccia,  proba¬ 
bilmente  calcarea,  raccolti  sul  fondo  di  una  sorgente  carboni- 
cata.  L’illustre  Mineralologo  che  non  è  più  affermava  di  aver 
visto  egli  stesso  formarsi  per  opera  delle  bollicine  gassose  le 
suddette  impronte  e  consolidarsi  poi  nel  fango  lasciato  allo  sco¬ 
perto  dalle  acque  più  o  meno  intermittenti. 

Questo  avveniva  nell’estate  del  1910;  e  quando  l’anno  scorso 
lessi  la  nota  del  Silvestri  pregai  il  prof.  Spezia  che  mi  man¬ 
dasse  quei  campioni  di  roccia  per  poterli  fotografare  e  presen¬ 
tare  con  questa  mia  breve  memoria.  Ma  la  morte  lo  colse  quando 
già  forse  aveva  messo  in  disparte  le  impronte  che  mi  interes- 


16 


242 


M.  ORAVERI 


savano,  le  quali  per  ora  non  furono  ritrovate  nel  Museo  di  Mi¬ 
neralogia  di  Torino. 

In  conclusione  il  Silvestri  ha  forse  ragione  specialmente  là 
dove  dice  (pag.  95)  che  tutti  i  precedenti  osservatori  hanno 
«  perso  di  vista  qual  fosse  il  genere  Pa/aeoclictyon  nel  concetto 
originario  del  suo  autore  ».  E  sta  bene;  difatti  in  tutte  le  cose 
umane  non  si  possono  mai  separare  con  un  taglio  così  netto 
le  diverse  opinioni  in  modo  che  da  una  parte  stia  tutta  la  ra¬ 
gione  e  dall’altra  tutto  il  torto.  Accanto  ai  veri  Palaeodictyon 
di  origine  organica  e  vegetale  stanno  però  quelli  visti  dal  pro¬ 
fessore  Sacco,  dal  prof.  Capeder,  dal  prof.  Spezia,  dal  sig.  Forma 
e  da  me,  i  quali  restano  a  confermare  la  mia  ipotesi  dell’ori¬ 
gine  inorganica. 

Iiecentissimamente  il  prof.  Vinassa  De  Kegny  in  uno  studio 
Sulla  origine  di  talune  impronte  litorali  fossili  pubblicato  su 
questo  Bollettino  [voi.  XXX  (1911), fase.  3]  e  venuto  a  mia  co¬ 
noscenza  mentre  già  stavo  correggendo  le  bozze  della  presente 
nota,  afferma  di  aver  veduto  formarsi  sul  terreno  argilloso  del 
litorale  tirreno,  tra  la  foce  di  Cecina  e  Vada,  delle  impronte 
simili  alle  Nemertilites  ed  ai  Palaeodictyon ;  e  conclude  testual¬ 
mente:  «  Con  ciò  non  voglio  negare  l’organicità  di  talune  delle 
»  impronte  fossili  di  Nemertilites  e  di  Palaeodictyon.  Sono  troppo 
»  convinto  che  in  natura  si  possono  avere  gli  stessi  effetti  da 
»  cause  diversissime,  per  sostenere  che  l’origine  di  tutte  queste 
»  impronte  tanto  discusse  debba  essere  inorganica». 

Ed  io  accetto  di  buon  grado  questa  conclusione  come  la  più 
ragionevole  ed  imparziale. 


[ms.  pres.  16  febbr.  -  ult.  bozze  3  maggio  1912]. 


ALCUNE  SABBIE  MARINE  DEL  LITORALE  LIGURE 


Nota  del  dott.  I.  Chelussi 


Proseguendo  lo  studio  delle  sabbie  dei  litorali  italiani,  pre 
sento  in  questa  nota  Tesarne  petrografie©  delle  sabbie  marine 
della  Liguria  da  Ventimiglia  al  golfo  della  Spezia. 

Mi  favorirono  i  campioni,  da  Ventimiglia  a  Savona  la  si¬ 
gnorina  prof.  Amelia  Castelfranchi  della  R.  Scuola  normale  di 
Oneglia;  quelli  da  Savona  al  golfo  della  Spezia  il  colonnello 
Martina  di  Spezia  per  la  gentile  intromissione  del  collega  pro¬ 
fessor  A.  Preda  del  Liceo  di  Siena;  alcuni  altri  li  ebbi  per 
altre  vie  che  è  inutile  indicare.  Ringrazio  intanto  le  gentili 
persone  sopra  ricordate  che  cortesemente  aderirono  alle  mie  ri 
chieste. 

I  campioni  esaminati  sono  i  seguenti. 

N.  1.  —  Ventimiglia. 

Sabbia  grigio-chiara,  effervescente,  a  grana  grossa.  Non  è 
scarsa  la  parte  pesante  della  quale  circa  un  decimo  è  attratto 
dalla  calamita;  la  parte  attratta,  trattata  con  HC1  puro  a  caldo 
con  qualche  goccia  di  ioduro  potassico,  non  si  scioglie  comple¬ 
tamente  ma  lascia  un  residuo  di  pochi  granuli  riferibili  alla 
ilmenite. 

La  parte  pesante  di  color  nero  esaminata  al  microscopio 
risulta  in  massima  da  granuli  bruni  opachi,  alcuni  a  forma  sfe 
rica  e  sferoidale,  alcuni  a  forma  poligonale,  ma  per  lo  più  informi; 
in  mezzo  ad  essi  il  minerale  più  frequente  è  lo  spinello  verde 
ferrifero  in  frammenti  angolosi  ;  poi  v’è  il  granato  in  parte  in¬ 
coloro,  in  parte  rossastro;  rari  sono  tormalina,  rutilo  e  cianite. 


244 


I.  CHELUSSI 


La  parte  più  leggera  risulta  in  parte  di  granuli  bruni  opachi, 
ed  in  parte  di  granuli  incolori  torbidi  per  alterazione,  riferibili 
a  feldspati  piuttosto  acidi;  pochissimi  hanno  indice  di  rifrazione 
un  poco  alto  e  perciò  sono  da  ascriversi  a  feldspati  basici.  Al¬ 
cuni  granuli  incolori  a  vivaci  colori  di  polarizzazione  con  in¬ 
dice  superiore  a  quello  dell’assenza  d’anici  e  inferiore  a  quello 
della  a-monobromonaftalina  danno  indizio  della  presenza  della 
dolomite  perchè  si  trovano  anche  nella  parte  pesante. 

La  scarsezza  di  minerali  ben  determinabili  non  autorizza,  a 
parer  mio,  nessuna  ipotesi  sulla  loro  provenienza  se  dall’entroterra 
o  dal  mare.  Però,  data  la  profondità  forte  in  vicinanza  della 
costa,  è  forse  più  probabile  che  questi  minerali  derivino  da  roccie 
del  massiccio  gneissico  centrale  delle  Alpi  marittime.  (Vedere 
in  proposito  la  carta  geologica  delle  Alpi  marittime  edita  a  cura 
del  R.  Comitato  geologico). 

N.  2.  —  Ospedaletti. 

Ghiaia  e  sabbia  a  grana  grossa,  effervescenti.  La  scarsissima 
parte  pesante  non  è  attratta  dalla  calamita,  ed  è  formata  per 
la  massima  parte  da  granuli  opachi  ;  rari  sono  poi  il  granato, 
rarissimo  lo  spinello  verde  e  la  staurolite  L  Differisce  dalla 
precedente  per  la  mancanza  di  granuli  attratti  dalla  calamita 
e  per  la  presenza  della  staurolite  non  avvertita  nella  sabbia  pre¬ 
cedente. 

Nella  parte  più  leggera  v’è  fortissimo  predominio  di  feld¬ 
spati  acidi,  spesso  torbidissimi  per  alterazione. 

La  distanza  tra  questa  e  la  località  precedente  è  di  circa 
10  km. 1  2. 


1  La  parte  di  sostanza  bruta  adoperata  è  di  circa  20  grammi  per 
ogni  campione,  ed  in  generale  sufficiente  per  la  ricerca  dei  minerali 
caratteristici.  Non  riporto  qui,  perchè  lo  ritengo  superfluo,  il  quantitativo 
in  carbonati. 

2  L’ideale  sarebbe  il  potere  avere  campioni  prelevati  alla  distanza 
di  2  km.  l’uno  dall’altro;  ma  in  tal  caso  il  lavoro  sarebbe  lunghissimo 
e  impossibile  a  portarsi  a  compimento  da  una  sola  persona. 


SABBIE  MARINE  DEL  LITORALE  LIGURE 


245 


N.  3.  —  S.  Remo. 

Sabbia  grigia,  effervescente,  a  grana  grossa;  scarsissima  la 
parte  pesante;  qualche  granulo  è  attratto  dalla. calamita.  I  com¬ 
ponenti  principali  sono,  oltre  i  carbonati,  moltissimi  granuli 
opachi,  molti  di  dolomite;  rarissimi  staurolite,  tormalina,  ema¬ 
tite  e  granato  ;  i  feldspati  sono  forse  i  più  abbondanti. 

Notevole  in  tutte  queste  sabbie  marine  è  la  scarsezza  gran¬ 
dissima  della  parte  pesante  in  confronto  con  le  sabbie  marine 
di  altri  punti  del  litorale  dell’Italia  continentale  \  Ciò  potrebbe 
far  supporre,  quando  si  consideri  che  le  forti  profondità  del 
mare  ligure  sono  molto  vicino  alla  costa,  una  relazione  tra  la 
composizione  delle  sabbie  e  la  profondità  del  mare  in  prossi¬ 
mità  dei  litorali  ;  infatti  ho  trovato  che  le  sabbie  marine  sono 
tanto  più  ricche  di  minerali  pesanti  quanto  minore  è  la  pro¬ 
fondità  del  mare  presso  le  coste  ;  come  per  esempio  nel  golfo 
di  Manfredonia  nell’Adriatico. 

N.  4.  —  Arma  di  Taggia. 

Sabbia  grigio -chiara,  effervescente;  la  parte  pesante  è  estre¬ 
mamente  scarsa  e  da  essa  la  calamita  attrae  pochissimi  gra¬ 
nuli  piuttosto  grossi;  come  pure  sono  grossi  i  granuli  pesanti, 
in  massima  parte  bruni,  opachi;  quelli  incolori  sono  riferibili  a 
dolomite.  Vi  è  pure  qualche  granulo  di  tormalina  bruna. 

La  sabbia  non  presenta  alcun  che  di  speciale  poiché  anche 
nella  parte  leggera  vi  sono  i  feldspati  acidi  in  prevalenza  e  gra¬ 
nuli  bruni  indeterminabili. 

N.  5.  —  Porto  Maurizio. 

Sabbia  grigia  un  po’  più  scura  delle  precedenti,  ma  a  grana 
molto  più  fina  ;  come  le  altre  è  effervescente,  ma  la  parte  pe¬ 
sante  è,  al  solito,  scarsissima;  alcuni  granuli  di  essa  sono  at- 

1  Vedere  in  proposito  le  mie  precedenti  pubblicazioni  sullo  stesso  ar¬ 
gomento. 


246 


I.  CHELUSSI 


tratti  dalla  calamita.  I  componenti  sono  in  massima  parte  gra¬ 
nuli  bruni,  opachi,  irregolarmente  poliedrici  ;  in  minima  parte 
risultano  da  granuli  incolori  più  o  meno  leggermente  torbidi 
per  alterazione.  Minerali  rari  che  vi  ho  potuto  determinare  sono: 
biotite  e  muscovite,  dolomite,  pirosseno  verde  (?),  diallagio  (?)  e 
zircone  in  minutissimi  cristalletti  prismatici.  A  questi  componenti 
si  aggiungono  i  soliti  feldspati  in  preponderanza  sul  quarzo,  il 
quale  talvolta  sembra  mancare  del  tutto. 

JST.  6.  —  Oneglia. 

« 

Sabbia  grigia  a  grana  fina,  effervescente,  e  con  caratteri  in 
generale  poco  differenti  da  quella  vicina  di  Porto  Maurizio.  Nella 
parte  pesante  vi  ho  visto  i  soliti  granuli  opachi  in  prevalenza; 
poi  rarissimi  augite,  tormalina,  diallagio  e  zircone;  la  calamita 
non  vi  ha  alcuna  azione.  Nella  parte  leggera  vi  sono  i  soliti 
feldspati  acidi  alquanto  alterati  e  sempre  molto  più  abbondanti 
dei  granuli  di  quarzo. 

N.  7.  —  Diano  Marina. 

Sabbia  grigio-chiara  a  grana  piuttosto  fina,  non  magnetica, 
effervescente.  La  parte  pesante  è  molto  meno  scarsa  che  nelle 
sabbie  precedenti.  In  essa  prevalgono  i  soliti  granuli  bruni;  di 
minerali  determinabili  ho  visto,  rappresentati  da  pochissimi  in¬ 
dividui,  zircone  in  cristalletti,  staurolite,  tormalina  bruna,  augite 
verde-bottiglia  e  granato.  Questa  è  la  sabbia  la  più  ricca  delle 
altre  in  elementi  colorati;  caratteristica  è  la  sua  relativa  abbon¬ 
danza  di  staurolite  e  di  tormalina.  La  prima  di  queste  due  dif¬ 
ficilmente  è  supponibile  che  derivi  dalla  formazione  arenacea 
eocenica  che  si  estende  a  guisa  di  triangolo  tra  Bordighera  ed 
Albenga  come  base  e  col  vertice  nell’interno  verso  levante. 
Quindi  è  probabile  che  l’origine  sua  e  dell’augite  verde-botti¬ 
glia  di  questa  e  delle  altre  sabbie  sia  piuttosto  dal  fondo  ma¬ 
rino  che  dall’entroterra.  Ed  è  notevole  il  fatto  che  Diano  Ma¬ 
rina  dista  solo  cinque  chilometri  da  Oneglia  la  cui  sabbia  è 
poverissima  di  minerali  pesanti  ;  il  che  dimostra  ancora  una 
volta  la  grandissima  variabilità  delle  sabbie  marine  in  punti 


SABBIE  MARINE  DEL  LITORALE  LIGURE 


247 


poco  distanti  tra  loro,  almeno  per  il  versante  tirreno  fino  ad 
Orbetello;  mentre  nel  versante  adriat.ico  la  loro  composizione  è 
pressoché  costante  per  moltissimi  chilometri  e  cambia  soltanto 
quasi  ad  un  tratto  quando  gli  elementi  padani  sono  sostituiti 
quasi  totalmente  dall’augite  verde. 

N.  8.  —  Alassio. 


Sabbia  grigio-chiara,  non  magnetica,  effervescente.  Nella 
parte  pesante  ho  visto  soltanto  granuli  incolori,  trasparenti  o 
leggermente  torbidi,  con  indice  di  rifrazione  inferiore  a  quello 
del  bromoformio  e  superiore  a  quello  dell’essenza  d’anici,  cioè 
compreso  tra  1,56  ed  1,59,  non  attaccabili  da  HC1  a  caldo,  per 
cui  sembrami  trattarsi  con  tutta  probabilità  di  termini  feldspa- 
tici  molto  basici. 


N.  9.  —  Albenga. 

Sabbia  a  grana  molto  grossa,  non  magnetica,  effervescente. 
Pochissima  la  parte  pesante;  essa  è  per  la  massima  parte  for¬ 
mata  da  granuli  bruni,  opachi,  indeterminabili.  In  mezzo  ad  essi 
si  notano  granuli  molto  più  piccoli  di  augite  verde,  orneblenda 
pleocroica  nei  toni  del  verde-chiaro  e  orneblenda  bruna.  La 
sabbia  fu  prelevata  nel  delta  dell’Arroscia. 

N.  10.  —  Loauo. 

Caratteri  generali  come  la  precedente,  alquanto  magnetica. 
La  parte  pesante  è  estremamente  scarsa  e  formata  per  la  mas¬ 
sima  parte  da  granuli  opachi,  dei  quali  alcuni  mostrano  una 
decisa  forma  poliedrica.  Tra  i  minerali  rari  ho  visto  la  stau- 
rolite,  l’augite  verde,  il  diopside,  lo  zircone  e  la  tormalina.  Nella 
parte  più  leggera,  oltre  i  soliti  granuli  feldspatici  in  prevalenza, 
ho  trovato  un  granulo  di  cordierite. 

Intorno  a  Loano  prevalgono  terreni  di  sedimento  dai  quali, 
probabilmente,  non  si  può  immaginare  la  provenienza  di  mine¬ 
rali,  sebbene  scarsi,  come  la  staurolite,  l’augite,  la  cordierite. 


248 


I.  CHELUSSI 


N.  11.  —  Zinola  (Savona). 

Sabbia  grigia,  a  grana  grossa,  poco  magnetica,  non  effer¬ 
vescente.  Scarsa  la  parte  pesante  che  è  formata  da  granuli  bruni 
in  prevalenza.  Oltre  questi  non  sono  riuscito  a  vedere  che 
qualche  granulo  verde-grigiastro  con  forte  indice  di  rifrazione, 
e  riferibile,  con  qualche  dubbio,  al  pirosseno  verde. 

N.  12.  —  Savona. 

Pi  •esso  lo  stabilimento  balneare.  Ghiaietta,  pochissimo  ma¬ 
gnetica,  con  debolissima  effervescenza.  Scarsa  la  parte  pesante. 
Questo  campione  è  identico  al  precedente. 

N.  13.  —  Albissola  Marina. 

Sabbia  grigio-chiara  a  grana  media,  non  troppo  magnetica, 
pochissimo  effervescente.  Non  è  scarsa  la  parte  pesante  che  è 
ricca  di  pagliette  muscovitiche.  La  sua  composizione  mineralo¬ 
gica  è  assolutamente  diversa  da  quella  delle  sabbie  precedenti; 
poiché,  sebbene  prevalgano  sempre  i  granuli  opachi,  pure  vi  si 
trovano  i  seguenti  minerali:  anfibolo  con  tutte  le  gradazioni  di 
colore,  cioè  dal  verde  pallidissimo  al  verde-chiaro,  al  verde¬ 
mare  e  al  verde  piuttosto  carico  ed  allora  quasi  insensibilmente 
pleocroico;  non  mancano  nemmeno  due  granuli  di  anfibolo  az¬ 
zurro  a  colori  molto  carichi  ma  con  indice  di  rifrazione  inferiore 
a  quello  della  monobromonaftalina.  Vi  sono  inoltre,  ma  non 
tanto  frequenti  come  l’anfibolo,  la  biotite  e  la  muscovite,  il 
granato,  l’epidoto  e  la  tormalina. 

Stando  alla  carta  geologica  delle  Alpi  marittime,  intorno  ad 
Albissola  vi  è  una  formazione  di  gneiss  centrale  dal  quale  pro¬ 
babilmente  hanno  origine  i  minerali  ricordati  ;  è  però  notevole 
l’abbondanza  del  l’anfibolo  verde  e  la  presenza  del  glaucofane, 
ai  quali  probabilmente  si  deve  attribuire  una  origine  diversa 
dal  predetto  gneiss. 

N.  14.  —  Celle  ligure. 

Ghiaietta  grigio-chiara.  Setacciata,  si  ottiene  una  sabbia 
grigia  pochissimo  effervescente,  dalla  quale  si  ha  con  la  sepa¬ 
razione  una  parte  pesante  non  troppo  scarsa.  Nella  parte  pe- 


SABBIE  MARINE  DEL  LITORALE  LIGURE 


249 


sante  vi  è  la  stessa  preponderanza  dei  granuli  bruni,  opachi  e 
tra  i  minerali  rari  vi  sono  gli  stessi  che  nella  sabbia  prece¬ 
dente.  Vi  si  trova  inoltre  il  serpentino  e  la  lawsonite  per  cui 
tanto  per  questa  che  per  la  precedente  la  origine  di  questi  mi¬ 
nerali  compreso  il  glaucofane  è  da  ricercarsi  nella  formazione, 
che  vi  è  tra  Varazze  e  Cogoleto,  formata  da  prasiniti  lawsoni- 
tiche  e  glaucofanitiche  e  da  serpentine;  per  conseguenza  in 
queste  due  sabbie  non  si  trovano  elementi  che  possano  avere 
origine  dal  mare  anche  tenuto  conto  della  forte  sua  profondità 
in  vicinanza  del  litorale. 

N.  lo.  —  Yarazze. 

Sabbia  grigio-chiara,  a  grana  media,  effervescente.  La  parte 
pesante,  come  nella  sabbia  di  Celle,  da  cui  dista  circa  3  km., 
non  è  scarsa;  è  micacea  e  fortemente  magnetica.  Essa  contiene, 
oltre  moltissimi  granuli  opachi,  antibolo  verde-chiaro,  granato, 
epidoto,  cianite,  tormalina,  zircone;  sembrerebbe  una  sabbia  di 
Po  od  anche  una  sabbia  del  litorale  adriatico  prelevata  nella 
sua  parte  settentrionale.  Il  più  abbondante  è  l’antibolo  verde 
pallidissimo  e  l’antibolo  verde-mare,  talvolta  con  tono  ceruleo 
che  probabilmente  rappresenta  un  termine  di  passaggio  al  l’an¬ 
tibolo  azzurro,  del  quale  ho  trovato  solamente  pochissimi  e  mi¬ 
nutissimi  granuli,  per  lo  più  a  colori  molto  pallidi.  Il  granato 
incoloro  e  roseo  è  pure  molto  abbondante;  più  scarsi  sono  l’e¬ 
pidoto,  la  tormalina;  rari  la  cianite  e  lo  zircone. 

Nella  parte  più  leggera  si  trovano  i  feldspati  in  preponde¬ 
ranza,  di  natura  piuttosto  acida,  stando  all’indice  di  rifrazione 
non  troppo  alto;  il  quarzo  vi  è  scarso  e  poco  abbondante  il 
serpentino. 

La  carta  geologica  della  Liguria  di  A.  Issel  e  S.  Squinabol 
indica  tra  Yarazze  e  Sestri  Ponente  la  presenza  di  roccie  ser- 
pentinose  antiche  e  di  schisti  associati  ad  esse;  ed  è  perciò 
molto  probabile  che  la  magnetite  principalmente,  poi  gli  altri 
minerali  sopra  ricordati,  provengano  da  queste  roccie. 


2ó0 


I.  CHELUSSI 


N.  16.  —  Veltri. 

Sabbia  grigia,  piuttosto  scura,  pochissimo  effervescente  a 
freddo,  alquanto  più  a  caldo.  La  parte  pesante  è  forse  in  mag¬ 
gior  quantità  della  parte  leggera;  è  di  color  bruno,  molto  ma¬ 
gnetica;  ma  è  formata  quasi  totalmente  da  granuli  grossi  bruni, 
opachi  od  incolori  ma  torbidi  per  avanzata  alterazione.  Di  mi¬ 
nerali  colorati  non  ne  ho  potuto  vedere  che  soli  due,  cioè  l’an¬ 
tibolo  verde  in  tutti  i  toni  dal  verde  chiarissimo  quasi  incoloro, 
al  verde  carico  che  per  pleocroismo  passa  al  verde  bluastro,  e 
l’epidoto  giallo-verdastro  pleocroico.  Però  questo  è  molto  meno 
abbondante  dell’anfibolo. 

Nella  parte  più  leggera  vi  sono  feldspati  di  varia  acidità, 
pochi  granuli  di  quarzo  e  pochi  di  serpentino. 

La  composizione  mineralogica  di  questa  sabbia  è  molto  meno 
ricca  di  quella  della  sabbia  precedente,  benché  per  l’una  e  per 
l’altra  il  motivo  (per  modo  di  dire)  mineralogico  sia  la  presenza 
dell’anfibolo  verde. 

La  distanza  tra  questa  e  la  precedente  è  di  circa  18  km.; 
stando  alla  carta  geologica  della  Liguria  di  Issel  e  Squinabol 
sopra  ricordata,  Varazze  si  trova  fuori  della  formazione  serpen- 
tinosa,  mentre  Voltri,  Prà  e  Pegli  si  trovano  proprio  dentro  la 
zona  medesima;  ammesso  perciò  che  i  minerali  della  sabbia  di 
Varazze,  fatta  eccezione  della  cianite  e  del  granato  propri  di 
schisti  cristallini,  derivino  dalle  serpentine  antiche,  bisogna  anche 
ammettere  la  presenza  di  una  corrente  litorale,  che  radeva  la 
costa  andando  da  Pegli  verso  Varazze;  e,  data  la  forte  profon¬ 
dità  marina,  molto  vicina  alla  riva,  è  difficile  attribuire  a 
questi  minerali  una  origine  da  un  massiccio  sommerso. 

N.  17.  —  Prà. 

Sabbia  grigio-bruna,  effervescente,  molto  magnetica.  La 
parte  pesante  è  più  abbondante  della  leggera.  Per  la  compo¬ 
sizione  mineralogica  non  differisce  dalla  sabbia  precedente  anche 
per  la  grossezza  della  grana  e  per  l’abbondanza  dei  granuli 
bruni,  opachi.  Il  componente  colorato  che  si  trova  con  maggior 


SABBIE  MARINE  DEL  LITORALE  LIGURE 


251 


frequenza  è  il  solito  antibolo  in  tutti  i  toni  del  verde  ;  v’è  poi 
pochissimo  epidoto  e  qualche  granulo  di  granato  intensamente 
colorato  in  rosso-chiaro. 

N.  18.  —  Pegli. 

Ghiaietta  con  ciottoletti  calcarei.  La  parte  più  fina  è  di  color 
bruno  a  grana  grossa,  non  troppo  magnetica  ed  alquanto  effer¬ 
vescente.  Al  contrario  di  tutte  le  sabbie  esaminate  fin  qui  quasi 
tutta  la  sabbia  affonda  nel  liquido  tenuto  a  una  densità  appros¬ 
simata  di  2,68.  Essa  risulta  da  granuli  bruni,  opachi,  non  troppo 
abbondanti,  da  feldspati,  basici  in  prevalenza,  e  da  antibolo 
verde,  verde-chiaro,  al  verde-bluastro.  La  sua  origine  con  molta 
probabilità  è  da  attribuirsi  ad  una  diorite  priva  di  quarzo  e 
ricca  di  feldspati  molto  basici  appartenente  alla  formazione  delle 
serpentine  antiche.  Si  sa  che  anche  nelle  formazioni  ofiolitiche 
dell’eocene  nell’Italia  centrale,  sono  frequenti  i  porfidi  dioritici 
che  io  già  ritrovai  alla  Rocca  Tederighi  in  provincia  di  Gros¬ 
seto  e  in  Val  di  Marecchia  nella  provincia  di  Pesaro  Urbino, 
località  molto  distanti  tra  loro  e  separate  dall’Appennino,  nelle 
quali  però  questi  porfidi  hanno  caratteri  identici,  non  solo  ma¬ 
croscopicamente,  ma  anche  nelle  sezioni  sottili  in  modo  da  non 
poterli  assolutamente  distinguere  gli  uni  dagli  altri  L 

Non  ho  potuto  vedere  in  queste  sabbie  la  presenza  del  glau- 
cofane  il  quale  è  presente  nelle  roccie  di  Pegli  secondo  le  ben 
note  ricerche  prima  del  Bonney,  poi  del  Rovereto  e  del  Franchi. 
E  l’assenza,  o  per  parlare  più  esattamente  la  grandissima  scar¬ 
sezza  di  questo  minerale  nelle  sabbie  di  Pegli,  porterebbe  a  ri¬ 
tenere  che  alla  loro  formazione  contribuiscano  non  troppo  i  de¬ 
triti  delle  roccie  di  entroterra;  o  che  le  sabbie  a  glaucofane 
siano  state  ricoperte  da  sabbie  più  recenti  provenienti  dalla  de¬ 
composizione  di  roccie  che  non  contenevano  il  minerale  carat¬ 
teristico  precitato  2. 

1  Appunti  petr.  sopra  alcune  roccie  dell’Italia  centrale.  Boll.  Soc. 
geol.  it.,  1908. 

2  Non  si  può  parlare  in  via  assoluta  di  mancanza  dell’antibolo  az¬ 
zurro  attesa  la  piccola  quantità  di  sostanza  presa  in  esame  e  conside¬ 
rato  il  fenomeno,  non  del  tutto  raro,  che  un  minerale  si  accumula  di  pre¬ 
ferenza  in  alcuni  punti  speciali;  come  per  esempio  il  granato  nella  sabbia 
marina  di  Viareggio. 


252  I.  CHELUSSI 

N.  19.  —  Sestri  ponente 
(tra  il  cantiere  Odero  e  la  Siderurgica). 

Sabbia  color  tabacco,  molto  magnetica,  poco  effervescente. 
La  parte  pesante  costituisce  la  totalità  della  sabbia.  In  essa  ho 
visto  moltissimi  granuli  bruni,  opachi,  antibolo  verde-chiaro,  bio- 
tite,  pirosseno  verde  e  incoloro,  feldspato  basico,  serpentino, 
glaucofane  rarissimo,  con  indice  di  rifrazione  maggiore  di  1,66; 
staurolite  pure  estremamente  raro,  e  un  solo  granulo  di  me¬ 
lanite. 

A  queste  sabbie  aggiungo  l’esame  di  alcune  sabbie  di 
dune  avute  dalla  gentilezza  dell’illustre  professore  Arturo  Issel. 

N.  20.  —  Final  Marina. 

Duna  d’ostacolo  detta  delle  Arene  candide  a  ponente  di  Final 
Marina  alle  falde  del  monte  Caprazoppa. 

Sabbia  piuttosto  grossa  poco  effervescente,  pochissimo  magne¬ 
tica;  scarsa  la  parte  pesante,  formata  per  lo  più  da  granuli  bruni, 
opachi,  accompagnati  da  pochissimo  pirosseno  verde  e  verde¬ 
chiaro,  spesso  quasi  incoloro.  La  parte  meno  pesante  è  formata 
da  feldspati  in  generale  piuttosto  acidi  e  da  pochissimo  quarzo. 

N.  21.  —  Capo  delle  Mele  (presso  Laigueglia). 

Duna  morta  che  s’innalza  a  più  di  150  metri  sul  mare.  Qua¬ 
ternario  superiore. 

Sabbia  concreta,  effervescente,  con  scarsissimo  deposito  nel 
liquido  pesante  in  cui  ho  visto  zircone,  granato,  tormalina,  au- 
gite,  muscovite,  rutilo,  staurolite,  glaucofane  e  residui  d’orga¬ 
nismi. 

N.  22.  —  Yado  (presso  Savona). 

Sabbia  melmosa,  emessa  immediatamente  dopo  il  terremoto 
del  23  febbraio  1887  da  una  apertura  acquitrinosa  apertasi  in 
un  orto.  La  sabbia  è  a  grana  finissima,  non  effervescente.  La 
parte  pesante  contiene  iperstene,  biotite,  muscovite,  antibolo 
verde-chiaro,  ematite,  magnetite.  La  parte  più  leggera  è  formata 
in  prevalenza  da  granuli  di  feldspato  e  da  pochi  di  quarzo. 


SABBIE  MARINE  DEL  LITORALE  LIGURE 


253 


N.  23.  —  Albissola  Marina. 

Limo  alla  foce  del  Sansobbia,  a  circa  20  metri  di  profon¬ 
dità,  dei  tempi  protostorici  o  preistorici.  Dopo  lavatura  di  40  g. 
di  sostanza  ne  rimangono  circa  10  di  sabbia  minutissima  non 
effervescente,  poco  magnetica.  Vi  ho  notato  biotite  e  moscovite, 
antibolo  verde  e  verde-mare,  glaucofane,  zircone,  cianite  e 
granato. 

N.  24.  —  Genova. 

Formazione  arenacea  con  molluschi  marini  e  d’acqua  dolce  a 
levante  della  foce  del  torrente  Bisagno;  deposito  probabile  del 
quaternario  superiore.  Effervescente  al  massimo  grado,  con  po¬ 
chissima  parte  pesante  nella  quale  si  hanno  moltissimi  granuli 
neri  e  qualcuno  di  zircone  e  di  antibolo  verde. 

N.  25.  —  Pieve  di  Sori. 

Sabbia  della  duna  morta,  presso  la  stazione  ferroviaria,  rife¬ 
ribile  al  quaternario  o  ai  pliocene.  La  sabbia  è  moltissimo  effer¬ 
vescente,  non  magnetica,  con  parte  pesante  scarsissima,  la  quale 
è  formata  in  massima  parte  da  granuli  opachi  tra  i  quali  si 
trovano  rari  cristalletti  di  zircone,  granuli  di  antibolo  verde  e 
scagliette  biotitiche. 

N.  2G.  —  Sestri  levante. 

Il  residuo  pesante  che  rimane  dopo  decalcificazione,  ottenuto 
con  la  separazione  a  mezzo  di  liquido  pesante,  non  è  scarso; 
ha  colore  grigio-scuro  con  tono  verdastro.  Da  esso  la  calamita 
ordinaria  estrae  una  discreta  quantità  di  granuli  dei  quali  sol¬ 
tanto  una  metà  circa  si  scioglie  in  HC1  puro  a  caldo  con  la 
aggiunta  di  qualche  goccia  di  ioduro  potassico.  Si  ha  qui  perciò 
magnetite  e  ilmenite.  Gli  altri  componenti  sono:  numerosi  gra¬ 
nuli  neri,  opachi,  numerosi  granuli  verdi,  alcuni  leggerissima¬ 
mente  pleocroici,  altri  non  pleocroici,  con  indice  di  rifrazione 
talora  superiore,  talora  inferiore  a  quello  dell’a-monobromonafta- 
lina  (1,6),  per  cui  ritengo  presenti  tanto  il  pirosseno  quanto 


254 


I.  CHELUSSI 


l’anfibolo,  questo  però  più  scarso  di  quello.  Molti  granuli  inco¬ 
lori  sono  da  riferirsi  a  feldspati  basici  anche  per  il  loro  forte 
peso  specifico.  Pochissimi  granuli  verdi-chiari,  fortemente  pleo- 
croici  con  n  ^>  1,66  ricordano  l’epidoto  e  la  zoisite,  questa  spe¬ 
cialmente  nei  granuli  incolori.  Vi  si  aggiungono  anche  pochis¬ 
sime  scagliette  di  diallagio. 

L’origine  di  questa  sabbia  è  da  attribuirsi,  con  tutta  proba¬ 
bilità,  alle  formazioni  ofiolitiche  antiche  o  recenti  che  trovansi 
non  troppo  distanti  da  Sestri  (vedere  carta  geologica  della  Li¬ 
guria  di  A.  Issel  e  S.  Squinabol). 

N.  27.  —  Deiva. 

La  sabbia  è  molto  magnetica  con  la  parte  pesante  scarsa 
e  formata  in  gran  parte  da  tremolite  e  diallagio  e  da  pochis¬ 
sima  orneblenda  verde  pleocroica;  a  questi  componenti  si  aggiun¬ 
gono  i  soliti  granuli  neri,  opachi  e  pochissimi  feldspati  basici. 

La  roccia  proviene  con  tutta  probabilità  da  roccie  serpen 
tinose;  ma  è  caratteristico  l’accumularsi  in  essa  del  diallagio. 
Presso  Deiva  esistono  formazioni  ofiolitiche. 


N.  28.  —  Levanto. 

Sabbia  a  caratteri  non  troppo  differenti  dalla  sabbia  pre- 

V 

cedente.  E  però  un  poco  meno  magnetica  e  alquanto  più  scarsa 
ne  è  la  parte  pesante,  nella  quale  ho  visto  più  che  altro  granuli 
bruni;  oltre  a  questi  vi  sono  il  diallagio,  la  tremolite  e  l’orne- 
blenda  verde,  ma  in  quantità  molto  minore  che  nella  prece¬ 
dente  ;  in  altri  termini  questa  sembra  la  sabbia  di  Deiva  gran¬ 
demente  impoverita  di  elementi  colorati. 

N.  29.  —  Monterosso  al  mare. 

Come  la  precedente  per  alcuni  caratteri;  ma  la  calamita 
non  vi  ha  alcuna  azione.  In  quanto  alla  sua  composizione  mi¬ 
neralogica  non  differisce  da  quella  di  Levanto,  dalla  quale  è 
pochissimo  distante,  che  per  una  maggior  quantità  di  granuli 
bruni  ed  una  minore  di  minerali  determinabili. 


SABBIE  MARINE  DEL  LITORALE  LIGURE 


255 


Sembra  che  questi  quattro  campioni  di  sabbie  vadano  im 
poverendosi  di  minerali  venendo  da  Sestri  verso  Monterosso, 
pur  essendo  evidente  per  tutti  una  sola  origine  da  roccie  ofio- 
liticlie. 

GOLFO  DELLA  SPEZIA. 

Ho  cinque  campioni  del  golfo  della  Spezia,  dall’isola  Pal- 
maiola  a  Lerici  L 

N.  30.  —  Isola  Palmaria. 

Sabbia  a  grana  grossa  con  minutissimi  ciottoletti,  giallo¬ 
rossastra  con  tono  aranciato,  effervescentissima.  La  parte  pe¬ 
sante  è  più  abbondante  della  parte  leggera  e  risulta  per  la 
più  gran  parte  da  granuli  bruni,  opachi,  arrotondati,  tra  i  quali 
si  trovano  rari  e  grossi  granuli  di  augite  verde-bottiglia  e  gra¬ 
nuli  di  feldspati  basici.  Quarzo  e  feldspati  acidi  formano  la 
parte  leggera. 

Caratteristici  in  queste  sabbie  sono  il  pirosseno  verde  e  il 
feldspato  basico.  Le  roccie  che  formano  le  rive  del  golfo  della 
Spezia  sono  tutte  roccie  sedimentarie  secondarie  e  terziarie,  nelle 
quali  io  non  credo  possano  esistere  i  minerali  precitati,  ai  quali 
per  conseguenza  bisogna  attribuire  un’origine  dal  mare.  Ed  è 
anche  noto  che  sabbie  nelle  quali  si  trova  il  minerale  piros- 
senico  non  sono  infrequenti  nel  litorale  tirreno,  e  in  quello  adria- 
tico  meridionale  formano  col  feldspato  basico  la  quasi  totalità 
delie  sabbie  litorali  del  golfo  di  Manfredonia  fino  in  prossimità 
di  Bari;  per  cui  dedussi  che  al  disotto  delle  formazioni  secon¬ 
darie  del  Gargano  e  delle  secondarie  e  terziarie  della  peni¬ 
sola  salentina  doveva  esistere  un  massiccio  cristallino  formato 
in  massima  parte  da  augite  verde,  da  feldspato  basico  e  da 
magnetite  di  cui  i  frammenti  sono  attualmente  gettati  alla 
costa,  formando  quelle  sabbie  magnetiche,  appunto  perchè  i  fon¬ 
dali  di  meno  di  50  metri  si  trovano  molto  distanti  dalla  costa 
e  su  di  essi  è  continua  l’azione  as portatrice  delle  onde. 

1  Questi  cinque  campioni  mi  furono  provveduti  dalla  gentilezza  della 
signorina  maestra  Amabile  Cresci  di  Spezia. 


256 


1.  CHELUSSI 


Per  queste  considerazioni  io  ritengo  che  anche  nel  golfo  della 
Spezia,  nonché  nel  canale  di  Piombino  e  nel  golfo  di  Follonica 
della  costa  toscana,  debba  esistere  un  massiccio  cristallino  som¬ 
merso  in  parte,  mineralogicamente  identico  a  quello  che  io  ri¬ 
tenni  esistere  tra  il  Gargano  e  la  penisola  Salentina  e  i  cui  avanzi 
caratteristici,  cioè  augite  verde,  magnetite,  ilmenite  e  feldspati 
basici,  ho  pure  ritrovati  con  estrema  abbondanza  nelle  sabbie 
di  Metaponto  e  di  Chiatona  nell’Ionio.  Altra  spiegazione  alla 
presenza  dell’augite  e  della  magnetite  in  sabbie  di  litorali  a 
roccie  sempre  e  totalmente  sedimentarie  non  ho  potuto  ritrovare. 

N.  31.  —  Porto  Tenere. 

Per  il  colore  e  la  grana  somiglia  moltissimo  a  quella  del¬ 
l’isola  Palmaria  ;  nella  lavatura  vi  è  estrinsecazione  abbondante 
di  argilla,  ed  il  residuo  è  abbastanza  scarso.  Da  essa  si  rileva, 
con  la  separazione  a  mezzo  del  liquido  pesante,  una  parte  che 
è  più  abbondante  di  quella  leggera;  ed  in  essa  ho  visto  pochis¬ 
simi  granuli  attratti  da  calamita,  moltissimi  bruni,  opachi,  ra¬ 
rissimi  di  augite  verde  e  di  feldspato  basico  ;  e  perciò  essa  è 
identica  alla  precedente  ma  più  povera  di  minerali. 

N.  32.  —  Spezia. 

Sabbia  scura,  alquanto  magnetica,  a  grana  grossa,  efferve¬ 
scente.  Piccolissima  la  parte  pesante  formata  da  granuli  neri, 
opachi  a  contorni  molto  arrotondati  e  da  pochissimi  granuli  o 
meglio  cristalletti  a  spigoli  smussati  di  pirosseno  verde  e  di  pi- 
rosseno  incoloro,  accompagnati  da  granuli  semitrasparenti  rife 
ribili  per  il  peso  specifico  e  per  l’indice  di  rifrazione  a  feld¬ 
spati  basici. 

La  parte  più  leggera  contiene  quarzo  molto  scarso,  feldspati 
e  qualche  scaglietta  di  clorite. 

N.  33.  —  S.  Terenzio. 

Sabbia  a  grana  grossa,  scura,  pochissimo  magnetica,  effer¬ 
vescente;  contiene  minutissimi  ciottoletti  alcuni  di  color  rosso 
mattone  riferibili  ad  un  feldspato  acido.  Estremamente  scarsa 


SABBIE  MARINE  DEL  LITORALE  LIGURE 


257 


è  la  parie  pesante  in  cui  ho  notato  prevalenza  di  granuli  bruni, 
opachi;  poi  pirosseno  verde,  diallagio  e  feldspati  basici,  tutti  e 
tre  scarsissimi. 

Magnetite,  il  meni  te,  augi  te  e  diallagio  ritengo  non  possano 
provenire  dalle  roccie  sedimentarie  che  formano  le  rive  del  golfo 
della  Spezia. 

N.  34.  —  Levici. 

Sabbia  finissima,  grigio-scura,  non  troppo  effervescente.  La 
separazione  col  liquido  Clerici  produce  poca  sostanza  pesante, 
la  quale  però  è  ricchissima  di  minerali  diversi  1  i  quali  insieme 
con  quelli  della  parte  che  galleggia  sono  i  seguenti: 

Quarzo  abbondante,  ilmenite  e  magnetite,  spinello  verde  non 
scarso,  dolomite  scarsa,  feldspati  acidi  più  numerosi  dei  basici, 
diallagio  scarsissimo,  augite  verde  e  diopside,  la  prima  molto 
più  abbondante  del  secondo,  attinoto  e  orneblenda  verde  non 
frequenti,  granato,  zircone,  epidoto  e  zoisite,  staurolite  molto 
scarsa,  tormalina  bruna,  muscovite,  biotite  e  clorite.  A  questi 
aggiungo  un  solo  piccolo  granulo,  grigio-violaceo,  con  forte  ri¬ 
lievo  con  n  di  quello  del  liquido  Thoulet,  a  peso  specifico 
di  3,18  costantemente  estinto,  che  io  riferisco  dubitatamente  alla 
perowskite. 

Questa  sabbia,  per  la  sua  ricchezza  in  minerali,  è  la  più 
interessante  di  tutte  le  sabbie  del  litorale  ligure  e  all’infuori 
degli  antiboli  azzurri  che  non  vi  ho  ritrovato,  non  è  molto  dis¬ 
simile  da  quella  presa  sulla  spiaggia  della  torre  del  Mar¬ 
zocco  presso  Livorno  e  della  quale  detti  la  composizione  in  altra 
mia  nota. 

Ad  ogni  modo  è  da  supporsi  che  non  sarebbe  del  tutto  inu¬ 
tile  rinnovare  lo  studio  della  sabbia  di  Lerici  in  grande  scala, 


1  Nello  studio  delle  sabbie  litorali  ho  notato  che,  in  generale,  la 
loro  ricchezza  in  minerali  è  in  ragione  diretta  della  loro  sottigliezza; 
questa  però  fino  ad  un  certo  limite.  In  ogni  modo  nel  prelevamento  dei 
campioni  di  sabbie  io  credo  sia  cosa  migliore  il  prendere  quelle  più  fini 
e  quanto  più  profondamente  è  possibile,  perchè  le  acque  infiltranti  por¬ 
tano  più  facilmente  in  fondo  quei  minerali  che  hanno  maggior  peso  spe¬ 
cifico  e  che  sono  i  più  importanti. 


17 


258 


I.  CHELUSSI 


cioè  su  materiale  assai  più  abbondante  di  quello  che  avevo  a 
mia  disposizione. 

Però  anche  senza  un  ulteriore  esame  si  può  asserire  che 
questa  sabbia  non  può  provenire  dall’interno;  poiché  intorno  a 
Lerici  vi  sono,  secondo  la  carta  geologica  dei  dintorni  del  golfo 
della  Spezia  1  le  seguenti  roccie: 

I.  Calcare  cavernoso  e  breccia  di  schisti  di 

S.  Terenzo.  Trias? 

II.  Quarziti  e  anageniti. 

Roccie  che  probabilmente  non  contengono  i  minerali  sopra  ac¬ 
cennati;  minerali  che  non  ho  trovato  in  roccie  identiche,  come 
il  calcare  cavernoso  della  Montagnola  senese  e  le  anageniti 
di  Rosia,  di  Cetinale,  ecc.  presso  Siena  e  nella  stessa  Mon¬ 
tagnola. 

Inoltre  occorrerebbe  stabilire  ineccepibilmente  la  presenza 
della  perowskite,  cosa  che  non  si  può  fare  per  via  ottica  e  con 
un  solo  granulo  a  disposizione. 

Ad  ogni  modo  si  può  asserire  nei  dintorni  di  Lerici  la  pre¬ 
senza  a  non  troppa  profondità  nel  mare  e  a  non  troppa  distanza 
dalla  costa  di  un  massiccio  forse  di  schisti  cristallini,  privi 
però,  a  quanto  mi  risulta  fin  ora,  degli  antiboli  azzurri. 


Lo  studio  delle  sabbie  del  litorale  ligure  non  porta  per  ora 
a  conclusioni  ben  definite;  queste  si  potranno  meglio  stabilire 
quando,  come  ho  speranza,  avrò  presto  compiuto  l’esame  gene¬ 
rale  delle  sabbie  del  litorale  dell’Italia  continentale,  studiando 
quelle  dellTonio  da  Metaponto  a  Reggio  Calabria  e  quelle  del 
Tirreno  da  Reggio  a  Napoli. 

Siena,  12  aprile  1912. 


1  Capellini  G-,  Carta  geol.  ecc.,  1881. 


[ras.  pres.  14  aprile  -  ult.  bozze  17  luglio  1912]. 


STUDIO  PETROGRAFICO  DI  ALCUNE  SABBIE  MARINE 
DEL  LITORALE  IONICO  E  DI  QUELLO  TIRRENICO 
DA  REGGIO  CALABRIA  A  NAPOLI 


Nota  del  dott.  I.  Chelussi 


A  completare  lo  studio  petrografie©  delle  sabbie  marine  del¬ 
l’Italia  peninsulare  presento  in  questa  nota  l’esame  petrografie© 
di  alcuni  saggi  di  sabbie  dell’Ionio,  da  Taranto  a  Reggio  Ca¬ 
labria  e  di  altri  del  Tirreno  compresi  tra  questa  città  e  Napoli. 
Da  Napoli  a  Civitavecchia  serve  la  memoria  di  G.  Uzielli  Sullo 
zircone  della  costa  tirrena ,  in  Atti  Acc.  Lincei,  1875-76,  nella 
quale  l’A.  prese  in  esame  sabbie  di  questa  parte  del  litorale  tirre¬ 
nico.  Viene  così  completato  lo  studio  di  tutte  le  sabbie  continentali 
ad  eccezione  del  piccolo  tratto  Civitavecchia -monte  Argentario 
di  cui  non  ho  potuto  procurarmi  alcun  campione  '. 

Debbo  avvertire  che  i  campioni  in  esame  furono  prelevati 
molto  spesso  a  grande  distanza  l’uno  dall’altro,  per  le  difficoltà 
presentate  da  quelle  regioni,  non  troppo  popolate,  che  non  sempre 
permettevano  di  trovare  persone  che  si  volessero  assumere  l’im¬ 
pegno  della  raccolta;  inoltre  quasi  mai  ho  potuto  avere  quelle 
indicazioni,  talora  utilissime,  che  presentano  le  condizioni  fisiche 
dei  luoghi  di  prelevamento. 

Non  ostante  mi  è  ben  grato  ringraziare  tutte  quelle  egregie 
persone  che,  aderendo  ai  miei  desideri,  si  occuparono  di  prò 

1  I  lavori  nei  quali  si  tratta  di  sabbie  marine  dei  litorali  italiani 
sono,  oltre  il  citato  deH’Uzielli,  i  seguenti: 

D’Achiardi  N.,  Sabbia  granatifera  di  Pizzo  ecc.  Atti  Soc.  tose.  Se. 
nat.,  1879. 

Chelussi  I.,  Oss.  petr.  sopra  alcune  sabbie  della  costa  tose.  ecc.  Boll. 
Soc.  geol.  it.,  1910;  Contribuzioni  alla  psammografa  ecc.,  id.,  1911;  Nuove 
contribuzioni  ecc.,  id.,  1911;  Le  sabbie  del  litorale  ligure,  id.,  1912. 


260 


I.  CHELUSSI 


curarmi  il  materiale  opportuno;  citerò  ognuna  di  esse  nella  de¬ 
scrizione  di  ogni  singolo  campione. 

Malgrado  però  tutte  queste  difficoltà,  oso  sperare  che  lo  studio 
delle  sabbie  marine  sia  relativamente  completo.  Ad  ogni  modo 
metto  a  disposizione  di  tutti  coloro,  che  lo  vorranno  rinnovare, 
tutto  il  materiale  che  mi  ha  servito  a  compilare  questa  e  le 
note  precedenti,  salvo  quelle  parti  che  si  trovano  presso  il  pro¬ 
fessore  C.  De  Stefani  di  Firenze  e  del  prof.  A.  Issel  di  Genova. 


IONIO. 

N.  1.  —  Chiatona. 

La  località  è  sulla  ferrovia  Metaponto-Brindisi  e  dista  16  km. 
da  Taranto,  la  cui  sabbia  ricca  di  biotite  fu  da  me  studiata  nella 
nota  Nuove  contribuzioni  alla  psammografia  ecc. 

La  sabbia  è  di  color  grigio-brunastro,  con  ciottoletti  dolo¬ 
mitici,  a  grana  grossa,  molto  magnetica  e  molto  effervescente 
a  caldo  e  a  freddo. 

La  parte  che  affonda  nel  liquido  Clerici  è  più  abbondante 
di  quella  che  galleggia  e  risulta  quasi  totalmente  da  augite 
verde,  verde-chiara,  da  magnetite  e  ilmenite,  da  poco  plagio- 
clasio  basico.  Estremamente  scarse  orneblenda  basaltica  ed 
olivina. 

Nella  parte  leggera  vi  sono  molti  granuli  bruni,  feldspati 
acidi  e  pochissimo  quarzo.  Questa  sabbia  ha  una  spiccatissima 
somiglianza  con  le  sabbie  del  basso  Adriatico  dal  Gargano  fino 
a  S.  Maria  di  Leuca  ed  oltre. 

Ebbi  il  campione  dal  prof.  I.  Picone  del  R.°  Istituto  tecnico 
di  Napoli. 

N.  2.  —  Metaponto. 

Dista  dalla  località  precedente  27  km.  Ne  ho  due  campioni, 
l’uno  avuto  dal  prof.  I.  Picone,  l’altro  dall’ing.  B.  Lotti  del 
Comitato  geologico.  I  due  campioni  hanno  aspetto, alquanto  di¬ 
verso  l’uno  dall’altro: 

Campione  a)  del  prof.  Picone.  Sabbia  a  grana  grossa,  bruna, 
magnetica,  effervescente.  Nella  separazione  col  liquido  densi- 


SABBIE  DEL  LITORALE  DA  REGGIO  A  NAPOLI 


261 


metrico  parte  pesante  e  parte  leggera  si  equivalgono.  La  prima 
risulta  dalla  solita  augite  verde  e  verde-chiara,  talora  quasi 
incolora  passante  a  diopside  ed  allora  difficile  a  differenziarsi 
per  via  ottica  dall’olivina  per  gli  indici  di  rifrazione  tra  di  loro 
poco  differenti.  Essa  è  per  lo  più  in  granuli,  più  raramente  in 
cristalli,  l’opposto  di  quanto  ho  visto  nella  sabbia  di  Chiatona 
e  nella  quale  è  molto  più  intensamente  colorata.  Ad  essa  vi 
si  aggiungono  frequenti  magnetite,  ilmenite  e  plagioclasio  ba¬ 
sico;  rari  pochi  granuli  di  egirina,  di  orneblenda  basaltica  e 
di  granato. 

La  parte  leggera  risulta  da  molti  granuli  bruni,  da  granuli 
di  feldspato  e  da  poco  quarzo. 

Campione  (i)  dell’ing.  Lotti.  Sabbia  finissima,  grigio-chiara, 
poco  magnetica,  poco  effervescente,  con  scarsa  parte  pesante  in 
cui  ho  visto  molti  granuli  neri  indeterminabili,  molto  pirosseno 
verde,  verde-chiaro,  magnetite  e  ilmenite,  plagioclasio.  A  questi 
v’è  da  aggiungere  zircone,  granato  ed  un  solo  granulo  di  stau- 
rolite. 

La  parte  leggera,  abbondantissima,  è  formata  da  granuli 
bruni  indeterminabili  e  da  granuli  incolori  o  leggermente -tor¬ 
bidi  per  alterazione,  riferibili  per  la  massima  parte  a  feldspati 
acidi. 

In  sostanza  questi  due  campioni,  d’aspetto  diverso,  non  dif¬ 
feriscono  tra  loro  che  per  la  diversa  quantità  dei  componenti, 
perchè  in  ambedue  la  parte  pesante  risulta  principalmente  da 
pirosseno,  magnetite,  ilmenite  e  plagioclasio.  Tutt’al  più  si  può 
dire,  che  mentre  il  campione  a)  risulta  quasi  totalmente  da  mi¬ 
nerali  di  tipo  basaltico,  il  secondo  risulta  da  questi  medesimi 
elementi,  più  qualche  elemento  non  basaltico,  quale  la  stauro- 
lite,  e  da  molta  abbondanza  di  calcari  dei  quali  ne  contiene 
circa  il  40  °/0. 

Caratteristica  per  queste  sabbie,  come  per  quelle  del  litorale 
pugliese,  è  la  grande  abbondanza  del  minerale  pirossenico,  la 
cui  origine  difficilmente  si  può  attribuire  alle  roccie  dell’entro- 
terra,  le  quali  sono  formate  totalmente  da  roccie  terziarie  di 
sedimento.  Questo  minerale  insieme  con  la  magnetite,  l’ilmenite 
e  il  plagioclasio  fa  pensare  non  solo  ad  una  sua  origine  dal 
fondo  del  mare,  ma  potrebbe  esser  una  prova  che  tutta  la  costa 


262 


I.  CHELUSSI 


del  golfo  di  Taranto,  da  Gallipoli  fino  presso  le  foci  del  fiume 
Grati  a  nord  di  Corigliano  calabro,  si  trova  attualmente  in  un 
periodo  di  bradisismo  ascendente;  prova  confortata  anche  dal 
fatto  dell’enorme  sviluppo  che  ha  l’alluviale  tra  Taranto  e  il 
capo  Spili ico. 


N.  3.  —  Origliano  calabro. 

Ghiaietta  minuta  grigio-chiara  con  ciottoletti  di  quarzo.  La 
parte  separata  cou  lo  staccio  è  una  sabbia  rossiccio-chiara  a 
grana  piuttosto  grossa,  non  magnetica  e  non  effervescente.  Estre¬ 
mamente  scarsa  è  la  parte  pesante  in  cui  ho  visto  moltissimi 
granuli  bruni  e  scarsi  i  seguenti  minerali:  granato,  biotite,  tor¬ 
malina,  orneblenda  verde-chiara  e  augite;  quest’ultima  raris¬ 
sima.  La  parte  leggera  non  mi  ha  dato  che  granuli  bruni  e  gra¬ 
nuli  incolori  riferibili  in  parte  ai  feldspati,  in  parte  al  quarzo. 

La  regione  entroterra  è  formata  da  graniti  a  mica  nera,  da 
micascisti  e  da  gneiss  granatiferi  e  da  formazioni  plioceniche  ; 
perciò  l’origine  dei  pochi  minerali  ricordati  è  da  attribuirsi  con 
tutta  probabilità  a  queste  roccie  e  forse  anche  alle  deiezioni 
del  fiume  Orati. 

Questa  sabbia  mi  fu  inviata  dal  prof.  Picone. 

N.  4.  —  Fiumarella  (Mirto  Crosia). 

A  valle  del  ponte  sulla  ferrovia  Reggio-Sibari  presso  Mirto 
Crosia  a  circa  23  km.  da  Coriglia.no.  E  una  sabbia  del  torrente 
Fiumarella  di  color  grigio  a  grana  grossa,  poco  effervescente 
ed  alquanto  magnetica. 

Nella  scarsissima  parte  pesante  ho  visto  granato  roseo  ed 
incolore,  orneblenda  verde-chiara  e  augite  verde;  poi  molto  più 
rari  olivina  e  biotite.  Nella  parte  leggera  vi  sono  molti  granuli 
bruni  indeterminabili  e  granuli  incolori  riferibili  al  quarzo  e  ai 
feldspati. 

La  sabbia  mi  fu  inviata  dal l’ing.  Lotti. 


SABBIE  DEL  LITORALE  DA  REGGIO  A  NAPOLI 


263 


N.  5.  —  Cotrone. 

Di  questa  spiaggia  posseggo  tre  campioni  inviatimi  dalla 
gentilezza  del  prof.  Coniglio  di  quella  R.a  Scuola  tecnica. 

Campione  a)  presso  il  Cimitero.  Sabbia  finissima,  giallo-aran¬ 
ciata,  molto  effervescente,  quasi  per  niente  magnetica,  con  scar¬ 
sissima  parte  pesante  della  quale  gli  elementi  principali  in  or¬ 
dine  di  frequenza  sono  il  pirosseno  verde  e  verde-chiaro,  spesso 
in  individui  cristallini,  il  granato  roseo  ed  incoloro,  il  plagio- 
clasio  basico,  la  magnetite  e  la  ilmenite. 

A  questi  vi  si  aggiungono  però  sempre  con  estrema  scarsità 
orneblenda  bruna,  epidoto  e  zoisite,  andalusite,  staurolite,  biotite 
e  nmscovite. 

Tanto  i  componenti  principali  di  questa  sabbia,  quanto  i  più 
rari  difficilmente  possono  provenire  dall’entroterra  poiché  è  noto 
che  i  dintorni  di  Cotrone  sono  costituiti  da  terreni  pliocenici  ; 
a  meno  che  staurolite,  andalusite  ed  epidoto  non  siano  stati  por¬ 
tati  dalle  torbide  del  fiume  Neto  il  quale  traversa  nel  suo  corso 
le  formazioni  granitiche  della  Sila. 

Campione  (3)  Porto  vecchio.  La  sabbia  è  identica  alla  pre¬ 
cedente;  ma  vi  si  nota  una  maggiore  alterazione  in  alcuni  dei 
componenti  principali,  specialmente  nel  pirosseno,  e  perciò  una 
maggior  quantità  di  granuli  bruni,  opachi,  non  facilmente  de¬ 
terminabili. 

Campione  y)  Porto  nuovo.  Ghiaietta  sottile;  la  parte  sepa¬ 
rata  con  lo  staccio  è  una  sabbia  grigiastra,  molto  effervescente, 
alquanto  magnetica,  con  scarsa  sostanza  pesante  nella  quale  ho 
ritrovato  quasi  tutti  i  componenti  del  campione  y)  del  Cimitero, 
con  la  stessa  prevalenza  dell’augite  e  del  granato. 

N.  6.  —  Catanzaro  marina. 

Di  questa  località  ho  diversi  campioni  avuti  alcuni  dall’in- 
gegner  B.  Lotti,  altri  dal  prof.  I.  Picone  : 

Campione  y.)  Sabbia  grigio-scura,  a  grana  grossa,  con  ciot¬ 
toli  calcarei,  magnetica,  effervescente.  La  parte  pesante  è  ab¬ 
bondantissima,  molto  più  della  parte  che  galleggia  nel  liquido 


264 


I.  CH ELLISSI 


Clerici,  tenuto  alla  densità  di  2,7;  ed  è  formata  da  pirosseno 
verde  per  lo  più  in  individui  cristallini,  da  magnetite  e  ilme- 
nite  e  da  plagioclasio  basico.  Vi  è  pure  qualche  rarissimo  gra¬ 
nulerò  di  staurolite. 

Campione  (i)  Tra  la  foce  del  fiume  Corace  e  quella  della 
Fi  limai  ella. 

Sabbia  grigio-scura,  poco  magnetica,  effervescente.  La  parte 
pesante  non  è  scarsa  e  risulta  formata  principalmente  da  gra¬ 
nato  incoloro  e  roseo,  che  è  l’elemento  preponderante.  Vi  si 
aggiunge  il  solito  pirosseno  verde  e  verde-chiaro,  raramente  in 
cristalli  e  l’epidoto.  Rari  invece  sono  l’orneblenda  verde  leg¬ 
germente  pleocroica  nei  toni  più  o  meno  carichi  di  questo  colore, 
la  biotite,  il  rutilo,  la  tormalina  e  lo  zircone. 

Nella  parte  leggera  vi  è  di  notevole  qualche  granulo  di  ser¬ 
pentino,  oltre  i  granuli  bruni  indeterminabili  e  quelli  di  feld¬ 
spato  acido;  il  quarzo  vi  apparisce  non  frequente. 

Caratteristica  di  questa  sabbia  è  l’abbondanza  del  granato; 
abbondanza  già  osservata  per  sabbie  di  altre  località,  prima  dal 
prof.  A.  D’Achiardi  per  quella  di  Pizzo;  poi  da  me  per  quella 
di  Viareggio  e  di  Tortoreto  alla  foce  del  Salmillo  nell’Adriatico. 

Questa  sabbia  risulta  da  un  miscuglio  di  elementi  di  entro¬ 
terra  come  l’orneblenda,  il  rutilo,  la  tormalina,  il  serpentino,  ecc., 
provenienti  dalle  roccie  cristalline  dei  dintorni  di  Catanzaro  e 
da  elementi  del  fondo  marino  come  il  pirosseno  e  fors’anche  il 
granato. 

Campione  y)  Ghiaietta  sottile  degli  strati  superficiali  della 
marina  di  Catanzaro.  I  ciottoletti  sono  per  gran  parte  di  schisti 
micacei.  Ho  triturato  una  piccola  parte  di  essi  in  modo  da  for¬ 
marne  una  sabbia  che  ho  poi  sottoposta  ai  soliti  procedimenti 
di  analisi.  Nella  separazione  con  liquido  densimetrico  ho  otte¬ 
nuto  pochissima  parte  pesante,  la  quale  mi  risulta  formata  pre¬ 
valentemente  da  biotite  ed  antibolo  verde  ai  quali  si  aggiunge 
in  molto  minore  quantità  l’andalusite.  Noto  incidentalmente  il 
fatto  che  questo  minerale  è  piuttosto  abbondante  in  alcune 
sabbie  calabresi  e  fu  pure  trovato  dall'iug.  F.  Salmoiraghi  nel¬ 
l’arenaria  di  Mendicine  presso  Cosenza;  è  ciò  fa  ritenere  che 
molte  roccie  cristalline  della  Calabria  debbano  essere  abbastanza 
ricche  di  questo  minerale. 


SABBIE  DEL  LITORALE  DA  REGGIO  A  NAPOLI 


265 


La  provenienza  di  questa  sabbia  è  sicuramente  dall’entro- 
terra  ;  ed  è  notevole  il  fatto  che  di  questi  tre  campioni  di  una 
stessa  località  bisogna  attribuire  una  origine  diversa  perchè  ne 
è  diversa  la  loro  composizione  mineralogica,  almeno  quella 
della  parte  più  pesante,  la  quale  sempre  contiene  i  minerali  più 
caratteristici. 


N.  7.  —  Reggio  Calabria. 

Ho  diversi  campioni  di  questa  località,  avuti  dal  prof.  I.  Pi- 
cone  e  dal  prof.  U.  Vaibusa  del  Liceo  di  Reggio: 

Campione  x)  A  200  metri  a  nord  della  foce  della  fiumara 
V  Annunciata. 

Sabbia  grigia,  effervescente,  poco  magnetica,  con  la  parte 
pesante  non  troppo  abbondante,  nella  quale  ho  visto  i  seguenti 
minerali:  staurolite  abbondante,  granato  e  augite  ;  poi  ipersteue, 
orneblenda,  epidoto  e  poco  plagioclasio  basico. 

Campione  (i)  Ad  1  km.  a  sud  della  foce  della  fiumara  V An¬ 
nunciata. 

Ha  gli  stessi  caratteri  della  precedente  e  la  parte  pesante 
rivela  i  seguenti  minerali  :  biotite  e  muscovite  abbondanti,  zir¬ 
cone,  granato  e  staurolite  frequenti;  tormalina  bruna  e  andalu- 
site  rari. 

Campione  y)  Porta  la  sola  indicazione  di  Reggio  Calabria. 

Sabbia  grigia  a  grana  grossa,  con  qualche  ciottoletto  di 
quarzo,  magnetica  e  non  effervescente. 

Abbondante  la  parte  che  affonda  nel  liquido  Clerici,  nella 
quale  vi  si  trovano  frequenti  magnetite  e  ilmenite,  granato,  bio¬ 
tite  e  antibolo  verde;  più  rari  sono  lo  zircone,  l’augi te  verde  e 
l’egirina. 

Campione  f>)  Reggio.  Sabbia  a  grana  grossa,  effervescente,  • 
moltissimo  magnetica.  Ha  caratteri  assolutamente  differenti  da 
quelli  degli  ultimi  campioni  esaminati  della  stessa  località  per 
l’abbondanza  dei  granuli  magnetici  e  del  pirosseno,  che  la  ren¬ 
dono  somigliantissima  alle  sabbie  di  Chiatona,  di  Metaponto, 
di  Corigliano,  ecc.  e  a  quelle  della  costa  adriatica  della  Puglia. 

I  campioni  di  Reggio  differiscono  perciò  moltissimo  tra  loro 
e  si  può  ritenere  che  essi  abbiano  origine  diversa.  È  da  notarsi 


266 


I.  CHELUSSI 


che  intorno  a  Reggio  predominano  gli  gneiss  e  i  micascisti  fon¬ 
damentali  dell’ Aspromonte. 

Qui  terminano  i  pochi  saggi  che  ho  potuto  avere  delle 
sabbie  dell’Ionio,  nelle  quali  da  Tricase  per  Gallipoli,  Taranto, 
Metaponto  ecc.  fino  a  Reggio  Calabria,  si  osserva  una  grande 
variabilità  nella  loro  composizione  mineralogica  anche  per 
campioni  della  stessa  località.  In  alcuni  di  essi,  e  sono  i  più, 
prevalgono  e  sono  formati  da  elementi  i  quali,  come  il  piros- 
seno  verde,  la  magnetite  e  l’ilmenite  diffìcilmente  può  sup¬ 
porsi  che  provengano  da  roccie  deH’entroterra.  Altri  risultano 
con  tutta  probabilità  da  elementi  di  roccie  dell’entroterra  e  da 
elementi  che  provengono  dal  fondo  del  mare.  Altri  infine, 
e  sono  i  meno,  sono  prevalentemente  formati  da  elementi  di 
roccie  cristalline  che  sono  diffusissime  nella  regione  circo¬ 
stante  ’. 

In  gran  parte  di  questi  saggi  è  notevole  la  presenza  e 
spesso  l’abbondanza  del  pirosseno  verde  e  del  minerale  ma¬ 
gnetico. 


TIRRENO. 

N.  8.  —  Scilla. 

Anche  qui  predominano  gli  gneiss  e  i  micascisti  fondamen¬ 
tali  del  massiccio  dell'Aspromonte  (vedere  Cortese  E.,  La  geo¬ 
logia  della  Calabria,  Roma,  1895). 

La  sabbia  di  questa  località  è  bruna  a  grana  grossa,  ma¬ 
gnetica,  effervescente  con  circa  il  30%  di  carbonati.  La  parte 
pesante  è  molto  più  abbondante  della  parte  leggera,  ed  è  for¬ 
mata,  oltre  che  da  magnetite  e  da  ilmenite,  da  frequentissimo 
pirosseno  verde,  quasi  sempre  in  cristalli  prismatici,  al  quale 
si  aggiungono  feldspati  basici  e  pochissimi  granuli  di  egirina. 


1  Questa  distinzione  è  fatta  tenendo  conto  solamente  della  parte  pe¬ 
sante.  La  parte  leggera  e  specialmente  i  carbonati  provengono  verosimil¬ 
mente  da  roccie  sedimentarie  della  regione. 


SABBIE  DEL  LITORALE  DA  REGGIO  A  NAPOLI 


267 


N.  9.  —  Bagnara. 

Località  a  circa  9  km.  dalla  precedente.  Sabbia  grossolana, 
quasi  ghiaietta  sottile.  Con  lo  staccio  si  separa  una  certa  quan¬ 
tità  di  sabbia  di  color  grigio-chiaro,  pochissimo  effervescente 
e  per  niente  magnetica.  La  parte  pesante  è  estremamente  scarsa 
ed  in  essa  ho  visto  moltissimi  granuli  bruni,  opachi  indetermi¬ 
nabili  e  pochissimi,  riferibili  al  granato  in  gran  parte  ed  in 
piccola  parte  ad  un  pirosseno  in  uno  stato  però  di  avanzata  al¬ 
terazione. 


N.  10.  —  Nicotera. 

Le  roccie  che  formano  i  dintorni  di  questa  località  sono 
(v.  Cortese,  Carta  geologica  della  Calabria )  graniti  a  mica  nera 
e  depositi  del  quaternario. 

Il  campione  è  rappresentato  da  una  sabbia  grigia  a  grana 
grossa,  con  ciottoletti  calcarei.  La  parte  passata  allo  staccio  con¬ 
tiene  circa  il  25%  di  carbonati  ed  è  alquanto  magnetica.  La 
parte  che  affonda  nel  liquido  deusimetrico  è  molto  abbondante 
e  risulta  da  pirosseno  verde  e  verde-chiaro  quasi  incoloro  in 
preponderanza,  da  magnetite  e  ilmenite.  plagioclasio  basico  e  da 
pochissima  olivina.  Vi  si  aggiunge  qualche  raro  cristailetto  della 
tormalina  bruna  pleocroica  molto  comune  in  tante  rocce  anche 
di  sedimento.  Per  la  presenza  del  pirosseno  somiglia  moltis¬ 
simo  alle  sabbie  dell’Adriatico  meridionale  e  ad  alcune  del  golfo 
di  Jaranto. 

La  parte  leggera  di  questa  sabbia  oltre  i  soliti  feldspati 
presenta  di  notevole  dei  granuli  pleocroici  daU’azzurro-violaceo 
al  bianco-giallastro,  aventi  un  indice  di  rifrazione  vicinissimo 
a  quello  dell’assenza  di  garofani,  con  bassi  colori  di  polarizza¬ 
zione;  tutti  caratteri  per  cui  li  ritengo  riferibili  alla  cordierite. 
Essa  è  un  minerale  dei  porfidi,  delle  trachiti  quarzifere,  delle 
granuliti,  ecc.  di  prima  consolidazione;  di  seconda  consolidazione 
e  come  minerale  metamorfico  negli  gneiss  e  negli  schisti  cri¬ 
stallini. 


268 


I.  CHELUSSI 


N.  11.  —  Pizzo. 


Rimando  alla  memoria  del  prof.  A.  D’Achiardi  già  sopra 
citata  per  quanto  si  riferisce  alla  sabbia  di  questa  località. 

N.-  12.  —  Nocera  ticinese. 

Sabbia  grigia,  a  grana  grossa,  con  ciottoli  calcarei,  magne¬ 
tica,  con  effervescenza  prolungatissima.  La  parte  pesante  non 
è  troppo  scarsa,  ma  risulta  formata  in  gran  parte  dal  pirosseno 
verde,  dalla  magnetite  e  dall’ilmenite,  infine  dal  plagioclasio 
basico;  e  questi  sono  i  tre  componenti  principali.  Molto  rara  vi 
è  l’orneblenda  basaltica  e  rarissima  —  un  solo  cristal letto  in 
sette  preparazioni  —  la  tormalina  bruna. 

L’origine  di  questa  sabbia,  almeno  nella  sua  parte  pesante, 
non  è  da  attribuirsi  a  roccie  dell’entroterra,  le  quale  in  questa 
regione  sono,  stando  alla  carta  geologica,  scliisti  lucenti. 


N.  13.  —  A  mantea. 

Sabbia  a  grana  grossa,  di  colore  grigio-ferro,  con  ciottoli 
calcarei,  magnetica,  e  col  25  %  circa  di  sostanze  solubili 
in  HC1. 

La  parte  pesante  e  quella  che  galleggia  presso  a  poco  si 
equivalgono.  La  prima  è  formata  in  gran  parte  dal  solito  pi¬ 
rosseno  verde  e  verde-chiaro,  raramente  passante  a  diopside, 
quasi  sempre  nel  solito  abito  cristallino;  vengono  poi  magne¬ 
tite  e  ilmenite,  plagioclasio  e  granato.  Rarissima  e  non  sempre 
otticamente  differenziabile  dal  diopside  è  la  olivina.  La  parte 
leggera  risulta  da  molti  granuli  opachi  indeterminabili,  da  feld¬ 
spati  con  indice  di  rifrazione  quasi  sempre  inferiore  a  1,55  e 
da  pochissimo  quarzo. 

Nei  dintorni  di  Amantea  prevalgono  roccie  sedimentarie  del 
miocene  medio. 


SABBIE  DEL  LITORALE  DA  REGGIO  A  NAPOLI 


269 


N.  14.  —  S.  Lucido. 

Ghiaietta  minuta  dalla  quale  ho  separato  pochissima  sabbia 
fina  non  magnetica  e  poco  effervescente.  Scarsissima  la  parte 
pesante  nella  quale  ho  visto  augite,  plagioclasio  e  granato;  a 
questi  si  aggiunge  qualche  scaglietta  di  ematite  rossa.  Feld¬ 
spati  di  media  acidità  formano  la  parte  leggera. 

Tra  S.  Lucido  e  Paola  la  costa  subisce  attualmente  un  bra¬ 
disismo  ascendente  (v.  Cortese  E.,  La  geologia  della  Calabria, 
pag.  56).  La  carta  geologica  annessa  alla  citata  memoria  in¬ 
dica  tra  S.  Lucido  e  Paola  graniti,  schisti  vari  traversati  da 
filoni  di  granito  e  anfibolite,  e  miocene  medio. 

Questo  campione  è  uno  dei  più  poveri  di  minerali  caratte¬ 
ristici. 


N.  15.  —  Paola. 

Ghiaietta  minuta,  conchiglifera,  effervescente,  alquanto  ma¬ 
gnetica.  La  parte  pesante  non  è  scarsa,  ma  ha  grana  molto 
grossa  e  conviene  triturarla  per  poterne  fare  l’esame  microsco¬ 
pico.  I  componenti  principali  sono  i  soliti,  cioè  augite  verde, 
magnetite  ed  ilmenite,  plagioclasio. 

N\  16.  —  Cetraro. 

Ghiaietta  grigia.  La  parte  più  fina,  ottenuta  con  la  staccia¬ 
tura,  è  pochissimo  effervescente  e  poco  magnetica.  Risulta  for¬ 
mata  dal  pirosseno  verde  ed  incoloro,  dalla  ilmenite  e  magne¬ 
tite  e  dal  plagioclasio  molto  scarso.  Abbondante  invece  è  il 
granato  roseo  ed  incoloro,  che  contiene  come  inclusioni  scagliette 
rosse  di  ematite  (?).  Rarissime  invece  vi  si  trovano  la  orneblenda 
basaltica  e  la  egirina. 

La  carta  geologica  indica  per  questa  località  l’eocene.  A 
capo  la  Testa  vi  sono  schisti  granatiferi  (v.  Cortese  E.,  op.  cit., 
pag.  304). 


270 


I.  CHBI/U8SI 


N.  17.  —  Belvedere. 

Sabbia  grigio-scura,  a  grana  grossa,  magnetica,  efferve¬ 
scente.  Circa  il  5  %  della  sostanza  decalcificata  è  attratta  dalla 
calamita.  La  composizione  mineralogica  è  la  solita,  cioè  piros- 
seno,  magnetite  e  ilmenite,  plagioclasio  ;  vi  si  aggiunge  il  gra¬ 
nato  che  non  è  però  troppo  abbondante. 

Nei  dintorni  di  Belvedere  si  hanno  assise  mioceniche  e  del 
quaternario. 

N.  18.  —  Diamante. 

Questa  località  dista  appena  7  km.  da  Belvedere  e  la  sab¬ 
bia  non  presenta  differenze  notevoli  dalla  precedente. 

N.  19.  —  Praia. 

Sabbia  bruna  a  grana  grossa,  con  ciottoletti  calcarei,  molto 
magnetica,  effervescente.  La  sua  composizione  mineralogica  è 
la  stessa;  cioè  risulta  dal  pirosseno  verde,  dalla  magnetite,  dal 
plagioclasio,  da  poco  granato  e  da  scarsissima  egirina. 

N.  20.  —  Sapri. 

Ghiaietta  fina.  La  parte  separata  con  lo  staccio  è  magne¬ 
tica,  effervescente.  La  parte  pesante  è  in  maggior  quantità  della 
parte  leggera.  La  sabbia  in  totalità  è  molto  ricca  in  feldspati, 
mentre  il  pirosseno  sembra  scemare  in  confronto  con  i  saggi 
di  moltissime  delle  sabbie  precedenti  dove  l’augite  apparisce 
come  l’elemento  predominante.  Questa  è  inoltre  di  colore  molto 
carico,  talvolta  molto  alterata  e  forma  allora  una  gran  parte 
dei  granuli  bruni,  opachi,  riferibili  ad  essa  per  il  forte  peso 
specifico  e  conservanti  non  di  rado  l’abito  cristallino  prismatico 
della  medesima. 

N.  21.  —  Policastro. 

Grana  grossa  con  ciottoletti  calcarei,  moltissimo  efferve¬ 
scente  e  magnetica.  Molto  abbondante  la  parte  che  affonda  nel 
liquido  Clerici  a  densità  di  2,7,  e  risulta  dal  pirosseno,  dalla 
magnetite  e  ilmenite,  dal  plagioclasio  e  da  pochissimo  granato. 


SABBIE  DEL  LITORALE  DA  REGGIO  A  NAPOLI 


271 


N.  22.  —  Pesto. 

Sabbia  grigio-scura,  a  grana  grossa,  con  ciottoletti  calcarei, 
effervescente  e  molto  magnetica,  tanto  che  la  parte  attratta 
dalla  calamita  è  circa  il  10  %  della  sabbia  dopo  essere  stata 
decalcificata. 

La  maggior  parte  di  questa  sabbia  affonda  nel  liquido  Cle¬ 
rici  e  risulta  formata  quasi  totalmente  da  augite  verde,  oltre 
magnetite  e  ilmenite,  e  da  plagioclasio,  questo  però  in  quantità 
molto  minore  rispetto  al  pirosseno.  Rarissimi  l’egirina  e  il 
granato. 

La  poca  parte  galleggiante  risulta  da  molti  granuli  bruni, 
opachi,  indeterminabili  e  da  feldspati. 

N.  23.  —  Pontecagnano  (Salerno). 

Questa  sabbia  è  somigliantissima  alla  precedente  anche  per 
il  quantitativo  in  magnetite  e  ilmenite.  Il  pirosseno  vi  è  quasi 
sempre  in  cristalli  ed  è  di  colore  sempre  carico;  mancano  perciò 
i  termini  passanti  al  diopside. 

N.  24.  —  Salerno. 

Differisce  dalla  precedente  per  essere  molto  meno  magne¬ 
tica;  ma  gli  altri  componenti  sono  gli  stessi. 

N.  25.  —  Cetara  (linea  Amalfi-Yietri  sul  mare). 

Sabbia  a  grana  grossa,  eminentemente  magnetica,  perchè 
circa  un  quinto  della  sabbia  decalcificata  è  attratta  dalla  sem¬ 
plice  calamita.  Ha  la  solita  composizione  mineralogica  e  di  più 
il  granato  ed  un  solo  granulo  di  staurolite  in  quattro  prepara¬ 
zioni. 

N.  26.  —  Malori  (Salerno). 

Sabbia  grigia  a  grana  finissima,  effervescente  e  pochissimo 
magnetica.  La  parte  pesante  è  molto  scarsa  ma  è  formata  in 
totalità  dal  pirosseno  verde  ed  incoloro;  il  primo  quasi  sempre 
con  abito  cristallino.  Rarissima  l’egirina;  i  plagioclasi  basici 


272 


I.  CHELUSSI 


non  vi  appariscono.  Nella  parte  leggera  vi  sono  molti  gra¬ 
nuli  bruni,  opachi  e  moltissimi  trasparenti  o  leggermente  tor¬ 
bidi  per  alterazione,  riferibili  a  feldspato. 

Questa  sabbia  è  molto  differente  dalla  precedente;  l’abbon¬ 
danza  dei  carbonati  e  la  scarsezza  dei  granuli  pesanti  sono,  a 
parer  mio,  indizi  che  alla  sua  formazione  hanno  contribuito  per 
la  massima  parte  le  rocce  sedimeùtarie  dell’entroterra. 

N.  27.  —  Castellamare  di  Stadia. 

Sabbia  scura,  a  grana  grossa,  magnetica,  effervescente.  La 
parte  pesante  supera  di  gran  lunga  la  parte  leggera.  I  compo¬ 
nenti  ne  sono  i  soliti,  cioè  pirosseno,  magnetite  e  ilmenite,  pla- 
gioclasi  basici  e  acidi. 

N.  28.  —  Torre  Annunziata. 

Sabbia  nera  a  grana  grossa,  non  troppo  magnetica,  non  et 
fervescente.  Quasi  nulla  la  parte  che  galleggia  sul  liquido  den- 
simetrico.  La  parte  pesante  è  formata  quasi  tutta  dal  solito  pi¬ 
rosseno  verde,  rarissimamente  incoloro  e  da  pochi  granuli  di 
plagioclasio. 

N.  29.  —  Iscliia. 

Sabbia  grigio-chiara  a  grana  grossa,  quasi  niente  magne¬ 
tica,  non  effervescente  e  con  pochissima  parte  pesante  che  pre¬ 
senta  i  soliti  pirosseno  e  plagioclasio  basico,  il  primo  sempre 
più  abbondante  del  secondo. 

A  completare  lo  studio  delle  sabbie  del  litorale  tirrenico 
dell’Italia  continentale  riassumo  brevemente  la  memoria  di 
G.  Uzielli,  Sul  zircone  ecc.,  già  sopra  citata. 

L’A.  esaminò  le  sabbie  da  Napoli  a  Civitavecchia  delle  se¬ 
guenti  località  dando  in  una  tabella  per  ognuna  di  esse  la  com¬ 
posizione  mineralogica. 

I.  Golfo  di  Napoli  tra  Villa  e  Posilippo  —  Componenti: 
augite  verde  e  gialla,  olivina.  Feldspato  monoclino,  apatite, 
calcare. 


SABBIE  DEL  LITORALE  DA  REGGIO  A  NAPOLI 


273 


II.  Capo  Miseno,  lato  orientale  —  Componenti:  augite,  oli¬ 
vina,  feldspati. 

III.  Capo  Miseno,  lato  occidentale  —  Componenti:  augite, 
olivina,  feldspati. 

1Y.  Capo  Miseno,  polveriera  —  Componenti  :  augite,  olivina, 
feldspati. 

Y.  Ischia,  convento  dei  Maroniti  —  Componenti  :  augite,  oli¬ 
vina,  feldspato,  ferro  magnetico,  apatite. 

YI.  Spiaggia  presso  Castel  Yolturno  —  Componenti:  augite, 
olivina,  feldspato,  ferro  magnetico,  apatite. 

VII.  Foce  del  Volturno  —  Componenti:  augite,  olivina, feld¬ 
spati,  zircone,  diaspri  e  magnetite  e  ilmenite. 

Vili.  Tra  il  fosso  Foglino  e  Nettuno.  Straterelli  sotto  l’ar¬ 
gilla  —  Componenti:  augite,  olivina,  feldspato,  zircone,  diaspri, 
magnetite  e  ilmenite. 

IX.  Ibid.  Depositi  litorali  recenti  —  Componenti  :  augite, 
olivina,  feldspato,  zircone,  diaspri,  magnetite  e  ilmenite. 

X.  Spiaggia  dal  Porto  di  Nerone  al  Porto  d’ Anzio  —  Com¬ 
ponenti  :  augite,  olivina,  feldspato,  magnetite  e  ilmenite,  zircone. 

XI.  Tor  S.  Lorenzo  —  Componenti  :  augite,  olivina,  feldspati, 
diaspri. 

XII.  Tor  Vaianica  —  Componenti  :  augite,  olivina,  feldspati, 
diaspri. 

XIII.  Palazzina  Borghese  —  Componenti:  augite,  olivina, 
feldspati,  diaspri. 

XIV.  Palo —  Componenti:  augite,  olivina,  feldspato,  diaspri, 
magnetite,  ilmenite,  apatite  e  calcare. 

XV.  Fosso  Sanguinario  presso  Torre  Flavia  —  Componenti  : 
augite,  olivina,  feldspati,  diaspri. 

XVI.  Torre  di  Macchia  tonda  presso  S.a  Severa  —  Compo¬ 
nenti  :  augite,  olivina,  feldspato,  magnetite,  ilmenite. 

XVII.  Foce  del  torrente  Mignone  a  nord  di  Civitavecchia  — 
Componenti  :  augite,  olivina,  feldspato,  diaspri,  apatite,  magne¬ 
tite  e  ilmenite,  zircone. 

XVIII.  Pian  di  Spile  presso  il  torrente  Marta  a  nord  di 
Civitavecchia  —  Componenti  :  augite,  olivina,  feldspato  mono- 
clino,  diaspri,  magnetite  e  ilmenite,  zircone,  apatite. 


18 


274 


I.  CHELUSSI 


L’A.  osserva  che  in  queste  sabbie  manca  la  leucite  e  il 
quarzo;  la  prima  può  essere  decomposta  per  fazione  dell’acqua 
marina  e  del  cloruro  di  sodio  che  contiene.  Osserva  inoltre  che 
le  sabbie  grossolane  sono  costituite  dai  minerali  più  leggeri  e 
le  più  minute  contengono  sempre,  come  anche  a  me  è  risultato 
dallo  studio  di  moltissime  sabbie,  i  minerali  più  pesanti  e  i  più 
caratteristici. 

L’A.  deduce  ancora  che  i  cristalli  di  zircone  furono  coin¬ 
volti  in  mare  dal  fiume  Volturno  e  quindi  trasportati  verso 
nord  dalla  corrente  litorale;  e  l’origine  di  questo  minerale  è  da 
ricercarsi  nei  terreni  sedimentari  dell’Appennino  e  in  quelli 
cristallini  della  regione  vulcanica  di  Rocca  Montimi. 

Da  questo  brevissimo  riassunto  della  citata  memoria  si  de¬ 
duce  un  fatto,  a  parer  di  chi  scrive,  di  grandissima  importanza, 
cioè  la  presenza  costante  e  molto  spesso  abbondantissima  del 
minerale  pirossenico  (augite  verde  e  diopside)  in  tutte  queste  sabbie 
dell’Italia  meridionale.  E  ricordo  che  l’augite  verde  comincia  a 
comparire  nelle  sabbie  della  costa  abruzzese  precisamente  presso 
Silvi,  dove  appunto  vengono  a  diminuire  gli  elementi  che  io 
chiamai  elementi  padani,  costituenti  le  parti  preponderanti  delle 
sabbie  dei  terreni  di  alluvione  formanti  la  pianura  padana  (vedere 
mie  note  sui  pozzi  trivellati). 

Conviene  adesso  riassumere  quanto  fu  da  me  scritto  sulle 
sabbie  litorali  d’Italia  e  cominciando  a  sud  del  delta  del  Po 
si  possono  stabilire  i  seguenti  fatti. 


I. 

Le  sabbie  del  litorale  adriatico  da  Porto  Corsini  (Ravenna) 
a  Silvi  sulla  costa  abruzzese  sono  formate  nella  loro  parte  pe- 
sante  principalmente  da  elementi  di  Po  come  glaucofani,  stau- 
rolite,  cianite,  cloritoide,  epidoto,  ecc. 

Questi  elementi  provengono  in  gran  parte  dalle  deiezioni  del 
Po  portate  verso  sud-est  dalla  corrente  che  scende  da  nord  e 
lambisce  la  costa  orientale  d’Italia;  in  parte  possono  anche 
provenire  dalle  torbide  dei  fiumi  del  versante  orientale  dell’Ap- 
pennino  che  traversano  sedimenti  elveziani  e  tortoniani  ricchi, 


SABBIE  DEL  LITORALE  DA  REGGIO  A  NAPOLI 


275 


relativamente  alla- loro  parte  pesante,  dei  ricordati  elementi; 
ad  esempio  i  calcari  della  pietra  di  Bismantova,  quelli  di  Serra 
de’  Guidoni,  quelli  di  Pennabilli,  Uffogliano,  S.  Marino,  Sasso 
di  Simone  e  le  arenarie  marchigiane  ed  abruzzesi. 

Questi  elementi  furon  prima  trasportati  nel  fondo  del  mare 
e  da  questo  rigettati  alla  costa  per  effetto  del  flutto  di  fondo 
la  cui  potenza  è  maggiore  quando  viene  spinto  alla  spiaggia 
di  quando  dalla  spiaggia  ritorna  al  mare. 

IL 

I  prodotti  delle  torbide  di  Po  e  quelli  degli  altri  fiumi  cbe 
sfociano  all’Adriatico  possono  esser  portati,  sebbene  in  quantità 
piccolissima,  fino  al  fondo  della  penisola  salentina,  come  lo  pro¬ 
verebbe  la  composizione  mineralogica  del  saggio  di  fondo  pre¬ 
levato  a  39°  37'  41"  di  latitudine  e  17°  48  41"  di  longitudine 
alla  profondità  di  metri  1586  in  cui  trovai  abbondanza  di  ele¬ 
menti  padani  b 

III. 

Da  Silvi  sulla  costa  abruzzese  fino  al  capo  di  S.  Maria  di 
Leuca  gli  elementi  padani  vanno  facendosi  rari  fin  quasi  a 
scomparire.  Sono  sostituiti  da  un  minerale  pirossenico  (augite 
verde  e  verde-chiara  passante  a  diopside),  da  elementi  magne¬ 
tici,  magnetite,  e  da  plagioclasio. 

Questa  sostituzione  costante  per  tutto  il  versante  dell’Adria¬ 
tico  meridionale  subisce  qualche  modificazione  da  Gallipoli  a 
Taranto  per  Metaponto  fino  a  Reggio  Calabria,  perchè  in  alcuni 
punti,  come  in  questa  ultima  località,  diminuisce  il  minerale 
pirossenico  ed  è  sostituito  da  altri  tra  i  quali  caratteristica  l’an- 
dalusite. 

Le  sabbie  più  ricche  di  pirosseno  verde,  di  magnetite  e  d’il- 
menite  si  trovano  nel  golfo  di  Manfredonia  e  la  loro  ricchezza 
fu  attribuita  dal  Ludwig  in  Geol.  Bild.  aus  Italien  in  Boll. 
Soc.  imp.  des  nat.  de  Moscou,  XLVIII,  1874,  alle  deiezioni  del 
fiume  Ofanto  che  dilavava  le  roccie  vulcaniche  del  Vulture.  Si 


]  Di  alcuni  saggi  di  fondo  del  Mediterraneo.  Boll.  Soc.  geol.  ita!.,  1912. 


276 


I.  CHELUSSI 


debbono  invece  ad  un  massiccio  che  si  trova  affondato  a  pic¬ 
cola  profondità  nell’Adriatico  dove,  appunto  nel  golfo  di  Man¬ 
fredonia,  i  fondali  di  meno  di  50  metri  si  allontanano  moltis¬ 
simi  chilometri  dalla  costa  ed  il  mare  può  su  di  essi  esercitare 
la  sua  azione  erosiva  spingendo  al  lido  i  prodotti  della  me¬ 
desima. 


IV. 

Le  sabbie  formate  prevalentemente  dal  pirosseno  verde  e 
dai  minerali  magnetite  ed  ilmenite  proseguono  quasi  senza  in¬ 
terruzione  da  Scilla  fino  a  Napoli.  Da  Napoli  tino  a  Civita¬ 
vecchia  non  v’è  alcuno  dei  diciotto  campioni  studiati  dall’Uzielli 
che  non  contenga  l’augite  e  molti  di  essi  anche  magnetite  ed 
ilmenite.  Sono  pure  ricchissime  di  augite  e  di  minerali  magne¬ 
tici  (magnetite  e  ilmenite)  anche  le  sabbie  della  costa  toscana 
di  Follonica,  Torre  Mozza,  Albegna,  Tombolo  della  Giannella. 

Da  Follonica  risalendo  il  litorale  fino  a  Ventimiglia,  le  sabbie 
non  contengono  quasi  più  il  pirosseno  eia  magnetite;  anzi  mol¬ 
tissime  di  esse  ne  sono  affatto  prive.  Questi  due  minerali  sono 
sostituiti  anche  qui  da  elementi  che  come  il  glaucofane,  la  stau- 
rolite,  il  cloritoidee  la  cianite,  si  possono  dire  elementi  padani 
benché  per  questi  si  debba  pensare  ad  una  origine  diversa  af¬ 
fatto  da  quella  delle  sabbie  dell’Adriatico  settentrionale. 

Ad  ogni  modo  si  può  dire  che  a  settentrione  sui  due  litorali 
adriatico  e  ligure-toscano  predominano  nelle  sabbie  minerali 
frequenti  nelle  Alpi  occidentali  ;  nei  litorali  meridionali,  fatte 
poche  eccezioni,  predominano  sabbie  nelle  quali  gli  elementi 
principali  sono  l’augite  verde  prima  di  tutto,  poi  la  magnetite, 
l’ilmenite  e  i  plagioclasi  basici. 

Il  limite  tra  sabbie  pirosseniche  a  sud  e  sabbie  ad  elementi 
alpini  a  nord  può  essere  approssimativamente  determinato  da 
una  linea  un  poco  a  sud  del  43°  parallelo. 

V. 

Ammesso  che  le  sabbie  marine  dell’Adriatico  settentrionale, 
litorale  occidentale,  siano  formate,  nella  loro  parte  pesante,  dai 
detriti  convogliati  dal  fiume  Po  e  dai  fiumi  che  sfociano  al- 


SABBIE  DEL  LITORALE  DA  REGGIO  A  NAPOLI 


277 


l’Adriatico  dopo  aver  dilavato  roccie  di  sedimento,  calcari  ed 
arenarie,  contenenti  come  già  dimostrai  in  un  mio  lavoro  1  gii 
elementi  padani;  ammesso  che  molte  sabbie  marine  della  costa 
ligure-toscana,  da  Ventitniglia  fino  al  monte  Argentario,  con¬ 
tengano  minerali  caratteristici  come  i  glaucofani,  la  cianite,  il 
cloritoide,  ecc.  (p.  e.  la  sabbia  della  torre  del  Marzocco  presso 
Livorno)  strappati  ad  un  continente  attualmente  sommerso,  come 
lo  proverebbero  gii  studi  del  Salmoiragbi  sui  fondi  del  Medi- 
terraneo,  che  trovò  glaucofani,  cloritoide,  cianite,  ecc.  molto  più 
abbondanti  nel  Tirreno  settentrionale  cioè  tra  la  Corsica  e  la 
costa  ligure-toscana  che  nel  Tirreno  meridionale,  resta  a  risol¬ 
vere  il  problema  seguente:  Il  pirosseno  verde,  la  magnetite  e 
la  ilmenite  delle  sabbie  dei  litorali  al  sud,  del  43°  parallelo 
provengono  da  roccie  neovulcaniche  o  da  roccie  molto  più  antiche? 

11  problema  allo  stato  attuale  delle  cognizioni  non  mi  sembra 
suscettibile  di  una  soluzione  soddisfacente.  Per  le  sabbie  del¬ 
l’Adriatico  meridionale  tenuto  conto  degli  studi  del  Viola  sui 
lamprofiri  sienitici  e  dioritici  e  dei  massi  erratici  di  sienite 
augitiea  della  Punta  delle  Pietre  nere,  provincia  di  Foggia, 
nonché  di  quelli  del  Martelli  e  dei  geologi  tedeschi  sulle  roccie 
eruttive  della  Dalmazia,  di  Mei lisello,  ecc.  sembrerebbe  più  pro¬ 
babile  la  seconda  ipotesi  2,  sebbene  queste  sabbie  sembrino  per 
la  loro  composizione  e  per  l’abbondanza  della  magnetite  e  della 
ilmenite  provenire  piuttosto  dal  disfacimento  di  rocce  a  tipo 
basaltico.  Per  le  sabbie  pirosseniche  del  Tirreno  e  special  mente 
per  quelle  della  costa  napoletana  e  romana,  sembrami  più  na¬ 
turale  la  prima,  cioè  che  la  loro  parte  pesante,  che  spesso  è 
la  maggiore,  provenga  dal  disfacimento  di  lave  sommerse  a  non 
troppa  profondità. 


VI. 

In  alcuni  punti  di  questi  litorali  si  trovano  sabbie  formate 
quasi  totalmente  da  granato;  cito  quelle  di  Viareggio  e  di  Pizzo 
sul  Tirreno,  di  Monopoli  e  Tortoreto  sull’Adriatico. 

1  Sulla  presenza  di  animali  caratteristici  ecc.,  in  Boll.  Soc.  lig.,  1910. 

2  Martelli  A.,  Notizie  petr.  sullo  scorjlio  Mellisello.  Boll.  Soc.  geol. 
ital.,  1908. 


278 


I.  CHELUSSI 


VII. 

Le  sabbie  ricche  di  elementi  ferriferi  potrebbero  far  pensare 
ad  un’applicazione  industriale  delle  medesime,  cioè  alla  estra¬ 
zione  del  ferro;  ma  l’ing.  Alfredo  Lotti,  direttore  della  fonderia 
di  Follonica,  da  me  interpellato,  mi  ha  gentilmente  fatto  sapere 
che  la  utilizzazione  delle  sabbie  magnetiche  in  siderurgia  è  di¬ 
venuta  oggi  possibile,  dati  i  metodi  di  cernita  magnetica,  ecc. 
Però  occorre  che  le  sabbie  magnetiche  non  siano  affatto  tita¬ 
nifere. 

Ma  i  saggi  che  ho  esaminato,  sottoponendo  la  parte  attratta 
dalla  calamita  di  alcune  sabbie,  maggiormente  ferrifere,  all’azione 
di  HC1  a  caldo,  mi  ha  sempre  dato  un  residuo  di  granuli  neri 
riferibili  alla  ilmenite. 


[ms.  pres.  22  maggio  -  ult.  bozze  17  luglio  1912]. 


CENNI  SULLA  GEOLOGIA  DEI  DINTORNI  DI  SPOLETO 


Nota  dell’ing.  B.  Lotti 
(Tav.  Vili) 


Il  territorio  di  Spoleto  è  contrassegnato  dalla  presenza  di 
masse  calcaree  del  Lias  inferiore,  circoscritte  da  terreni  secon¬ 
dari  superiori,  specialmente  neocomiani  e  senoniani,  che  ne  co¬ 
stituiscono  le  alture  principali. 

Queste  masse  calcaree  rappresentano  il  residuo  di  un  grosso 
banco  tabulare,  dello  spessore  di  circa  250  m.  di  forma  paral- 
lelogrammica,  il  quale  stendevasi  nel  senso  della  sua  direzione 
cioè  da  NE  a  SO,  per  circa  sette  chilometri  e  per  circa  cinque 
nel  senso  della  sua  inclinazione  verso  NO. 

Ad  eccezione  della  sua  estremità  meridionale,  che  in  pic¬ 
cola  parte  riposa  sui  calcari  neocomiani  e  sugli  scisti  cal¬ 
carei  ad  aptici  del  Giurassico  medio  e  superiore",  questa  placca 
di  calcare  basico  rieuopre  dovunque  la  scaglia  rossa  senoniana. 

La  sovrapposizione  del  bancone  basico  alla  scaglia  può  os¬ 
servarsi  lungo  tutte  le  anfrattuosita  della  roccia  e  nel  fondo 
dei  profondi  solchi  che  la  incidono,  come,  ad  esempio,  nel  fosso 
dell’Intiera,  in  quelli  di  Patrico  e  di  Renzano  e,  più  special- 
mente,  in  quelli  di  Yallocchia  e  del  Cortaccione  che  squarciano 
la  massa  basica  fin  quasi  al  suo  piede  presso  Spoleto. 

Risalendo  la  valle  del  fosso  di  Vallocchia,  scavata  tutta  nella 
scaglia  rossa  senoniana,  può  osservarsi,  per  un  tratto  di  ben  tre 
chilometri,  il  calcare  basico  sovrincombente  con  pareti  a  picco  alla 
scaglia  stessa  e  coronante  le  alture  su  ambedue  i  lati  della 
valle.  Il  contatto  è  nettissimo  e  non  apparisce  in  genere  una 
decisa  discordanza  fra  i  due  terreni  ;  tuttavia  la  discordanza 
in  alcuni  punti  è  manifesta  sebbene  non  molto  accentuata. 

L’inclinazione  di  questo  contatto  è  leggerissima,  forse  non 
più  di  8  o  10  gradi,  lungo  il  vallone  in  parola;  però  nel  tratto 


280 


B.  LOTTI 


inferiore,  dove  il  vallone  è  prossimo  a  sboccare  nel  Tissino 
presso  Spoleto,  il  calcare  basico  immersesi  con  più  forte  pen¬ 
denza  sotto  i  terreni  secondari  più  giovani. 

Questi  rapporti  di  posizione  sono  anche  più  manifesti  nel 
fosso  del  Cort.accione  e  presso  il  ponte  della  via  provinciale  di 
Norcia  che  lo  attraversa. 

In  questo  punto  il  fosso  corre  in  una  stretta  e  profonda 
gola  scavata  nel  calcare  liasico,  lasciando  vedere  sul  fondo  e 
fino  ad  una  certa  altezza  la  scaglia  rossa  senoniana. 

Questa  sovrapposizione  del  calcare  liasico  alla  scaglia  è  an¬ 
cora  più  appariscente  presso  Castelmonte,  sullo  spartiacque  fra 
la  Valnerina  e  il  Tissino.  Vedonsi  qui  posati  sulla  scaglia  al¬ 
cuni  piccolissimi  lembi  isolati  di  calcare  liasico  che  evidentemente 
un  tempo  furono  collegati  alla  grande  placca  calcarea  di  Val- 
locchia. 

Questo  addossamento  del  calcare  liasico  alla  scaglia  rossa 
senoniana  deve  forse  riguardarsi  come  la  esagerazione  d’una 
piega  coricata  verso  est,  con  rottura  per  stiramento  del  fianco 
rovesciato  e  scorrimento  successivo  ascendente  del  fianco  nor¬ 
male  lungo  la  superficie  della  faglia  prodottasi. 

Che  vi  sia  stato  scorrimento  della  massa  di  calcare  liasico 
sulla  scaglia  è  dimostrato  dalla  presenza,  in  vari  punti  del  con¬ 
tatto,  di  una  breccia  di  frizione  come  potrà  essere  osservato 
appena  fuori  della  città,  lungo  il  condotto  dell’acqua  potabile, 
fra  il  Ponte  delle  Torri  e  il  ponticello  sul  fosso  della  Valloc- 
cliia  e  al  ponte  della  strada  di  Norcia  sul  fosso  Cortaccione. 
In  quest’ultimo  punto  potrà  inoltre  osservarsi  nella  scaglia,  e  per 
un  certo  spessore,  una  laminazione  distintissima  indipendente 
dalla  sua  stratificazione  e  parallela  al  contatto. 

Di  questo  ricuoprimento  di  Spoleto  era  già  stata  bitta  men¬ 
zione  dal  Taramelli  1  e  dal  Verri  2. 

1  R.  Istituto  lombardo  di  Se.  e  Lett.,  s.  2,  v.  XXXI,  1898. 

2  Boll.  Soc.  geol.  ital.,  22  marzo  1903. 

[ms.  pres.  24  giugno  -  ult.  bozze  23  luglio  1912]. 


ESCURSIONE 

NELLA  VALLE  DELLE  CARCERI  (M.  SUBASIO) 
PRESSO  ASSISI 


Nota  dell’ing.  B.  Lotti 


La  carta  geologica  del  M.  Subasio  alla  scala  di  1 :  50000 
fu  rilevata  nel  maggio  decorso  dal  sottoscritto  e  dall’ing.  Fio- 
rentin  dell’Ufficio  geologico  e  fu  stampata  a  cura  dell’Ufficio 
stesso  per  servire  di  corredo  ad  una  nota  descrittiva  che  sarà 
pubblicata  prossimamente  nel  Bollettino  del  Comitato.  La  pre¬ 
sidenza  della  nostra  Società,  che  potè  avere  in  dono  un  centi¬ 
naio  di  copie  di  questa  carta,  è  ben  lieta  ora  di  poterla  di¬ 
stribuire  ai  congressisti  insieme  ad  una  succinta  esposizione  dei 
fenomeni  geologici  e  tettonici  che  verranno  osservati  nella  pro¬ 
gettata  escursione  nella  valle  delle  Carceri. 

\ 

E  noto,  anche  per  studi  recenti  del  dott.  Principi  C  che  il 
M.  Subasio  è  costituito  in  massima  parte  da  terreni  eocenici  e 
secondari  superiori,  tettonicamente  distribuiti  in  cupola  ellissoi¬ 
dale,  avente  l’asse  maggiore  diretto  da  NO  a  SE  e  incompleta 
nel  lato  SO  dove  son  messi  allo  scoperto  i  terreni  secondari  più 
antichi  fino  al  Lias  inferiore. 

Come  è  reso  manifesto  dalla  carta  geologica,  questo  stato 
d’imperfezione  della  cupola  ed  il  disordine  nello  andamento  delle 
formazioni  è  dovuto,  oltreché  ad  un  primo  inabissamento  di  una 
porzione  di  essa  da  questo  lato,  a  successivi  scoscendimenti  per 
faglia  di  zolle  di  terreno,  rimaste  in  posizione  di  poco  stabile 
equilibrio  dopo  tale  inabissamento. 

1  Osserv.  geol.  sul  M.  Subasio  (Boll.  Soc.  geol.  ital.,  2,  1909). 


282 


B.  LOTTI 


L’esteso  e  potente  cumulo  di  detriti  che  stendesi  su  questo 
lato  e  penetra  nel  cuore  della  cupola,  sta  là  ad  attestare  del¬ 
l'enorme  lavoro  compiuto  dagli  agenti  esterni  sulla  porzione  ro¬ 
vinata  di  questa  unità  tettonica. 

I  piccoli  lembi  di  terreno  eocenico  che  spuntano  qua  e  là 
di  mezzo  alla  massa  detritica,  ed  i  pacchi  delle  formazioni  cre¬ 
tacee  e  giurassiche,  che  invadono  le  zone  dei  terreni  più  antichi 
e  si  applicano  su  di  esse  presentando  nettissimi  rigetti  di  cen¬ 
tinaia  di  metri,  come  nella  valle  delle  Carceri,  in  quella  di 
Rosceto  e  in  quella  del  Renaro,  mostrano  chiaramente,  come  si 
svolse  il  fenomeno. 

Lo  sprofondamento  di  questa  parte  della  cupola,  sotto  l’area 
oggi  occupata  dai  detriti,  produsse  una  brusca  flessione  che  può 
essere  osservata  proprio  in  corrispondenza  della  città  d’Assisi 
ed  in  conseguenza  della  quale  l’inclinazione  degli  strati  volge 
ivi  improvvisamente  da  NO  a  SO  e  vari  lembi  di  terreni  su¬ 
periori  (scaglia  rossa,  scaglia  argillosa  ed  Eocene;  che  compa¬ 
riscono  a  SE  della  città,  come  indica  la  carta  geologica,  e  che 
secondo  l’andamento  normale  della  cupola  dovevano  restare  pe¬ 
riferici,  si  trovano  ora  ad  ingombrare  l’area  devastata. 

Contemporaneamente  od  anche  posteriormente  si  produssero 
scoscendimenti  nel  Colle  S.  Rufino  e  nel  Sasso  Piano,  dando 
luogo  a  piccole  faglie  di  cui  il  contorno  è  segnato  sulla  carta 
da  linee  tratteggiate. 

La  direzione  dei  piani  di  frattura,  tanto  della  massa  prin¬ 
cipale  sprofondata  per  flessione,  quanto  delle  varie  zolle  subor¬ 
dinate,  è  approssimativamente  da  NO  a  SE. 

Un’altra  rottura  con  faglia,  forse  dipendente  anche  essa  dallo 
sfasciamento  di  questa  parte  della  cupola,  si  riscontra  fra  la 
valle  del  Renaro  e  Collepino  presso  l’estremità  meridionale  della 
cupola  stessa.  Di  questa  rottura  fu  fatto  cenno  anche  dal  Verri  1 
e  dal  Principi  2  e  la  sua  direzione  coincide  con  quella  delle 
altre. 


1  Atti  IV0  Congr.  geogr.  italiano,  1901. 

2  Loc.  cit. 


CENNI  GEOLOGICI  DI  SPOLETO  ED  ASSISI 


283 


Nella  nostra  gita  al  Convento  delle  Carceri  potremo  osser¬ 
vare  alcune  di  queste  faglie,  nettamente  disegnate  sulla  parete 
destra  della  valle,  e  giudicare  della  entità  dello  spostamento. 

Tutti  i  terreni  componenti  il  M.  Subasio,  dalla  scaglia  ar¬ 
gillosa  eocenica  al  Lias  inferiore  saranno  incontrati  e  presi  in 
esame  durante  la  nostra  escursione  ed  alcuni  di  essi  ci  offri¬ 
ranno  abbondante  messe  di  fossili. 


[ms.  pres.  24  giugno  -  ult.  bozze  23  luglio  1912]. 


Pliocene  Quatern.  Recente 


Boll.  Soc.  Gcol.  Ita!.,  Voi.  XXXI  (1912). 


(Ing.  B.  LOTTI)  Tav.\l!la 


CARTA  GEOLOGICA  DEI  DINTORNI  DI  SPOLETO 


ir  i 

A  lluvioni  fluviali. 

dt 

Detriti. 

o 

0) 

o 

t 

^1 

Tufi  vulcanici  rima¬ 
neggiati. 

Ciottoli,  sabbie  ed  ar¬ 
gille  lacustri. 

<D 

k- 

o 

,  r _ bJ. 

□ 

Scala  di  1  :  50  000 

sr 

/  f  1  Calcare  rosso  marnoso  (sca- 
l 1 - 1  glia  rossa). 


o, 

vi 


sf 


;v 


il 


ne 


Scisti  argillosi  e  calcarei  va¬ 
ricolori  (scisti  a  fucoidi). 

Calcari  bianchi  con  selce 
(maiolica). 


®  j  [ _ j  Scisti  e  calcari  con  aptici. 

<5  S  |3 

1 1 - 1  Calcari  e  scisti  argillosi 

■\| _ 1  grigi  e  rossi. 

f* 

Calcari  bianchi  con  selce 
ammonitiferi. 


li 


Calcari  bianchi  ceroidi 
con  gasteropodi. 


METAMORFISMO  SUL  CONTATTO 
FRA  SERPENTINE  ANTICHE  E  SCISTI 
A  CAMPO  LIGURE 


Nota  del  doti.  A.  Martelli 
(Tav.  IX) 


Le  serpentine  sono,  fra  le  rocce  di  Campo  Ligure,  quelle 
che  presentano  una  maggiore  importanza  per  lo  sviluppo  local¬ 
mente  raggiunto  e  pel  complesso  delle  questioni  geologiche  e 
dei  fenomeni  di  metamorfismo  che  con  esse  si  connettono.  Già 
il  Weinschenk  ‘,  riassumendo  con  cura  gli  studi  fatti  sulle  ser¬ 
pentine,  dimostrò  chiaramente  quante  incognite  si  addensino  an¬ 
cora  sulla  genesi  delle  formazioni  serpentinose  ;  ma  poi  che  le 
esperienze  del  VVeigand 1  2 3  e  del  Hussak  :i  avvalorarono  le  vec¬ 
chie  dimostrazioni  del  Roth  4  sulla  possibilità  che  il  serpentino 
potesse  derivare  non  solo  dall’olivina  ma  anche  da  altri  mine¬ 
rali,  come  pirosseno  e  antibolo,  purché  privi  di  allumina  e  che 
venne  quindi  accertata  l’origine  pseudomorfa  del  serpentino, 
anche  i  petrografì  hanno  dovuto  studiare  le  rocce  serpentinose 
non  solo  negli  elementi  che  le  costituiscono  ma  altresì  in  rap¬ 
porto  alle  rocce  da  cui  sarebbero  derivate. 

I  campioni  qui  descritti  e  raccolti  presso  Campo  Ligure,  in 
una  zona  di  confine  fra  le  serpentine  e  gli  scisti  sottostanti,  di¬ 
mostrano  non  solo  la  complessità  della  formazione  serpentinosa, 
tanto  nella  sua  massa  più  compatta  quanto  in  quella  clic  con 

1  Weinschenk  E.,  Ueber  Serpentine  aus  ostlichen  Central  Alpen  und 
deren  Contactbildungen.  Miinchen,  1891. 

2  Weigand  B.,  Die  Serpentine  der  Vogcsen.  Tschermack’s  minerai,  nnd 
petrogr.  Mittheil.  Wien,  1875. 

3  Hussak  E.,  Ueber  einige  alpine  Serpentine.  Ibid.,  1883. 

4  Rotli  J.,  Ueber  den  Serpentin.  Abhandl.  Beri.  Akad.,  1869. 

19 


286 


A.  MARTELLI 


i  segni  di  una  decomposizione  progredita  presenta  i  caratteri 
fìsici  del  serpentinoscisto,  ma  anche  l’intensità  delle  modifica¬ 
zioni  petrograficlie  compiutesi  per  metamorfismo  nei  sedimenti 
a  contatto  con  le  serpentine. 

Coin’è  noto,  la  Sfuria  presso  Campo  Ligure  incide  la  sua 
valle  fino  a  scoprire  la  formazione  —  secondaria  secondo  al¬ 
cuni  e  permo-triasica  e  perfino  precarbonifera  secondo  altri  — 
dei  calcescisti  e  argi liosci sti  micacei  ed  arenacei,  rappresentante 
l’insieme  dei  più  antichi  terreni  del  bacino  della  Starla  attra¬ 
versati  dalla  grande  massa  delle  rocce  verdi,  le  quali  costitui¬ 
scono  in  prevalenza  il  versante  della  riviera  fra  Genova  e  Sa¬ 
vona  e  si  estendono  fino  a  raggiungere  il  versante  padano. 

Il  professore  De  Stefani  raccolse  campioni  di  rocce  serpen- 
tinose  sulla  sinistra  del  fiume  rimpetto  alla  Stazione  di  Campo 
Ligure,  ed  esemplari  di  scisti  metamorfizzati  nel  paese  e  a  valle, 
presso  il  contatto  con  le  rocce  serpentinose  sovrastanti.  Di  questo 
interessante  materiale  volle  a  me  gentilmente  affidare  lo  studio. 

Alla  descrizione  delle  serpentine  a  contatto  con  le  altre  for¬ 
mazioni  di  Campo  Ligure,  e  degli  scisti  serpentinosi  dovuti  a 
quello  stesso  metamorfismo  chimico-meccanico  delle  serpentine 
a  cui  si  suole  in  generale  riferire  l’origine  degli  scisti  verdi, 
faccio  seguire  la  descrizione  di  quegli  scisti,  i  quali,  avendo 
assunta  una  composizione  e  struttura  paragonabile  a  quella  dei 
paragneis,  dei  micascisti  e  degli  anfiboloscisti,  meritano  di  es¬ 
sere  distinti  con  la  denominazione  che  i  petrografi  adottano  per 
gli  scisti  cristallini  che  più  si  avvicinano  a  questi  di  Campo 
Ligure  per  la  composizione  mineralogica,  pur  rimanendone  di 
sgiunti  per  la  genesi  e  modificazione  dei  propri  clementi  cri 
stallini. 

Serpentine  compatte 
(Tav.  IX,  fig.  1-3). 

I  campioni  di  serpentina  più  fresca  e  con  2,7  di  p.  s.  ri 
sultano  di  una  massa  compatta  verde-scura  interessata  da  ve¬ 
nirne  sinuose  di  crisotilo  e  da  piccole  chiazze  più  chiare,  de¬ 
rivanti  da  parziale  alterazione.  Qua  e  là  si  notano  pure  lami- 


SERPENTINE  ANTICHE  E  SCISTI 


287 


nette  lucenti  grigio-verdastre,  clic  presentano  al  microscopio  i 
caratteri  della  bastite. 

La  struttura  granulare  ipidiomorfa  viene  in  gran  parte  na¬ 
scosta  dall’avanzata  alterazione  della  roccia  e  lo  stesso  processo 
di  serpentinizzazione  è  in  questi  campioni  talmente  progredito 
che  tutta  la  massa  fondamentale  si  risolve  in  un  aggregato  a 
struttura  tipicamente  reticolare  di  serpentino  fibroso,  caratteriz¬ 
zato  da  plaghe  incolore  o  debolmente  verdicce  e  con  rifran- 
genza  pari  o  di  poco  minore  a  quella  del  balsamo  (tav.  IX, 
fig.  I;  con  solo  polariscopio,  ingr.  30  diam.).  Nelle  maglie  del 
tessuto  reticolare  dovuto  a  prodotti  magnetitici,  si  conservano 
solo  di  rado  granuli  indecomposti  del  peridoto  originario.  Senza 
questi  rari  granuli,  la  provenienza  del  serpentino  dal  peridoto 
si  sarebbe  dovuta  ammettere  solo  per  la  struttura  reticolare 
della  massa  serpentinosa.  Nondimeno,  anche  nelle  plaghe  alquanto 
alterate  e  con  meno  evidente  reticolatura,  si  nota  a  nicols  in¬ 
crociati  un  disordinato  aggruppamento  di  crisotilo,  di  magne¬ 
tite  e  pirosseno;  e  sebbene  la  serpentinizzazione  sia  in  parte 
proceduta  anche  dal  pirosseno,  pure  la  massa  prevalente  della 
roccia  più  uniforme  e  più  costante  nel  suo  aspetto  è  sempre  di 
serpentino  fibroso,  incoloro,  con  debole  birifrangenza  e  ad  estin¬ 
zione  di  aggregato,  con  fasci  ora  paralleli  ed  ora  divergenti  a 
guisa  di  metaxite  o  radiali  come  nella  picrolite. 

Un  pirosseno  trimetrico,  incoloro  e  senza  pleocroismo  si  pre¬ 
senta  con  i  caratteri  dell’enstatite,  ma  i  cristalli  lucenti  grigio¬ 
verdognoli  e  verdi-giallastri  che  interrompono  l’apparente  uni¬ 
formità  della  massa  serpentinosa,  appartengono  in  massima  parte 
a  bastite  fibrosa  con  sfaldatura  secondo  (010),  incolora  nelle 
sezioni  sottili,  senza  pleocroismo  sensibile  e  ricca  di  prodotti 
secondari  lungo  le  linee  di  sfaldatura.  Le  sue  grandi  lamine 
sono  di  solito  frammentate  e  contorte,  come  se  la  roccia  avesse 
subito  notevoli  azioni  meccaniche;  hanno  scarse  tracce  dell’ori¬ 
ginario  pirosseno  eustatitico,  frequente  invece  è  l’associazione  in 
esse  con  pirosseno  monoeli  no. 

In  quantità  tutt’altro  che  trascurabile  si  hanno  poi  lami- 
nette  irregolari  e  grani,  frantumati  e  isolati  tra  fasci  di  fibre 
serpentinose,  di  diopside  incoloro  a  pleocroismo  insensibile  ma 
assai  birifrangenti.  L’estinzione  su  (010)  è  di  circa  38°  e  i  co- 


288 


A.  MARTELLI 


lori  d’interferenza  sono  assai  vivi.  Le  inclusioni  nel  diopside 
sono  mal  determinabili  perchè  troppo  decomposte. 

Altro  pirosseno  monoclino  di  riferimento  altrettanto  certo  è 
il  diallagio  in  masserelle  laminari  giallastre,  fibrose  e  sfran¬ 
giate,  piuttosto  alterate  ma  con  tracce  di  sfaldatura  secondo 
(100)  aucora  distinte  e  con  c  :  C  =  40°. 

11  pleocroismo  è  assai  debole: 

a  =  C  grigio-verdastro 
b  grigio-giallastro: 

Fra  le  maglie  del  serpentino  e  più  di  rado  come  inclusioni 
dei  pirosseni  si  hanno  accumuli  di  masserelle  irregolari  di  ma¬ 
gnetite,  associata  scarsamente  a  minuti  granuli  di  picotite  e 
cromite. 

Non  rari  i  riempimenti  delessitici  delle  fenditure,  sempre 
distinti  da  quelli  giallo-verdi  e  giallo-bruni  di  crisotilo  con 
fibre  normali  alle  pareti  delle  fenditure  stesse  e  con  colori  d’in¬ 
terferenza  che  accrescono  di  vivacità  con  l’aumento  acciden¬ 
tale  del  tenore  in  ferro,  accusato  dalla  tinta  giallo-bruna  a  luce 
polarizzata. 

Di  grande  interesse  sono  pure  le  masse  picrolitiche  grigio¬ 
verdastre,  che  si  trovano  talvolta  a  riempire  le  fratture  della 
formazione  serpentinosa  di  Campo  Ligure.  Esse  risultano  di  un 
uniforme  aggregato  di  crisotilo  con  tendenza  alla  disposizione 
radiale,  con  lievi  accenni  di  alterazione  in  steatite  e  con  mac¬ 
chie  superficiali  di  idrossidi  di  ferro. 

In  sezione  si  manifestano  più  che  mai  i  caratteri  del  ser¬ 
pentino  fibroso,  con  i  noti  toni  bluastri  di  polarizzazione,  accom¬ 
pagnato  da  abbondanti  prodotti  steatitici  di  alterazione.  L’in¬ 
dice  medio  di  rifrazione  per  questo  crisotilo  è  compreso  fra 
quelli,  preventivamente  controllati  col  Totalrefrattometro  Pulfrich, 
della  Toluidina  e  del  Monobromobenzolo ;  e  cioè: 

1.574  <  fi'  <  1.566. 

Questa  constatazione  è  —  se  si  vuole  —  di  un  certo  inte¬ 
resse  perchè  finora  venne  sempre  generalmente  affermata  pel 
serpentino  fibroso  una  rifrangenza  di  poco  superiore  a  quella 
del  balsamo  del  Canada,  mentre  per  questo  di  Campo  Ligure 


SERPENTINE  ANTICHE  E  SCISTI 


‘289 


si  sarebbe  trovato  un  valore  corrispondente  all’incirca  a  quello 
medio  che  Michel  Lévy  e  Lacroix  trovarono  invece  per  l’anti- 
gorite  del  Val  lese. 

Per  l’incontestabile  esistenza  di  diopside  e  di  diallagio  e  in 
genere  di  miscele  di  questi  pirosseni  monoclini  prevalenti  sui 
trimetrici,  si  sarebbe  indotti  a  riconoscere  queste  serpentine 
come  derivanti  da  lherzolite.  Però  in  altri  campioni  della  stessa 
località,  oltre  alla  struttura  reticolare  propria  delle  serpentine 
peridotiche,  si  nota  resistenza  di  serpentino  antigoritico  con  la¬ 
melle  ad  allungamento  positivo  e  disposte  in  modo  irregolare 
ma  sempre  con  tendenza  ad  incrociarsi  con  un  angolo  vicino 
al  retto;  e  questi  appaiono  nella  collezione  in  esame  come  ter¬ 
mini  di  passaggio  ad  altri  campioni  nei  quali  le  plaghe  a  Bal- 
kenstruktur  del  serpentino  di  evidente  derivazione  pirossenica 
hanno  una  prevalenza  assoluta  su  quelle  a  Maschenstruktur  del 
serpentino  peridotico.  Particolare  abbondanza  di  antigorite  si 
rimarca  in  quelle  serpentine  di  Campo  Ligure,  che,  contraddi¬ 
stinte  in  sezione  da  particolari  addensamenti  di  magnetite  con 
secondari  prodotti  ferrugginosi,  comprendono  grosse  vene  e  lenti 
di  una  massa  di  secondaria  formazione  verde-pisello,  costituita 
principalmente  da  una  mescolanza  di  calcite  spatica,  abbon¬ 
dante  epidoto,  scarso  serpentino  e  venule  di  crisotilo,  di  tracce 
di  pirosseno  alterato  e  granuli  di  magnetite.  (La  fig.  2  della 
tav.  IX  riproduce  a  nicols  incrociati  una  sezione  con  serpentino 
antigoritico  a  Balkenstruktur  ed  epidoto.  Ingr.  30  diam.). 

Di  particolare  interesse  è  l’epidoto,  in  cristalli  allungati  nor¬ 
malmente  al  piano  di  simmetria,  in  modo  da  dare  estinzioni  rette, 
con  frequenti  geminati,  forte  birifrazione  e  inapprezzabile  pleo- 
croismo.  Trattandosi  di  un  epidoto  che  per  quanto  di  tinta  verde 
pallida  in  grande  massa,  si  mostra  in  sezione  estremamente  po¬ 
vero  di  ferro,  ho  voluto  accertarmi  se  si  fosse  proprio  di  fronte 
a  clinozoisite  e  valendomi  del  confronto  con  liquidi  di  cono¬ 
sciuto  indice  di  rifrazione,  ho  infatti  constatato  con  monobro- 
monaftalina  che  fi' >1.661  e  con  joduro  di  bario  e  mercurio 
che  lo  stesso  fi'  <C  1.723. 

Se  le  masse  serpentinose  di  Campo  Ligure  in  luogo  di  mo¬ 
strare  soltanto  la  tipica  struttura  del  serpentino  peridotico  pre¬ 
sentano  anche  quella  del  serpentino  pirossenico,  non  si  è  ancora 


290  A.  MARTELLI 

autorizzati  ad  ammettere  la  derivazione  di  esse  da  due  forma¬ 
zioni  pare  in  origine  differenti.  Poicliò  è  accertata  l’esistenza  di 
pirosseni  così  rombici  (enstatite)  che  monoclini  (diallagio  e 
diopside)  tanto  nelle  roccie  nelle  quali,  pur  essendo  quasi  del 
tutto  scomparsa  l’olivina,  si  conserva  ancora  bene  la  struttura 
reticolare,  quanto  in  quelle  ricche  di  bastite  e  a  Balìcenstruldur, 
non  c’è  ragione  d’escludere  che  la  roccia  madre  sia  stata  una 
vera  e  propria  peridotite  lherzolitica,  ricca  cioè  di  pirosseni  mo¬ 
noclini  e  rombici  e  con  accessoria  picotite,  magnetite  e  cromite, 
e  che  a  seconda  di  una  maggior  secrezione  di  pirosseno  a  sca¬ 
pito  del  peridoto,  in  una  piuttosto  che  in  altra  plaga  del  magma 
basico  in  consolidazione,  si  dovettero  verificare  nella  massa  roc¬ 
ciosa  locali  variazioni  nei  rapporti  fra  l’olivina  e  il  pirosseno. 
E  cosi  quando  si  è  svolto  il  processo  di  serpentinizzazione,  si 
sono  potute  formare  in  conseguenza  rocce  più  o  meno  ricche  di 
antigorite  o  più  o  meno  ricche  di  serpentino  fibroso.  D’altra 
parte,  nelle  varie  rocce  serpentinose  di  Campo  Ligure  non  si 
ha  luogo  di  notare  una  differenza  notevole  nel  novero  e  qualità 
dei  componenti  così  da  dovere  ammettere  piuttosto  un’originaria 
associazione  di  forme  petrografìche  diverse,  come  ad  esempio 
quella  che  venne  dal  Lacroix  citata  ed  illustrata  per  l’Ariège, 
dove  i  dicchi  lherzolitici  vengono  attraversati  da  vene  e  filoni 
di  una  roccia  non  peridotica  a  diopside,  diallagio,  bronzite  e 
spinello,  dallo  stesso  Lacroix  distinta  col  nome  di  Ariegite. 

Inoltre,  gli  accenni  che  il  serpentino  mostra  talvolta  alla 
Gitterstruktur  (confr.  tav.  IX,  fig.  3;  nicols  incrociati,  ingr. 
30  diam.)  farebbero  supporre  che  l’originaria  roccia  fosse  ini¬ 
zialmente  ricca  anche  di  antibolo  e  siccome  le  tre  diverse  strut¬ 
ture  si  trovano  associate  pure  in  uno  stesso  campione,  si  do¬ 
vrebbe  ammettere  che  le  serpentine  di  Campo  Ligure  fossero 
derivate  da  peridotiti  pirosseniche  ed  anfiboliche;  e  poiché  riman¬ 
gono  tracce  di  pirosseno  non  soltanto  trimetrico,  ma  anche  mo- 
noclino,  la  roccia  originaria  potrebbe  quindi  considerarsi  come 
lherzolite  anfibolica,  assai  vicina  al  tipo  Cortlandtitico, 

Le  figure  1-3  della  tav.  IX  riproducono  le  tre  strutture  del  ser¬ 
pentino  riscontrate  nelle  rocce  qui  prese  in  esame  e  corrispon¬ 
denti  alle  tre  strutture  tipiche  descritte  e  figurate  pure  nella 


SERPENTINE  ANTICHE  E  SCISTI 


291 


IV  ediz.  (1905)  Bd.  1,  H.  II,  dell’opera  del  Rosenbnscli  (  Mi- 
Iroskopische  Physiographie  der  Mineralicn  und  Gesteine). 

Sono  pure  qui  da  annoverarsi  le  rocce  di  puro  tipo  oficalcico: 

Un  bel  campione  di  serpentina  attraversato  e  compenetrato 
di  calcite  spatica  secondaria  in  unione  con  quello  descritto  e  com¬ 
prendente  vene  di  epidosite,  vale  a  dare  un  esempio  di  forma¬ 
zione  metamorfica  nella  massa  stessa  della  serpentina  dopo  le 
azioni  meccaniche  che  ne  hanno  in  più  punti  determinata  la 
frantumazione. 

Al  microscopio  si  nota  la  grande  prevalenza  della  calcite 
su  tutti  gli  altri  minerali  anche  come  cemento  fra  i  vari  com¬ 
ponenti  rocciosi  e  perfino  come  riempimento  delle  loro  discon¬ 
tinuità.  Dove  essa  forma  un  compatto  mosaico  e  nelle  maggiori 
sue  lamine  non  si  hanno  nè  distorsioni  nè  fratture  evidenti, 
così  che  l’arricchimento  in  calcite  risulterebbe  posteriore  alle 
azioni  orogenetiche  subite  da  queste  masse  ofiolitiche  poco  pla¬ 
stiche. 

11  serpentino  è  di  natura  antigoritica,  ma  di  solito  non  man¬ 
cano  nemmeno  delle  accolte  irregolari  di  crisotilo  con  estinzione 
di  aggregato. 

Abbondante  è  pure  un  pirosseno  monoeli  no  in  lamine  a  con¬ 
torno  irregolare,  con  più  distinte  le  fitte  tracce  della  più  facile 
divisione  secondo  (100)  che  non  della  sfaldatura  prismatica. 
Fra  i  suoi  caratteri  ottici  menziono  la  birifrazione  positiva,  il 
pleocroismo  insensibile,  i  colori  d’interferenza  piuttosto  vivaci  e 
c  :  c  =  38°  —  41°.  Trattasi  dunque  di  diallagio. 

Con  la  bastite  si  associa  pure  qualche  resto  dell’originario 
pirosseno  trimetrico,  incoloro  e  apleocroico. 

La  magnetite  è  in  rilevante  quantità  e  frequente  pure  lo 
zircone  come  minerale  accessorio  e,  tra  la  calcite,  anche  l’epi¬ 
doto  come  prodotto  di  metamorfismo. 

Scisti  serpentinosi 
(Tav.  IX,  fig.  4). 

Taluni  esemplari  rappresentanti  di  masse  minori  hanno  una 
struttura  fogliettata  che,  per  quanto  irregolare,  consente  per 
essi  la  designazione  di  scisti  serpentinosi.  Trattandosi  di  rocce 


292 


A.  MARTELLI 


che  per  metamorfismo  hanno  conseguito  una  struttura  lamellare 
atta  a  favorire  nella  stessa  massa  serpentinosa  di  Campo  Li 
gure  l’azione  di  agenti  esterni  modificatori,  se  ne  spiega  pure 
la  frequente  e  abbondante  trasformazione  in  steatite  e  in  talco. 
Gli  scisti  in  parola  risultano  in  prevalenza  non  solo  di  serpen¬ 
tino  fibroso,  ma  anche  di  un  intreccio  di  serpentino  lamellare 
incolore  o  verde  pallidissimo  con  tipica  Balkenstruìdw ,  rifran- 
genza  equiparabile  o  poco  superiore  a  quella  del  balsamo  e 
senza  pleocroismo.  Talvolta  il  serpentino  si  decompone  fino  a 
dare  alla  roccia  l’apparenza  di  steascisto  grigio  e  saponaceo, 
nel  qual  caso  in  sezione  si  presentano  dei  minuti  aggregati 
fibroso-raggiati,  incolori  o  verdognoli,  apleocroici. 

Qui  non  si  ha  più  traccia  manifesta  di  tessitura  a  ma¬ 
glia  malgrado  che  si  tratti  sempre  di  serpentine  peridotiche  ri- 
conoscibili  da  qualche  resto  del  minerale  originario,  ma  il  fatto 
può  spiegarsi  agevolmente  riferendolo  non  solo  alla  probabile 
laminazione  meccanica  subita  dalla  roccia,  ma  anche  alla  non 
trascurabile  quantità  di  serpentino  bastitico.  Difatti,  fra  un’in¬ 
sieme  disordinato  di  plaghette  di  crisotilo  e  di  magnetite  si  di¬ 
stinguono  pure  grosse  e  numerose  lamine  allungate  di  pirosseno 
trimetrico  con  i  caratteri  dell’enstatite  e  associate  a  bastite  dalle 
estinzioni  rette,  talora  incomplete  o  rese  poco  evidenti  dall’al¬ 
terazione,  e  con  deboli  colori  d’interferenza  rispetto  a  quelli  del 
pirosseno  trimetrico  da  cui  deriva.  Le  lamine  pirosseniche  sono 
di  solito  distorte  e  presentano  spesso  anche  associazione  di  ba¬ 
stite  con  diallagio.  Finalmente  sono  rimarcabili  gruppi  di  la¬ 
minette  di  tremolite  passante  ad  actinoto  in  quei  campioni  nei 
quali  si  hanno  produzioni  di  asbesto  in  fasci  fibrosi  e  grigio¬ 
argentei,  poiché  ivi,  fra  le  scaglie  e  i  ciuffi  aghiformi  di  ser¬ 
pentino  alterato,  spicca  un  minerale  fresco,  incoloro,  meno  rifran¬ 
gente  del  pirosseno  e  in  liste  radialmente  disposte.  Vivi  sono  i 
colori  di  polarizzazione,  ma  insensibile  il  pleocroismo;  osserva¬ 
bili  talvolta  le  tracce  di  sfaldatura  anfibolica  (110)  con  angolo 
di  circa  124°. 

L’esistenza  di  asbesto  anfibolico  sarebbe  confermata  pure 
dalla  sua  resistenza  agli  acidi,  ma  non  sembra  che  l’anfibolo 
abbia  dato  in  questi  scisti  origine  a  serpentino,  perchè  se  non 
vi  difetta  troppo  la  Balkenstruktur  dell’antigorite  non  si  ha 


SERPENTINE  ANTICHE  E  SCISTI 


293 


luogo  di  constatarvi  la  Gitterstruktur  del  serpentino  proveniente 
dall’anfibolo.  Anzi,  siccome  il  serpentino  fibroso  è  prevalente  su 
quello  lamellare  antigoritico,  così,  come  osserva  Grubenmann 
nel  l’interessante  suo  lavoro,  Die  Kristallinen  Scliiefer,  a  propo¬ 
sito  dei  serpentinoscisti,  troviamo  in  queste  rocce  un  aspetto 
più  compatto  e  meno  fogliettato  dei  veri  e  propri  scisti  anti- 
geritici.  E  dunque  probabile  che  questo  metasilicato  calcico-ma 
gnesifero  sia  un  vero  prodotto  generato  dal  contatto  della  massa 
serpentinosa  con  la  massa  dei  calcescisti  da  essa  attraversati. 

Come  minerali  accessori  vanno  infine  annoverati  i  cumuli  di 
magnetite  con  subordinate  aureole  limonitiche  e  i  granuli  cri¬ 
stallini  di  picotite  e  di  zircone.  Come  prodotti  secondari  e  ultimi 
derivati  si  hanno  pure  cristallini  di  calcite  e  magnesite,  e  pic¬ 
cole  accolte  di  opale  e  tridimite. 


Scisti  anfibolici 
(Tav.  IX,  fig.  5). 


In  connessione  con  gli  scisti  serpentinosi  e  talcosi,  si  hanno 
anche  a  Campo  Ligure  degli  scisti  anfibolici  costituiti  da  acti- 
nolite  e  tremolite  in  lunghi  fasci  di  prismi  intrecciati  e  asso¬ 
ciati  a  scarsa  clorite  e  talco. 

11  migliore  esemplare  di  queste  rocce  metamorfiche  in  re¬ 
lazione  con  le  rocce  serpentinose  e  calcescistiche  a  contatto  è 
rappresentato  da  un  anfiboloscisto  grigio-verdastro,  molto  fria¬ 
bile,  e  risultante  anche  a  occhio  nudo  di  una  massa  minutamente 
aciculare,  in  fasci  allungati  parallelamente  ai  piani  di  scistosità. 

In  sezione  al  microscopio  si  nota  pure  la  presenza  di  una 
non  trascurabile  quantità  di  serpentino  fibroso,  in  plaghe  già 
molto  alterate  e  comprese  fra  gli  interstizi  dei  fasci  anfibolici. 
Questi  sono  in  lamine  positivamente  allungate  e  senza  facce 
terminali,  incolore  o  appena  tendenti  ad  un  verde  pallidissimo. 
Assai  marcate  sono  le  tracce  della  sfaldatura  completa  (HO) 
c  con  angolo  di  circa  124°  nelle  sezioni  rombiche  normali  al¬ 
l’allungamento  ;  frequenti  le  fenditure  trasversali,  secondo  il 


piano  basale.  Nelle  lamine  prismatiche,  la  direzione  di  estin 
zione,  otticamente  positiva,  è  15°-1G°  sull’asse  verticale.  In  al¬ 
cuni  cristalli  si  riconosce  la  geminazione  secondo  (100).  Non 


294 


A.  MARTELLI 


si  avverte  pleocroismo  ;  vivacissimi  i  colori  di  polarizzazione  nelle 
lamine  incolore  che  prevalgono  in  modo  assoluto  sulle  altre  e  meno 
vivi  in  quelle  che  accennano  ad  una  leggera  tinta  verdognola,  pur 
mantenendo  comune  con  le  lamine  incolore  ogni  altro  carattere. 

Adoperando  delle  soluzioni  opportunamente  diluite  del  liquido 
di  Toulet  con  indice  di  rifrazione  sollecitamente  determinato  a 
mezzo  di  un  Totalrefrattometro  Pulfrich,  ho  potuto  constatare 
per  questi  antiboli  : 

1.G08  <  a  <1.613 
1.630  <  y'  <  1.638. 

I  valori  di  3'  superano  appena  1.62  e  ciò  rende  assai  dif¬ 
ficile  la  distinzione  fra  actinoto  e  tremolile,  ma,  se  pure  non  si 
tratta  di  miscele  fra  i  due  antiboli,  è  da  ritenersi  accertata  la 
prevalenza  della  tremolile  suH’actinoto. 

Accanto  all’antibolo  si  hanno  talvolta  delle  squamette  fibrose, 
verde-chiare,  non  pleocroiche  e  estinte  a  nicols  incrociati,  che 
propenderei  a  ritenere  come  dorile  di  secondaria  formazione. 

Un  minerale  in  scarsi  frammenti  e  granuli  incolori,  a  con¬ 
torno  mal  definito,  più  rifrangenti  dell’antibolo  e  alterati  tanto 
che  le  tracce  della  sfaldatura  appaiono  sostituite  da  fenditure, 
danno  un’estinzione  obliqua  e  rinnovano  quei  caratteri  per  i 
quali  in  altre  rocce  di  Campo  Ligure  ho  concluso  per  l’esistenza 
di  pirosseno  della  serie  del  diopside. 

Plaghe  di  calcite  si  osservano  qua  e  là  nel  mosaico  cristal¬ 
lino  di  questa  roccia,  che  fra  i  prodotti  secondari  annovera  pure 
qualche  raro  elemento  di  quarzo  ed  epidoto  e  frequenti  granuli 
irregolari  e  molto  rifrangenti  di  titanite. 

Scisti  talcosi-micacei  gneissici 
(Tav.  IX,  fig.  6). 

II  Rosenbusch  nei  suoi  Clemente  der  Gesteìnslehre  adotta 
la  denominazione  di  Gneissglimmerschiefer  per  gli  scisti  cri¬ 
stallini  a  struttura  gneissica  con  prevalenza  di  mica  e  abbon¬ 
danza  di  feldispato,  e  di  Talkglimmcrschiefcr  per  i  micascisti 
talcosi.  Ora,  fra  gli  scisti  cristallini  antichi  che  a  Campo  Ligure 
si  trovano  a  contatto  con  la  formazione  serpentinosa  e  che  per 
metamorfismo  risultano  pure  ricchi  di  talco,  se  ne  hanno  di 


SERPENTINE  ANTICHE  E  SCISTI 


295 


quelli  clic  partecipano  della  composizione  e  dei  caratteri  propri 
ai  due  citati  gruppi  petrografici.  Eccone  la  descrizione: 

Roccia  decisamente  scistosa,  a  palese  alternanza  di  lamelle 
micacee  e  talcose  grigio-argentee  con  straterelli  bianchi  granu¬ 
lari  di  quarzo  e  feldispato.  L’abbondanza  della  mica  e  del  talco 
conferisce  alla  roccia  uno  splendore  sericeo  non  solo  paral¬ 
lelamente  alla  scistosità,  ma  anche  in  direzione  normale  e  in 
particolare  lungo  i  labbri  delle  fenditure,  così  che  la  massa  lu¬ 
cente  più  uniforme  e  compatta,  che  il  microscopio  fa  riconoscere 
come  in  prevalenza  costituita  da  talco,  appare  evidentemente  come 
un  prodotto  secondario.  La  tinta  verdognola  che  talvolta  assume 
lo  scisto  risulta  dovuta  all’insieme  dei  minerali  cloritici  e  an¬ 
fibolia,  che  spesso  si  raggruppano  con  la  mica  e  col  talco. 

La  struttura  cristallina  è  molto  minuta  e  per  l’aspetto  esterno 
questa  roccia  alquanto  alterata,  untuosa  al  tatto  e  facilmente 
scalfibi le  nei  suoi  elementi  laminari  potrebbe  anche  assimilarsi 
ad  un  talcoscisto,  se  non  si  sapesse  ormai  che  l’abbondante  mi¬ 
nerale  in  squamette  bianche  e  tenere,  che  pure  in  tali  rocce 
sembrerebbe  riferibile  al  solo  talco,  risulta  in  realtà  anche  di 
sericite  associata  di  frequente  a  damourite  e  clorite. 

Al  microscopio,  la  struttura  è  chiaramente  cataclastica  for¬ 
mando  una  mescolanza  di  minerali  frammentari  e  laminati,  in 
seguito  alle  forti  azioni  meccaniche  risentite  dalla  roccia.  L’ag 
gregato  non  molto  minuto  di  quarzo  e  feldispato  si  completa 
con  abbondante  mica  e  con  aree  pseudosferolitiche  di  talco. 

11  quarzo  è  prevalente  sul  feldispato  e  dà  luogo  ad  un  mu¬ 
saico  granulare  con  individui  differentemente  orientati  e  varia¬ 
bili  per  contorno  e  dimensioni,  ma  abbastanza  limpidi  e  con 
rare  estinzioni  ondulose.  È  ricco  di  inclusioni  di  muscovite,  di 
zoisite  e  zircone,  e  talvolta  è,  in  qualche  piccola  zona,  lieve 
mente  modificato  in  calcedonio. 

Anche  il  feldispato  è  in  sezioni  irregolari.  Lo  scarso  ortose, 
contraddistinto  rispetto  al  balsamo  (n  =  1.53G)  da 

y  n  n 

ha  spesso  segni  di  un’incipiente  coalinizzazione ;  il  feldispato 
calcico-sodico,  assai  più  frequente,  è  sempre  in  miscele  molto 


296 


A.  MARTELLI 


acide,  abbastanza  fresche  e  tutt’al  più  con  accenni  ad  altera¬ 
zione  micacea.  Il  plagioclasio  non  è  soltanto  caratterizzato  dalla 
sua  geminazione  polisintetica,  che  talvolta  appare  invece  poco 
chiara  o  viene  sostituita  da  geminazioni  semplici  di  individui 
di  differenti  dimensioni,  ma  anche  da  un  più  spiccato  idiomor- 
fìsino  e  da  numerose  inclusioni  prismatiche  di  zoisite,  epidoto 
e  zircone  e  di  laminette  muscovitiche.  L’estinzione  simmetrica 
nelle  lamelle  a  geminazione  albitica  e  normale  a  (010)  dei 
più  comuni  plagioclasi  dà  valori  di  15°-1(3°.  Per  la  rifrazione 
si  ha: 

a'  <^n  y'  =  n 

e  in  favorevole  contatto  con  quarzo,  si  trova  il  seguente  schema: 
(=)w  >a  £>y'  (-+-)  «  >  y  s>a 

Da  un  geminato,  il  solo  osservato,  alhite-Carlshad,  si  ricava 
che  A  è  uguale  all’incirca  aH’unità,  e  cioè: 

i.  il 

5°  6° 

13  15 

Non  possono  quindi  rimanere  dubbi  sul  riferimento  all’al- 
bite  di  questi  plagioclasi.  Più  di  rado  estinzioni  simmetriche  JL 
(010),  piuttosto  piccole  e  fino  a  8°,  avvalorano  pure  1’esistenza 
di  qualche  miscela  oligoclasica. 

Mica  bianca  —  in  parte  tipica  muscovite,  incolora,  a  grande 
angolo  assiale  e  nette  tracce  di  sfaldatura  —  in  lamine  con¬ 
torte  ora  fresche  ora  cloritizzate,  e  in  parte  vera  sericite  in 
aggregati  laminari  sfrangiati  e  sinuosi  o  in  fasci  intrecciati,  si 
raccoglie  a  guisa  di  cemento  fra  gli  individui  di  quarzo  e  di 
feldispato  con  le  caratteristiche  proprie  dei  micascisti  sericitici. 
Pel  valore  di  fi'  compreso  fra  l’indice  di  rifrazione  della  Tolui- 
dina  (1.574)  e  del  Bromoformio  (1.601)  rimane  confermato  il 
riferimento  al  gruppo  muscovitico  di  questi  minerali  senza  av¬ 
vertibile  pleocroismo  ma  a  forte  birifrangenza  e  a  vivacissimi  co¬ 
lori  di  polarizzazione. 

Le  abbondanti  masserelle  talcose  associate  ai  prodotti  mi¬ 
cacei  sono  costituite  da  finissime  lamelle  incolore,  rifrangenti 


SERPENTINE  ANTICHE  E  SCISTI 


297 


quanto  il  quarzo  e  strettamente  unite  in  struttura  fibroso-rag- 
giata  a  guisa  di  pseudosferuliti. 

Nelle  parti  lamellari  dello  scisto  si  nota  pure  qualche  in¬ 
dividuo  fi bro-baci Ilare  allungato  e  trasversalmente  interrotto 
con  tutti  i  caratteri  dell’àctinoto,  già  osservato  nelle  roccie  in 
precedenza  descritte,  e  qualche  granulo  epidotico,  che  insieme 
con  zoisite,  zircone,  con  mica,  rara  apatite  e  magnetite  e  con 
tracce  di  un  minerale  monorifrangente  incoloro,  certamente  grana- 
tico,  si  ritrova  pure  come  incluso  negli  elementi  feldispatici  e 
quarzitici  idiomorfi.  Fra  tutti  questi  minerali,  merita  infine  par¬ 
ticolare  menzione,  anche  per  la  sua  abbondanza,  la  zoisite,  che 
comparisce  tanto  in  cumuli  di  minuti  granuli  fortemente  rifran¬ 
genti  e  con  tinte  bleu-indaco  di  polarizzazione,  quanto  in  forma 
di  prismi  allungati  parallelamente  all’asse  verticale  e  al  piano 
di  scistosità,  con  clivaggio  secondo  il  brachi pinacoide  e  con  le 
consuete  screpolature  delle  colonnette  cristalline  secondo  i  piani 
di  separazione  basale. 

Scisti  talcosi-micacei  ad  andalusjte 
(Tav.  IX,  fig.  7). 

Rocce  scistose  grigio-giallastre,  a  lucentezza  sericea  e  grassa 
e  a  grana  minutissima,  con  tendenza  ad  assumere  una  tinta 
verdastra  per  cloritizzazione  dell’elemento  micaceo  e  per  l’abbon¬ 
danza  del  talco.  Mica  e  talco  sono  distribuiti  irregolarmente 
nella  roccia,  in  modo  che  non  si  osservano  alternanze  con  zone 
quarzose,  sebbene  il  quarzo  appaia  più  diffuso  sulle  superfici 
delle  scagliose  fratture  che  non  sui  piani  di  scistosità. 

Al  microscopio  si  nota  la  struttura  minutamente  frammentaria 
e  cataclastica  di  questa  roccia,  dovuta  in  prevalenza  ad  un  ag¬ 
gregato  granulare  di  quarzo,  frammisto  a  laminette  micacee  e  a 
plaghe  pseudosferulitiche  di  talco,  comprendente  numerosi  cri¬ 
stalli  allungati  di  andalusite,  che  qui  rappresenta  appunto  il 
minerale  di  maggiore  sviluppo. 

Il  quarzo  spicca  sugli  altri  elementi  della  roccia  per  l’ab¬ 
bondanza  de’  suoi  piccolissimi  granuli  allotriomorfi,  a  contorni 
irregolari  e  sinuosi  e  fra  di  loro  stretti  a  costituire  un  mosaico  con 
lenticelle  allungate  nel  senso  della  scistosità.  In  questo  quarzo 


298 


A.  MARTELLI 


granulare  difettano  quelle  estinzioni  ondulate,  tanto  caratteristiche 
del  quarzo  degli  scisti  cristallini.  Non  vi  ho  notato  inclusioni 
fluide  o  gassose,  ina  solo  qualcuna  cristallina  di  zircone  e  di  mica. 

Non  risulta  chiara  la  sua  associazione  con  granuli  feldispa- 
tici,  ma  ad  ogni  modo,  se  pure  accade  di  osservare  qualche  gra¬ 
nulo  a  rifrangenza  minore  del  quarzo,  non  si  ha  poi  facilità  di 
rimarcarne  con  sicurezza  gli  altri  caratteri  ottici. 

Irregolari  plaghe  talcose  fibroso-raggiate  si  addentrano  nella 
massa  granofìrica  e  s’insinuano  fra  gli  elementi  cristallini  più  svi¬ 
luppati. 

Squamette  di  muscovite  ora  fresca  ora  cloritizzata  e  fascetti  si¬ 
nuosi  di  sericite  completano  il  minuto  aggregato  di  questo  scisto,  nel 
quale  con  i  caratteri  già  descritti  compariscono  pure  prismetti  fì- 
-  brosi  di  actinoto,  granuli  epidotici  e  plaghe  calcedoniose  ecalcitiche. 

Sull’insieme  microcristallino  spicca  per  la  sua  forte  rifran¬ 
genza  l’andalusite  in  granuli  e  liste  allungate,  ordinariamente 
limpide,  ma  con  accenni  di  alterazione  squamosa  lungo  le  mol¬ 
teplici  e  intricate  serie  di  fenditure  oltre  quelle  che,  con  netta 

disposizione  basale,  interrompono  —  come  nella  zoisite  e  siili- 

\ 

manite  —  i  prismi  allungati.  E  abbastanza  evidente  in  queste 
liste  la  striatura  in  direzione  dell’asse  verticale  e  determinata 
dalla  completa  sfaldatura  prismatica.  Non  si  avverte  in  esse 
pleocroismo  non  presentandosi  sezioni  basali,  ma  forte  rilievo, 
debole  birifrazione  negativa  e  smorti  colori  grigio-bluastri  d’ili 
terferenza.  Le  inclusioni  meno  rare  sono  di  mica  e  di  anfibolo. 
11  valore  medio  della  rifrazione 

1.660  >  >  1,638 

vale  a  togliere  ogni  dubbio  sulla  possibile  confusione  con  zoi- 
sife,  come  la  «forma  prismatica  tozza  e  non  sottile-allungata,  la 
meno  energica  birifrazione  e  il  carattere  ottico  negativo  serve 
a  ben  distinguerla  dalla  sillimanite.  Del  tutto  eccezionale  è  la  com¬ 
parsa  di  andalusite  con  tracce  di  materie  carboniose  (Chiastolite). 

Rutilo,  zircone,  apatite,  zoisite  e  granato  sono  qui  minerali 
del  tutto  accessori.  Da  sospettarsi  l’originaria  presenza  di  cor- 
d  ieri  te  per  l’abbondanza  della  sericite. 

In  sezione  sottile,  la  scistosità  sembra  più  manifesta  per  gli 
aggruppamenti  sericitici  lungo  i  piani  di  laminazione. 


SERPENTINE  ANTICHE  E  SCISTI 


299 


Le  inclusioni  frequenti  di  mica  neH’andalusite,  nel  quarzo  e 
nelle  plaghe  talcose  e  sericitiche,  la  penetrazione  sia  in  venule 
che  come  inclusi  dentro  la  mica  stessa  di  tutti  i  diversi  com¬ 
ponenti  rocciosi  e  la  struttura  pavimentosa  del  quarzo,  provano 
in  certo  qual  modo  il  fenomeno  di  una  parziale  ricristallizza¬ 
zione  degli  elementi  di  questa  roccia,  non  chiaramente  hornfel- 
sitica  ma  con  la  particolare  struttura  delle  rocce  di  contatto. 

La  quantità  di  andalusite  è  qui  così  notevole  da  autorizzare 
la  denominazione  di  talco-micascisto  andalusi tico  e  vale  pure  a 
stabilire  l’intensità  del  metamorfismo  subito  dallo  scisto,  nel 
quale  particolarmente  l’andalusite  e  il  talco  rappresentano  ap¬ 
punto  prodotti  tipici  di  azioni  secondarie  fra  rocce  acide  antì- 
boliche  e  basiche  magnesifere  a  contatto  di  scisti  calcariferi 


Siccome  i  contatti  fra  rocce  eruttive  e  scisti  cristallini  e  se¬ 
dimenti  non  dànno  luogo  a  produzioni  sempre  uguali,  tanto  che 
mentre  in  alcuni  punti  si  hanno  fenomeni  manifesti  di  trasfor- 

1  Non  ho  esaminato,  e  nemmeno  esistono  nella  collezione  studiata, 
campioni  di  Prasinite  cloritica,  che  Franchi  ( Contribuzione  allo  studio 
delle  rocce  a  glaucofane  e  del  metamorfismo  onde  ebbero  origine  nella  re¬ 
gione  ligure  alpina  occidentale,  Boll.  Coni.  Geol.  d’Italia,  ser.  IV,  voi.  Ili, 
pag.  2H7,  Roma,  1902)  ebbe  occasione  di  descrivere  e  citare  come  pro¬ 
veniente  dai  pressi  di  Campo  Ligure,  m  i  forse  da  una  zona  scistosa,  per 
così  dire,  indipendente  dalle  serpentine.  Si  tratterebbe,  secondo  l’Autore, 
di  una  «  roccia  a  scistosità  non  molto  marcata,  a  fondo  di  color  verde- 
bigiastro  con  innumerevoli  occhietti  fel disputici  grossi  min.  0,5.  Il  feldi- 
spato  albitico  è  in  elementi  tondeggianti,  spesso  geminati,  con  antibolo 
aciculare  simulante  una  struttura  dubbile,  la  quale  è  pure  indicata  dal¬ 
l’orientamento  della  clorito  abbondantissima  interposta  fra  i  feldispati  con 
cristallctti  di  epidoto  e  zoisite,  rara  mica  bianca  e  scarsa  calcite,  pirite 
e  ferro  ».  Per  la  composizione  chimica  non  molto  diversa  da  quella  delle 
diabasi,  il  Franchi  propende  infine  a  considerare  tale  prasinite  «  come 
proveniente  dalla  metamorfosi  di  una  roccia  massiccia  o  di  un  tufo  quasi 
puro,  in  cui  la  quantità  degli  elementi  mineralogici  conservarono  all’in- 
circa  i  rapporti  esistenti  nella  roccia  ». 

Dati  i  rapporti  genetici  fra  questa  prasinite  e  le  diabasi  è  proba¬ 
bile  che  la  roccia  descritta  dal  Franchi  si  riferisca  appunto  —  come  ho 
supposto  —  ad  una  località  molto  più  discosta  dal  paese  di  Campo  Li¬ 
gure  che  non  quella  prevalentemente  serpentinosa  da  cui  provengono  i 
campioni  da  me  studiati. 


300 


A.  MARTELLI 


inazioni  strutturali  e  chimico-mineralogiche  in  altri  sfuggono 
all’esame  le  modificazioni  per  un  possibile  metamorfismo,  così 
si  ritiene  ormai  che  le  modificazioni,  sempre  varie  e  inco¬ 
stanti,  prodotte  dal  contatto,  dipendano  piuttosto  dalla  natura 

\ 

della  roccia  scistosa  che  da  cpiella  della  massa  eruttiva.  E  noto 
infatti  che  il  metamorfismo  di.  contatto  riguarda  più  le  tra¬ 
sformazioni  che  una  roccia  eruttiva  fa  subire  alle  rocce  cui  è 
vicina,  che  non  lo  sviluppo  anormale  di  minerali  in  rocce  erut¬ 
tive  a  contatto  di  altre  di  natura  diversa. 

Allo  stato  attuale  delle  nostre  cognizioni,  sembra  —  come 
spiega  chiaramente  il  Iti  mie  nella  sua  Praldische  Gesteinshunde  — 
che  le  cause  di  queste  modificazioni  rocciose  a  contatto  di  for¬ 
mazioni  eruttive  debbano  ricercarsi  non  tanto  nell’azione  diretta 
del  calore  e  della  pressione,  quanto  piuttosto  in  quella  dei  va¬ 
pori,  dell’acqua  surriscaldata  e  delle  soluzioni  che  si  svilup¬ 
pano  dai  magmi  eruttivi  e  impregnano  le  rocce  vicine.  In  par¬ 
ticolare  l’alta  temperatura  dell’acqua  sarebbe  una  delle  princi¬ 
pali  cause  di  ricristallizzazione  energica  dei  costituenti  della 
roccia,  come  di  formazione  di  minerali  nuovi.  Del  resto,  sul 
metamorfismo  di  contatto  e  per  risolvere  la  controversia  se  la 
pressione  e  l’elevata  temperatura  in  presenza  di  acqua  surri¬ 
scaldata,  agente  da  mineralizzatore,  basti  a  produrre  metamor¬ 
fismo  senza  apporto  di  nuovo  materiale,  oppure  se  il  metamor¬ 
fismo  sia  determinato  dall’apporto  diretto  di  materiale  eruttivo 
e  dall’azione  di  mineralizzatori  salienti  dai  magmi  delle  pro¬ 
fondità,  hanno  molto  e  molto  bene  interloquito,  fra  i  principali, 
Michel  Lévy,  Rosenbusch,  Lacroix,  Weinschenk,  Lepsius,  Haug, 
Milch,  Artini. 

I  più  importanti  studi  sulle  formazioni  di  contatto  italiane 
sono  di  Artini  per  le  rocce  delle  Alpi,  di  Riva  per  quelle  della 
Sardegna,  di  Cf.  D’Achiardi  per  quelle  dell’Elba,  di  Kalkosky 
e  Franchi  per  quelle  dell’Appennino  ligure  e  delle  Alpi  occi¬ 
dentali;  ma  compresi  i  lavori  minori  si  riferiscono  più  che  altro 
a  formazioni  di  contatto  con  graniti,  con  rocce  filoniane  ed  eu 
fotidiche,  ma  non  propriamente  con  serpentine. 

E  ormai  risaputo  che  anche  nella  grande  serie  italiana  delle 
rocce  verdi  dal  Prepaleozoico  all’Eocene  inclusive,  si  hanno  se¬ 
dimenti  metamorfici  e  serpentine  e  varioliti  più  o  meno  lami- 


SERPENTINE  ANTICHE  E  SCISTI 


301 


nate  e  metamorfosate;  e  che  in  prossimità  di  gabbri  e  perido- 
titi  si  hanno  spesso  anfiboliti,  pirosseniti  e  gneiss  alternati  con 
micascisti  e  cloritescisti,  così  da  stabilire  che  rocce  differenti 
per  età  e  composizione  si  sono  trasformate  in  scisti  cristallini 
per  un  metamorfismo  ben  distinto  dal  dinamo-metamorfismo,  de¬ 
finito  dal  Rosenbusch,  nei  suoi  Elemente  cler  Gesteinslehre,  come 
l’insieme  delle  alterazioni  di  composizione  minerale  e  di  strut¬ 
tura  che  si  compiono  nelle  rocce  per  i  processi  orogenetici,  indi¬ 
pendentemente  dai  confini  con  rocce  eruttive. 

I  depositi  metamorfosati  al  contatto  con  rocce  eruttive,  in 
luogo  dunque  di  connettersi  direttamente  a  metamorfismo,  per 
dirla  col  Milch,  di  dislocazione  e  di  carico,  sono  —  com’ènoto  — 
dovuti  a  cause  agenti  localmente  e  differiscono  infine  dagli  or¬ 
toscisti  per  una  differente  struttura  e  per  la  mancanza  di  un’or¬ 
dinata  successione  nella  formazione  dei  componenti.  I  gas  e  i 
vapori,  che  accompagnano  le  emissioni  magmatiche,  sono  con¬ 
siderati  agenti  mineralizzatori  di  potere  chimico  considerevole, 
ed  è  da  ritenersi  che,  in  favorevoli  condizioni  di  calore  e  pres 
sione,  le  sostanze  in  soluzione  possano  chimicamente  reagire  e 
dare  origine  a  nuovi  minerali. 

II  metamorfismo  di  contatto  si  limita  anche  a  Campo  Li¬ 
gure  ai  bordi  delle  rocce  eruttive  e  i  suoi  prodotti  hanno  quella 
particolare  struttura  microscopica  pavimentosa  e  fogliettata,  che 
Sauer  e  Salomon  osservarono  per  primi  designandola  appunto 
struttura  di  contatto.  In  analogia  a  quanto  si  riscontra  nei  pro¬ 
dotti  di  metamorfismo  regionale,  in  queste  formazioni  di  Campo 
Ligure  non  apparisce  una  chiara  orientazione  degli  elementi 
come  nei  tipici  scisti  cristallini  dell’antica  litologia,  ma  sib- 
bene  quella  tessitura  scistosa  che  Becke  e  Grubenmann  dissero 
di  cristallizzazione  e  che  nel  caso  nostro  si  mostra  principal¬ 
mente  generata  da  mica,  antibolo  e  talco  di  chiara  apparenza 
lamellare.  Ma  il  fenomeno  di  contatto  vi  è  poi  nettamente  pro¬ 
vato  anche  dalla  formazione  di  minerali  caratteristici,  come 
actinoto,  muscovite,  clorite,  andalusite,  chiastolite,  zoisite,  epi¬ 
doto,  rutilo,  granato  e  dalla  frequente  micro-implicazione  fra 
quarzo  e  mica  e  di  questi  stessi  negli  altri  individui  cristallini 
che  spiccano  sulla  minuta  miscela  quarzoso-feldispatica  o  anche 
sul  semplice  mosaico  quarzoso. 


20 


302 


A.  MARTELLI 


Se  però  la  formazione  degli  scisti  a  contatto  delle  serpen¬ 
tine  ha  in  gran  parte  fornito  gli  elementi  per  i  nuovi  minerali 
ed  ha  consentito  la  coordinazione  dei  propri  costituenti  nelle 
forme  determinate  dalle  azioni  di  contatto,  non  si  può  escludere 
che  il  materiale  oggi  serpentinoso  non  abbia  cooperato  all’ap¬ 
porto  di  sostanze  per  altri  elementi,  come  ad  esempio  il  talco, 
la  cui  origine  appare  qui  strettamente  connessa  con  le  serpen 
tine.  Per  altro,  la  mancanza  di  biotite,  di  tormalina  e  l’estrema 
deficienza  di  apatite  e  di  altri  minerali  verosimilmente  dovuti 
ad  azioni  pneumatolitiche  e  che  si  riscontrano  invece  in  rocce 
di  contatto  con  i  graniti,  proverebbe  in  certo  modo  che  l’emis¬ 
sione  del  magma  basico  non  fosse  stata  accompagnata  da  quelle 
emanazioni  fluoro-bori  fere,  che  purè  avrebbero  seguito  la  con¬ 
solidazione  di  magmi  molto  più  acidi. 

Il  Lacroix,  studiando  le  formazioni  di  contatto  che  in  ta¬ 
lune  località  dei  Pirenei  si  hanno  con  grosse  intrusioni  di  lher 
zolite  fra  calcari,  marne  e  arenarie  del  Lias,  avrebbe  consta 
tato  anche  l’intervento  energico  di  azioni  pneumatolitiche  per 
l’abbondante  sviluppo  di  tormalina  e  apatite,  mentre  gli  scisti 
calcari  feri  e  arenacei  di  Campo  Ligure  a  contatto  con  le  ser 
pentine  risulterebbero  —  come  abbiamo  già  veduto  - —  solo  mo¬ 
dificati,  rispetto  alia  costituzione,  con  produzioni  di  muscovite, 
talco,  quarzo,  magnetite,  antibolo,  pirosseno,  feldispato,  andalu- 
site,  zoisite,  epidoto,  rutilo,  granato,  scarsa  apatite  e  tracce  gra¬ 
fitiche  nell’andalusite  (chiastolite).  La  mancanza  di  prodotti  cor 
dieritici  ricchi  di  allumina  e  magnesia  e  tanto  comuni  nelle 
rocce  di  contatto,  sembra  in  queste  di  Campo  Ligure  compensata 
dalla  coesistenza  di  andalusite  e  di  talco. 

Aggiungo  infine  che  tanto  le  antiboli  ti,  quanto  gli  altri  scisti 
metamorfizzati  vennero  qui  descritti  sotto  la  denominazione  pro¬ 
pria  delle  rocce  con  analoga  composizione  mineralogica,  anche 
per  seguire  il  Weinschenk,  il  quale  considera  propriamente  come 
tipi  scistosi  di  facies  normale  i  prodotti  del  metamorfismo  di 
contatto  in  sedimenti  per  opera  di  materiale  eruttivo  e  di  agenti 
mineralizzatovi,  senza  cooperazione  essenziale  di  quei  processi 
geo-dinamici,  che  l’Autore  ammette  invece  su  più  larga  scala 
per  la  facies  alpina  degli  scisti  cristallini. 

[ms.  pres.  16  giugno  -  ult.  bozze  14  ott.  1912]. 


Boll.  Soc.  Geol.  Ital.  Voi.  XXXI  (1912), 


(A.  MARTELLI)  Tav.  IX. 


6 


eliot  gai  zoiani  a  h hhauio -  vn* n 


OSSERVAZIONI  GEOLOGICHE  NEL  DESERTO  ARABICO 


Nota  dell’ing.  E.  Cortese 
(Tav.  X,  XI,  XII) 


Il  deserto  arabico  è  uno  dei  tanti  Sahara  africani. 

Il  nome  di  Sahara  è  generale  e  vuol  dire  deserto;  il  corso 
del  Nilo  nella  parte  che  attraversa  l’Alto  Egitto  è  compreso 
fra  due  Sahara,  il  deserto  libico  ad  ovest  e  quello  arabico  ad 
est,  cioè  fra  il  Nilo  ed  il  Mar  Rosso  L 

Fra  i  due  deserti,  il  Nilo  mette  la  striscia  di  terreno  col¬ 
tivabile,  e  tale  per  essere  inondata  dal  fiume,  in  inverno,  o 
irrigata  artificialmente.  Questa  striscia  è  veramente  verde,  come 
è  sempre  segnata  nelle  carte,  tra  il  gennaio  e  la  fine  di  marzo. 
Per  togliere  la  minor  superficie  possibile  alla  parte  coltivabile, 
persino  i  villaggi,  quando  è  possibile,  sono  costruiti  fuori  della 
zona  di  cultura,  specialmente  quando  essa  è  stretta,  e  quindi  sulla 
prima  zona  desertica. 

Infatti,  non  si  vede  transizione  o  passaggio  graduale  ;  là  dove 
finisce  la  irrigabilità  comincia  assolutamente  la  forma  desertica, 
colle  sabbie  giallastre,  se  si  tratta  di  zona  pianeggiante,  colle 
pendici  o  i  dirupi  spogli  di  vegetazione  come  quelle,  se  le  col¬ 
line  vengono  a  toccare  col  loro  piede  la  cultura.  E  negli  an¬ 
fratti  e  i  dirupi  di  quelle  colline  si  nascondono  a  centinaia  le 


1  La  denominazione  deserto  di  Sahara  sarebbe  come  dire  in  Inghil¬ 
terra  il  campo  di  field,  o  in  Germania  il  displuvio  di  vassersheide,  ed  as¬ 
somiglia  ai  nomi  di  Mongibello,  Linguaglossa,  Forza  d’Agro,  creati  col- 
l'accoppiamento  di  due  denominazioni  della  stessa  cosa,  una  italiana  e 
l’altra  araba  o  greca. 


304 


E.  CORTESE 


iene,  a  migliaia  gli  sciacalli,  pronti  a  predare  i  gallinacei  o 
gli  ovini  che  stanno  intorno  ai  villaggi,  o  ad  alimentarsi  coi 
resti  dei  pasti  dei  fellahs,  o  meglio  colle  numerose  carogne  di 
asini  o  di  caramelli,  che  giornalmente  sono  disponibili  in  di¬ 
screta  quantità. 

Specialmente  nel  tratto  fra  Edfu  e  Chena,  la  vallata,  più 
o  meno  ampia,  mostra  ai  due  lati  delle  colline  tabulari,  sui 
cui  fianchi  gli  strati  ricorrono  quasi  assolutamente  orizzontali. 

La  geologia  della  regione  sembra  assai  facile,  ed  effettiva¬ 
mente  non  è  difficile. 

Ma  il  percorso  che  io  ho  fatto  mi  ha  portato  ad  attraver¬ 
sare  il  deserto,  partendo  da  Chena,  per  andare  a  finire  a  Cosseir, 
che  fu  porto  importante,  sul  Mar  Rosso. 

L’apertura  del  Canale  di  Suez  ha  ridotto  Cosseir  ad  un  mi¬ 
serabile  villaggio,  nel  cui  bel  porto  arrivano  due  o  tre  sambuchi 
alla  settimana  dall’Arabia.  Al  principio  della  guerra  italo-turca, 
Cosseir  aveva  un  poco  guadagnato  dal  contrabbando  di  guerra 
che  vi  facevano  i  turchi,  ad  onta  del  lungo  percorso  che  i  ma¬ 
teriali  dovevano  fare,  attraverso  il  deserto  arabico,  il  Nilo  ed 
il  deserto  libico,  per  arrivare  in  Cirenaica. 

Le  azioni  delle  nostre  navi  nel  Mar  Rosso  hanno  troncato 
subito  questo  contrabbando,  e  Cosseir  è  ripiombata  nel  suo  stato 
di  abbandono  e  di  desolazione. 

Nel  percorso,  mi  sono  fermato  molti  giorni  a  studiare  una 
serie  di  colline,  parallele  al  Nilo,  sul  loro  rovescio,  cioè  dalla 
parte  orientale  completamente  desertica;  altri  molti  giorni  a 
studiare  un  gruppo  montuoso  presso  il  Mar  Rosso;  due  giorni 
a  studiare  una  cospicua  montagna  intermedia.  Lungo  tutta  la 
traversata  poi,  per  quanto  me  lo  hanno  permesso  le  esigenze 
del  viaggio  colla  carovana  di  cammelli,  ho  fatto  osservazioni. 

Ho  raccolto  campioni  di  rocce  e  fossili  :  tutto  ho  mandato 
all’Istituto  geologico  di  Palermo,  al  prof.  Di  Stefano,  che  ha 
determinato  sopratutto  i  fossili,  ed  è  dietro  le  sue  determina¬ 
zioni  che  io  posso  citare  qui  i  fossili  caratteristici  di  quei  ter¬ 
reni,  e  che  ho  potuto  confermare  in  massima  parte,  in  qualche 
parte  correggere,  le  denominazioni  da  me  date  a  qualche  sot¬ 
topiano  geologico. 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO  305 

La  serie  stratigrafica  da  me  determinata  viene  però,  esatta¬ 
mente,  a  concordare  colle  indicazioni  paleontologiche  L 

Darò  prima  una  descrizione  sommaria  delle  rocce  e  dei  ter¬ 
reni  veduti,  e  poi  dirò  in  modo  particolare  dei  gruppi  special- 
mente  studiati.  Le  denominazioni  si  riferiscono  ad  uno  schizzo 
alla  scala  al  1:  1.000.000  qui  intercalato,  tolto  da  una  mia 
breve  nota  geologica  (v.  Bollettino  della  Società  Geografica  Ita¬ 
liana,  fase.  2,  1912,  pag.  143-165). 

Il  displuvio  è  segnato  in  modo  appariscente,  ed  esso  passa 
sulla  vetta  di  un  monte  detto  Gebel  Meetig  (1130m  sul  mare) 
al  cui  piede  passa,  appunto,  la  carovaniera  da  me  seguita. 

Il  terreno  più  antico,  veramente  X arcaico,  si  presenta  a  circa 
15  chilometri  più  ad  ovest  del  displuvio;  è  micascisto  caratteri¬ 
stico,  il  quale  passa,  si  può  dire,  gradatamente  alle  filladi;  lo 
si  vede  bene  presso  Bir  Seyala;  è  accompagnato  da  bei  gra¬ 
niti  tonalitici  ed  attraversato  da  grandi  masse  di  granito  giallo¬ 
roseo,  oltre  che  da  dicche  importantissime  di  porfido  rosso. 

Le  fìlladi  sono  scisti  lucenti,  con  parti  di  vero  talcoscisto  e 
concentrazioni  di  talco;  passano  a  scisti  serpentinosi,  e  conten¬ 
gono  grandi  masse  di  serpentina  di  color  verde-scuro. 

Le  vere  filladi  sono  attraversate  da  fìloncelli  di  quarzo 
latteo,  al  solito,  ma  specialmente  da  filoni  di  porfido  quarzifero 
rosso,  con  olivina,  e  da  filoni  di  microgranulite. 

L’insieme  di  questi  scisti  antichi  ricorda  assolutamente  la 
Calabria  od  il  Messinese,  sia  come  micascisti,  sia  come  scisti 
lucenti  o  scisti  serpentinosi,  ed  ancora  più  grande  è  l’identità 
se  si  considerano  le  roccie  incluse,  in  masse  o  in  filoni,  ed  il  modo 
come  vi  sono  distribuite  e  disposte,  cioè:  tonaliti,  graniti,  mi- 
crogranuliti,  porfidi,  serpentine.  È  del  resto  quello  che  si  ha  in 

1  Devo  qui  ringraziare  in  modo  speciale  il  prof.  Di  Stefano,  che  ha 
messo  in  questo  lavoro  un  interessamento  più  che  amichevole  ;  spero 
che  egli  possa,  da  conto  suo,  fare  un  lavoro  importante  sul  materiale 
che  gli  ho  portato,  e  che  meglio  ancora  potremo  fare  in  seguito  se, 
come  pare,  io  dovrò  fare  un  nuovo  viaggio,  con  più  lungo  soggiorno,  in 
quelle  regioni.  Il  suo  lavoro  preliminare  è  già  pubblicato  fra  i  Rendiconti 
dell’Accademia  dei  Lincei  col  titolo:  Intorno  ad  alcune  faune  cretacee 
del  deserto  arabico. 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO 


307 


Eritrea,  al  Madagascar,  nell’America  centrale,  insomma  dovunque 
appaiono  queste  rocce. 

Continuando  più  ad  est,  neH’Uadi  Abu  Zeran,  appaiono 
masse  di  diabasi  che  sono  anch’esse,  e  come  nelle  altre  regioni 
sopracitate,  collegate  colle  filladi  ;  esse  sono  grigie,  verdicce  ed 
anche  violacee.  Si  trovano  anche  masse  di  quella  roccia  siliceo 
feldspatica,  che  fu  chiamata,  con  comoda  denominazione  felsite, 
e  di  cui  si  vedono  abbondanti  mauifestazioni  nelle  filladi  dei 
dintorni  di  Taormina. 

Le  rocce  stesse  imprimono  al  paesaggio  un  carattere  iden¬ 
tico  a  quello  delle  regioni  calabresi,  dove  esse  dominano.  Pre¬ 
scindiamo  dal  fatto  che  in  Calabria,  più  o  meno  vicini  alle  rocce, 
si  vedono  alberi  e  piante  verdeggianti,  mentre  qui  non  ve¬ 
diamo  nulla  del  genere;  ma  all’infuori  di  ciò,  le  alte  valli  di 
quegli  uadi  assomigliano  straordinariamente  a  quelle  delle  fiu¬ 
mare  di  Bagaladi  o  di  Nicastro,  al  Savuto,  al  Corace,  e  ad 
altre  molte  della  Calabria  o  della  provincia  di  Messina. 

I  fianchi  delle  montagne  sono  sventrati  dalle  frane,  solcati 
profondamente  dalle  erosioni,  ed  enormi  coni  di  deiezione  si 
stendono  dalle  gole  di  incisione  verso  il  letto  dell’ uadi  o 
fiumara. 

Non  pensando  che  siano  in  una  regione  dove,  si  può  dire, 
non  piove  mai,  vien  fatto  di  pensare  che  ogni  anno,  alla  sta¬ 
gione  voluta,  acquazzoni  violenti  e  pioggie  torrenziali  precipi¬ 
tino  grandi  masse  di  acqua  su  quelle  montagne,  e  vedendo 
queste  prive  di  vegetazione,  vien  fatto  di  pensare  che  sia  naturale 
questo  loro  disfacimento  in  frane,  scoscendimenti  e  coni  di 
deiezione,  aualogamente  a  ciò  che  il  diboscamento  ha  causato 
in  Calabria  e  nel  Messinese. 

Invece,  in  quella  regione,  non  cadono  più  pioggie  torren¬ 
ziali  non  solo,  ma  nemmeno  piccole  pioggie,  si  può  dire,  dal¬ 
l’epoca  pleistocenica  o  quaternaria  ! 

La  fisionomia  del  terreno  è  rimasta  immutata;  diremmo  mum¬ 
mificata  se  la  mummia  conservasse  così  bene  i  lineamenti  della 
persona  morta.  Qui  sono  sparite  le  piante,  le  erbe  e  la  vita, 
ma  il  suolo  è  rimasto  tale  e  quale  lo  ha  lasciato  l’ultimo 
acquazzone  quaternario  ;  meno  forse  qualche  grattatura  fatta  dal 
vento. 


308 


E.  CORTESE 


È  cosa  interessantissima  che  non  si  può  vedere  che  nel 
deserto. 

Le  filladi  a  filoncelli  di  quarzo  sono  antiche,  e  sono  infatti 
collegate  ai  micascisti  ;  possono  essere  arcaiche,  e  potrebbero 
anche  essere  algonchiane,  certo  corrispondono  a  quelle  che  nella 
carta  geologica  d’Italia  abbiamo  considerate  come  arcaiche. 
Come  queste  contengono  gli  scisti  serpentinosi  e  masse  di  ser¬ 
pentine.  Di  queste  ultime  ne  abbiamo  anche  presso  a  Bir  el 
Fuachir,  dopo  il  quale,  andando  verso  il  displuvio,  si  hanno 
considerevoli  masse,  allungate  da  ONO  verso  ENE,  di  granito 
giallo-rosato,  come  quello  che  vediamo  in  molti  monumenti  egizi. 
Anzi  qui  vediamo  ancora  le  tracce  delle  escavazioni,  colle  im¬ 
pronte  lasciate  dai  cunei,  piantati  in  lunghe  file  per  staccare 
grossi  blocchi,  ancora  freschissime  come  se  il  pezzo  staccato  fosse 
stato  asportato  un  anno  fa. 

Al  punto  in  cui  la  carovaniera  di  Bir  el  Sid  si  separa  da 
quella  che  io  ho  seguito,  si  vedono  dei  veri  conglomerati  for¬ 
mati  con  elementi  di  micascisti  e  di  filladi  lucenti,  e  sul  con¬ 
trafforte  appaiono  scisti  molto  meno  cristallini  e  lucenti,  i  quali 
sono  certamente  più  giovani  di  quelle  e  potrebbero  rappresen¬ 
tare  essi  l’algonchiano,  a  meno  che  non  sieno  molto  più  recenti, 
pur  restando  nel  periodo  paleozoico. 

Dall’altra  parte  del  gruppo  serpentinoso  e  filladico  del  Bir 
el  Fuachir,  verso  ovest,  abbiamo  altri  conglomerati  formati  con 
pezzi  di  granito,  porfido,  serpentine,  epidotite,  anfìboliti,  quarzo 
bianco,  e  cementati  con  un  cemento  siliceo.  Nelle  carte  inglesi 
sono  indicati  come  breccia  verde  antico,  ma  non  hanno  niente 
del  ben  conosciuto  marmo  di  questo  nome;  sono  durissimi;  li¬ 
sciati  darebbero  certamente  una  bella  pietra,  ma  assai  dura  a 
lavorare. 

Credo  che  questo  sia  un  conglomerato  di  contatto,  parago¬ 
nabile  e  corrispondente  al  precedente.  In  questo,  i  pezzi  di  gra¬ 
nito  sono  ben  arrotondati;  gli  altri  elementi  un  po’  meno;  nel¬ 
l’altro,  trattandosi  di  frammenti  di  rocce  scistose,  i  pezzi  sono 
più  irregolari. 

A  questa  breccia  segue  una  roccia  afanitica,  nera,  a  grana 
uniforme,  suscettibile  di  pulimento,  di  cui  gli  Egizi  si  sono  lar¬ 
gamente  serviti  per  i  loro  sarcofaghi  ed  in  molti  monumenti. 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO  309 

Coperchi  di  sarcofaghi  sbozzati,  si  trovano  presso  ai  Bir  Ham- 
mamat,  abbandonati  là  da  varie  migliaia  d’anni;  nel  vallone 
omonimo,  le  pareti  furono  lisciate  e  importanti  inscrizioni,  lar¬ 
ghe  da  0,80  a  1  metro  e  alte  anche  più  di  due,  ben  inqua¬ 
drate  dalla  solita  linea,  sono  là  perfettamente  leggibili  benché, 
come  esse  stesse  lo  attestano,  abbiano  circa  5000  anni  di  età. 
Belativamente  come  grana,  se  non  come  colore,  assomiglia  molto 
alla  così  detta  Pietra  del  Roia,  e  potrebbe  essere  della  stessa 
epoca  geologica. 

Questa  bella  pietra  passa  ai  conglomerati  di  base  con  un 
tipo  in  cui  la  pasta  nera  si  vede  granulata  con  fini  frammenti 
ovoidali,  verdastri,  violacei  o  biancastri,  provenienti  da  rocce 
preesistenti.  Sono  splendide  brecciuole,  suscettibili  di  prendere 
un  bel  pulimento,  e  da  cui  si  possono  ricavare  belle  pietre. 

In  qualche  cosa  queste  rocce  ricordano  alcune  rocce  devo¬ 
niane  inglesi,  e  anche  una  zona  di  età  incerta,  che  abbiamo  al 
monte  Consolino  di  Stilo,  in  Calabria,  appena  sopra  alle  fìlladi, 
e  sotto  al  cretaceo  L 

Rocce  più  recenti  devono  essere  gli  scisti  che  si  trovano 
scendendo  per  l’Uadi  Hammamat  fino  al  suo  sbocco  neH’Uadi 
Mueh.  Sono  verdi,  violacei,  nerastri;  assomigliano  a  quelli  che 
stanno  in  Calabria  fra  Intavolata,  Guardia  Piemontese,  Fuscaldo, 
Fagnano;  meglio  ancora  a  quelli  della  valle  del  Vermenagna, 
fra  Limone  e  Vernante,  in  provincia  di  Cuneo. 

Rocce  analoghe  a  queste  si  trovano  sul  versante  orientale, 
nel  gruppo  di  Gebel  Nakheil,  e  là  sono  sovrapposte  alle  dia¬ 
basi.  In  questa  parte,  veramente,  le  rocce  nere  sembrano  raela- 
firi,  ed  assomigliano  a  quelli  del  Tirolo. 

Riassumendo,  di  queste  rocce  sembrano  devoniane  alcune, 
altre  sembrano  permiane;  certo  sono  separate  dalle  rocce  più 
antiche  (micascisti,  filladi,  con  masse  di  serpentina  ed  espan¬ 
sioni  di  diabase,  di  tonalite,  grandi  masse  allungate  di  granito, 
filoni  di  granulite  e  di  bei  porfidi)  e  al  contatto  vi  è  un  con¬ 
glomerato.  Sono  paleozoiche,  ma  di  età  incerta. 


1  Quella  zona  calabrese  sarebbe  devoniana  se  tosse  vero  che  ivi  tu 
trovato  quel  Phacops  laevis,  che  il  Montagna  asserì  avervi  rinvenuto  e 
come  tale  è  nel  Museo  geologico  dell’Università  di  Napoli. 


310 


E.  CORTESE 


Il  terreno  che  segue  immediatamente  a  queste  rocce  antiche, 
ma  di  età  incerta,  è  il  cretaceo  superiore,  rappresentato  dal 
senoniano.  Nelle  regioni  da  me  visitate,  e  nella  traversata,  non 
ho  potuto  vedere  nessun  altro  rappresentante  di  periodi  primari 
o  secondari. 

Il  membro  inferiore  della  serie  senoniana  sarebbe  l’arenaria 
giallo-rossastra,  veramente  color  salmone,  che  gli  inglesi  chia¬ 
mano  col  nome  generico  di  nubian  sandstone  e  che,  dalle  carte 
geologiche  che  esistono,  pare  che  abbia  una  importanza  straor¬ 
dinaria,  a  giudicare  dalle  estensioni  che  ricopre,  secondo  quelle. 

L’arenaria  della  Nubia  poggia  indifferentemente  sulle  filladi 
lucenti,  sulle  diabasi,  sugli  scisti  violacei  e  verdi,  o  sulle  rocce 
afanitiche,  e  direttamente.  In  un  punto  solo,  presso  Bir  el  Ingliz, 
mi  fu  dato  di  vedere  un  conglomerato  di  contatto,  ad  elementi 
di  grossezza  molto  diversa,  ma  in  genere  assai  grossi,  irrego¬ 
larissimo,  che  sembra  piuttosto  un  deposito  locale,  ma  che  è 
certamente  costituito  di  materiali  derivanti  dalle  rocce  più  an¬ 
tiche,  malamente  tenuti  insieme  da  un  cemento  arenaceo. 

Dato  l’enorme  distacco  di  età,  che  esiste  fra  le  arenarie  e 
le  rocce  sottostanti,  un  conglomerato  dovrebbe  sempre  esistere 
alla  base  di  quelle;  invece  quasi  dovunque,  anche  dove  coro¬ 
nano  in  masse  isolate  le  filladi  o  gli  altri  scisti  etle  diabasi, 
la  sovrapposizione  è  netta,  senza  intermediario  deposito  di  contatto. 

L’arenaria,  esposta  all’aria,  prende  un  colore  bruno-nerastro, 
ma  dove  si  ha  qualche  scoscendimento,  o  dove  per  lo  sgreto¬ 
lamento  naturale  il  vento  ne  sommuove  o  ne  accumula  le  sabbie, 
si  vede  chiaro  il  simpaticissimo  colore,  simile  a  quello  della 
carne  di  salmone. 

L’arenaria  è  in  banchi  regolari,  ma  da  vicino  si  scorge  in 
questi  la  falsa  stratificazione  dei  depositi  estuarmi  o  littoranei 
come  la  nostra  panchina  postpliocenica. 

Alcuni  strati  sono  sforacchiati,  altri  presentano  delle  con¬ 
centrazioni  ferro-manganesifere,  ed  arrivano  allora  ad  assumere 
una  bella  tinta  violacea. 

Per  queste  particolarità,  ricorda  l’arenaria  oligocenica  della 
Sicilia  o  dell’estrema  Calabria.  Per  la  tenuità  della  sabbia,  ed 
il  modo  come  si  comporta  e  si  disgrega,  sotto  il  colpo  del  mar¬ 
tello,  come  pure  per  la  disposizione  delle  sabbie  in  stratifica- 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO 


311 


zione  obliqua  rispetto  alla  vera,  questa  arenaria  ricorda  quelle 
estuarine,  giurassiche  dell’Yorkshire. 

Non  mi  fu  dato  rinvenire  fossili,  per  quanto  abbia  cercato 
minutamente  nelle  vaste  distese  incontrate.  Zittel,  Fraas,  Blan- 
kenhorn,  in  altre  località,  hanno  trovato  delle  intercalazioni 
argillose,  entro  alle  arenarie,  ed  in  quelle  delle  ostree  cretacee. 

In  uno  schizzo  geologico  di  una  parte  della  regione  da  me 
visitata,  pubblicato  dal  Survey  Departement  di  Egitto,  come 
Sheet  III  (3°  foglio)  in  scala  di  1  :  100.000,  è  segnato,  presso 
Bir  el  Ingliz,  una  località  ove  si  troverebbero:  Lybicoceras  e 
grossi  nautili.  Benché  abbia  dovuto  passare  di  là  un  po’  in 
fretta,  non  mi  fu  dato  vedere  alcuno  di  questi  fossili. 

In  ogni  modo,  il  «  nubian  sandstone  »  è  ascritto  al  Turo- 
nìano  o  al  Cenomaniano  dai  suddetti  geologi  che  vi  hanno  rin¬ 
venuto  fossili.  Non  sempre  è  in  perfetta  concordanza  colla  serie 
che  ad  esso  si  sovrappone,  ma  però  lo  è  qualche  volta;  certo 
va  considerato,  almeno  per  ora,  come  cretaceo. 

Nelle  carte  geologiche  dell’Egitto,  in  scala  di  1:  1.000.000 
o  1 :  2.000.000  nella  serie  dei  colori,  il  «  nubian  sandstone  »  c 
messo  immediatamente  prima  degli  scisti  e  delle  varie  rocce 
cristalline,  e  dopo  ai  gessi,  di  cui  vedremo  in  seguito  l’età,  al¬ 
meno  per  quelli  da  me  incontrati.  Certamente  è  segnato  come 
più  antico  del  Cenomaniano,  di  cui  sono  segnate  delle  strisele, 
in  parti  del  deserto  che  io  non  ho  visitato. 

Nel  citato  3°  foglio  (Sheet  111)  queste  arenarie  sono  messe 
sotto  al  Senoniano.  Come  abbiamo  detto,  i  tre  geologi  che  vi 
hanno  rinvenuto  fossili  non  le  ritengono  più  antiche  del  Turo- 
niano,  o  tutto  al  più,  del  Cenomaniano. 

Alcuni  geologi  propenderebbero  per  ritenerle  più  antiche  *, 
e  forse  devoniane.  A  me  non  è  occorso  di  incontrare  arenarie 
che  possano  dividersi  in  due  zone  di  epoca  così  diversa.  Nella 
zona  da  me  percorsa,  esse  sono  certamente  inferiori  al  Seno- 


1  Blanckenhorn  M.,  Neues  zur  Geologie  und  Palàontologie  Aegyptens 
(Zeitschrift  (ter  deutsch.  geol.  Gesellscliaft  52°,  1900),  cita  dei  tossili  tro¬ 
vati  da  Walther  nel  deserto  arabico,  e  perciò  pone  la  parte  inferiore  nel 
carbonifero,  mentre  la  parte  superiore,  va  dal  Cenomaniano  al  Seno¬ 
niano  inferiore. 


312 


E.  CORTESE 


niano  medio,  ma  certamente  non  più  antiche  del  Ginrese,  pro¬ 
babilmente  del  Senoniano  inferiore,  o  del  Turoniano. 

Alle  arenarie  giallo-rossastre,  si  sovrappone  una  serie  asso¬ 
lutamente  senoniana,  di  cui  si  possono  distinguere  varii  membri 
che  vanno  tino  al  più  alto  Damano,  che  si  fonde,  si  può  dire, 
col  sovrastante  eocene  ;  le  possiamo  quindi  considerare  come 
del  Santoniano.  La  serie  più  completa  si  può  avere  al  Gebel 
Duwi. 

Il  membro  più  basso,  riposante  direttamente  sul  «  nubian 
sandstone  »,  è  un  banco  durissimo,  di  un  bianco  smagliante, 
costituito  interamente  da  gusci  di  ostree,  fortemente  cementate 
da  calcare  contenente  frammenti  di  altri  fossili. 

Il  banco  ha  lo  spessore  di  10  metri  circa,  e  si  vede  bene 
andando  da  Bir  el  Ingliz  verso  il  Mar  Rosso,  dove  l’uadi  ha 
secato  per  400  metri  di  altezza  la  montagna  aprendo  il  suo 
corso  attraverso  ad  uno  squarcio  che  ha  più  di  un  chilometro  di 
larghezza.  L’alveo  è  formato  da  detriti,  che  hanno  certamente 
un  forte  spessore;  ed  attualmente,  questo  fiume  impetuoso  e 
ricco  di  acqua,  scolo  forse  di  un  bacino  lacustre  che  era  a  po¬ 
nente,  è  ridotto  ad  un  asciutto  letto  di  uadi,  nel  quale  non 
scorre  tanta  acqua  da  dissetare  un  gatto! 

Il  banco  di  ostree  è  formato  da  gusci  di  Ostrea  (Alectryonia) 
Villei.  Coq.  sp.  e  di  0.  lìenoui  Coq.  sp.,  ma  con  enorme  pre¬ 
dominio  della  prima. 

Sarebbe  il  vero  rappresentante  del  Senoniano  medio  o  Cam- 
paniano,  al  quale  succederebbe  il  Senoniano  superiore,  o  Mae- 
strichtiano  tipico,  interessantissimo  perchè  contiene  la  zona  a 
fosfati  che  è  già  e  diventerà  sempre  più  di  grande  interesse 
non  solo  in  Egitto,  ma  anche  in  Tripolitania,  per  la  esistenza 
di  ricchi  banchi  di  fosfato  tricalcico. 

Alla  base  del  Maestrichtiano,  abbiamo  degli  scisti  grigio¬ 
scuri,  lucenti,  marnosi,  scagliosi,  che  si  separano  in  fini  lamine, 
e  delle  marne  verdiccie,  granulose.  In  queste  specialmente,  ma 
anche  negli  scisti,  si  vedono  delle  fenditure,  costituenti  un  re¬ 
ticolato,  ripiene  di  un  materiale  bianco,  che  si  vede  bene  anche 
da  lontano,  perchè  le  venature  bianche,  irregolari,  spiccano  sul 
colore  verde-grigiastro  delle  pendici.  Alle  volte,  specialmente 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO 


313 


lungo  il  Nilo,  fra  le  marne  verdastre  si  ha  una  zona  di  marne 
più  dure  di  color  verdastro. 

Quella  materia  bianca  pare  sia  un  sale  nitroso;  infatti  non 
ha  il  sapore  amaro  del  solfato  magnesiaco,  nè  ha  quello  astrin¬ 
gente  del  solfato  alluminoso-sodico  (allume)  ;  è  semplicemente 
un  po’  acidetta. 

Dove  la  marna  grigia,  o  anche  lo  scisto  laminato  scaglioso, 
sono  molto  venati,  quasi  imbevuti  da  questo  materiale,  diven¬ 
gono  più  argillosi,  ed  il  materiale  è  chiamato,  infatti,  taf! a 
dagli  indigeni,  denominazione  che  indica,  più  o  meno,  terra  o 
terra  grassa. 

I  coltivatori  della  zona  nilotica  vengono  a  cercare  la  tafla 
anche  a  due  giornate  di  cammino  nel  deserto,  e  le  carovane 
che  vengono  scariche  o  poco  cariche  dal  Mar  Rosso,  ne  cari¬ 
cano  anche  nel  versante  orientale  del  deserto.  La  tafla  viene 
depositata  in  terra  e  si  lascia  esposta  al  sole  per  dei  mesi  (non 
vi  è  pericolo  che  le  acque  piovane  ne  asportino  i  nitrati  con¬ 
tenuti!)  e  poi  sparsa  sul  terreno,  come  concime,  appena  ritirata 
la  inondazione  del  Nilo,  o  prima  di  fare  le  irrigazioni  artificiali, 
nella  parte  dove  l’inondazione  non  arriva.  Pare  che  funzioni  come 
un  eccellente  concime,  specialmente  per  le  leguminose,  special- 
mente  per  ghelban  (lupinella)  e  le  veccie,  che  vengono  larga¬ 
mente  coltivate  per  foraggio,  o  per  le  lenticchie,  che  sono  di 
eccellente  qualità  e  costituiscono  una  specialità  dei  prodotti  agri¬ 
coli  della  regione  sia  per  l’esportazione,  sia  come  base  dell’ali¬ 
mentazione  indigena. 

La  virtù  concimante  di  questo  materiale  deve  venire  da  com¬ 
posti  azotati,  che  contiene;  non  può  venirle  da  fosfato  conte¬ 
nuto,  perchè  il  fosfato  tricalcico  è  insolubile  nell’acqua  e  inas¬ 
similabile  dalle  piante.  Nessuna  causa  può  rendere  acida  l’acqua 
che  potrebbe,  in  caso  di  qualche  pioggia,  filtrare  attraverso  i 
fosfati  superiori,  sciogliendoli  in  parte,  per  ridepositarli  allo 
stato  di  fosfati  acidi  assimilabili  rielle  fenditure  delle  marne 
sottostanti.  Nè  scariche  elettriche  accompagnanti  acque  tempo¬ 
ralesche,  nè  succhi  acidi  di  radici  di  piante,  possono  aversi  nel 
deserto,  per  rendere  acide  le  acque  filtranti  e  dar  loro  l’acidità 
voluta  per  sciogliere  il  fosfato  tricalcico. 


314 


E.  CORTESE 


Gli  scisti  laminati  scagliosi  stanno  alla  base  di  questa  zona 
inferiore  del  Maestrichtiano;  le  marne  verdi  presentano  delle 
intercalazioni  di  arenarie  marnose  dure,  in  strati  più  o  meno 
duri,  che  da  lontano  sembrano  formarne  uno  solo,  e  fra  questi 
uno  cospicuo,  di  8  metri  di  spessore. 

Mentre  negli  scisti  e  nelle  arenarie  non  mi  fu  dato  rinve¬ 
nire  fossili,  in  questi  strati  duri  si  trovano  gusci  di  ostree  (0. 
Viìlei  Coq.  sp.)  ed  abbondantissimi  modelli  di  lamelli branchi 
specialmente  di  Nudila ,  Astarte,  Corbis,  Lucina ,  Cardita,  poco 
determinabili  perche  allo  stato  di  modelli.  Sopra  a  questo  insieme 
si  ha  la  zona  dei  fosfati,  la  quale  è  più  o  meno  completa  e  po¬ 
tente,  e  pare  anzi  incatenarsi  cogli  strati  duri  suddetti  che  stanno 
alla  parte  superiore  delle  marne. 

Questa  zona  ha  grande  importanza  industriale  per  la  ric¬ 
chezza  in  fosfati  minerali,  ma  anche  una  scientifica  per  la  ric¬ 
chezza  in  fossili  che  hanno  i  banchi  arenacei,  calcari  o  siliciz¬ 
zati,  connessi  ai  fosfati,  mentre  in  questi  sono  abbondantissimi 
i  denti  e  qualche  volta  anche  le  ossa,  che  si  frantumano  ap¬ 
pena  toccate,  di  pesci. 

I  fossili  principali  raccolti  in  questa  zona  sono  : 

Alectryona  Viìlei  Coq.  sp. 

Gryphaea  vescicularis  Link.  sp. 

Exogyra  Overwegi  v.  Buch.  sp.  (esemplari  piccoli). 

Trigonoarca  multidentata  Newton. 

Boudereia  auressensis  Coq.  sp.,  K.  Drui  Mun.  Chalm. 

Cardita  Lybica  Zittel. 

Crassa  telici  Zitteli  Wan. 

Protocardia  biseriata  Courad. 

Cyprina  Barroisi  Coq. 

Cytherea  cfr.  Bliolfsi  Dam. 

insieme  a  moltissimi  altri  fossili  allo  stato  di  modelli,  apparte¬ 
nenti  ai  generi  :  Nucula,  Astarte,  Corbis,  Lucina,  Cardita ,  ecc. 

Dovunque  si  trovano  i  denti  delle  seguenti  specie  di  pesci  : 

Ancistrodon  lybicum  Dames. 

Corax  pristoclontus  Ag. 

Lamna  biauriculata  Ag. 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO 


315 


Le  Trigonoarca  sono  abbondanti,  grossissime,  formano  dei 
veri  banchi,  dai  quali  però  è  difficilissimo  ricavare  degli  esem¬ 
plari  completi,  perchè  il  guscio  si  rompe  facilmente.  Meglio  si 
ricavano  le  Roudereie.  La  Boudereia  Brut  è  specie  che  il  Di  Ste¬ 
fano  metterebbe  piuttosto  nel  Daniano  ;  è  meno  abbondante  della 
Trigonoarca  che  lo  Zittel  ascrive  al  Daniano  ed  il  Blanckenhorn 
al  Campaniano. 

Cadendo  d’accordo  coi  geologi  inglesi  che  hanno  fatto  la 
carta  geologica  generale  d’Egitto,  io  ho  ascritto  la  zona  dei  fo¬ 
sfati  al  Senoniano. 

Per  i  fossili  raccolti  dunque,  si  tratterebbe  di  Senoniano  su¬ 
periore,  o  di  Daniano  inferiore,  ed  il  Di  Stefano  consiglia  di 
metterla  come  rappresentante  del  Maestrichtiano,  separandola 
da  quanto  viene  di  seguito,  e  che  sarebbe  il  Daniano  vero. 

Sopra  alla  zona  fosfatica  abbiamo  dei  calcari  marnosi  a  no¬ 
duli  di  selce,  in  due  livelli,  separati  da  un  grosso  banco  di 
15  a  20  metri  di  altezza,  formato  da  marne  dure,  sabbiose,  a 
sfraterei  li  L 

I  calcari  marnosi  sono  bianchissimi,  specialmente  nella  zona 
inferiore  che  è  più  potente,  e  ricordano  assolutamente  la  White 
chalk  inglese,  di  cui  rappresenterebbe  il  livello,  o  anche  la 
craie  bianche  à  silex,  del  bacino  parigino,  la  quale  sarebbe  forse 
un  poco  più  antica,  ma  di  poco.  In  essa  zona  si  vedono  però 
tre  bei  banchi  di  calcare  rosso,  marmoreo,  che  potrebbe  dare 
benissimo  del  bel  marmo  levigato,  oltre  a  varii  strati  di  calcari 
marmorei  bianchi. 

Qualche  straterello  duro  è  zeppo  di  fossili,  fra  cui  dei  pic¬ 
coli  echini. 

La  zona  superiore  di  calcari  a  noduli  di  selce  contiene, 
essa  pure,  fra  gli  strati  marnosi,  qualche  strato  di  calcare  duro. 

Le  selci  sono  in  noduli  o  in  liste  irregolari;  all’esterno  sem¬ 
brano  nere;  se  si  rompono  mostrano  colori  varii,  dal  bianca- 


1  Nella  regione  lungo  il  Nilo,  in  escursioni  fatte  durante  la  pubbli¬ 
cazione  di  questa  nota,  ho  veduto  dei  calcari  sforacchiati  dai  litodomi, 
esattamente  corrispondenti  alla  zona  immediatamente  sovrastante  ai 
fosfati. 


316 


E.  CORTESE 


stro  al  grigio,  giallastro  o  rosato;  anche  la  superfìcie  di  rot¬ 
tura,  esposta  all’aria,  dopo  un  certo  tempo  diventa  nera. 

Al  disopra  della  seconda  zona  di  calcari  marnosi  con  selci, 
si  ha  un  altro  banco,  più  potente  del  precedente  (20  a  25  m.) 
di  marne  dure,  a  sfraterei  li,  indi  una  potente  zona  di  marne 
più  o  meno  silicee,  e  sopra  queste  alcuni  banchi  di  calcare  du¬ 
rissimo,  forse  silicizzato  in  parte,  e  zeppo  di  fossili,  difficilissimi 
ad  estrarsi. 

Abbondantissimi  sono  i  modelli  di  turritelle,  e  anche  le  ru- 
diste;  probabilmente  vi  sono  i  generi  Aprìcardia  e  Badiolites, 
qualche  echino  ed  altri  fossili. 

In  tutta  questa  serie  daniana,  i  fossili  determinabili  raccolti 
sono  : 

Terebratida  carnea  Sow. 

Pecten  farafrensis  Zittel. 

Gryphaea  vescicularis  Link. 

Inoceramus  sp.  aff. 

I.  Balticus  Bochrn. 

Spondylus  Dutempleanus  d’Ors. 

Lucina  dachelensis  dan. 

Cardita  libyca  Zittel. 

Turritella  sp. 

Certamente,  chi  andasse  là  espressamente  per  raccogliere 
fossili,  con  tutti  gli  arnesi  opportuni,  farebbe  una  mèsse  ben 
ricca  di  specie  e  di  individui  ;  meglio  di  quello  che  non  ho 
potuto  far  io,  che  andava  in  quei  luoghi  per  scopi  ben  diversi. 

Certo  questa  fauna  che  si  avvicina,  nella  parte  superiore, 
a  quella  eocenica,  rappresenta,  specialmente  per  i  calcari  duri 
più  alti,  l’ultima  età  del  cretaceo. 

Così  termina  la  serie  cretacea,  e  dovrebbe  principiare  quella 
eocenica;  ma  questa,  a  dir  vero,  non  è  mai  stata  trovata  da 
me  ben  rappresentata  da  calcari  a  grosse  nummuliti,  come  si 
hanno  in  Tunisia,  immediatamente  sopra  i  fosfati. 

Dove  si  trova  l’Eocene  in  concordanza  completa  col  Daniano 
superiore,  esso  è  rappresentato  da  marne  e  diaspri,  diversi  però 
dalle  nostre  ftaniti,  e  solo  qualche  straterello  più  calcare  mo¬ 
stra  delle  piccole  nummuliti. 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO  317 

Dove  invece  l’Eocene  si  trova  direttamente  sulla  zona  fosfa 
tiferà,  è  rappresentato  da  un  calcare  ceruleo,  durissimo,  discor¬ 
dante  su  quella,  e  nummulitico,  ma  con  piccolissime  num- 
muliti  L 

L’Eocene,  almeno  nella  parte  da  me  visitata,  è  dunque  scar¬ 
samente  rappresentato. 

Nella  serie  geologica  vista  nel  mio  viaggio,  si  ha  poi  un 
altro  salto  brusco,  e  si  arriva  direttamente  al  piano  pontico  (mio- 
pliocene)  senza  che  mi  sia  stato  possibile  vedere  altri  rappre¬ 
sentanti  dell’Eocene,  o  un  qualunque  indizio  di  depositi  mio¬ 
cenici. 

Il  primo  rappresentante  è  un  conglomerato  a  ciottoli  ton¬ 
deggianti,  ma  di  diversissime  dimensioni,  a  strati  relativamente 
regolari.  Sarebbe  il  vero  conglomerato  di  contatto,  del  quale 
abbiamo  anche  qualche  esempio  nella  parte  NE  di  Sicilia  ed  in 
Calabria.  In  Egitto  però  sta  assolutamente  alla  base  della  for¬ 
mazione  gessosa. 

Sopra  al  conglomerato  segue  una  serie  di  strati  calcari  sfo¬ 
racchiati,  con  gesso,  che  starebbero  a  rappresentare  i  nostri 
calcari  solfiferi,  sui  quali  si  sovrappongono  poi  delle  marne  for¬ 
temente  colorate  in  rosso  e  in  violetto,  che  passano  superior¬ 
mente  a  marne  più  dure  e  scure  di  colore. 

Sopra  a  queste,  una  zona  di  marne  bianche,  e  poi  una  al¬ 
ternanza  assai  irregolare,  di  marne  gessifere  e  banchi  di  gesso. 
I  gessi  sono  spesso  cristallini,  e  si  trova  la  vera  selenite  a  ferro 
di  lancia;  più  comune  l’aspetto  a  «  pied  d’alouette  »  nella  parte 
inferiore  della  zona. 

Nella  parte  superiore,  invece  di  gesso,  si  ha  d eWanidrite, 
talvolta  sotto  forma  di  roccia  bianca,  dura,  tal’ altra,  di  roccia 
bianca  tenerissima,  pulverulenta.  Non  è  da  escludere  che  possa 
rappresentare  il  pliocene  inferiore. 

Segue  a  questa  un’arenaria  assai  bella,  in  grossi  strati  re¬ 
golari  di  color  giallo-chiaro,  a  granelli  quarzosi,  non  molto 
dura,  ma  neanche  tenera,  la  quale  forma  una  striscia  lungo  il 
mare,  senza  scendere  fino  alla  costa.  Essa  ricopre  le  ultime 

1  Nella  regione  lungo  il  Nilo  si  trovano  piccolissimi  lembi  di  calcari 
a  piccole  nummuliti,  con  altri  fossili  che  ho  raccolto  nell’agosto  ultimo, 
e  di  cui  il  prof.  Di  Stefano  farà  a  suo  tempo  lo  studio. 


21 


318 


E.  CORTESE 


falde  delle  pendici  costituite  dalla  formazione  gessifera  ;  e  mentre 
le  marne  con  gessi  alternanti  pendono  verso  il  mare  di  18°  o 
20°  a  NE  o  ENE,  le  arenarie  pendono  solo  di  12°,  in  discreta 
concordanza. 

Data  la  posizione  stratigrafica,  le  analogie  litologiche,  credo 
di  poter  riferire  quest’arenaria  al  pliocene  superiore.  Anche  qui, 
disgraziatamente,  avendo  dovuto  recarmi  rapidamente  alla  costa 
del  Mar  Rosso,  non  ho  potuto  trattenermi  a  ricercare  fossili, 
ciò  che  mi  avrebbe  attardato  nel  cammino.  Nutro  fiducia  di 
poter  dedicare  maggior  tempo  in  un  mio  nuovo  viaggio  in  quelle 
regioni,  e  che  così  potrò  trovare  gli  strati  fossiliferi  pliocenici. 

Qualche  lembo  di  calcare  corallino  recente  si  trova  qua  e 
là  sopra  a  questa  striscia  terziaria  prossima  al  mare,  ma  tanto 
sulla  formazione  gessifera  che  sulle  arenarie  giallastre. 

Abbiamo  poi  i  terreni  alluvionali  degli  alvei  (uadi)  o  della 
spiaggia  o  le  scogliere  madreporiche  lungo  la  costa. 

A  Bir  Ambaghi,  come  diremo  poi,  le  acque  tiepide,  calca¬ 
rifere,  che  vi  sorgono,  formano  una  specie  di  travertino  sab¬ 
bioso,  tenero,  che  è  formazione  assolutamente  contemporanea, 
ancora  in  corso. 

Data  così  la  serie  completa  dei  terreni  osservati,  dobbiamo 
riconoscere  che  vi  è  un  hiatus  enorme  fra  le  rocce  massiccie, 
arcaiche  e  paleozoiche,  prive  di  fossili,  e  le  prime  formazioni 
stratificate.  Non  solo  da  quello  che  io  ho  veduto,  ma  anche  da 
quanto  è  segnato  sulle  carte  geologiche  inglesi,  si  salterebbe 
subito  al  Cretaceo. 

Nelle  carte  inglesi  veramente  si  trova  indicato  il  Cenoma- 
niano,  e  sotto  a  questo  il  «  nubian  sandstoue  »  di  età  non  definita. 

Nella  mia  serie  si  salterebbe  dalle  rocce  massiccie  arcaiche 
al  Senoniano,  rappresentato  da: 

Arenarie  giallo-rossastre  con  conglomerati  alla  base  (nubian 
sandstone)  =  Santoniano  (?). 

Banco  ad  Ostrea  Villei  =  Campaniano. 

Scisti  laminati  scagliosi  =  marne  verdiccie  ==  zona  dei  fo¬ 
sfati  =  Maestri  chtiano. 

Calcari  a  selci,  calcari  marmorei,  marne  sabbiose  dure,  marne, 
calcari  duri,  ecc.  =  Daniano  vero. 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO 


319 


alla  qual  serie  seguirebbero  un  membro  o  due,  a  rappresentare 
l’Eocene. 

Si  avrebbe  poi  un  altro  hiatus,  e  si  arriverebbe  al  piano 
pontico ,  e  poi  al  Pliocene  (inferiore  (?)  e  superiore),  cui  seguono 
terreni  alluvionali  o  recenti. 

Il  Postpliocene  non  è  rappresentato  in  nessun  modo.  Era 
forse  già  emerso  l’Egitto,  ed  è  rimasto  cosi,  durante  l’epoca  gla¬ 
ciale,  che  vi  si  è  fatta  seutire  soltanto  con  pioggie  torrenziali, 
come  se  fosse  una  terra  vicina  ai  tropici?  La  cosa  è  molto  in¬ 
teressante  e  concorderebbe  colla  mia  idea  sullo  spostamento  dei 
poli  sulla  Terra,  e  che  all’epoca  glaciale  uno  di  essi  era  pros¬ 
simo  alle  Al  pi,  come  l’altro  non  era  lontano  dalla  Nuova  Zelanda. 

Nelle  varie  regioni  visitate,  la  serie  cretacea  e  terziaria  de¬ 
scritta  non  è  sempre  costantemente  e  completamente  rappre¬ 
sentata. 

I.  —  Lungo  la  destra  del  Nilo,  da  Sibaia  (Sebaieh)  a  Cuft. 

Le  colline  tabulari  sono  un  po’  lontane  dal  liume,  e  lungo 
la  zona  di  coltura  si  hanno  le  propaggini  di  queste,  rappre¬ 
sentate  da  collinette  basse  in  cui  si  vedono  gli  scisti  laminati 
a  scaglie  lustre,  le  marne  verdiccie  (con  poca  tafla),  qualche 
banco  di  fosfato,  colle  arenarie  marnose  o  calcarifere  alternanti, 
zeppi  di  fossili  in  frammenti.  Yi  raccolsi  soltanto  una  Cardita, 
e  numerosissimi  denti  di  pesce. 

Nei  fosfati  si  trovano  dei  noduli  duri,  completamente  sili¬ 
cizzati,  a  differenza  dei  fosfati  tunisini  o  algerini,  in  cui  i  no¬ 
duli  sono  proprio  di  selce  piromaca,  nera,  come  quelli  della 
craie  bianche;  qui  i  noduli  sono  veramente  concentrazioni  di  si¬ 
lice  nel  banco  fosfatifero,  di  cui  conservano  tutte  le  particolarità 
di  forma,  per  cui  sembrano  veramente  dei  torroni  di  mandorle 
e  nocciuole,  cementate  con  zucchero  bruciato. 

Questi  nuclei  sono  frequenti  presso  la  stazione  di  Sibaia,  ma 
non  si  trovano  più  nei  fosfati  che  stanno  presso  e  dietro  ai  vil¬ 
laggi  di  Sciarauna  el  Ghibli  (Sciarauna  a  monte)  e  Sciarauna 
el  Bahri  (Sciarauna  a  mare,  ossia  a  valle). 

I  banchi  pendono  prima  di  15°  ad  E-30°-N,  ma  poi  si  rial¬ 
zano  e  pendono  a  S-O. 


320 


E.  CORTESE 


II.  —  Colline  parallele  al  Nilo. 

Dalla  stazione  di  Cuft  (Qift),  si  entra  nell’ Dadi  Matula,  e 
girando  a  destra,  sotto  al  piede  di  Gebel  el  Gurn,  si  prendono 
a  rovescio  le  colline  di  Gebel  Agula,  Gebel  Hagaza,  che  costi¬ 
tuiscono  una  serie  di  colline  tabulari  sulla  destra  della  grande 
vallata  nilotica. 

Il  profilo  normale  di  una  di  quelle  colline  (Gebel  Agula) 
è  dato  dalla  fig.  1  (tav.  X)  ed  è  quello  presentato  dalle  pendici 
che  scendono  alla  pianura  desertica,  che  non  è  altro  che  un 
insieme  di  vastissimi  letti  di  torrenti.  Si  comprende  che  le  acque 
torrenziali  abbiano,  al  loro  tempo,  agevolmente  distrutto  quelle 
formazioni  di  calcari  e  marne,  sabbiosi  o  siliciferi,  non  duri  e 
facili  a  sgretolarsi. 

Attualmente  il  grande  asciuttore  agevola  questo  sgretola¬ 
mento;  gli  affioramenti  dei  grossi  strati  sono  ridotti  ad  un  accu¬ 
mulo  di  massi  più  o  meno  grandi  che  poi  scendono  lungo  la 
pendice,  per  cui  lungo  i  più  piccoli  solchi  i  fianchi  delle  col¬ 
line  ne  sono  cosparsi.  Con  un  buon  colpo  di  mazza,  si  mandano 
in  frantumi  dei  metri  cubi  di  roccia.  La  pioggia  è  rarissima 
e  mai  abbondante;  raramente  il  letto  di  un  uadi  è  percorso  da 
una  corrente  d’acqua  e,  al  caso,  questa  si  genera  e  sparisce  in 
poco  tratto  di  cammino,  senza  aver  mai  la  forza  di  rotolare  un 
sasso.  La  sola  traccia  di  una  piena  è  data  da  una  vernicia¬ 
tura  argillosa,  quasi  lucida,  nell’alveo. 

La  parte  superiore  pianeggiante  delle  colline  è  cosparsa 
di  frammenti,  neri  di  fuori,  e  che  rotti  mostrano  di  esser  for¬ 
mati  da  piromaca  di  vario  colore,  ma  chiaro.  Si  direbbe  che 
sono  stati  gettati  dall’uomo,  perchè  formano  uno  strato  continuo, 
ma  dello  spessore  di  un  solo  frammento.  Evidentemente  sono 
le  silici  della  zona  a  calcari  marnosi  con  liste  e  noduli  di  selce; 
ma  tutta  la  formazione  è  sparita,  e  sono  rimasti,  come  testi¬ 
monio,  soltanto  i  pezzi  di  selce. 

Qua  e  là,  talora  in  piccoli  lembi  orizzontali,  più  spesso 
in  lembi  di  stratificazioni  discordanti  e  sensibilmente  indi- 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO  321 

nate,  si  trova  il  calcare  ceruleo,  duro,  simile  a  macigno,  num- 
mulitico. 

Sono  i  soli  rappresentanti  di  quelle  enormi  estensioni  di 
eocene  inferiore  (Lower  eocene)  di  cui  gli  inglesi,  nelle  loro  carte 
geologiche,  hanno  ricoperto  tutto  il  deserto  libico,  gran  parte 
di  quello  arabico,  e  quasi  tutto  l’Egitto. 

I  banchi  hanno  una  leggiera  pendenza  a  nord-est  ed  est, 
per  cui  sul  Gebel  Hagaza  si  hanno  i  fosfati  inferiori  solamente, 
e  sul  Gebel  Agula  anche  i  superiori.  Nel  profilo  dato  per  Gebel 
Agula,  bisogna  considerare  che  i  fosfati  inferiori  mancano  in 
gran  parte,  e  sono  sostituiti  dagli  strati  compresi  fra  le  marne 
verdi  ed  i  fosfati  superiori. 

A  Gebel  Agula  si  ha  una  alternanza  di  fosfati  con  calcari 
arenacei  o  silicei,  pieni  di  fossili,  e  specialmente  lamellibranchi 
(Ostree,  Pecten)  di  cui  un  banco  molto  ricco  sta  alla  parte  su¬ 
periore  di  tutta  la  serie  in  vista. 

Sotto  a  questa  alternanza,  si  ha  una  zona  di  marne  listate 
a  righe  bianche  e  gialle,  a  pasta  unita,  che  sembrano  i  trubi 
di  Sicilia,  all’infuori  del  color  giallo,  che  quelli  non  hanno  mai. 
Questa  fascia,  regolarmente  listata,  accompagna  sempre  i  fo¬ 
sfati,  e  sta  fra  quelli  inferiori,  che  furono  chiamati  da  noi 
gialli,  e  quelli  più  grigi,  che  vi  stanno  sopra,  e  che  non  sono 
i  più  alti  perchè,  come  vedremo,  sopra  ad  essi  vi  è  ancora 
un’altra  zona  di  strati  fosfatici,  che  furono  detti  bianchi,  e  qui 
non  compaiono. 

Le  marne  listate  hanno  spessore  variabile  da  4,40  a  2,75. 

A  Gebel  Agula,  dunque,  si  trova  specialmente  :  un  grosso 
banco,  irregolare,  di  fosfato,  alto  2,50;  sotto  a  questo  poca 
marna  dura  e  poi  uno  strato  di  fosfato  regolare,  di  1  metro  a  1,25 
di  spessore;  sotto  ancora  una  alternanza  di  marne  e  straterelli 
di  fosfato,  e  finalmente  le  marne  listate. 

Con  qualche  saggio,  si  è  rinvenuto  anche  un  banco  di  fo¬ 
sfato  sotto  alle  marne  listate;  ma  generalmente  domina  un’al¬ 
ternanza  di  marne  e  arenarie  calcareo-marnose,  fossilifere,  con 
pochissimi  fosfati.  Nelle  arenarie  calcaree  che  stanno  coi  fosfati 
e  specialmente  subito  sotto  alle  marne  listate,  si  trovano  abbon¬ 
dantissime  le  Trigonoarca,  le  Roudereia  ed  i  modelli  di  più 
piccoli  lamellibranchi. 


322 


E.  COKTBSE 


A  Gebel  Hagaza,  abbiamo  solamente  i  fosfati,  in  varii  banchi 
più  o  meno  grossi;  all’affioramento  si  vede: 


Marne  listate  — 

Fosfato . 1,20  a  1,45 

Marne  tenere . 0,10  a  0,35 

Calcare  a  lamellibranchi  .  .  .  0,60 

Fosfato . 0,40 

Marne  tenere . 0,30 

Marlin  dure . 0,30 

Fosfato  duro  e  roccia  calcarea  .  0,65 

Marne  miste  a  fosfato  ....  — 


La  serie  che  si  è  trovata  in  varii  pozzi  di  saggio  non  è  sempre 
tale.  Colla  fìg.  2  (tav.  X)  ho  rappresentato  più  o  meno  l’insieme 
della  zona  fosfatica  inferiore  di  Gebel  Hagaza.  Le  marne  verdi 
inferiori  contengono  ancora  il  grosso  banco  di  marne  dure  se¬ 
gnato  nel  profilo  di  Gebel  Agii  la. 

Al  piede  di  tutte  le  colline,  abbiamo  le  marne  verdi  con 
una  discreta  quantità  di  tafla ,  e  appariscono  anche  gli  scisti 
laminati  scagliosi,  meno  compenetrati  da  questa. 

Il  Gebel  Gurn  è  più  a  nord  di  Gebel  Agula,  anzi  a  NNO, 
e  presenta  lo  stesso  fosfato,  superiore  alle  marne  listate. 

Sull’altipiano  si  trova  in  lembi  frequenti,  ma  limitatissimi, 
il  calcare  ceruleo  (macigno  pochissimo  sabbioso)  che  rappre¬ 
senta  forse  l’Eocene  inferiore  \  Le  carte  inglesi  mettono  tutta  la 
montagna  nel  lower  eocene. 

Andando  per  l’Uadi  Matula,  verso  Bir  Legheita,  a  9  chilo¬ 
metri  ad  est  di  G.  Agula,  la  strada  passa  fra  due  collinette,  e 
su  queste  e  sulla  strada  passa  uno  strato  di  fosfato  abbastanza 
buono;  altri  affioramenti  di  fosfati  meno  buoni  si  trovano  dopo 
Bir  Legheita,  ossia  a  più  di  16  chilometri  di  Agula. 

Saranno  i  fosfati  superiori  ;  tuttavia  a  questa  distanza,  anche 
colla  piccola  pendenza  riconosciuta  ad  Agula,  verso  E  e  NE, 


1  Oltre  al  calcare  a  piccole  nuramuliti,  bianco,  citato  più  sopra,  e 
che  non  si  trova  che  in  piccoli  lembi,  lnngo  il  Nilo. 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO 


323 


non  si  dovrebbero  più  trovare  i  fosfati.  Probabilmente  sono  ri¬ 
portati  in  alto  da  una  faglia,  che  corre  circa  NS,  passando  qui, 
fra  G.  Agula  e  Bir  Legheita. 


111.  —  Gebel  Duwi  (o.  G.  Um  Hammad). 

Quando  da  Bir  Seyala  si  cambia  direzione  colla  carovaniera, 
per  dirigersi  ad  est,  si  vede  apparire  una  lunga  cresta  mon¬ 
tuosa,  lunga  circa  50  chilometri,  diretta  da  NO  a  SE,  alla  quale 
ci  si  avvicina  poco  a  poco.  Ma  la  maestosità  della  montagna 
non  si  apprezza  fino  a  che  non  si  esce  da  una  gola,  tagliata 
entro  alle  fìlladi  e  alle  diabasi,  tortuosa  a  forma  di  S,  dalla 
quale  si  sbocca  nelPUadi  Abu  Zeran. 

Allora  si  riconosce  già  che  la  montagna  ha  due  tagli,  che 
lasciano  in  mezzo  una  cresta  lunga  25  centimetri,  foggiata  come 
un  enorme  bastione  fortificato. 

Il  fianco  volto  a  SO  mostra  regolarissimi  gli  affioramenti 
degli  strati,  che  corrono  orizzontali,  regolarissimi,  di  colore 
biancastro  o  giallastro.  La  cresta  è  costituita  da  stratificazioni 
brune  che,  per  essere  minute,  sembrano  da  lontano  una  terra 
argillosa  smossa;  è  tagliata,  ad  intervalli  regolari,  da  valichi, 
che  passano  sopra  agli  ultimi  strati  sottostanti  immediatamente 
a  questa  zona  bruna,  e  nell’insieme  ci  dà  l’idea  di  una  enorme 
batteria. 

Ci  si  attende  di  veder  apparire  nei  valichi  le  bocche  dei 
cannoni  a  difesa  della  fortezza,  tanto  la  forma  della  montagna 
è  suggestionante. 

L’Uadi  Abu  Zeran  scorre  ancora  nel  piccol  tratto  fra  le  dia¬ 
basi  e  le  filladi,  poi  fra  le  diabasi  e  le  arenarie  giallo-rossa¬ 
stre,  finalmente  in  queste  completamente,  avvicinandosi  così, 
col  suo  andamento  verso  E-15°-S,  al  piede  della  montagna. 
Da  questo  lato,  essa  appare  inaccessibile  ;  la  pendice  è  ripidis¬ 
sima,  ma  vi  si  vedono  delle  fasce  completamente  tagliate  a 
picco. 

Vi  sono  però  degli  scoscendimenti  che  coprono  questi  muri 
verticali,  qua  e  là,  con  scarpate  di  detriti  sciolti;  sarebbe 
quindi  possibile  dare  la  scalata  da  questa  parte.  Ho  preferito 


324 


E.  CORTESE 


far  la  salita  dal  versante  NE,  e  discendere  da  questa  parte;  cosa, 
quest’ultirua,  che  è  pur  sempre  malagevole,  ed  in  alcuni  punti, 
se  non  si  trova  una  successione  negli  scoscendimenti,  anche 
pericolosa  per  i  dirupi  verticali  che  si  presentano  sotto  ai  piedi. 

L’ascesa  invece,  da  qualunque  solco  della  montagna,  è  facilis¬ 
sima  dalla  parte  NE,  perchè  tutti  gli  strati  pendono  a  NE  e 
quindi  la  salita  si  compie  come  sopra  una  scala  a  lunghi  gradini 
inclinati. 

Dal  piede  occidentale  della  montagna  la  pendenza  degli 
strati  non  si  può  apprezzare  e,  come  è  detto  sopra,  si  intuisce  che 
la  pendenza  è  nel  senso  ora  detto,  ma  gli  affioramenti  sono 
esattamente  orizzontali. 

Il  «  nubian  sandstone  »,  in  mezzo  a  cui  scorre  la  strada, 
mostra  una  pendenza  di  16°  a  NE. 

All’incontro  dell’U.  Abu  Zeran  coll’U.  Beida,  si  ha  un  gran 
bacino,  in  cui  sono  delle  piccole  collinette  di  quel  conglomerato 
che  ho  descritto,  come  esistente  alla  base  delle  arenarie,  e  in¬ 
fatti  alla  base  delle  collinette,  e  tutto  intorno  al  gran  bacino, 
verso  SO,  abbiamo  filladi  e  diabasi. 

Fatta  la  sosta  normale  a  Bir  el  Ingliz  per  abbeverare  e 
riposare  i  cammelli,  si  prende  il  cammino  esattamente  diretto 
a  levante,  e  poco  dopo  si  trova  lo  squarcio  che  ha  separato  il 
vero  Gebel  Duwi,  da  un  residuo  di  esso  rimasto  a  SE  L 

Questo  squarcio,  di  cui  ho  parlato  avanti,  è  veramente  in¬ 
teressante  e  per  il  viaggiatore  sorprendente  per  la  sua  maestosa 
ampiezza  e  l’altezza  delle  sue  pareti,  quasi  verticali. 

Dai  due  lati  si  vede  affiorare  il  bellissimo  banco,  di  un 
bianco  smagliante,  formato  da  gusci  completi  di  0.  Villei.  Ben¬ 
ché  esso  sia  durissimo,  e  tutti  gli  altri  fossili  sieno  rotti,  di 
quella  Ostrea  si  possono  invece  benissimo  ricavare  individui 
completi,  colle  due  valve  unite. 

Il  banco  pende,  come  le  arenarie  su  cui  riposa,  di  15°  o  16° 
a  NE,  quindi  si  immerge,  rapidamente  dalle  due  parti,  nelle 
sabbie  del  letto  dell’uadi. 

1  L'altro  squarcio  è  a  27  chilometri  più  a  NO  e  fu  aperto  daU’Uadi 
Sodmein  in  modo  analogo,  ma  è  meno  maestoso. 


4 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO 


325 


Si  direbbe  che  i  due  uadi  hanno  formato  un  enorme  lago, 
dietro  al  bastione  di  Gebel  Duwi,  e  poi,  lentamente,  lo  hanno 
solcato,  tagliandolo  dall’alto  in  basso,  attraverso  tutta  la  serie 
di  strati  che  lo  costituiscono,  fino  all’altezza  voluta  per  scari¬ 
carsi  in  mare  a  Cosseir.  In  seguito,  il  letto  si  è  riempito  dei 
detriti  alluvionali,  ed  è  arrivato  al  livello  ed  alla  larghezza 
attuale.  D’ora  in  là,  certamente,  non  cambierà  più,  nè  per  rial¬ 
zamento,  nè  per  erosione,  a  meno  che  un  nuovo  cataclisma  tel¬ 
lurico  non  riconduca  i  deserti  ad  una  zona  terrestre  a  regime 
di  pioggie. 

E  la  serie  di  strati  che  fu  secata  dallo  scaricatore  di  quel 
grande  lago,  è  veramente  grande,  perchè  va  dalie  arenarie  dei 
senoniano  inferiore  fino  all’Eocene,  attraverso  tutto  il  Senoniano 
superiore,  ed  il  Daniano  e  quella  zona  di  Eocene  che  abbiamo 
qui.  Si  tratta  di  tutta  la  serie  descritta  avanti,  perchè  il  Gebel 
Duwi  la  presenta  tutta,  in  un  modo  meraviglioso. 

Anzi,  nell’alveo  del  torrente,  presso  alla  sponda  del  varco, 
si  raccolgono  pezzi  di  calcare  nummulitico,  che  non  ho  potuto 
vedere  in  posto  quando  ho  fatto  la  salita  del  monte.  Eviden¬ 
temente  l’Eocene  è,  in  qualche  punto,  rappresentato  più  comple¬ 
tamente  che  là  dove  io  sono  passato,  e  fra  gli  ultimi  strati  da- 
niani,  che  hanno  una  facies  quasi  eocenica,  e  le  marne  dia¬ 
sprigne,  vi  deve  essere  un  calcare  eocenico  rappresentato  dal 
vero  Eocene  inferiore. 

Lo  schizzo  di  carta  geologica  al  1:  100.000  (Sheet  III)  pub¬ 
blicata  dal  Sunvey  Department,  marca  una  frattura,  diretta  NE- 
SO,  proprio  rasente  alla  parete  del  varco,  a  sinistra  di  chi  lo  per¬ 
corre  andando  ad  est,  cioè  al  nord  dello  squarcio;  altra  faglia 
parallela  taglierebbe  a  metà  il  lembo  rimasto  a  destra,  ma  nel 
Gebel  Duwi  poi  se  ne  avrebbero  tre  consecutive,  parallele,  cioè 
sempre  dirette  NE-SO,  a  distanza  media  di  3  chilometri  una 
dall’altra,  che  tagliano  tutta  la  montagna,  oltre  poi  a  due,  più 
lontane  verso  NO,  e  distanti  fra  foro  11  chilometri  che  inte¬ 
resserebbero  solo  una  parte  del  versante  orientale. 

Non  ho  potuto  constatare  la  esistenza  di  questa  frattura;  certo 
è  che  non  riconosco  affatto  la  esistenza  di  quella  lungo  la  pa¬ 
rete  settentrionale  dello  squarcio.  Si  tratta  veramente  di  una 
secatura  fatta  dall’acqua,  non  di  una  parete  di  faglia.  In  ogni 


326 


E.  CORTESE 


modo,  quando  si  osservi  quella  carta,  ogni  fiducia  in  essa  deve 
perdersi. 

Le  filladi  e  diabasi  sono  chiamate  doleriti;  alla  base  della 
montagna  è  segnata  una  sottile  zona  di  Esna  Shales  (scisti  di 
Esna;  Esna  è  una  località  lungo  il  Nilo  dove  sono  antichi 
monumenti  egizi),  che  sta  fra  il  Senoniano,  ed  il  «  nubian  sand- 
stone  »  ;  e  di  Senoniano  anche  è  segnata  una  lunga  striscia,  ma 
non  dove  si  trova. 

Forse  gli  scisti  di  Esna  corrispondono  qui  al  banco  di  Ostrea 
Villei,  cioè  a  quello  che  abbiamo  definito  come  Campaniano. 

Il  resto  della  montagna,  cioè  tutta  la  zona  a  fosfati,  i  cal¬ 
cari  a  noduli  di  selce,  i  calcari  duri,  le  marne,  ecc.  ecc.,  con 
tutti  i  loro  fossili  caratteristici,  tutto  il  Senoniano  superiore  ed 
il  Daniano  insomma,  sono,  insieme  all’Eocene  che  forma  la  cresta, 
inglobati  nel  solito  lower  eocene  =  Eocene  inferiore,  delle  carte 
inglesi  !  Eppure  quella  regione  fu  percorsa,  perchè  si  indica, 
presso  Bir  el  Ingliz,  la  presenza  di  Lybicoceras  e  Nautili,  e  si 
segnano  tante  faglie.  Come  mai  non  furono  veduti  i  fossili  del 
Senoniano  superiore  e  del  Daniano,  e  si  è  potuto  mettere  tutto 
ciò  nell’Eocene  inferiore? 

Appena  passato  il  valico,  si  rientra  nelle  arenarie  giallo- 
rossastre,  e  qui  veramente  occorre  riconoscere  la  esistenza  di 
una  frattura  che  corre  regolarissima  al  piede  nord  orientale  del 
Duwi,  lungo  cui  scorre  il  larghissimo  Uadi  Nakheil. 

Questa  faglia  ho  riconosciuto  benissimo  quando,  provenendo 
dal  gruppo  montagnoso  del  Gebel  Nakheil,  ho  intrapreso  lo 
studio  e  la  salita  di  G.  Duwi.  Essa  è  la  compagna  di  questo 
monte;  corre  come  esso  da  NO  a  SE;  esso  è  costituito  da  una 
parete  di  sollevamento,  lungo  il  fianco  occidentale,  per  cui 
tutto  pende  a  NE,  e  da  una  pendice  regolare  sul  fianco  orien¬ 
tale,  che  va  a  cozzare  contro  il  piano  verticale  della  lunga  frat¬ 
tura,  al  di  là  della  quale  si  rialza  il  «nubian  sandstone  »  ini 
provvisamente. 

La  serie  di  terreni  che  si  trova  nel  Duwi  ha  una  pendenza 
che  va  dai  15°  o  16°  dello  strato  campaniano,  a  20°  per  i 
calcari  a  liste  e  noduli  di  selce,  per  ridiscendere  a  18°,  per  gli 
strati  daniani  superiori  e  per  quelli  eocenici.  Per  quanto  la 
pendice  orientale  sia  meno  ripida  di  quella  occidentale,  pure 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO 


327 


la  sua  inclinazione  è  superiore  a  quella  degli  strati;  quindi, 
come  ho  detto,  si  ha  davanti  a  se  come  una  enorme  scalinata, 
che  non  sarebbe  comodo  salire  se  non  si  potesse  approfittare 
dei  solchi  formati  dagli  antichi  torrentelli  che  scendevano  dalla 
montagna. 

La  serie  degli  strati  è. segnata  nella  fig.  1,  tav.  XI,  ed  è 
tacile  riconoscervi  quella  completa,  che  abbiamo  dato  nella  parte 
generale. 

All’infuori  dell’avervi  segnato,  per  comodità,  come  costante, 
il  livello  dei  conglomerati  di  base  delle  arenarie  santoniane,  la 
sezione  rappresenta,  si  può  dire,  in  scala  la  montagna  e  la 
sua  base  dalla  parte  occidentale. 

Dalla  parte  orientale  dunque,  in  causa  della  faglia  sopra 
accennata,  tutta  questa  bella  serie  è  interrotta,  e  le  arenarie 
rialzano  la  testa  per  una  lunga  estensione.  Ma  non  per  grande 
larghezza,  che  a  3500  metri  più  avanti,  procedendo  ad  est, 
sulla  carovaniera,  si  trova  un  altro  squarcio,  più  ristretto  sta¬ 
volta,  attraverso  cui  sono  passate  le  acque  riunite  dall’Uadi  Abu 
Zeran-Beida  e  dell’U.  Nakheil,  e  quel  valico  è  aperto  attra¬ 
verso  una  cresta  di  diabasi,  che  corre  anch’essa  lungamente,  da 
NO  a  SE. 

Si  ha  quindi  una  seconda  faglia,  chiarissima  anche  questa, 
e  che  ho  riconosciuto  per  lunghi  tratti  e  in  molti  punti,  verso 
NO;  essa  è  sensibilmente  parallela  alla  prima,  lo  è  ad  altre  di 
cui  diremo  poi.  Quella  direzione  domina  nella  regione,  ed  è  forse 
collegata  colla  direzione  e  colla  forma  allungata  del  Mar  Rosso. 

In  quello  squarcio  avvenuto  nelle  diabasi,  per  forza  di  cor¬ 
rosione  delle  acque  fluviali,  dove  passa  la  frattura,  si  ha  una 
sorgente  di  acqua  calda,  anzi,  veramente,  molte  sorgentelle,  ma 
che  sono  tutte  rappresentanti  di  una  sola. 

Infatti  l’acqua,  leggermente  solfidrica,  deve  contenere  molto 
carbonato  di  calce  ed  altri  sali  in  soluzione,  e  così  ha  costi¬ 
tuito  un  deposito  di  travertino  poco  compatto,  un  poco  sabbioso, 
e  l’acqua  si  disperde  nella  massa  di  questo,  riapparendo  poi 
più  lontano,  tiepida  e  perfino  fresca.  Essa  è  bevibile,  alimenta 
una  piccola  vegetazione,  per  cui  in  questa  limitatissima  oasi 
verdeggiante,  intorno  a  questo  JBir,  detto  Bir  Ambaghi,  vive 


328 


E.  CORTESE 


la  famiglia  del  guardiano  del  pozzo,  non  solo,  ma  un  piccolo 
gregge  ovino. 

L’oasi  non  si  estende  molto,  l’acqua  sparisce  nel  letto  del 
torrente.  Le  diabasi  si  immergono  di  nuovo  sotto  a  terreni  più 
recenti,  ma  non  più  sotto  le  arenarie,  bensì  sotto  a  lembi  di 
zona  fosfatica,  che  vengono  subito  sopraffatti  dalla  formazione 
gessi  fera  di  cui  diremo  poi. 

Resta  così  assodata  la  presenza  di  due  importanti  faglie  pa¬ 
rallele  fra  loro  e  parallele  all’andamento  del  Gebel  Duwi,  e  di 
cui  la  prima  è  intimamente  legata  alla  costituzione  di  quella 
interessantissima  montagna. 


IY.  —  Gruppo  del  Gebel  Nakheil. 

Questo  gruppo  montuoso  è  frastagliatissimo,  ma  però  si  al¬ 
lunga  anch’esso,  se  non  precisamente  come  il  Duwi,  certo  da 
ONO  ad  ESE. 

Nella  parte  orientale  (Gebel  Nakheil  Est),  vi  abbiamo  spe¬ 
cialmente  il  Senoniano,  che  posa  direttamente  sulle  arenarie 
santoniane,  e  queste  direttamente  sulle  fìlladi  con  diabasi.  Manca 
assolutamente  il  livello  campaniano  e  anche  gli  scisti  laminati 
lustrati  ;  d’altro  canto,  mancano  superiormente  i  livelli  del  Seno¬ 
niano  superiore  e  del  Daniano. 

Più  che  per  una  faglia,  per  una  vera  trasgressione  si  passa 
alla  zona  gessifera. 

Nella  parte  cretacea,  i  «  nubian  sandstones  »  sono  interes¬ 
santi  perchè  presentano,  meglio  che  altrove,  gli  strati  colorati 
fortemente  in  violetto  o  in  rosso,  per  concentrazioni  mangane¬ 
sifere  o  ferrifere. 

Più  interessante  è  la  zona  fosfatica,  la  quale  qui  è  comple¬ 
tissima,  come  si  può  vedere  dalla  fìg.  3,  tav.  X,  dove  fu  messa 
appunto  per  raffrontarla  a  quella  delle  colline  del  Nilo. 

Qui  abbiamo  i  fosfati  gialli,  inferiori  alle  marne  listate, 
come  a  Gebel  Hagaza;  quelli  superiori,  meno  variati  forse,  e 
più  che  altro  concentrati  in  uno  o  due  grossi  banchi  superiori 
alle  marne  listate,  come  a  Gebel  Agula,  e  finalmente  i  più  alti, 
cioè  i  fosfati  bianchi. 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO 


329 


I  fosfati  sono  segnati,  nella  sezione,  più  o  meno  in  scala 
nella  successione  e  colle  potenze  come  si  presentano.  È  note¬ 
vole  la  ricorrenza  delle  marne  listate,  fra  i  fosfati  gialli  ed  i 
grigi,  esattamente  come  a  Gebel  Hagaza  ed  a  Gebel  Agula,  e 
quella  delle  marne  verdiccie  che  stabiliscono,  nella  serie  discen¬ 
dente,  la  fine  della  zona  fosfatica,  il  farewell  rock  dei  fosfati. 

Tra  i  fosfati  grigi  e  quelli  bianchi  intercede  una  succes¬ 
sione  di  marne  e  calcari  ;  tra  le  marne  si  hanno  degli  strati 
calcari  completamente  silicizzati,  e  zeppi  di  fossili,  ma  questi 
sono  talmente  deformati  e  spezzati,  che  è  impossibile  farne  una 
raccolta  di  qualche  valore.  Invece  le  due  zone  calcari,  di  cui 
quella  superiore  alta  5  metri  e  quella  più  bassa  di  3  metri,  sono 
zeppi  dei  soliti  fossili  di  cui  abbiamo  dato  la  lista,  special- 
mente  di  Trigonoarca,  Roudereia  e  modelli  di  lamellibranchi,  spe¬ 
cialmente  di  ostree. 

I  denti  di  squalo  sono  specialmente  abbondanti  nei  fosfati 
e  nelle  marne  ad  essi  intercalate. 

Negli  strati  calcari  superiori  sono  intercalati  degli  strate- 
relli  grossi  12  a  15  centimetri,  che  si  dividono  in  poliedri  irre¬ 
golari,  a  spigoli  tondeggianti,  che  danno  l’aspetto  agli  strate- 
relli,  dove  sono  scoperti,  di  pavimenti  a  lastre  di  forma  irre¬ 
golare. 

Prendendo  uno  di  questi  poliedri  e  rompendolo,  si  trova 
che  è  come  una  scatola,  le  cui  pareti  sono  di  calcare  siliciz¬ 
zato,  grigio-scuro,  dello  spessore  di  1  centimetro,  e  l’interno 
contiene  della  polverina  calcarea  tenuissima,  che  non  riempie 
tutto  il  vuoto  della  scatola. 

Siamo  dunque  in  presenza  di  depositi  di  acque  poco  pro¬ 
fonde,  in  cui  avvenivano  anche,  saltuariamente,  dei  depositi  di 
origine  chimica. 

Sopra  alla  formazione  fosfatica,  posa  in  palese  discordanza 
la  serie  gessosa,  come  è  dimostrato  dalla  fìg.  2,  tav.  XI. 

Alle  volte  posa  immediatamente  la  serie  di  gessi  e  calcari, 
come  in  un  piccolo  uadi  a  nord  del  Gebel  Nakheil  Est,  ove  ho 
preso  la  sezione  disegnata.  Invece  dal  punto  dove  appare  la 
bella  sezione  dei  fosfati,  della  fìg.  3,  tav.  X,  appena  valicata 
la  scarpata,  si  incontrano  le  marne  rosse  e  violette.  La  discor¬ 
danza  è  quindi  marcatissima  dovunque.  Però,  dove  la  serie 


330 


E.  CORTESE 


gessifera  è  meno  discordante,  cioè  nell’uadi  che  va  a  Cosseir 
vecchio,  si  vede  benissimo  il  conglomerato  di  contatto,  fatto  di 
ciottoli  arrotondati,  cui  segue  la  serie  dei  gessi  inferiori,  alter¬ 
nanti  con  calcari  bucherellati. 

Anche  da  Bir  Ambaghi,  abbandonando  la  strada  che  va  a 
Cosseir,  per  andare  al  Gebel  Nakheil  Est,  si  passa  in  una  gola 
dove  si  attraversano  in  pieno  gessi  cristallini  (a  ferro  di  lancia) 
gessi  alabastrini  e  saccaroidi,  e  calcari  bucherellati. 

Traccie  minerali  di  solfo  non  mi  fu  dato  vederne. 

Passata  questa  gola,  che  costituisce  un  piccolo  valico  di  un 
displuvio  si  trova  l’uadi  che  va  al  vecchio  Cosseir,  ove  sono 
le  vestigia  di  un  pozzo,  distante  da  quello  5  chilometri,  e  che 
pure  si  dice  fosse  il  pozzo  utilizzato  dagli  abitanti.  Ora  è  asciutto 
e  ripieno.  Scendendo  lungo  l’uadi,  verso  il  mare,  si  vede  la 
serie  delle  marne  colorate,  delle  marne  bianche,  delle  marne  su¬ 
periori  alternanti  coi  gessi,  e  la  bellissima  roccia  (anidrite) 
bianca,  in  grossi  banchi  regolari.  Più  lontano  apparisce  il  Plio¬ 
cene,  come  detto  nella  parte  generale,  rappresentato  dalle  are¬ 
narie  gialle. 

All’incontro  del  piccolo  uadi  che  scorre  al  nord  del  Gebel 
Nakheil  Est,  coll’uadi  che  va  a  Cosseir  vecchio,  si  vede  sulla 
sinistra  una  massa  di  calcare  corallino  recente,  posante  sulle 
marne  gessifere,  e  lo  stesso  abbiamo  ad  est  della  gola  scavata 
nei  gessi,  fra  Bir  Ambaghi  ed  il  Gebel  Nakheil  Est. 

Nella  carta  geologica  inglese  al  1:  100.000  (Sheet  III)  più 
volte  citata,  queste  masse  non  sono  tutte  marcate,  ma  sono  in¬ 
dividuate  con  pleistocene  (raised  coral  reef  =  scogliera  corallina 
sollevata). 

Le  arenarie  giallo-chiare  pendono  di  20°  a  NE  o  ENE; 
ma  non  vanno  ad  immergersi  in  mare,  perchè  invece  presso  al 
mare,  come  a  Cosseir,  si  hanno  i  gessi  e  le  marne  ad  esso  unite, 
oltre  alla  nota  roccia  bianca.  Ciò  vuol  dire  che  il  pliocene  è 
rialzato  verso  il  mare  nell’ultimo  tratto.  Invece  la  predetta  carta 
geologica  lo  marca  tutto  come  deposito  alluvionale  littoraneo  e 
ghiaie  (gravel  and  raised  beach). 

Tutta  la  zona  gessifera  è  marcata  come  «  nubian  sandstone  »  ; 
ma  però  a  monte  di  Cosseir  è  segnata  una  striscia,  col  colore 
del  pleistocene,  su  cui  è  scritto  :  «  prominente  cresta  di  scogliera 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO  331 

corallina,  travertini  ed  argille  salate  ».  Probabilmente  in  quel 
punto  furono  visti  i  gessi,  coi  calcari  bucherellati  e  le  marne 
gessifere,  che  appunto  formano  la  zona  parallela  alla  spiaggia, 
seguita  dal  Pliocene  e  poi,  per  sinclinale,  riappariscono  a  Cos- 
seir.  Ma  le  denominazioni  sono  tutte  male  appropriate.  Argille 
salate  esistono,  ma  nei  pozzini  di  saggio  fattivi  si  è  trovato 
dell’acqua  amarissima  e  contenente  solfato  di  magnesia,  non 
cloruro  di  sodio.  Non  è  ancora  però  ben  accertato  se  non  sieno 
le  marne  verdicce  senoniane;  sembrano  queste,  e  non  quelle 
mio-plioceniche.  Anche  nelPUadi  Nakheil,  presso  all’antico 
campo  romano,  si  ha  una  sorgente  salata,  che  esce  proprio  al 
contatto  fra  le  arenarie  nubiane  e  le  marne  verdicce,  sovrastanti. 

11  Gebel  Nakheil  Ovest  è  la  continuazione,  verso  NNO,  del 
gruppo  montuoso  e,  come  estensione,  è  più  importante  del  pre¬ 
cedente. 

Di  esso  diamo  due  sezioni  alla  tav.  XII. 

La  prima  è  diretta  da  S  a  N,  supposto  che  sia  veduta  da  est. 

Vi  apparisce  tutta  la  serie  cretacea  che  abbiamo  descritto,  e 
non  oserei  escludere  che  vi  fosse  rappresentato,  in  cima  al 
monte,  l’Eocene,  in  modo  analogo  al  G.  Duwi,  di  cui  questa 
montagna  ripete  esattamente  la  successione  stratigrafica  com¬ 
pleta. 

La  seconda  sezione,  diretta  da  SO  a  NE  e  veduta  da  SE, 
taglia  il  G.  Nakheil  Ovest  in  tutta  la  sua  larghezza;  del  monte 
di  cui,  nella  precedente  figura  a  sinistra,  in  questa  è  accennata 
soltanto  a  destra,  la  pendice  meridionale. 

A  sinistra  della  figura  è  indicato  un  piccolo  contrafforte, 
in  cui  la  serie  cretacea  è  compressa  in  una  sinclinale,  mentre 
un  dosso  di  roccie  antiche  separa  il  contrafforte  dal  monte  prin¬ 
cipale,  creando  là  una  anticlinale. 

Le  due-  sezioni,  schizzate  sul  luogo,  rappresentano  bene  l’es¬ 
senza  della  montagna. 

Seguitando  a  SO,  la  linea  della  seconda  sezione,  si  trove¬ 
rebbe  la  frattura  che  va  a  Bir  Ambaghi,  e  che  corre  lungo  la 
valle  delI’Uadi  Nakheil,  lungo  la  sinistra  della  vallata  ;  e  attra¬ 
versata  questa,  la  frattura  che  corre  al  piede  orientale  di  G. 
Duwi,  e  poi  questo  monte,  che  verrebbe  tagliato  in  traverso, 


332 


E.  CONTESE 


come  nella  sezione  (fig.  1,  tav.  XI)  per  andare  a  finire  a  Bir 
el  Ingliz. 

Prolungata  a  N  o  a  NE,  si  ripeterebbe  la  forma  della  prima 
sezione  della  tav.  XII,  si  avrebbe  di  nuovo  un  dosso  di  rocce 
antiche,  che  sarebbe  il  terzo  della  linea,  e  poi  rieomincerebbe, 
verso  mare,  la  serie  cretacea,  mio-pliocenica,  pliocenica,  più  o 
meno  regolare. 

In  questa  regione  del  Gebel  Nakheil  Ovest,  vi  sono  piccole 
fratture  col  solito  andamento,  ma  non  cospicue  come  le  due 
che  racchiudono  la  vallata  dell’Uadi  omonimo,  rigettando  le 
diabasi  contro  le  arenarie  santoniane  e  le  arenarie  contro  il 
calcare  a  noduli  di  selce  (Gebel  Duwi)  del  Senoniano  supe¬ 
riore. 

Le  rocce  antiche  sono  sempre  e  prevalentemente  rappresen¬ 
tate  da  filladi  e  diabasi,  intercalate  in  masse;  ma  in  questa 
parte  del  G.  Nakheil,  si  vedono  delle  rocce  a  pasta  nera  con 
cristalli  di  feldspato  visibili,  che  assomigliano  a  melafiri.  Sono 
bellissime  rocce,  che  però  non  possono  dirsi  arcaiche  come  le 
filladi  e  le  diabasi.  Sembra  che  siano  eruzioni  avvenute  attra¬ 
verso  a  queste,  e  potrei  anche  dichiararlo  se  lo  stato  di  disgre 
gazione  delle  rocce,  là  dove  sono  passato,  non  mi  avesse  im¬ 
pedito  di  veder  bene  la  forma  di  dicchi  di  intrusione. 

Probabilmente  sono  queste  rocce  che  col  nome  di  doleriti 
sono  segnate  nella  carta  con  colore  difficilmente  distinguibile 
da  quello  delle  andesiti,  e  nella  stessa  serie  di  rocce  ignee, 
come  il  granito,  mentre  il  cloritoscisto,  che  dovrebbe  essere  la 
fillade,  non  è  segnato  là  dove  le  filladi  arcaiche  esistono  vera¬ 
mente. 

La  regione  del  Gebel  Nakheil  è  dunque  interessantissima. 

Sarebbe  bene  poterne  fare  uno  studio  completo,  col  legandolo 
con  quello  del  Gebel  Duwi. 

Certo  bisogna  riformare  completamente  la  carta  geologica 
della  regione,  ma  questo  andrebbe  fatto  anche  per  quella  ge¬ 
nerale  al  1:  1.000.000  ed  al  1:  2.000.000. 

In  queste,  infatti,  l’Eocene  inferiore  ed  il  «  nubian  sandstone  » 
sono  indicati  sopra  enormi  estensioni,  uniformemente. 

Le  colline  della  regione  del  Nilo,  da  me  visitate,  sono 
marcate  senoniane,  meno  che  la  base  cbe  è  segnata  di  are- 


Boll.  Soc.  Geol.  Ital.,  voi.  XXXI  (1912). 


(E.  Cortese)  Tav.  X. 


Siy. 3  Sezione  naf orafe 

a/  Geòe/  A/a/c/zef/ 


S/y.  /  Sro/ifo  naf ora /e 

Geòel  Ayu/a 


f frali 
fossi/i  feri 


fosfati 


Se isti  /ami nati  T 


e,  -f 


o.  Cafcari  marnosi 
a  noa/u/i  a/i  se/ce. 

^  72.  Strofi  mof/o 

i css  ili  ieri . 

a.ò.c.cf.e .  S fra  fi 
silicizzali. 


fìy.2  Gelei  ifayaza 


,<?S 

/farne  fisfafe 


f. farne 
li 5 /afe 


fèjfafi 

inferiori 


Sfarne  verdi 


Sfanne  verdi’ 


Boll.  Soc.  Geol.  Ital.,  voi.  XXXI  (1912). 


(E.  Cortese)  Tav.  XI. 


Gebeì  ì  Vak/wi  /  Ovest 


Boll.  Soc.  Geol.  Ital.,  voi.  XXXI  (1912) 


(E.  Cortese)  Tav.  XII. 


Z.ona  dei  fosfati  e  Marne  verdicc  ip  .  d.  ci.  Caicari  marnosi  a  nociuti  di  se  tee. 


OSSERVAZIONI  NEL  DESERTO  ARABICO 


333 

naria  nubiana,  ciò  che  non  è,  e  gli  altipiani  che  sono  messi 
come  ricoperti  di  Eocene  inferiore;  ciò  che  pure  è  un  errore. 

I  fosfati  di  Sibaia  sono  messi  in  piena  arenaria  nubiana, 
e  quelli  di  Safaga  sul  Mar  Rosso,  al  nord  di  Cosseir,  nel  plei¬ 
stocene. 

II  Gebel  Duwi  è  marcato  nell’Eocene  inferiore,  come  gran 
parte  del  G.  Nakheil.  Perfino  lungo  la  via  da  Cosseir  a  Qena 
(main  road  to  Qena)  fra  l’U.  Abu  Zeran  e  l’U.  Seyala,  che 
pure  fu  certo  percorsa,  porta  indicate  le  colline  dello  Sceicco 
Abd  el  At  Talàa-ta,  e  queste  che  sono  tutte  di  arenaria  nu¬ 
biana,  visibilissima,  sono  indicate  come  diabasi  e  rocce  con¬ 
simili  ! 

Per  quel  poco  che  valgono,  le  osservazioni  geologiche  fatte 
da  me,  completate  dalle  determinazioni  dei  fossili  e  loro  età, 
fatte  dal  Di  Stefano,  potranno  servire  a  correggere,  nella  zona 
percorsa,  i  grossolani  errori  di  quelle  carte  geologiche. 


Genova,  15  giugno  1912. 


|ms.  pres.  5  luglio  -  ult.  bozze  14  ott.  1912]. 


INTORNO 

AD  ALCUNI  FENOMENI  DI  EROSIONE  SOTTERRANEA 
NEI  CALCARI  CRETACEI  AD  OVEST  DI  ASSISI 


Nota  dol  dott.  P.  Principi 


A  circa  mezzo  chilometro  dalla  città  di  Assisi,  lungo  la 
strada  che  passa  tra  il  Colle  S.  Rufino  e  Col  Caprile,  è  stata 
recentemente  aperta  una  vasta  trincea  per  l’estrazione  di  ma¬ 
teriale  da  costruzione  attraverso  gli  strati  del  calcare  rosato  del 
Cretaceo  superiore  l. 

Gli  strati  di  questo  calcare  hanno  uno  spessore  che  raramente 
oltrepassa  i  35  cm.  ;  sono  intramezzati  da  sottili  letti  di  selce 
grigiastra  e  presentano  una  inclinazione  di  quasi  17°  NNO. 

Nella  sezione  prodotta  dalla  trincea  si  osservano  dei  fori 
caratteristici,  che  si  prolungano  verso  l’interno  a  guisa  di  ca¬ 
nali,  contenuti  sempre  in  un  solo  strato,  con  un  diametro  oscil¬ 
lante  da  foro  a  foro  tra  i  15  ed  i  28  cm.  ;  l’interno  delle  ca¬ 
vità  è  per  lo  più  riempito  di  argilla  bruna,  la  quale  impedisce 
di  seguire  i  fori  per  la  loro  lunghezza,  che  si  presenta  libera 
solamente  per  circa  un  metro  od  un  metro  e  mezzo  di  esten¬ 
sione.  L’asse  longitudinale,  poi,  coincide  colla  direzione  di  mas 
sima  pendenza  degli  strati,  benché  non  sempre  si  verifichi  esat¬ 
tamente  tale  correlazione. 

Sulla  superficie  interna  delle  cavità  sono  evidenti  general¬ 
mente  delle  venature  di  calcite,  distanti  l’una  dall’altra  pochi 

1  Principi  P.,  Osservazioni  geologiche  sul  Monte  Subasio.  Boll.  Soc. 
geol.  ital.,  1909. 


FENOMENI  DI  EROSIONE  SOTTERRANEA 


335 


centimetri  e  quasi  equidistanti,  in  modo  da  assumere  in  certi 
punti  l’aspetto  di  anelli  più  o  meno  regolari. 

La  sezione  di  queste  cavità  è  svariatissima  :  ora  prende  un 
aspetto  irregolarmente  circolare  o  poligonale  cogli  angoli  arro¬ 
tondati  e  con  una  doccia  accentuata  verso  la  parte  inferiore; 
ora  acquista  una  particolare  forma  a  guisa  di  croce;  in  certe 
cavità,  mentre  nella  parte  superiore  è  assai  ristretta,  si  allarga, 
poi,  inferiormente  a  guisa  di  bottiglia;  in  altre,  infine,  è  più 
o  meno  rettangolare  colle  pareti  laterali  sinuose  e  percorsa  dà 
solchi  secondari. 

Quali  sono  le  cause  più  probabili  di  tale  fenomeno  ?  È  noto 
come  nelle  rocce  calcaree  le  acque  di  pioggia  facilmente  pene¬ 
trano  attraverso  le  fessure  superficiali  e  vanno  a  costituire  spesso 
una  vasta  rete  di  canali  sotterranei,  i  quali,  mediante  la  lenta 
ma  continua  dissoluzione  del  carbonato  di  calcio,  possono  ingran¬ 
dirsi  e  dare  luogo  a  delle  vere  e  proprie  caverne.  Nel  gruppo 
del  Monte  Subasio,  a  cui  appartengono  i  due  rilievi  costituenti 
il  Colle  S.  Rufino  e  Col  Caprile,  la  circolazione  sotterranea  deve 
essere  attivissima,  in  grazia  della  evidente  struttura  carsica, 
che  esso  presenta  J.  La  parte  più  elevata  dell’ellissoide  è  co¬ 
sparsa  di  varie  doline,  ed  i  torrenti  che  discendono  lungo  le 
pendici  si  presentano  quasi  asciutti  anche  dopo  pioggie  prolun¬ 
gate.  Quest’ultima  particolarità  si  rende  evidente  sopratutto  nel 
Fosso  delle  Carceri,  la  cui  valle  appare  quasi  completamente 
chiusa,  senza  cioè  un  manifesto  sbocco  verso  la  pianura  sotto¬ 
stante. 

Le  acque  superficiali,  adunque,  penetrando  nelle  fessure,  si 
arrestano,  fintantoché  non  trovano  uno  strato  compatto,  su  cui 
possono  costituire  una  piccola  falda  temporanea.  Essendo,  poi, 
lo  strato  di  base  inclinato,  si  effettuerà  un  movimento  delle 
acque  secondo  questa  direzione;  e  se  lo  strato  è  attraver¬ 
sato  da  una  fessura  compresa  tra  le  due  superficie  limiti  le 
acque  potranno  defluire  molto  più  facilmente  e  dar  luogo  ad 
una  corrente  sotterranea.  Ma  le  fessure  vengono  necessariamente 

1  Gortani  M.,  Fenomeni  camici  nei  dintorni  di  Perugia  e  eh  Assisi. 
Remi.  d.  R.  Accad.  d.  Se.  d.  Istituto  di  Bologna.  Scienze  fis.,  anno  1907- 
1908. 


336 


r.  PRINCIPI 


amplificate  sia  per  l’azione  chimica  dell’acqua,  sia  per  l’abra¬ 
sione  meccanica  prodotta  dalle  particelle  solide  in  essa  sospese; 
le  cavità  risultanti  di  tale  processo  avranno  una  sezione,  la  cui 
forma  sarà  in  rapporto  colla  omogeneità,  compattezza  e  coll’in 
clinazione  dello  strato  roccioso  attraversato.  La  costanza,  poi, 
della  sezione  per  uno  stesso  canale  si  spiega  agevolmente  am¬ 
mettendo  la  invariabilità  del  valore  della  pendenza,  in  modo 
che  le  acque  conservano  sempre  nel  loro  percorso  la  stessa  ve 
locità  di  deflusso. 

L’argilla  bruna,  che  riempie  in  gran  parte  le  cavità  canali - 
formi  descritte,  sta  a  rappresentare  il  prodotto  della  erosione 
del  calcare,  e  corrisponde  precisamente  alla  terra  rossa  che  tro 
vasi  accumulata  all’esterno  sul  fondo  delle  doline  o  di  altre 
depressioni. 


[ms.  pres.  17  sett.  -  ult.  bozze  14  ott.  1912]. 


SU  DI  UN’AMMONITE 

DELLA  PIETRAFORTE  DELLE  GROTTE  IN  VAL  D’EMA 


Nota  del  doti  A.  Martelli 


La  formazione  dell’arenaria  calcarifera  potentemente  svilup¬ 
pata  fra  l’Arno  e  l’Ema  e  —  col  nome  di  pietraforte  —  larga¬ 
mente  impiegata  in  ogni  tempo  nell’edilizia  e  nel  l’architettura 
fiorentina,  per  trovarsi  alla  base  dei  sedimenti  eocenici  dei  din¬ 
torni  di  Firenze,  ha  suscitato  sul  suo  riferimento  cronologico  ben 
note  controversie  fra  gli  studiosi  di  geologia  toscana.  Ricordo 
principalmente  come  contro  l’opinione  di  coloro  i  quali  ne  so¬ 
stengono  l’appartenenza  al  periodo  cretacico,  per  aver  ritrovato 
fossili  peculiari  della  Creta  nei  banchi  di  pietraforte  tanto 
sulla  sinistra  dell’Ema  a  Monte  Cuccioli  quanto  sulla  destra 
della  stessa  Ema  a  Monte  Ripaldi  e  a  S.  Francesco  di  Paola, 
stia  l’opinione  dell’ing.  Lotti  1  del  Comitato  geologico,  secondo 
la  quale  la  formazione  della  pietraforte  della  Val  d’Ema  sa¬ 
rebbe  riferibile  ad  uno  dei  più  bassi  livelli  della  serie  eoce¬ 
nica,  a  quello  cioè  dell’arenaria  inferiore,  e  i  fossili  in  essa  ri¬ 
trovati  dovrebbero  considerarsi  non  di  diretto  deposito  ma  sib- 
bene  provenienti  da  terreni  cretacei  e  quindi  come  fossili  di 
trasporto  o  di  rimaneggiamento.  A  conforto  però  dell’esattezza 
delle  osservazioni  stratigrafiche,  le  due  opinioni  concordano  nel- 
l’assegnare  alla  serie  delle  formazioni  di  pietraforte  della  Valle 
dell’Ema,  che  si  presenta  localmente  come  la  più  profonda, 
una  posizione  definita  sotto  agli  altri  sedimenti  arenacei,  ar- 
gilìoscistosi  e  calcarei  dell’Eocene  e  nel  riconoscere  in  essa 

1  Lotti  13.,  Geologia  della  Toscana.  Meni,  descrittive  della  Carta  geo¬ 
logica  d’Italia,  voi.  Nili,  Roma,  1910. 


A.  MARTELLI 


338 

uno  speciale  sedimento  clastico  marino,  originatosi  in  partico¬ 
lari  condizioni  di  profondità  e  di  distanza  dalle  coste,  così  da 
risultare  meno  litoraneo  delle  comuni  arenarie  e  meno  pela¬ 
gico  dei  calcari. 

La  pietraforte,  appunto  per  la  sua  composizione  di  arenaria 
calcarifera  a  minuti  elementi  e  per  la  costanza  de’  suoi  caratteri 
fìsici  per  tutta  la  potenza  ed  estensione  del  deposito  verifica- 
tosi  nelle  accennate  condizioni  genetiche,  rappresenta  uno  dei 
più  pregevoli  materiali  edilizi.  In  essa,  contro  un  quantitativo 
di  carbonato  di  calcio,  che  —  insieme  con  qualche  prodotto  di  fa¬ 
cile  digestione  in  acido  cloridrico  —  mi  risultò  in  più  prove  non 
superiore  a  23  e  25  %>  sta  una  prevalente  composizione  silicea 
ed  argillosa;  e  difatti  anche  dall’esame  diretto  delle  sezioni 
sottili  al  microscopio  polarizzatore,  la  pietraforte  di  Monte  Iii- 
paldi  e  delle  Grotte  risulta  costituita  in  parte  minore  da  fram¬ 
menti  cristallini  di  calcite  e  in  prevalenza  da  granuli  e  fram¬ 
menti  cristallini  di  quarzo  frammisti  a  scarsi  elementi  micacei 
e  feldispatici  di  solito  caolinizzati,  a  raro  antibolo  e  pirosseno  di 
facile  alterazione  e  ad  ancor  più  raro  e  quasi  eccezionale  ru¬ 
tilo,  zircone  e  granato,  insieme  conglobati  da  un  tenacissimo 
cemento  calcareo-argilloso  inquinato  da  quegli  idrossidi  di  ferro 
e  di  manganese,  ai  quali  rimangono  subordinate  le  tinte  giallo¬ 
brune  e  grigio-turchinicce  della  pietraforte  in  parola. 

In  complesso  dunque,  in  queste  roccie  sedimentarie  troviamo 
ricementati  per  azione  cataclastica  della  calcite  e  degli  elementi 
silicei  i  rappresentanti  minutissimi  dei  vari  componenti  delle 
formazioni  più  antiche  e  con  tutta  probabilità  in  maggioranza 
cristalline;  così  che  la  compattezza  e  tenacità  della  pietrafolte 
e  la  resistenza  agli  agenti  esterni  viene  ad  essere  determinata 
al  tempo  stesso  dalla  saldezza  del  cemento  e  dalla  durezza  dei 
preponderanti  frammenti  minerari  in  questa  particolare  forma 
di  arenaria  con  2, 6-2, 7  di  peso  specifico. 

Questo  accenno  sommario  al  carattere  petrografìco  vale  so¬ 
prattutto  per  porre  in  evidenza  che  la  pietraforte  si  è  princi¬ 
palmente  costituita  a  spese  di  preesistenti  rocce  cristalline  e 
che  l’elemento  calcareo  è  anche  qui  con  tutta  probabilità  e 
in  maggioranza  dovuto  ai  prodotti  di  disfacimento  dei  resti  orga- 


AMMONITE  DELLA  PIETRAFORTE 


339 


ilici  marini,  depositati  nel  fondo  insieme  con  le  torbe  provenienti 
dal  continente. 

Nel  grandioso  taglio  a  picco  dell’ormai  abbandonata  cava 
di  Monte  Ripaldi  si  mostra  la  rilevante  serie  degli  strati  di 
pietraforte  con  potenze  variabili  da  pochi  centimetri  fino  ad 
un  metro  e  con  intercalazioni  di  straterelli  argilloso-arenacei 
( òardellone )  inclinati  di  circa  30°  verso  l’interno,  malgrado  che 
le  testate  simulino  una  stratificazione  orizzontale  per  la  coinci¬ 
denza  della  direzione  stratigrafica  con  quella  del  taglio  e  del 
corso  dell’Ema.  Nel  terzo  inferiore  di  queste  formazioni  ven¬ 
nero  trovati  i  fossili  di  cui  il  Cocchi  1  dette  un  primo  elenco 
e  il  De  Stefani  2  compì  un  accurato  studio. 

Proseguendo  da  Monte  Ripaldi  verso  oriente  le  stesse  con¬ 
dizioni  stratigrafiche  si  mantengono  presso  che  invariate,  e  la 
posizione  degli  strati  di  pietraforte  costituenti  le  pendici  meri¬ 
dionali  del  Poggio  Imperiale  e  del  Pian  dei  Giullari  può  con¬ 
trollarsi,  sulla  destra  dell’Ema,  dove  la  denudazione  fu  più  attiva 
e  in  modo  evidentissimo  a  1100  metri  a  oriente  delle  celebri 
cave  di  Monte  Ripaldi  e  quindi  in  diretta  continuazione  stra¬ 
tigrafica  con  esse,  nella  località  delle  Grotte,  dove  vennero 
aperte  nuove  e  fiorentissime  cave  di  pietraforte  dal  proprietario 
ing.  P.  Battigelli,  che  ne  cura  la  coltivazione  con  ogni  perfe¬ 
zione  tecnica.  Anche  là  si  ritrovano  le  stesse  formazioni  incli¬ 
nate  a  NNW  di  30°-40°  con  i  propri  banchi  soprapposti  a 
reggi-poggio,  fino  a  raggiungere,  con  i  pendìi  ricoperti  dai  de¬ 
triti  di  falda,  le  arenarie  e  brecciole  nummulitiche  dell’altura 
su  cui  sorge  la  chiesa  dì  S.  Margherita  a  Montici.  Precisa- 
mente  nei  banchi  di  pietraforte  delle  Grotte  corrispondenti  ai 
livelli  fossiliferi  di  Monte  Ripaldi,  vennero  ritrovate  abbondanti 
tracce  dei  soliti  fossili  problematici  e  un  magnifico  modello  in¬ 
terno  di  un’ammonite  della  quale  ho  creduto  opportuno  di  dar 
relazione,  per  l’importanza  del  rinvenimento  in  una  località 
nuova. 

1  Cocchi,  Grattatola,  Morao,  Alessandri,  Taglio  del  Viale  dei  Colli  a 
Firenze.  Boll.  Coni.  geol.  ital.,  voi.  I,  Firenze,  1870. 

2  De  Stefani  C.,  Studi  paleozoologici  sulla  Creta  superiore  e  media  del- 
V Appennino  settentrionale.  Mena,  della  R.  Accad.  dei  Lincei,  Roma,  1885. 


840 


A.  MARTELLI 


Si  tratta  di  una  forma  abbastanza  comune  a  Monte  Ripaldi 
e  rara  invece  a  Monte  Cuccioli,  che  trova  i  propri  corrispon¬ 
denti  anche  negli  esemplari  della  fauna  cretacica  di  Vezzano 
descritti  da  Meneghini  1  come  Turrilites  Cocciài  e  così  chia¬ 
mati  anche  dal  Capellini  2  e  dallo  stesso  Cocchi,  il  quale  citò  la 
specie  per  Monte  Ripaldi,  finché  non  venne  ulteriormente  de¬ 
scritta  dal  De  Stefani  come  Schloenbachia  Cocciài  Men.  adot¬ 
tando  per  essa  il  nome  generico  proposto  dal  Neumayr. 

Dal  fianco  sporgente  sulla  superficie  dello  strato,  si  rileva  il 
lento  accrescimento  dei  giri  lievemente  convessi  e  ornati  da 
coste  diritte  e  rilevate.  A  differenza  di  molti  altri  individui 
della  stessa  specie,  conservati  anche  nel  Museo  geologico  di  Fi¬ 
renze,  il  nostro  esemplare  non  sembra  aver  subito  quelle  pres¬ 
sioni  laterali  alle  quali  si  sogliono  riferire  le  deformazioni  e 
il  contorno  ellittico  dell’avvolgimento,  giacche  la  Schloenbachia 
Cocciài  delle  Grotte  ha  invece  un  contorno  regolarmente  circo¬ 
lare.  Il  diametro  è  dimm.204;  l’altezza  maggiore  delFultimo 
giro  mm.  50;  l’ampiezza  ombelicale  mm.  108;  misure  queste 
che,  rispetto  a  D  =  1,  equivalgono  rispettivamente  a  0,25  e 
a  0,63,  corrispondendo  sensibilmente  ai  rapporti  esistenti  fra 
le  principali  misure  note  per  questa  specie. 

Lo  stato  di  conservazione  non  consente  di  stabilire  con  pre¬ 
cisione  il  numero  delle  coste  sporgenti  su  di  un  intiero  giro  e 
solo  può  dirsi  che  esso  vien  compreso  fra  un  massimo  di  32  e 
un  minimo  di  28,  concordando  anche  per  questo  carattere  con 
le  forme  tipiche.  E  nuova  conferma  si  ha  pure  nel  carattere 
delle  coste  stesse,  le  quali  iniziandosi  lentamente  sul  margine 
della  regione  ventrale  della  conchiglia  vanno  elevandosi  e  svi¬ 
luppandosi  fino  ai  due  terzi  esterni  del  giro  presso  la  regione 
sifonale,  dove  terminano  con  un  grosso  nodo  sporgente. 

Esse  decorrono  diritte  in  direzione  radiale  con  intervalli 
presso  a  poco  corrispondenti  ai  rilievi,  e  siccome  si  mantiene 
costante  il  numero  delle  coste  anche  nei  giri  interni,  ne  deriva 


1  Meneghini  G.,  Nuovi  fossili  toscani.  Ann.  delle  Università  toscane, 
toni.  Ili,  Pisa,  1853. 

2  Capellini  G.,  Descrizione  (teologica  dei  dintorni  del  Golfo  della 
Spezia  e  Val  di  Magra  inferiore.  Bologna,  1864. 


AMMONITE  DELLA  PIETRAFORTE 


341 


che  queste  appaiono  nella  regione  ombelicale  meno  sporgenti  e 
più  ravvicinate. 

Mancano  i  caratteri  della  regione  si  fonale  e  della  linea  lo- 
bale,  che  non  possono  variare  la  diagnosi  di  questa  specie,  la 
cui  forma  più  affine,  la  S.  tridorsata  Schliit.,  diversifica  dalla 
nostra  pel  numero  minore  di  coste,  che  sono  inoltre  munite  di 
tubercolo  sporgente  anche  verso  la  regione  ombelicale. 

Meneghini,  Cocchi  e  De  Stefani  ritengono  che  Yliabitat  della 
S.  Cocciài  sia  circoscritto  alla  Creta  superiore,  sebbene  a  Monte 
Ripaldi  si  associ  con  forme  d’incerta  spettanza  alla  Creta  media 
piuttosto  che  alla  superiore  ;  e  ciò  indipendentemente  da  una 
prima  distinzione  fatta  dal  De  Stefani  per  la  Creta  dell’Appen- 
nino  settentrionale  in  un  piano  inferiore  ad  ammoniti  e  uno 
superiore  a  inocerami,  il  quale  ultimo  venne  poi,  pel  ritrova¬ 
mento  in  alcune  parti  di  esso  anche  di  nummuliti,  ringiovanito 
fino  all’Eocene. 

Se  si  verifica  rimaneggiamento  dei  fossili  lungo  i  litorali 
presso  la  battuta  del  mare,  rimane  più  difficile  ammettere  il 
fatto  per  una  distanza  ragguardevole  dalla  costa  quale  viene 
accusata  sia  dalla  minutezza  degli  elementi  rocciosi  sia  dalla 
mancanza  nella  pietraforta  di  fossili  litoranei,  se  si  fanno  le 
debite  riserve  per  le  vermicolazioni  indeterminabili,  per  le  quali 
ogni  determinazione  anche  solo  generica  ha  tutt’ora  carattere 
ipotetico.  Ad  ogni  modo  si  potrebbe  ancora  parlare  di  rima¬ 
neggiamento  se  insieme  col  fossile  descritto  si  trovassero  nella 
pietraforte  delle  Grotte  anche  fossili  di  età  più  giovane,  in  modo 
analogo  a  quanto  venne  costatato  in  formazioni  della  Valle  del 
Mugnone  comprese  dal  Lotti  fra  i  calcari  eocenici  e  il  gruppo 
dell’arenaria  inferiore,  dove  strati  con  inocerami  riposerebbero 
direttamente  su  arenarie  nummulitiche. 

Non  si  è  potuto  ancora  nè  provare  nè  escludere  che  nel¬ 
l’area  dell’Appennino  settentrionale  avvenisse  qualche  emer¬ 
sione  durante  l’Eocene  inferiore,  ma  sappiamo  invece  che  du¬ 
rante  la  Creta  una  zona  marittima  di  variabile  profondità  si 
estendeva  sulla  regione  appenninica  settentrionale.  Riesce  dun¬ 
que  poco  spiegabile  il  supposto  rimaneggiamento  in  depositi 
d’alto  fondo  di  fossili  cretacei  provenienti  da  aree  emerse  durante 
l’Eocene,  senza  che  in  nessuna  parte  dell’ Appennino  o  delle 


23 


342 


A.  MARTELLI 


regioni  limitrofe  si  abbiano  discordanze  stratigrafiche  e  prove 
sicure  di  una  tale  continentalità.  Anzi  può  dirsi  che,  non  solo 
per  la  regione  appenninica  settentrionale,  ma  anche  per  gran 
parte  dello  stesso  bacino  mediterraneo,  studi  recenti  hanno  tro¬ 
vato  cosi  caratteristica  la  concordanza  e  continuità  di  forma¬ 
zione  fra  Creta  ed  Eocene  che  in  difetto  di  fossili  venne  più 
volte  lamentata  l’impossibilità  di  demarcare  nettamente  i  depo¬ 
siti  di  un  periodo  da  quelli  di  un  altro. 


[ms.  pres.  5  luglio  -  ult.  bozze  15  ott.  1912]. 


NUOVO  CONTRIBUTO 

ALLA  CONOSCENZA  DEL  CANE  QUATERNARIO 
DELLA  VAL  DI  CHIANA 


Nota  del  dott.  D.  Del  Campana 
(Tav.  XIII,  XIV) 

A  questo  nuovo  contributo  alla  conoscenza  del  Cane  che 
visse  nella  Val  di  Chiana  durante  il  post- pliocene,  hanno  for 
nito  materia  i  tre  seguenti  pezzi  tutti  rinvenuti  nella  regione 
anzidetta  : 

a)  Un  cranio  completo,  recentemente  acquistato  dal  Museo 
di  Geologia  e  Paleontologia  in  Firenze. 

b-c)  Un  ramo  destro  di  mandibola  ed  una  tibia  sinistra, 
appartenenti  ambedue  al  Museo  di  Montevarchi  e  gentilmente 
messi  a  mia  disposizione  dalla  Direzione  di  quel  Museo. 

Non  si  tratta,  è  vero,  di  materiale  molto  abbondante  in  se, 
ma  molto  importante  senza  dubbio,  avuto  riguardo  alla  scarsezza 
di  resti  fossili  consimili  provenienti  dalla  Chiana  che  si  tro¬ 
vano  nei  nostri  Musei.  Inoltre  lo  stato  di  conservazione,  assai 
buono,  mi  ha  permesso  osservazioni  e  confronti  abbastanza  esatti, 
dandomi  mezzo  di  controllare  e  in  parte  confermare  osserva¬ 
zioni  da  me  precedentemente  eseguite  su  altri  resti  di  cani  qua¬ 
ternari  toscani. 

E  come  già  resi  quelle  di  pubblica  ragione,  così  ritengo 
utile  far  conoscere  le  nuove  che  son  venuto  facendo. 

Il  materiale  di  confronto  vivente  è  in  parte  il  medesimo  di 
cui  mi  servii  per  l’altro  mio  studio  ',  ed  a  questo  rimando  il 
lettore  che  avesse  desiderio  di  prenderne  conoscenza. 

1  Del  Campana  D.,  Sopra  un  cranio  ed  una  mandibola  del  Quater 
nario  di  Toscana  attribuiti  al  Canis  lupus  Linn.  (Boll.  Soe.  Geol.  Ital., 
voi.  XXIX,  1910). 


344 


D.  DEL  CAMPANA 


Ai  crani  di  Canis  lupus  Linn.  devono  aggiungersene  tre  in 
più,  cioè  uno  di  sesso  ignoto  della  località  S.  Basilio  Mottola 
in  prov.  di  Lecce,  datomi  in  prestito  dal  conservatore  del  Museo 
di  Paleontologia,  sig.  Enrico  Bercigli  ;  e  due  altri  (99)  cedu¬ 
timi  da  alcuni  cacciatori  di  Melfi  (Basilicata). 

Di  altro  nuovo  materiale  avuto  a  disposizione  recentemente, 
darò  notizie  tutte  le  volte  che  mi  si  presenterà  l’occasione  di 
citarlo. 

* 

A  ^ 


I.  Il  cranio  di  cui  do  per  primo  la  descrizione  (tav.  XIII, 
fig.  1-3)  è  stato  rinvenuto  più  precisamente  nel  Canale  mae¬ 
stro  della  Chiana  in  faccia  ad  Alberoro  in  provincia  di  Arezzo. 
È  quindi  il  secondo  cranio,  dopo  quello  del  Yingone,  proveniente 
dalla  Val  di  Chiana,  ma  è  di  questo  più  pregevole  pel  suo  per¬ 
fetto  stato  di  conservazione. 

Le  dimensioni  di  questo  nuovo  cranio,  che  noi  chiameremo 
della  Chiana,  sono  minori  di  quelle  del  cranio  del  Yingone;  si 
tratta  però  di  un  individuo  adulto,  sebbene  ancor  giovane,  come 
facilmente  si  deduce  dalla  dentatura,  che  presenta  tracce  lievis¬ 
sime  di  usura  e  che  manca  soltanto  dell’incisivo  secondo  di  sini¬ 
stra  e  dei  due  primi  premolari. 

Nel  quadro  alla  pag.  345  riporto  le  misure  ricavate  sul  cranio 
in  questione,  ponendovi  a  lato  solo  quelle  del  cranio  del  Yin¬ 
gone,  e  rimandando  all’altra  mia  nota  già  citata  per  gli  oppor¬ 
tuni  riscontri  delle  misure  ricavate  su  diversi  crani  di  Canis 
lupus  Linn. 

Il  confronto  morfologico  del  cranio  della  Chiana  coll’altro 
del  Yingone  non  mi  ha  mostrato  grandi  diversità,  ed  anche 
quelle  che  andrò  notando  non  sono  troppo  profonde. 

Il  restringimento,  che  separa  la  cassa  cefalica  in  due  re¬ 
gioni  distinte,  si  nota  nel  cranio  della  Chiana  un  poco  più  accen¬ 
tuato  che  in  quello  del  Vingone;  è  però  anche  più  avvicinato 
alle  apofisi  post-orbitali. 

Ne  viene  con  ciò  che  il  primo  di  questi  crani  mostra  ancor 
più  accentuata  la  differenza  col  Canis  lupus  Linn.  vivente,  e 
già  notata  da  me  nel  descrivere  il  cranio  del  Yingone;  mentre 


CANE  QUATERNARIO  DELLA  VAL  DI  CHIANA 


345 


CRANIO  DELLA  CHIANA 

CRANIO  DEL  YINGONE 

Lunghezza  della  faccia  infer.  del  cranio. 

mm. 

177 

mm. 

198 

Lunghezza  del  palato 

» 

97 

» 

109 

Larghezza  del  palato  . 

» 

55 

» 

62 

Lunghezza  dei  nasali 

» 

79 

» 

84 

Larghezza  mass,  dei  nasali  presi  insieme  . 

» 

17 

» 

18 

Larghezza  massima  della  cassa  cefalica  . 

» 

65 

» 

68 

Linea  bizigomatica  .  . 

» 

110 

Lunghezza 

Larghezza 

Lunghezza 

Larghezza 

massima 

massima 

massima 

massima 

mm. 

mm. 

mm. 

mm. 

destro  .  .  . 

6 

4 

8 

5 

Premolare  superiore  1  < 

sinistro  .  .  . 

6 

4 

7 

4,8 

1 

destro  .  .  . 

11 

4,5 

15 

6,4 

»  ■  »  2  < 

sinistro  .  .  . 

11,3 

4,5 

14,8 

6,5 

destro  .  .  . 

13,5 

5 

16,5 

7 

3 

sinistro  .  .  . 

13,5 

5 

16,5 

7 

destro  .  .  . 

20 

9,5 

25 

11 

»  *  4  ■ 

sinistro  .  .  . 

20 

9,5 

25 

11 

destro  .  .  . 

14,5 

16 

16 

19 

Molare  superiore  1 

sinistro  .  .  . 

14,2 

16,5 

15,7 

19 

destro  ,  .  . 

7 

10,5 

8,5 

11,5 

•  2  j 

sinistro  .  .  . 

7,3 

10 

8,5 

11,5 

346 


D.  DEL,  CAMPANA 


dall’altra  parte  offre  un  punto  di  contatto  maggiore  coi  cani  do¬ 
mestici,  i  quali  bene  spesso  presentano  un  carattere  consimile. 

Nessuna  osservazione  è  da  farsi  sul  foramen  magnimi  e  sul 
contorno  del  sopra  occipitale,  i  quali  se  pur  presentano  leggere 
varianti,  queste,  dietro  l’esame  che  ho  fatto  di  diversi  crani  di 
Canis  lupus  Limi,  e  di  Canis  familiaris  Linn.,  sono  da  rite¬ 
nersi  puramente  individuali. 

I  caratteri  della  regione  faciale  sono  nel  cranio  della  Chiana 
identici  a  quelli  del  cranio  del  Vingone;  ciò  che  dà  un  valore 
maggiore  alla  differenza  notata  già  col  Canis  lupus  Limi.,  la 
cui  fronte,  in  generale,  si  presenta  sempre  più  sfuggente.  Lo 
stesso  si  può  ripetere  per  quanto  riguarda  la  conformazione  del 
muso. 

Questi  particolari  del  resto  si  possono  apprezzare  anche  me¬ 
glio  esaminando  le  curve  antero-posteriori  di  vari  crani  di  Canis 
lupus  Limi.,  di  Canis  familiaris  Linn.  e  dei  due  crani  fossili 
della  Val  di  Chiana,  riprodotte  nelle  pagg.  348,  349. 

Altra  osservazione  da  farsi  riguarda  la  posizione  del  mar¬ 
gine  superiore  orbitario  rispetto  alla  superficie  superiore  del 
frontale.  Se  si  confrontano  le  varie  curve  antero-posteriori  ri¬ 
prodotte  nella  tavola,  si  vede  che  nei  due  crani  fossili,  come  in 
quasi  tutti  i  cani  domestici,  il  margine  orbitario  è  molto  avvi¬ 
cinato  alla  superficie  del  frontale,  contrariamente  a  ciò  che  si 
osserva  nei  lupi,  nei  cui  crani  queste  due  linee  appaiono  più 
distanziate. 

Alcune  osservazioni  non  prive  di  interesse  riguardano  i  denti. 
Le  differenze  notate  già  tra  il  cranio  del  Vingone  ed  i  lupi, 
nel  cranio  della  Chiana  sono  ancor  più  accentuate;  ed  il  ferino 
presenta,  come  nel  cranio  del  Vingone,  il  tubercolo  interno  ottuso, 
ma  proporzionatamente  molto  meno  espanso.  Sicché  ne  risulta 
un  insieme  di  caratteri  che  avvicinano  il  cranio  della  Chiana 
ai  cani  domestici  più  ancora  di  quello  del  Vingoue. 

Un  particolare  interessante  si  nota  pure  nel  Pm.  3,  il  quale 
offre  il  carattere  della  duplicità  nella  sua  radice  posteriore. 

Tra  i  cani  selvatici  un  tal  particolare,  non  però  persistente, 
l’ho  notato  solo  nel  Canis  mesomelas  Schrb.,  specie  della  quale 
sono  stati  messi  gentilmente  a  mia  disposizione  diversi  crani 


CANE  QUATERNARIO  DELLA  VAL  DI  CHIANA  347 

dal  Direttore  del  Museo  di  Fisica  e  Storia  Naturale  in  Firenze, 
dal  prof.  E.  Regalia  e  dal  dott.  R.  Folli.  In  altre  varie  specie 
di  cani  selvatici  delle  quali  ho  avuto  a  disposizione  crani  isolati, 
o  anche  serie  di  crani,  il  particolare  in  questione  non  ho  potuto 
notarlo. 

Sembra  anzi  essere  piuttosto  raro  anche  nelle  attuali  razze 
di  cani  domestici  ;  infatti  l’ho  notato  soltanto  in  un  cranio  di 
Bull-Dogg  ed  abbastanza  marcato  come  nel  fossile;  ho  notato 
al  contrario  che  la  duplicità  della  radice  nel  Pm.  3  è  persi¬ 
stente,  sebbene  in  diverso  grado,  in  vari  crani  estratti  da  tombe 
dell’antico  Egitto  ed  appartenenti,  secondo  informazioni  che  ho 
ragione  di  credere  sicure,  alla  VIIa  Dinastia. 

Nel  cranio  del  Vingone  il  Pm.  3  non  presenta  il  carattere 
ora  descritto;  soltanto  nel  punto  in  cui  dovrebbe  aversi  lo  sdop¬ 
piamento  della  radice,  la  corona  del  dente  presenta  un  legge¬ 
rissimo  rigonfiamento,  tale  peraltro  che  non  può  essere  consi¬ 
derato  come  un  carattere  anormale,  poiché  lo  si  può  facilmente 
osservare  anche  in  altre  specie  nelle  quali  non  ho  notato  affatto 
sulPm.3  lo  sdoppiamento  della  radice  posteriore  come  nel  cranio 
della  Chiana. 

* 

❖  * 

II.  La  branca  destra  di  mandibola  (tav.  XIV,  fig.  1)  è  stata 
ritrovata,  come  ho  già  accennato,  nel  Canale  destro  della 
Chiana. 

Manca  solo  dell’estremità  dell’apofisi  mandibolare  e  della 
punta  interna  del  condilo;  dei  denti  rimangono  ancora  in  posto, 
assai  ben  conservati,  il  canino,  i  premolari  ed  i  primi  due  mo¬ 
lari.  Il  loro  grado  di  usura  mostra  che  si  tratta  di  un  individuo 
piuttosto  vecchio. 

E  importante  perchè  è  l’unica,  per  quanto  io  mi  sappia,  rin¬ 
venuta  fino  ad  oggi  nella  regione  anzidetta  e  permette  di  cono¬ 
scere  altri  particolari  del  Cane  che  visse  in  Val  di  Chiana  du¬ 
rante  il  Quaternario. 

Intanto  possiamo  subito  affermare  che  l’individuo,  al  quale 
la  mandibola  in  questione  appartenne,  aveva  dimensioni  pari  a 


348 


D.  DEL  CAMPANA 


Fig.  3.  —  Cranio  del  Vingone. 


CANE  QUATERNARIO  DELLA  VAL  DI  CHIANA 


349 


Fig.  6.  —  Canis  familiaris  Linn.  (cane  da  caccia). 


350 


D.  DEL  CAMPANA 


quelle  di  un  grosso  lupo,  come  posson  farne  prova  le  cifre  qui 
sotto  riportate  : 


LUNGHEZZA  DELLA  MANDIBOLA  DAL  PUNTO  MEDIANO  DEL  CONDILO 
AL  BORDO  ANTERIORE  DELLA  SINFISI  MANDIBOLARE. 


Maremma . 

inni. 

178 

Capalbio  (Maremma)  .  .  . 

» 

185 

San  Basilio  Mottola  (Lecce). 

» 

163 

Lenola  (Fondi-Gaeta)  .  .  '  . 

» 

165 

Melfi  (Basilicata)  n.  1  .  .  . 

» 

168 

Melfi  (Basilicata)  n.  2  .  .  . 

» 

174 

Nivnii  Nowgorod  (Wolga)  . 

» 

173 

Finlandia . 

» 

197 

Delabyn  (Galizia-Polonia)  . 

» 

173 

Chiana . 

» 

176 

ALTEZZA  DELLA  MANDIBOLA  IN  CORRISPONDENZA  DEL 


M.  2 

Pm.  4 

Pm.  1 

Ccmis  lupus  Linn.  Maremma .... 

mm. 

32 

25 

23 

Capalbio  (Maremma) .  .  . 

» 

32,5 

29 

22 

San  Basilio  Mottola  (Lecce). 

» 

27,5 

23,5 

21 

Lenola  (Fondi-Gaeta)  .  . 

» 

26 

23,5 

22 

Melfi  (Basilicata)  n.  1  .  . 

» 

27 

24,5 

22 

Melfi  (Basilicata)  n.  2  .  . 

» 

28 

27,7 

24,4 

Nivnii  Nowgorod  (Wolga)  . 

» 

30 

26 

23 

Finlandia . 

» 

38 

33 

30 

Delabyn  (Galizia-Polonia)  . 

» 

30 

25 

34 

Canis  della  Val  di  Chiana . 

» 

33,5 

29 

25,5 

CANE  QUATERNARIO  DELLA  VAL  DI  CHIANA 


351 


DIAMETRO  MASSIMO  (TRASVERSO)  DEL  CONDILO. 


Ccinis  lupus  Linn.  Maremma .  mm.  32,5 

Capalbio  (Maremma)  ...  »  35 

San  Basilio  Mottola  (Lecce).  »  27,5 

Lenola  (Fondi-Gaeta)  .  .  »  28,5 

Melfi  (Basilicata)  n.  1  .  .  »  30 

Melfi  (Basilicata)  n.  2  .  .  »  32 

Nivnii  Nowgorod  (Wolga)  .  »  28 

Finlandia .  »  31 

Delabyn  (Galizia-Polonia)  .  »  28 

Canis  della  Val  di  Chiana .  »  28,5 1 


Relativamente  poi  ai  rapporti  di  dimensioni  che  la  mandi¬ 
bola  in  questione  ha  rispetto  ai  due  crani  del  Vingone  e  della 
Chiana,  si  può  affermare  con  sicurezza  che  l’individuo  cui  appar¬ 
tenne  era  maggiore  non  soltanto  di  quello  cui  appartenne  il 
cranio  della  Chiana,  ma  anche  dell’altro  del  Yingone.  Quest’ul¬ 
timo  infatti  misura  dal  punto  mediano  della  fossa  glenoide  al 
bordo  anteriore  della  sutura  incisiva  mm.  169  di  lunghezza, 
mentre  il  ramo  mandibolare,  dal  punto  mediano  del  condilo  al 
bordo  anteriore  della  sinfisi  mandibolare,  misura  in  lunghezza, 
come  abbiam  visto,  mm.  176. 

La  cresta  che  si  nota  presso  il  bordo  posteriore  dell’apofisi 
coronoide  è  nella  mandibola  fossile  più  pronunziata  che  nel 
Canis  lupus  Linn.;  e  ciò  non  solo  in  quelli  pili  giovani  degli 
individui  avuti  in  esame,  ma  anche  in  un  5  adulto  di  Finlandia 
che  ha  dimensioni  dei  tutto  straordinarie  e  si  presenta  di  una 
età  abbastanza  inoltrata.  Ciò  che  ho  detto  per  le  mandibole  dei 
lupi  vale  pure  per  quelle  dei  cani  domestici. 

Altra  osservazione  da  farsi  riguarda  la  maggiore  distanza 
tra  il  centro  del  condilo  e  l’apofisi  mandibolare,  che  il  fos¬ 
sile  presenta  rispetto  ai  viventi,  sieno  questi  Lupi  o  Cani. 

Anche  il  contorno  inferiore  della  mandibola  presenta  alcune 
varianti  ;  infatti  mentre  la  mandibola  della  Val  di  Chiana  si 

1  Questa  dimensione  deve  ritenersi  come  inferiore  al  vero,  perchè 
l’estremità  interna  del  condilo  presenta  una  frattura  che  diminuisce  la 
lunghezza  del  condilo  di  qualche  millimetro. 


352 


D.  DEL  CAMPANA 


presenta  con  contorno  dolcemente  curvo  o  scafoide,  quella  del 
Canis  lupus  Linn.  ha  il  contorno  inferiore  rappresentato  da  una 
linea  sinuosa. 

Questo  particolare  del  fossile  trova  pure  riscontro  in  taluni 
cani  domestici,  nei  quali,  secondo  le  osservazioni  fatte  da  me, 
i  casi  di  mandibole  a  contorno  inferiore  sinuoso  come  nel  Canis 
lupus  Linn.  sono  tutt’altro  che  frequenti,  mentre  si  hanno  casi 
di  mandibole  a  contorno  inferiore  decisamente  curvo. 

Riguardo  ai  caratteri  morfologici  dei  denti,  la  mandibola 
della  Chiana  presenta  ingenerale  quelli  del  Canis  lupus  Linn. 
Si  differenzia  in  tal  modo  dalla  mandibola  di  Canis,  con  dimen¬ 
sioni  molto  minori,  proveniente  dalla  breccia  ossifera  di  Monte 
Tignoso,  che  già  ebbi  ad  illustrare  in  altre  mie  note  1  ;  e  nella 
quale  il  Pm.  2,  contrariamente  a  quanto  si  osserva  sempre  nel 
Canis  lupus  Linn.,  e  nella  mandibola  della  Chiana,  ha  il  bordo 
posteriore  tagliente. 

Anche  gli  intervalli  che  si  notano  nella  mandibola  fossile 
tra  Pm.  1,  Pm.  2  e  Pm.  3  si  uniformano  a  quelli  che  si  hanno 
nelle  mandibole  del  Canis  lupus  Linn.,  tenuto  conto,  si  intende, 
delle  varianti  che  questo  carattere  può  subire  a  seconda  della 
diversa  età  degli  individui  presi  in  esame. 

Aggiungo  qui  le  dimensioni  ricavate  sui  denti,  rimandando 
chi  legge  alla  tabella  delle  dimensioni  riportate  da  me  nella 
mia  nota  precedentemente  citata. 


PREMOLARI 

MOLARI 

Lunghezza 

Larghezza 

Lunghezza 

Larghezza 

massima 

massima 

massima 

massima 

mm. 

mm. 

mm. 

mm. 

Pm.  1 

6 

4,7 

M.  1 

27,7 

10,8 

»  2 

11,4 

6 

»  2 

11 

8,5 

»  3 

13,3 

6,7 

■>  3 

5,7 

4 

»  4 

14,4 

7,5 

1  Del  Campana  D.,  Op.  eit.,  Vertebrati  fossili  di  Monte  Tignoso  (Li¬ 
vorno)  (Boll.  Soc.  Geol.  It.,Vol.  XXVIII,  1909). 


CANE  QUATERNARIO  DELLA  VAL  DI  CHIANA  353 

Le  misure  del  M.  3  sono  state  prese  sull’alveolo,  essendo 
il  dente  mancante,  come  già  si  disse  in  principio;  esse  sono 
per  ciò  soltanto  approssimative. 

In  complesso  queste  misure  non  offrono  campo  ad  osserva¬ 
zioni  speciali,  perchè  si  uniformano  in  generale  a  quelle  riscon¬ 
trate  nel  Canis  lupus  Limi. 

In  una  dettagliata  memoria  sugli  Avanzi  di  Canidi  fossili 
dai  terreni  sedimento-tufacei  di  Roma  il  prof.  A.  Portis  de¬ 
scrive  e  figura  un  ramo  mandibolare  destro  di  Canis,  ritrovato 
a  Ponte  Molle,  che  per  le  sue  dimensioni  deve,  secondo  l’autore, 
essere  ravvicinato  ai  lupi  insieme  ad  altri  avanzi  fossili  di  Canis 
trovati  nella  anzidetta  località  ed  in  quella  di  S.  Paolo. 

Confrontando  la  mandibola  studiata  dal  prof.  Portis,  non  trovo 
diversità  notevoli  dalla  mandibola  della  Chiana,  ad  eccezione  del 
Pm.  2  il  quale  manca  del  tubercolo  sul  bordo  posteriore  contraria¬ 
mente  a  ciò  che  si  osserva  nel  Pm.  2  della  Chiana,  e  nei  denti  omolo¬ 
ghi  dei  diversi  crani  di  Canis  lupus  Linn.  vivente  da  me  esaminati. 

Nel  Museo  di  Paleontologia  in  Firenze  si  trova  pure  una 
mandibola  di  un  grosso  Canis  proveniente  dal  Pliocene  valdar- 
nese  e  che  appartiene,  come  ritengo,  alla  specie  Canis  Falco¬ 
neri  Maj.,  già  nota  per  gli  studi  del  Forsyth  Major.  Di  questa 
mandibola  mi  riservo  di  dare  una  più  completa  illustrazione 
in  un  mio  lavoro  sui  cani  pliocenici  di  Toscana  che  vedrà  tra 
non  molto  la  luce;  intanto  però  mi  preme  far  notare  alcune 
differenze  principali  riscontrate  colla  mandibola  della  Chiana. 

La  forma  pliocenica  ha  innanzi  tutto  dimensioni  maggiori 
e  mostra  una  conformazione  generale  più  robusta.  I  denti  inoltre 
presentano  cuspidi  marcatamente  più  erette,  che  nella  forma 
quaternaria;  e  nell’insieme  dei  loro  caratteri  fanno  pensare  ad 
abitudini  più  carnivore  nella  specie  pliocenica. 

* 

*  * 

III.  La  tibia  sinistra,  appartenente  al  Museo  di  Monte- 
varchi,  è  stata  da  me  studiata  mediante  copiosi  confronti  isti¬ 
tuiti  con  varie  tibie  di  Canis  lupus  Linn.  e  di  Canis  familiaris 
Linn.  (tav.  XIV,  fig.  2). 

1  Bollettino  della  Società  Geologica  Italiana,  voi.  XXVIII,  1909. 


354 


D.  DEL  CAMPANA 


Le  prime  appartengono  a  tre  esemplari  due  dei  quali  sono 
quelli  stessi  provenienti  da  Melfi,  già  citati  precedentemente, 
ed  il  terzo  proveniente  di  Maremma.  Le  tibie  di  questo  mi  fu¬ 
rono  date  in  comunicazione  dal  sig.  Enrico  Bercigli,  conserva¬ 
tore  nel  Museo  di  Geologia  e  Paleontologia  di  Firenze  ed  appar¬ 
tengono,  secondo  quanto  egli  mi  ha  assicurato,  allo  stesso  esem¬ 
plare  di  cui  il  cranio  e  la  mandibola  si  trovano  nella  raccolta 
craniologica  del  dott.  Folli  ;  io  ho  già  avuto  luogo  di  ricordare 
questo  esemplare  nelle  tabelle  di  misure  date  per  la  man¬ 
dibola. 

A  questo  materiale  sono  da  aggiungersi  le  tibie  di  alcuni 
cani  dell’antico  Egitto,  ricordati  sopra  neH’illustrare  il  cranio 
della  Chiana;  più  le  tibie  di  vari  cani  domestici  di  razze  at¬ 
tuali  poste  gentilmente  a  mia  disposizione  dallo  stesso  sig.  En¬ 
rico  Bercigli. 

La  tibia  tossile  si  trova,  nel  suo  insieme,  in  buono  stato  di 
conservazione.  Sull’estremità  superiore  il  tubercolo  anteriore 
manca  della  parte  superiore,  e  per  ciò  manca  anche  il  tubercolo 
del  tibiale  anteriore;  ugualmente  sono  un  poco  ridotte  alla  loro 
periferia  le  due  superfìci  articolari,  sicché  vengono  a  diminuire 
di  qualche  poco  i  due  diametri  trasverso  ed  antero-posteriore 
della  estremità  superiore  della  tibia. 

Alla  estremità  inferiore  si  nota  traccia  di  corrosione  sulla 
superfìcie  articolare  interna,  la  quale  appare  in  tal  modo  più 
incavata  di  quello  che  era  allo  stato  naturale;  anche  la  super¬ 
ficie  articolare  esterna  è  dal  lato  posteriore  leggermente  ridotta, 
per  una  corrosione'  subita  dall’osso  in  quel  punto. 

Sebbene  ritrovata  nella  stessa  località  nella  quale  fu  trovata 
la  mandibola  precedentemente  descritta,  non  sembra  tuttavia 
che  la  tibia  fossile  abbia  ad  appartenere  ad  uno  stesso  indi¬ 
viduo.  La  diversità  di  proporzioni  che  passa  tra  questi  due  pezzi 
e  che  si  può  anche  apprezzare  esaminando  le  tabelle  di  misure 
di  cui  è  munita  la  presente  nota,  servono  assai  bene  per  affer¬ 
mare  con  sicurezza  che  si  tratta  di  due  individui  differenti,  dei 
quali  quello  rappresentato  dalla  tibia  aveva,  sebbene  fosse  adulto, 
come  si  ricava  dall’esame  diretto  del  fossile,  dimensioni  più 
piccole. 


CANE  QUATERNARIO  DELLA  VAL  DI  CHIANA 


355 


Prima  di  venire  alla  descrizione  aggiungo,  come  necessario 
completamento  di  questa,  le  misure  ricavate  sulla  tibia  fossile 
e  sulle  tibie  di  Canis  lupus  Linn. 


MISURE  DELLA  TIBIA 

CANIS 

DELLA 

- *  | 

CANIS  LUPUS  LINN. 

IN  MILLIMETRI 

VAL  DI 

CHIANA 

Maremma 

Melfi  n.  1 

Melfi  n.  2 

Lunghezza  assoluta . 

191 

218 

210 

210 

Lunghezza  della  cresta  .... 

51 

52 

50 

51 

Distanza  tra  i  due  tubercoli  della 

spina . 

5 

10 

8 

8,5 

Diametro  antero-posteriore  della 

estremità  superiore . 

27 

47 

46 

48,6 

Larghezza  della  incavatura  poplitea 

9 

19 

16 

21 

Diametro  trasverso  massimo  della 

estremità  superiore . 

31* 

46 

42 

46,4 

Diametro  trasverso  del  corpo  .  . 

12 

16 

15 

17,4 

Diametro  trasverso  della  epifisi  in- 

feriore . 

21 

27 

28 

29 

Diametro  aliterò  posteriore  della 

epifisi  inferiore . 

16 

20 

22 

22 

i  Diametro  antero-posteriore  della 

superficie  articolare  inferiore  . 

13,5 

19,5 

19 

20,5 

Diametro  trasverso  della  superficie 

articolare  inferiore . 

16,5 

21 

22 

22 

Basta  anche  un  esame  superficiale  delle  misure  precedenti 
per  convincersi  che  la  tibia  fossile  varia  da  quella  di  Canis 
lupus  Linn.  non  solo  per  dimensioni,  ma  anche  per  proporzioni 
delle  diverse  parti. 

Tali  differenze  si  chiariranno  ancor  più  dopo  che  avrò  fatto 
noto  il  resultato  dei  confronti  morfologici  da  me  eseguiti. 

Una  prima  diversità  a  notarsi  si  è  che  la  tibia  fossile,  in 
confronto  di  quelle  di  cani  domestici  di  razze  moderne,  si  pre¬ 
senta,  ove  la  si  riguardi  dal  lato  anteriore,  assai  meno  curva;  l’u- 


356 


D.  DEL  CAMPANA 


nico  caso  di  maggior  somiglianza  l’ho  trovato  in  una  tibia  di 
cane  dell’antico  Egitto.  La  tibia  di  Canis  lupus  Linn.  si  avvi¬ 
cina  in  questo  caso  per  la  sua  conformazione  alla  tibia  fossile, 
sebbene  offra  un  grado,  sia  pur  lieve,  di  minor  curvatura. 

La  cresta  della  tibia  fossile  si  presenta  enormemente  più 
lunga  e  meno  regolarmente  curva  verso  l’esterno  che  nei  ter¬ 
mini  di  confronto  viventi  ;  era  però  meno  sviluppata  in  senso 
antero-posteriore.  Questo  carattere  e  la  diversa  lunghezza  della 
cresta  fanno  sì  che,  guardate  lateralmente,  le  tibie  dei  cani  dome¬ 
stici  e  del  Canis  lupus  Linn.  appaiono  marcatamente  più  ricurve 
dall’innanzi  all’indietro. 

L’estremità  superiore  della  tibia  ha  nel  fossile  un  diametro 
trasverso  proporzionatamente  maggiore  che  nei  cani  domestici, 
e  lo  stesso  si  può  ripetere  riguardo  al  diametro  antero-posteriore. 

Nel  Canis  lupus  Linn.  questa  differenza  col  fossile  non  si 
nota  ugualmente,  poiché,  come  si  vede  anche  dalle  cifre  date 
nella  tabella  delle  misure,  i  due  diametri  assumono  uno  sviluppo 
proporzionatamente  maggiore  a  quello  della  tibia  fossile. 

La  cavità  poplitea  è  nel  fossile  proporzionatamente  assai 
meno  larga  e  profonda  che  nei  cani  domestici,  perchè  la  metà 
interna  della  superfìcie  articolare  superiore  si  presenta  in  questi 
ultimi  meno  sviluppata.  La  stessa  osservazione  vale  anche  per 
le  tibie  di  Canis  lupus  Linn.,  le  quali  presentano  ancor  più 
marcati  i  particolari  riscontrati  pei  cani  domestici. 

La  sezione  del  corpo  della  tibia  offre  poche  varianti.  Nei 
cani  domestici  essa  tende  ad  essere  più  o  meno  circolare.  Solo 
ho  riscontrato  una  sezione  triangolare  in  una  tibia  di  Cane  del 
San  Bernardo  ed  in  quelle  di  Canis  lupus  Linn.  La  sezione  della 
tibia  fossile  appare  intermedia  tra  il  primo  ed  il  secondo  tipo, 
nè  mi  sembra,  dopo  un  esame  accurato,  che  sia  da  attribuire 
questo  particolare  a  difetto  di  conservazione. 

Si  può  anche  notare  che  il  corpo  della  tibia  fossile  era  pro¬ 
porzionatamente  meno  robusto  che  nel  Canis  lupus  Linn. 

Altra  differenza  riguarda  la  posizione  del  foro  nutritizio. 
Esso  si  trova  nel  fossile  tra  il  primo  ed  il  secondo  terzo  della 
lunghezza,  situato  lateralmente  dall’esterno.  Nei  cani  domestici 
e  nel  Canis  lupus  Linn.  questo  foro,  oltre  ad  essere  situato  un 
poco  più  verso  l’estremità  superiore,  si  apre  sempre  sulla  faccia 


CANE  QUATERNARIO  DELLA  VAL  DI  CHIANA 


357 


posteriore  della  tibia,  quantunque  a  seconda  dei  diversi  individui 
possa  esser  situato  più  o  meno  verso  il  lato  esterno. 

Anche  l’estremità  inferiore  della  tibia  presenta  nel  fossile 
i  due  diametri  antero-posteriore  e  trasverso  proporzionatamente 
più  ridotti  che  nei  cani  domestici;  questo  carattere  fa  si  che 
in  essi  la  estremità  inferiore  della  tibia  si  slarghi  più  rapida¬ 
mente  che  nel  fossile  il  quale  in  questo  caso  presenterebbe  una 
maggior  somiglianza  col  Canis  lupus  Limi. 

Quanto  alle  diverse  parti  della  estremità  inferiore  della 
tibia,  il  fossile  presenta  il  malleolo  interno  proporzionatamente 
meno  sviluppato  ed  anche  un  po’  meno  robusto  che  nei  cani 
domestici,  mentre  anche  per  questo  carattere  si  uniformerebbe 
al  Canis  lupus  Linn. 

Così  pure  le  due  superfìci  articolari,  interna  ed  esterna, 
appaiono  nel  fossile  la  prima  un  po’  più  obliqua  verso  l’esterno, 
ambedue  poi  più  allungate  e  più  ristrette  che  nei  cani  viventi; 
con  questa  sola  differenza  che  per  la  superfìcie  interna  si  tratta 
di  varianti  poco  profonde,  mentre  per  l’esterna  le  varianti  sono 
più  facilmente  apprezzabili. 


* 


Il  resultato  delle  osservazioni  che  siamo  venuti  facendo  è 
quello  di  constatare,  una  volta  ancora  per  la  Toscana,  resi¬ 
stenza  di  resti  di  Cane  quaternario  i  quali  offrono  delle  note¬ 
voli  somiglianze  col  Canis  familiaris  Linn. 

E  per  ciò  che  più  particolarmente  riflette  il  Cane  vissuto 
durante  il  Post-pliocene  nella  Val  di  Chiana,  rappresentato  fino 
ad  oggi  dall’esemplare  del  Vingone  e  da  quei  della  Chiana; 
possiamo  affermare  che  esso  : 

a)  poteva  raggiungere  dimensioni  disparate,  in  qualche 
caso  molto  vicine  a  quelle  di  un  grosso  Lupo; 

b)  presentava,  come  lo  ha  dimostrato  lo  studio  dei  due 
crani  del  Vingone  e  della  Chiana,  caratteri  abbastanza  uni¬ 
formi  ; 

c)  questi  caratteri,  che  resultano  dall’esame  minuzioso  dei 
vari  pezzi  fossili,  allontanavano  il  Cane  della  Val  di  Chiana 


24 


358 


D.  DEL  CAMPANA 


dal  Canis  lupus  Limi.,  avvicinandolo  invece  al  Canis  fami- 
liaris  Linn. 

Con  ciò  resta  provata  l’esistenza,  anche  nel  Quaternario  di 
Italia,  di  quella  forma  speciale  di  Cane  che  già  da  tempo  era 
stata  segnalata  in  Francia.  Questa  forma,  che  il  Bourguignat 
chiamò  col  nome  di  Canis  ferus  ’,  sarebbe  stata  addomesti¬ 
cata,  secondo  l’opinione  di  autorevoli  studiosi,  dall’uomo  del 
neolitico  ed  avrebbe  dato  origine,  per  via  di  selezioni  e  di 
incroci  con  altre  specie  selvatiche,  alle  nostre  razze  domestiche 
attuali 


[ms.  pres.  14  agosto  -  ult.  bozze  13  nov.  1912]. 


1  Bourguignat  M.  J.  B.,  Becherches  sur  les  ossements  de  Canidae, 
constatées  en  France  à  Ve'tat  fossile  pendant  la  periode  quaternaire  (An- 
nales  des  Sciences  Géologiques.  Paris,  1875,  pag.  33  e  seg.). 

2  Cfr.  Strider  M.,  Die  praehistorisclien  Ilunde  in  ihrer  Beziehung  zu 
den  gegenwòrtig  lebenden  Bassen  (Mémoires  de  la  Société  Paléontolo- 
gique  suisse,  voi.  XXVIII,  1901-,  Ueber  den  deutschen  Schaeferund  and 
einige  kynologische  Fragen.  (Mittheilungen  Naturforsch.  Gesellschatt. 
Berna,  1903);  Elude  sur  un  nouveau  chien  préliistorique  de  la  Bussi  e  (L’An- 
thropologie,  tome  XVI,  n.  3,  Paris). 


doli.  Soc.  Geol.  Ital.,  Voi.  XXXI  (1912) 


(D.  DEL  CAMPANA)  Tav.  XIII. 


tUOT  CALZO  LAMI  ftHB  KAHIO  -  MILANO 


Boll.  Soo.  Geol.  Ital.,  Voi.  XXXI  (1912) 


(D.  DEL  CAMPANA)  Tav.  XIV 


El.iOT.  CAL20LANI*  r*fcKKANIO -MILANO 


ALTRO  CONTRIBUTO  ECHINOLOGICO 
CON  NUOVE  SPECIE  DI  CLYPEASTER  IN  SARDEGNA 


Nota  di  D.  Lovisato 
(Tav.  XV,  XVI) 


Nel  giugno  1890  il  Cotteau  accettava  con  grande  piacere 
di  avere  in  comunicazione  gli  echinodermi  sardi,  pei  quali  mi 
avea  già  promesso  il  suo  aiuto  nell’anno  precedente  a  Parigi. 
Della  mia  prima  spedizione  a  lui  nel  luglio  successivo  facevano 
parte  moltissimi  Clypeaster,  fra  i  quali  alcuni  effettivamente 
appartenenti  al  caratteristico  C.  gibbosus  (Risso),  Marcel  de 
Serres,  che  ebbero  quindi  confermata  la  mia  diagnosi,  ma  in¬ 
sieme  ad  essi,  nel  disastroso  viaggio  di  ritorno  da  Auxerre  a 
Cagliari,  ritornarono  moltissimi  altri  ascritti  alla  stessa  specie, 
alla  quale  per  parecchi  caratteri  differenziali  dovettero  essere 
sottratti. 

Dal  lavoro  d’insieme  sopra  gli  echinidi  miocenici  isolani  la¬ 
sciato  dal  Cotteau,  morto  il  10  agosto  1894,  e  pubblicato  nel 
1895  1  dal  suo  amico  e  collaboratore  Gauthier,  per  incarico  dato 
a  lui  dalla  sua  famiglia  e  dal  Comitato  di  pubblicazione  delle 
Memorie  di  Paleontologia  per  sorvegliare  la  pubblicazione  del¬ 
l’interessante  memoria,  bramo  riprodurre  testualmente  quanto 
egli  lasciava  scritto  e  quindi  veniva  stampato  nella  stessa  me¬ 
moria  a  proposito  di  questa  bella  specie  di  Clypeaster,  dopo 
aver  rimandato  il  lettore  per  la  sinonimia  e  per  la  descrizione 


1  Description  des  Echìnides  miocènes  de  la  Sardaigne.  Mémoires  de 
la  Société  Géologique  de  France,  tome  V,  fase.  II,  pi.  Ili  à  VII,  Paris, 
1895;  pag.  20-1. 


360 


D.  LOVISATO 


della  stessa  specie  a  quanto  si  trova  in  altra  sua  precedente 
pubblicazione  \ 

Sento  il  bisogno  di  ciò  fare  per  vedere,  se  mi  sarà  possi¬ 
bile  nelle  pagine  sopra  gli  individui  del  mio  materiale  sardo  di 
concorrere  a  risolvere  il  difficile  problema  relativo  ad  una  specie, 
colla  quale,  solo  per  qualche  carattere  in  comune,  furono  in¬ 
globate  varie  altre  specie,  ed  anche  nuove,  come  ho  già  in 
parte  dimostrato  in  qualche  mia  memoria  precedente  \ 

Ecco  ciò  che  pel  Cottemi  era  stampato  nel  1895  a  propo¬ 
sito  del  C.  gibbosus: 

«  M.  Lovisato  nous  a  communiqué  des  exemplaires  par  fai  - 
tement  caractérisés  de  cette  belle  espcce,  qui  constitue,  en  y  réu- 
nissant  les  Clyp.  umbrella  et  dilatatus,  un  type  parfaitement 
reconnaissable  à  sa  face  supérieure  haute,  renflée,  subliémisphé- 
rique ,  marquée  de  dix  cótes  dues  au  renflement  des  aires  ambu- 
lacraires  et  inter ambidacr  aires  al  ternani  aree  les  zones  porifères 
deprimées ;  à  ses  bords  abrupts ,  presque  tranchants  vers  l’arn- 
bitus;  à  sa  face  inférieure  piane  et  profondement  sillonnée;  à  son 
peri  prode  petit,  s’ouvrant  au  fond  d’ime  dépression  évasée  ». 

«  Certains  exemplaires  de  Sardaigne  sont  de  grande  faille 
et  remarquables  par  la  largeur  de  leurs  aires  ambulacraires  et 
Vétroitesse ,  surtout  aux  approches  du  sommet,  des  aires  inter- 
ambidacraires.  Signalons  également  la  variété  dilatata  bien  ca- 
ractérisée  par  sa  face  supérieure  moins  élevée,  plus  étalée  et 
subpentagonale  (C.  dilatatus  Requien)  qui  appartieni  certame- 
meni  au  méme  type,  cornine  Vavait  établi  Michelin.  Tout  récem- 
ment  M.  Lovisato  nous  a  envoyé  un  exemplaire  bien  conserve' 
de  cette  variété,  rencontré  dans  la  baie  de  Fontanazzo  ». 

Nella  prima  parte  di  questi  brevi  cenni  sul  C.  gibbosus , 
riportata  quasi  testualmente  dal  lavoro  dello  stesso  Cotteau  sulla 
Corsica  facilmente,  chi  legge,  avrà  potuto  rilevare  l’errore  d’es¬ 
sere  stato  confuso  il  periprocto  col  peristoma,  perchè  è  questo 
che  è  piccolo  e  s’ouvrant  au  fond  d’une  dépression  évasée,  mentre 

1  Cotteau  in  Locarci,  Description  de  la  faune  des  terrains  tertiaires 
moyens  de  la  Corse,  ecc.  Paris,  1877  ;  pag.  247. 

*  Altre  specie  nuove  di  Clypeaster  del  miocene  medio  di  Sardegna. 
Boll.  Soc.  Geol.  Italiana,  voi.  XXX  (1911),  pag.  469. 

3  Lavoro  citato,  pag.  249. 


NUOVE  SPECIE  DI  «  GL Y PE ASTE R  » 


361 


il  periprocto,  come  diremo  in  appresso,  è  grande,  rotondo  e 
molto  vicino  al  margine,  die  è  assai  diverso  nel  C.  dilatatus 
in  confronto  del  C.  gibbosus.  Si  aggiunga  ancora  che  in  quello 
stesso  lavoro  del  Cotteau  uno  dei  caratteri,  ammesso  nelle  pa¬ 
gine  sugli  echinodermi  sardi,  è  ancora  più  spiccato,  perchè  dopo 
le  parole  à  ses  bords  abrupts  sono  aggiunte  queste  altre  più 
incisive  ancora:  presque  perpendiculaires  et  tranchants  vers  Vani- 
bitus,  che  da  sole  basterebbero  a  separare  il  tipico  C.  gibbosus 
dal  C.  dilatatus ,  che  ha  margini  dilatati. 

I)  nome  di  C.  gibbosus,  dato  fino  dal  1829  da  Marcel  de 
Serres  a  questo  bel  tipo  di  Clgpeaster,  fu  mutato  da  Agassiz 
e  da  Desor  nel  1847  in  quello  di  C.  wnbrella  e  C.  dilatatus.  Po¬ 
steriormente  il  Michelin,  avendo  esaminati  gli  esemplari  tipici, 
che  Marcel  de  Serres  gli  avea  inviato  in  comunicazione,  molto 
probabilmente  dalla  Corsica,  persuaso  che  è  identico  al  C.  um- 
brella  ed  al  C.  dilatatus,  il  quale  ultimo  non  sarebbe  stato  per 
lui  che  una  varietà  del  C.  gibbosus,  restituiva  alia  specie  il  suo 
nome  più  antico  di  C.  gibbosus,  che  gli  autori  fino  allora  ave¬ 
vano  adottato,  senza  tener  conto  che  fino  dal  1820  lo  Schlot- 
lieim  avea  chiamato  una  specie  consimile  col  nome  di  C.  cam- 
panulatus,  nome  dunque,  che  in  ogni  caso  il  Michelin  e  gli 
altri  avrebbero  dovuto  adottare,  se  i  caratteri  essenziali  vi  aves¬ 
sero  corrisposto. 

Da  ciò  si  può  cominciare  a  comprendere  come  una  certa 
confusione  deve  sussistere  ancora  su  questa  bella  specie  di  echi- 
nide,  confusione  che  tenteremo  togliere,  approfittando  dell'ab- 
bondantissimo  materiale,  che  offre  in  proposito  l’isola  bella,  po¬ 
tendo  dire  fili  d’ora  che  di  circa  un  centinaio  d’individui,  per 
la  maggior  parte  raccolti  negli  immediati  dintorni  di  Cagliari, 
e  che  furono  dagli  eminenti  specialisti  Cotteau  e  Gautbier,  che 
li  hanno  avuti  in  comunicazione,  riferiti  nettamente  al  C.  gib¬ 
bosus,  oggi  poco  più  di  una  dozzina  possiamo  riferire  rigorosa¬ 
mente  alla  specie. 

Prima  però  di  fare  la  disamina  di  tale  ricchissimo  materiale, 
vediamo  quali  sono  i  caratteri,  che  pel  vero  C.  gibbosus  ne  dà 
il  Cotteau,  pur  comprendendo  nella  specie  anche  il  C.  ambretta 
ed  il  C.  dilatatus ,  mettendoli  a  confronto  con  quelli  dati  dal 
Michelin,  che  su  per  giù  sono  gli  stessi. 


362 


r».  LOVISATO 


Ecco  la  descrizione  fattane  dal  Cottemi  1  :  «  Espèce  de  taille 
assez  forte ,  subpentagonale ,  plus  ou  moins  allonge'e,  un  peu  an¬ 
gui  elise  en  avant,  subtronquée  et  légèrement  arrondie  en  arrière; 
face  supérieure  très  élevée,  renflee  en  forme  de  cloche ,  tombant 
à  angle  presque  droit  sur  le  bord,  qui  est  très  peu  développé 
et  tranchant  vers  l’ambitus;  face  inférieure  piane,  fortement  de¬ 
prime  e  au  milieu ,  marquée  de  cinq  sillons  profonds  et  régulieurs, 
apparents  depuis  le  péristome  jusqu’au  bord.  Sommet  apical 
centrai.  Aires  ambulacraires  pétaloidcs,  allongées,  ouvertes  à  leur 
extré  mite,  proéminentes.  Zones  porifères  déprimées,  larges,  for- 
mées  de  pores  unis  par  un  sillon  oblique  et  apparent.  Les  pores 
de  la  rangée  externe  soni  allongés;  les  autres  soni  plus  petits 
et  arrondis.  La  bande  de  test  qui  séparé  les  sillons  est  gamie 
d’une  rangée  régulière  de  sept  à  huit  petits  tubercules  dont  le 
nombre  diminue  au  fur  et  à  mesure  que  les  aires  ambulacraires 
se  rapprochent  du  sommet.  Les  aires  inter  ambulacraires,  bien 
que  plus  étroites  à  leur  parile  supérieure,  soni  renflées  comme 
les  aires  ambulacraires  ;  elles  par  tagent  ainsila  face  supérieure 
en  dix  cótes  séparées  par  les  dépressions  porifères,  et  donnant 
à  cette  espèce  un  aspect  particulier  et  tout  à  fait  caractéristi- 
que.  Tubercules  abondants,  petits ,  serrés,  scrobiculés,  apparents 
surtout  sur  la  face  inférieure.  Péristome  peu  développé,  penta- 
gonal,  s’ouvrant  dans  une  dépression  profonde  et  évasée.  Péri- 
prode  arrondi,  rapproché  du  bord.  Appareil  apical  stelliforme, 
quelquefois  à  fleur  du  test ,  le  plus  souvent  un  peu  enfoncé  et 
domine'  par  le  renflement  des  aires  ambulacraires  ;  plaques  gè¬ 
ni  tades  et  ocellaires  très  petites  ». 

Con  qualche  leggerissima  modificazione  ne  dà  i  caratteri  il 
Miclielin;  così  riferendosi  alla  parte  ambulacrale  dice:  «La partie 
ambulacraire  se  redressant  en  forme  de  calotte  au  dessus  de  la 
partie  marginale  qui  présente  toujours  un  angle  d’autant  plus 
aigu,  que  Vindividu  était  plus  vieux».  E  subito  dopo  parlando 
della  parte  superiore:  «  Elle  est  remar quable  dans  toutes  ses  va- 
riétés  par  un  ensamble  de  10  espèces  de  collincs  élevées  au- dessus 
de  la  partie  marginale  dont  V angle  varie  de  45  à  75  degrés  », 
ciò  che  forma  una  delle  caratteristiche  principali  del  C.  gib- 


1  Lavoro  citato,  pag.  247  e  seguenti. 


NUOVE  SPECIE  DI  *  CLYPEASTER  » 


363 


bosus  isolano  e  del  C.  gibbosus  tipico  di  tutta  la  terra,  che 
quindi  terremo  separato  nettamente  dal  C.  umbrella  e  dal  C.  di- 
latatus. 

Quanto  all’apparecchio  apicale  ciò  che  scrive  il  Michelin 
s’avvicina  più  al  vero  pei  C.  gibbosus  sardi  di  quello  che  dice 
il  Ootteau.  Infatti  nel  Michelin  noi  troviamo :«  Sonvmet  se  pre¬ 
sentarli  tantót  avec  une  sur  face  piate,  quelquefois  concave;  tantót 
sous  une  forme  conique»,  avendo  i  nostri  l’apice  piano  o  con¬ 
vesso,  solo  eccezionalmente  qualcuno  presenta  all’apice  una  lie¬ 
vissima  concavità,  ma  dubito,  come  dirò  più  avanti  ancora,  che 
tale  lieve  concavità  sia  dovuta  quasi  esclusivamente  all’usura, 
alla  erosione. 

Più  chiaro  nella  sua  descrizione  è  il  Michelin  anche  per  le 
zone  porifere,  scrivendo  :  «  Les  sillons  sont  étroits  ainsi  que  Ics 
cloisons,  lesquelles  portent  de  7  à  8  tubercules.  Ces  zones  sont 
plus  basses  eque  les  aires  inter por ifcres  et  anambulacraires  ». 
Anche  pel  periprocto  s’avvicina  al  vero  più  il  Michelin  del 
Cotteau  dicendo  :  «  Appareil  anal  plus  ou  moins  près  du  bord, 
mais  toujours  in  fra-m  arginai;  subelliptique,  transversai,  assez 
grand  ». 

Leggendo  però  l’ima  e  l’altra  descrizione  si  rimane  sempre 
sotto  l’impressione  della  grande  confusione  che  regnava  allora 
e  che  pur  troppo  regna  tuttora  su  tale  bella  specie  di  Clypea- 
ster,  a  confermare  la  quale  basterebbe  da  solo  il  materiale  iso¬ 
lano,  da  me  raccolto  ed  inviato  per  lo  studio  al  Cotteau  come 
ho  già  accennato,  e  posteriormente  mandato  anche  al  Gauthicr, 
il  quale  insieme  al  primo  uvea  già  visto  e  studiato  il  materiale 
isolano  spedito  precedentemente  ad  Auxerre. 

Ad  aumentare  la  confusione  viene  anche  il  ravvicinamento 
che  il  Michelin  ed  il  Cotteau  fanno  del  C.  gibbosus  col  C.  altus, 
col  quale  mi  pare  il  nostro  tipo  nulla  ha  da  fare.  Nè  a  sce¬ 
mare  tale  confusione  valgono  le  poche  parole  che  in  proposito 
stampa  il  Lambert  1  sempre  relativamente  al  C.  gibbosus:  «  Les 
individus  de  V  Helvetien  de  S.  Bartolomeo  ne  correspondent  pas 
au  type  de  Vespèce,  pourvu  de  marges  trcs  étendues,  mais  à 

1  Uescription  des  Echinides  fossiles  des  terrains  miocéniques  de  la  Sar- 
daigne.  Mémoires  de  la  Société  paléontologique  suisse,  voi.  XXXV  (1908), 
Genève,  1909,  pag.  123. 


D.  LOVISATO 


O/  »  I 

ool 

la  forme  confondile  avec  lui  par  Michelin  et  par  Cotteau,  & est¬ 
à-dire  au  C.  campanulata  Schlotheim  »,  ciò  che  non  mi  pare 
niente  affatto. 

È  certo  che  i  due  eminenti  specialisti  hanno  riferito  netta¬ 
mente  al  C.  gibbosus  od  a  varietà  della  stessa  specie,  che  sia 
poi  il  C.  dilatatus  od  il  C.  umbrella  Agassiz,  non  me  ne  preoc¬ 
cupo,  ben  93  individui  della  mia  collezione,  per  la  maggior 
parte  derivanti  dai  dintorni  immediati  di  Cagliari,  e  precisa- 
mente  da  Is  Mirrionis  (Piazza  d’Armi  di  Cagliari),  dal  Campo¬ 
santo  di  Cagliari,  da  Bonaria  e  dal  Capo  S.  Elia,  due  da  Fon- 
tanazza  o  Fontanaccia  al  mare  delle  miniere  di  Montevecchio 
ed  uno  dalla  trincea  calcare,  ricchissima  in  fossili,  della  fer¬ 
rovia  da  Portotorres  a  S.  Giovanni. 

Ora  da  questo  numero  93  dopo  un  paziente  esame  da  me 
fatto  per  parecchi  anni,  dobbiamo  sottrarre  ben  79  individui, 
appartenenti  o  a  specie  nuove  già  pubblicate  o  ad  altre  spe¬ 
cie  nuove,  che  m’accingo  a  pubblicare  nella  presente  Nota,  rife¬ 
rendo  altri  individui  a  specie  già  conosciute,  restando  quindi 
soltanto  14  da  riferirsi  al  vero  C.  gibbosus. 

Infatti,  dopo  molte  mie  osservazioni,  lo  stesso  Cotteau  si 
decise  ad  ascrivere  alcuni  di  questi  suoi  C.  gibbosus  al  C.  aff. 
Reidii  Wri-ght  ’,  e  fra  gli  individui  da  lui  considerati  come 
affini  a  questa  specie  ed  individui  appartenenti  effettivamente 
e  nettamente  alla  specie,  noi  dobbiamo  togliere  ben  20  esem¬ 
plari,  dapprima  riferiti  al  C.  gibbosus:  se  si  aggiungono  a 
questi  12  individui,  che  formano  la  mia  nuova  specie  C.  Lam¬ 
berti  2  e  10  che  formarono  l’altra  mia  specie  nuova  C.  Tor- 
quati  abbiamo  un  numero  di  42  individui,  che  sottratti  ai  93 


1  Description  des  Echinides  miocènes  de  la  - Sardaigne .  Mémoires  de 
la  Société  Géologique  de  France,  tome  V,  fase.  II.  Paris,  1895,  pag.  25. 

2  Le  specie  fossili  finora  trovate  nel  calcare  compatto  di  Bonaria  e 
di  S.  Bartolomeo.  Cagliari,  1902,  pag.  17  ;  Lambert,  Description  des  Echi¬ 
nides  fossiles  des  terrains  miocéniques  de  la  Sardaigne.  Mémoires  de  la 
Société  paléontologique  suisse.  Genève,  1907,  pag.  49,  pi.  Ili,  fig.  7 
et  pi.  IV,  fig.  1  et  2. 

3  Specie  nuove  di  Clypeaster  del  miocene  medio  di  Sardegna.  Rivista 
Italiana  di  Paleontologia,  anno  XVII,  fase.  I  II.  Catania,  1911,  pag.  6, 
tav.  I,  fig.  2a-d. 


NUOVE  SPECIE  DI  «  CLYPEASTER  » 


365 


danno  il  numero  di  51  individui,  dei  quali  32  sono  da  rife¬ 
rirsi  a  specie  nuove  già  pubblicate  od  incerte  con  pochi  inde¬ 
terminabili,  perche  male  conservati  o  non  mostranti  bene  i  ca¬ 
ratteri,  e  5  formanti  le  cinque  nuove  specie  della  presente  Nota. 

Il  numero  di  14,  che  resta  pel  tipico  C.  gibbosus,  mostra 
che  la  specie  è  abbastanza  abbondante  ;  però,  diciamolo  subito, 
non  occupante  una  vasta  area  di  diffusione,  ma  invece  ristret¬ 
tissima,  perchè  tutti  questi  14  individui  derivano  dal  Capo 
S.  Elia,  dal  Camposanto  di  Cagliari,  da  Bonaria  e  da  Is  Mir- 
rionis  e  precisamente  dal  Monte  della  Pace  o  Monte  S.  Giu¬ 
seppe,  ossia  derivano  tutti  dai  dintorni  immediati  di  Cagliari, 
come  abbiamo  già  detto. 

Prima  di  descrivere  le  specie  nuove,  formate  da  individui 
ascritti  dal  Cotteau  e  dal  Gauthier  al  C.  gibbosus,  riassumiamo 
i  caratteri  degli  individui  riferiti  a  tale  specie  per  l’isola,  per 
poter  più  da  vicino  fare  i  confronti  colla  descrizione  datane  dal 
Cotteau  e  dal  Michelin,  e  superiormente  riportata. 

Sono  tutti  di  grande  taglia,  misurando  il  maggiore,  derivante 
dai  grès  del  Poetto  al  Capo  S.  Elia,  probabilmente  aquitaniani, 
157  min.  al  suo  diametro  antero-posteriore,  142  al  suo  diametro 
trasversale,  non  potendosi  dare  l’altezza  per  essere  rotto  all’apice-, 
un  secondo,  ma  intero,  pure  della  stessa  località  colle  dimen¬ 
sioni  relative  di  149,  131  e  62  ed  un  terzo  del  calcare  elve- 
ziano  compatto  del  Camposanto  con  quelle  di  152,  136  e  53: 
queste  dimensioni  vanno  pel  Michelin  da  105  a  155  per  la 
maggior  lunghezza,  da  90  a  132  per  la  larghezza,  e  da  60  a 
65  per  l’altezza,  mentre  che  pel  Cotteau  esse  sono  di  107,  95 
e  63  pel  C.  gibbosus  e  di  130,  117  e  54  per  la  varietà  di¬ 
latata. 

Si  vede  quindi  che  i  C.  gibbosus  sardi  sono  in  generale 
alquanto  più  bassi,  ma  relativamente  più  lunghi  e  più  larghi 
dei  descritti  e  figurati  da  altri  autori. 

Sono  subpentagonali,  più  o  meno  allungati,  alquanto  ango¬ 
losi  in  avanti,  più  o  meno  arrotondati  specialmente  indietro, 
elevati  generalmente  nella  loro  parte  superiore  a  campana,  for¬ 
mata  da  10  rigonfiamenti,  come  colline  mammellonate  al  di 
sopra  della  parte  marginale,  formando  agli  orli  assai  poco  dila¬ 
tati  e  generalmente  non  grossi  all’ambito  un  angolo  dai  60°  ai  6501 


366 


D.  L0V1SAT0 


al  periprocto  e  che  in  taluni  si  fa  maggiore  fra  le  due  paia  di 
petali:  i  dieci  rigonfiamenti  sono  formati  dalle  cinque  aree  ara- 
bulacrali  petaloidi,  lunghe,  larghe,  aperte  alle  loro  estremità, 
e  dalle  cinque  aree  interamhulacrali,  le  quali,  sebbene  sieno 
assai  più  strette  delle  prime  nella  loro  parte  superiore,  sono  di 
quelle  più  prominenti,  più  elevate,  essendo  poi  questi  rigon¬ 
fiamenti  sensibilissimi  sempre  convessi,  specialmente  alla  loro 
metà,  mentre  le  elevazioni  delle  zone  ambulacrali  sono  di 
tale  insensibile  convessità  da  sembrare  quasi  piane.  In  alcuni 
individui  l’apice  è  quasi  piano;  in  altri,  specialmente  in  quelli 
dei  grès  del  Capo  S.  Elia,  convesso,  formando  quindi  all’estre¬ 
mità  come  una  calotta  sferica:  due  soli  sono  gli  individui,  che 
presentano  l’apparecchio  apicale  un  pochino  concavo,  ma,  come 
ho  già-  ricordato,  dubito  sia  dovuta  tale  lieve  concavità  quasi 
esclusivamente  all’erosione.  I  dieci  rigonfiamenti  sono  separati 
dalle  zone  porifere  depresse,  assai  larghe,  formate  da  costole 
ben  distinte,  separate  fra  loro  da  solchi  larghi,  profondi,  por¬ 
tando  ciascuna  costola  nella  sua  parte  più  larga  da  10  a  15 
e  più  tubercoli  fra  piccoli  e  grandi,  irregolarmente  distribuiti, 
talora  addossati,  accavallati  fra  loro  ed  il  più  delle  volte  quindi 
non  allineati  :  se  però  i  tubercoli  sono  tutti  della  stessa  gros¬ 
sezza,  essi  non  superano  sopra  ogni  costola  il  numero  di  7,  8, 
9  e  10.  E  qui  devo  osservare  che  il  Cotteau  dà  dai  7  agli  8 
tubercoli  per  costola,  piccoli  e  regolarmente  disposti  fra  loro  : 
questo  stesso  numero  di  tubercoli  lo  troviamo  anche  nella  do 
scrizione  della  specie  fattane  dal  Micheliu,  e  vediamo  tali  tuber¬ 
coli  e  non  piccoli  anche  in  fila  regolare  nella  tavola,  che  ne 
da  alla  lettera  g  una  parte  della  zona  porifera;  però  nella  stessa 
tavola  alla  lettera  f  vediamo  rappresentata  altra  parte  di  zona 
porifera  ingrandita  coi  tubercoli  grandi  e  piccoli,  arrivanti  fino 
a  14,  e  sempre  regolarmente  disposti  fra  loro,  ciò  che  succede 
assai  raramente  nei  nostri,  nei  quali  questo  carattere  è  gene¬ 
rale.  Parte  inferiore  piana  coi  cinque  solchi  ambulacrali  ben 
marcati,  regolari  e  profondi  dall’orlo  al  peristoma  piuttosto  pic¬ 
colo,  pentagonale  ed  aprentesi  in  una  depressione  profonda.  Pe¬ 
riprocto  grande,  rotondo  e  ravvicinato  all’orlo,  che  è  sempre  con¬ 
vesso  ed  assai  più  sottile  dell’orlo  anteriore. 


NUOVE  SPECIE  DI  «  CLYPEASTER  » 


367 


Tali  sono  i  caratteri  generali  del  tipico  C.  gibbosus  della  Sar¬ 
degna,  nè  credo  debbano  essere  diversi  quelli  per  lo  stesso  tipo 
delle  altre  località.  Non  temo  quindi  di  essere  soverchiamente 
ardito,  suggerendo  una  revisione  generale  degli  individui,  rife¬ 
riti  a  tale  specie  nelle  collezioni  dell ’École  des  Mines,  della 
Sorbona,  di  Avignon,  nonché  nelle  collezioni  private  Cotteau, 
Peron,  Verneuil,  Marcel  de  Serres,  Michel  in  e  Gauthier  per  la 
Francia,  nel  Museo  di  Neuchàtel  per  la  Svizzera  e  di  Vienna 
per  l’Austria,  tenendo  anche  conto  che  tale  specie,  abbastanza 
comune  per  l’isola  bella,  è  circoscritta  alla  zona  molto  ristretta 
dei  dintorni  immediati  di  Cagliari. 

Il  Cotteau  ha  preso  certamente  dal  Michelin  l’idea  che  gli 
esemplari  più  giovani  sieno  i  più  elevati,  ma  ciò  senza  darne 
alcuna  ragione;  nè  io  so  come  il  Michelin  possa  essere  stato 
indotto  a  dire  che  per  aver  ricevuto  in  diverse  riprese  un  grande 
numero  d’individui  della  specie,  si  sia  formata  in  lui  la  certezza 
che  la  specie  chiamata  C.  dilatatus  non  rappresenti  che  l’età 
avanzata  del  C.  timbrelìa,  più  anticamente  denominato  C.  gib¬ 
bosus:  io  credo  non  solo  per  la  Sardegna,  ma  anche  per  le  altre 
località,  nelle  quali  furono  raccolte  tali  specie,  che  esse  dovreb¬ 
bero  essere  tenute  distinte. 

Un  individuo,  non  appartenente  certamente  alla  specie,  ma 
molto  affine,  derivante  dai  grès  del  Poetto,  attrasse  prima  la 
mia  attenzione  e  poi  quella  del  Cotteau  pel  rimarchevole  svi¬ 
luppo  delle  sue  aree  ambulacrali,  che  superano  tutte  le  altre, 
specialmente  nell’allargamento  della  loro  parte  inferiore,  ma  è 
troppo  consumato,  troppo  frusto  per  poterne  fare  la  sua  deter¬ 
minazione. 

Per  parte  mia  ho  fatto  già  le  mie  riserve  1  per  molti  indi¬ 
vidui  riferiti  a  questa  specie  dal  Cotteau  e  dal  Gauthier  ed  ora 
m’accingo  alla  descrizione  di  alcuni  di  essi,  determinati  pure 
come  C.  gibbosus ,  ma  dei  quali  faccio  oggi  delle  altre  specie 
nuove. 

Avrei  voluto  cominciare  con  quelli  dei  dintorni  di  Cagliari, 
quali  sarebbero  gli  individui  dei  grès  del  Poetto  al  Capo  S.  Elia, 

1  Altre  specie  nuore  di  Clypeaster  del  Miocene  medio  di  Sardegna. 
Boll.  Soc.  Geol.  Ital.,  voi.  XXX  (1911),  pag.  465  e  seguenti. 


868 


D.  LOVISATO 


dove  il  C.  gibbosus  è  più  numeroso,  ma  preferisco  invece  ini¬ 
ziare  la  mia  descrizione  coi  due  individui,  che  raccolsi  a  Fon- 
tanazza  o  Fontanaccia  al  mare  delle  miniere  di  Montevecchio 
nella  località  Cea  a  Mari,  insieme  al  mio  C.  Imbrianii  e  ad 
altri  Clypeaster,  appartenenti  ad  altre  specie  note  od  ancora  non 
determinate. 


Clypeaster  Nulloi  Lov. 

(Tav.  XV,  fig.  1  a-d). 

Individuo  di  taglia  piuttosto  grande,  pentagonale,  cogli  an¬ 
goli  attorniati  all’estremità  dei  petali,  disgraziatamente  rotto 
nella  parte  anteriore.  Completando  la  curva  del  contorno  misu¬ 
rerebbe  probabilmente  140  min,  al  suo  diametro  antero-posteriore, 
129  in  larghezza  e  42  in  altezza.  Faccia  superiore  cupoliforme 
(tav.  XV,  fig.  1  c),  sorgente  ad  angolo  di  45"  dagli  orli  ad  una 
terza  parte  circa  del  raggio  e  poi  elevandosi  con  angolo  assai 
più  forte  per  formare  la  cupola,  mostrante  10  gibbosità,  5  più 
larghe  e  quasi  piane,  che  sono  quelle  dei  petali,  e  5  assai  più 
strette,  ma  anche  assai  gibbose,  specialmente  al  loro  terzo  supe¬ 
riore  e  che  sono  quelle  delle  zone  interambulacrali,  le  quali 
verso  l’apice  si  deprimono  alquanto  sotto  il  piano  delle  zone  ambu- 
lacrali.  L’apice,  alquanto  rovinato,  è  piano.  1  petali  sono  lunghi, 
superando  i  due  terzi  dall’apice  agli  orli  (tav.  XV,  fig.  1  a):  l’an¬ 
teriore  è  il  più  lungo,  misurando  60  rum.,  poi  viene  la  coppia 
anteriore  con  57  mm.  e  la  posteriore  in  seguito  con  53  nini.,  sono 
larghi,  romboidali  e  quasi  piani,  inflettendosi  alquanto  solo  verso 
le  zone  porifere,  infossate,  larghe,  con  costule  parecchio  incur¬ 
vate,  specialmente  verso  la  loro  parte  inferiore,  dove  le  zone 
porifere  accennano  quasi  a  chiudersi,  essendo  quindi  falciformi  : 
i  solchi  separanti  le  costole  sono  ben  marcati  e  le  costole  por¬ 
tano  nelle  loro  parti  più  larghe  generalmente  da  10  a  12  tu¬ 
bercoli,  piuttosto  grandi,  ma  non  ad  egual  distanza  fra  loro 
(tav.  XV,  fig.  1  <7),  però  su  talune  costole  verso  l’estremità  infe¬ 
riore  se  ne  aggiungono  di  piccoli,  addossati  fra  loro  od  anche 
ai  grandi,  tanto  da  averne  fino  a  17.  Gli  orli  sono  sottili  spe¬ 
cialmente  al  periprocto;  s’ingrossano  fra  le  coppie  dei  petali  e 
specialmente  verso  la  parte  anteriore.  La  faccia  inferiore  (tav.  XV, 


NUOVE  SPECIE  DI  «  CLYPEASTElt  » 


369 


fig.  1  b)  s’inflette  assai  dolcemente  fin  oltre  i  3/4  del  raggio  e 
poi  scende  abbastanza  bruscamente  per  andare  a  formare  il  peri- 
stoma  pentagonale,  grande  e  profondo:  i  cinque  solchi  petaloidi, 
assai  profondi  dapprima,  s’attenuano  verso  i  margini  tanto  da 
scomparire:  il  periprocto  è  grande,  vicinissimo  al  margine,  dal 
quale  dista  solo  3  mm.  ed  il  margine  è  convesso,  formando  poi 
due  brevi  concavità  da  una  parte  e  dall’altra  della  convessità 

dinanzi  al  periprocto. 

\ 

E  questo  uno  dei  due  individui,  che  ho  mandato  al  Cotteau 
in  comunicazione  e  derivanti  dagli  stessi  tufi  vulcanici  di  Cea 
a  Mari  di  Fontanazza,  che  m’aveano  dato  anche  il  C.  Imbrianii , 
che  come  sappiamo  era  stato  riferito  da  lui  e  dal  Gauthier  ad 
una  varietà  del  C.  gibbosus  \  L’individuo  descritto  è  precisa- 
mente  quello  che  il  Cotteau  accenna  colle  parole2:  «  Tout  re- 
cemment  31.  Lovisato  nous  a  envoyé  un  exemplaire  bini  con¬ 
serve  de  cette  variété  ( C.  dilatatus),  rencontré  dans  la  baie  de 
Fontanazza  ». 

Basta  osservare  il  peristoma  solo  per  togliere  l’individuo 
dalla  specie,  se  non  vi  concorressero  altri  caratteri  :  ma  dirò 
per  amor  del  vero  che  questo  peristoma  lo  misi  allo  scoperto 
soltanto  in  questi  ultimi  tempi,  non  fidandomi  di  fare  altrettanto 
per  l’altro  individuo,  ascritto  dal  Cotteau  e  dal  Gauthier  netta 
mente  al  C.  gibbosus,  e  che  sebbene  di  taglia  un  po’ più  piccola, 
alquanto  più  alto  e  portante  da  8  ad  11  tubercoli  nelle  zone 
porifere,  sarei  piuttosto  propenso  di  ravvicinare  al  C.  Imbrianii , 
più  che  alla  nuova  specie  C.  Nulloi,  che  ho  fatto  dell’altro  in 
dividilo. 

Questo  secondo  individuo,  che  mostra  la  stella  ambulacrale 
benissimo  ed  assai  bene  conservata,  nasconde  a  noi  tutta  la  parte 
inferiore  impastata  nel  tufo  vulcanico,  abbastanza  ricco  in  cri¬ 
stalli  di  orniblenda,  ma  fratturato  in  modo  che  il  bel  Clypea- 
ster  andrebbe  in  pezzi,  se  noi  tentassimo  di  liberarlo  dalla  roccia, 
dalla  quale  derivano  tanto  il  C.  Imbrianii,  quanto  l’altro  de¬ 
scritto  superiormente  e  che  noi  non  possiamo  assolutamente  rife¬ 
rire  al  C.  gibbosus,  non  fosse  altro  che  pei  caratteri  enunciati 

1  Lavoro  citatb  noi  Bollettino  della  Soc.  Geol.  Ital.,  voi.  XXX  (1911), 
pag.  465  e  seguenti. 

2  Lavoro  citato,  pag.  21. 


370 


I).  LOVISATO 


del  peristoma  e  dei  margini  sottilissimi  al  periprocto,  prescin¬ 
dendo  pure  dagli  altri,  che  presenta  la  faccia  superiore,  e  ne 
faccio  quindi  una  specie  nuova,  che  dedico  a  Francesco  Nullo, 
al  prode  di  Bergamo,  al  più  bel  soldato  delle  Guide  Garibaldine, 
al  generale  degli  insorti  Polacchi,  che  cadeva  mortalmente  fe¬ 
rito  il  5  maggio  1863  su  l’orlo  della  paludosa  foresta  di  Olkusz 
in  Polonia. 

Dunque  per  le  ricerche  finora  fatte  da  me  nei  superbi  ed 
interessanti  dintorni  di  Fontanazza  o  Fontanaccia,  dove  anche 
l’uomo  preistorico  ebbe  le  sue  stazioni  alle  falde  del  classico 
Monte  Arcuentu,  zone  ricchissime  in  echinodermi  e  quindi  anche 
nel  genere  Clypeaster,  non  avrei  trovato  il  C.  gibbosus,  che  ve¬ 
demmo  accentuato  soltanto  nei  dintorni  di  Cagliari  \ 


Clypeaster  Canzioi  Lov. 

(Tav.  XV,  fig.  2  a-d). 

Riferisco  a  questa  nuova  specie  un  unico  individuo,  alquanto 
logorato  e  di  grande  taglia,  del  quale  non  posso  dare  le  mi 
sure  di  lunghezza  e  di  larghezza  per  essere  consumato  e  rotto 
specialmente  ai  margini,  conservandosi  di  questi  solo  l’antero- 
superiore  di  destra  ed  il  postero-inferiore  di  sinistra,  misurando 
35  a  36  mm.  in  altezza  (tav.  XV,  fig.  2  c)  :  è  di  forma  ellissoi¬ 
dale  arrotondata,  a  margini  piuttosto  grossi,  specialmente  nella 
parte  anteriore,  Faccia  superiore  a  calotta  relativamente  bassa, 
che  s’innalza  senza  interruzione  dai  margini  all’apice,  appéna 
appena  depresso.  Petali  molto  lunghi  e  molto  larghi,  ma  al¬ 
quanto  convessi,  non  solo  agli  orli  verso  le  zone  porifere,  ma 
anche  nelle  loro  parti  centrali  (tav.  XV,  fig.  2 a):  zone  interam- 
bulacrali  ristrettissime  all’alto  verso  l’apice,  larghe  e  sollevate 
quanto  i  petali  verso  il  loro  mezzo,  quindi  le  zone  porifere  sono 

1  Sebbene  io  sia  contrario  alla  riduzione  della  grandezza  delle  figure, 
specialmente  nei  Clypeaster,  pei  confronti,  che  con  ciò  vengono  resi  più 
difficili,  pure  per  non  abusare  soverchiamente  dell’ospitalità  accordatami 
nel  Bollettino  della  nostra  Società  Geologica,  a  risparmio  di  tavole,  mi 
sono  indotto  a  ridurre  approssimativamente  alla  metà  della  grandezza 
naturale  tutte  le  figure  della  tavola  XV,  ad  eccezione  delle  porzioni  delle 
zone  porifere,  ingrandite  quattro  volte. 


NUOVE  SPECIE  DI  «  CLYPEASTER  » 


371 


infossate,  larghe,  aperte  alla  loro  estremità  inferiore  e  portanti 
da  12  a  14  e  tino  a  16  e  17  tubercoli  fra  più  grossi  e  più 
piccoli  (tav.  XV,  fig.  2  d),  ma  in  generale  piccoli,  come  tutti  gli 
altri  tubercoli  dell’individuo,  nelle  zone  porifere:  questi  tuber¬ 
coli  non  sono  regolarmente  distribuiti  fra  loro,  quasi  come  nella 
precedente  specie,  dalla  quale  però  si  distingue  nettamente  per 
la  forma  generale,  pei  margini,  pei  petali  più  lunghi  e  meno 
piani  di  quelli  e  per  le  zone  porifere  in  quella  specie  più  chiuse 
e  più  bizzarre  sulle  costole.  La  faccia  inferiore  scende  lievissi¬ 
mamente  verso  il  peristoma,  che  è  pentagonale  come  nel  C.Nulloi, 
un  po’ più  allungato,  ma  meno  profondo  (tav.  XV,  fig.  2  b)  :  i  5 
solchi  ambulacrali  marcatissimi  come  nel  C.  gibbosus:  periprocto 
grande,  circolare,  inframarginale,  ma  non  posso  dire  quanti  mil¬ 
limetri  disti  dall’orlo  rotto,  ma  che  tutto  m’induce  a  credere 
convesso. 

Deriva  questo  esemplare  dai  grès,  forse  aquitaniani,  del  Capo 
S.  Elia,  versante  del  Poetto,  dalla  zona  a  Scutelìa  e  Amphiope 
insieme  all’abbastanza  frequente  C.  gibbosus,  col  quale  dal  Cotteau 
anche  questo  individuo  era  stato  confuso.  E  vero  che  l’individuo 
era  allora  per  buona  parte  avvolto  dall’arenaria,  non  tanto  però 
da  non  mostrare  netta  la  forma  della  sua  faccia  superiore,  che 
da  sola  doveva  bastare  a  strapparlo  nettamente  dalla  specie, 
e  tutto  al  più  per  gli  studi,  che  egli  avea  fatti  sugli  esemplari 
di  Corsica,  e  pe’  suoi  preconcetti  era  compatibile  lo  ascrivesse 
al  C.  dilatatus,  anche  dal  quale  il  semplice  margine  bastava 
a  levarlo. 

Pare  che  nel  1893  il  Cotteau  mandasse  questo  individuo 
insieme  a  due  altri  al  Gauthier,  perchè  in  una  sua  lettera  del 
29  dicembre  di  quell’anno,  che  mi  passò  in  comunicazione,  così 
gli  scriveva  :  «  Le  troisième  (che  sarebbe  l’esemplare  in  que¬ 
stione)  ventre  dans  la  categorie  des  Myriopliymes,  à  tubercules 
très  petits  aree  4  rangées  de  granules  sur  chaque  plaque  am- 
bulacraire  ( du  dos  des  ambulacres).  Mais  je  ne  puis  Vassimiler 
ù  aucune  des  espèces  publiées  ». 

Certamente,  pur  avendo  tanti  caratteri  in  comune,  differisce 
per  molti  altri  il  nostro  esemplare  dal  C.  Myriophima  Pomel, 
specialmente  per  le  sue  dimensioni,  che  sono  molto  minori  nel 
nostro,  per  la  sua  altezza  pure  inferiore,  per  la  sua  forma  ge- 


372 


D.  LOV1SATO 


nerale  ed  anche  per  la  forma  dei  petali  e  specialmente  poi  pel 
numero  dei  tubercoli  nelle  zone  porifere. 

Forma  perciò,  come  pensava  del  resto  anche  il  Gauthier, 
una  specie  nuova,  che  mi  gode  l’animo  di  poter  dedicare  al 
mio  indimenticabile  amico  Stefano  Canzio,  al  prode  e  perpetuo 
seguace  del  Grande  di  Caprera,  al  mio  impareggiabile  compagno 
in  numerose  escursioni  scientifiche  per  l’isola  bella,  che  anche 
egli  tanto  amò. 

Clypeaster  ISixioi  Lov. 

(Tav.  XV,  fig.  3  a-d). 

Individuo  di  taglia  media,  misurando  126  inni,  al  suo  dia¬ 
metro  antero-posteriore,  117  in  larghezza  e  44  in  altezza,  di 
forma  attorniata,  ellissoidale  anteriormente,  circolare  nella  parte 
posteriore.  La  faccia  superiore  si  eleva  dai  margini  all’apice, 
quasi  uniformemente,  presentando  solo  una  assai  lieve  conves¬ 
sità  dalla  parte  del  periprocto  e  quasi  immediatamente  sopra 
di  esso  (tav.  XV,  fig.  3  c):  gli  orli,  sottili  al  periprocto,  si  ingros¬ 
sano  fino  a  raggiungere  la  loro  massima  grossezza  all’estremità 
anteriore  del  petalo  dispari.  Anche  la  cupola  di  questo  individuo 
presenta  10  gibbosità,  che,  visibili  alla  metà  circa  del  raggio 
dagli  orli  all’apice,  ma  non  così  sensibili  come  nel  C.  Canzioi, 
spariscono  quasi  assolutamente  alla  loro  parte  superiore  in  modo 
da  formare  un  segmento  sferico  all’apice,  piccolo,  senza  la  mi¬ 
nima  concavità  ed  alquanto  eccentrico.  I  petali,  male  conser¬ 
vati  per  la  maggior  parte,  mostrano  chiaramente  di  non  essere 
tanto  lunghi,  inferiori  di  parecchio  ai  V3  del  raggio  dall’apice 
agli  orli:  sono  larghi,  quasi  piani  alla  loro  superficie,  di  forma 
romboidale  (tav.  XV,  fig.  3  a ),  abbassantisi  nella  loro  parte  infe¬ 
riore  verso  le  zone  porifere,  che  sono  larghe  ed  in  questa  parte 
inferiore  anche  infossate,  perchè  pure  le  zone  interambulacrali, 
molto  gibbose  nel  mezzo,  qui  si  abbassano  alle  zone  porifere, 
mentre  nella  parte  superiore  concorrono  tutte  in  una  medesima 
curva  sferica,  che  tutte  le  abbraccia,  per  andare  a  formare  l’a¬ 
pice  convesso,  che  abbiamo  detto:  sebbene  le  zone  porifere  sieno 
molto  corrose,  accennino  quasi  a  chiudersi  nel  paio  di  petali 
posteriori,  mentre  sono  piuttosto  aperte  nel  paio  anteriore  e  spe¬ 
cialmente  nel  petalo  impari,  pure  si  legge  in  qualche  parte  il 


NUOVE  SPECIE  DI  «  CLYPEASTER  » 


373 


numero  dei  tubercoli  piuttosto  piccoli,  irregolarmente  disposti, 
alle  volte  addossati,  messi  a  zig-zag,  e  che  sono  da  11  a  14 
su  ciascuna  costola,  notando  che  le  costole  sono  confuse,  tal¬ 
volta  mancando  i  solchi  di  separazione  e  quindi  i  tubercoli 
appariscono  in  grande  numero  sopra  un  frammento  largo  di 
costola,  che  ne  abbraccia  da  2  a  3  (tav.  XV,  fig.  3  d):  è  questa 
una  anomalia  o  mostruosità,  che  non  ho  trovato  in  alcuna  altra 
specie  di  Clypeaster.  La  faccia  inferiore  è  piana  come  nel  C.gib- 
bosus  (tav.  XV,  fig.  3  b),  i  solchi  ambulacrali  sono  come  in  quello 
marcatissimi;  il  peristoma  è  pentagonale  ed  infundiboliforme, 
ma  un  po’  più  grande  che  nel  C.  gibbosus ,  col  quale  va  d’ac¬ 
cordo  anche  pel  periprocto  grande,  infram arginale  e  col  margine 
convesso,  ma  se  ne  differenzia  assolutamente  per  tutta  la  sua 
parte  superiore  oltreché  pel  contorno. 

Si  vorrà  da  qualcuno  assimilare  il  nostro  individuo  al  C.  dila- 
tatus,  ma  non  lo  possiamo  fare  per  la  sua  forma  generale  e 
specialmente  per  la  forma  della  sua  faccia  superiore,  che  finisce 
nel  modo  che  abbiamo  detto  di  presentarsi  quasi  in  calotta  sfe¬ 
rica  all’apice,  confondendosi  in  una  medesima  curva  le  5  estre¬ 
mità  dei  petali  colle  5  delle  zone  interambulacrali,  fra  le  quali 
corrono  le  5  estremità  delle  zone  porifere,  oltreché  pel  numero 
dei  tubercoli,  che  queste  portano  e  pel  loro  comportamento  in 
questo  anomalo  individuo,  derivante  dai  grès  del  Poetto  al  Capo 
S.  Elia,  e  determinato  come  C.  gibbosus  dal  Cotteau. 

Di  esso  credo  bene  di  poter  formare  altra  specie  nuova,  die 
dedico  a  Nino  Bixio  per  ricordare,  più  che  le  tante  glorie,  rac¬ 
colte  da  questo  audacissimo  soldato  su  tutti  i  campi  di  batta¬ 
glia,  la  parte  da  lui  presa  alla  grande  contesa  scoppiata  nella 
memorabile  giornata  del  18  aprile  1861  alla  Camera  dei  De¬ 
putati  a  Torino  tra  Garibaldi  e  Cavour. 

Clypeaster  Piloi  Lov. 

(Tav.  XVI,  tig.  1  a-d). 

* 

Esemplare,  anche  questo  unico,  ma  di  grande  taglia,  misu¬ 
rando  138  mm.  in  lunghezza,  131  in  larghezza  e  34  in  altezza: 
di  forma  subpentagonale,  ad  angoli  molto  attondati  e  con  una 
leggerissima  flessuosità  agli  orli  fra  le  due  paia  di  petali,  essendo 


374 


D.  L0VISAT0 


ben  convessi  i  margini  anteriormente  e  posteriormente  a!  peri- 
procto. 

Faccia  superiore  cupoliforme  troncata  all’alto  all’apice,  sgra¬ 
ziatamente  rotto,  ma  che  dovea  essere  largo  e  concavo  (tav.  XVI, 
fig.  le):  la  cupola,  convessa  in  quasi  tutte  lesile  parti,  comin¬ 
cia  ad  elevarsi  dai  margini,  formando  delle  gibbosità  prima  nelle 
zone  interambnlacrali  e  poi  nei  petali  (tav.  XVI,  fig.  la),  che 
non  sono  lunghi  occupando. 50  mm.  degli  82  del  raggio,  essendo 
poi  approssimativamente  eguali  ;  sono  elevati,  gibbosi,  larghi,  leg¬ 
germente  convessi  ed  abbassatisi  di  più  nella  loro  parte  infe¬ 
riore  verso  le  zone  porifere,  colle  quali  nella  parte  superiore  si 
confondono  in  un  medesimo  piano  inclinato:  le  zone  interanibu- 
lacrali  si  elevano  maggiormente  di  quello  che  sieno  i  petali  al 
loro  principio,  ma  questa  gibbosità  s’arresta  e  s’abbassa  dopo 
i  2  ,t  del  raggio  dagli  orli  all’apice  per  andare  a  formare  un 
medesimo  piano  colla  parte  superiore  delle  zone  porifere,  e  questo 
è  uno  dei  caratteri  essenziali  dell’individuo  descritto  rimpetto  a 
tutti  gli  altri,  che  si  conoscono:  le  zone  porifere  falciformi,  che 
quasi  chiudono  i  petali  alle  loro  estremità,  sono  larghe,  infos¬ 
sate  particolarmente  nella  loro  parte  mediana  e  portano  da  8 
a  10  tubercoli,  che,  sebbene  piccoli,  sono  di  differente  gran¬ 
dezza  e  non  equidistanti  fra  loro  (tav.  XVI,  fig.  1  cl).  La  faccia 
inferiore,  che  sembra  piana,  è  invece  a  5  piani  lievissimamente 
inclinati  verso  il  centro,  inflettentisi  poi  con  regolare  declivio 
dopo  i  3  4  del  raggio  per  andare  a  formare  il  peristoma  (tav.  XVI, 
fig.  là)  pentagonale,  piccolo  e  profondo,  accentuandosi  quivi 
maggiormente  i  5  solchi  ambulacrali,  che  restano  distinti  fino 
agli  orli;  periproeto  grande,  inframarginale,  ma  non  si  possono 
dare  altri  caratteri,  perchè  è  rotto  da  una  parte  ed  il  margine 
è  un  po’  corroso. 

Questo  individuo  fu  trovato  dall’operaio  Giovanni  Arundini 
il  14  ottobre  1906  nelle  arenarie  o  grès  di  Pirri,  appartenenti  allo 
stesso  piano  dei  grès  del  Poetto  al  Capo  S.  Elia:  non  fu  quindi 
veduto  dal  Gauthier  e  tanto  meno  dal  Cotteau,  che  molto  pro¬ 
babilmente  l’avrebbero  ascritto  al  C.  gibbosus,  dal  quale  troppi 
caratteri  lo  dividono,  ed  avrebbe  quindi  formato  il  94°  individuo- 
di  quella  specie  nella  mia  collezione. 


NUOVE  SPECIE  DI  «  CLYPEASTEli  » 


375 


Per  la  sua  forma  generale  presenterebbe  qualche  carattere 
come  nella  sua  faccia  inferiore  declive  dolcemente  verso  il  centro, 
pel  peristoma,  pel  periprocto  col  C.  turgidus  Pomel,  ma  quello 
è  di  forma  assai  più  elevata  e  colla  cupola,  che  non  si  alza 
direttamente  dal  margine,  oltreché  essere  in  generale  di  dimen¬ 
sioni  molto  maggiori  del  nostro,  e  poi  se  ne  differenzia  nei  petali, 
nelle  gibbosità  delle  zone  interporifere  e  nelle  depressioni  pre¬ 
sentate  dalle  zone  porifere. 

Non  conoscendo  nessuna  specie  finora  descritta  e  figurata, 
che  possa  rispondere  alla  descrizione  fatta  pel  nostro  individuo, 
credo  di  poterne  fare  una  specie  nuova,  che  dedico  a  Rosolino  Pilo, 
prima  avanguardia  di  Garibaldi  in  Sicilia. 

Clypeaster  Lombardii  Lov. 

(Tav.  XY,  fig.  4  a-d). 

Individuo  di  grande  taglia,  misurando  147  nini,  in  lunghezza, 
136  in  larghezza  e  32  in  altezza,  di  forma  subpentagonale  molto 
arrotondato  in  avanti,  un  tantino  flessuoso  ai  due  margini  fra 
le  paia  di  petali,  essendo  il  margine  posteriore  alquanto  sinuoso 
per  essere  convesso  al  periprocto  con  due  leggere  concavità  da 
una  parte  e  dall’altra,  essendo  quivi  sottile  il  margine,  che  va 
successivamente  ingrossando,  fino  a  raggiungere  la  sua  massima 
grossezza  dinanzi  al  petalo  impari.  Faccia  superiore  a  cupola 
(tav.  XV,  fig.  4 c),  che  comincia  ad  elevarsi  ad  un  terzo  circa 
del  raggio  dal  margine  alla  parte  centrale,  presso  la  quale  si 
tronca  per  abbassarsi  specialmente  de’  suoi  petali  per  andare 
a  formare  l’apice,  leggermente  concavo  e  malauguratamente  un 
po’ rovinato:  petali  non  molto  lunghi,  non  arrivando  ai  2/3  del 
raggio,  ma  gibbosi  e  larghi,  anche  alle  loro  estremità  inferiori 
bene  aperte  (tav.  XV,  fig.  4 a);  sono  convessi  sia  nella  loro  lun¬ 
ghezza  radiale,  sia  nella  loro  larghezza,  scendendo  più  accen¬ 
tuatamente  verso  le  zone  porifere:  sono  gibbose  anche  le  zone 
interambulacrali,  ma  la  loro  gibbosità,  che  comincia  quasi  con¬ 
temporanea  a  quella  dei  petali,  è  molto  minore  e  si  fa  anche 
sempre  meno  accentuata  da  quasi  scomparire  in  vicinanza 
all’apice,  dove  si  veggono  soltanto  le  gibbosità  dei  5  petali  :  le 
zone  porifere  sono  larghe,  assai  poco  incurvate,  alquanto  infos- 


D.  LOVISATO 


376 

sate,  aperte  inferiormente  e  portanti  da  8  a  10  tubercoli  sulle 
costole  più  lunghe,  non  grandi,  quasi  sempre  eguali  ed  abba¬ 
stanza  regolarmente  distanziati  fra  loro  (tav.  XV,  fig.  4 d).  La 
faccia  inferiore  (tav.  XV,  fig.  4  b)  sembra  piana,  ma  invece  è 
a  lievissimi  piani  inclinati,  i  quali  verso  le  loro  3/4  parti  si 
inflettono  per  andare  a  formare  il  peristoma  pentagonale,  non 
grande,  ma  profondo,  al  quale  concorrono  ben  marcati  i  5  solchi 
ambulacrali:  periprocto  grande,  circolare  e  vicinissimo  al  mar¬ 
gine,  dal  quale  dista  non  più  di  3  min. 

Questo  Clypeaster,  unico  di  tale  tipo  raccolto  nella  parte  set¬ 
tentrionale  dell’isola,  andò  al  Cotteau  tutto  impastato  di  calcare 
giallastro,  ricchissimo  in  fossili,  e  ritornò  a  me  con  questo  car¬ 
tello  dell’eminente  specialista:  «Me  parait  étre  urie  variété  du 
Clypeaster  gibbosus,  Marcel  de  Serres,  mais  indeterminable  » .  Ed 
effettivamente,  com’era  involto  nella  roccia,  mostrando  solo  il 
contorno,  qualche  parte  di  petalo  ed  alcune  gibbosità,  sarebbe 
stato  troppo  ardito  di  volerne  fare  una  determinazione  qualun¬ 
que.  Così  impastato  rimase  fino  a  questi  ultimi  tempi,  nei  quali 
ho  voluto  passare  in  rivista  il  C.  gibbosus.  Si  comprende  come, 
avendo  veduto  che  alcune  specie  aveano  una  ben  determinata  zona 
di  diffusione,  talora  anche  ristrettissima,  come  sarebbe  appunto 
pel  C.  gibbosus ,  il  quale  per  la  Sardegna,  per  le  indagini  e 
le  scoperte  finora  fatte,  comparirebbe  semplicemente  nei  din¬ 
torni  immediati  di  Cagliari,  venisse  in  me  la  voglia  di  liberare 
il  nostro  individuo  dalla  roccia,  che  l’involgeva,  per  vedere,  se 
possibile, 'tutti  i  caratteri.  E  sono  lieto  di  averlo  fatto,  perchè 
ora  sono  sicuro  ch’esso  nulla  ha  a  che  fare  col  C.  gibbosus ,  al 
quale  dubbiosamente  Cavea  riferito  il  Cotteau,  ma  che  certa¬ 
mente  non  l’avrebbe  fatto,  se  lo  avesse  veduto,  come  è  oggi, 
libero  dal  calcare,  che  nascondeva  la  maggior  parte  de’  suoi 
caratteri,  nè  l’avrebbe  ascritto  al  C.  dilatatus  o  C.  unibrella, 
semplicemente  pel  peristoma  senza  anche  badare  agli  altri  ca¬ 
ratteri. 

Il  nostro  individuo  ha  qualche  rassomiglianza  per  le  dimen¬ 
sioni  generali,  per  la  forma  de’  suoi  petali,  per  le  zone  pori¬ 
fere  aperte  e  pel  suo  periprocto  col  C.  parvituberculatus  Pomel, 
ma  ne  differisce  per  la  sua  altezza,  per  la  uniforme  andatura 
della  sua  cupola,  pei  suoi  orli  flessuosi,  pel  numero  dei  tuber- 


NUOVE  SPECIE  DI  «  CLYPEASTER  » 


377 


coli  nelle  zone  porifere,  per  la  sua  faccia  inferiore,  che  è  tutta 
affatto  piana,  ciò  che  non  avviene  nel  nostro,  che  ha  poi  anche 
il  periprocto  grande.  Tanto  meno  lo  potremo  confrontare  col 
C.  Myriophyma  Pomel,  col  quale  ha  quasi  eguale  contorno 
meno  verso  il  periprocto,  eguale  peristoma  ed  eguale  periprocto 
anche  per  la  sua  posizione,  ma  il  nostro  esemplare  è  di  dimen¬ 
sioni  più  piccole,  molto  meno  elevato,  sebbene  nell’andamento 
della  sua  cupola  si  comporti  quasi  egualmente,  e  porti  un  nu¬ 
mero  minore  di  tubercoli  nelle  zone  porifere. 

Si  distingue  poi  nettamente  il  nostro  Clypeaster  da  altre 
specie  dell’Algeria,  descritte  e  figurate  dal  Pomel,  colle  quali 
pur  presenta  dei  caratteri  in  comune,  e  quindi  differendo  da 
tutte  le  specie,  già  descritte  e  figurate,  credo  bene  di  poterne 
fare  una  nuova  specie,  che  dedico  al  prode  garibaldino  bresciano 
Agostino  Lombardi,  mio  maggiore,  che  il  16  luglio  1866  al 
ponte  sul  Chiese  presso  Cimego  nel  Trentino  ebbe  spezzato  il 
cuore  da  piombo  austriaco. 

Deriva  questo  esemplare  dal  calcare  giallo  fossilifero,  elve- 
ziano,  della  trincea  ferroviaria  da  Portotorres  a  S.  Giovanni. 


SPIEGAZIONE  DELLE  TAVOLE 


Tavola  XV. 

Fig.  1  a.  Clypeaster  Nulloi  Lov.  Esemplare  veduto  dalla  faccia  superiore, 
ridotto  approssimativamente  alla  metà  della  grandezza  naturale,  come 
tutte  le  figure  di  questa  tavola,  ad  eccezione  delle  porzioni  di  zone 
porifere,  ingrandite  quattro  volte.  L’originale  nella  collezione  Lovi- 
sato.  —  Pag.  368. 

Fig.  1  b.  Clypeaster  Nulloi  Lov.  Lo  stesso,  veduto  dalla  faccia  inte¬ 
riore.  —  Pag.  369. 

Fig.  1  c.  Clypeaster  Nulloi  Lov.  Lo  stesso,  veduto  di  profilo.  —  Pag.  368. 

Fig.  1  d.  Clypeaster  Nulloi  Lov.  Porzione  di  zona  porifera  dello  stesso 
esemplare,  ingrandita.  —  Pag.  368. 

Fig.  2  a.  Clypeaster  Canzioi  Lov.  Esemplare  veduto  dalla  faccia  supe¬ 
riore.  L’originale  nella  collezione  Lovisato.  —  Pag.  370. 

Fig.  2  b.  Clypeaster  Canzioi  Lov.  Lo  stesso,  veduto  dalla  faccia  infe¬ 
riore.  —  Pag.  371. 


378 


D.  LOVISATO 


Fig.  2  c.  Clypeaster  Canzioi  Lov.  Lo  stesso,  veduto  di  profilo.  —  Pag.  370. 

Fig.  2  d.  Clypeaster  Canzioi  Lov.  Porzione  di  zona  porifera  dello  stesso 
esemplare,  ingrandita.  —  Pag.  371. 

Fig.  3  a.  Clypeaster  Bixioi  Lov.  Esemplare  veduto  dalla  faccia  superiore. 
L’originale  nella  collezione  Lovisato.  —  Pag.  372. 

Fig.  3  b.  Clypeaster  Bixioi  Lov.  Lo  stesso,  veduto  dalla  faccia  infe¬ 
riore.  —  Pag.  373. 

Fig.  3  c.  Clypeaster  Bixioi  Lov.  Lo  stesso,  veduto  di  profilo.  —  Pag.  372. 

Fig.  3  d.  Clypeaster  Bixioi  Lov.  Porzione  di  zona  porifera  dello  stesso 
esemplare,  ingrandita.  —  Pag.  373. 

Fig.  4  a.  Clypeaster  Lombarda  Lov.  Esemplare  veduto  dalla  faccia  supe¬ 
riore.  L’originale  nella  collezione  Lovisato.  —  Pag.  375. 

Fig.  4  b.  Clypeaster  Lombarda  Lov.  Lo  stesso,  veduto  dalla  faccia  infe¬ 
riore.  —  Pag.  376. 

Fig.  4  c.  Clypeaster  Lombarda  Lov.  Lo  stesso,  veduto  di  profilo.  —  Pag.  375. 

Fig.  4  d.  Clypeaster  Lombarda  Lov.  Porzione  di  zona  porifera  dello  stesso 
individuo,  ingrandita.  —  Pag.  376. 


Tavola  XVI. 

Fig.  1  a.  Clypeaster  Piloi  Lov.  Esemplare  veduto  dalla  faccia  superiore, 
in  grandezza  naturale.  L’originale  nella  collezione  Lovisato.  —  Pag.  374. 

Fig.  1  b.  Clypeaster  Piloi  Lov.  Lo  stesso,  veduto  dalla  faccia  infe¬ 
riore.  —  Pag.  374. 

Fig.  1  c.  Clypeaster  Piloi  Lov.  Lo  stesso,  veduto  di  profilo.  —  Pag.  374. 

Fig.  1  d.  Clypeaster  Piloi  Lov.  Porzione  di  zona  porifera  dello  stesso 
individuo,  ingrandita  quattro  volte.  —  Pag.  374. 


[ms.  pres.  11  sett.  -  ult.  bozze  14  nov.  1912]. 


Boll.  Soo.  Geoi.  Ital.,  Voi.  XXXI  (1912) 


(LOVISATO)  Tav.  XV. 


Fig.  2d 


a  a  a  r,  c„ 


Fig.  4d 


tuoi  CALZOLARI  &FERRAR  IO ‘MILANO 


.  . 


Boll.  Soc.  Geol.  Ita!.,  Voi.  XXXI  (1912) 


(LO VISATO)  Tav.  XVI. 


ELIOT  CALZO  LAMI  &  f  £  R  HAHIO  -  MILA*. 


LA  GEOTETTONICA  DELL’APPENNINO  MERIDIONALE 


Schema  del  prof.  F.  Sacco 
(Tav.  XVII) 


A  naturale  complemento  del  lavoro  sull  'Appennino  meri¬ 
dionale,  pubblicato  due  anni  or  sono  nel  Bollettino  di  questa» 
Società  presento  ora  la  relativa  cartina  geotettonica  (che  per 
ragioni  economiche  non  avevo  unito  allora  a  detto  lavoro)  li¬ 
mitandomi  a  pochi  cenni  generali  per  la  sua  illustrazione. 

Se  consideriamo  nell’assieme  questa  cartina  geotettonica 
dell’Appennino  meridionale,  tanto  più  se  la  colleglliamo  a  nord 
con  quella  che  ho  già  presentato  nel  1907  per  gli  Abruzzi  e 
nel  1908  per  il  Molise,  ci  colpisce  subito  il  fatto  che  la  parte 
orientale  od  adriatica  dell7 Appennino  è  rappresentata  essenzial- 

1  Colgo  quest’occasione  per  ripetere  che  la  Bibliografia  accennata 
in  tale  lavoro  non  è  che  sommaria  e  limitata  ai  nomi  ed  opere  principali, 
giacché  la  Bibliografia  completa  sommerebbe  a  parecchie  migliaia  di  cita¬ 
zioni,  mentre  fu  concentrata  in  appena  9  pagine,  tralasciando  quindi  una 
enorme  quantità  di  indicazioni,  alcune  anche  importanti,  come  per  esempio 
quelle  del  De-Angelis  sui  Mammiferi  dell’antico  Lago  del  Mercure,  1897, 
sull ’Eleph.  antiquus  di  Laino-Borgo ,  1895,  sui  Coralli  del  Calcare  di  Ve- 
nassino  (Capri),  1905,  ecc.  Di  alcuni  ultimi  lavori  non  ebbi  conoscenza 
che  troppo  tardi;  come  per  esempio  di  quelli  ili  Stubel,  Ber  Vesuv ,  1909, 
di  Walther,  Die  Sediinente  der  Taabenbank  Golfe  voti  Neapel,  1910,  ecc. 

Indico  pure  alcuni  errori  tipografici  sfuggitimi  nella  correzione  delle 
bozze,  come  p.  e.:  Pliocene  invece  di  Plistocene  (a  pag.  349,  linea  6a),  76 
invece  di  79  (a  pag.  366)  per  l’anno  della  la  eruzione  storica  vesuviana. 

Ricordo  infine  che  sulla  carta  geologica,  subito  ad  est  di  Salerno, 
per  errore  di  correzione  litografica  delle  2e  bozze  risultò  un’area  di  tinta 
sbagliata.  Quivi  esiste  una  bellissima  serie  pliocenica  molto  interessante 
che  si  inizia  in  basso  col  tipico  Piacenziano  (sviluppato  da  sotto  il  Cimi¬ 
tero  di  Salerno  attraverso  la  Val  (Mancano  sino  a  Sordina  ed  oltre  in 


380 


F.  SACCO 


mento  da  rughe  più  o  meno  ondulate  e  serpeggianti,  mentre 
che  la  sua  parte  occidentale  o  tirrena  è  costituita  principal¬ 
mente  da  fratture  più  o  meno  lineari. 

Tra  queste  due  grandi  zone  principali  si  va  insinuando  a 
sud,  cioè  nella  regione  della  Lucania-Basilicata,  una  specie  di 
zona  intermedia  a  grandiose  e  complesse  anticlinali  ondulate. 

Ciò  naturalmente  in  linea  generale,  giacche  se  passiamo  ad 
un  esame  di  dettaglio  vediamo  che,  come  nella  regione  orien¬ 
tale  di  corrugamento  appaiono  qua  e  là  linee  di  fratturazione 
generalmente  però  poco  grandiose,  così  nella  regione  occiden¬ 
tale  di  fratture  spesso  sonvi  pure  rughe,  ma  generalmente 
poco  accentuate  e  per  lo  più  non  tali  da  dare  un’impronta  spe¬ 
ciale  ed  importante  al  paesaggio. 

Tale  commistione  di  rughe  e  fratture  si  verifica  special- 
mente  nella  sovraccennata  zona  intermedia. 

La  causa  generale  della  distinzione  geotettonica  così  deli¬ 
neata  nel  suo  complesso,  credo  debbasi  ricercare  essenzial- 


alta  Val  Forni-Sordina,  causando  appunto,  per  facile  erosione,  tale  de¬ 
pressione  orografica)  rappresentato  da  marne  grigie,  con  sparsi  cristallini 
di  Selenite,  leggermente  inclinate  a  SSE,  qua  e  là  escavate  per  la¬ 
terizi,  spesso  ricche  in  fossili  (ligniti;  molte  Grifee,  Pettini  lisci,  Isocar- 
die,  Pinne,  Dosinie,  Xenofore,  Ecliinofore,  Echini,  ecc.);  segue  in  alto 
una  zona  di  passaggio,  arenacea,  giallastra,  con  Ostriche,  Veneri,  ecc.;  su 
tutto  ciò  si  sviluppa  estesamente,  da  Salerno  ad  oltre  la  Regione  Mon- 
tina,  la  serie  asticina ,  potente  100  a  200  metri,  costituita  di  arenarie  più 
o  meno  sabbiose,  grigie  o  giallastre,  alternate  e  commiste  con  conglome¬ 
rati,  ad  elementi  piccoli  e  grandi  di  Calcari  triasici,  cretacei  ed  eocenici 
e  di  Arenarie  eoceniche  (del  diametro  talora  persino  di  1  a  2  metri),  in 
strati  e  banchi  suborizzontali,  spesso  tanto  compatti  da  utilizzarsi  per  co¬ 
struzione  e  pietrisco.  Queste  formazioni  astiane  diventano  talora  conglo¬ 
merati  travertinoidi,  quindi  cementatissimi  e  cavernoidi,  come  per  esem¬ 
pio  nella  Regione  Montina  dove  sono  coperte  da  pozzolane  plistoceniche 
giallo-rossicce.  È  questa  formazione  asticina  (da  alcuni  però  creduta  quater¬ 
naria)  che,  con  facies  più  o  meno  littoranea-deltoide,  si  estende  tanto  no¬ 
tevolmente,  sollevata  anche  a  grandi  altezze,  sui  terreni  mesozoici  ed 
eocenici  da  Salerno  ad  Eboli-Contursi-Caggiano  Vietri,  ecc.  passando 
talora  gradatamente  (in  modo  speciale  verso  nord,  cioè  naturalmente  ad¬ 
dentrandosi  nell’ Appennino)  ai  contemporanei  depositi  grossolani,  essen¬ 
zialmente  conglomeratici,  deltoido-continentali,  di  Monte  Corvino- Acerna  - 
Brienza,  ecc. 


GEOTETTONICA  DELL’APPENNINO  MERIDIONALE 


381 


mente  nella  costituzione  geo-litologica  della  catena  appenninica 
in  esame. 

Questa  infatti  nella  sua  parte  occidentale-tirrenica  è  costi¬ 
tuita  essenzialmente  da  una  potente  serie  di  banchi  calcarei 
(specialmente  cretacei  ed  in  minor  grado  giura-triasici)  compatti, 
resistenti,  mentre  che  nella  sua  parte  orientale-adriatica  è  for¬ 
mata  specialmente  di  terreni  eocenici  rappresentati  da  strati  e 
straterelli  calcarei  ed  arenacei  alternati  con  schisti  argillosi  i 
quali  diventano  talora  anche  del  tutto  prevalenti. 

Orbene,  sotto  razione  orogenica,  straordinariamente  intensa, 
ripetutasi  più  volte  dalla  fine  dell’Eocene  al  Quaternario,  per 
cui  la  regione  ora  appenninica  veniva  quasi  stretta  in  gigan¬ 
tesca  morsa  tra  NE  e  SO,  si  verificò  che  i  banchi  calcarei  me¬ 
sozoici,  grossi  e  compatti,  della  regione  tirrenica,  dopo  essersi 
adattati,  direi,  a  qualche  leggero  corrugamento,  per  la  loro  no¬ 
tevole  rigidità  complessiva  raggiunsero  presto  il  limite  di  pie¬ 
ghevolezza  e  quindi  si  fratturarono,  specialmente  secondo  linee 
ortogonali  alla  direzione  della  pressione,  spesso  però  coll’ac¬ 
compagnamento  di  altre  svariate  linee  di  frattura  oblique  o 
sovente  anche  perpendicolari  alle  prime.  Ne  risultò  quindi  che 
detta  vasta  regione  appenninica  fu  ridotta  ad  un  complesso  di 
giganteschi  frammenti  o  zolle  di  crosta  terrestre,  più  o  meno 
angolosi  o  rettilinei,  i  quali  naturalmente  non  rimasero  in  ge¬ 
nerale  al  loro  posto  o  livello  primitivo,  ma  nei  successivi  sforzi 
orogeiiici  subirono  varii  spostamenti,  verticali  specialmente, 
alcuni  di  sollevamento,  altri  di  sprofondamento,  coll’accompa¬ 
gnamento  di  inclinazioni  in  diversi  sensi,  di  irregolarità  sva¬ 
riate,  ecc.  (vedi  la  sezione  sotto  la  cartina). 

Per  tal  modo  ne  derivò  un  paesaggio,  un  aspetto  orogra¬ 
fico,  assai  speciali  e  caratteristici,  a  giganteschi  tavolati  od  acro¬ 
cori  (in  massima  parte  cretacei)  separati  da  grandi  e  profonde 
vallate  (riempite  in  fondo  da  depositi  più  o  meno  giovani,  in 
gran  parte  eocenici  o  quaternari),  limitate  lateralmente  da  al¬ 
tissime  pareti  subverticali,  sovente  coll’accompagnamento  di 
grandiose  gradinate  per  ripetuti  scoscendimenti  che  ricordano, 
in  grande,  i  caratteristici  scivolamenti  a  gradini  irregolari  delle 
regioni  di  smottamento  o  franamento. 


382 


F.  SACCO 


Questa  speciale  struttura  fratturata  della  regione  appenni¬ 
nica  occidentale  fu  già  riconosciuta  e  segnalata  da  parecchi 
autori  che  si  occuparono  della  geologia  dell’Appennino  meri¬ 
dionale,  in  modo  speciale  da  E.  Suess,  Antlitz  d.  Erde,  I  u. 
Ili  ;  da  W.  Deecke,  Zur  Geologie  v.  Unteritalien ,  N.  J.  M.  G. 
u.  P.,  1892  e  1893  ed  Ue.  d.  Santo  in  Unter  Italien,  I.  Geogr. 
Ges.,  1892;  da  M.  Cassetti  e  G.  De  Lorenzo  in  diversi  loro  lavori 
ed  ultimamente  da  W.  Kranz,  Vide.  u.  Tékt.  im  Beclten  v. 
JSfeapel,  Peterm.  Geogr.  Mitteil.,  1912. 

Invece  sotto  l’azione  orogenica  intensissima  sovraccennata 
la  regione  appenninica  orientale-adriatica,  perchè  parzialmente 
costituita  nella  sua  compagine  da  schisti  argillosi  teneri,  pie¬ 
gabili  e  scorribili,  piuttosto  che  con  fratturazioni  potè  meglio 
adattarsi  mediante  corrugamenti  più  o  meno  accentuati  e  ripe¬ 
tuti,  ondulati,  fra  loro  subparalleli,  talora  innestantisi  o  sdop- 
piantisi,  talora  accentuantisi  fortemente,  tal’altra  invece  depri- 
mentisi  sin  anche  a  scomparire,  risultandone  un  paesaggio  a 
serie  di  monti  e  colline  più  o  meno  subparallele,  per  quanto 
irregolari,  a  causa  delle  locali  differenze  di  costituzione  litolo¬ 
gica,  di  pressione,  di  resistenza,  di  erosione,  ecc. 

Nelle  depressioni  costituitesi  fra  dette  rughe  emergenti, 
essenzialmente  eoceniche,  vediamo  spesso  adagiarsi  depositi  più 
giovani,  miopi iocenici,  pliocenici  e  quaternari,  come  osservasi 
per  esempio  percorrendo  la  Valle  di  Bovino  o  del  Cervaro. 
Analoghe  insinuazioni  e  deposizioni  plioceniche,  più  o  meno 
ampie,  vediamo  là  dove  detti  corrugamenti  di  terreni  eocenici 
andarono  rilassandosi  o  deprimendosi  per  varie  cause,  come  per 
esempio  neH’amplissima  quanto  irregolare  conca  beneventana, 
nell’alta  Valle  ofantina,  ecc. 

Nella  regione  intermedia  esistente,  come  fu  già  sopraccen¬ 
nato,  tra  le  due  ora  esaminate,  nella  parte  medio-meridionale 
(Lucania- Basilicata)  dell’Appennino  in  questione,  siccome  svi¬ 
lupparsi  assai  i  terreni  triasici,  costituiti  sia  da  compatti  ban¬ 
chi  calcarei  sia  da  estese  e  potenti  zone  di  schisti  relativamente 
pieghevoli,  là  naturalmente  si  verificarono,  sotto  l’intensa  azione 
orogenica,  effetti  misti,  cioè  di  corrugamenti  accompagnati  da 
fratturazioni,  come  ha  già  tanto  bene  illustrato  il  De  Lorenzo 
in  parecchi  lavori. 


GEOTETTONICA  DELL’APPENNINO  MERIDIONALE 


383 


Così  pure  nel  Cilento,  sul  lato  tirreno,  dove  estendonsi  molto 
i  terreni  eocenici,  in  gran  parte  schistosi,  sopra  ai  rigidi  ban¬ 
chi  calcarei  del  Mesozoico,  là  vediamo  dolci  ondulazioni  svi- 
luppantisi  tra  regioni  tipicamente  fratturate. 

Nella  geotettonica  dell’Appennino  meridionale,  come  del 
resto  nell’Appennino  in  generale,  mentre  predomina  assoluta- 
mente  l’andamento  o  direzione  da  NO  a  SE,  sia  nelle  rughe 
sia  nella  fratture  (quantunque  con  non  rare  intersezioni  oblique 
od  ortogonali  alle  suddette),  è  però  notevole  una  specie  di  gran¬ 
diosa  arcuatura,  convessa  verso  NE,  che  appare  chiaramente 
anche  ad  un  semplice  sguardo  sulla  cartina  annessa  al  prece¬ 
dente  lavoro  geologico  sopra  Y  Appennino  meridionale,  1910, 
perchè  presentasi  con  un’ossatura  essenzialmente  triasica,  quan¬ 
tunque  con  ammanti  e  propaggini  cretacee. 

Questo  gigantesco  arco  geotettonico  si  diparte  dalla  Cala¬ 
bria  settentrionale,  sviluppasi  abbastanza  regolarmente  e  dol¬ 
cemente  (in  complesso  a  grandi  rughe  subparallele,  qua  e  là 
alternate  con  fratturazioni  lineari)  attraverso  la  Basilicata  ;  poi 
nella  Lucania  settentrionale  si  volge  a  NO,  diventando  una 
regione  essenzialmente  di  fratture  e,  con  questa  facies  tettonica, 
si  dirige  poscia  ad  ovest  ed  infine  a  SO  a  costituire  la  tipica 
penisola  sorrentina,  sino  aH’estrema  sua  propaggine  staccata, 
l’Isola  di  Capri. 

E  quindi  nell’interno  di  questo  arco  che  poterono  depositarsi 
durante  l’Eocene  le  estese  e  potenti  formazioni  costituenti  gran 
parte  del  Cilento;  più  tardi  ebbe  ad  originarvisi  l’immensa  pia¬ 
nura  triangolare  quaternaria  del  basso  Sele,  ed  infine  ne  resi¬ 
duò  il  grandioso  Golfo  salernitano  (1.  s.).  E  all’estremità  occi¬ 
dentale,  tutta  fratturata,  di  detto  gigantesco  arco  geotettonico 
che  devesi  in  gran  parte  la  formazione  del  mirabile  Golfo  di 
Napoli,  in  connessione  col  l’intenso  vulcanismo  flegreo,  continen¬ 
tale  ed  insulare. 

Riguardo  a  questo  famoso  Golfo  di  Napoli  sull’unita  cartina 
geotettonica  ho  segnato,  oltre  alle  fratture  riconoscibili  sul  ter¬ 
reno,  anche  parecchie  altre  ipotetiche,  cioè  probabili  ed  intuibili 
sia  da  dati  batimetrici  (linee  depresse  o  fosse  di  Magnaghi,  di 
Dohrn,  ecc.),  sia  dai  fenomeni  endogeni  stessi  i  quali  sono  sem¬ 
pre  più  o  meno  direttamente  in  relazione  con  linee  di  fratture 


384 


F.  SACCO 


e  loro  incrociamenti,  sia  da  considerazione  teoriche  in  relazione 
colla  fratturazione  delle  regioni  circostanti. 

Naturalmente  tali  fenomeni  di  fratture  vennero  quivi  ma¬ 
scherati  dai  depositi  vulcanici,  sia  per  semplice  ricoprimento 
tufico-lavico,  sia  perchè  (specialmente  nel  punto  di  irregolare  in¬ 
crocio  di  fratture  occasionanti  o  facilitanti  il  Vulcanismo)  la 
fuoruscita  di  copioso  materiale  endogeno  deve  aver  cagionato 
un  più  o  meno  locale  e  più  o  meno  accentuato  sprofondamento 
delle  sconquassate  zolle  di  crosta  terrestre,  che  quindi  più  fa¬ 
cilmente  vennero  ricoperte  e  mascherate  dai  depositi  vulcanici 
o  fluviali  o  marini  o  dal  mare  stesso.  « 

Probabilmente  il  centro  vulcanico  di  Roccamonfina  e  la  linea 
flegrea  Casoria-Ischia,  come  pure  il  Vesuvio  ancor  oggi  attivo, 
corrispondono  a  consimili  fenomeni  geotettonici  di  fratturazioni, 
con  più  o  meno  intensi  sprofondamenti,  ecc.  Il  parallelismo 
complessivo  di  detta  linea  flegrea  (1.  s.)  colle  sovraccennate 
fosse  batimetriche  del  Golfo  di  Napoli  e  colla  fratturata  serie 
della  Penisola  Sorrentina-Isola  di  Capri,  ci  fa  dubitare  che  an¬ 
che  la  zona  vulcanica  flegrea  corrisponda  ad  una  linea  di  com¬ 
plessa  fratturazione  incrociata,  da  cui  sarebbesi  appunto  origi¬ 
nato  l’intenso  vulcanismo  flegreo,  come  ho  schematicamente 
accennato  con  linee  ipotetiche  sull’unita  cartina  geotettonica. 

Il  modo  speciale  di  fratturazione  dei  monti  di  Caserta  (1.  s.) 
e  della  cerchia  montana  Partenopea-Salernitana  in  genere,  ci 
lascia  intravedere  come  probabile  una  complessa,  interrotta,  spez¬ 
zata  ed  incrociata  linea  o  zona  di  fratturazione  (ora  in  gran 
parte  mascherata  dai  depositi  quaternari)  che  dalla  regione  vul¬ 
canica  di  Roccamonfina  può  svilupparsi,  sotto  l’attuale  pianura 
Capuano-Napoletana,  in  modo  da  raggiungere  la  regione  com¬ 
plicatamente  fratturata  di  Nocera-Salerno,  proseguendo  poi  pro¬ 
babilmente,  sempre  verso  SE,  fino  ad  apparire  nelle  multiple 
fratturazioni  lineari  che  limitano  a  SO  il  gruppo  dell’Alburno, 
morendo  infine  nel  gran  Vallo  di  Diana  dove  appunto  la  Geo- 
tettonica  generale  dell’Appennino  subisce  una  notevole  modi¬ 
ficazione. 

E  forse  in  parte  a  tale  linea  litoclasica  ipotetica  (che  ap¬ 
pellerei  subnapoletana ),  incrociantesi  probabilmente  con  alcune 
delle  linee  radiali  di  frattura  del  Golfo  di  Napoli  e  con  altre 


GEOTETTONICA  DELL 'APPENNINO  MERIDIONALE 


385 


ora  non  più  riconoscibili,  che  potrebbe  esser  dovuta  la  costitu¬ 
zione  e  la  lunga  attività  vulcanica  del  Vesuvio,  accompagnata 
naturalmente  da  fratture  periferiche  e  da  sprofondamenti  più 
o  meno  accentuati,  come  ci  accennano  le  caratteristiche  forme 
e  stroncature  tettoniche  dei  circostanti  sproni  montuosi  di  Can¬ 
cello,  di  Nola,  di  Palma,  ecc. 

Ma  arrestandoci  sulla  via  un  po’ pericolosa  ed  incerta  delle 
ipotesi  e  tralasciando  ogni  dettaglio  che  ci  condurrebbe  troppo 
oltre  i  limiti  propostici  d’uno  sguardo  sintetico,  diciamo  ancora 
qualche  parola  sulla  speciale  e  staccata  regione  della  Puglia. 

Il  Promotorio  Garganico  rappresenta  una  grandiosa  zolla 
calcarea,  essenzialmente  cretacea,  che,  per  fratturazioni  varie, 
venne  staccata  dalle  circostanti  regioni  fra  cui  emerse,  sia  per 
reale  suo  sollevamento,  sia  per  relativo  sprofondamento  delle  zolle 
circostanti.  L’affioramento  triasico  della  punta  delle  Pietre  Nere 
a  nord  di  Lesina,  con  affinità  a  terreni  analoghi  di  alcune  isole 
adriatiche  e  della  Dalmazia,  costituisce  un  interessante  ed  im¬ 
portante  punto  di  appoggio  per  congetture  della  Geotettonica 
fondamentale  e  sui  collegamenti  profondi  della  circostante  re¬ 
gione  mascherata  da  depositi  giovani  o  dalle  acque  dell’Adriatico. 

Il  noto  Tavoliere  Pugliese  è  un’amplissima  regione  depressa 
compresa  fra:  gli  ultimi  orientali  corrugamenti  della  catena  ap¬ 
penninica,  la  regione  garganica  spiccatamente  emersa  per  frat¬ 
turazioni  seguite  da  sollevamento,  le  Murgie  baresi  emerse  per 
dolci  ondulazioni  ed  il  Mare  Adriatico  di  cui  detto  Tavoliere 
rappresenta  una  insenatura  riempitasi  e  diventata  quindi  con¬ 
tinentale  solo  durante  il  Postocene. 

Quanto  alla  Peuisola  Pugliese  compresa  tra  Canosa,  il  Capo 
di  Leuca,  la  Valle  Bradano-Basentello  e  l’Adriatico,  essa  rap¬ 
presenta  il  prodotto  di  una  dolce  emersione  di  una  parte  della 
depressione  adriatica,  emersione  verificatasi  in  più  riprese  dalla 
fine  del  Cretaceo  ad  oggi,  contili uantesi  tuttora,  ma  accentua¬ 
tasi  specialmente  alla  chiusa  del  Mesozoico  e  del  Cenozoico. 

Tettonicamente  tale  Penisola  è  costituita  da  quattro  o  cinque 
linee  di  dolcissimo  corrugamento,  linee  dirette  naturalmente  da 
NO  a  SE  come  l’Appennino  in  generale.  Ciò  ci  prova  che 
Pemersione  della  Penisola  Pugliese  fu  dovuta  a  pressioni  tan¬ 
genziali  non  molto  intense  e  quindi  tali  da  riescire  generai- 


386 


F.  SACCO 


mente  appena  a  fare  incurvare  un  po’ i  compatti  banchi  cal¬ 
carei  del  Cretaceo;  ed  anche  quando,  come  vedremo,  per  spe¬ 
ciali  circostanze  vi  si  verificarono  fratturazioni,  tuttavia  la  forza 
orogenica  non  riesci  a  spostare  e  sollevare  di  molto  le  zolle  cal¬ 
caree  cosi  frantumate. 

Oltre  a  dette  dolcissime  anticlinali  e  sinclinali,  non  sempre 
delimitate  o  delimitabili,  sonvi  pure  zone  che  parrebbero  quasi 
di  monoclinale,  talora  accompagnate  da  fratturazioni  con  spo 
stamento,  in  modo  da  originare  gradinate  delimitanti  abbastanza 
bene  la  regione  più  o  meno  elevata  della  Penisola  Pugliese, 
così:  lungo  la  linea,  più  volte  curvata  o  spezzata,  di  Minervino- 
Altamura-Massafra  (con  continuazione  interna  tra  i  Monti  S.  Elia 
e  Trazzonara  all’incirca)  separante  abbastanza  nettamente  a  gra¬ 
dinata  le  Murgie  baresi  o  Murgie  pr.  d.  dalla  depressione  bra- 
danica;  lungo  la  linea  di  Lizzano-Salina  di  Torre  Calimena,  in 
modo  da  staccare  nettamente  (con  un  gradino  formato  dalla  te¬ 
stata  degli  strati  cretacei  fratturati,  spostati  e  dolcemente  incli¬ 
nati  a  1SHSIE)  le  Murgie  tarantine  dalla  prossima  regione  litto- 
ranea  e  marina  del  Golgo  di  Taranto  (1.  s.)  ;  e  dal  lato  adriatico 
lungo  una  linea,  foggiata  a  gradino  o  margine  di  terrazza,  che 
si  sviluppa  da  poco  ad  est  di  Bari  per  Fasano,  sino  ben  oltre 
Ostimi,  separando  così  a  NE  le  Murgie  baresi  (1.  s.)  dal  bas¬ 
sipiano  littoraneo  circa madriatico  di  Mola-Monopoli-Egnazia-Ca- 
stello  Villanuova,  ecc. 

Ma  nell’estremità  della  Penisola  Salentina  o  Leccese  (1.  s.), 
forse  perchè  furono  più  intense  o  più  ripetute  le  azioni  oroge- 
niche  (come  dimostrerebbero  sia  i  depositi  marini  terziarii  che 
vi  appaiono  in  maggior  varietà  e  numero,  sia  le  emersioni  tuttora 
attive),  le  dolci  linee  di  corrugamento  si  trasformarono  spesso 
in  linee  di  frattura  con  leggero  scorrimento  in  modo  abbastanza 
uniforme  ;  tanto  che  ne  risultarono  diverse  zolle  frantumate 
in  specie  di  parallelepipedi  più  o  meno  larghi  (allungati  nella 
solita  direzione  di  NO-SE)  e  spostate  con  prevalente  pendenza 
stratigrafica,  sempre  assai  dolce,  verso  SO;  oppure  si  costituirono 
solo  monoclinali  di  andamento  analogo  a  quello  delle  fratture. 

Quindi  in  linea  generale,  mentre  la  regione  delle  Murgie 
baresi  (1.  s.)  appare  tettonicamente  come  una  grande  ed  allun¬ 
gata  zona  di  dolci  ondulazioni,  dirette  da  NO  a  SE,  limitata 


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L  APPENNINO  MERIDIONALE 

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F.  Sacco.  —  Geotettonica  dellAppennino  meridionale. 


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Boll.  Soc.  Geol.  Ital.,  voi.  XXXI  (1912).  Tav.  XVII. 


Munii  di  Buccino 
(70f)m) 
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ì  (SOpn) 


Qnipjio  del  Monte  Moto 

(800 -0000  m  .) 


léppo  delle  Tetre 
Muri  lucano  (ifOOinJ 


Monti 
di  S-  Tele 

(mO-jSOOm) 


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(450jn.) 

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Tossa  Jitelta 


SPIEGAZIONE 

Pliocene 
Eocene 


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GEOTETTONICA  DELL’APPENNINO  MERIDIONALE 


387 


da  pieghe  monoclinali  accompagnate  o  no  da  frattura  con  leg¬ 
gero  scoscendimento  ;  invece  buona  parte,  la  più  meridionale, 
della  Penisola  Salentina  appare  come  una  regione,  bensì  ancora 
con  alcune  dolci  ondulazioni,  foggiate  e  disposte  come  le  pre¬ 
cedenti,  ma  essenzialmente  con  ripetute  fratture  (o  talora  semplici 
monoclinali)  embricate  in  modo  che  i  banchi  calcarei  del  Cre¬ 
taceo  hanno  le  loro  testate  rivolte  a  NE  e  pendono  legger¬ 
mente  a  SO,  nella  qual  direzione  essi  vengono  più  o  meno  presto 
mascherati  da  depositi  miocenici  o  più  spesso  pliocenici.  Per 
cui  anche  l’orografia  di  questa  parte  della  Penisola  Salentina  as¬ 
sume  nel  complesso  una  plasmatura  caratteristicamente  embricata. 

Tra  la  gran  regione  delle  Murgie  baresi  (1.  s.)  e  quella,  mi¬ 
nore  e  più  bassa,  delle  Murgie  salentine  (1.  s.)  si  sviluppa,  spe¬ 
cialmente  dal  lato  adriatico,  un’ampia  regione  depressa,  pianeg¬ 
giante,  appena  interrotta  da  qualche  leggera  ondulazione  o 
gradinata,  cioè  la  grande  zona  subtriangolare  chiudentesi  ad 
ovest  verso  Francavilla-Oria  e  svasata  invece  larghissimamente 
verso  l’Adriatico,  riempita  da  depositi  plio-plistocenici,  regione 
che  costituisce  il  cosidetto  Tavoliere  di  Lecce-Brindisi. 

Ecco  quindi  come  i  diversi  modi  di  effettuarsi,  di  svolgersi 
e  di  presentarsi  della  Geotettonica  delle  Puglie  abbiano  indotto 
in  esse  tante  diverse  foggie  orografiche  quali  sono:  l’erto  ed 
isolato  Promotorio  Garganico,  il  basso  ed  ampio  Tavoliere  Pu¬ 
gliese,  le  allungate  ed  ondulate  Murgie  baresi,  il  triangolare 
e  depresso  Tavoliere  di  Lecce-Brindisi  ed  infine  le  embricate 
Murgie  salentine. 


[ms.  pres.  11  sett.  -  ult.  bozze  2  dee.  1912]. 


SULL’ETÀ  DELLE  ANTICHE  ALLUVIONI  CEMENTATE 
NELLA  VALLE  DEL  TAGLIAMENE) 


Nota  di  Michele  Gortani 


Fin  dal  1856  Giulio  Andrea  Pirona,  nella  quarta  delle  sue 
Lettere  geologiche  sul  Friuli  ‘,  faceva  menzione  di  taluni  con- 
gdomerati  grossolani  diffusi  nella  valle  del  Tagliamento  da 
Socchieve  ad  Ampezzo  e  a  Forni,  e  li  riferiva  al  periodo  di¬ 
luviale. 

Questi  conglomerati  alluvionali  furono  in  seguito  studiati 
attentamente  dal  Tarameli i.  Egli  notò  il  loro  legame  con  le 
alluvioni  cementate  antiche  distribuite  nell’alta  pianura,  nella 
regione  collinosa  e  in  alcune  valli  interne  del  Friuli,  e  concluse 
che  per  la  potenza,  la  composizione  e  le  condizioni  stratigrafiche, 
tettoniche  e  topografiche,  tali  alluvioni  devono  essere  ritenute 
probabilmente  messiniane,  e  in  ogni  caso  molto  anteriori  al 
periodo  glaciale 1  2. 

L’argomento  parve  così  bene  lumeggiato  e  approfondito,  che 
per  lunghi  anni  l’età  terziaria  delle  più  antiche  alluvioni  friu¬ 
lane  fu  accettata  da  tutti  i  geologi.  E  fu  mantenuta  anche  dagli 

1  Estr.  d.  Annotatore  friulano ,  Udine,  1856,  pag.  22. 

2  Tarameli  T.,  Osservazioni  stratigrafiche  sulle  valli  del  Degano  e 
della  Vinadia.  Ann.  scient.  Ist.  Tecn.  Udine,  III,  1869, pag.  42;  Sopra  alcuni 
Echinidi  cretacei  e  terziari  del  Friuli.  Atti  E.  Ist.  Yen.,  (3)  XI Y,  1870, 
pag.  2140  e  segg.  ;  Sulla  esistenza  di  un’alluvione  preglaciale  nel  versante 
meridionale  delle  Alpi.  Ibid.,  (3)  XVI,  1872,  pag.  2193  e  segg.;  Dei  ter¬ 
reni  morenici  e  alluvionali  del  Friuli.  Ann.  scient.  Ist.  Tecn.  Udine,  Vili, 
1874,  pag.  42  e  segg.;  Catalogo  ragionato  delle  rocce  del  Friuli.  Estr.  d. 
Meni.  E.  Acc.  Lincei,  (3)  I,  1877,  pag.  46;  Spiegazione  della  carta  geo¬ 
logica  del  Friuli.  Pavia,  1881,  pag.  116-121  ;  Geologia  delle  Provincie 
Venete.  Estr.  d.  Meni.  E.  Acc.  Lincei,  (3)  XIII,  1882,  pag.  177. 


ANTICHE  ALLUVIONI  DEL  TAGLI  AMENTO 


389 


studiosi  più  accurati  che  se  ne  occuparono  sul  posto,  quali  Toin- 
masi  \  Teliini 1  2 3,  0.  Marinelli  Lorenzi  4,  Sacco  5 * 7. 

Ma  negli  ultimi  tempi,  le  molteplici  suddivisioni  introdotte 
nella  serie  neozoica  antica  indussero  parecchi  Autori  a  ringio 
vanire  moltissime  alluvioni  e  a  tentare  di  sincronizzarle  con 
l’uno  o  l’altro  dei  sottoperiodi  neo  e  postpliocenici.  Questa  ten¬ 
denza  ebbe  a  manifestarsi,  più  o  meno  direttamente,  anche  in 
riguardo  ai  conglomerati  friulani. 

Che  dapprima  il  Taramelli  abbia  troppo  generalizzato,  è 
fatto  positivo  e  da  lui  stesso  presto  riconosciuto;  poiché  nella 
sua  carta  geologica  del  1881  e  nella  relativa  spiegazione  tro¬ 
viamo  ad  es.  già  distinti  come  più  recenti,  preglaciali  non  mes- 
siniani,  i  conglomerati  affioranti  lungo  il  corso  del  Natisene  e 
lungo  il  Cormor.  Potranno  altresì  essere  discussi  i  conglomerati 
che  formano  il  sottosuolo  della  pianura  friulana,  e  che  il  Sacco  s 
ritiene  ancora  terziari,  mentre  il  Teliini  li  giudica  in  parte 
villafranchiani  e  in  parte  diluviali;  altrettanto  dicasi  dell’iso¬ 
lato  affioramento  di  Variano,  che  per  Sacco  7  è  messiniano,  per 
Brtickner  8 9  del  Pliocene  superiore  e  per  De  Gasperi  0  del  Dilu¬ 
viale  antico;  così  pure  delle  alluvioni  cementate  di  Orgnano  e 


1  Tommasi  A.,  Da  Dogna  a  Ampezzo,  Forni  di  Sotto  e  M.  Najarda. 
Ann.  E.  Ist.  Tecn.  Udine,  (^2)  IV,  1886,  pag.  57. 

2  Tellini  A.,  Descrizione  geologica  della  tavoletta  Magano.  In  Alto, 
III,  Udine,  1892,  pag.  46. 

3  Marinelli  0.,  Descrizione  geologica  dei  dintorni  di  Tarcento.  Pubbl. 
E.  Ist.  Studi  sup.  Firenze,  1902,  pag.  104  e  segg.;  Studi  orografici  nelle 
Alpi  orientali.  I.  Meni.  Soc.  geogr.  ital.,  Vili,  1898,  pag.  415  e  segg. 

4  Lorenzi  A.,  Fenomeni  analoghi  a  quelli  carsici  nei  conglomerati 
messiniani  di  Da  gogna  e  Susans  nel  Friuli.  In  Alto,  XIII,  Udine,  1902, 
pag.  69. 

5  Sacco  F.,  Gli  anfiteatri  morenici  del  Veneto.  Estr.  d.  Ann.  E.  Acc. 
Agricoltura,  XLI,  Torino,  1899  (vedi  la  carta  geologica  e  il  testo  a 
pag.  14-21);  La  Valle  Padana.  Estr.  c.  s.,  XLIII,  Torino,  1900  (vedi  la 
carta  e  il  testo  a  pag.  31-33  e  171). 

0  Sacco  F.,  Anfit.  vnoren.  del  Veneto,  pag.  34-35. 

7  Sacco  F.,  Anfit.  moren.  del  Veneto,  pag.  34. 

8  Brtickner  E.,  Tagliarnentogletscher.  In  Penck  e  Brtickner,  Die  Alpen 
im  Eiszeitalter,  fase.  9,  Leipzig,  1907,  pag.  1014-15. 

9  De  Gasperi  G.  B.,  I  terrazzi  anteriori  all’ultima  fase  glaciale  nella 
pianura  friulana.  In  Alto,  XXII,  Udine,  1911,  pag.  104. 


26 


390 


M.  GORTANI 


Pozzuolo,  riferite  al  Villafranchiano  dal  Sacco  1  e  al  Diluviale 
antico  da  Lorenzi  2,  Brtìckner  3,  De  Gasperi  4 5.  Dovrà  essere 
anche  studiato,  quando  si  facciano  gli  scavi  necessari,  il  nucleo 
del  colle  di  Udine,  sempre  completamente  celato  dai  materiali 
artificialmente  addossatigli:  tutti  studi  e  discussioni  codesti, 
che  potranno  giungere  a  un  risultato  positivo,  —  se  risultato 
positivo  può  sperarsi  nella  cronologia  precisa  delle  alluvioni 
plioceniche  e  quaternarie,  —  soltanto  quando  sian  Pitti  sulla  base 
di  numerosi  raffronti  e  di  accurate  osservazioni  in  sitn. 

Per  quanto  simili  ricerche  possano  riservare  delle  sorprese, 
io  credo  però  che  esse,  anche  se  estese  a  tutta  la  regione,  non 
riusciranno  a  scalzare  la  base  fondamentale  dei  primi  studi  del 
Taramelli.  Questi  studi  si  riferiscono  essenzialmente  alle  po¬ 
tenti  masse  conglomerate  della  valle  del  Tagliamento,  svilup¬ 
pate  in  modo  particolare  presso  Ragogua  e  Susans,  Gavazzo  e 
Verzegnis,  Soechieve  ed  Ampezzo. 

11  conglomerato  di  Ragogna  e  Susans,  che  ha  una  potenza 
complessiva  di  oltre  600  metri,  mostra  troppo  evidenti  i  suoi 
legami  con  la  formazione  miocenica  perchè  si  possa  mettere  in 
dubbio  che  almeno  la  maggior  parte  di  esso  rappresenti  il  Mes- 
siniano;  sopra  tutto  dopo  gli  studi  di  Taramelli,  Teliini  br 
Sacco  6,  Stefanini  7. 

Non  cosi  è  degli  estesi  affioramenti  da  Gavazzo  ad  Am¬ 
pezzo,  che  seguendo  un’idea  espressa  dal  Taramelli  stesso  8,  il 

1  Sacco  F.,  Anfit.  moren.  del  Vendo,  pag.  34-35;  Valle  Padana,. 
pag.  61-62. 

2  Lorenzi  A.,  Note  zoologiche  sul  pozzo  di  Pozzuolo  in  Friuli.  In. 
Alto,  XI,  Udine,  I960,  pag.  59. 

3  Britckner  E.,  op.  cit.,  pag.  1015. 

4  De  Gasperi  G.  B.,  op.  cit.,  pag.  104.  Egli  però  aveva  giudicato 
plioceniche  le  alluvioni  stesse  nel  precedente  lavoro:  1  rilievi  miocenici 
della  piamira  friulana.  In  Alto,  XX,  Udine,  1909,  pag.  24. 

5  Tellini  A.,  op.  cit.,  pag.  46. 

6  Sacco  E.,  Anfit.  moren.  del  Veneto ,  pag.  14  e  segg. 

7  Stefanini  G.,  Osservazioni  sul  Miocene  del  Friuli.  Atti  R.  Ist. 
Ven.,  LXX,  2,  1911,  pag.  753;  Sulla  stratigrafia  e  sulla  tettonica  dei  ter¬ 
reni  miocenici  del  Friuli.  Pubbl.  n.  31  Uff.  Idrogr.  R.  Magistr.  alle  Acque, 
Venezia,  1911. 

8  Taramelli  T.,  La  Valle  del  Po  nell’epoca  quaternaria,  Atti  1°  Con¬ 
gresso  geogr.  ital.,  Genova  (1892)  1894,  pag.  19  d.  estr. 


ANTICHE  ALLUVIONI  DEL  TAGLIAMENTO  391 

Parona  1  ed  il  Prever  2  ritengono  contemporanei  alla  prima 
espansione  glaciale,  e  che  il  Briickner  3  riferisce  addirittura  a 
un  interglaciale.  Ma  a  questo  proposito  non  saranno  inopportune 
alcune  osservazioni. 

Il  quadro  molto  generale  del  Parona  e  del  Prever,  che  è 
esteso  in  complesso  alla  maggior  parte  delle  alluvioni  pre¬ 
glaciali  dei  vecchi  Autori  prescindendo  da  osservazioni  locali, 
nel  nostro  caso  speciale  non  ha,  nè  può  avere,  che  un  valore 
molto  relativo.  Sotto  altro  aspetto  deve  essere  esaminato  il  ri¬ 
ferimento  del  Briickner,  basato  sopra  un’osservazione  personale 
fatta  sul  posto.  Pra  Ampezzo  e  Mediis  egli  avrebbe  constatato 
la  sovrapposizione  del  conglomerato  antico  a  un  vero  e  proprio 
deposito  morenico,  traendone  la  conclusione  che  il  conglomerato 
stesso  è  formato  da  alluvioni  di  età  interglaciale.  Il  punto  pre¬ 
ciso  in  cui  l’Autore  avrebbe  fatto  questa  importante,  decisiva 
constatazione,  non  può  essere  ripreso  in  esame,  perchè  egli 
stesso  avverte  che  tale  punto  è  ora  nascosto  dai  muri  di  so¬ 
stegno  fiancheggianti  la  strada  nazionale. 

Quando,  tre  anni  fa,  ebbi  a  parlare  dei  conglomerati  di 
Verzegnis  4,  non  potendo  fare  un  serio  controllo  alle  afferma¬ 
zioni  del  Briickner  nel  bacino  di  Ampezzo,  mi  limitai  a  esporre 
il  risultato  delle  mie  ricerche  a  Verzegnis  e  Cavazzo.  I  lavori 
di  sterro  recentemente  eseguiti  per  correggere  e  ampliare  la  rete 
stradale  nel  territorio  di  Ampezzo,  mi  hanno  invogliato  que¬ 
st’anno  a  tentar  di  risolvere  il  contrasto  fra  i  risultati  del  Ta- 
ramelli  e  miei  da  un  lato,  e  quelli  del  Briickner  dall’altro. 

L’esame  geologico  sommario  della  località  indicata  dal  Briick- 
ner  è  già  sufficiente  per  dimostrare  che  egli  si  è  ingannato. 
Il  ripiano  o  altipiano  di  Ampezzo  e  quello  di  Mediis,  formati 
essenzialmente  dai  conglomerati  in  questione,  sono  separati 
dall’ampia  e  netta  incisione  del  torrente  Lumiei.  La  strada 

1  Parona  C.  F.,  Trattato  di  geologia  con  speciale  riguardo  alla  geo¬ 
logia  d’Italia.  Milano  (1902-04),  pag.  664. 

2  Prever  P.  L.,  Il  fenomeno  glaciale  nella  Valle  del  Pellice.  Boll. 
Soc.  geol.  ital.,  XXX,  1911,  pag.  765. 

3  Briickner  E.,  op.  cit.,  pag.  1025. 

4  Gortani  M.,  Betico ,  Lias  e  Giura  nelle  Prealpi  dell’ Amino.  Boll, 
li.  Coni.  geol.  d’It.,  XLI,  1910,  pag.  166. 


392 


M.  GORTANI 


Mediis-Arapezzo,  valicato  il  Luraiei,  sale  con  ampie  risvolte 
sull’altipiano  di  Ampezzo,  e  lo  raggiunge  dopo  aver  percorso 

un  chilometro  e  mezzo  superando  un  dislivello  di  circa  settanta 

\ 

metri.  I  conglomerati  sono  in  strati  quasi  orizzontali.  E  a  circa 
metà  della  salita  (35  m.  sotto  il  livello  dell’altipiano)  che  il 
Briickner  indica  la  morena  sottostante  al  conglomerato.  Egli  non 
dice  però  su  che  cosa  posasse  la  morena;  se  lo  avesse  cercato, 
avrebbe  dovuto  necessariamente  constatare  che  a  sostener  la 
morena  si  trovava  ancora  conglomerato.  Ciò  risulta  dalle  con¬ 
dizioni  topografiche  e  dalla  circostanza  che  nell’intero  tratto 
percorso,  come  del  resto  in  tutto  l’altipiano,  il  materasso  di  rocce 
clastiche  non  è  interrotto  in  nessun  punto  dai  terreni  che  lo 
sostengono. 

Ammessa  l’inesattezza  delle  conclusioni  del  Briickner,  rima¬ 
neva  però  da  spiegare  l’osservazione  locale  da  lui  fatta.  Si  po¬ 
tevano  formulare  due  ipotesi:  che  esistessero  nell’altipiano  di 
Ampezzo  conglomerati  di  varia  età,  oppure  che  la  morena,  in¬ 
vece  di  essere  sottoposta  (o  meglio  intercalata)  al  conglomerato, 
si  trovasse  in  una  specie  di  tasca,  analogamente  a  quanto  sup¬ 
pone  il  Giirich  1  per  la  morena  alla  base  della  discussa  breccia 
di  Hòtting. 

La  questione  non  può  venir  risoluta  che  per  via  indiretta, 
dal  momento  che  il  punto  precisato  dal  Briickner  è  ricoperto  da 
muraglioni.  Tuttavia  le  numerose  osservazioni  fatte  nella  regione 
circostante,  senza  poter  in  via  assoluta  far  escludere  nel  caso 
speciale  la  seconda  interpretazione,  mi  hanno  condotto  a  rico¬ 
noscere  che  la  prima  ipotesi  corrisponde  a  un  fatto  reale. 

In  parecchie  località  dell’altipiano  si  nota  infatti  la  coesi¬ 
stenza  di  due  tipi  di  conglomerati,  spesso  molto  simili  fra  di 
loro  per  aspetto,  composizione  e  solidità,  ma  di  origine  ed  età 
ben  diverse.  Particolarmente  istruttivi  sono  ora  i  tagli  fatti  per 
sistemare  le  strade  da  Ampezzo  a  Oltris  e  Yoltois.  Sul  conglo¬ 
merato  preglaciale,  resistente,  solido,  adoperato  come  pietra  da 
fabbrica,  viene  a  sovrapporsi  un  conglomerato  ora  quasi  altret¬ 
tanto  tenace  e  compatto,  ora  più  o  meno  lasso  e  non  utilizza- 

1  Giirich  G.,  Die  Hòttinger  Breccie  und  ihre  «  interglaciale  »  Flora. 
Verli.  Natunviss.  Ver.  Hamburg,  (3)  XIX,  1911,  pag.  36  e  segg. 


ANTICHE  ALLUVIONI  DEL  TAGLI  AMENTO 


393 


bile  per  costruzioni,  ora  infine  spugnoso  e  friabile.  Il  primo 
conglomerato  è  di  evidente  origine  fluviale.  Il  secondo  si  pa¬ 
lesa  invece  di  origine  glaciale  o  fluvio-glaciale,  sopra  tutto  per 
la  frequenza  di  ciottoli  striati  fra  i  suoi  elementi.  Trovai  i  ciot¬ 
toli  striati  abbondanti  specialmente  nella  discesa  da  Ampezzo 
al  ponte  di  Oltris.  Ivi,  per  il  diverso  grado  di  cementazione 
dei  depositi  glaciali  e  per  il  diverso  grado  di  disfacimento  da 
punto  a  punto,  si  osserva  anche  localmente  una  sovrapposizione 
di  conglomerato  a  morena,  cioè  di  deposito  morenico .  cementato 
a  deposito  morenico  sciolto. 

Non  è  sempre  facile  delimitare  il  conglomerato  preglaciale 
dal  conglomerato  quaternario,  per  l’alto  grado  di  tenacità  che 
anche  quest’ultimo  può  assumere.  La  natura  litologica  degli  ele¬ 
menti  è  generalmente  la  stessa  in  entrambi,  perchè  i  ciottoli 
di  rocce  estranee  al  bacino  del  Tagliamento  (quarziti,  porfidi, 
gneiss,  ecc.),  che  sulla  destra  della  vallata  aiutano  a  caratte¬ 
rizzare  i  depositi  glaciali,  sono  molto  rari  nel  versante  Ampez- 
zano.  Nè  è  possibile  una  separazione  con  criterio  topografico, 
ripetendosi  qui  il  fatto  già  notato  a  Verzegnis:  che  la  piatta¬ 
forma  di  conglomerato  terziario  fu  profondamente  incisa  ed 
erosa  dai  ghiacciai  stessi  e  forse  anche  prima.  Le  morene  riem¬ 
piono  frequentemente  insenature  e  anfrattuosità  del  conglome¬ 
rato  preglaciale,  che  spesso  non  hanno  rispondenza  coll’attuale 
idrografia.  In  una  di  tali  vallecole  corre  appunto  la  strada  che 
sale  al  ripiano  di  Ampezzo  dal  ponte  di  Mediis.  Il  punto  più 
basso,  rispetto  al  ciglio  dell’altipiano,  dove  ho  potuto  consta¬ 
tare  la  sovrapposizione  del  conglomerato  glaciale  al  preglaciale, 
è  sulla  destra  del  rio  Castiola,  poco  sopra  il  bivio  da  cui  si 
stacca  la  strada  per  Voltois. 

Le  mie  osservazioni  vengono  cosi  a  confermare  ed  estendere 
fino  all’altipiano  di  Ampezzo  ciò  che  il  Taramelli  aveva  notato 
fin  dal  1869  fra  Enemonzo  e  Socchieve  L  Se  il  Briickner,  ve¬ 
nuto  a  studiare  in  Italia  e  a  criticare  le  idee  dei  nostri  fino  a 
respingerle,  avesse  meditato  le  parole  del  Taramelli,  avrebbe 
probabilmente  evitato  un  notevole  errore;  poiché  il  Taramelli, 


1  Taramelli  T.,  Osserv.  strat.  sulle  valli  del  Degano  e  della  Vinadia. 

L.  cit.,  pag.  44. 


394 


M.  GORTANI 


constatando  la  sovrapposizione  dei  due  tipi  di  conglomerati,  met¬ 
teva  in  guardia  contro  la  possibilità  di  confondere  con  l’alluvione 
terziaria  il  conglomerato  grossolano  formato  da  morene  più  o 
meno  rimaneggiate.  E  vero  che  secondo  il  Briickner  l’età  neo¬ 
zoica  del  conglomerato  alluvionale  sarebbe  appoggiata  anche 
dalla  circostanza  che  esso  «  è  venuto  a  deporsi  in  una  valle 
sopraescavata  riempiendola  fino  a  notevole  altezza  »  Ma  l’Au¬ 
tore  si  limita  a  enunciare  questa  premessa,  senza  dimostrarla 
in  alcun  modo.  Ed  essa  avrebbe  molto  bisogno  di  essere  dimo¬ 
strata;  perchè  le  mie  ricerche  lungo  l’antico  percorso  del  Ta- 
gliamento,  da  Kagogna  a  Cavazzo,  Yerzegnis  e  Ampezzo,  con¬ 
ducono  invece  a  ritenere  che  quelle  antiche  alluvioni  furono  de¬ 
poste  in  una  valle  profondamente  incisa  dalle  acque  e  non  so¬ 
praescavata  da  ghiacciai.  Per  citare  un  fatto  solo,  ricorderò  le 
irregolarità  degli  spunzoni  dolomitici  che  da  Cesclans  a  Ver- 
zegnis  affiorano  sotto  e  in  mezzo  alle  alluvioni  cementate.  La 
interpretazione  del  Briickner  potrebbe  essere  tutt’al  più  invocata, 
a  mio  giudizio,  per  discutere  l’età  dei  conglomerati  e  brecce  della 
stretta  di  Venzone. 

Concludiamo  perciò  confermando  ancora  una  volta  l’esistenza 
di  un’alluvione  preglaciale  nella  valle  del  Tagliamento,  da  Ba- 
gogna  tino  a  monte  di  Ampezzo;  alluvione  meno  estesa  di  quanto 
fu  in  principio  supposto,  ma  della  quale  rimangono  traccie  evi¬ 
denti  e  copiose. 

1  Briickner  E.,  op.  cit.,  pag.  1025. 


pus.  pres.  17  nov.  -  ult.  bozze  11  dee.  1912]. 


CENNI  DI  GEOLOGIA  APPLICATA 
SUL  TERRITORIO  DI  CALIGANO  MONFERRATO 


Nota  del  dott.  Michele  Craveri 


Nelle  vacanze  estive  del  1911  avendo  trascorso  nn  po' di 
tempo  in  villeggiatura  sni  Colli  monferrini,  e  precisamente  nei 
fini  di  Calliano  Monferrato,  ebbi  occasione  di  percorrere  in  tutti 
i  sensi  il  territorio  di  detto  Comune  e  di  fare  alcune  osserva¬ 
zioni  di  Geologia  pratica  che  mi  decido  ora  a  pubblicare,  per¬ 
suaso  di  non  aver  fatto  nessuna  scoperta,  nel  solo  intento  di 
-arrecare  il  mio  modesto  contributo  alla  conoscenza  più  detta¬ 
gliata  di  questa  regione. 

Notizie  geografiche.  —  Calliano,  l’antico  Castrimi  Cadel- 
lianum  1  è  un  comuuello  di  circa  3.000  abitanti  nella  Provincia 
■di  Alessandria,  Circondario  di  Casale  Monferrato,  Mandamento 
di  Tonco.  Confina  a  N  ed  a  NE  col  Comune  di  Penango,  ad  E 
<ion  Grana,  a  SE  con  Castagnole  Monferrato,  a  S  con  Scurzo- 
lengo,  con  Portacomaro  e  con  Asti,  a  SW  ed  a  W  con  Castel- 
P  A  Itero,  a  NW"  con  Alfiano  Natta.  La  massima  estensione  del 
territorio  è  all’incirca  di  km.  5,5  nella  direzione  NNW-SSE, 
<ì  di  km.  6,5  nella  direzione  W-ESE. 

Il  paese  è  fabbricato  sopra  un’altura  a  circa  45°, 30'  di  la¬ 
titudine  nord,  e  4°,  12'  di  longitudine  ovest  dal  meridiano  di 
Roma;  dista  poco  più  di  4  km.  dalla  stazione  ferroviaria  di 
Castell’Alfero  sulla  linea  Asti-Casale,  km.  28  dal  Capoluogo  di 
Circondario  e  km.  38,55  dal  Capoluogo  di  Provincia.  Il  ter¬ 
ritorio  di  Calliano  è  attraversato  da  tre  grandi  strade  provin- 


1  Per  le  notizie  storielle  vedi:  Niccolini  G.,  A  zonzo,  pag.  247  e  248, 
Casale,  Tip.  Bertero,  1877. 


396 


M.  CRAVERI 


ciali  che  fanno  capo  al  paese:  una  per  Asti  e  Castell’Alfero 
(verso  SW),  una  seconda  per  Penango  e  Moncalvo  (verso  N) 
ed  una  terza  per  Grana  e  Montemagno  (verso  SE)  ;  per  un  breve 
tratto  ad  ovest  vi  passa  pure  la  strada  ferrata  fra  le  stazioni 
di  Castell’Alfero  e  di  Tonco-Alfiano. 

Tutta  la  regione  è  collinosa  con  dolcissima  ondulazione,  come 
gli  altri  paesi  limitrofi  di  questa  parte  del  Monferrato,  ed  i  punti 
culminanti  (intorno  ai  300  m.  di  alt.  s.  1.  m.)  sono  :  Madonna 
della  Neve,  al  nord  del  paese  (m.  286)  ;  Chiesa  parrocchiale 
(ra.  271);  S.  Felice,  al  sud  del  paese  (m.  299);  Prie  S.  Desi¬ 
derio,  presso  la  frazione  omonima  (m.  308).  Viceversa  i  punti 
altimetricamente  meno  elevati  (sotto  i  200  m.)  sono  i  seguenti  : 
Fontana  solfarea,  detta  la  Pirenta  di  Ccilliano  (m.  148);  Strada 
ferrata ,  lungo  il  torrente  Versa  (ni.  150  circa). 

Costituzione  geologica.  —  Le  mie  osservazioni  personali 
sono  confortate  dal  famoso  studio  dell’illmo  prof.  Federico  Sacco 
sul  bacino  terziario  e  quaternario  del  Piemonte  1  con  relativa 
carta  geologica  ad  1 :  100.000. 

In  tutti  questi  terreni,  nei  campi  e  nelle  vigne  lavorate  di 
fresco,  o  dove  le  acque  di  scolo  hanno  prodotto  degli  smotta¬ 
menti  e  delle  frane  recenti,  o  là  dove  sono  palesi  gli  effetti  di 
antica  erosione,  si  rinvengono  dei  fossili,  ma  non  potei  basare 
su  questi  la  divisione  dei  terreni,  sia  per  il  materiale  troppo 
scarso  da  me  rinvenuto  e  sia  perchè  i  fossili  che  si  trovano, 
specialmente  asportati  dall’acqua,  sono  rimaneggiati,  e  quindi 
non  si  può  ricavare  un  giusto  criterio  dalla  loro  ubicazione. 

Ma  daH’esame  complessivo  della  morfologia  attuale  della 
regione  si  può  con  sufficiente  approssimazione,  se  non  con  cer¬ 
tezza  matematica,  stabilire  quanto  vedremo  in  seguito,  tenendo 
conto  del  fatto  che  in  terreni  cesi  facilmente  erodibili  è  assai 
difficile  rintracciare  i  confini  tra  una  formazione  e  l’altra  o  tra 
le  diverse  facies  di  una  stessa  formazione,  e  peggio  tra  le  for¬ 
mazioni  di  diverse  età,  anche  per  chi  si  potesse  giovare  del 
sussidio  della  Paleontologia.  Poiché  spesso  succede  che  terreni 
cronologicamente  più  giovani  siano  ricoperti  da  un  velo  di  ter- 

1  Sacco  F.,  Il  bacino  terziario  del  Piemonte,  Milano,  1889;  Il  bacino 
quaternario  del  Piemonte,  Roma,  1890;  Catalogo  paleontologico  ecc.,  Roma, 
1889;  Geologia  applicata  ecc.,  Roma,  1890;  Appendice. 


GEOLOGIA  APPLICATA 


397 


reno  più  antico  trascinato  in  basso  dalle  alture  circostanti  per 

opera  delle  acque. 

\ 

E  chiaro  che  la  morfologia  attuale  del  grande  bacino  ter¬ 
ziario  nella  conca  dell’Astigiano  è  la  conseguenza  del  modella¬ 
mento  operato  dall’erosione  subaerea,  fluviale  e  meteorica,  per 
lungo  volgere  di  secoli,  cioè  fin  dal  tempo  della  graduale  emer¬ 
sione  di  questo  fondo  di  mare  piemontese  ;  ed  anche  ora  che 
i  poggi  e  le  colline  sono  arrotondati  e  molto  più  bassi  in  con¬ 
fronto  col  tempo  della  loro  primitiva  formazione,  le  acque  di 
pioggia  ruscellanti  sui  fianchi  del  rilievo  collinoso,  specialmente 
là  dove  esso  è  costituito  da  terreno  argilloso  poco  permeabile, 
continuano  ad  esercitare  una  potentissima  azione  dilavatrice  e 
per  conseguenza  erosiva,  tanto  che  si  può  ben  ammettere  che 
il  materiale  asportato  nei  secoli  uguagli,  se  pure  non  supera, 
la  potenza  dell’attuale  rilievo. 

In  conclusione  la  serie  dei  terreni  nei  confini  del  Comune 
di  Galliano  Monferrato  sarebbe  da  ascrivere  in  gran  parte  al 
Quaternario,  come  terreno  di  trasporto  alluvionale  specialmente 
nelle  vallate,  se  volessimo  seguire  il  criterio  del  prof.  Sacco  ri¬ 
guardo  al  loess  della  Collina  torinese  1  che  egli  ritiene,  com’è 
noto,  derivante  dallo  sfacelo  o  disgregazione  e  conseguente  tra¬ 
sporto  dei  terreni  terziari  in  posto,  per  opera  delle  acque  di  scolo. 

Ma  di  questo  passo  si  giungerebbe  a  concludere  che  tutta 
la  terra  emersa  appartiene  geologicamente  all’era  neozoica,  poiché 
anche  le  cime  più  elevate  delle  montagne  sono  ricoperte  dai 
campi  di  neve  e  gli  alti  solchi  vallivi  sono  percorsi  dai  ghiac¬ 
ciai  attuali,  mentre  là,  dove  c’è  un  palmo  di  antica  roccia  gneis- 
sica  o  granitica  allo  scoperto,  le  azioni  combinate  della  preci¬ 
pitazione  e  della  degradazione  atmosferica  si  adoperano  alla 
caolinizzazione  dei  feldspati,  ecc. 

Nel  territorio  di  Calliano  troviamo  invece  il  Pliocene  rap¬ 
presentato  dal  Messiniano  con  lenti  gessi  fere,  dal  Piacenziano 
e  à&W  Astiano. 

I  terreni  cenozoici  più  antichi  sarebbero  forse  da  attribuire 
al  Miocene  con  qualche  lembo  di  Langhiano  messo  allo  scoperto 


1  Sacco  F.,  I  terreni  quaternari  della  Collina  di  Torino ,  Atti  Soc. 
ital.  di  Se.  nat.,  voi.  XXX,  Milano,  1887. 


M.  CRAVERI 


398 

fra  il  Bric  la  Colma  ed  il  Bric  Montarsone,  mentre  l’Elveziano 
e  il  Tortoniano  sono  ricoperti  e  mascherati  dai  terreni  plioce¬ 
nici  sopra  ricordati. 

Il  più  antico  di  questi,  ed  anche  il  più  interessante  dal 
punto  di  vista  della  Geologia  applicata,  come  vedremo  in  seguito, 
è  il  Messiniano  con  lenti  gessifere,  che  occupa  tutta  l’ampia 
Valle  della  Pietra,  percorsa  nel  fondo  dalla  strada  provinciale 
Asti-Moncalieri  che  passa  per  Galliano,  e  precisamente  dai  pressi 
della  sorgente  solfurea  fino  al  pie’  della  ripida  salita  al  poggio 
su  cui  è  costrutto  il  paese. 

Un’altra  zona  Messiniana  con  gli  stessi  caratteri  sarebbe  al 
nord  della  precedente  verso  Penango,  solcata  dal  Pio  Bizara, 
zona  che  seguita  poi  verso  nord-ovest,  dov’è  molto  più  estesa, 
fino  a  Villadeatis,  e  di  qui  ad  occidente  per  Montiglio,  Mar- 
morito,  ecc.,  riducendosi  infine  ad  una  stretta  fascia  che  si  mo¬ 
stra  fra  il  Tortoniano  e  il  Piacenziano  al  pie’  dei  Colli  torinesi 
per  Marentino,  ecc.  fino  alla  pianura  del  Po  fra  Moncalieri  e 
Trofarello,  come  ha  osservato  anche  il  dott.  P.  L.  Prever  in  un 
recente  lavoro  sulla  collina  di  Torino  L 

Finalmente  una  terza  zona  di  Messiniano  con  lenti  gessifere 
si  osserva  al  sud-est  della  Valle  della  Pietra  verso  il  confine 
meridionale  del  Comune  di  Calliano,  sotto  il  Bric  Montarsone 
già  nominato  e  il  Bric  del  Bosco,  solcata  dalla  valle  del  Gorgo 
e  dalla  valle  del  Rio,  e  formante  una  placca  isolata  nel  Pia¬ 
cenziano,  come  quella  della  Valle  della  Pietra  terminando  prima 
di  Scurzolengo. 

Il  prof.  Sacco  nella  sua  carta  geologica  sopracitata  ne  segna 
poi  un’altra  placca  al  sud  di  Grana  pure  circondata  dal  Pia¬ 
cenziano  e  questo  dall’Astiano,  per  ritrovare  poi  il  Messiniano 
colla  massima  estensione  dal  nord  di  Grana  e  di  Montemagno 
ad  Altavilla  e  a  San  Salvatore  Monferrato  verso  la  confluenza 
del  Tanaro  col  Po. 

L’orizzonte  più  esteso  nei  confini  di  Calliano  sembra  essere 
il  Piacenziano  che  occupa  tutta  la  parte  occidentale  verso  la 
ferrovia  e  la  valle  del  torrente  Versa  formando  una  successione 

1  Prever  P.,  Aperta  géoìogìque  sur  la  Colline  de  Turin.  Mém.  de  la 
Soc.  géol.  de  France,  4e  sèrie,  t.  I,  Mém.  n.  2,  Paris,  1907. 


GEOLOGIA  APPLICATA 


399 


di  collinette  poco  elevate  su  cui  sorgono  le  case  ;  ad  es.  : 
C.  Dal  Pozzo  (m.  228),  Perrona  (m.210),  C.  Sappa  (m.225),C.  Mon- 
tafarengo  piccola  (m.  236),  C.  Montafarengo  nuova  (m.  203  sul 
Bric).  Al  nord  e  al  nord-est  del  paese  c’è  ancora  il  Piacen¬ 
ziano  ricoperto  qua  e  là  da  lembi  di  terreni  più  recenti  del- 
l’ Astiano  ;  e  Piacenziano  ancora  si  nota  al  sud  del  paese  e  ad 
occidente  della  frazione  S.  Desiderio,  fra  il  Messiniano  di  Valle 
della  Pietra  e  di  Bric  del  Bosco  sotto  i  Tetti  Rolassa  e  l’Astiano 
che  da  Madonna  della  Neve  al  nord  del  paese  va  fino  a  S.  De¬ 
siderio  ed  oltre. 

Il  Piacenziano  ha  poi  la  sua  massima  estensione  oltre  i  con¬ 
tini  di  Galliano  verso  Portacomaro  a  sud  e  verso  Tonco  e  Mon¬ 
tigli  a  nord-ovest,  mentre  V Astiano  che  occupa  la  maggior 
parte  della  conca  dell’Astigiano  forma  qui  come  una  peniso¬ 
letta  insinuata  nel  Piacenziano,  e  precisamente  la  parte  più 
elevata  del  territorio  di  Calliano,  cioè  un  dosso  collinoso  su  cui 
sorge  il  paese  e  corre  la  strada  da  Calliano  a  S.  Desiderio  ed 
a  Grana,  e  dove  si  hanno  le  massime  altitudini,  come  osservavo 
dianzi. 

Qui  si  nota  dunque  questo  fatto  interessante  nella  sovrap¬ 
posizione  dei  terreni  delle  diverse  età:  che  cioè  i  più  antichi, 
messiniani,  sono  in  media  più  bassi,  poi  i  piacenziani  raggiun¬ 
gono  maggiori  altitudini,  e  finalmente  i  più  recenti,  astiani, 
sono  i  più  elevati,  per  attenerci  solo  ai  terreni  pliocenici  sicu¬ 
ramente  accertati  nei  confini  di  Calliano.  Ero  abituato  da  pre¬ 
cedenti  osservazioni  a  vedere  nella  Collina  di  Torino  succedersi 
tutta  la  serie  Cenozoica  dall’Eocene  al  Miocene,  al  Pliocene, 
sia  ammettendo  anche  l’Oligocene  (con  Tongriano,  Stampiano, 
Aquitaniano)  secondo  Sacco,  o  sia  omettendolo  secondo  Prever, 
il  quale  ultimo  considera  solo  nella  Collina  di  Torino  i  seguenti 
piani  :  Luteziano,  Bartoniano,  Langhiano,  Elveziano,  Tortoniano, 
Messiniano,  Piacenziano,  Astiano  e  Villafranchiano. 

E  partendo  dal  nucleo  eocenico  di  Gassino  prima  emerso,  gli 
altri  terreni  si  succedono  regolarmente  in  fascie  più  o  meno 
estese  nella  stessa  direzione  NE-SW  dell’anticlinale  principale: 
Bussolino  gassinese-Soperga-S.  Margherita-Cavoretto;  notando 
però  che  tale  successione  appare  completa  solamente  dalla  parte 
di  Chieri,  cioè  nel  versante  meridionale  della  collina  fino  a  But- 


400 


M.  CRAVEIU 


tigliera  d’ Asti,  Riva  di  Chieri  e  Cambiano  che  sono  già  nel 
Diluvium  antico  (Sahariano  di  Sacco)  cioè  nel  Quaternario, 
mentre  nel  versante  settentrionale,  cioè  verso  Torino,  il  Dilu¬ 
vium  superiore  della  Dora  Riparia  e  V Alluvium  antico  e  recente 
del  Po  si  sovrappongono  già  all’Elveziano  da  Chivasso  a  S.  Mauro 
torinese  e  da  Torino  a  Moncalieri,  o  addirittura  al  Langhiano 
da  San  Mauro  a  Torino. 

Qui  si  tratta  adunque  di  una  vera  lenta  e  graduale  emer¬ 
sione  dal  fondo  del  mare  piemontese,  dai  terreni  più  antichi  ai 
più  recenti,  ma  mentre  l’isola  eocenica  e  miocenica  dei  Colli 
torinesi  orientata  col  maggior  diametro  da  nord-est  a  sud-ovest 
era  già  tutta  emersa,  due  grandi  solchi  esistevano  al  nord  e  al 
sud,  due  grandi  fosse  oceaniche,  una  verso  le  Alpi  piemontesi 
e  l’altra  verso  l’Appennino  ligure,  entrambi  di  età  preterziaria, 
alle  cui  falde  si  erano  andati  addossando  i  lembi  del  Terziario 
più  antico  per  effetto  del  loro  sollevamento  che  accompagnò 
quello  della  Collina  di  Torino,  se  non  ne  fu  la  causa. 

Così  sotto  i  depositi  alluvionali  del  Po  nella  pianura  di 
Torino  si  trova,  com’è  oramai  accertato  ’,  il  Piacenziano  fossi¬ 
lifero,  e  non  l’Astiano,  nè  il  Villafranchiano,  il  che  significa 
semplicemente  che  il  Po  ed  i  suoi  affluenti  avevano  già  com¬ 
pletato  il  riempimento  del  mare  di  Torino,  mentre  in  fondo  al 
mare  del  Monferrato  si  andava  ancora  deponendo  l’Astiano  coi 
suoi  fossili  caratteristici  ;  nè  il  Tanaro  poteva  riempire  colle  sue 
alluvioni  questo  bacino,  perchè  allora  doveva  metter  foce  nel 
Po  presso  Trofarello  terrazzando  le  falde  meridionali  dei  Colli 
torinesi 1  2. 

Ma  una  volta  emerso  l’Astiano  e  poi  anche  il  Villanfran- 
chiano  e  ritiratosi  il  mare,  si  stabilì  nella  conca  dell’Astigiano 
un  sistema  idrografico  assai  vasto  e  potente  formato  da  torren¬ 
telli  che  scendevano  dal  nord,  cioè  dai  Colli  torinesi,  e  dal  sud, 
cioè  dal  preappennino,  ed  erano  raccolti  da  un  fiume  collettore 
che  si  andò  scavando  un  solco,  il  quale  è  forse  l’attuale  alveo 


1  Prever  P.,  op.  cit. 

2  Oltre  alle  op.  cit.  di  Sacco  e  di  Prever  vedi  anche  :  Craveri  M., 
Le  dune  continentali  di  Trofarello- Cambiano  e  di  Grugliano  (Torino). 
Boll.  Soc.  geol.  ital.,  voi.  XXIX  (1910),  fase.  I,  Roma,  1910. 


GEOLOGIA  APPLICATA 


401 


del  Tanaro;  il  quale  corso  il  fiume  seguì  solo  più  tardi  pie¬ 
gando  a  destra  quando  anche  il  Po  si  fu  portato  decisamente 
a  destra  al  pie’  dei  Colli  torinesi  terrazzando  la  fronte  della  co¬ 
noide  della  Dora  Kiparia. 

E  tanto  potente  fu  l’azione  erosiva  esercitata  da  queste 
acque  nelle  sabbie,  nelle  marne  argillose  e  nei  gessi  del  Plio¬ 
cene  emerso  di  recente,  da  mettere  allo  scoperto  in  molti  punti 
il  Piacenziano  che  era  sotto  FA  stiano  e  perfino  il  Messiniano 
sottostante  a  quello,  come  chiaramente  si  osserva  nel  tratto  da 
Cherasco  ad  Asti  parallelo  al  corso  del  Tanaro,  e  come  ho  fatto 
notare  per  il  territorio  di  Calliano  con  questa  non  inutile  per 
quanto  prolissa  digressione. 

Nè  deve  stupire  il  fatto  che  i  Colli  torinesi  potessero  dare 
un  notevole  contributo  di  acque  a  questo  fiume  che  diventò  poi 
il  basso  corso  dei  Tanaro,  se  si  riflette  a  quanto  dissi  in  prin¬ 
cipio  di  questo  paragrafo,  che  cioè  il  volume  dei  materiali  di¬ 
sgregati  dall’atmosfera  ed  asportati  per  erosione  acquea  dal  prin¬ 
cipio  dell’emersione  fino  ad  oggi  si  può  considerare  anche  mag¬ 
giore  del  volume  attuale  delle  nostre  colline.  Diversi  Autori  1 
hanno  istituito  questo  paragone  per  le  Alpi  che  sono  costituite, 
almeno  nella  loro  massiccia  ossatura,  di  materiali  indubbiamente 
più  resistenti  all’erosione,  come  sono  le  rocce  arcaiche,  paleo¬ 
zoiche  e  mesozoiche;  che  cosa  si  dovrebbe  dire  adunque  per 
terreni  tanto  facilmente  erodibili  come  sono  in  generale  i  ceno- 
zoici?  Dunque  le  Colline  di  Torino  che  ora  raggiungono  in  certi 
punti  i  600  ed  i  700  m.  di  alt.  s.  1.  m.  dovevano  essere  alte 
almeno  il  doppio  sul  finire  dell’era  cenozoica  ed  al  principio 
della  neozoica,  quando  le  nevi  del  periodo  glaciale  (che  furono 
così  potenti  da  originare  i  colossali  ghiacciai  delle  Alpi  scen¬ 
denti  in  pianura,  dove  costrussero  i  loro  anfiteatri  morenici) 
ammantarono  anche  le  colline  stesse  di  potentissimi  nevati. 

Dirò  più  a  lungo  di  questo  argomento  in  uno  studio  che  sto 
preparando  sulla  idrografia  dei  Colli  torinesi. 


1  Vedi  p.  es.  :  Lubbock  John,  Le  bellezze  della  Svizzera.  Descrizione 
del  paesaggio  e  sue  cause  geologiche  (versione  italiana  del  dott.  Luigi  Scotti), 
Milano,  Hoepli,  1900. 


402 


M.  CRAVERI 


Orografia.  —  Il  prof.  Sacco  fa  notare  nel  suo  studio  sulla 
Geologia  applicata  del  Bacino  terziario  e  quaternario  del  Pie¬ 
monte  1  quanto  stretto  sia  il  nesso  che  esiste  fra  la  costituzione 
geologica  di  una  data  regione  e  l’orografia  della  regione  stessa, 
e  quindi  indirettamente  colla  distribuzione  dei  centri  abitati,  ecc., 
ed  io  ho  rilevato,  per  quanto  riguarda  la  costituzione  dei  ter 
reni  nella  regione  da  me  presa  in  esame,  i  seguenti  fatti. 

Lascio  in  disparte  come  trascurabile  la  zona  langhiana  non 
bene  accertata,  che  tuttavia  mi  parve  di  scorgere  solo  per  i  suoi 
caratteri  litologici  ed  orografici  di  terreno  marnoso-arenaceo 
formante  colline  biancheggianti,  con  dolce  pendio  ;  tanto  più  che 
il  colore  della  terra  è  variabilissimo,  in  dipendenza  della  sua 
composizione  chimica,  da  luogo  a  luogo  nello  stesso  orizzonte 
geologico,  e  la  morfologia  sopra  accennata  è  comune  anche  a 
molti  terreni  del  Pliocene. 

Lo  stesso  Messiniano,  per  esempio,  nelle  località  sopraindi¬ 
cate  si  presenta  sempre  gessifero,  ed  ora  è  largamente  eroso 
con  valli  poco  profonde  e  molto  larghe  come  la  Valle  della 
Pietra,  dove  la  terra  lavorata  ha  una  tinta  biancastra  per  la 
presenza  del  gesso,  oppure  assume  qua  e  là  a  placche  un  co¬ 
lor  rosso  mattone  per  l’alterazione  dei  sali  di  ferro  in  essa  con¬ 
tenuti  ;  ed  ora  invece  dà  luogo  a  rilievi  collinosi  assai  accen¬ 
tuati  come  nella  parte  meridionale  del  Comune,  a  sud-ovest  di 
S.  Desiderio,  con  gli  stretti  solchi  di  Valle  del  Gorgo  e  Valle 
del  Rio.  Altra  valle  abbastanza  larga  e  piana  nelle  marne  ges¬ 
sifere  messiniane  è  quella  del  Rio  Bizara  al  nord-ovest  del  Co¬ 
mune  lungo  la  ferrovia,  poco  prima  della  fermata  di  Penango. 
In  mezzo  a  queste  marne  gessifere  più  o  meno  calcaree  o  argil¬ 
lose  o  sabbiose,  non  ho  riscontrato  nè  vere  e  proprie  arenarie 
cementate,  nè  conglomerati,  e  difatti  i  ciottoli  costituiscono  una 
rarità  da  queste  parti,  se  si  accettuano  quei  pochi  alluvionali 
che  il  torrente  Versa  può  aver  portato  di  lontano  e  riversato 
nelle  sue  piene  assai  frequenti  sui  prati  circostanti.  Solo  dove 
ci  sono  delle  cave  di  gesso  o  sfruttate  attualmente  o  abbando- 


1  Sacco  F.,  op.  cit.  (Boll.  R.  Comit.  geol.  d’It.,  voi.  XXI,  Roma,  1890, 
pag.  86). 


GEOLOGIA  APPLICATA 


403 


nate  compaiono  delle  pareti  tagliate  a  picco  nella  roccia  com 
patta  bianco-grigiastra. 

Invece  i  terreni  del  Piacenziano  che  formano,  come  dissi, 
la  maggior  parte  del  territorio  di  Galliano  sono  marne  argillose 
di  color  giallognolo  che  secondo  il  loro  contenuto  in  calcare 
assumono  talora  un  colore  più  chiaro  simile  ai  terreni  del  Mes¬ 
sicano  ;  oppure  abbondano  talmente  in  argilla  da  rendere  im¬ 
praticabili  le  strade  campestri  nei  giorni  di  pioggia.  Nel  Pia- 
cenziano  sono  tutti  poggi  arrotondati  a  dolce  declivio  ed  anche 
poco  elevati,  come  osservavo  dianzi,  soggetti  però  a  frequenti 
frane  per  lo  screpolamene  dagli  strati  superficiali  ai  più  pro¬ 
fondi. 

Finalmente  le  sabbie  dell  'Astiano  assumono  in  taluni  punti 
l’aspetto  di  veri  tufi  duri  e  pure  facilmente  erodibili  di  color 
giallo  ocraceo,  visibili  anche  nell’abitato  di  Calliano,  presentando 
spesso  delle  pareti  a  picco  come  si  può  osservare  lungo  la  strada 
da  Calliano  a  S.  Desiderio. 

Anche  Calliano,  come  tanti  altri  paesi  del  Monferrato,  è  co¬ 
strutto  sopra  un’altura  con  poco  rispetto  della  simmetria  e  delle 
buone  regole  edilizie;  tutti  paesi  medioevali  che  devono  la  loro 
ubicazione  all’unica  preoccupazione  della  facile  difesa  dominante 
in  quei  tempi  feudali,  per  cui  le  case  sono  irregolarmente  rag¬ 
gruppate  intorno  all’antico  Castello  ed  alla  Chiesa,  rappresentanti 
i  due  sentimenti  fondamentali  di  quel  tempo. 

Idrografia.  —  Ben  a  ragione  nota  il  prof.  Sacco  nell’opera 
citata  1  che  non  solo  l’idrografia  superficiale,  ma  anche  e  spe¬ 
cialmente  quella  sotterranea,  sono  in  stretto  rapporto  con  la  na¬ 
tura  geologica  di  una  data  regione;  ed  inoltre  che  in  generale 
i  veli  acquei  sotterranei  si  trovano  per  lo  più  nella  zona  di 
sovrapposizione  di  un  orizzonte  geologico  all’altro,  a  causa  sia 
di  leggiere  trasgressioni,  sia  di  differenze  litologiche  che  quivi  si 
verificano.  Infatti  la  famosa  sorgente  solfurea  detta  la  Pirenta 
di  Calliano  scaturisce  sul  limite  tra  le  formazioni  gessifera 
del  Messiniano  e  marnoso-argillosa  del  Piacenziano  al  sud-ovest 
del  territorio  da  me  considerato,  presso  la  strada  provinciale 
dove  sorge  anzi  uno  stabilimento  di  bagni. 

1  Boll.  R.  Coinit.  geol.  d’It.,  voi.  XXI,  Roma,  1890,  pag.  96. 


404 


M.  CRAVERI 


La  composizione  chimica  di  tale  acqua  sarebbe  la  seguente, 
secondo  i  risultati  analitici  che  sono  stampati  e  diffusi  per  cura 
del  proprietario  dello  Stabilimento.  Ogni  litro  d’acqua  contiene: 


Gas  idrogeno  solforato  .... 

cm.  cubici 

14,04 

»  anidride  carbonica  .... 

» 

10,80 

»  azoto  . 

» 

10,87 

Carbonato  di  calcio . 

grammi 

0,500 

»  »  magnesio  .... 

» 

0,308 

Solfato  di  calcio . 

» 

1,515 

»  »  alluminio . 

» 

0,072 

»  »  magnesio . 

» 

0,120 

Clontro  di  magnesio  ...... 

» 

0,212 

»  »  ferro . 

» 

0,074 

Nitrato  di  potassio . 

» 

0,227 

Silice . 

» 

0,120 

Sostanze  fisse . 

Ioduri . . 

» 

tracce 

3,148 

Vi  sarebbe  molto  da  discutere  sulla  natura  di  tali  sorgenti 
solfuree  assai  frequenti  nel  Monferrato,  sulla  loro  origine  endo¬ 
gena  profonda  rivelata  anche  dalla  presenza  del  cloruro  di  ferro, 
del  nitrato  di  potassio,  della  silice,  oltre  che  &e\V  idrogeno  sol¬ 
forato,  e  finalmente  sul  metamorfismo  che  possono  avere  eser¬ 
citato  trasformando  il  calcare  in  gesso.  Questa  è  una  sorgente 
perenne  con  quattro  getti  assai  potenti  e  non  deve  essere  molto 
dissimile  per  la  composizione  chimica  dalle  altre  sorgenti  mi¬ 
nerali  dei  pressi  di  Castelnuovo  d’Asti,  Cocconato,  Villadeati, 
Ottiglio  Monferrato,  Vignale,  ecc.,  lungo  la  zona  delle  lenti  ges¬ 
sifere  messiniane  e  dei  calcari  che  il  Sacco  ha  distinto  in  ligu- 
riani  e  postliguri  ani. 

Si  nota  poi  qui  il  fatto  comune  a  tutte  queste  regioni  col¬ 
linose  che  la  falda  acquea  sotterranea  è  abbastanza  superficiale 
in  fondo  alle  valli,  alimentando  i  pozzi  e  le  cisterne,  mentre  le 
abitazioni  situate  sulla  sommità  dei  poggi  devono  ricercare  negli 
strati  profondi  l’acqua  potabile  per  uso  domestico.  Per  dare 
un  esempio,  un  pozzo  situato  all’altitudine  di  180  m.  circa  presso 
la  C.  Montafarengo  nuova  (nel  Piacenziano)  ha  la  profondità  di 
una  quarantina  di  metri  raggiungendo  il  livello  della  falda  frea¬ 
tica  nella  Valle  della  Versa.  Nel  territorio  di  Galliano  da  me 
percorso  non  ho  trovato  per  il  regime  delle  acque  sotterranee 


GEOLOGIA  applicata 


405 


^quella  diversità  che  il  Sacco  sembra  ammettere  fra  i  diversi 
orizzonti  ;  tanto  i  terreni  del  Messiniano  che  quelli  del  Piacen- 
ziano  e  dell’ Astiano  sono  in  generale  poveri  d’acqua,  benché 
costituiti  in  massima  di  materiali  litologici  diversi. 

Dirò  degli  effetti  di  questa  scarsità  d’acqua  nei  paragrafi 
riservati  all’agricoltura  ed  all’igiene  di  questa  regione,  comple¬ 
tando  anche  le  notizie  che  riguardano  l’acqua  solforosa  della 
Pirenta,  i  suoi  caratteri  fisici  ed  organolettici  e  la  sua  utilità 
terapeutica. 

Anche  l’idrografia  superficiale  è  assai  scarsa,  scorrendo  per 

10  più  in  fondo  alle  piccole  valli  qualche 

Ruscelletto  orgoglioso 

Che  ignobil  figlio  di  non  chiara  fonte 

si  gonfia  improvvisamente  in  seguito  alle  piogge  di  primavera 
e  d’autunno,  alimentato  dai  rivoletti  di  acqua  limacciosa  e  di 
fango  che  scendono  dai  fianchi  delle  colline;  ma  durante  le 
siccità  estive  e  negli  inverni  con  poca  precipitazione  meteorica 

11  corso  d’acqua  si  immiserisce,  onde  si  può  ben  continuare  con 
Fulvio  Testi  : 

Sopraverrà  ben  tosto 
Essicator  di  tua  gonfiezza  agosto. 

L’unico  torrentello  un  po’  importante  è  la  Versa  che  scorre 
però  fuori  del  territorio  comunale*  dalla  parte  di  occidente  in 
terreni  piacenziani  ricoperti  di  un  velo  di  alluvioni  del  torrente 
stesso.  Questo  rio  è  così  incostante  nella  sua  portata  d’acqua 
che  durante  i  mesi  d’estate  vi  si  può  camminare  sul  fondo  a 
piedi  scalzi  e  pescare  colle  mani  i  gamberi  nell’acqua  abba¬ 
stanza  chiara;  ma  se  sopravviene  un  temporale  l’acqua  diventa 
torbida  e  giallastra  e  cresce  subito  sensibilmente  di  livello.  In 
primavera  poi  non  è  raro  il  caso  che  ne  sia  allagata  la  cam¬ 
pagna  circostante  sul  fondo  della  valle,  giungendo  il  rio  tal¬ 
volta  in  queste  piene  a  toccare  e  lasciar  sommerso  il  ponte 
della  strada  carrozzabile  alto  5-6  metri  dal  fondo,  ed  occupando 
naturalmente  una  larghezza  di  parecchie  diecine  di  metri.  L’alveo 
in  cui  scorre  il  torrente  nel  regime  di  magra  è  largo  sul  fondo 
da  1  a  2—3  metri  colla  profondità  dai  2  ai  5  metri  dal  livello 
della  campagna  circostante. 


27 


406 


M.  CRAVERI 


Agricoltura.  —  In  una  regione  limitatissima  com’è  quella 
del  territorio  di  Caldano  Monferrato  si  hanno  quasi  tutti  i  prin¬ 
cipali  tipi  di  vegetazione  adatti  al  clima  e  le  principali  col¬ 
ture  in  dipendenza  dalla  varietà  di  costituzione  litologica  dei 
diversi  orizzonti  geologici,  ciò  che  dà  luogo  naturalmente  a  di¬ 
versi  tipi  di  terreno  agrario  in  seguito  all’azione  fisico-chimica 
degli  agenti  atmosferici,  ed  anche  in  relazione  con  l’orografia 
e  l’idrografia  del  luogo,  per  cui  i  colli  aprichi  e  soleggiati  spesso- 
aridi  e  le  vallette  di  erosione  assai  più  fresche  si  prestano  a 
differenti  colture.  Le  coltivazioni  dominanti  sono  quelle  della 
vite,  del  frumento  e  delle  erbe  da  foraggio. 

Cominciando  dal  Messiniano  bisogna  ricordare  per  la  Valle 
della  Pietra  ciò  che  dissi  parlando  della  costituzione  geologica 
di  questi  luoghi  ;  che  cioè  mentre  si  può  ritenere  veramente 
messiniano  il  fondo  della  valle,  perchè  più  profondamente  eroso 
fin  dai  tempi  più  remoti,  le  pendici  a  dolce  declivio  che  si 
innalzano  sulla  sinistra  della  strada  (dalla  Pirenta  al  paese) 
sono  ricoperte  in  parte  da  una  coltre  di  terreno  piacenziano 
che  combinando  la  sua  natura  argillosa  con  quella  gessosa  del 
Messiniano  servi  di  correttivo  o  ammendamento  a  questo  e  con¬ 
temporaneamente  da  questo  fu  ammendato. 

Così  non  si  può  fare  un  taglio  netto  nemmeno  fra  i  terreni 
del  Piacenziano  e  quelli  MW  Astiano  che  li  hanno  in  parte 
mascherati,  e  poi  seguì  per  -tutti  la  degradazione  meteorica  che 
diede  luogo  a  tante  sfumature  di  composizione  chimica  della 
terra  coltivabile. 

In  generale  si  può  dire  che  nel  fondo  delle  valli  messiniane 
(es.  Valle  della  Pietra)  e  piacenziane  (es.  Valle  della  Versa) 
vegetano  indifferentemente  i  prati  stabili  non  molto  rigogliosi, 
mancando  l’irrigazione  artificiale  ;  vi  si  possono  fare  tuttavia  due 
tagli  di  fieno  sia  per  la  relativa  umidità  naturale  data  dalla 
non  grande  profondità  dei  veli  acquiferi  sotterranei,  e  sia  per 
il  frequente  stagnare  delle  acque  di  pioggia  che  scendono  dalle 
pendici.  Ed  è  appunto  per  ciò  che  nel  piano  si  trova  pure  qual¬ 
che  campo  di  granoturco  e  ancora  più  rara  la  canapa. 

Invece  nei  luoghi  elevati  del  Messiniano  come  del  Piacen¬ 
ziano  si  coltivano  e  vi  prosperano  egregiamente  le  viti  ed  i 
cereali.  Giova  anzi  notare  che  sul  Piacenziano  meno  della  metà 


GEOLOGIA  APPLICATA 


407 


del  terreno  è  destinato  alla  coltura  della  vite,  ed  il  resto  è  ri¬ 
dotto  a  campi;  tra  i  cereali  si  coltiva  su  vasta  scala  il  fru¬ 
mento,  molto  meno  l’avena,  poco  o  punto  il  mais  e  niente  affatto 
la  segala.  Hanno  pure  largo  posto  le  erbe  foraggere,  general¬ 
mente  leguminose,  che  una  volta  falciate  si  sovesciano,  e  cioè 
il  trifoglio,  l’erba  medica,  la  lupinella;  non  ho  mai  visto  qui 
tra  le  leguminose  da  sovescio  il  lupino  bianco  che  invece  si 
coltiva  molto  nei  terreni  sciolti  e  leggieri  di  origine  alluvionale 
in  molti  luoghi  della  pianura  padana  e  specialmente  sugli  alti¬ 
piani  diluviali  antichi.  Sia  sui  poggi  che  nelle  valli  cresce  bene 
il  gelso  che  dà  luogo  all’allevamento  dei  bachi  da  seta  quasi 
generale  per  tutti  questi  poderi.  Molti  appezzamenti  di  terreno 
sono  destinati  alla  coltura  della  canna  comune  che  raggiunge 
talora  notevole  altezza,  la  quale  viene  usata  largamente  oltre 
che  per  fare  stuoie  anche  per  sostegno  alle  viti  secondo  l’antica 
usanza  monferrina,  che  però  va  a  poco  a  poco  trasformandosi 
nel  sistema  a  filari  con  pali  e  fil  di  ferro,  ed  in  mezzo  ai  filari 
si  coltivano  talora  cereali  o  leguminose. 

I  terreni  àz\Y Astiano  poi  di  natura  prevalentemente  sab¬ 
biosa  e  tufacea  sono  quelli  che  meglio  si  prestano  per  la  viti¬ 
coltura,  ed  infatti  tutta  la  parte  collinosa  più  elevata  che  si 
estende  dal  paese  di  Calliano  alla  frazione  di  S.  Desiderio  è 
coronata  di  ubertosissimi  vigneti  con  meno  campi  di  frumento 
che  sul  Piacenziano,  ed  anche  la  vite  stessa  dà  forse  un  vino 
più  alcoolico  di  quello  che  diano  le  viti  dei  terreni  argillosi 
piacenziani  alquanto  più  freddi.  È  fatto  posto  anche  qui  alle 
colture  sussidiarie  della  canna  comune  e  delle  erbe  foraggiere 
indispensabili  in  queste  località  dove  il  fieno  prodotto  dai  prati 
stabili  non  basta  aH’allevamento  del  bestiame. 

A  questo  proposito  giova  notare  che  data  la  natura  assai 
compatta  delle  marne  gessifere  o  argillose  e  dei  tufi  arenacei 
che  costituiscono  questi  terreni  pliocenici,  le  lavorazioni  frequenti 
e  profonde  della  terra  si  fanno  con  robuste  coppie  di  buoi  della 
bellissima  razza  piemontese,  i  quali  si  prestano  molto  bene  anche 
a  trascinare  carichi  pesanti  su  per  le  erte  salite.  Quindi  è  quasi 
nullo  l’allevamento  delle  vacche  da  latte  e  dei  vitelli,  mentre 
nella  Valle  della  Versa  dalla  parte  di  Castell’Alfero  il  terreno 
più  sciolto  e  leggero  può  essere  lavorato  anche  con  le  vacche 


408 


M.  CRAVERI 


come  si  fa  in  molti  altri  luoghi.  Qui  invece  i  buoi  ed  i  ca¬ 
valli  si  mantengono  tutto  l’anno  con  fieno  chiusi  nelle  stalle; 
si  allevano  pochissimi  suini  e  sono  molto  rari  anche  gli  animali 
ovini  i  quali  recherebbero  troppo  danno  alle  viti. 

Ma  se  l’acqua  potabile  è  scarsa,  dura  e  selenitosa,  se  non 
si  produce  quasi  affatto  latte,  si  beve  in  compenso  il  vino  delle 
ottime  qualità  d’uva  Barbera,  Freisa,  Malvasia,  Grignolino,  ecc. 
Anche  le  piante  da  frutta  prosperano  bene  in  tutti  questi  ter¬ 
reni,  specialmente  le  prunacee  e  le  pomacee.  Misera  e  trascu¬ 
rata  vi  è  l’orticoltura  (meravigliosa  negli  immediati  dintorni  di 
Asti)  per  la  mancanza  d’acqua  e  per  la  compattezza  del  terreno, 
che  formando  in  seguito  alla  pioggia  una  dura  crosta  superfi¬ 
ciale  male  si  presta  alle  colture  erbacee;  anche  le  patate  vi  cre¬ 
scono  stentatamente. 

La  vegetazione  arborea  è  rappresentata,  oltre  che  dal  gelso, 
dal  ciliegio,  dal  pruno,  dal  pesco,  dal  pero,  dal  melo,  ecc., 
anche  dalla  quercia,  dalla  robinia,  dall’olmo,  dal  noce,  e  nelle 
valli  anche  dal  pioppo  e  dal  salice;  mentre  la  vegetazione  arbu¬ 
stacea  di  biancospino,  pruno  selvatico,  cerro,  leccio,  carpino, 
bosso,  avellana,  ecc.  alligna  quasi  dappertutto. 

Industria.  —  Dopo  quella  del  vino  e  del  grano  la  maggiore 
risorsa  del  paese  è  data  dalle  cave  di  gesso. 

11  prof.  Sacco  afferma  nella  descrizione  geologica  del  bacino 
terziario  del  Piemonte  che  il  Messiniano  rappresenta  essenzial¬ 
mente  un  deposito  di  basso  fondo  marino  od  anche  di  maremma; 
la  quale  natura  dei  terreni  messiniani  sarebbe  provata  non  solo 
dai  dati  paleontologici,  ma  anche  da  quelli  litologici;  infatti 
fra  i  depositi  litoranei  di  marne,  sabbie  e  conglomerati,  talora 
ad  elementi  voluminosissimi  si  incontrano  spesso  formazioni  cal¬ 
caree  e  gessifere  che  si  ritiene  essersi  dovute  depositare  quasi 
esclusivamente  nei  bassi  fondi  marini,  specialmente  presso  il 
litorale  dei  mari  chiusi  o  quasi  chiusi. 

Ho  già  espresso  in  altra  parte  del  presente  lavoro  il  mio 
modo  di  vedere  sulla  successione  dei  diversi  orizzonti  del  Plio¬ 
cene  in  questa  limitata  regione;  supponendo  cioè  che  in  gene¬ 
rale  i  depositi  dell’Astiano  ricoprissero  quelli  del  Piacenziano 
e  del  Messiniano,  e  che  l’emersione  completa  non  sia  avvenuta 
fino  a  dopo  l’Astiano.  Solamente  l’opera  potentissima  dell’ero- 


GEOLOGIA  APPLICATA 


409 


sioue  avrebbe  messo  allo  scoperto  i  terreni  più  antichi  e  più 
profondi.  Ho  pure  emesso  l’ipotesi  che  i  gessi  possano  derivare 
dall’azione  dell’idrogeno  solforato  sui  calcari  per  lento  e  gra¬ 
duale  metamorfismo,  ciò  che  non  è  del  tutto  improbabile. 

Il  prof.  Sacco  osserva  inoltre  nelle  notizie  di  Geologia  appli¬ 
cata  1  che  nel  Messiniano  il  gesso  si  presenta  o  in  grossi  cristalli 
costituenti  veri  banchi,  oppure  in  piccoli  cristallini  frammischiati 
abbondantissimamente  alla  marna;  talora  poi  tali  cristalli  tro- 
vansi  solo  sparsi  irregolarmente  ed  in  piccola  quantità.  Ora 
nella  regione  da  me  esaminata  mi  pare  che  si  tratti  piuttosto 
di  una  marna  riccamente  gessifera  che  non  di  gesso  puro  cri¬ 
stallizzato. 

Le  prime  operazioni  industriali  sul  materiale  greggio,  ope¬ 
rate  sul  posto,  cioè  la  cottura  e  la  macinazione  della  roccia,  si 
compiono  per  lo  più  in  un  modo  molto  primitivo.  Si  può  osser¬ 
vare  ad  esempio  nella  Valle  della  Pietra,  dove  esistono  parecchie 
cave  in  attività,  come  si  operi  la  triturazione  del  gesso  mediante 
certe  rozze  macine  di  pietra  mosse  dalla  forza  di  un  asino  cogli 
occhi  bendati.  In  qualche  cava  però  si  usa  già  il  motore  a  vapore, 
ed  oltre  che  nella  valle  suddetta  vi  sono  pure  cave  di  gesso  nella 
parte  più  meridionale  del  Comune  al  sud-ovest  della  frazione 
S.  Desiderio  fra  i  Tetti  Kolassa  e  i  Tetti  Sassia  (Portocomaro). 

A  proposito  della  idrografia  si  deve  pure  accennare  ai  molini 
per  i  cereali  che  solamente  sono  mossi  dalla  forza  dell’acqua 
dove  e  quando  essa  scorre  in  discreta  abbondanza  ;  i  principali 
sono  :  il  Molino  della  Pietra  al  sud-ovest  presso  la  fontana  sol- 
furea,  il  Molino  Valsesio  ad  occidente  ed  il  Molino  del  Tuono 
ad  oriente  del  Comune,  oltre  i  due  esistenti  al  nord  e  al  sud 
del  paese. 

Sull’Astiano  e  precisamente  uscendo  dal  paese  per  la  strada 
che  conduce  a  S.  Desiderio  ed  a  Grana  si  incontra  una  fornace 
di  laterizi,  ed  un’altra  ricordo  appena  fuori  del  territorio  comu¬ 
nale  al  di  là  della  ferrovia,  dove  le  marne  argillose  del  Pia- 
cenziano  fanno  passaggio  all’argilla  più  o  meno  marnosa  ed 
impura. 

1  Sacco  F.,  op.  cit.  (Boll.  R.  Comit.  geol.  d’It.,  voi.  XXI,  Roma,  1900), 
p.  115. 


410 


M.  CRAVERI 


Finalmente  giova  ricordare  che  esistono  nel  Comune  (per 
esempio  a  C.  Durando  nella  Valle  della  Pietra)  distillerie  di 
alcool  dalle  vinacce,  ed  a  questo  proposito  rimando  il  lettore 
a  mie  precedenti  osservazioni  sui  diversi  modi  di  utilizzare  i 
residui  della  preparazione  del  vino  i  quali  studi  erano  fatti 
appunto  per  i  paesi  del  Monferrato. 

Igiene.  —  Alcune  poche  considerazioni  mi  restano  da  fare 
a  proposito  del  l’acqua  che  si  beve  in  questo  paese.  Ho  detto 
a  proposito  dell’ idrografia  che  la  falda  freatica  è  abbastanza 
superficiale  in  fondo  alle  valli,  mentre  i  pozzi  scavati  accanto 
alle  case  che  sorgono  in  cima  ai  poggi  sono  molto  profondi; 
e  citavo  l’esempio  di  un  pozzo  profondo  una  quarantina  di  metri 
dalla  C.  Montafarengo  nuova  al  livello  della  valle  del  torrente 
Versa.  Si  aggiunga  che  quest’acqua  è  non  solo  cruda  o  dura, 
ma  per  chi  non  è  abituato  a  berla  fa  l’effetto  di  essere  molto 
indigesta  e  di  sapore  poco  gradevole,  essendo  selenitosa,  poiché 
sotto  gli  strati  più  profondi  del  Piacenziano  in  cui  è  scavato 
il  pozzo  si  devono  trovare  le  marne  gessifere  del  Messiniano. 
Del  resto  le  acque  di  tale  natura,  per  la  profondità  a  cui  si  rin¬ 
vengono,  d’estate  sono  freschissime  ed  in  mancanza  di  meglio 
vengono  usate  per  uso  domestico,  accontentandosi  spesso  i  con¬ 
tadini  del  luogo  per  abbeverare  il  bestiame  e  per  altri  usi  agri¬ 
coli  di  usufruire  dell’acqua  piovana  che  scolando  dai  tetti  e  dal 
ripido  pendio  della  collina  viene  raccolta  in  fosse  ampie  e  pro¬ 
fonde,  dove  l’acqua  si  ferma  per  un  tempo  assai  lungo  se  il 
terreno  è  costituito  di  marne  argillose  poco  permeabili,  come 
succede  appunto  sul  Piacenziano.  Quando  viene  a  mancare  anche 
la  riserva  di  acqua  piovana  nelle  cisterne  e  nelle  fosse  (acqua 
per  sua  natura  tutt’altro  che  potabile  dal  punto  di  vista  chimico 
e  batteriologico)  si  usa  anche  per  bere  l’acqua  che  si  va  ad 
attingere  talvolta  assai  lontano  in  qualche  rio  e  che  si  conduce 
faticosamente  in  botti  su  per  le  colline. 

Si  capisce  di  leggieri  come  specialmente  nel  paese  dove  la 
popolazione  è  più  densa  non  siano  infrequenti  le  epidemie  di 
tifo  e  di  altre  malattie  infettive,  aggiungendosi  a  tutte  le  altre 


1  Craveri  M.,  Diversi  modi  di  utilizzare  i  residui  della  vinificazione. 
Riv.  di  Fis.,  Mat.  e  Se.  nat.  di  Pisa.  Tip.  Fratelli  Fusi,  Pavia,  1911. 


GEOLOGIA  APPLICATA 


411 


cause  di  inquinamento  del  l’acqua  anche  la  filtrazione  dei  pozzi 
neri  nelle  cisterne.  Davanti  al  pericolo  costante  ed  imminente, 
finche  non  siano  provveduti  tutti  i  paesi  del  Monferrato  di  sana 
acqua  potabile  mediante  un  grandioso  acquedotto,  non  resta  che 
uno  scampo:  bere  sempre  e  solamente  vino,  e  non  anacquarlo 
mai!  pena  il  tifo  o  il  colera. 

E  poiché  siamo  in  tema  di  igiene  e  di  terapia  ricorderò 
ancora  che  l’acqua  solforosa  della  Pirenta  avendo  d’estate  una 
temperatura  di  molto  inferiore  a  quella  dell’ambiente,  bevuta 
appena  sgorga  dalla  fontana,  così  fresca  fa  tollerare  il  noto 
odore  di  uova  fradicie  ed  il  sapore  disgustoso  del  gas  acido 
solfidrico  il  quale  si  trova  in  parte  allo  stato  libero;  e  contri¬ 
buisce  inoltre  a  renderla  meno  sgradevole  al  palato  la  forte 
percentuale  di  anidride  carbonica  per  cui  è  ritenuta  come  dige¬ 
stiva.  Ma  lasciata  per  qualche  tempo  riposare  in  una  bottiglia 
deposita  sulle  pareti  di  questa  lo  zolfo  che  si  mette  in  libertà 
dall’idrogeno  solforato,  e  perdendo  con  l’anidride  carbonica  anche 
la  sua  freschezza  diventa  disgustosissima,  poiché  i  carbonati  di 
calcio  e  di  magnesio  le  conferiscono  una  notevole  durezza,  ed 
il  solfato  di  calcio  la  fa  selenitosa;  inoltre  è  amara  per  il  sol¬ 
fato  di  magnesio ,  che  le  comunica  le  sue  proprietà  purgative. 

Anche  per  uso  esterno  è  prescritta  la  cura  di  questi  bagni 
nelle  affezioni  cutanee,  ecc.  per  cui  lo  Stabilimento  è  molto 
frequentato  e  la  Pirenta  di  Galliano  é  conosciuta  in  tutti  i  paesi 
vicini. 


[ras.  pres.  11  sett.  -  ult.  bozze  11  dee.  1912]. 


BATRACI  E  RETTILI 

DELLA  GROTTA  DI  CUCIGL1ANA  (MONTI  PISANI) 


Nota  del  dott.  D.  Del  Campana 


Nell’illustrazione  dei  fossili  della  Caverna  di  Cucigliana 
(Monti  Pisani)  pubblicata  dall’ Acconci  nell’anno  1880  \  figu¬ 
rano  soltanto  i  Mammiferi  ed  alcuni  Molluschi,  trovati  negli 
strati  superficiali  della  Caverna,  ed  appartenenti,  secondo  l’au¬ 
tore  ricordato,  a  specie  tuttora  viventi  nelle  vicinanze. 

In  seguito  a  nuovi  scavi  fatti  per  conto  del  Museo  di  Geo¬ 
logia  e  Paleontologia  di  Firenze,  durante  l’anno  1895,  furono 
rinvenute  nuove  specie  fossili  di  Mammiferi,  varie  specie  di 
Uccelli  ed  alcuni  avanzi  ancora  di  Rettili  e  di  Batraci. 

Riservandomi  di  dare  in  altre  note  successive  notizia  degli 
Uccelli  e  dei  Mammiferi,  mi  limito  nella  presente  a  far  cono¬ 
scere  i  Batraci  ed  i  Rettili. 

I  resti  cui  alludo  provengono  più  specialmente  dallo  strato 
superiore  della  Caverna,  riguardo  al  quale  l’Acconci  si  espresse 
già  nei  termini  seguenti  :  «  E  formato  di  terra  rossa,  con  fram¬ 
menti  di  calcare,  coproliti  ed  ossa,  crani  e  mandibole  di  Hyaena 
predominante,  ossa  e  denti  di  tutte  le  suaccennate  specie  ( Cervus r 
Bos,  Equus,  Lcpus,  Sus)  meno  quelle  dei  Carnivori  e  del  lUii- 
noceros.  Anche  questo  strato  aveva  circa  l’altezza  del  prece- 


1  Acconci  L.,  Sopra  una  Caverna  fossilifera  scoperta  a  Cucigliana 
(Monti  Pisani).  (Atti  della  Società  Toscana  di  Scienze  Naturali  residente 
in  Pisa.  Memorie,  voi.  V,  Pisa,  1880). 


BATRACI  E  RETTILI  DI  CUCIGLIANA 


413 


dente  (da  cm.  50  ad  80).  Ricopriva  questa  zona  un  incrosta¬ 
mento  stalagmitico  di  vario  spessore,  nel  quale  cementate  si  ve¬ 
devano  pure  in  maggior  numero  delle  ossa  e  altre  parti  (sic)  dello 
scheletro  d ' Hyaena  in  perfetta  conservazione  e  frantumi  d’ossa 
di  Cervo  e  di  Cignale  ». 

Le  specie  pertanto  che  verrò  illustrando  in  questa  breve  nota 
sono  le  seguenti  : 

Bufo  vulgaris  Laur. 

Bufo  viridis  Laur. 

Zamenis  viridiflavus  Lacèp. 


Bufo  vulgaris  Laur. 

Questa  specie  è  rappresentata  nella  Grotta  di  Cucigliana  da 
almeno  tre  individui,  a  giudicare  dai  resti  fossili  avuti  sotto 
occhio. 

Per  lo  studio  di  questi  mi  hanno  servito,  come  termini  di 
confronto  viventi,  gli  scheletri  di  tre  individui  (1  cf  -+-  2  Q) 
provenienti  dai  dintorni  di  Firenze. 

I  resti  fossili  appartengono  agli  arti  anteriori  (porzioni  di¬ 
stali  di  omeri  destri  e  sinistri,  un  radio  ed  ulna  destri)  e  agli 
arti  posteriori  (femore  sinistro);  a  questi  vanno  aggiunte  alcune 
vertebre  e  vari  frammenti  dell’ileo. 

Si  tratta  di  un  materiale  in  generale  poco  ben  conservato 
per  essere  ridotto  allo  stato  di  frammenti;  tuttavia  questi  con¬ 
servano  per  lo  più  i  loro  caratteri  morfologici  e  si  prestano  ad 
essere  diagnosticati  con  sicurezza. 

Per  la  maggior  parte  di  questi  resti  vale  l’osservazione  che 
già  ebbe  a  fare  il  Regalia  sui  resti  fossili  della  specie  in  pa¬ 
rola,  rinvenuti  nella  Grotta  dei  Colombi  L  Si  tratta  cioè  di  esem- 


1  Regalia  E.,  Sulla  fauna  delia  Grotta  dei  Colombi  (Is.  Palmaria, 
Spezia).  (Archivio  per  l’Antropologia  e  l’Etnologia,  voi.  XXIII,  1893, 

pag.  260). 


414  D.  DEL  CAMPANA 

plari,  alcuni  dei  quali  superavano  per  dimensioni  la  specie  vi¬ 
vente,  come  risulta  anche  dalle  cifre  seguenti: 


Bufo  vulgakis  Laur. 

CUCIGLI  AN  A 

VIVENTK 

C? 

9 

9 

Diametro  trasverso  dell’epifisi 
inferiore  dell’omero  .  .  . 

mm. 

11,6 

(sinistro) 

10* 

(sinistro) 

9* 

(destro) 

8,8 

io 

9,5 

Spessore  minimo  dell'omero 
sopra  l’epifisi  inferiore  .  . 

» 

4 

4 

3 

3 

3,5 

4 

Lunghezza  totale  del  radio- 
ulna  . 

» 

32 

(destro) 

— 

— 

24,5 

28 

29 

Diametro  massimo  dell’epifisi 
superiore  del  radio-ulna 

» 

8 

— 

— 

6,4 

7 

7,5 

Diametro  massimo  dell’epifisi 
inferiore  del  radio-ulna 

» 

10,2 

— 

— 

8 

9,5 

9 

Queste  cifre  sono  abbastanza  evidenti  di  per  se  stesse,  per¬ 
chè  vi  sia  bisogno  di  illustrazione  speciale.  Due  degli  omeri 
fossili  hanno  i  diametri  trasversi  contrassegnati  da  asterisco  ad 
indicare  che  quelle  misure,  per  deficienza  di  conservazione  del 
fossile,  sono  state  prese  con  la  massima  possibile  approssima¬ 
zione;  ed  io  ritengo  che  quella  disparità  di  dimensioni,  sì  da 
avvicinarsi  alle  cifre  ricavate  sul  vivente,  sia  da  attribuirsi  uni¬ 
camente  a  diversità  di  sesso;  essendo  cosa  nota  che  nei  maschi 
si  hanno  dimensioni  più  ridotte  che  nelle  femmine. 

Non  ho  potuto  dare  dimensioni  neppure  approssimative  del 
femore  fossile,  perchè  esso  è  privo,  per  lo  meno,  del  terzo  in¬ 
feriore,  oltre  a  mancare  dell’epifisi  superiore.  Basta  del  resto,  a 
provare  l’enorme  suo  sviluppo  in  confronto  col  vivente,  l’osser¬ 
vare  che  mentre  esso  dà  una  lunghezza  totale  di  mm.  31,5,  nel 
vivente  lo  spazio  compreso  tra  le  due  epifisi  dà  solo  mm.  24, 
mentre  la  lunghezza  totale  è  mm.  37  ;  ciò  che  porterebbe  nel  fos¬ 
sile  una  lunghezza  totale  proporzionale  di  almeno  mm.  48,5. 

Quanto  agli  ilei  nessun  calcolo,  neppure  approssimativo,  può 
farsi,  per  essere  ridotti  a  frammenti  più  o  meno  brevi  ;  essi 
pure  rivelano  la  presenza  di  un  esemplare  con  dimensioni  molto 


BATRACI  E  RETTILI  DI  CUC1GLIANA 


415 


sviluppate  (9?)  e  di  altri  con  dimensioni  ordinarie  o  poco 
maggiori  (c?  ?).  Le  vertebre  al  contrario  presentano  tutte  di¬ 
mensioni  maggiori  a  quelle  del  vivente. 

Nessuna  osservazione  speciale  è  da  farsi  relativamente  ai 
caratteri  morfologici,  i  quali  concordano  completamente  in  am¬ 
bedue  le  forme  confrontate. 

Bufo  viridis  Laur. 

Di  questa  specie  che,  come  è  noto,  si  trova  comunissima  in  tutta 
l’Italia,  ho  potuto  riconoscere  i  resti  fossili  mediante  il  confronto 
con  alcuni  esemplari  viventi  raccolti  uno  (9)  nei  dintorni  di  Fi¬ 
renze,  due  altri  (cf9)  presi  nei  dintorni  di  Brozzi  (Firenze). 

I  resti  fossili  consistono  in  due  tibie-fibule,  una  destra,  l’altra 
sinistra,  le  cui  dimensioni  fanno  ritenere  come  appartenenti  allo 
stesso  individuo.  Della  sinistra  è  conservata  solo  la  metà  pros¬ 
simale,  della  destra  invece  abbiamo  anche  parte  della  metà 
distale  ;  mancano  in  ambedue  le  epifisi. 

Confrontati  questi  resti  con  le  ossa  omologhe  delle  99  del  Bufo 
viridis  Laur.  dei  dintorni  di  Firenze  e  di  Brozzi,  si  mostrano  identici 
per  i  caratteri  morfologici,  sebbene  leggermente  più  sviluppati 
in  dimensioni,  onde  ne  deduco  che  vi  sia  pure  identità  di  sesso. 

Riporto  qui  alcune  dimensioni  che  ho  potuto  ricavare  sui 
fossili,  alle  quali  unisco  quelle  ricavate  sui  viventi  di  Bufo 
viridis  Laur.  e  di  Berna,  esculenta  Linn. 


Bufo  viridis  Laur 

RANA 

ESCULENTA 

FOSSILE 

VIVENTE 

Linn. 

Destr. 

Sinistr. 

Dintorni 

di 

Firenze 

9 

Brozzi 

cT 

Brozzi 

9 

9 

9 

mm. 

mm. 

mm. 

mm. 

mm. 

mm. 

n 

mm. 

Diametro  massimo  della  tibia- 
fibula  sotto  l’epifisi  super.  . 

3,8 

3,8 

3,4 

3,7 

3,5 

3 

2,7  | 

Diametro  minimo  della  tibia- 
fibula  . 

1,6 

1,5 

1,5 

1,4 

1,3 

1,5 

1,4 

Lunghezza  della  tibia-fibula 
senza  l’epifisi . 

21  (?) 

— 

20 

18,5 

17 

25 

24,5 

416 


D.  DEL  CAMPANA 


Ho  controsegnato  con  un  interrogativo  la  lunghezza  della 
tibia- fìbula  fossile  destra,  perchè  l’ho  ottenuta  in  seguito  a  pro¬ 
porzioni  fatte  tra  le  cifre  ricavate  direttamente  tanto  nel  vivente 
che  nel  fossile,  e  ritengo  di  essermi  avvicinato  assai  alla  realtà. 

Quanto  alle  cifre  ricavate  dalla  Rana  esculenta  Linn.,  esse 
mostrano  come  in  questa  specie  la  tibia-fibula,  comparativamente 
alle  altre  due  forme,  mentre  è  più  allungata,  ha  invece  un  diame¬ 
tro  massimo  più  piccolo,  all’opposto  del  diametro  minimo  il  quale 
si  presenta  identico  a  quello  riscontrato  nelle  tibie-fibule  del 
Bufo  viridis  Laur.  Si  hanno  dunque  nella  Rana  esculenta  Linn. 
in  confronto  col  fossile  non  soltanto  dimensioni,  ma  anco  pro¬ 
porzioni  diverse. 

Zamenis  viridiflavus  Lacèp. 

La  specie  in  parola  è  già  stata  segnalata  da  me  nella  Grotta 
di  Cucigliana  in  una  mia  nota  sopra  un  ofidio  fossile  di  Monte 
Tignoso  (Livorno) L 

Alle  vertebre  numerose,  delle  quali  in  detta  nota  è  fatta 
menzione,  debbo  aggiungere  oggi  due  frammenti  di  rami  man¬ 
dibolari,  ambedue  destri,  non  troppo  bene  conservati  perchè 
ridotti  al  solo  osso  dentale,  mancante  in  parte  delle  sue  estre¬ 
mità  sinfisaria  e  posteriore,  ma  pur  tuttavia  facilmente  diagno¬ 
sticabili. 

Gli  individui  ai  quali  questi  resti  appartennero  avevano 
dimensioni  svariate,  poiché  mentre  uno  di  essi  si  mantiene,  a 
seconda  dei  confronti  da  me  fatti,  nelle  proporzioni  normali, 
l’altro  invece  le  supera  assai. 

I  caratteri  morfologici  per  altro  sono  gli  stessi  in  ambedue  e 
ripetono  quelli  da  me  riscontrati  nello  Zamenis  viridiflavus  Lacèp. 

In  questa  specie  infatti,  come  nei  due  frammenti  fossili  in 
parola,  il  dentale  è  più  robusto  e  più  ricurvo  che  non  in  altre 
forme,  quale  ad  esempio  il  Tropidonotus  natrix  Linn.  E  così 
pure  i  denti  appaiono  nei  fossili  e  nello  Zamenis  viridiflavus 
Lacèp.  più  distanziati  tra  loro,  più  robusti  e  meno  obliqui  verso 

1  Del  Campana  D.,  Resti  di  ofidio  (Zamenis  viridiflavus  Lacèp.)  nel 
Quaternario  di  Monte  Tignoso  (Livorno).  (Bollettino  della  Società  Geo¬ 
logica  Italiana,,  voi.  XXX,  1911). 


BATRACI  E  RETTILI  DI  CUCIGLIANA 


417 


l’indietro  che  nel  Tropidonotus  natrix  Linn.,  il  quale  ha  denti 
più  fitti,  più  obliqui  e  più  assottigliati;  come  anche  è  più  esile 
l’intera  mandibola. 

L’ unica  misura  che  ho  potuto  ricavare  nei  resti  fossili  è 
l’altezza  del  dentale  in  corrispondenza  del  foro  nutritizio.  Ne 
riporto  qui  le  cifre  unitamente  a  quelle  ricavate  dalla  specie 
vivente  alla  quale  gli  ho  ravvicinati. 

Zamenis  viridiflavus  Lacèp. 

FOSSILE.  VIVENTE. 

mm.  3  —  2,3  2  —  1,8 

Per  ciò  che  riguarda  le  vertebre  di  cui  ho  già  fatto  parola 
in  principio,  si  tratta  di  numerosi  pezzi,  benissimo  conservati, 
appartenenti  senza  dubbio  a  più  individui,  le  somiglianze  dei 
quali  colla  specie  Zamenis  viridiflavus  Lacèp.  mi  apparvero 
spiccate  sino  dal  primo  esame  che  ebbi  a  farne.  Nè  oggi,  dopo 
averle  nuovamente  riconfrontate,  potrei  darne  una  diagnosi  di¬ 
versa. 

Solo  si  devono  notare  le  maggiori  dimensioni  che  le  vertebre 
fossili  presentano,  come  quelle  di  Monte  Tignoso,  in  confronto 
a  quelle  del  vivente;  il  quale,  come  altra  volta  osservai,  è  tra 
i  più  grossi  esemplari  della  specie  in  parola. 

Ciò  del  resto  si  ricava  ancor  meglio  esaminando  le  cifre  del 
seguente  prospetto,  che  sono  state  prese  su  vertebre  che  oc¬ 
cupavano  una  posizione  presumibilmente  identica  nella  colonna 
vertebrale. 


1 

Zamenis 

viridiflavus  Lacèp. 

VERTEBRE  FOSSILI 

VERTEBRE 

5EL  vn 

'ENTE 

mm. 

mm. 

mm. 

mm. 

mm. 

mm. 

mm. 

mm. 

Lunghezza  della  vertebra  dal 
punto  mediano  dello  zigosfene 
al  punto  mediano  dello  zigantro 

;  6 

6 

5,6 

6,3 

4,7 

4,8 

4,6 

4,6 

Diametro  trasverso  in  corrispon- 

denza  delle  post-zigapofisi .  . 

9,5 

10 

9 

10,4 

7 

7 

7 

7 

;  Diametro  trasverso  minimo  tra  le 
prezigapofisi  e  le  post-zigapofisi 

1 

5 

5,4 

5,2 

5,3 

3,6 

3,7 

3,6 

3,7 

418 


D.  DEL  CAMPANA 


Non  mi  estendo  in  confronti  con  altre  specie,  quali  il  Tro- 
pidonotus  natrix  Linn.  e  V Elapìds  Aescidapii  Host.,  rimandando 
a  quanto  ebbi  a  dire  in  proposito  nella  nota  sopra  citata. 

Unitamente  alle  vertebre,  furono  pure  trovate  numerose  coste, 
le  quali,  aH’infuori  dalle  maggiori  dimensioni,  non  presentano,  in 
confronto  collo  Zamenis  viridiflavus  Lacèp.  vivente,  altra  diffe¬ 
renza  degna  di  nota. 


[ms.  pres.  14  agosto  -  ultime  bozze  11  dee.  1912]. 


SULL’ORIGINE  ED  ETÀ 

DEL  GIACIMENTO  GESS1FERO  DI  ROCCASTRADA 


Nota  del  prof.  G.  Trabucco 


Nel  mese  di  agosto  di  quest’anno  percorsi  il  Monte  Annata 
e  le  regioni  circostanti  e  poi,  ospite  della  gentilissima  Famiglia 
Bacci,  l’importante  territorio  del  comune  di  Roccastrada. 

Ma  per  ora  mi  limiterò  a  parlare,  molto  obbiettivamente, 
dell’origine  e  dell’età  degli  interessanti  giacimenti  gessiferi  di 
questo  comune,  coll’intento  di  portare  nuova  luce  sui  compli¬ 
cati  fenomeni  che  si  collegano  coll’origine  di  molti  dei  giaci¬ 
menti  di  gesso,  di  cui  è  ricca,  sopra  ogni  altra,  la  regione 
Toscana. 

* 

*  * 

Il  primo  a  nominare  i  gessi  di  Roccastrada  sembra  Bal- 
dassarri  *,  che  dice:  «A  poca  distanza  da  Sassofortino,  dalla 
parte  di  tramontana,  vi  è  molto  gesso  marmorino  ». 

Santi  scrive 1  2:  «All’ovest  poi  del  paese  (Roccastrada), 
»  scendendo  verso  il  fosso  detto  V Acqua  amara,  trovammo  am- 
»  massi  grandissimi  di  gesso  o  solfato  di  calce  informe,  opaco 
»  e  bianco,  il  quale  fa  l’ossatura  totale  di  un  alto  poggio.  Al 
»  fianco  appunto  di  questo  visitammo  una  gran  caverna  alta 
»  ed  assai  profondamente  internata  nella  scogliera  di  gesso. 

1  Baldassarri  G.,  Saggio  di  osservazioni  intorno  ad  alcuni  prodotti 
naturali  fatti  a  Hata  ed  m  altri  luoghi  delia  Maremma  Toscana.  Venezia, 

1766,  p.  4L 

2  Santi  G.,  Viaggio  terzo  per  le  due  provincie  Sanesi.  Pisa,  1906, 
pag.  95  97. 


420 


G.  TRABUCCO 


»  Trovansi  quindi,  non  lungi  da  Sassofortino,  grandi  e  fre- 
»  quenti  ammassi  di  solfato  di  calce  cristallizzato  opaco,  bianco 
»  o  bruno.  Il  solfato  di  calce  ricomparisce  dall’altra  parte 
»  di  Sassofortino  in  cumuli  frequenti,  ma  per  lo  più  traspa- 
»  rente  ». 

E  quanto  all’origine  \  crede  questi  gessi  dovuti  a  decom¬ 
posizione  di  solfuri  di  ferro  a  contatto  di  calce,  ammette  cioè 
l’origine  metamorfica  dei  medesimi. 

Repetti  scrive 1  2  :  «  A  ponente  di  Roccastrada,  in  un  risalto 
»  di  poggio,  si  incontrano  ammassi  grandissimi  di  solfato  di 
»  calcio  amorfo,  il  quale  costituisce  l’ossatura  apparente  di 
»  quelle  pendici,  dove  è  una  caverna  profonda  interna  nella. 
»  gessaia.  La  stessa  roccia  di  solfato  di  calce  in  grandi  rognoni 
»  si  osserva  sui  fianchi  dei  monti  di  Sassofortino  e  di  Sasso- 
»  forte,  come  ancora  nelle  opposte  pendici,  dove  le  gessaie  ri- 
»  compariscono  ». 

Giuli  cita  3  i  gessi  di  Sassofortino  saccaroidi,  bianchi  o  gri¬ 
giastri. 

Pareto,  parlando  delle  trachiti  di  Sassoforte,  osserva  4  «  che 
»  esse  hanno  prodotto  colassù,  al  loro  apparire,  delle  gessaie, 
»  cambiando  in  solfato  e  rendendo  porose  quali  raucMalìc  le 
»  calcaree  di  quei  luoghi  ». 

D’Achiardi  cita  5  l’alabastro  bianco,  bianco  macchiato  di 
scuro,  giallo  e  biondo  agatato  di  Roccastrada. 

Lotti  scrive  6:  «  Poco  al  di  sotto  di  Sassofortino,  andando  verso 
»  Roccastrada,  in  una  depressione  fra  il  Monte  Alto  e  il  Monte 
»  trachitico  di  Sassoforte,  vedesi  una  gran  lente  di  gesso  uscir 
»  fuori  di  sotto  ai  calcari  cavernosi;  la  località  prende  appunto 
»  perciò  il  nome  di  Gessaie.  Quasi  si  sarebbe  tentati  di  credere 

1  Santi  G.,  Op.  cit.,  p.  109. 

2  Repetti  E.,  Dizionario  geografico,  fisico  e  storico  della  Toscana , 
voi.  IV,  p.  800. 

3  Giuli,  Statistica  mineralogica  della  Toscana,  1842-43. 

4  Pareto  L.,  Osservazioni  geologiche  dal  Monte  Ami at a  a  Roma.  Giorn. 
Arcaci.,  toni.  C,  luglio  1844. 

5  D’Achiardi  A.,  Miner.  della  Toscana ,  voi.  I,  1872,  p.  224. 

0  Lotti  B.,  Descrizione  geologica  dei  dintorni  di  Roccastrada  nella  Ma¬ 
remma  Toscana.  Boll.  Coni,  geol.,  1877,  p.  103-104. 


GIACIMENTO  GESSIFERO  DI  ROCCASTRADA 


421 


»  ad  una  conversione  di  calcare  in  gesso  per  opera  delle  tra- 
»  chiti,  se  non  si  trovassero  giacimenti  analoghi  associati  ai 
»  calcari  cavernosi  in  luoghi  dove  non  esistono  affatto  rocce 
»  plutoniane,  come  ad  esempio  nel  gruppo  di  Montorsaio,  nel 
»  Monte  Argentario  ed  in  altri  punti  della  Catena  metallifera; 
»  del  resto  dall’altro  lato  della  massa  trachitica,  in  quel  tratto 
»  ove  non  compariscono  rocce  più  antiche  del  cretaceo,  non  vi 
»  è  traccia  di  gesso,  sebbene  i  calcari  alberesi  trovinsi  ad  im- 
»  mediato  contatto  colle  trachiti  ». 

E  quanto  all’età  dei  gessi,  li  attribuisce  a\Vinfralias(\mg.  105). 

Matteueci  osserva  1  :  «  I  terreni  Miocenici  Superiori  sono 
»  rappresentati  quasi  essenzialmente  dalla  formazione  gessosa 
»  che,  essendo  racchiusa  da  rocce  quarzoso-anagenitiche  e  plio- 
»  ceniche  ad  oriente  e  dalle  trachitiche  ad  occidente,  occupa 
»  quella  zona  di  terreno  che  si  protende  da  nord  a  sud  fra  il 
»  distretto  trachitico  di  Sassoforte  e  il  torrente  Bai.  Se  si  do- 
»  vesse  lasciarsi  guidare  dalla  sola  osservazione  del  contatto  ira- 
»  mediato  colle  trachiti  si  sarebbe  condotti  in  errore,  perchè  si 
»  sarebbe  indotti  a  credere  che  calcari  si  siano  trasformati  quivi 
»  in  gesso  per  l’azione  metamorfizzante  dell’acido  solforico  prove- 
»  niente  dalla  ossidazione  del  gas  solfidrico  emanato  durante  i 
»  trabocchi  trachitici. 

»  Invece  questi  gessi  si  devono  considerare  come  di  origine 
»  puramente  sedimentaria,  al  pari  di  quelli  delle  Bornagne,  di 
»  Castellina  Marittima  e  di  Sicilia;  il  loro  modo  di  presentarsi 
»  infatti  sta  appunto  ad  indicare  con  somma  precisione  che  si 
»  sono  depositati  per  via  acquea  sui  terreni  preesistenti  ». 

E  appoggia  questa  conclusione  ai  seguenti  fatti  : 

1°  Non  gli  fu  dato  di  potervi  osservare  i  graduati  passaggi 
del  calcare  al  gesso. 

2°  Troppo  sovente  si  trovano  calcari  a  contatto  immediato 
delle  trachiti  in  tanti  altri  luoghi,  senza  mai  rinvenirvi  nep¬ 
pure  un  principio  di  gessificazione. 

3°  In  complesso  trasparisce  sempre  una  vera  e  propria  re¬ 
golare  stratificazione  e  gli  strati  di  gesso  alternano  con  banchi 

1  Matteucci  V .,  La  regione  trachitica  di  Laccaste ada  (Maremma  To¬ 
scana).  Boll.  Coni,  geol.,  1890. 


28 


422 


G.  TRABUCCO 


di  un’arenaria  friabile  marnosa  contenente  minutissimi  cristalli 
di  selenite  di  color  bigio-giallognolo. 

Lo  stesso  autore,  in  una  successiva  nota  1  e  nella  cartina 
geologica  che  la  accompagna,  riferisce  al  Miocene  Superiore  i 
gessi  intercalati ,  egli  dice,  con  marne. 

Lotti  successivamente  osserva2 3:  «Non  manca  neppure  il 
»  fenomeno  della  gessificazione  del  calcare  retico,  fenomeno 
»  frequentissimo  nei  monti  della  Maremma  (Monte  Argentario, 
»  'Paiamone  e  Capalbio)  e  presso  S.  Gimignano  e  che,  sotto 
»  Roccastrada  presso  Tisignano,  presentasi  in  modo  veramente 
»  grandioso  ed  in  condizioni  tali  da  potere  riconoscere  chiara- 
»  mente  e  studiare  il  processo  di  metamorfismo  ». 

Lotti  e  Novarese  attribuiscono  al  Miocene  Superiore  i  gessi 
di  Roccastrada  coll’indicazione:  sabbie,  marne  e  argille  con 
masse  di  gesso,  considerandoli  evidentemente  sedimentari. 

Da  ultimo  (1910)  Lotti  scrive:  «Ma  le  più  grandi  masse 
»  di  gesso,  associate  al  calcare  retico,  le  troviamo  presso  Roc- 
»  castrada,  sulla  sinistra  del  fosso  delle  Vene;  esse  estendonsi 
»  continue  per  oltre  un  chilometro  con  notevole  spessore  e  la- 
»  sciano  vedere  chiaramente  la  loro  origine  per  alterazione  del 
»  calcare  che  le  racchiude. 

»  Il  Matteucci,  pur  avendo  scambiati  questi  gessi  per  quelli 
»  miocenici,  nota  che  in  essi  stanno  racchiusi  strati  contorti  di 
»  calcare  grigio-nerastro,  che  è  appunto  il  retico;  ed  il  Nova- 
»  rese,  che  li  studiò  in  modo  speciale,  comunicò  allo  scrivente 
»  di  averli  veduti  sottilmente  stratificati  ed  alternanti  con  stra- 
»  terelli  calcarei  fortemente  distorti  ed  in  gran  parte  corrosi. 
»  Frammenti  calcarei  di  svariate  dimensioni  stanno  ravvolti  nel 
»  gesso,  il  quale  vi  si  dispone  intorno  in  fitte  zone  concentriche. 
»  Ricorda  pure  il  Novarese  che  la  gessificazione  si  estese  anche 
»  alle  rocce  scistoso-calcaree  del  trias  immediatamente  sotto- 
»  stanti. 

1  Matteucci  V.,  Note  geologiche  e  studio  chiinico-petrografico  sulla 
regione  trac-hitica  di  Boccastrada.  Boll.  Soc.  geol  ital.,  1891. 

2  Lotti  B.,  Descrizione  geologico-mineraria  dei  dintorni  di  Massa  Ma¬ 
rittima.  Roma,  1893,  pag.  33. 

3  Lotti  e  Novarese,  Carta  geologica  d’Italia  alla  scala  di  100.000 
(Siena),  Roma,  1906. 


GIACIMENTO  GESS1FERO  DI  ROCCASTRADA  423 

»  La  frequente  associazione  del  gesso  al  calcare  r etico  e  la 
»  sua  non  rara  disposizione  in  strati ,  come  si  verifica  ad  esempio 
»  a  Roccastrada,  al  Cornocchio  e  nell’isola  di  Giannutri,  porte- 
»  rebbero  a  concludere  della  contemporaneità  di  queste  masse 
»  gessose  e  del  calcare  che  le  racchiude,  ma  varie  altre  osser- 
»  vazioni  fanno  ormai  ritenere  certa  la  loro  origine  per  azioni 
»  metamorfiche  posteriori  al  deposito  del  calcare  »  ‘. 

E  quanto  all’età  dei  gessi,  ossia  del  metamorfismo,  con¬ 
chiude2:  «Se  ora  riflettiamo  che  il  calcare  cavernoso,  rac- 
»  chiudente  i  gessi  ed  i  calcari  metalliferi,  si  trova  quasi  sempre 
»  compreso  fra  strati  alternanti  di  scisti  argillosi  e  calcari  mar- 
»  nosi  compatti  dell 'eocene  e  strati  scistosi  e  calcarei,  pure  al- 
»  ternanti  del  trias  e  del  permiano ,  che  cioè  siamo  in  presenza 
»  di  una  formazione  calcarea,  eminentemente  permeabile,  com- 
»  presa  fra  due  terreni  quasi  impermeabili,  possiamo  trarre  dal- 
»  l’insieme  dei  fatti  questa  conseguenza  :  che  soluzioni  analoghe 
»  a  quelle  che,  sostituendo  in  massima  parte  il  calcare  retico, 
»  produssero  le  masse  ferrifere  e  calaminari  e  gli  originali  sol- 
»  furi  dai  quali  esse  derivarono,  devono  aver  dato  origine  agli 
»  ammassi  di  gesso ,  convertendo  il  calcare  in  solfato  di  calce  ». 

* 

*  * 

Riferite  così  le  conclusioni  degli  autori  che  mi  hanno  pre¬ 
ceduto,  mi  propongo  di  dimostrare: 

I.  I  giacimenti  gessiferi  del  territorio  di  Roccastrada  hanno 
origine  metamorfica  evidente,  dovuta  alla  trasformazione  in  gesso 
del  calcare  retico  per  influenza  di  emanazioni  solforose. 

IL  II  metamorfismo,  ossia  la  trasformazione  del  calcare  in 
gesso,  avvenne  in  età  geologica  molto  posteriore  a  quella  del 
deposito  del  calcare  e  della  sua  emersione  e  cioè  nel  periodo 
pleistocenico  per  opera  di  emanazioni  che  uscirono  dall’interno 
attraverso  a  spaccature  prodotte  dall’innalzamento  post-terziario 
e  dallo  sprofondamento  della  regione  tirrenica,  da  alcune  delle 
quali  colarono  le  trachiti  della  regione. 

1  Lotti  B.,  Memorie  descrittive  della  carta  geologica  d’ Italia,  voi.  XIII, 
Geologia  della  Toscana,  Roma,  1910,  pag.  4L  e  seg. 

2  Lotti  B.,  Op.  cit.,  pag.  465. 


424 


G.  TRABUCCO 


I. 

I  terreni,  che  limitano  i  giacimenti  gessiferi,  sono  costituiti 
dal  basso  all’alto: 


Permiano 


Scisti  argillosi  e  micaceo-arenacei,  arenarie 
|  quarzitiche  e  conglomerati  quarzosi  ( verrucano ). 


Trias 


Scisti  argillosi,  calcari  e  scisti  calcarei. 
Calcari  compatti  grigio-cupi  e  calcari  caver¬ 
nosi  dolomitici  ( retico ),  nei  quali  stanno  inglobati 
i  gessi. 


Eocene 


Scisti  argillosi  {galestri),  intercalati  con  cal- 
|  cari  alberesi  e  con  masse  ofìolitiche. 


Pliocene 


Marne,  sabbie,  argille. 

Calcari  ad  Amphistegina. 
Conglomerati,  ghiaie,  ciottoli. 


Pleistocene 


Trachiti. 

Gessi  metamorfici. 
Travertini. 


Escludo  poi  assolutamente  la  presenza  dei  terreni  del  Mio¬ 
cene  Superiore,  che  accompagnano  sempre  e  si  interstratificano  coi 
gessi  sedimentari,  citati,  evidentemente  per  errore,  dal  com¬ 
pianto  Matteucci. 

Il  giacimento  o  meglio  i  giacimenti  gessiferi  del  territorio 
di  Roccastrada  (perchè  effettivamente  sono  tre ,  contigui,  ma  tra 
loro  separati,  come  osservò  benissimo  G.  Santi  fino  dal  1806) 
stanno  a  NO  dell’abitato  e  si  spingono  per  circa  quattro  chi¬ 
lometri,  dal  Poggio  Monte  al  R.  Rigomale,  un  po’  al  di  là  di 
Sassoforti  no. 

Il  primo  occupa  il  versante  ovest  del  Poggio  Monte  (m.  507) 
ed  è  limitato  dal  Fosso  delle  Vene;  il  secondo,  diviso  dal  primo 
da  scisti  ardesiaci,  calcari  e  scisti  calcarei  triassici,  sottoposti 


GIACIMENTO  GESSIFERO  DI  ROCCASTRADA  425 

al  calcare  cavernoso,  è  limitato  da  una  parte  dal  T.  Bai,  dal¬ 
l’altra  dal  Fosso  Verola  e  si  spinge,  oltre  Sassofortino,  fino  a 
lambire  le  trachiti  di  Sassoforte,  occupando  intieramente  l’av¬ 
vallamento  ad  est  di  Sassofortino,  attraversato  dalla  strada  pro¬ 
vinciale.  Il  terzo,  molto  meno  sviluppato  dei  due  precedenti,  si 
trova  un  po’  al  di  là  di  Sassofortino  verso  Perazzeta  ed  occupa 
i  due  versanti  della  parte  superiore  del  R.  Rigomale,  limitato 
ad  est  dalle  trachiti  che  discendono  da  Sassofortino,  ad  ovest 
dai  terreni  eocenici  che  si  spingono  verso  Rocca  Tederighi. 

Il  gesso  si  presenta  in  ammassi  considerevoli,  molto  estesi, 
con  struttura  calcarea,  contenendo  spesso  larghe  lamine  seleni¬ 
tiche.  La  varietà  ordinaria  è  data  dal  gesso  marni  or  igno,  più 
o  meno  puro,  dall’aspetto  zuccherino,  candido,  bigio  o  varia¬ 
mente  venato  in  giallo,  bigio,  violetto,  accompagnato  (special- 
mente  nel  Poggio  Monte)  da  alahastrite  candida  o  con  nebu¬ 
losità  e  venature  sfumate,  concentriche,  tendenti  al  giallo. 

La  roccia  presenta  sempre  i  caratteri  di  un  deposito  a  strati, 
è  sempre  stratificata  e  la  sua  stratificazione  sempre  parallela 
colla  stratificazione  del  deposito  in  cui  si  trova  inglobata. 

La  direzione  e  l’inclinazione  degli  strati  corrispondono  sem¬ 
pre  a  quelle  del  calcare  retico  ed  i  gessi  occupano  costante- 
mente  la  posizione  che  dovrebbero  occupare  se  la  roccia,  di  cui 
sono  costituiti,  non  fosse  di  gesso,  ma  bene  di  calcare  e  di  cal¬ 
care  appartenente  alla  formazione  che  li  contiene.  In  qualche 
punto  sembra  mancare  questa  stratificazione  ;  ma  se  si  esami¬ 
nano  i  gessi  con  cura,  se  ne  trovano  sempre  tracce  da  una 
parte  o  dall’altra.  E  quando  la  stratificazione  non  è  molto  ap¬ 
parente,  bisogna  attribuire  il  fenomeno  sia  al  fratturamento, 
sia  alla  poca  durezza  e  solubilità  del  gesso,  perchè  è  suffi¬ 
ciente  che  masse  gessose  rimangano  qualche  tempo  scoperte, 
perchè  si  ricoprano  di  un  intonaco  sottilissimo,  ma  sufficiente 
per  mascherare  all’esterno  la  stratificazione. 

Negli  stessi  giacimenti  si  vedono  spesso  i  depositi  calcarei 
passare  al  gesso  nella  loro  parte  inferiore,  mentre  la  loro  parte 
superiore  è  intieramente  costituita  di  carbonato  di  calcio  ;  il 
passaggio  tra  queste  due  sostanze  è  sempre  chimicamente  e  mi¬ 
neralogicamente  netto,  ma  le  linee  geologiche  di  contatto  pre¬ 
sentano  ondulazioni  di  ogni  sorta,  traversando  soventi  parecchi 


426 


G.  TRABUCCO 


strati.  Altre  volte  ancora  non  si  osservano  nel  gesso  che  amigdale 
calcaree  e  la  stratificazione  si  continua  egualmente  e  senza  di¬ 
sordine  attraverso  queste  amigdale  e  nella  roccia  incassante, 
solamente  è  più  marcata  nel  calcare  che  nel  gesso. 

Inoltre,  come  si  osserva  con  più  evidenza  nel  Poggio  Monte, 
il  calcare  è  completamente  trasformato  in  gesso  nel  centro  e 
solo  parzialmente  alla  periferia  del  giacimento,  dove  nel  ver¬ 
sante  di  mezzogiorno  si  osservano  cave  e  fornaci  da  calce.  E 
così  pure  gli  ammassi  gessosi  presentano  sempre  nella  parte 
superiore  del  Poggio  un  cappello  calcareo.  Ho  raccolto  una  serie 
di  campioni  molto  curiosi  ed  istruttivi,  nei  quali  si  osservano 
i  graduali  passaggi  dal  calcare  al  gesso,  le  conquiste  successive 
dell’acido  solforico  sul  carbonato  di  calcio,  perchè  le  traccie 
estreme  dell’invasione  sono  nettamente  indicate  da  reticolazioni 
gessose  che  penetrano  la  massa  in  tutti  i  sensi  ed  imprigionano 
delle  porzioni  di  calcare  che  sfuggirono  alla  azione  metamorfica 
solo  perchè  si  trovavano  un  po’  troppo  lontane  dai  suoi  attacchi. 
Niente  è  più  anormale  e  capriccioso  della  posizione  del  gesso. 
Talora  il  calcare  ha  subito  una  trasformazione  completa  sopra 
una  certa  estensione,  non  conservando  alcuno  dei  caratteri  pri¬ 
mitivi;  talora  invece  l’influenza  metamorfica,  non  essendosi  eser¬ 
citata  che  sopra  punti  limitati,  non  ha  convertito  il  calcare  in 
gesso  che  nel  centro,  mentre  le  due  estremità  conservano  il  loro 
acido  carbònico.  E  se  si  tenterà  l’estrazione  seria  in  grande  è 
molto  probabile  diesi  vada  incontro  a  disillusioni  ;  poiché  sarà 
facile  che  avvenga  come  altrove  e  cioè  che  gallerie  aperte  da 
principio  in  un  banco  di  gesso  di  ottima  qualità,  dopo  pochi 
metri  di  percorso  non  hanno  più  attraversato  che  roccia  di  gesso 
talmente  mescolata  al  calcare,  che  bisognò  abbandonarle  per 
ricercare  altri  punti  di  attacco  che,  alla  loro  volta,  hanno  con¬ 
dotto  a  risultati  analoghi. 

La  zona  più  importante  per  osservare  tutti  questi  fenomeni 
è  il  versante  occidentale  del  Poggio  Monte,  dove  l’erosione  del 
Fosso  le  Vene  ha  messo  allo  scoperto  una  sezione  molto  istrut¬ 
tiva  di  oltre  cento  metri  di  altezza,  nella  quale  si  osserva  una 
grande  grotta,  dalla  quale  esce  una  sorgente  che  discende  nel 
Fosso  delle  Vene.  La  medesima  comunica  lateralmente  con  una 
seconda  grotta,  ora  asciutta,  di  minori  dimensioni,  lunga  circa 


GIACIMENTO  GESSI  FERO  DI  ROCCASTRADA 


427 


800  m.,  che  attraversa  il  monte  e  va  a  sboccare,  nel  versante 
meridionale  del  medesimo,  nell’alveo  del  Fosso  che  raggiunge 
il  T.  Bai  un  po’  al  di  sotto  del  mulino  Riguerci. 

L’insieme  dei  caratteri  di  qoeste  grotte  con  forma  di  corri¬ 
doio  a  volta,  con  andamento  orizzontale  o  quasi,  a  differenti 
livelli,  mostra  bene  che  la  loro  origine  è  dovuta  a  cause  diffe¬ 
renti  da  quelle  che  scavano  le  medesime  nei  calcari  e  nelle 
dolomie  e  cioè  all’azione  contemporanea  chimica  (dissoluzione) 
e  meccanica  delle  acque  di  pioggia  che  si  infiltrano  nelle  fessure. 

E  però  l’origine  metamorfica  di  questi  gessi  è  chiara  ed  in¬ 
contestabile,  avvalorata  ancora  dall’assoluta  mancanza  dei  ter¬ 
reni  che  accompagnano  sempre  i  gessi  sedimentari  del  Miocene 
Superiore  (Messiniano).  Onde  riesce  quasi  incomprensibile  come 
il  Matteucci  abbia  potuto  scrivere  «  di  non  avere,  mai  osservato 
»  il  graduale  passaggio  dal  calcare  al  gesso  ». 

Nè  merita  importanza  l’obbiezione  affacciata  dal  Matteucci 
e  da  altri  che  «  in  complesso  si  osserva  sempre  in  questi  gessi 
»  una  vera  e  propria  regolare  stratificazione  »,  quando  è  noto 
che  questa  regolare  stratificazione  accompagna  sempre  i  gessi 
metamorfici  in  Italia  e  fuori. 

Frapolli,  che  si  è  occupato  con  grande  competenza  dei  fatti 
che  possono  servire  alla  storia  dei  depositi  di  gesso  metamorfici , 
fino  dal  1817  scriveva  1  :  «  Dans  tous  les  massifs  de  gypse  que 
»  j’ai  visités,  aucun  excepté,  j’ai  pu  reconnaìtre  distinctement 
»  la  stratification  ;  partout,  sur  les  flancs  du  Dora,  sur  PAsse 
»  et  près  de  Egeln,  au  milieu  du  Huywald  et  près  de  Sanders- 
»  leben,  aux  abords  du  Harz  cornine  sur  la  croupe  du  Sewecken, 
»  aux  pieds  du  Kiflfhauser  et  dans  le  pays  du  Hanòvre,  j’ai  pu 
»m’assurer  qu’elle  est  en  rapport  régulier  avec  le  gisement 
»  général  des  couches  du  pays  ». 

E  alla  stessa  conclusione  arrivano  Coquand  2  per  i  gessi 
metamorfici  di  Monte  Argentario,  Savi  3  e  D’Achiardi  4  anche 

1  Frapolli  L.,  Faits  qui peuvent  servir  à  Vhistoire  des  de'póts  de  gypse,  etc. 
Bull.  Soc.  Géologique  de  France,  2e  sér.,  t.  IV,  1847,  p.  834. 

2  Coquand  IL,  Notice  sur  un  gisement  de  Gypse  au  promontoire  Ar¬ 
gentario.  Bull.  Soc.  Géol.  de  France,  2e  sér.,  t.  Ili,  1846,  p.  302. 

3  Savi,  Statistica  della  Provincia  di  Pisa,  1863,  p.  LXXII. 

4  D’Acliiardi  A.,  Mineralogia  della  Toscana,  voi.  I,  1872,  p.  222. 


428 


G.  TRABUCCO 


per  le  masse  botri  che,  per  gli  arnioni  degli  alabastri  varicolori 
del  Volterrano  e  di  Castellina.  Essi  infatti  scrivono:  «Queste 
»  differenti  rocce  gessose  quando  si  considerino  da  vicino,  per- 
»  ciò  in  una  ristretta  estensione,  appariscono  disposte  in  ordinata 
»  e  quasi  regolare  stratificazione,  quantunque  per  il  solito  assai 
»  ondulata  ». 

Passando  ora  a  discutere  le  cause  del  metamorfismo,  dob¬ 
biamo  subito  escludere  V influenza  delle  trachiti  (Pareto),  poiché 
esse  non  avrebbero  potuto  dare  origine  che  a  fenomeni  di  me¬ 
tamorfismo  superficiali, (dall’alto  al  basso),  mentre  tutti  i  fatti 
che  si  possono  osservare  testimoniano  che  il  metamorfismo  è 
dovuto  a  cause  che  si  sono  fatte  strada  dall’interno  (dal  basso 
all’alto). 

Ed  escludere,  a  mio  avviso,  devonsi  pure  le  ipotesi  di  me¬ 
tamorfismo  dovuto  a  decomposizione  di  solfuri  (Santi)  o  «a  so- 
»  luzioni  analoghe  a  quelle  degli  originari  solfuri ,  dai  quali 
»  derivarono  le  masse  ferrifere  e.  calaminari  »  (Coquaud,  Lotti), 
primieramente  perchè  questi  fenomeni  di  metamorfismo  si  osser¬ 
vano  nelle  identiche  condizioni  in  molti  luoghi  della  Toscana 
dove  non  esiste  traccia  di  depositi  metalliferi  ;  secondariamente 
perchè  fenomeni  di  metamorfismo  grandiosi,  contemporanei,  ma 
separati  gli  uni  dagli  altri,  uniformi,  sparsi,  ma  non  a  caso, 
come  vedremo,  in  tutta  la  regione,  devono  logicamente  avere 
avuto  origine  da  una  causa  unica,  grandiosa,  continua. 

Da  lungo  tempo  l’immortale  Berzelius  aveva  detto  1  :  «  Donnez- 
»  nous  ime  substance  renfermant  du  soufre,  admettez  l’arrivée 

»  de  vapeurs  de  soufre,  sulfureuses  ou  sulphydriques _  admet- 

»  tez  la  présence  du  caleaire  et  de  l’eau  à  la  surface  ou  dans 
»  l’atmosphère  et  nous  aurons  toujours  du  gypse  avec  la  plus 
»  grande  facilitò  ». 

E  se  noi  ricerchiamo  questa  causa  unica,  grandiosa,  conti¬ 
nua,  che  poteva  dare  origine  a  fenomeni  identici  sopra  punti 
determinati  di  tutta  la  regione,  non  possiamo  trovarla  che  in 
emanazioni  solforose  che  si  sono  fatte  strada  attraverso  a  frat¬ 
ture  originate  dall’innalzamento  post-terziario,  che  ha  portata  i 


Frapolli  H.,  Op.  cit.,  p.  843. 


I 


GIACIMENTO  GESSIFERO  DI  ROCCASTRADA  429 

terreni  pliocenici  a  600  m.  sul  livello  del  mare  ed  all’ inabis¬ 
samento  della  regione  tirrenica. 

Allora  la  spiegazione  diviene  chiara,  logica  e  consentanea 
ai  fatti  che  si  possono  osservare. 

«  Cette  loi  (egli  scrive)  1  du  gisement  des  gypses  récentes  au 
»  bord  des  anciennes  iles  primaires  du  Harz  et  de  Magdeburg, 
»  et  les  axes  des  rides,  c’est-à-dire  partout  où  une  solution  de 
»  continuité  de  la  croate  superficielle  peut  avoir  eu  lieu,  par- 
»  tout  où  des  fissures  ont  pu  établir  une  communication  de  la 
»  surface  avec  l’intérieur,  est  si  régulière,  si  constante,  qu’en 
»  suivant  de  l’oeil  sur  une  grande  carte  géologique  générale  du 
»  pays,  cornine  celle  de  Hoffmann,  la  position  des  petits  mas- 
»  sifs  de  gypse  qui  y  sont  marqués  par  un  couleur  propre,  on 
»  peut  en  déduire  avec  certitude  les  limites  de  ces  iles,  le  nom- 
»  bre  et  la  marche  des  rides  du  terrain  ». 

Anche  in  Toscana  i  depositi  di  gesso  metamorfici,  molte  sor¬ 
genti  termali,  alcuni  depositi  metalliferi  ed  i  fenomeni  vulca¬ 
nici  ( brachiti  del  Grossetano)  non  sodo  distribuiti  a  caso,  ma 
presentano  un  intimo  legame  colle  lenti  di  rocce  paleozoiche  e 
secondarie  da  una  parte  e  dall’altra  con  faglie  e  linee  di  di¬ 
slocazione  indicate  dal  brusco  limite  di  basse  pianure  con  terreni 
antichi.  Onde  è  a  ritenersi  che  emanazioni  solforose  (che  tra¬ 
sformarono  i  calcari  in  gesso),  sorgenti  termali,  depositi  metal¬ 
liferi  e  fenomeni  vulcanici  siano  effetto  di  una  unica  causa  e 
stiano  in  correlazione  con  fratture  avvenute  nel  periodo  pleisto¬ 
cenico  per  l’innalzamento  post-terziario  e  lo  sprofondamento  della 
regione  tirrenica. 

E  che  i  calcari  retici  siano  stati  trasformati  da  emanazioni 
solforose  si  deduce  anche  dal  fatto  che  i  medesimi  (anche  quando 
non  hanno  subito  neppure  un  principio  di  trasformazione)  pre 
sentano  sempre  un  odore  sensibile  di  solfo,  anche  senza  essere 
stropicciati. 

Già  De  Stefani  (  Vulcani  spenti  dell1  Appennino  Settentrio¬ 
nale.  Boll.  Soc.  Geol.  It.,  voi.  X,  1891,  p.  547)  con  molto  acume 
scriveva:  «Susseguenti  e  concomitanti  alle  eruzioni  vulcaniche 
»  furono  quei  fenomeni  eminentemente  continentali  che  fanno 


1  Frapolli  H.,  Op.  cit,,  pag.  837. 


340 


Ct.  trabucco 


»  sempre  corona  ai  vulcani  e  che  seguitano  ancora  ai  tempi 
»  nostri  come  manifestazione  ultima  di  quell’attività;  tali  sono 
»  le  esalazioni  di  acidi  solforoso,  solfidrico,  carbonico,  i  vapori 
»  acquei,  come  i  soffioni  boi;aciferi,  le  numerose  sorgenti  ter- 
»  mali  ». 

E  Lotti  2  aggiunge,  a  questo  proposito,  molto  giustamente 
«  che  queste  varie  scaturigini  possono  essere  riunite  fra  loro  e 
»  con  altre  manifestazioni  endogene  per  mezzo  di  linee  aventi 
»  una  direzione  prevalente  da  NO  a  SE,  direzione  che  è  quella 
»  media  della  linea  di  spiaggia ,  delle  linee  tettoniche  principali 
»  e  dell' allineamento  generale  dei  gruppi  montuosi  della  catena 
»  metallifera  ». 

Ed  io  sono  ben  lieto,  questa  volta,  di  essere  pienamente 
d’accordo  con  lui  e  di  plaudire  all’importante  osservazione. 

Conchiudendo:  l’ipotesi,  che  i  fenomeni  di  metamorfismo  in 
grande  che  trasformarono  in  gesso  i  calcari  retici,  infraliassici, 
cretacei  ed  eocenici  della  Toscana,  siano  dovuti  ad  una  unica 
causa,  e  cioè  ad  emanazioni  solforose  contemporanee  o  quasi, 
simili  a  quelle  che  agiscono  anche  oggidì  sotto  i  nostri  occhi 
nel  Volterrano  ed  in  altri  luoghi,  mi  sembra  logica  ed  avvalorata 
dai  fatti  che  si  possono  osservare. 

La  reazione  dell  'anidride  solforosa  sul  carbonato  di  calcio, 
per  trasformarlo  in  gesso  in  presenza  di  aria  umida  e  calda,  è 
evidente  ed  armonizza  colle  condizioni  di  medio  ambiente  in 
cui  dovette  prodursi  il  metamorfismo  dei  calcari  in  gesso. 

Il  carbonato  di  calcio,  a  contatto  dell’anidride  solforosa  più 
acqua  (acido  solforoso),  si  trasforma  in  solfito  di  calcio  (CaO.  S02), 
il  quale,  a  contatto  dell’aria  umida  e  calda,  assorbe  ossigeno  tra¬ 
sformandosi  in  solfato,  mentre  l’anidride  carbonica  viene  eli¬ 
minata. 


CaO  .  CO,  -+-  S02  -4-  0  >  CaO  .  S03  h-  C02 


2  Lotti  B.,  Geologia  della  Toscana,  Roma,  1910,  pag.  430. 


GIACIMENTO  GESSIFERO  DI  ROCCASTRADA 


431 


II. 

Parliamo  ora  del  periodo  geologico  al  quale  devono  essere 
riferiti  i  gessi  metamorfici  di  Roccastrada,  in  base  ai  fenomeni 
concomitanti  locali  e  della  regione. 

L’ipotesi  emessa,  che  il  metamorfismo  del  calcare  retico  in 
gesso  sia  avvenuto  in  età  geologica  molto  posteriore  a  quella 
del  deposito  e  dell’emersione  del  calcare  stesso  e  cioè  nel  pe¬ 
riodo  pleistocenico  per  opera  di  emanazioni  che  si  fecero  strada 
dall’interno  attraverso  a  spaccature  prodotte  dall’innalzamento 
post-terziario  e  dallo  sprofondamento  della  regione  tirrenica, 
trova  ^anzitutto  appoggio  nei  seguenti  fatti  locali: 

1°  Innalzamento  post-terziario  che  ha  portato  i  terreni  plio¬ 
cenici  a  600  m.  di  altezza  e  sprofondamento  della  regione  tir¬ 
renica,  pei  quali  si  potevano  e  dovevano  produrre  nei  terreni 
primari  e  secondari  le  spaccature  attraverso  alle  quali  uscirono 
le  emanazioni  solforose. 

2°  Solfatizzazione  e  caolinazione  poco  lungi  attorno  a  Tor- 
niella  (Poggio  Farniatello  e  R.  Marinaio)  della  liparite  trasfor¬ 
mata  in  caolino  1  o  meglio  in  caolino  e  aiunite 1  2. 

I  giacimenti  di  liparite  di  Torniella,  trasformata  in  coalino  e 
aiunite  per  effetto  di  emanazioni  solforose,  riposano  sopra  le  ana- 
geniti  del  verrucano  e  la  trasformazione  avvenne  attorno  a  linee 
irregolari  di  frattura,  attraverso  alle  quali  uscirono  le  emanazioni 
che  produssero  il  metamorfismo,  che  si  presenta  tanto  meno 
pronunziato,  quanto  più  ci  si  allontana  dalle  linee  di  frattura. 

La  trasformazione  della  liparite  avvenne  evidentemente  nel 
periodo  pleistocenico  ed  è  logico  e  consentaneo  ai  fatti  conchiu¬ 
dere  che  contemporaneamente  e  per  le  stesse  cause  si  trasfor¬ 
marono  poco  lontano  i  calcari  retici  del  Monte  e  di  Sassofortino. 

1  Matteucci  R.,  La  regione  trachitica  di  Roccastrada,  Boll.  R.  Coni, 
geol.,  1890,  pag.  271;  Note  geologiche  e  studio  chimico-petrografico  della 
regione  trachitica  di  Roccastrada ,  Boll.  Soc.  geol.  it.,  1891,  pag.  666-670. 

2  Panichi  U.,  Un  giacimento  di  aiunite  nella  liparite  di  Torniella  in 
Provincia  di  Grosseto.  Atti  (Rencl.)  della  R.  Acc.  dei  Lincei,  voi.  XIX, 
fase.  12,  1910,  pag,  656. 


432 


G.  TRABUCCO 


3°  La  presenza  di  abbondanti  efflorescenze  di  solfo,  prodotte 
da  vapori  sotterranei,  che  si  osservano  alle  Laccaie,  sulla  via 
che  conduce  da  Roccastrada  a  Sassofortino. 

4°  Finalmente  i  calcari  di  acqua  dolce  ed  i  travertini  plei¬ 
stocenici  di  Tombarelle  e  di  Torniella  a  Planorbis  snbangulatns 
Mtiller,  JBythinia  Cfr.  tentaculata  Linn.,  Neritina  Cfr.  fluvia- 
tilis  Linn. 

E  quanto  alla  correlazione  con  altri  fenomeni  analoghi  della 
regione  cito  anzitutto  i  gessi  di  Camporbiano,  di  Monte  Cor- 
nocchio,  di  Moncialla  (Montaione),  la  cui  trasformazione  da  cal¬ 
cari  retici  ed  eocenici  durante  il  periodo  pleistocenico  1  è  evi¬ 
dente. 

E  poi  i  gessi  di  Chianciano  e  di  Monte  Argentario  (da  cal¬ 
cari  retici ),  del  Monte  Zoccolino  (da  calcari  del  lias  medio),  del 
Fosso  Rondinaia  presso  Carpineto  (da  calcari  eocenici ),  dell’Alta 
Val  di  Magra  2,  dell’Appennino  pontremolese  e  fivizzanese  (da 
calcari  retici,  liassici  ed  eocenici  3),  ecc. 


1  Trabucco  GL,  Stratigrafia  dei  terreni  ed  elenco  delle  rocce  della  Pro¬ 
vincia  di  Firenze,  Firenze,  1898,  pag.  27;  I  terreni  della  Provincia  di 
Firenze,  Firenze,  1907,  pag.  39. 

2  Cocchi  I.,  Geologia  dell’ Alta  Val  di  Magra,  Milano,  1886. 

3  Zaccagna  D.,  Affioramenti  di  terreni  antichi  nell’ Appennino  pontre¬ 
molese.  Proc.  Yerb.  Soc.  Toscana  di  Se.  Natnr.,  pag.  62. 


[ms.  pres.  11  sett.  -  alt.  bozze  10  dee.  1912 j. 


STUDIO  PETROGRAFICO  DI  ALCUNE  ROCCE  ESTERE 


Nota  del  dott.  I.  Chelussi 


Debbo  la  piccola  raccolta  di  rocce  delle  quali  tratto  nella 
presente  nota  alla  gentilezza  dell’illustre  professore  Arturo  Ts- 
sel  dell’Università  di  Genova,  al  quale  perciò  tributo  i  sensi 
della  mia  più  viva  riconoscenza. 

I  campioni  provengono  da  parti  diverse,  la  maggior  parte 
dall’Africa.  Ho  cercato  nei  trattati  e  nelle  memorie  di  petrografia, 
che  mi  sono  potuto  procurare,  se  essi  erano  già  stati  studiati  ; 
per  uno  solo,  proveniente  da  Assuan  (Siene)  in  Egitto,  che  è 
un  granito  passante  alla  tipica  Sienite,  ho  veduto  la  memoria 
dello  Stelzner  On  thè  hiotit  holding  Amphihole- Granite  from 
Syene  in  Trans.  Amer.  Inst.  Min.  Eng.  Easton,  febr.  1883). 

Se  delle  altre  rocce  vi  siano  per  avventura  descrizioni,  non 
per  questo  ritengo  il  presente  lavoro  Mei  tutto  inutile,  perchè 
lo  studio  di  esse  è  stato  fatto  contemporaneamente  esaminan¬ 
done  le  sezioni  sottili  ed  esaminandone  la  polvere  dalla  quale 
con  liquidi  densimetrici  del  Thoulet,  del  Clerici,  etc.  furono  se¬ 
parate  le  particelle  più  pesanti.  I  due  procedimenti  servono, 
come  si  vedrà,  non  di  rado  di  complemento  l’uno  all’altro. 

Per  ogni  campione  riporto  qui  la  località  e  il  nome  del 
raccoglitore  quando  esiste,  aggiungendovi  le  notizie  che  su  cia¬ 
scuna  di  esse  ho  potuto  raccogliere  nei  libri. 

Ternate  (Molucche). 

Ternate,  isoletta  delle  Molucche,  arcipelago  indiano,  Indie 
neerlandesi  a  0°  481  di  lat.  N  e  127°  di  long.  E  Green.  Ha  un 
vulcano  di  1800  m.  d’altezza.  0.  Beccali  raccolse. 


434 


I.  CHELUSSI 


Roccia  di  color  nero  piceo,  con  elementi  bianchi  sparsi  por- 
firicamente  nella  massa.  Struttura  poliedrica;  è  dura  e  alquanto 
porosa. 

Studio  con  la  triturazione.  —  Un  piccolo  frammento  ri¬ 
dotto  in  polvere  trattato  con  HC1  non  mi  ha  dato  alcuna  rea¬ 
zione  sensibile;  la  calamita  ordinaria  attrae  non  troppi  granu- 
letti.  Di  questa  polvere  ho  fatto  tre  separazioni  ;  la  prima 
affonda  in  liquido  a  densità  di  3;  la  seconda  affonda  in  liquido 
di  densità  2,7  ;  la  terza  vi  galleggia. 

La  parte  più  pesante  è  la  più  scarsa;  oltre  la  presenza  della 
magnetite  e  della  ilmenite,  vi  si  osservano  in  ordine  di  fre¬ 
quenza  i  seguenti  minerali  : 

a)  Granuli  e  cristalli  verde-bottiglia,  non  pleocroici,  con  n 
sempre  superiore  a  1,66,  con  i  colori  di  polarizzazione  molto 
vivaci,  tutti  caratteri  dell’augite  verde. 

Dei  granuli  rimanenti  alcuni  hanno  pleocroismo  dal  giallo 
al  verde  ed  n  superiore  a  quello  dell’ioduro  di  metilene,  sono 
perciò  riferibili  alla  egirina;  altri  hanno  pleocroismo  dal  giallo 
al  bruno  con  indice  di  rifrazione  alquanto  più  basso  e  riferi¬ 
bili  perciò  ad  ovneblenda  basaltica.  Rarissimi  sono  i  pirosseni 
incolori  o  leggerissimamente  colorati  in  verde  e  non  pleocroici. 
Tutto  sommato  la  parte  pesante  risulta  da  augite  verde,  egirina, 
orneblenda  basaltica  e  pochissimo  diopside. 

Nella  parte  a  densità  superiore  a  2,7  vi  sono  abbondantis¬ 
simi  granuli  neri  i  quali  agli  orli  mostrano  non  di  rado  un 
color  verde  più  o  meno  carico  e  un  indice  di  rifrazione  supe¬ 
riore  a  quello  dell’a-monobromonaftalina,  cioè  superiore  ad  1,66; 
perciò  io  credo  debba  trattarsi  di  pirosseno  verde  molto  alte¬ 
rato  e  quindi  avente  un  peso  specifico  minore  dell’ordinario. 

Insieme  a  questi  vi  si  trovano,  non  abbondanti,  granuli 
incolori  trasparenti  con  struttura  polisintetica  evidentissima  dei 
plagioclasi.  Il  loro  indice  di  rifrazione  è  sempre  superiore 
a  1,555  dell’essenza  d’anici  ed  inferiore  a  1,575  dell’ortotolui- 
dina  per  cui  essi  granuli  sono  da  riferirsi  ai  due  termini  Ab.,, 
An3  della  Labradorite-Bytownite  e  Ab,,  An4  della  Bytownite. 

La  parte  che  galleggia  nel  liquido  a  densità  di  2,7  è  for¬ 
mata  in  gran  parte  da  granuli  bruni,  a  contorni  irregolari,  inat¬ 
tivi  alla  luce  polarizzata;  e  da  granuli  incolori  riferibili  a 


STUDIO  PETR0GRAF1C0  DI  ROCCE  ESTERE 


435 


plagioclasi  per  la  presenza  delle  liste  di  geminazione.  I  con¬ 
fronti  del  loro  indice  di  rifrazione  con  quello  noto  di  liquidi, 
quali  l’essenza  d’anici,  del  monobromobenzolo,  ecc.,  mi  hanno  dato, 
salvo  rari  casi,  n  compreso  tra  1,558  e  1,56,  cioè  l’indice  del 
termine  Ab,,  An,  della  Labradorite. 

In  sostanza  l’analisi  della  roccia  fatta  a  mezzo  della  tritu¬ 
razione  e  della  separazione  in  liquidi  pesanti  mi  ha  dato  i  se¬ 
guenti  minerali  : 

Magnetite,  ilmenite,  augite  verde,  egirina,  orneblenda  basal¬ 
tica,  diopside,  labradorite,  bytownite  e  moltissimi  granuli  neri 
opachi  di  difficile  diagnosi. 

La  sezione  sottile  della  stessa  roccia  mi  ha  condotto  ai  se¬ 
guenti  risultati  : 

In  una  massa  grigio  bruna,  microcrittocristallina  sono  por- 
fìricamente  sparsi  : 

a)  Cristalli  di  pirosseno  verde  non  pleocroico  a  spigoli 
talora  arrotondati  per  riassorbimento  magmatico;  molto  più  rari 
cristalli  pleocroici  riferibili  in  parte  all’egirina,  in  parte  all’orne- 
blenda  basaltica. 

(3)  Cristalletti  di  magnetite  e  ilmenite  molto  meno  abbon¬ 
danti  dei  precedenti  minerali. 

y)  Numerosissimi  cristalli  sempre  ben  delimitati  di  pla- 
gioclasio,  sempre  limpidissimo,  a  struttura  zonale  evidente  con 
zona  esterna  più  acida  del  nucleo  interno,  dove  le  due  zone 
sono  più  esattamente  delimitate. 

Per  essi  le  misure  degli  angoli  di  estinzione  nella  zona  sim¬ 
metrica  danno  valori  variabili  tra  28°  e  35°,  cioè  compresi 
tra  Abj,  Aiq  e  Ab3,  An4  determinazioni  coincidenti  con  quelle 
fatte  servendomi  degli  indici  di  rifrazione. 

A  tutti  questi  componenti  aggiungo  due  minutissimi  granuli 
incolori  a  superficie  sagrinata,  con  vivacissimi  colori  di  pola¬ 
rizzazione,  che  io  ritengo  come  olivina. 

La  roccia,  tenuto  conto  dei  due  granuli  di  olivina,  si  può 
considerare  come  un  basalte  scarsissimamente  olivinico. 


436  • 


I.  CHELUSSI 


Krakatau  o  Gracatau. 

Celebre  vulcano  della  Sonda  tra  Sumatra  e  Giava.  Esso  ebbe 
una  grande  eruzione  con  profonda  alterazione  nella  configura 
zione  del  paese. 

Sono  due  campione  uno  di  pomice  e  l’altro  di  ossidiana  rac 
colti  dal  prof.  0.  Penzig. 

1.  Pomice.  —  Roccia  porosissima,  grigia  all’esterno,  grigio- 
chiara  all’interno.  Non  mi  parve  utile,  appunto  per  la  sua  estrema 
porosità,  farne  la  sezione  sottile.  Più  conveniente  mi  riuscì  l’esame 
con  la  polverizzazione  e  con  la  separazione  degli  elementi  me¬ 
diante  liquido  pesante. 

La  parte  che  affonda  nel  liquido  Clerici  a  densità  di  2,9  è 
molto  scarsa  in  confronto  alla  sostanza  adoperata;  una  metà 
circa  della  medesima  è  attratta  dalla  semplice  calamita;  per 
cui  si  ha  la  presenza  della  magnetite  e  dell’ilmenite.  L’altra 
metà  è  formata  da  granuli  di  pirosseno  di  due  qualità;  la  prima, 
che  è  la  più  abbondante,  è  formata  da  augi  te  verde  non  pleo- 
croica;  la  seconda  è  formata  da  granuli  pleocroici  dal  verde  al 
giallo,  che  accennano  alla  egirina.  Il  confronto  dal  suo  indice 
di  rifrazione  con  l’ioduro  di  metilene,  del  quale  n  =  1,76,  con¬ 
ferma  tale  diagnosi. 

La  parte  che  galleggia  nel  liquido  Clerici  è  formata  total¬ 
mente  da  granuli  incolori,  raramente  torbidi  per  alterazione, 
l’indice  di  rifrazione  dei  quali,  salvo  eccezioni  estremamente 
rare,  è  sempre  minore  di  quello  dell’essenza  di  anici  1,558; 
e  quindi  si  tratta  quasi  sempre  di  termini  più  acidi  di  Ab,, 
An,.  Ulteriori  confronti  con  l’essenza  di  garofani  e  col  nitro- 
benzolo  danno  n  compreso  tra  1,552  e  1,54;  questi  granuli  di 
feldspato  sono  perciò  termini  riferibili  all’oligoclasio  e  all’an- 
desina. 

Riassumendo  la  roccia  è  formata  dai  seguenti  minerali: 

Magnetite  e  ilmenite;  àugi  te  verde  ed  egirina;  oligoclasio 
e  andesina;  inoltre  scarsissimi  granuli  di  un  plagioclasio  al¬ 
quanto  più  basico  dell’andesina. 

2.  Ossidiana.  —  Roccia  in  parte  grigio-cenere-chiaro  con 
leggerissimo  tono  rossiccio,  porosa,  friabile  e  quasi  scoriacea;  in 


STUDIO  PETROGRAF1CO  DI  ROCCE  ESTERE 


437 


parte  nera  lucente  con  apparenza  vitrea  nella  quale  sono  sparse 
porti ricamente  delle  inasserelle  incolore  di  sostanza  cristallina. 

Ho  preso  in  esame  separatamente  queste  due  parti  ;  quella 
nera  vitrea,  con  la  triturazione,  produce  una  polvere  grigio- 
chiara,  dalla  quale,  col  liquido  densimetrico,  si  ha  una  sostanza 
pesante,  molto  scarsa,  formata  in  prevalenza  da  molta  augite 
verde,  da  poca  egirina  e  da  magnetite  e  ilmenite;  ed  una  so¬ 
stanza  leggera  riferibile,  per  i  confronti  dell’indice  di  rifrazione, 
all’andesina. 

La  parte  grigio-chiara  porosa  non  diversifica  mineralogica¬ 
mente  dalla  precedente,  perchè  anche  in  essa  ho  trovato  i  so¬ 
liti  minerali;  vi  ho  però  notato  che  in  questa  il  colore  dei  pi- 
rosseni  è  alquanto  più  carico  che  in  quella  e  che  l’intorbida¬ 
mento  dei  granuli  della  sostanza  leggera  è  molto  maggiore  in 
confronto  alla  sostanza  nera,  vetrosa. 

L’esame  della  sezione  sottile  di  quest’ossidiana  mi  ha  dato 
i  seguenti  risultati  : 

La  parte  fondamentale,  tanto  quella  nera  vitrea  che  quella  gri¬ 
gio-chiara  scoriacea,  si  presentano  ambedue  con  l’apparenza  di  un 
vetro,  con  la  differenza  che  mentre  la  sostanza  nera  è  perfet¬ 
tamente  incolora,  in  quella  grigia  invece  si  trovano  numerosis¬ 
sime  e  minutissime  particelle  nere.  In  ambedue  sono  porfirica- 
mente  sparsi  i  minerali  sopra  ricordati,  ma  con  molto  maggiore 
frequenza  nella  sostanza  grigia  che  nella  sostanza  vitrea. 

L’indice  della  massa  fondamentale  nei  due  aspetti  che  pre¬ 
senta  è  sempre  minore  a  quello  del  balsamo  del  Canada;  mentre 
gli  inclusi  feldspatici  esaminati  agli  orli  della  sezione  e  nelle 
fratture  presentano  sempre  n  1,545.  Gli  angoli  che  essi  fanno 
con  le  direzioni  di  estinzione  nella  zona  di  simmetria,  quando 
raramente  si  presentano  le  liste  della  geminazione  polisintetica, 
sono  variabili  tra  i  15°  e  i  20°  e  perciò  riferibili  all’andesina. 
Rarissimi  i  plagioclasi  più  basici  ;  in  un  grosso  individuo  ho 
trovato  angoli  di  circa  29°  per  cui  si  tratterebbe  in  questo  caso 
di  labradorite.  La  roccia  non  è  attaccata  dagli  acidi. 

Mi  sembra  qui  opportuno  confrontare,  se  non  la  composi¬ 
zione  mineralogica,  almeno  la  struttura  di  questa  ossidiana  con 
il  residuo  vitreo  delle  fornaci  da  calce  di  Spotorno,  del  quale 


29 


488 


I.  CHELUSSI 


un  campione  mi  fu  inviato,  insieme  alle  rocce  in  discorso,  dal  Io- 
stesso  prof.  Issel. 

Noto  però  che  residui  vitrei  nei  forni  da  calce  sono  comu¬ 
nissimi,  ma  non  tutti,  come  questo,  si  prestano  facilmente  ad 
un  esame  petrografico. 

Il  vetro  in  parola,  di  Spotorno,  è  di  color  bleu  in  parte,  in  parte 
di  color  grigio-ceruleo  ed  in  parte  di  color  grigio-chiaro  con  tono 
non  ben  definibile  tra  il  rossastro  e  il  color  caffè;  quest’ultima 
non  ha  l’apparenza  vitrea  degli  altri  due  i  quali  presentano 
talora  riflessi  brillanti  di  un  color  verde-giallastro. 

Ho  proceduto  all'esame  di  questa  scoria  e  con  la  triturazione 
e  con  la  sezione  sottile. 

Ho  triturato  la  parte  vitrea  e  quella  non  vitrea,  non  essen¬ 
domi  di  quest’ultima  riuscito  a  separarne  in  quantità  tale  da 
poterne  utilmente  fare  lo  studio. 

Nel  liquido  densimetrico  quasi  tutta  la  polvere  galleggia;, 
la  parte  pesante  è  estremamente  scarsa  ed  in  essa  ho  visto  gra¬ 
nelli  incolori  o  giallastri  inattivi  alla  luce  polarizzata  e  scar¬ 
sissimi  e  minutissimi  incolori  riferibili  a  feldspati  con  indice  di 
rifrazione  di  poco  superiore  a  1,545. 

La  parte  galleggiante  risulta  da  granuli  incolori  o  gialla¬ 
stri  o  brunastri,  aventi  tutti  un  indice  di  rifrazione  superiore 
non  solo  a  quello  dell’essenza  di  anici,  cioè  1,558,  ma  anche 
a  quello  del  monobromobenzolo.  Si  tratta  perciò,  come  si  po¬ 
teva  ben  prevedere,  di  un  vetro  molto  basico;  mentre  per  l’os- 
sidiana  di  Krakatau,  sopra  studiata,  l’indice  di  rifrazione  va¬ 
riava  tra  1,558  e  1,552  dell’essenza  di  Mirban. 

Ma  quello  che  più  interessa  in  questo  residuo  di  fornaci  è 
la  sua  struttura  che  si  rivela  nella  sezione  sottile  del  medesimo 
e  nella  sua  parte  non  vitrea.  La  descrizione  ne  è  difficile  per¬ 
chè  si  allontana  totalmente  dalla  struttura  ordinaria  delle  roccie 
a  base  vitrea.  In  poche  parole,  questa  parte  grigia  risulta  da 
serie  di  liste  alternativamente  bianche  e  giallastre  disposte  a 
gruppi  e  non  di  rado  ordinate  dall’ima  parte  e  dall’altra  di 
un’asse  comune,  precisamente  come  le  barboline  di  una  penna. 

In  mezzo  a  questa  massa  così  formata  si  trovano  spessis¬ 
simo  veri  e  propri  cristalli  ben  delimitati  di  plagioclasio  emi¬ 
nentemente  basico,  stando  al  suo  indice  di  rifrazione  superiore 


STUDIO  PÉTROORAFICO  DI  ROCCE  ESTERE 


439 


a  quello  della  pasta,  ma  che  presenta  di  rado  le  liste  della  ge¬ 
minazione  polisintetica. 

La  parte  azzurra  o  bleu  che  in  sezione  sottile  si  presenta 
incolora,  si  comporta  a  nicols  incrociati  come  sostanza  isotropa 
ed  è  priva  di  plagioclasi  ;  analoga  perciò  alla  pasta  vitrea  nera 
dell’ossidiana  di  Krakatau,  la  quale  era  poverissima  dei  mine¬ 
rali  interclusi,  molto  abbondanti  invece  nella  parte  scoriacea. 


NUOVA  GUINEA. 

Di  questa  regione  ho  due  campioni  non  troppo  dissimili  l’uno 
dall’altro;  uno  è  di  Batanta,  l’altro  di  Arfack:  furon  raccolti 
dal  dott.  0.  Beccari. 


Batanta. 

Boccia  grigio-verdastro-chiara,  con  macchioline  verdi-scure. 
La  sua  poivera  immersa  nel  liquido  Clerici  a  densità  di  3  lascia 
affondare  una  parte  estremamente  scarsa  formata  totalmente 
da  minuti  cristalli  di  augite  verde-bottiglia,  raramente  da  au- 
gite  verde  pallidissima. 

La  parte  leggera  risulta  da  granuli  verdastri,  raramente  gial¬ 
lastri,  inattivi  alla  luce  polarizzata,  da  ritenersi  come  prodotti 
di  alterazione  del  pirosseno;  si  tratta  quindi  di  clorite  e  di  ser¬ 
pentino. 

Il  solo  esame  della  polvere  non  è  però  sufficiente  alla  dia¬ 
gnosi  di  questa  roccia,  che  però  viene  completata  dallo  studio 
della  sezione  sottile. 

Questa  presenta  al  microscopio  una  massa  fondamentale  micro- 
crittocristallina  con  minutissimi  granuli  nero-verdastri  non  facil¬ 
mente  determinabili. 

Questa  sostanza  ha  un  indice  di  rifrazione  decisamente  più 
forte  di  quello  del  balsamo  del  Canada. 

Entro  la  medesima  si  osservano  numerose  accumulazioni  di 
granuli  e  di  cristalli  di  augite  verde  e  verde-chiara.  Alcuni 
granuli  incolori  presentano  una  sagrinatura  e  colori  di  polariz¬ 
zazione  che  ricordano  l’olivina;  ma  i  confronti  agli  orli  della 


440 


I.  CHELUSSI 


sezione  con  la  soluzione  del  Klein  ad  n  =  1,7  escluderebbe  la 
presenza  di  questo  minerale. 

Oltre  il  minerale  pirossenico  si  trovano  pure  plaghe  incolori 
o  verdi  chiarissime  a  contorni  arrotondati,  a  struttura  spesso 
rozzamente  zonale,  di  sostanza  verde  chiarissima  che  al  micro¬ 
scopio  e  a  nicols  incrociati,  si  rivela  come  un  feltro  di  finissimi 
aghetti,  talvolta  radialmente  ordinati  verso  un  centro  comune, 
senza  però  la  formazione  di  vere  sferoliti  con  la  caratteristica 
croce  nera. 

Nel  centro  delle  plaghette  si  trova  spesso  questa  sostanza 
verde-chiara,  la  quale  può  però  essere  sostituita  da  cristalletti 
e  granuli  incolori,  diversamente  orientati,  di  natura  probabil¬ 
mente  feldspatica.  Questi  cristalletti  e  questi  granuli  formano 
talvolta  la  zona  esterna  di  queste  plaghette  per  ognuna  delle 
quali  occorrerebbe  una  speciale .  descrizione. 

Qualche  volta  vi  si  trovano  cristalletti  di  pirosseno  verde 
che  dev’essere  stato  il  minerale  la  cui  alterazione  ha  dato  ori¬ 
gine  a  queste  plaghette. 

La  roccia  è  in  sostanza  una  porfirite  alterata,  di  aspetto  non 
lde  tutto  nuovo  per  lo  scrivente  il  quale  ha  osservato,  anni 
sono,  una  roccia  non  troppo  differente  da  questa  nei  ciottoli  che 
formano  il  conglomerato  di  Como. 

Arfack. 

Roccia  con  caratteri  macroscopici  quasi  identici  a  quelli  della 
precedente. 

La  separazione  della  polvere  con  liquido  pesante  dà  nella 
parte  che  affonda  ilmenite  e  magnetite  scarsissime  e  moltissimi 
cristalletti  di  augite  verde-chiara. 

Nella  parte  leggera  moltissimi  granuli  grigio-opachi  e  pochi 
incolori  riferibili  all’andesina. 

La  sezione  sottile  presenta  una  massa  fondamentale  micro- 
crittocristallina  formata  da  minutissimi  elementi  incolori,  tenuti 
insieme  da  pochissima  sostanza  grigia  che  non  ha  azione  sulla 
luce  polarizzata. 

Entro  questa  massa  sono  porfiricamente  disseminati  cristalli 
e  gruppi  di  cristalli  fortemente  alterati  di  feldspati  nei  quali 


STUDIO  PETROGRAFIA  DI  ROCCE  ESTERE  441 

si  può,  malgrado  l’avanzata  alterazione,  vedere  le  liste  della  ge¬ 
minazione  polisintetica,  senza  che  per  questo  i  cristalli  si  pre¬ 
stino  ad  un  esatto  studio  ottico.  L’unico  dato  certo  per  la  loro 
diagnosi  è  che  in  essi  l’indice  di  rifrazione  è  sempre  superiore 
a  quello  del  balsamo  del  Canada. 

Altri  inclusi  porfirici,  però  molto  meno  abbondanti,  sono  dati 
da  sezioni  poligonali  di  sostanza  verde-chiara,  fibrosa,  poco 
pleocroica. 

Anche  questa  roccia  che  diversifica  dalla  precedente  per  le 
particolarità  di  struttura,  ma  non  per  la  composizione  minera¬ 
logica,  può  esser  ritenuta  come  una  porfirite  fortemente  alterata. 

Gran  Canaria  L 

Roccia  grigio-chiara  con  punti  bianchi,  porosa.  Ridotta  in 
polvere  grigia  presenta  molto  scarsa  la  parte  pesante  dalla  quale 
la  calamita  attira  pochissimi  granuli;  ed  in  essa  si  osservano 
moltissimi  granuli  bruni  inattivi  alla  luce  polarizzata  e  pochi 
altri  di  color  verde  con  w^>l,66  riferibili  al  pirosseno  verde; 
pochissimi  sono  quasi  incolori  e  sembrano  diopside. 

La  parte  leggera  è  formata  da  granuli  grigi,  opachi,  forse 
feldspati  profondamente  alterati,  e  da  pochi  cristal letti  limpidi 
incolori  che,  per  l’indice  di  rifrazione,  sono  da  ascriversi  a  pla- 
gioclasi  alquanto  acidi. 

L’esame  della  polvere  non  è  esauriente,  ma  si  completa  con 
l’esame  della  sezione  sottile,  la  quale  al  microscopio  presenta 
una  massa  fondamentale  grigiastra,  formata  da  minutissimi  aghetti 
trasparenti,  incolori,  di  paglioclasi,  tenuti  insieme  da  una  sostanza 
bruna,  talvolta  a  forma  di  minutissimi  poliedri.  Entro  questa 
sostanza  vi  sono  individui  di  pirosseno  verde,  nonché  rari  e  molto 
grossi  granuli  e  cristalli  di  plagioclasio  limpidissimo,  il  cui  in¬ 
dice  di  rifrazione  si  avvicina  a  quello  dell’oligoclasio  andesina. 

Questo  plagioclasio  sembra  di  formazione  posteriore  al  pi¬ 
rosseno  perchè  molto  spesso  questo  è  rinchiuso  in  quello. 

Rare  sono  le  associazioni  di  pirosseno  e  biotite  bruna. 

1  Delle  Canarie  si  conoscono  fonoliti,  trachiti  doleritiche  e  bombe 
vulcaniche  per  opera  di  F.  Berwerth. 


442 


I.  CHELUSSI 


A  questi  componenti  va  aggiunta  pochissima  sostanza  vitrea 
di  colore  giallo  pallidissimo. 

La  roccia  può  essere  considerata  come  un  basalto  non  oli- 
vinico,  sebbene  la  sostanza  fondamentale  non  sia  troppo  ben 
definibile  per  l’alterazione  della  sostanza  bruna  che  forse  doveva 
essere  stata  biotite. 


AFRICA. 

Assuan. 

Questo  campione  che  porta  l’indicazione  Assuan  si  riferisce 

\  ^ 

alla  Sienite  di  Siene  in  Egitto.  E  un  granito  roseo,  adoperato 
largamente  nell’antichità  per  colonne,  fregi,  ecc.  ;  e  passa  spesso 
alla  tipica  Sienite. 

La  sua  notorietà  mi  dispensa  da  ogni  descrizione  dopo  lo 
studio  che  ne  fu  fatto  dallo  Stelzner  ( On  thè  biotit  holding  ecc., 
in  Trans.  Amer.  Inst.  Min.  Eng.,  Easton,  fcbr.  1883). 


Luxor  (Alto  Egitto). 

Roccia  grigia,  compatta,  a  grana  media,  formata  da  ele¬ 
menti  bruni  e  da  elementi  di  color  rosa. 

Ridotta  in  polvere  ed  introdotta  nel  liquido  pesante  lascia 
affondare  una  parte  non  troppo  scarsa  formata  in  massima  parte 
da  biotite  e  da  poca  titanite. 

La  parte  leggera  è  formata  da  granuli  incolori  o  legger¬ 
mente  torbidi  per  alterazione  che  hanno  pressoché  tutti  un  in¬ 
dice  di  rifrazione  compreso  tra  l’essenza  di  garofani  e  l’essenza 
di  mandorle  amare  (essenza  di  Mirban)  cioè  tra  1,54  e  1,552; 
si  tratta  perciò,  oltre  che  del  quarzo,  dei  termini  oligoclasio  e 
andesina  acida. 

La  sezione  sottile  rivela,  oltre  i  minerali  accennati,  anche 
il  microclino,  riconoscibile  per  la  sua  struttura  a  grata  a  ma¬ 
glie  quadrangolari,  discretamente  abbondante. 

La  roccia  si  può  considerare  come  un  granito  fortemente 
biotitico. 


STUDIO  FETROGRAFICO  DI  ROCCE  ESTERE 


443 


Zimbaboe  (Rhodesia  meridionale). 

Si  rivela  questa  roccia  come  un  granito  formato  da  granuli 
■di  grandezza  media  di  quarzo,  mica  bruna  e  feldspati  dei  quali 
alcuni  sono  di  natura  molta  acida. 

Non  vi  ho  potuto  osservare  altre  particolarità  degne  di  nota. 


Matopòs  (Rhodesia). 

Il  cartellino  porta  la  seguente  indicazione:  «  Capitano  E.  De 
Albertis  raccolse  ». 

Ho  due  campioni  della  roccia  di  questa  regione,  uno  ad 
elementi  cristallini  bianchi  piuttosto  grossi,  e  l’altro  ad  elementi 
minuti  e  molto  più  ricco  di  elementi  colorati. 

Ho  fatto  l’esame  di  quest’ultimo  con  la  triturazione,  che  mi 
ha  prodotto  una  polvere  dalla  quale  si  separa  col  liquido  Cle¬ 
rici  una  parte  pesante  non  scarsa  e  formata  quasi  totalmente 
da  biotite  con  pochissimo  zircone  e  pochissima  apatite. 

La  parte  leggera  è  formata  da  granuli  incolori  o  torbidi  per 
alterazione,  in  parte  di  quarzo,  in  parte  di  oligoclasio  e  di  an. 
desina,  sebbene  non  manchino  termini  più  acidi. 

La  roccia  è  un  granito  molto  biotitico. 

Cascate  Victoria  (Zambese). 

La  roccia,  raccolta  da  E.  De  Albertis,  è  di  colore  bruno- 
sporco  poco  compatta,  porosa  e  difficile  a  farne  una  sezione 
sottile. 

Ridotta  in  polvere,  col  liquido  Clerici,  lascia  affondare  molta 
parte  pesante  che  è  attratta  presso  che  tutta  da  una  semplice 
calamita. 

La  parte  leggera  è  formata  da  granuli  quasi  sempre  gial¬ 
licci  e  brunicci  per  alterazione.  Rarissimi  sono  quelli  che  pre¬ 
sentano  gli  orli  di  color  verdastro  ed  un  indice  di  rifrazione 
superiore  ad  1,66  e  tale  da  ritenersi  come  un  antibolo  molto 
alterato. 


444 


I.  CHELUSSI 


In  sostanza  la  roccia  dev’essere  l’ultimo  prodotto  di  decom¬ 
posizione  di  un’altra  roccia  ricca  di  magnetite  e  d’ilmenite  con 
traccie  di  antibolo  verde. 

Isola  (li  Sant’Elena. 

Argilla  grigio-cerulea,  somigliante  alquanto  all’aspetto  esterno 
alle  argille  plioceniche  (crete  senesi),  però  non  effervescente  con 
HC1  e  alquanto  ruvida  al  tatto. 

Lo  studio  della  sua  polvere  mi  ha  dato  molta  parte  pesante 
quasi  tutta  attratta  dalla  calamita.  La  parte  leggera  mi  risulta 
di  feldspati  in  gran  parte  alterati  di  natura  in  generale  molto 
acida. 

Calistroa  (California). 

Roccia  eminentemente  scistosa,  roseo-chiara,  fibrosa  nei  piani 
paralleli  alla  schìstosità,  biancastra,  compatta  nelle  fratture  ad 
essa  normali. 

La  sezione  sottile  si  presenta  di  color  gialliccio  non  uniforme, 
fibrosa,  con  macchie  brune  allungate  nel  senso  delle  fibre  sempre 
parallele. 

A  nicols  incrociati  risulta  di  minutissimi  elementi  incolori 
non  facilmente  determinabili.  La  polvere  della  roccia  invece  ci 
rivela  alquanta  magnetite;  i  granuletti  e  i  piccoli  frammenti 
stessi  della  roccia  presentano  un  indice  di  rifrazione  variabile 
tra  1,54  e  1,558. 

Si  possono  quindi  ritenere  presenti  il  quarzo,  i  feldspati 
acidi,  l’oligoclasio  e  l’andesina,  questi  ultimi  però  molto  meno 
abbondanti  degli  altri. 

La  roccia  si  può  ritenere  come  una  quarzite  laminata. 


[ms.  pres.  27  ott.  -  ult.  bozze  10  dee.  19121. 


IL  PROBLEMA  OROGENETICO 
E  LA  TEORIA  DELL’  ISOSTASI 


Nota  del  dott.  G.  Capeder 


«  Il  problema  orogenetico  è  un  problema  meccanico,  che  va 
discusso  coi  postulati  e  coi  metodi  della  meccanica  ».  Così  ter¬ 
mina  il  De  Marchi  la  sua  discussione  sulle  Teorie  geologiche  1 
nell’argomento  della  formazione  delle  montagne. 

E  sono  d’accordo  con  lui  pienamente  neH’ammettere  che 
la  discussione  matematica  delle  condizioni  nelle  quali  debbono 
verificarsi  i  movimenti  di  massa  e  delle  altre  condizioni  nelle 
quali  deve  svolgersi  il  fenomeno  orogenetico,  possa  illuminare 
viemmeglio  la  via  già  tracciata  e  riesca  a  confermare  ricerche, 
osservazioni  ed  ipotesi,  che  così  coordinate  potranno  in  avvenire 
condurci  alla  conoscenza  intima  delle  cause  complesse  della 
orogenesi  e  ci  permetteranno  di  stabilire  quei  capisaldi  sui  quali 
potremo  erigere  l’edifìcio  delle  nostre  più  esatte  conoscenze.  Sol¬ 
tanto  mi  sembra  che  alla  sola  discussione  matematica  di  un  fe¬ 
nomeno  così  complesso,  qual’è  l’origine  delle  montagne,  non 
possa  oggi  accordarsi  unicamente  ancora  tutta  la  fiducia.  Di 
necessità  ora  una  tale  discussione  non  potrebbe  che  condurci 
ad  aridi  risultati,  quasi  sempre  in  stridente  contrasto  con  la 
verità,  non  potendosi  essa  fondare  necessariamente  che  su  po¬ 
stulati  non  sempre  bene  accertati,  in  quanto  che  detti  fenomeni 
riguardano  soventi  cause  oggi  mal  conosciute,  i  cui  effetti  sono 
multipli  e  non  afferrabili  tutti  quanti  coi  soli  calcoli. 

Per  queste  considerazioni,  a  me  non  è  parso  inutile  di  dare 
con  la  sola  guida  del  raziocinio  una  nuova  scorsa  alle  varie 

1  Scientia ,  Voi.  VI,  anno  III.  1909,  pag.  25. 


446 


G.  CAPEDER 


ipotesi  orogenetiche,  per  scegliere  da  esse  le  migliori  e  geniali 
concezioni  che  non  siano  in  contrasto  con  le  nostre  conoscenze 
fisiche  più  salde  e  tentando  di  conciliarle,  costruirne  una  sola 
che  le  confermi  tutte  quante.  A  mio  giudizio,  ripeto,  non  mi  è 
parso  questo  lavoro  tempo  perduto,  anche  se  la  presente  con¬ 
tribuzione  non  avesse  che  la  vita  di  un  giorno  ed  il  significato 
di  semplice  opinione. 

Dalla  discussione  e  dalla  opportuna  scelta  dei  materiali  ela¬ 
borati,  è  ragionevole  sperare  che  si  possano  un  giorno  far  sor¬ 
gere  i  primi  pilastri  della  verità,  sui  quali  sarà  più  facile  poi 
costruire  con  la  scorta  delle  matematiche  l’intero  edificio. 

$ 

*  * 

Nel  movimento  orogenetico  i  fenomeni  che  maggiormente 
impressionano  sono  quelli  che  riguardano  il  valore  del  corru¬ 
gamento  e  la  somma  delle  energie  necessarie  a  detto  corruga¬ 
mento.  Secondo  un  computo  dell’Heim  a  compiere  il  corruga¬ 
mento  tra  Zurigo  e  Como  sarebbe  occorso  uno  spostamento  di 
masse  dai  120  ai  150  km.,  valore  che  si  potrebbe  elevare  anche 
da  600  a  1200  km.  qualora  si  comprendessero  nel  calcolo 
i  fenomeni  di  slittamento.  Il  De  Marchi  1  ritiene  che  queste  sole 
pieghe  richiederebbero,  qualora  se  ne  volesse  attribuire  la  causa 
alla  contrazione  del  nucleo,  una  riduzione  dell’intero  circuito 
meridiano  del  3  °/0,  corrispondente  ad  una  riduzione  del  raggio 
terrestre  in  quel  meridiano  di  circa  190  km.  Se  poi  calcolas¬ 
simo  lo  sviluppo  delle  pieghe  di  un  intero  meridiano,  detta  ri¬ 
duzione  evidentemente  assumerebbe  un  valore  così  elevato  da 
farci  escludere  a  priori  ogni  ipotesi  orogenica  che  almeno  non 
soddisfi  a  questo  primo  postulato. 

Cadrebbero  adunque,  a  parte  le  altre  obbiezioni  formulate 
dai  diversi  Autori,  le  ipotesi  della  contrazione  del  nucleo  soste¬ 
nute  dal  Beaumont,  Suess,  Giekie,  Heim,  Lecomte,  Neumayr, 
Supan,  Pickering,  Perlewitz,  come  pure  le  ipotesi  dello  scivo¬ 
lamento  volute  dal  Bombicci,  dal  Reyer,  dallo  Schardt  e  quelle 


1  De  Marchi  L.,  Teorie  geologiche  :  Come  si  formano  le  montagne. 
Scientia,  voi.  VI,  1909,  pag.  14. 


PROBLEMA  OROGENETICO  E  TEORIA  DELL’iSOSTASI 


447 


del  solo  riscaldamento  degli  strati  e  conseguente  espansione,  del 
Dana,  deH’Herschell,  Reade,  See  ed  altri. 

Resta  l’ipotesi  isostatica  sviluppata  dal  Faye,  dal  Dutton, 
dal  Marchand,  dal  Darwin  e  da  altri.  Ma  questa  ipotesi  risponde 
essa  veramente  a  questa  prima  domanda  del  problema  e  sopra¬ 
tutto  dà  ragione  delle  energie  necessarie  al  moto  orogenetico? 
A  me  sembra  di  no.  Del  resto  lo  stesso  Dutton  afferma  che  la 
teoria  dell’ isostasi  da  sola  non  spiega  la  morfologia  superficiale 
terrestre,  ma  richiede  l’intervento  di  altre  grandi  cause.  L’Od- 
done  dice  1  che  anche  la  teoria  dell’isostasi  da  sola  non  riesce 
nell’intento  di  una  chiara  spiegazione. 

Pur  tuttavia,  i  concetti  fondamentali  della  teoria  isostatica 
non  solo  sono  accettabili,  ma  debbono  esser  presi  quali  capi¬ 
saldi  di  ogni  altra  ipotesi,  essendo  ormai  ben  dimostrati  i  rap¬ 
porti  esistenti  nell’equilibrio  elastico  fra  le  masse  continentali  e 
le  aree  oceaniche,  dalle  esatte  determinazioni  del  valore  della 
gravità.  Noi  dovremo  perciò  accettare  le  idee  che  ci  proven¬ 
gono  dalla  teoria  isostatica  circa  i  lenti  movimenti  di  massa  che 
debbono  avvenire  fino  ad  un  certo  limite  negli  strati  profondi 
a  causa  del  sovraccarico  e  del  discarico,  senza  attribuire  però 
a  questi  movimenti,  siccome  nulla  ci  autorizza,  la  vera  causa 
della  orogenesi.  Infatti  l’isostasi  pura  e  semplice,  quale  viene 
intesa  dai  suoi  Autori,  non  riesce  a  spiegarci  Porigine  delle  pieghe, 
perchè  essa  tende  all’equilibrio  più  stabile  fra  masse  di  diversa 
densità,  in  equilibrio.  Per  semplice  isostasi,  dovrebbe  dunque 
aversi  semplice  rivoluzione  di  masse,  per  cui  le  rocce  profonde 
verrebbero  ad  emergere  sotto  le  aree  continentali,  nello  stesso 
tempo  che  le  rocce  superficiali  vengono  portate  alle  aree  ocea¬ 
niche  ;  ma  da  questo  scambio  di  materia  non  potranno  nascere 
mai  spinte  tangenziali.  La  fìg.  5  a  pag.  11,  del  lavoro  sulla 
Tettonica  delle  fosse  oceaniche  dell’Oddone  chiaramente  dimostra 
questo  stato  di  cose.  Se  dunque  l’isostasi  spiega  bene  le  fosse 
oceaniche  e  le  linee  di  demarcazione  dei  continenti,  non  dà  ra¬ 
gione  delle  pieghe  orogeniche  e  ci  lascia  completamente  al  buio 
circa  l’origine  delle  forze  necessarie  al  movimento  che  le  ha 
generate. 

1  Oddone  E.,  Sulla  tettonica  delle  fosse  oceaniche.  Boll.  Soc.  Sisra. 
It.,  voi.  XIII,  1909. 


448 


G.  CAPEDER 


D’altronde  è  a  domandarsi  come  mai  dopo  tanti  millenni, 
poiché  alla  rivoluzione  di  masse  debbon  partecipare  più  che 
altro  le  rocce  profonde  e  più  dense  dirette  alle  aree  continen¬ 
tali,  non  si  è  ancora  raggiunta  la  massima  stabilità  d’equilibrio 
in  una  uniforme  distribuzione  di  dette  masse  profonde  ed  in 
un  conseguente  livellamento  superficiale.  Perchè  il  contributo 
sedimentario  non  è  sufficiente  a  spiegare  il  costante  squilibrio 
della  gravità  !,  ma  solo  serve  a  dar  ragione  della  causa  del 
supposto  movimento  isostatico,  movimento  che  deve  tendere  a 
far  raggiungere  l’equilibrio  più  stabile  in  una  uniforme  distri¬ 
buzione  delle  masse  di  diversa  densità,  tanto  sotto  agli  oceani 
che  sotto  ai  continenti.  Raggiunto  che  fosse  tale  equilibrio, 
scomparirebbe  ogni  rilievo  e  naturalmente  cesserebbe  la  sedi¬ 
mentazione. 

1  Gli  Autori  spiegano  il  moto  isostatico,  ammettendo  che  sotto  la 
regione  che  si  eleva,  il  materiale  si  dirada  e  che  sotto  la  conca  di  spro¬ 
fondamento  il  materiale  si  condensa  e  dicono  che  questo  fatto  è  sufficiente 
a  spiegare  il  difetto  superficiale  di  masse  nelle  zone  depresse  e  l’eccesso 
superficiale  di  masse  nelle  zone  elevate  dal  corrugamento,  anzi  ammet¬ 
tono  che  la  sedimentazione  col  suo  sovraccarico  è  la  causa  unica  di 
questo  complesso  lavoro  che,  generando  i  dislivelli,  è  origine  nello  stesso 
tempo  delle  forze  che  hanno  piegato  gli  strati,  rizzandoli  e  sconvolgen¬ 
doli  alle  più  alte  delle  nostre  vette. 

Ma  questi  Autori,  a  mio  modo  di  vedere,  non  hanno  pensato  che  le 
nostre  montagne  ci  rappresentano  masse  imponenti,  dotate  di  una  ener¬ 
gia  di  posizione,  a  ridonar  la  quale  occorre  consumare  una  corrispon¬ 
dente  quantità  di  lavoro.  E  ciò  senza  contare  il  lavoro  che  occorrerebbe 
consumare  in  più,  per  vincere  gli  attriti  che  si  oppongono  al  movimento 
orogenetico  e  per  determinare  nelle  rocce  quel  supposto  aumento  di 
densità,  o  quel  diradamento,  che  viene  invocato  nella  ipotesi. 

D’onde  è  venuta  l’energia  necessaria  ad  eseguire  tanto  lavoro,  di 
un  fenomeno  così  generale  qual’è  l’orogenesi,  se  non  si  invoca  che  la 
forza  di  gravità? 

E  la  gravità  che  determina  (poiché  esistono  per  cause  primitive  i 
dislivelli)  la  sedimentazione,  per  cui  può  dirsi  che  le  nostre  montagne 
cadono  nei  fondi  oceanici;  come  può  dunque  questa  stessa  gravità,  senza 
l’intervento  di  altre  poderose  energie  estranee,  determinare  l’addensa¬ 
mento  di  queste  rocce,  e  poi  il  loro  diradamento,  e  il  moto  verso  la  re¬ 
gione  scaricata,  e  poi  l’emersione,  ed  il  corrugamento  fino  al  livello 
donde  siamo  partiti?  Se  i  continenti  fossero  liberi  di  muoversi,  essi  ca¬ 
drebbero  spontaneamente  sulle  aree  oceaniche  ed  allora  avveri  ebbe  altresì 


PROBLEMA  OROGENETICO  E  TEORIA  DELLÌSOSTASI 


449 


Nè  può  ammettersi  che  un  movimento  isostatieo  possa  com¬ 
piersi  senza  che  avvenga  ripartizione  fra  le  masse  più  dense 
sottoceaniche  e  le  meno  dense  delle  regioni  continentali,  mentre 
avviene  il  trasporto  delle  masse  meno  dense  continentali  alle 
aree  oceaniche.  Ciò  sarebbe  contrario  ad  ogni  principio  idrosta¬ 
tico  e  perciò  impossibile.  Infatti  se  supponiamo  due  recipienti 
comunicanti  contenenti  liquidi  di  diversa  densità,  è  principio 
idrostatico  che  le  colonne  liquide  eterogenee  debbono  esercitare 
egual  pressione  sul  fondo  comune.  Perciò  essendo  f  il  fondo 
comune  delle  due  colonne,  a  ed  a  le  loro  altezze,  p  e  p  il 
peso  specifico  dei  due  liquidi,  avremo  che 

a  f  p  =  a  f  p 

ossia 

a  :  a  —  p'  :  p 

un  moto  isostatico  delle  rocce  profonde,  esse  si  distribuirebbero  unifor¬ 
memente,  ed  ogni  rilievo  scomparirebbe.  Se  i  rilievi  persistono,  ciò  devesi 
alla  ineguale  e  primitiva  distribuzione  delle  masse  profonde  più  dense, 
al  conseguente  equilibrio  isostatico  con  le  rocce  della  superficie,  ed  alla 
grandissima  rigidità  della  terra,  la  quale,  pur  essendo  in  equilibrio  nelle 
sue  varie  parti,  non  è  nella  forma  di  equilibrio  più  stabile. 

Un  discarico  perciò  e  un  sovraccarico  altera,  è  vero,  questa  forma 
di  equilibrio,  ma  se  la  terra  vi  obbedisse,  vi  dovrebbero  prendere  attiva 
parte  sopratutto  le  masse  profonde,  le  quali  tendono  alla  uniforme  di¬ 
stribuzione  ;  ed  allora  attraverso  ai  periodi  geologici  ogni  rilievo  dovrebbe 
essere  ormai  scomparso,  anziché  accentuarsi. 

Poiché  invece  vediamo  persistere  le  cause  del  dislivello,  vuol  dire 
che  al  discarico  e  al  sovraccarico  dovuto  alla  sedimentazione  non  rispon¬ 
dono,  per  rigidità,  le  masse  profonde,  ma  bensì  le  stesse  rocce  sedimen¬ 
tarie,  le  quali  vengono  sollecitate  a  muoversi  da  forze  diverse  dalla 
gravità,  capaci  di  maggiore  lavoro,  capaci  cioè  dell’enorme  lavoro  di  ri¬ 
sollevarle  in  montagne  e  ristabilire  così  l’equilibrio  temporaneamente 
turbato. 

lo  non  esito  ad  affermare  impossibile  l’origine  delle  montagne  per 
moto  isostatico,  perchè,  ripeto,  la  gravità  che  è  causa  della  degradazione 
delle  montagne  e  causa  della  sedimentazione,  per  nessuna  delle  leggi 
tìsiche  conosciute  potrà  mai  risollevare  le  stesse  rocce  dal  tondo  del  mare, 
ove  hanno  perduto  la  primitiva  energia  di  posizione,  all’altezza  medesima 
donde  esse  provennero. 

Ogni  ipotesi  orogenetica,  che  non  dia  ragione  delle  energie  neces¬ 
sarie  alla  progenesi,  come  risostatica,  è  a  priori  inaccettabile. 


450 


G.  CAPEDEK 


Ma  è  evidente  che  se  si  apre  una  comunicazione  fra  i  due 
vasi  comunicanti  al  disopra  del  liquido  più  denso,  il  che  cor¬ 
risponderebbe  in  natura  al  fenomeno  della  sedimentazione  per 
trasporto  alluvionale,  avviene  un  passaggio  di  liquido  meno 
denso  p  dalla  colonna  a  alla  colonna  a',  al  quale  immediata¬ 
mente  succede  un  movimento  interno  inverso,  che  corrisponde¬ 
rebbe  al  movimento  isostatico,  del  liquido  più  denso  p'  dalla 
colonna  a'  alla  colonna  a,  movimento  che  dovrà  cessare  quando 
i  due  liquidi  saranno  egualmente  distribuiti  nei  due  rami,  e 
cioè  quando  a  essendo  diventato  eguale  ad  à  sarà  pure  diven¬ 
tata  eguale  la  distribuzione  dei  due  liquidi,  essendo  le  loro  su- 
perfìci  libere,  nei  due  rami,  ad  egual  livello. 

Questa  esperienza  può  fedelmente  rappresentarci  il  fenomeno 
della  isostasi,  poiché  è  evidente  che  la  teoria  isostatica  ammette 
implicitamente  che  la  stessa  quantità  di  materia,  che  è  andata  a 
formare  il  sovraccarico  nelle  zone  oceaniche,  debba  emergere 
nelle  zone  del  discarico,  altrimenti  non  si  potrebbe  avere  l’equi¬ 
librio  isostatico  confermato  dalle  misure  gravimetriche.  Ora  nel 
fenomeno  isostatico  la  causa  del  movimento  di  masse  risiede 
nella  gravità  che  sollecita  le  masse  profonde  di  diversa  den¬ 
sità  ed  inegualmente  distribuite,  perciò  l’equivalente  quantità 
di  materia  alle  rocce  sedimentarie  che  deve  emergere  sotto 
alle  aree  continentali  di  discarico,  non  può  essere  rappre¬ 
sentato  da  rocce  superficiali  poco  dense,  ma  da  rocce  di  den¬ 
sità  equivalente  a  quelle  esistenti  sotto  le  aree  del  sovrac- 
\ 

carico  ’.  E  vero  che  si  potrebbe  supporre  che  il  metamorfismo 

1  II  supporre  che  per  semplice  isostasi  le  montagne  possano  emergere, 
pur  mantenendosi  attraverso  i  tempi  geologici  le  cause  del  dislivello  cioè 
la  ineguale  distribuzione  nel  profondo  delle  masse  di  diversa  densità, 
corrisponderebbe  a  dire  che  le  rocce  che  partecipano  al  movimento  oro¬ 
genetico  sono  le  sole  rocce  superficiali  (come  del  resto  in  realtà  lo  sono 
veramente).  Ma  nel  caso  della  isostasi,  con  ciò  in  altri  termini  si  ver¬ 
rebbe  a  dire  che  le  medesime  rocce  che  dai  fiumi  sono  trasportate  al  mare 
per  effetto  della  forza  di  gravità,  giunte  che  siano  alle  aree  sommerse, 
attraverso  alle  epoche  geologiche,  possano,  sempre  per  effetto  della  me¬ 
desima  gravità,  non  più  cadere,  ma  muoversi  in  senso  contrario  dal  basso 
in  alto  ed  emergere  addirittura  in  catene.  Se  fosse  possibile  un  cotal  fe¬ 
nomeno,  non  vi  sarebbe  dubbio  circa  la  possibilità  del  moto  perpetuo 
perchè  l'energia  di  posizione  delle  masse  derivanti  dalla  sedimentazione 


PROBLEMA  OROGENETICO  E  TEORIA  DELL'lSO, STASI  451 

determinando  un  notevole  aumento  nella  densità  delle  rocce  se¬ 
dimentarie,  potrebbero  queste  stesse  rocce  emergere  più  dense 
alle  aree  di  discarico,  ma  in  questo  caso  l’aumento  di  densità, 
che  esse  in  realtà  subiscono,  non  sarebbe  sufficiente  a  spiegare 
i  dislivelli  nè  l’eccesso  di  gravità  nelle  aree  di  sedimentazione, 
cioè  proprio  là  dove,  essendovi  potenti  rocce  clastiche,  la  gra¬ 
vità  dovrebbe  essere  minore.  Il  che  in  ogni  modo  ci  porterebbe 
ad  un  ciclo  chiuso  di  breve  durata,  che  sarebbe  oramai  com¬ 
piuto  da  gran  tempo.  Invece  le  nostre  montagne  palpitano  tut¬ 
tora  di  intensa  e  più  che  mai  florida  vita,  la  cui  origine  si  perde 
nei  tempi  geologici. 

Altra  dunque  è  la  causa  delle  forze  orogenetiche  che  non 
l’isostasi,  anzi  bisogna  attribuire  alle  masse  profonde  un  tal 
grado  di  rigidità  1  da  venirne  affatto  impedito  ogni  movimento 
isostatico,  perchè  se  la  rigidità  del  nucleo  è  tale  che  ogni  ri¬ 
voluzione  di  masse  ne  rimane  impedita,  allora  soltanto  potranno 
persistere  le  cause  primordiali  del  dislivello  fra  i  continenti  e 
gli  oceani,  mentre  ad  energie  potenziali  del  nostro  globo  e  rese 
cinetiche  dal  fenomeno  della  sedimentazione  dovremo  attribuire 
la  causa  prima  delle  forze  tangenziali  che  determinano  il  corru¬ 
gamento  delle  sole  masse  sedimentarie,  lasciando  invariata  la 
causa  del  dislivello.  Con  ciò  tuttavia  non  è  possibile  negare 
qualsiasi  viscosità  2  alle  rocce  profonde,  le  quali  anzi  debbono 
subire  lente  rivoluzioni,  per  facilitare  quel  moto  ondoso  super¬ 
ficiale  delle  masse  sedimentarie  propagantesi  verso  l’area  conti¬ 
nentale,  senza  che  le  masse  profonde  che  le  sopportano  ne  se¬ 
guano  il  trasporto  di  traslazione,  così  come  il  frangente  di 
un’onda  simmetrica  d’alto  mare  percorre  la  spiaggia  e  batte  lo 
scoglio. 


è  minore  dell’energia  di  caduta  delle  masse  stesse  dalle  montagne  alle 
depressioni  e  perciò  la  gravità  non  potrà  ritornare  in  nessun  caso  quelle 
masse  alla  primitiva  posizione,  occorrendo  spendere  una  quantità  di  la¬ 
voro  per  lo  meno  equivalente  al  lavoro  che  le  masse  sedimentarie  ci  hanno 
dato  nel  cadere  in  fondo  agli  oceani. 

1  Oddone  E.,  loc.  cit.,  pag.  34  e  seg. 

2  De  Marchi  L.,  Teoria  elastica  delle  dislocazioni  tettoniche.  Itemi. 
Acc.  Lincei,  1907;  Teoria  elastica  dell’ isostasi  terrestre.  Itemi.  Acc.  Lin¬ 
cei,  1907. 


452 


G.  capeder 


Stando  dunque  per  ora  alla  osservazione  dei  fatti  stabiliti, 
senza  voler  indagare  le  cause  prime  delle  condizioni  attuali, 
noi  dobbiamo  ammettere  che  la  materia  è  inegualmente  distri¬ 
buita  nel  profondo  del  nostro  globo  e  che  pur  essendovi  l’equi¬ 
librio  idrostatico,  i  rilievi  continentali  corrispondono  a  masse 
profonde  di  minor  densità.  Ammettiamo  per  necessità  di  cose 
che  la  rigidità  della  terra  sia  tanto  elevata  che  siano  impediti 
spostamenti  di  massa  a  quella  profondità  ove  si  trova  il  limite 
di  separazione  delle  rocce  meno  dense  alle  più  dense,  così  che 
si  possano  conservare  attraverso  alle  epoche  geologiche  le  di¬ 
suguaglianze  nella  distribuzione  della  materia  di  diversa  densità 
e  quindi,  addottando  il  principio  della  conservazione  delle  masse 
continentali  e  delle  aree  oceaniche  nel  tempo,  vengano  per  questo 
fatto,  qualunque  sia  l’effetto  degli  agenti  esogeni,  conservati  i 
dislivelli.  Allora  possiamo  ammettere  anche  che  risostasi ,  pur 
non  essendo  causa  del  fenomeno  orogenetico,  tutt’al  più  serva 
a  determinare  soltanto  il  verso  secondo  cui  dovranno  agire  le 
forze  orogenetiche. 

Del  resto  non  sarebbe  questa  la  -sola  ragione  che  porta  ad 
escludere  dalle  cause  della  orogenesi  il  fenomeno  isostatico.  In¬ 
fatti  la  semplice  pressione  sull’area  di  sovraccarico  dovrebbe 
dar  origine,  perchè  avvenga  il  moto  di  masse  alla  zona  scari¬ 
cata,  ad  un  assottigliamento  degli  strati,  specie  nei  più  profondi, 
là  dove  avviene  la  compressione  e  ad  un  rigonfiamento  ai  lati, 
con  sconvolgimento  della  serie  e  profonda  modificazione  nella 
disposizione  reciproca  delle  parti;  così  che  sopratutto  quelle 
masse,  che  rigurgitano  ai  lati,  non  potranno  più  presentare  la 
regolare  successione  di  prima.  Siccome  tutto  ciò  è  contrario  al 
vero,  occorre  all’opposto  ammettere,  che  non  ostante  il  moto 
reale  di  masse  in  senso  trasversale,  la  pressione  che  si  esercita 
sulle  rocce  non  può  mai  sorpassare  il  limite  di  tenacità  nel 
senso  della  potenza  fra  gli  elementi  degli  strati  più  compatti. 
Infatti  essi  conservano  nelle  varie  parti  le  reciproche  posizioni, 
dimostrando  che  le  pressioni  che  si  esercitarono  perpendicolar¬ 
mente  alla  stratificazione  furono  di  gran  lunga  inferiori  a  quelle, 
che  avendo  azione  parallelamente  alla  stratificazione  li  obbli¬ 
garono  ad  occupare  un’area  minore.  E  cioè,  mentre  l’isostasi 
non  dà  ragione  che  della  esistenza  di  forze  normali  alla  stra- 


PROBLEMA  OROGENETICO  E  TEORIA  DELL’lSOSTASI 


453 


tificazione  \  le  nostre  montagne  invece  dimostrano  di  essere 
dovute  a  forze  che  lianno  agito  quasi  esclusivamente  nel  senso 
stesso  della  stratificazione. 

Si  può  inoltre  ancora  osservare  che  la  zona  corrugata  qua¬ 
lora  fosse  svolta,  sarebbe  assai  più  estesa  della  relativa  zona 
sedimentaria  corrispondente,  la  quale  è  noto  che,  non  solo  è 
assai  ristretta,  ma  pure  anche  limitata  alle  aree  litoranee.  Poiché 
adunque  la  zona  corrugata  ha  un  tale  sviluppo,  occorre  ammet¬ 
tere  che  non  vi  furono  solamente  rivoluzioni  di  masse,  come 
vorrebbe  l’ipotesi  isostatica,  ma  sopratutto  cause,  che  a  detri¬ 
mento  della  potenza  aumentarono  la  superficie  degli  strati  senza 
tuttavia  alterarne  la  compagine  e  determinando  nello  stesso 
tempo  quelle  pieghe  più  volte  ripetute  e  di  varia  grandezza 
nei  diversi  strati,  caratterizzanti  una  individualità  spiccata. 

Perciò  si  può  affermare  che,  qualunque  sia  la  causa  oro¬ 
genetica,  è  certo  che  essa  ha  agito  nel  senso  della  stratifica¬ 
zione  attraverso  a  centinaia  di  chilometri,  determinando  lo  scor¬ 
rimento  di  queste  masse  le  une  sulle  altre 1  2  e  fu  così  poderosa 
da  interessare  in  questo  senso  intere  formazioni  sedimentarie, 
vincendo  con  relativa  facilità  l’enorme  attrito,  reso  d’altronde 
assai  minore  dall’alta  temperatura  e  dalle  condizioni  fisiche 
particolari  nelle  quali  si  trovano  le  masse  profonde,  dove  sono 
in  giuoco  forze  di  tale  intensità  da  rendere  quasi  trascurabili 
le  azioni  molecolari.  Il  moto  delle  rocce  superficiali  quindi 
avrebbe,  esaurendosi  in  profondità,  potuto  compiersi  con  quella 
medesima  facilità  con  la  quale  noi  potremmo  supporre  la  serie 
moventesi  su  un  piano  costituito  di  masse  libere  di  rotazioni 
e  di  rivoluzioni  in  ciclo  chiuso. 


1  Le  forze  isostatiche  sono  inoltre  forze  inadeguate  alle  forze  oroge¬ 
netiche,  poiché  queste  dimostrano  di  avere  un  valore  così  elevato  e  di¬ 
retto  per  di  più  tangenzialmente  alla  stratificazione,  che  risostasi  non  po¬ 
trebbe  assolutamente  nè  ammettere  nè  spiegare. 

2  Non  è  possibile  negare  che  le  forze  orogenetiche  piegando  gli  strati 
abbiano  ad  imprimere  ad  essi  movimenti  vari  in  senso  verticale  ed  in 
senso  orizzontale;  perciò  quando  si  studiano  i  bradisismi  bisogna  tener 
conto  che  il  movimento  verticale  rilevato  non  è  che  apparente  e  che  un 
rigoroso  ed  importante  studio  di  questi  fenomeni  si  avrebbe  soltanto 
quando  si  tenesse  conto  anche  della  componente  orizzontale. 


30 


454 


Ci.  CAPEDER 


L’ipotesi  isostatica  implica  poi  continuità  di  azione,  mentre 
invece  lo  studio  delle  montagne  mette  in  notevole  evidenza  l’in¬ 
termittenza  delle  cause  che  le  hanno  formate. 

Se  adunque  l’isostasi  non  ci  soddisfa  e  non  serve  a  rivelarci 
la  causa  della  orogenesi,  quali  saranno  gli  argomenti  coi  quali 
potremo  sostenere  un’  ipotesi  che  pel  momento  possa  servire  a 
darci  ragione  di  queste  misteriose  forze? 

La  difficoltà  della  risposta  è  tale  che  io  sarei  in  procinto 
di  far  punto  e  di  rimandare  la  scabrosa  discussione,  pel  timore 
di  esporre  delle  ipotesi  che  si  allontanino  dalla  verità  assai  più 
di  quello  che  sembra  avvenire  per  quelle  già  formulate  e  di¬ 
scusse. 

Ma  mi  sorregge  il  pensiero  che  io  posso  invocare  l’autorità 

dei  migliori  geologi  per  quei  postulati  discutibili,  sui  quali  credo 

di  poter  fondare  le  basi  della  ipotesi  e  che  d’altronde,  essen- 

* 

domi  già  occupato  or  fa  qualche  anno  dello  stesso  argomento 
ed  avendo  manifestato  analoghe  idee,  io  ora  le  abbia  a  dimo¬ 
strare  non  del  tutto  errouee  coi  nuovi  fatti  indagati. 

* 

*  * 

Le  forze  tangenziali  non  possono  nascere  che  dalla  depres¬ 
sione  di  estese  anticliuali.  Questa  è  l’ipotesi  dei  primi  geologi 
che  discussero  l’orogenesi.  Infatti  essi  compresero  che  l’enorme 
lavoro  meccanico  da  queste  forze  spiegato  e  sopratutto  l’enorme 
resistenza  che  esse  possono  vincere,  non  poteva  avere  origine- 
dalia  semplice  forza  di  gravità  che  opera  sulla  verticale,  ma. 
occorreva  far  intervenire  condizioni  che  ne  aumentassero  enor¬ 
memente  l’intensità  e  che  dessero  origine  a  componenti  ch& 
agiscono  nel  senso  stesso  della  stratificazione.  Essi  però  a  spie¬ 
gare  la  necessaria  depressione  delle  anticliuali  invocarono  a 
torto  la  contrazione  del  nucleo. 

La  crosta  terrestre,  come  un’immensa  volta,  non  più  soste¬ 
nuta  dal  nucleo,  avrebbe  dato  origine  alle  forze  tangenziali.  Se 
ciò  fosse  vero,  cioè  se  fosse  realmente  possibile  la  sola  contra¬ 
zione  del  nucleo  e  non  della  crosta  che  l’ involge,  l’orogenesi 
sarebbe  meravigliosamente  spiegata. 


PROBLEMA  OROGENETICO  E  TEORIA  DELL’lSOSTASI  455 

Infrattanto  quello  che  a  me  preme  di  mettere  in  rilievo,  si 
è  che  dalla  depressione  di  una  serie  di  strati  sottili,  indipen¬ 
denti,  piegati  ad  anticlinale,  possano  seguire  poderose  pressioni 
laterali  dirette  nel  senso  della  stratificazione. 

Dato  infatti  un  sistema  rigido  ABC  fisso  in  B,  scorrevole 
in  C  lungo  il  piano  BR  e  deformabile  in  A,  una  forza  di  in¬ 


tensità  AD  qualunque,  potrebbe  far  equilibrio  nel  punto  C  ad 
una  resistenza  CR,  come  risulta  dai  parallelogrammi  BCAD, 
CERF.  Ora  CR  potrà  essere  minore,  eguale  o  maggiore  di  AD 
col  variare  dell’angolo  BAC  da  0°,  nel  qual  caso  CR  è  uguale 
a  0,  a  180°,  nel  qual  caso  CR  ha  un  valore  infinito. 

E  ciò  risulta  dai  parallelogrammi  BCAD,  CERF,  dove  le 
componenti  AB,  AC  hanno  lo  stesso  effetto  della  AD  e  le  com¬ 
ponenti  CR,  CF  lo  stesso  effetto  della  CE,  che  è  uguale  ad  AC, 
che  è  a  sua  volta  una  delle  componenti  della  AD.  Ma  la  com¬ 
ponente  CF,  essendo  perpendicolare  per  costruzione  al  piano  di 
scorrimento  BR  supposto  indeformabile,  soltanto  l’altra  compo¬ 
nente  CR  avrà  l’effetto  di  determinare  lo  scorrimento  del  punto  C 
sul  piano  e  quindi  rappresenta  in  grandezza  la  resistenza  alla 
quale  la  forza  AD  potrà  far  equilibrio  nel  senso  di  BR. 

Così  un’anticlinale  formata  da  una  serie  numerosa  di  strati 
indipendenti,  sottili  in  rapporto  all’ampiezza,  avrà,  per  sovrac¬ 
carico,  la  tendenza  a  deprimersi,  come  il  sistema  rigido  ABC, 
con  scorrimento  di  una  delle  sue  basi  o  di  tutte  due,  supe¬ 
rando  resistenze,  che  saranno  inversamente  proporzionali  allo 
spazio  percorso.  In  tal  modo  la  sola  gravità,  che  sollecita  le 
masse  sovraincombenti  l’anticlinale  a  cadere  sulla  verticale, 
potrà  far  superare  resistenze  tangenziali  agli  strati,  che  sono 
di  parecchie  centinaia  di  volte  superiori  e  potremo  assistere  a 
spostamenti  di  massa,  che  si  compiono  parallelamente  alle  su- 
perfici  di  stratificazione. 


456 


tì.  CAPEDER 


Però  le  forze  orogenetiche  accennano,  con  il  poderoso  spo¬ 
stamento  di  masse,  non  solo  ad  una  elevata  intensità,  ma  ad 
una  intermittenza  e  ad  un  valore,  che  l’accennata  condizione 
di  cose  non  sarebbe  sufficiente  a  spiegare.  Occorre  adunque  am¬ 
mettere  che  questo  fenomeno  abbia  potuto  ripetersi  a  più  riprese, 
ad  intervalli  diversi,  come  vogliono  le  nostre  montagne  che  hanno 
tutti  i  caratteri  che  accennano  ad  una  periodicità  delle  forze 
che  le  hanno  originate. 

La  necessità  di  rendere  il  fenomeno  studiato  ciclico  non  è 
dunque  troppo  artificiale  ed  io  accennerò  a  quelle  condizioni  che 
sembrano  più  probabili,  perchè  una  anticlinale,  depressa  pel  so¬ 
vraccarico,  possa  rigenerarsi  più  volte,  dando  cosi,  ad  inter¬ 
valli,  origine  a  spinte  colossali,  che  sommate,  ci  rendono  spie¬ 
gabile  l’ampiezza  del  corrugamento. 

Intanto  è  evidente  che  le  aree  emerse,  pel  principio  che  ad 
ogni  azione  è  uguale  e  contraria  la  reazione,  dovranno  eserci¬ 
tare  una  contropressione  tangenziale  alla  stratificazione  sulle 
zone  sedimentarie  sommerse,  così  che  queste  si  troveranno  sempre 
compresse  da  ogni  lato. 

Che  cosa  avverrà  dunque  se  una  serie  sedimentaria  andrà 
formandosi  per  lenta  sovrapposizione?  Quello  a  cui  l’Herschell, 
il  Reade,  il  See,  il  Kelvin  attribuiscono  esclusivamente  l’ori¬ 
gine  delle  forze  orogenetiche  e  cioè  l’espansione  delle  masse 
profonde,  pel  sollevarsi  delle  isogeoterme. 

Allora  le  masse  sedimentarie  debbono  altresì  per  l’alta  tem¬ 
peratura  metamorfizzarsi,  ed  a  cagione  della  sfericità  del  globo, 
la  loro  espansione  si  dovrà  manifestare  in  un  incurvamento  degli 
strati,  preferibilmente  verso  l’alto,  ad  anticlinale,  essendo  da 
questa  parte  minore  la  resistenza  e  minore  anche  che  nel  senso 
della  stratificazione.  Si  andranno  formando  così  una  o  più  anti- 
clinali  sommerse  “.  Trovandosi  poi  le  rocce  profonde  in  equili- 

1  E  ragionevole  ammettere  die  l’anticlinale  orogenetica  sia  dovuta 
alla  dilatazione  termica  degli  strati,  ma  pur  tuttavia  non  è  possibile  esclu¬ 
dere  gli  effetti  che  su  questo  fenomeno  eserciterebbero  i  lentissimi  moti 
epirogenici  cui  possono  essere  soggetti  i  continenti,  i  quali  avvicinan¬ 
dosi,  allontanandosi,  emergendo  o  sommergendo,  potrebbero  favorire  il 
formarsi  delle  iniziali  pieghe  sommerse,  sulle  quali  poi  la  sedimentazione 
ne  provocherà  la  emersione  in  catene. 


PROBLEMA  OROGENETICO  E  TEORIA  DELL’lSOSTASI  457 

brio  solido  per  pressione,  a  cagione  del  grande  valore  del  coef¬ 
ficiente  di  attrito  e  della  diminuzione  della  compressibilità  col- 
l’aumentare  della  pressione,  potranno  avvenire,  sotto  la  curva 
anticlinale  formatasi,  variazioni  tali  di  pressione  che  sarà  possi¬ 
bile  la  liquefazione  di  quelle  masse  profonde,  nelle  quali  sarà 
anche  di  tanto  diminuita  la  rigidità,  che  pur  sopportando  in 
parte  la  curva  anticlinale,  permetterà  a  questa  di  compiere  estesi 
movimenti.  Aggiungasi  che  il  vapor  d’acqua,  colla  sua  forza 
espansiva,  potrà  accentuare  detta  curva,  fino  all’equilibrio  col 
peso  delle  nuove  masse  sedimentarie  che  frattanto  continueranno 
a  sovrapporsi.  Evidentemente  durante  tale  fase  il  fondo  del  mare 
andrà  diminuendo  di  profondità  più  rapidamente  di  quello  che 
comporti  la  sedimentazione  e  ciò  pel  sollevarsi  di  detta  anti¬ 
clinale. 

In  queste  condizioni  dovranno  comparire  anche  fenomeni  di 
diastrofismi,  perchè  l’aumento  di  superficie  degli  strati  esterni 
sia  compatibile  con  la  superficie  degli  interni,  a  causa  dell’in¬ 
curvamento.  Ed  il  metamorfismo  e  i  fenomeni  concomitanti  con¬ 
solideranno  col  tempo  gli  strati  e  riempiranno  ogni  vacuo  del- 
l’anticlinale  E 

Questa  fase  lentissima  sarà  contemporanea  alla  sedimenta¬ 
zione,  la  quale  intanto  andrà  a  poco  a  poco  aumentando  il 
sovraccarico.  Ma  avverrà  un  momento  nel  quale  il  peso  dei  sedi¬ 
menti  sarà  tale,  da  poter  vincere  le  forze  che  si  oppongono 
alla  depressione  della  anticlinale,  e  cioè  le  resistenze  elasti¬ 
che,  che  finora  hanno  impedito  che  la  dilatazione  potesse  com¬ 
piersi  senza  che  avvenisse  l’incurvamento.  Comincierà  allora  la 
depressione  lenta  della  curva  anticlinale  orogenetica,  depres¬ 
sione  che  dovrà  seguire  il  sovraccarico,  così  che  il  mare  du¬ 
rante  questa  fase  dovrà  conservare  una  profondità  pressoché 

1  La  curva  anticlinale  evidentemente  può  essere  unica,  nel  qual  caso 
si  dovranno  avere  alla  base  due  sinclinali,  oppure  può  essere  formata  da 
molte  anticlinali  e  sinclinali.  Riguardo  alla  origine  delle  forze  orogene¬ 
tiche,  poco  importa  che  si  formino  per  effetto  della  dilatazione  degli  strati 
molte  anticlinali  od  una  sola,  poiché  l’effetto  è  analogo  e  le  fenditure, 
che  sono  cagione  del  maggior  aumento  di  superfìcie  quando  le  curve  si 
abbattono,  si  formano  negli  strati  più  esterni  alle  curve,  sieno  esse  anti¬ 
clinali  o  sinclinali. 


458 


G.  CAPEDER 


costante.  Questa  sarebbe  la  fase  orogenetica,  perchè  durante 
questa  fase  le  forze  tangenziali,  che  nascono  dalla  depressione 
della  anticlinale  orogenetica,  possono  eseguire  il  lavoro  mecca¬ 
nico  di  piegare  gli  strati  e  sollevare  le  montagne  \ 

Ora  è  evidente  che  per  iniziare  la  fase  orogenica  occorre 
siano  messe  in  giuoco  forze  assai  superiori  a  quelle  necessarie 
per  mantenerla,  occorrendo  all’inizio  siano  superate  le  enormi 
resistenze  allo  scivolamento,  che  diventano,  appena  iniziato  il 
moto,  molto  minori  pel  calore  sviluppato  per  l’attrito,  che  rende 
senza  dubbio  più  scorrevoli  le  zone  di  contatto  fra  le  masse 
striscianti.  Così  che  il  moto  orogenetico  potrebbe  continuare  anche 
se  la  zona  sedimentaria  anticlinale  non  subisse  per  quel  periodo 
alcun  sovraccarico.  E  la  fase  orogenica  dovrebbe  in  ogni  caso 
essere  più  breve  degli  intervalli,  o  fasi  preparatorie,  per  cui  le 
nostre  montagne  debbono  rivelare  nella  loro  genesi  i  caratteri 
di  essere  dovute  a  diversi  impulsi  orogenici,  relativamente  di 
breve  durata,  separati  da  fasi  di  riposo  più  lunghe. 

Pel  deprimersi  però  della  curva  degli  strati  ad  anticlinale, 
siccome  il  metamorfismo  avrà  di  già  determinato  la  massima 
compattezza  ed  il  riempimento  di  ogni  vano,  dovranno  nascere 
nelle  parti  inferiori  della  serie  delle  fenditure,  mentre  le  parti 
superiori  saranno  soggette  a  forti  compressioni.  Così  a  poco  a 
poco  la  serie  aumenterà  di  superficie  o  meglio  di  lunghezza  nel 
senso  perpendicolare  all’asse  della  anticlinale  e  ciò  per  le  due 
cause  già  esaminate  e  che  qui  riassumo:  1°  per  l’aumento  di 
temperatura,  che  dilatando  specialmente  gli  strati  inferiori  de¬ 
termina  il  formarsi  della  anticlinale;  2°  per  le  fenditure  che 
si  formano,  prima  negli  strati  superiori,  quando  l’anticlinale  si 
solleva  e  poi  negli  inferiori,  quando  l’anticlinale  si  abbassa. 

1  Nelle  zone  corrugate  deve  anche  avvenire  un  diradamento  della 
materia,  ma  ciò  non  a  cagione  del  discarico,  ma  piuttosto  a  causa  del 
corrugamento  stesso.  Questo  diradamento  va  inteso  nel  senso  di  un  allon¬ 
tanamento  delle  varie  parti,  in  modo  che  abbiano  a  formarsi  cavità;  ed 
in  questo  caso  le  montagne  sono  meno  pesanti,  a  parità  di  volume,  degli 
analoghi  sedimenti  non  diradati  e  di  eguale  densità,  e  perciò  per  isostasi 
devono  risultare  più  alte.  Però  non  bisogna  dimenticare  che  pel  dirada¬ 
mento  bisogna  consumare  oltre  che  il  lavoro  necessario  per  vincere  gli 
attriti,  anche  il  lavoro  necessario  per  vincere  il  peso  delle  masse  attra¬ 
verso  quel  maggiore  spazio  verticale. 


PROBLEMA  OROGENETICO  E  TEORIA  DELL’lSOSTASI 


459 


Queste  fenditure  trasversali,  per  la  pressione  verticale  e  pei 
fenomeni  incrostante  e  di  metamorfismo,  lentamente  si  debbono 
riempire  e  si  risolvono  perciò  in  un  aumento  notevole  nello 
sviluppo  della  serie  stratificata,  che  venendo  rigettata  verso  le 
zone  scaricate,  si  ripiega  in  mille  modi  ed  emerge  a  ridosso 
delle  aree  di  più  antico  corrugamento. 

La  depressione  dcll’anticlinale  orogenetica  rappresenta,  come 
abbiamo  veduto,  una  fase  relativamente  assai  rapida,  ma  si  può 
ritenere  che  nella  maggior  parte  dei  casi  essa  sia  mantenuta 
assai  attiva  dal  fenomeno  continuo  della  sedimentazione,  alla 
quale  d'altronde  spetterebbe  sempre  il  compito  di  iniziarla  nuo¬ 
vamente  qualora  essa  avesse  subito  una  interruzione  per  l’au¬ 
mento  brusco  delle  resistenze. 

Avvenuta  poi  la  depressione  dell’anticlinale  sommersa,  la 
fase  orogenetica  subirebbe  la  sosta,  intanto  che  si  preparereb¬ 
bero  le  condizioni  di  un’altra  nuova  fase  orogenetica,  quando 
però  la  sedimentazione  possa  continuare  a  compiersi.  Si  capisce 
che  in  tal  modo,  volta  a  volta,  questi  fenomeni  abbiano  a  mag¬ 
giormente  interessare  gli  strati  più  giovani,  ultimi  a  depositarsi, 
servendo  i  più  vecchi  da  substrato  e  che  per  una  serie  di  oscil¬ 
lazioni  del  fondo  marino,  possano  erigersi  le  montagne,  nello 
stesso  tempo  che  la  profondità  del  mare,  pur  variando  entro 
ampi  limiti,  non  raggiunga  mai  i  valori  estremi  delle  fosse 
abissali,  dove  la  sedimentazione  è  quasi  nulla. 

Il  fenomeno  orogenetico  risulterebbe  dunque  un  fenomeno 
ciclico  e  le  forze  orogenetiche  sarebbero  periodiche  e  dovute  al 
calore  terrestre.  1 

Un’ultima  osservazione  ed  ho  finito. 

Essendo  le  forze  orogenetiche  dovute  non  già  all’isostasi, 
nel  qual  caso  ormai  si  sarebbe  raggiunto  il  massimo  equilibrio 
di  posizione  delle  masse,  ma  alla  depressione  delle  anticlinali 
sommerse,  che  nulla  hanno  a  che  vedere  colla  distribuzione  della 
materia  nel  profondo,  ne  viene  che  i  movimenti  orogenetici 

1  L’energia  capace  di  sollevare  le  montagne  è  dunque  l’energia  ca¬ 
lorifica  che  conserva  la  terra;  con  tale  concetto  perciò  potremo  affermare 
che  il  raffreddamento  terrestre  è  più  rapido  che  se  fosse  dovuto  alla  sola 
irradiazione,  dovendo  una  parte  non  piccola  del  calore  eseguire  il  lavoro 
meccanico  di  sollevare  le  montagne. 


460 


G.  CAPEDER 


dovrebbero  manifestarsi  egualmente,  quand’anche  la  materia 
fosse  uniformemente  distribuita  e  cioè  non  esistessero  dislivelli, 
ma  si  supponessero  però  esistenti  ragioni  di  un  discarico  da 
una  parte  e  di  sovraccarico  dall’altra.  Allora  le  pieghe  si  ma¬ 
nifesterebbero  egualmente,  e  vi  sarebbe  un  moto  di  masse  dalla 
zona  del  sovraccarico  alla  zona  del  discarico  per  le  cause  sopra 
citate  1  ;  ma  naturalmente,  non  esistendo  in  permanenza  la  causa 
del  dislivello,  queste  pieghe  non  potrebbero  emergere  in  mon¬ 
tagne.  La  eterogenea  distribuzione  delle  masse  profonde  invece 
fa  sì  che  possa  conservarsi  il  dislivello  necessario  alla  sedimen¬ 
tazione  e  che  le  pieghe  possano  di  conseguenza  emergere  in 
catene  fino  all’equilibrio  idrostatico,  equilibrio  non  mai  possibile 
a  raggiungere  a  causa  della  denudazione  e  conseguente  sedi¬ 
mentazione. 

L’energia  necessaria  al  movimento  orogenetico  in  questo  caso 
sarebbe  l’energia  di  posizione  delie  masse  sedimentarie,  acqui¬ 
stata  nella  curva  antic liliale  per  effetto  dei  fenomeni  di  dila¬ 
tazione,  di  metamorfismo  e  incrostazione,  nonché  l’energia  dovuta 
al  naturale  sovraccarico  e  conseguente  discarico  delle  aree.  Vi 
contribuirebbero  perciò  il  calore  terrestre  e  il  calore  solare. 

Evidentemente  a  queste  condizioni  non  risponde  il  fenomeno 
isostatico. 


1  Se  si  avesse  una  superficie  piana  e  vi  fosse  sovraccarico  in  un 
punto  e  conseguente  discarico  in  un  altro  punto,  avverrebbe  anche  il 
moto  isostatico  con  partecipazione  dei  materiali  medesimi  del  sovracca¬ 
rico,  ma  in  tal  caso  l’energia  a  questo  moto,  sarebbe  data  dal  lavoro 
consumato  ad  operare  il  sovraccarico,  perchè  la  superficie  è  intesa  ini¬ 
zialmente  in  ogni  punto  perpendicolare  alla  forza  di  gravità. 

In  natura  invece,  ove  sonvi  dei  dislivelli,  il  sovraccarico  avviene 
spontaneamente,  perchè  le  superfici  su  cui  si  muovono  le  rocce  alluvio¬ 
nali  sono  inclinate  rispetto  alla  forza  di  gravità  e  perciò  le  rocce  cadono 
lungo  il  piano  inclinato  trascinate  dalle  acque  correnti;  ma  appunto  per 
questo  la  reazione  a  detto  sovraccarico  non  si  può  compiere  che  nel  caso 
in  cui  sieno  in  tal  moto  interessate  anche  le  rocce  profonde,  causa  del 
dislivello.  In  ogni  altra  condizione  il  moto  isostatico  è  impossibile  e  se 
questo  moto  si  osserva,  occorre  per  esso  invocare  altre  cause  che  non  la 
sola  gravità. 


PROBLEMA  OROGENETICO  E  TEORIA  DELL’iSOSTASI 


461 


* 

*  4= 

Alla  origine  delle  forze  orogenetiche  presiederebbero  adun¬ 
que  i  supposti  fenomeni  : 

1°  Erosione  delle  aree  emerse  e  sedimentazione  sulle  aree 
sommerse. 

2°  Sollevamento  graduale  delle  isogeoterme,  dilatazione  degli 
strati,  incurvamento  verso  l’alto,  fenomeni  di  diastrofismo,  fes- 
suramento  delle  zone  distese,  riempimento  e  metamorfismo. 

3°  Depressione  della  anticlinale,  contemporanea  orogenesi, 
nuovi  fenomeni  di  diastrofismo,  fessuramento  delle  zone  distese, 
nuovo  riempimento  e  metamorfismo. 

4°  Sosta  nelle  forze  orogenetiche,  continua  la  sedimentazione 
e  s’inizia  un  nuovo  ciclo. 

I  quali  fenomeni  possono  essere  così  riassunti  : 

Energie  varie,  fra  le  quali  mettiamo  in  prima  linea  il  calore 
terrestre,  che  provoca  la  dilatazione  termica  degli  strati  ed  i 
moti  epirogenici  delle  grandi  masse,  hanno  determinato  il  for¬ 
marsi  di  ampie  curve  sommerse,  preferibilmente  nelle  aree  della 
sedimentazione .  Queste  ampie  curve  si  sono  depresse  pel  sovrac¬ 
carico,  ed  aumentando  di  superficie  pel  fratturamento  della  serie 
e  successivo  riempimento,  si  manifestarono  nelle  aree  del  disca¬ 
rico,  accavallandosi  a  ridosso  degli  ostacoli,  che  sono  general¬ 
mente  più  antiche  catene.  Il  movimento  orogenetico  solo  interessa 
così  gli  strati  più  giovani,  mentre  le  cause  del  dislivello  fra  i 
continenti  e  gli  oceani  si  mantengono  pressoché  invariate  nel 
tempo,  a  cagione  della  enorme  rigidità  delle  masse  profonde. 


|ms.  pres.  10  ott.  -  ult.  bozze  14  dee.  1912]. 


IL  MONTE  GARDIO 


» 


$ 

Nota  di  don  C.  Bonomini 


Il  Tilman  1  parlando  della  tettonica  della  parte  west  della 
linea  Ombriano-Irma,  scrive:  «  Eine  deutliche  Langstorung 
durclisetzt  das  Valle  Trompia  gleicli  obeval  Aiale.  und  scheint 
inir  den  Wengener  Riffkalk  den  Dorf  Magno  d’Irma  tragt,  in 
Suden  abzusckneiden.  Eine  Verlangerung  in  Valle  d’Irma  auf- 
wàrts  Hess  sicli  nicht  nachweisen.  Villeicht  werden  die  Unter- 
suclmngen  aufder  Westseite  des  Valle  Trompia  am  Monte  Gardia 
und  in  Morina  Tal,  mehr  Licht  auf  die  so  unklaren  Veralt- 
nisse  werfen  ». 

Ciò  fu  che  mi  fece  nascere  il  proposito  di  studiare  il  Monte 
Gardio.  L’estensione  dell’area  studiata  è  poco  estesa  (9  km.2 
circa),  e  le  formazioni  geologiche  vanno  dal  Muschelkalk  al 
Reibl.  E  innanzi  tutto  debbo  qui  ringraziare  l’egr.  prof.  Caccia¬ 
mali  il  quale,  durante  le  mie  brevissime  escursioni,  mi  fu  largo 
di  consigli  e  di  aiuti. 


STRATIGRAFIA. 

Il  Gardio  o  Gardia,  come  si  vuole,  è  alto  883  m.  sul  1.  m. 
e  lo  schizzo  geologico  qui  annesso  dà  la  posizione  topografica 
delle  località  nominate  in  questo  breve  studio.  Il  Curioni  2 
scrive  :  «  Percorrendo  la  strada  elevata  che,  dal  passo  di  Ma- 

1  Tilman  N.,  Telctonische  Studien  in  Triasgebirge  des  Val  Trompia, 
Bonn,  1907. 

2  Curioni  G.,  Geologia  applicata  alle  Provincie  Lombarde,  voi.  I, 
pag.  177. 


IL  MONTE  CARDIO 


468 

donna  della  Croce  (fra  .Roccolo  e  il  Santuario),  dividente  la 
Valle  Trompia  dalla  Valle  di  Pezzaze  conduce  ad  Eto,  si  in¬ 


contra,  passati  i  porfidi,  qualche  lembo  di  calcare  farinoso,  e 
dopo  si  manifestano  le  calcaree,  da  prima  in  grossi  banchi, 
indi  in  banchi  sottili.  Ad  Eto  il  terreno  è  costituito  di  calcari 
molto  argillosi  di  vario  colore,  contenenti  noduli  simili  a  quelli 
tanto  frequenti  nelle  argille  calcifere  di  Giorno  ».  Quanto  a 


464 


C.  BONOMINI 


Valle  Monna  che  da  Pezzaze  sbocca  a  Lavone,  il  Curioni 
dice  1  :  «  L’ingresso  della  Valle  Morina,  a  Lavone,  è  aperto  in 
mezzo  ad  una  scogliera  di  calcaree  nere  nelle  quali  si  trovano 
traccie  di  alobie.  La  carta  geologica  del  prof.  Taramelli  segna 
al  Gardia  formazioni  triasiche  tracciandole  in  un  sol  colore  e 
vi  indica  porfiriti  in  due  località.  Il  Regazzoni  2  non  parla 
del  Gardio,  e  solamente  fa  menzione  di  un  ammonite  globoso 
rinvenuto  a  Lavone,  tralasciando  però  la  località  ove  fu  rin¬ 
venuto.  L’egr.  prof.  Cacciamali  accenna  al  Gardia  e  ad  altre 
località  per  quel  tanto  appena  che  gli  occorreva  nel  suo  la¬ 
voro  sul  Guglielmo  3.  Non  ho  avuto  mezzo  di  leggere  il  Bitt- 
ner  il  quale,  per  quanto  vecchio,  ha  ancora  del  valore  e  delle 
attendibilità.  Ciò  premesso  accenno  alla  parte  stratigrafica  e 
sarò  breve  sulle  singole  formazioni. 

Muschelkalk.  —  Abbiamo  al  Gardio  due  piani  del  Mu- 
schelkalk;  l’inferiore  ed  il  superiore,  e  l’inferiore  credo  lo  si 
possa  suddividere  in  due  orizzonti.  L’orizzonte  inferiore  con¬ 
prende  degli  strati  compatti,  grossi,  neri,  calcareo-selciosi  con 
venature  bianche  con  rare  chiazze  gialle.  Essi  affiorano  in 
Valle  Morina  e  si  potrebbe  giudicarli  appartenenti  al  Buchen- 
stein  forse,  e  ne  hanno  i  caratteri  nella  sua  parte  selciosa,  ma 
dal  complesso  io  ascrivo  questi  strati  al  Muschelkalk  inferiore. 
Questi  strati  affiorano  sulla  strada  carrozzabile  di  Val  Morina,  a 
poco  meno  di  mezzo  km.  da  Lavone.  L’orizzonte  superiore 
comprende  i  calcari  bruno-nerastri,  polverinosi,  solcati  da  striscie 
di  materia  gialla.  Talvolta  quest’orizzonte  comprende  calcari  sci¬ 
stosi  e  d’apparenza  conglomeratica  pei  ciottoli  o  bernoccoli  selciosi 
compresi.  La  calcarea  farinosa  del  Curioni  non  è  che  il  calcare 
del  Muschelkalk  cariato  e  cavernoso  a  contatto  con  la  porfirite 
Reibliana  in  prossimità  del  Roccolo.  In  tale  orizzonte  io  rin¬ 
venni  i  seguenti  fossili  :  Terebratula  cenottyris  (Schlott)  vulga- 
ris,  Aviculopectm  (?)  sp.,  Encrinus  lillyformis,  Rhynchonella 
decurtata  Girard  sp.,  Spiriferina  sp.  Tali  fossili  li  rinvenni  in 

1  Curioni  G.,  op.  cit.,  voi.  I,  pag.  178. 

2  Regazzoni  G.,  Profilo  Geognostico  delle  Alpi,  nota  spiegati  va,  pag.  28, 
n.  356. 

3  Cacciamali  prof.  G.  B.,  Il  Grappo  del  Guglielmo,  Ateneo  di  Bre¬ 
scia,  28  aprile  1912. 


IL  MONTE  GARDIO 


465 


località  diverse,  ed  anche  in  una  medesima  roccia.  Per  quanto 
questi  fossili  mi  fossero  noti,  meno  l’aviculopecten,  volli  tut¬ 
tavia  per  mia  maggior  sicurezza  farli  determinare.  Difatti  al¬ 
cune  terebratule  mi  furono  determinate  dall’egr.  prof.  Parona, 
e  gli  altri  fossili,  con  alcune  altre  terebratule,  mi  furono  clas¬ 
sificati  dall’egregio  e  gentilissimo  prof.  Tommasi.  Ai  due  va¬ 
lenti  professori  rendo  qui  pure  i  miei  ringraziamenti. 

Al  Gardio,  oltre  i  due  piani  ora  descritti,  avvi  pure  il 
Muschelkalk  superiore.  Esso  consta  di  una  roccia  nera,  compatta, 
calcarea  più  che  selciosa,  con  venature  spatiche  bianche  e  scre¬ 
ziature  gialle,  e  si  presenta  anche  a  facies  bernoccoluta.  Tale 
roccia  affiora  ad  Agliai  a  pochi  metri  dalla  strada,  in  un  ca¬ 
sino  nuovo  costrutto  dal  materiale  di  tale  roccia.  Più  in  su 
va  a  nascondersi  sotto  le  zolle  erbose  e  fra  i  boschi  ed  io  non 
le  tenni  dietro.  Della  genesi  delle  vene  spatiche  bianche  sol¬ 
canti  spesse  volte  i  calcari  e  così  frequenti  nei  calcari  del 
Muschelkalk,  è  spiegato,  come  ognuno  sa,  dal  Lubboe  '. 

Buchenstein.  —  Come  il  Muschelkalk  così  il  Buchenstein 
va  diviso  in  due  piani.  All’inferiore  appartengono  i  calcari 
scistosi  neri  ed  i  bernoccoluti,  ed  al  superiore  vanno  assegnati 
i  calcari  alternanti  con  la  selce  verde  sfaldantesi  in  minute 
scagliette  ed  i  scisti  marnosi.  Il  piano  superiore  l’abbiamo  ad 
Aiale  e  un  po’  più  oltre  Aiale.  Il  bernoccoluto  del  piano  in¬ 
feriore  non  l’abbiamo  al  Gardio  così  caratteristico  come  a  Mar- 
cheno,  ma  in  alcuni  punti  però  vi  rassomiglia  del  tutto.  A 
Case  Baè,  anzi  un  po’  sopra,  in  una  cava  rinvenni  un  ammo¬ 
nite  globoso  che  l’egr.  prof.  Tommasi  mi  classificò  per  un 
Proarcestes  Marclienanus,  E.  v.  Majis  (?).  Anche  nel  Muschel¬ 
kalk  abbiamo  un  bernoccoluto,  ma  fra  esso  ed  il  bernoccoluto 
dei  Buchenstein  si  nota  subito  una  differenza  marcata.  Difatti 
nel  Buchenstein  i  ciottoli  selciosi  o  bernoccoli  sono  cementati 
tenacemente  da  materia  selciosa,  mentre  nel  Muschelkalk  vi 
sono  uniti  da  materia  calcarea,  spesso  decomposta  in  materia 
polverinosa  gialla.  Di  più:  nel  Buchenstein  gli  elementi  sono 
grossi  come  ciottoli,  mentre  nel  Muschelkalk  essi  sono  (salvo 
rare  eccezioni)  di  minore  grandezza.  Finalmente  nel  bernocco- 


1  Lubboe,  Bellezze  della  Svizzera,  pag.  41. 


466 


C.  B0N0M1N1 


luto  del  Buchenstein  abbiamo  una  tinta  bleu,  serico-lucente, 
la  quale  manca  affatto  nel  bernoccoluto  Muschelkalkiano.  Devo 
qui  notare:  sulla  strada  Lavone-Pezzaze,  nel  punto  in  cui  detta 
strada  fa  un’acuta  risvolta,  scende  dal  Gardio  un  solco  pel 
quale  si  scarica  del  materiale  alluvionale.  L’acqua  piovana  ba 
eroso  il  solco  ed  ha  messo  allo  scoperto  la  roccia  sottostante. 
Quasi  in  cima  a  detto  solco  mi  parve  di  vedervi  far  capolino 
una  roccia  rassomigliante  più  al  Buchenstein.  Quando  la  vidi 
non  ebbi  mezzo  di  imitare  l’esempio  di  S.  Tommaso,  e  quindi, 
lino  a  prova  contraria,  io  non  ascrivo  quella  roccia  al  Buchen¬ 
stein  ma  al  Muschelkalk,  che  constatai  con  terebratule  e  rhyn- 
conelle  a  un  metro  di  distanza,  et  quidem  da  ambi  i  lati  del 
detto  solco.  Se  fosse  Buchenstein,  sarebbe  la  continuazione  e  la 
corrispondenza  di  quello  a  contatto  col  Muschelkalk  di  Aguai, 
e  qui  pure  come  là  sarebbe  nascosto  sotto  il  Reibl. 

Wengen.  —  Il  Wengen  superiore,  ossia  l’Esino  o  Wen- 
gener  Riffkalk  dei  Tedeschi,  manca  al  Gardio,  e  soltanto  ab¬ 
biamo  qui  il  Wengen  inferiore.  Il  Wengen  il  quale  si  mostra 
chiaramente  sottostare  al  Buchenstein  fra  Aiale-Aguai,  è  con¬ 
traddistinto,  oltre  che  dai  suoi  noti  caratteri  petrografici,  da 
una  patina  rosso-ferruginosa,  che  ne  colora  le  testate.  Nei  suoi 
scisti  giallognoli  rinvenni  dei  fossili  che  però  non  fu  possibile 
al  prof.  Parona  di  detoni  inare. 

Reibl.  —  Nel  Gardio  abbiamo  di  assai  sviluppate  le  are¬ 
narie  e  le  marne  rosse  cosi  note  nel  Reibl  superiore  della  Valle 
Trompia.  Presso  il  Roccolo,  con  il  Reibl  troviamo  dei  scisti  e 
delle  scagliette  bleu  quasi  lucenti;  e  sotto  Eto  troviamo  invece 
dei  calcari  marnoso-scistosi  verdognoli. 

Ma  ciò  che  mi  preme  notare  è  questo:  la  prima  volta  che 
fui  al  Gardio,  notai  fra  Crestole  e  Gardio,  subito  dopo  i  casini, 
delle  arenarie  gialle  e  dei  scisti  color  cenere,  e  ritenni  trat¬ 
tarsi  di  Wengen. 

Andatovi  una  seconda  volta,  rinvenni  in  alcuni  posti  fram¬ 
miste  a  detti  scisti  delle  tracce  di  marne  ed  arenarie  rosse 
Reibliane,  e  ne  trovai  pure  a  contatto  del  Buchenstein  presso 
Case  Baè.  Per  tale  ragione,  per  quanto  un  po’  perplesso,  ri¬ 
tengo  che  si  tratti  di  Reibl  inferiore,  invece  che  di  Wengen. 


IL  MONTE  GARDIO 


467 


Inoltre,  salendo  ad  Eto  dal  versante  NE,  rinvenni  arenarie 
gialle  associate  alle  marne  rosse  Reibliane. 

Porfirite.  —  Segno  la  porfirite  nello  schizzo  con  due  li¬ 
neette.  Abbiamo  la  porfirite  Reibliana  in  tre  punti,  ed  è  assai 
diffusa  quella  tra  il  Gfardio  ed  il  Roccolo,  ed  al  Santuario. 
Avvi  anche  della  porfirite  nel  Buchenstein,  sul  fianco  sinistro 
delle  due  Case  Baè. 


TETTONICA. 

La  tettonica  risulta,  in  parte,  chiara  dall’unito  schizzo  nel 
quale  sono  evidenti  tre  fratture.  La  frattura  n.  1  la  troviamo 
a  Savenone  dove  il  Reibl  tocca  i  tufi  del  Servino,  ossia  la  nota 
dolomia  cariata  del  trias  inferiore. 

Ho  segnato  appena  coi  segni  convenzionali  del  Muschelkalk 
tale  dolomia,  essendone  essa  secondo  gli  autori  1  un  membro 
inferiore. 

Questa  frattura  io  l’accenno  soltanto,  ed  è  pure  toccata  dal 
prof.  Cacciamali  nel  suo  lavoro  sul  Guglielmo.  La  frattura  a 
pone  a  contatto  il  Reibl  superiore  col  Muschelkalk  del  Gardio. 
Essa  si  inizia  poco  oltre  Aguai  ;  passa  fra  il  Gardio  ed  il 
Roccolo,  e  si  inoltra  verso  la  Valle  di  Pezzazole.  A  Case  Co- 
logne  (poco  distante  dal  Roccolo)  sparisce  e  va  a  nascondersi 
sotto  lo  sfasciume  ed  il  terreno  prativo  di  Pezzazole,  e  quindi, 
oltre  Case  Cologne,  non  mi  fu  dato  seguirla. 

Il  distacco  fra  il  Reibl  ed  il  Muschelkalk  del  Gardio  non 
è  tanto  quanto  quello  di  Savenone  fra  il  Reibl  e  la  dolomia 
cariata,  ognuno  lo  sa,  ma  non  ha  minore  importanza.  La  più 
complessa  è  la  frattura  b:  seguiamola.  Ad  Aguai  abbiamo 
dunque  il  Muschelkalk:  discendendo  verso  Aiale,  al  Muschel¬ 
kalk  segue  il  Buchenstein  sul  quale  viene  il  Wengen  un  poco 
spostato  rispetto  al  Buchenstein. 

Dopo  il  Wengen,  viene  nuovamente  il  Buchenstein,  di 
modo  che  il  Wengen  viene  a  trovarsi  fra  due  lembi  di  Bu- 

1  Bonarelli  G.,  Guida-itinerario  al  Congresso  geologico  di  Brescia, 
1901.  Profilo  geologico  della  Val  Trompia. 


468 


C.  BONOMINI 


chenstein.  Il  contatto  anormale,  dunque,  fra  il  Wengen  ed  il 
Buchenstein  corrisponde  alla  frattura  b.  Il  Buchenstein  di 
Agnai  pende  a  SO  ;  il  Wengen  che  lo  segue  a  SE,  ed  il  Bu 
chenstein  di  Aiale  invece  a  S.  Anche  le  pendenze  quindi 
hanno  subito  uno  spostamento.  Il  Buchenstein  di  Agliai  ed  il 
Wengen  che  vi  sta  sopra,  ovvero  che  vi  urta  contro,  dovreb¬ 
bero  proseguire  attraverso  il  Gardia  e  venire  a  giorno  in  Val 
Morina,  ma  già  dissi  nel  capitolo  della  stratigrafia  che  fin’ora 
non  ho  elementi  sicuri  da  dover  mettere  il  Wengen  al  posto 
del  Reibl  inferiore,  e  da  dover  segnare  il  Buchenstein  al  po¬ 
sto  del  Muschelkalk,  nelle  due  località  citate.  I  caratteri  petro- 
grafici  sarebbero  del  Buchenstein  ;  la  tettonica  starebbe  tanto 
pel  Buchenstein  come  pel  Muschelkalk,  ma,  fino  a  più  sicuro 
esame,  assegno  Muschelkalk  per  tutto  il  fianco  sinistro  di  Val 
Morina.  Evidentemente  tanto  il  Buchenstein  di  Aguai,  che  il 
Wengen,  vanno  a  nascondersi  sotto  il  Reibl,  e  salendo  ad  Eto 
dal  fianco  NE,  si  vede  chiaro  che  il  Reibl  copre  più  presto  il 
Buchenstein  del  Wengen.  Seguendo  questa  frattura  b,  noi  do¬ 
vremmo  vederla  venire  a  giorno  in  Val  Morina  fra  il  Buchen¬ 
stein  ed  il  Wengen,  ma  invece  essa  affiora  fra  il  Buchenstein 
Aiale-Lavone  ed  il  Muschelkalk  di  Crestole.  Tale  frattura  è 
evidente  ed  è  segnata  da  un  distacco  degli  strati  delle  due  for¬ 
mazioni,  e  per  vederla  bisogna  portarsi  appena  fuori  dell’abi¬ 
tato  di  Lavone,  sull’antica  strada  (ora  mulattiera)  Lavone-Pez- 
zaze.  Non  deve  sorprendere  .se  faccio  affiorare  tale  frattura  fra 
il  Buchenstein  ed  il  Muschelkalk,  poiché,  come  vedremo,  il 
Muschelkalk  di  Crestole  non  è  che  Muschelkalk  di  copertura. 
Difatti  :  la  prima  volta  ch’io  fui  al  Gardio,  pensando  alla  pre¬ 
senza  del  Muschelkalk  fra  due  lembi  di  Reibl,  ricorsi  alla 
teoria  di  una  falda,  e  siccome  mi  era  nota  la  falda  dell’Ario 
rilevata  dal  Tilman  ',  e  quella  del  Guglielmo  rilevata  dal 
prof.  Cacciamali 1  2,  supposi  allora  che  le  due  falde  non  fossero 
che  un’unica  falda  della  quale  facesse  parte  il  Gardio. 

Poi  mi  risolsi  a  credere  che  le  due  falde  fossero  distinte, 
e  che  quella  del  Monte  Ario  avesse  le  sue  radici  a  Collio  ove 

1  Tilman  N.,  op.  cit. 

2  Prof.  Cacciamali,  op.  cit. 


IL  MONTE  GAUDIO 


463 


abbiamo  il  Trias  inferiore  rovesciato,  mentre  quella  del  Gu¬ 
glielmo  ha  le  sue  radici  a  Savenone.  Così  ora  io  credo  che  il 
piccolo  lembo  di  Muschelkalk  indicato  dubitativamente  dal  Til- 
man  sul  lato  N  del  Castello  dell’Asino,  sia  un  avanzo  della 
fronte  della  falda  delTArio,  e  il  Muschelkalk  del  Monte  Gardio 
sia  corrispondente  all’ala  inferiore  della  falda  del  Guglielmo, 
in  modo  che  il  Crestole  ne  risulti  la  fronte.  Invero  la  costitu¬ 
zione  di  Crestole  sembra  quasi  risultante  di  una  serie  di  strati 
piegati,  raddrizzati,  rovesciati,  disordinati,  come  arrestati  e  co¬ 
stretti  a  scomporsi  dinanzi  ad  una  forza  che  ne  ostacolasse  la 
marcia.  Al  Crestole  poi  gli  strati  di  Muschelkalk  si  mostrano 

V 

ripiegati  all’insù.  E  avvenuto  al  Gardio  il  fatto  riscontrato  dal 
prof.  Cacciamali  nella  Valle  di  Pezzoro  \  ove  le  forze  meteo¬ 
riche  hanno  abraso  il  Muschelkalk  mettendo  allo  scoperto  il 
Reibl  e  formando  la  valle  relativa.  Come  in  Val  di  Cologne  così 
al  Gardio  le  forze  meteoriche  hanno  abraso  il  Muschelkalk 
mettendo  allo  scoperto  il  Reibl  e  formando  la  depressione 
Gardio-Eto,  indi  la  valletta  Eto^Aiale.  Mentre  poi  l’abrasione 
del  Muschelkalk  ha  messo  allo  scoperto  il  Reibl,  sotto  il  Reibl 
sono  rimasti  nascosti  il  Wengen  ed  il  Buchenstein  di  Aguai- 
Aiale. 

Un  disturbo  tettonico  si  riscontra  pure  poco  al  disotto  di 
Aiale.  Passato  Aiale  dove  avvi  il  Buchenstein  superiore  colla 
nota  selce  verde  scistosa,  si  ripetono  i  calcari  selciosi  scistosi 
neri  ai  quali  fanno  seguito  i  noti  calcari  bernoccoluti,  che  af¬ 
fiorano  a  Lavone.  In  corrispondenza  del  ripetersi  dei  citati  calcari 
anche  la  pendenza  degli  strati  muta  direzione.  E  l’Esino  del 
Tilman?  al  Gardio  l’Esino  non  lo  rinvenni,  e  nemmeno  sul 
fianco  sinistro  di  Val  Morina.  Esso,  secondo  il  prof.  Cacciamali, 
forma  invece  la  copertura  di  Monte  Pergua,  sul  fianco  destro 
di  Val  Morina.  Non  comprendo  come  il  Tilman,  che  pure  sa 
bene  rilevare  le  varie  formazioni,  si  sia  ingannato  sulla  costi¬ 
tuzione  del  Pergua  al  quale  assegna  non  Esilio,  ma  dolomia  prin¬ 
cipale.  Difatti  a  pag.  44  dell’op.  cit.  scrive  :  «  Auf  der  Westseite 
des  Valtrompia  fallt  der  Haupdolomit  vom  Monte  Pergua, 

1  Prof.  Cacciamali,  op.  cit.  —  Anche  il  prof.  Cacciamali  pone  al 
Gardio  la  copertura  di  Muschelkalk. 


31 


470 


C.  BONOMINI 


li.  s.  w.  ».  Eppure  egli  ha  letto  il  Bonarelli  nel  suo  Profilo  della 
Valtrompia,  il  quale  assegna  al  Pergua  dolomia  Esiniana. 

È  l’Esino  del  Pergua  in  corrispondenza  con  quello  rilevato 
dal  Tilman  a  Magno  d’Irma?  non  mi  pare.  Come  l’Esino  di 
Monte  Pergua  corrisponde  al  substrato  della  falda  del  Guglielmo 

(gamba  superiore),  potrà  l’Esino  di  Magno  d’Irma  corrispon- 

\ 

dere  al  substrato  della  falda  medesima  (gamba  inferiore)?  E 
quanto  io  non  posso  asserire,  perchè  non  volli  uscire  dai  li¬ 
miti  di  un  breve  studio,  il  quale  non  è  uno  studio  completo, 
ma  solamente  un  breve  contributo  sulla  geologia  e  sulla  tetto¬ 
nica  di  Monte  Gardio. 


[ras.  pres.  27  ott.  -  ult.  bozze  14  dee.  1912]. 


INDICE 


DELLE  MATERIE  CONTENUTE  NEL  VOLUME  XXXI 


Atti  della  Società 

FASC.  PAG. 

1-2.  Consiglio  direttivo  per  l’anno  1912 .  ni 

Elenco  dei  Presidenti .  iv 

Elenco  dei  Soci: .  » 

Soci  onorari . .  » 

Soci  perpetui .  » 

Soci  residenti  in  Italia  1 .  v 

Soci  residenti  all’estero .  xm 

Elenco  dei  cambi .  xiv 

Resoconto  dell’adunanza  generale  invernale  (A.  Verri)  xxi 

Approvazione  dei  verbali  delle  adunanze  tenute  a 

Lecco  e  Milano  nel  Settembre  1911 .  xxii 

Comunicazioni  della  Presidenza .  xxm 

Ammissione  di  nuovi  Soci .  xxvi 

Bilanci  sociali .  - .  xxvn 

Elezione  dei  Commissari  pel  bilancio .  xl 

Proposta  di  nomina  di  una  Commissione  incaricata 
della  revisione  e  coordinamento  del  Regolamento 

per  le  pubblicazioni .  xli 

Designazione  della  sede  per  l’adunanza  estiva  .  .  » 

Presentazione  delle  pubblicazioni  giunte  in  omaggio 

alla  Società .  xliii 

1  In  relazione  al  disposto  neil’art.  2  (n)  del  Regolamento  generale, 
a  pag.  vni  si  aggiunge: 

1883.  Di  Rovasenda  cav.  Luigi.  Sciolze  (Torino). 


472 


INDICE 


FASC.  PAG. 

1-2.  Comunicazioni  scientifiche  e  presentazione  di  lavori 

per  l’inserzione  nel  Bollettino . .  xlv 

Affari  eventuali .  l 

3-4.  Resoconto  dell’adunanza  generale  estiva  (A.  Verri)  .  .  lui 

Circolare  di  convocazione .  » 

Programma .  lv 

Sommario  del  Congresso .  lix 

Adunanza  inaugurale .  lxi 

Discorso  del  Rappresentante  il  Municipio  di  Spoleto.  » 

Discorso  del  Rappresentante  S.  E.  il  Ministro  di  Agri¬ 
coltura  .  » 

Discorso  del  Presidente .  lxii 

Discorso  del  prof.  Taramelli .  lxviii 

Adunanza  delli  11  settembre .  lxix 

Approvazione  dei  verbali  delle  adunanze  del  set¬ 
tembre  1911  e  dell’adunanza  del  31  marzo  1912 .  » 

Comunicazioni  della  Presidenza .  lxxii 

Bilanci .  lxxvi 

Ammissione  di  nuovi  Soci .  lxxviii 

Pubblicazioni  venute  in  dono  ed  in  omaggio .  .  .  lxxix 

Comunicazioni  scientifiche  e  presentazione  di  lavori 

pel  Bollettino .  lxxxiii 

Elezioni  alle  cariche  sociali .  xcvi 

Affari  eventuali .  xcvii 

Adunanza  del  14  settembre .  xcvm 

Delegazione  al  Consiglio  per  l’approvazione  del  nuovo 

Regolamento  per  le  pubblicazioni .  » 

Ringraziamenti  .  xcix 

Commemorazione  del  Socio  prof.  G.  Spezia  (L.  Colomba).  chi 

»  »  prof.  F.  Bonetti  (E.  Clerici).  cxxvii 

»  »  ing.  A.  Statuti  (A.  Neviani).  cxxxiii 

»  »  (Jdtt.  E.  Forma  (E.  Dervieijx).  cxxxviii 

Escursione  9  settembre  nei  dintorni  di  Spoleto  (P.  Prin¬ 
cipi) .  CXLI 

Escursione  10  settembre  a  Norcia  (P.  Principi).  .  .  .  cxlvi 

Escursione  11  settembre  alle  fonti  del  Clitunno  ed  alla 

cava  di  Bovara  presso  Trevi  (L.  Fiorentin)  ...  cl 

Escursione  12  settembre  a  Schifanoia  (C.  Pilotti).  .  .  cliii 


INDICE  473 

FASC.  PAG. 

3-4.  Escursione  13  settembre  ad  Assisi  ed  al  monte  Subasio 

(P.  Principi) .  cliv 

Sulle  escursioni  della  S.  G.  I.  nell’Umbria  (A.  Verri).  clx 

Statuto  della  S.  G.  I.  1 .  clxxxi 

Regolamento  generale .  clxxxiii 

Anno  sociale,  Consiglio  direttivo .  » 

Presidente,  Vice  Presidente,  Segretario,  Vice  Segre¬ 
tari,  Tesoriere .  clxxxiv 

Archivista,  Soci .  clxxxv 

Pubblicazioni .  clxxxvi 

Cambi  ed  omaggi,  Commissione  del  bilancio,  Commis¬ 
sione  per  le  pubblicazioni,  Modificazioni  dello  Sta¬ 
tuto,  Timbro  della  Società . clxxxvii 

Regolamento  per  le  pubblicazioni . clxxxvi ii 

Accettazione  delle  memorie .  » 

Inserzioni  nei  verbali  delle  adunanze .  » 

Ordine  nell’inserimento  delle  memorie  nel  Bollettino.  clxxxix 

Manoscritti .  cxc 

Bozze  tipografiche .  » 

Illustrazioni .  cxci 

Rapporti  tra  la  Presidenza  e  gli  Autori .  » 

Limiti  del  concorso  della  Società  nelle  spese  della 

stampa .  cxcii 

Limiti  del  concorso  della  Società  nelle  spese  per  le  il¬ 
lustrazioni .  » 

Estratti .  cxcm 

Tariffe  delle  spese  a  carico  dei  Soci .  cxciv 

Regolamento  per  il  premio  Molon .  cxcv 

Memorie  e  Comunicazioni  scientifiche. 

1-2.  Azzi  G.  —  L’ evoluzione  del  sistema  idrografico  e  l’impor¬ 
tanza  delle  fratture  nella  formazione  delle  valli  .  .  89 

3-4.  Bonomini  C.  —  Il  monte  Gardio .  462 

1  Ristampa  dello  Statuto  e  dei  Regolamenti,  col  Regolamento  per  le 
pubblicazioni  riveduto  e  coordinato,  in  relazione  alle  deliberazioni  del¬ 
l'Assemblea  31  marzo  e  14  settembre  1912. 


474  INDICE 

taso.  PAq . 

3-4..  Cacciamali  G.  B.  —  Osservazioni  tettoniche  sull’ altopiano 

di  Borno  in  Val  Camonica .  lxxxvji 

»  Capeder  G.  —  Il  problema  orogenetico  e  la  teoria  dei- 

li’ isostasi  .  445 

1-2.  Chelussi  I.  —  Nuove  ricerche  in  rocce  terziarie  di  sedi¬ 
mento  .  1 

»  —  Di  alcuni  saggi  di  fondo  del  Mediterraneo  ....  79 

»  —  Alcune  sabbie  marine  del  litorale  ligure .  243 

»  —  Studio  pirografico  di  alcune  sabbie  marine  del  lito¬ 
rale  ionico  e  di  quello  tirrenico,  da  Beggio  Calabria  a 
Napoli .  259 

3-4.  —  Studio  pirografico  di  alcune  rocce  estere .  433 

»  Cortese  E.  —  Osservazioni  geologiche  nel  Deserto  Ara¬ 
bico  (Tav.  X,  XI,  XII) .  803 

1-2.  Crateri  M.  —  Ancora  sui  Palaeodictyon .  238 

3-4.  —  Cenni  di  geologia  applicata  sul  territorio  di  Calliano 

Monferrato .  395 

»  Crema  C.  —  (Discussione  ■  sul  Terziario  medio  in  Italia).  xcii 

»  Del  Campana  D.  —  Nuovo  contributo  alla  conoscenza 

del  cane  quaternario  della  Valdichiana  (Tav.  XIII,  XIV)  343 

»  —  Batraci  e  rettili  della  grotta  di  Cucigliana  ( monti 

Pisani) .  412 

»  Del  Zanna  P.  — Per  la  protezione  dei  monumenti  naturali 

(con  voto  relativo  della  S.  G.  I.) .  lxxxiv 

1-2.  De  Stefano  G.  —  Appunti  sulla  ittiofauna  fossile  del¬ 
l'Emilia  conservata  nel  Museo  geologico  dell’Univer¬ 
sità  di  Parma  (Tav.  I,  II) . •  .  .  .  .  35 

v  V 

3-4.  Gortani  M.  —  Sull’età  delle  antiche  alluvioni  cementate 

nella  valle  del  ■ Tagliamento .  388 

1-2.  Lotti  B.  —  Cenni  sulla  geologia  dei  dintorni  di  Spo¬ 
leto  (Tav.  Vili) .  279 

l/ 

»  —  Escursione  nella  valle  delle  Carceri  (M.  Subasio)  presso 

Assisi . ; .  281 

3-4.  —  (Discussione  sul  Terziario  medio  in  Italia)  ....  xcii 

»  Lovisato  D.  —  Altro  contributo  echinologico  con  nuove 

specie  di  Clypeaster  in  Sardegna  (Tav.  XV,  XVI)  .  359 

V  ^ 

3-4.  Martelli  A.  —  Metamorfismo  sul  contatto  fra  serpentine. 

antiche  e  scisti  a  Campo  Ligure  (Tav.  IX) .  285 

»  —  Su  di  un’  ammonite  della  pietraforte  delle  Grotte  in 

Val  d’Ema.  . .  337 


INDICE  475 

FASC.  PACI.’ 

3-4.  Meli  R.  —  Di  un  blocco  di  marna  pliocenica  nel  peperino 

presso  Ariccia .  lxx-xiv  . 

»  Pantanelli  D.  —  (Discussione  sul  Terziario  medio  in 

Italia) .  xeni 

1-2.  Pilotti  C.  —  Conglomerati  scistosi  (anageniti)  dei  dintorni 

di  Domusnovas  (Cagliari) .  xlviii 

»  —  Calcari  e  calcari  scistosi  a  Co  scino  cyathus  in  II.  Co- 

rongiu  de  Alari  e  M.  Ollastu  (Iglesiente)  ....  xlix 

»  Principi  P.  —  Affioramenti  sabbiosi  pliocenici  nei  din¬ 
torni  di  Perugia .  27 

3-4.  —  Intorno  ad  alcuni  fenomeni  di  erosione  sotterranea 

nei  calcari  cretacei  ad  ovest  di  Assisi .  334 

1-2.  Rovereto  G.  —  Studi  di  geomorfologia  argentina.  III.  La 

valle  del  Pio  Negro  (Tav.  Ili,  IV,  V,  VI,  VII)  .  .  .  181 

»  Sabatini  V.  —  Sugli  agenti  di  consolidazione  dei  tufi  vul¬ 
canici  .  XLVI 

3-4.  Sacco  F.  —  La  geotettonica  dell’ Apennino  meridionale 

(Tav.  XVII) . ' .  379 

1-2.  Silvestri  A.  —  Ixigenine  terziarie  italiane  ......  131 

3-4.  Stefanini  G.  —  (Discussione  sul  Terziario  medio  in  Italia).  xcv 

»  Taramelli  I.  —  (Discussione  sul  Terziario  medio  in  Italia).  xeni 

»  Toso  P.  —  Sul  modo  di  formazione  dei  principali  giaci¬ 
menti  metalliferi,  aventi  forma  di  ammassi  irregolari.  lxxxviii 

»  Trabucco  G.  —  Sulla  origine  ed  età  del  giacimento  ges¬ 
sifero  di  Roccastrada .  419 

1-2.  Verri  A.  —  Una  osservazione  circa  la  genesi  del  tufo 

lionato  da  costruzione  del  Vulcano  Laziale  ....  xlviii 

3-4.  —  (Discussione  sul  Terziario  medio  in  Italia)  . 


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